La psicologia come potenza culturale: dall’iper-psicologizzazione della vita occidentale alla sua vulnerabilità alla guerra cognitiva, un problema di sicurezza transnazionale
La psicologia è diventata — progressivamente, silenziosamente — uno dei codici centrali con cui l’Occidente interpreta sé stesso. Non più soltanto una professione di cura o un sapere accademico, ma una vera e propria matrice culturale, capace di ridefinire ciò che è normale, desiderabile, problematico, patologico. Questo processo, che diversi autori individuano come “psicologizzazione” o “iper-psicologizzazione” della società, ha avuto conseguenze profonde non solo sull’individuo, ma sulle istituzioni, sul lavoro, sulla scuola, sulla politica, e oggi persino sulla geopolitica, aprendo la porta — in parte involontariamente — a nuove forme di Guerra Cognitiva.
L’obiettivo di questo saggio non è accusare la psicologia, ma interrogarsi sul potere culturale che essa esercita quando diventa linguaggio, struttura, mercato, identità collettiva. E sulle implicazioni strategiche di tale potere in un mondo dove “cognizione”, “emozione” e “percezione” sono ormai campi di battaglia.
Poco tempo fa per mezzo di tre lunghi articoli abbiamo affrontato il problema dell’iper-psicologizzazione, articoli che abbiamo provveduto a sottoporre all’attenzione di diversi esperti del settore per sollecitarne l’espressione di un parere professionale anche in forma riservata, qualora avessero voluto mantenere l’anonimato per loro insindacabile scelta.
Purtroppo sino ad ora nessuno dei chiamati direttamente in causa ha ritenuto di farsi avanti: e da questo assordante silenzio non possiamo che trarre ben poco piacevoli, e meno ancora lusinghiere, conclusioni vista la rilevanza del problema evidenziato: e ciò a maggior ragione allorché tra i chiamati in causa hanno fatto orecchio da mercante personaggi alquanto avvezzi a far sentire la propria voce nelle più svariate occasioni.
La psicologia come codice della modernità liquida
La modernità descritta da Bauman come “liquida” — fluida, instabile, priva di ancoraggi solidi — non sarebbe comprensibile senza la funzione epistemica assunta dalla psicologia. Nel momento in cui le strutture sociali tradizionali perdevano stabilità, la psicologia è diventata un nuovo apparato interpretativo dell’identità, proponendo una visione del sé come entità:
1)mutevole
2)emotiva
3)vulnerabile
4)bisognosa di costante autovalutazione e cura.
Concetti un tempo confinati allo spazio clinico (trauma, autostima, fragilità emotiva, confini, regolazione emotiva) sono diventati alfabetizzazione sociale, lessico comune. Lo sguardo psicologico è così divenuto filtro dominante attraverso cui l’Occidente sente, racconta e pensa sé stesso.
L’auto-rinforzo della cultura terapeutica: la terapia che crea il mondo a cui ci adatta
Le psicoterapie moderne hanno diffuso competenze emotive e relazionali preziose — empatia, autoregolazione, assertività — ma la loro crescente presenza nella società genera un paradosso: la terapia risponde a bisogni che essa stessa contribuisce a definire e amplificare.
Man mano che uno stile emotivo si normalizza (sensibilità, fragilità, ricerca di autenticità, iper-riflessività), più individui si sentono “inadeguati” rispetto a tali standard e vedono nella terapia l’unico modo per allinearsi alla norma. Ne nasce un ecosistema culturale auto-rinforzante in cui:
1)la psicologia definisce ciò che è problematico,
2)la società interiorizza quelle definizioni,
3)la domanda di intervento psicologico cresce,
4)la psicologia viene legittimata come soluzione ai problemi che essa stessa contribuisce a descrivere.
La vulnerabilità come mercato: un’industria in espansione
In Italia il mercato della salute mentale è passato da 1,2 miliardi nel 2020 a oltre 2,1 miliardi nel 2024. Questo dato non segnala solo aumento di sofferenza, ma soprattutto la trasformazione della psicologia in industria culturale, capace di orientare immaginari e comportamenti.
Con la crescita del mercato della cura — terapia, counseling, coaching, prodotti per il benessere emotivo — la vulnerabilità diventa una risorsa economica. Il rischio non è la mercificazione in quanto tale, ma il fatto che la logica di mercato tende a espandere indefinitamente i confini del trattabile, trasformando il disagio ordinario in consumo emotivo.
Il potere istituzionale della psicologia: creare il bisogno della disciplina
Gli studi critici di Rose, Parker, Danziger, Teo e altri convergono su un punto fondamentale: le discipline dell’aiuto non si limitano a curare problemi, ma spesso li producono o li ridefiniscono. Non per malafede, ma per il potere istituzionale di stabilire:
1)cosa è normale,
2)cosa è deviante,
3)cosa necessita di intervento.
Nella scuola ciò accade quando comportamenti ordinari vengono interpretati come “bisogni speciali”. Nel lavoro, quando la psicologia organizzativa ridefinisce conflitti e personalità in termini di “resistenza al cambiamento”, “rigidità emotiva”, “disfunzionalità relazionale”. La psicologia entra come risposta, ma spesso dopo aver trasformato il quadro interpretativo.
L’iper-psicologizzazione come vettore di vulnerabilità collettiva
Quando la psicologia diventa il principale codice culturale, la vulnerabilità — emotiva, identitaria, relazionale — diventa un tratto strutturale della società. Le persone non si percepiscono più solo come cittadini, lavoratori, membri di una collettività, ma come sé psicologici, fragili, sensibili, continuamente bisognosi di cura.
Questo ha tre effetti principali:
1)Emotività come struttura dell’esperienza. La realtà viene interpretata prevalentemente attraverso categorie emotive: trauma, ansia, stress, disagio. Ciò aumenta la sensibilità a narrazioni che giocano sulla paura, sulla vittimizzazione, sull’identità lesa.
2)Dipendenza dal linguaggio terapeutico. Ogni evento può essere codificato come crisi emotiva anziché come problema politico, sociale o materiale. Questo indebolisce la capacità critica e favorisce la frammentazione: ognuno vive la realtà dentro la propria storia emotiva.
3)Erosione delle cornici collettive. La soggettività diventa il principale criterio interpretativo; legami comunitari, solidarietà e appartenenza si indeboliscono. Una società di individui psicologizzati è più facilmente polarizzabile, più reattiva, più influenzabile.
Dal potere culturale alla vulnerabilità geopolitica: l’apertura alla Guerra Cognitiva
La Guerra Cognitiva (cognitive warfare) non è più solo propaganda, ma un insieme di tecniche che mirano a influenzare:
1)percezioni
2)emozioni
3)paure
4)identità
5)capacità di giudizio
La sua arena principale è la psiche collettiva.
In una società già configurata come “psicologica”, dove l’identità è emotiva e vulnerabile, gli attacchi cognitivi trovano un terreno particolarmente fertile per effetto del prodursi di ben definite condizioni quali:
1)la facilitazione della manipolazione emotiva. Narrative basate su paura, identità ferita, trauma collettivo, indignazione morale trovano immediata risonanza.
2)una minore resistenza cognitiva. Una società che interiorizza la fragilità come tratto identitario è meno resiliente a stress, crisi, shock informativi
3)una maggiore frammentazione e polarizzazione sociale. La psicologizzazione accentua l’individualismo e moltiplica le micro-identità vulnerabili: terreno ideale per polarizzazione, sospetto, radicalizzazioni.
4)la creazione di società più esposte.
Più che singoli Paesi, sono vulnerabili:
a)le società occidentali avanzate ad alto consumo digitale
b)contesti individualizzati e culturalmente psicologizzati
c)popolazioni con scarso radicamento comunitario
d)giovani generazioni ad alta precarietà
e)sistemi democratici che si basano su consenso, percezione e opinione pubblica.
Da tutto ciò emerge la necessità di una ampia rivisitazione non tanto della psicologia, quanto del suo ruolo.
Ripensare la psicologia: per una disciplina forte, non totalizzante
Il punto non è negare la psicologia, ma liberarla da un eccesso di potere culturale che rischia di indebolire sia la disciplina, sia la società che la assume come filtro unico della realtà. Occorre, per tanto:
1)Ricentrare il sociale, non ridurre tutto al vissuto individuale.
2)Distinguere disagio e patologia, senza patologizzare l’ordinario.
3)Ridurre l’espansione del linguaggio terapeutico, oggi quasi onnipresente.
4)Riposizionare la terapia come cura, non come norma sociale.
5)Riconoscere la dimensione geopolitica del potere psicologico, soprattutto nei contesti di guerra cognitiva.
Una disciplina che diventa struttura, linguaggio e mercato non può rivendicare neutralità. Ha un potere. E oggi, più che mai, ha una responsabilità culturale e geopolitica.
La psicologia non ha colpe. Ha influenza.
E, nel mondo della guerra cognitiva, quell’influenza è anche una forma di potere strategico.
Bibliografia essenziale
Bauman, Z. Liquid Modernity. Polity Press, 2000.
Danziger, K. Naming the Mind: How Psychology Found Its Language. Sage, 1997.
Parker, I. Revolution in Psychology: Alienation to Emancipation. Pluto Press, 2007.
Rose, N.
a)Governing the Soul: The Shaping of the Private Self. Routledge, 1999.
b)Powers of Freedom: Reframing Political Thought. Cambridge University Press, 1999.
Teo, T. The Critique of Psychology: From Kant to Postcolonial Theory. Springer, 2005.
Andrejevic, M. Automated Media. Routledge, 2019.
Hannah Arendt The Human Condition. University of Chicago Press, 1958. (Per i concetti di spazio pubblico, azione e fragilità politica.)
Dean, J. Blog Theory: Feedback and Capture in the Circuits of Drive. Polity Press, 2010.
Woolley, S., & Howard, P. Computational Propaganda: Political Parties, Politicians, and Political Manipulation on Social Media. Oxford Internet Institute, 2017.
