AAA beni culturali affittasi, 120mila euro per cenare a Ponte Vecchio

farmacia di turno

La nuova era del ministero dei Beni Culturali, guidato da Dario Franceschini, la definisce “valorizzazione”. Una parola che si trasforma nella forma più diretta: fare profitti in tutti i modi possibili. Un nuovo “marketing di Stato” che mette nel computo anche la vendita di ville, palazzi e beni demaniali per trasformarli in alberghi di lusso e case private per godere di viste panoramiche a peso d’oro, spesso acquistati da fondi di investimenti privati e di altri Paesi extraeuropei. Ma non solo vendite, più smart ed altrettanto lucrativo quello del sistema degli “affitti ad ore”.

E cosi succede che a Firenze affittare una sala della Galleria degli Uffizi, per organizzare una cena con cento invitati, costi circa ventimila euro, cena esclusa naturalmente ma con inclusa una visita straordinaria al polo museale. Poco meno di 15mila euro, in alcuni casi anche con meno, per un cocktail in una delle sale rosse, blu o gialle o nel Corridoio Vasariano.  E poi tariffe da duemilacinquecento a 3mila per una presentazione culturale o un convegno. Non definito il costo dell’affitto ad uso esclusivo dell’intero polo museale in orari non di visite al pubblico. Qui la discrezionalità del Soprintendente può fare la differenza, come nel caso di Ponte Vecchio che fruttò in una sola sera circa 120mila euro al Comune o meglio al soggetto organizzatore della speciale cena. Allora era sindaco il Presidente del Consiglio Matteo Renzi.

A Napoli, il Salone delle Feste del Museo di  Capodimonte lo si prende per 25mila euro, mentre “le manifestazioni che prevedono il lancio commerciale di un prodotto nel museo sono soggette a trattativa riservata”. E per una cena a Castel Sant’Elmo possono bastare mille euro. Per il cortile del Museo Civico Medievale di Bologna sono sufficienti 2mila euro per l’intera giornata; al Tempio di Segesta in Sicilia così come alla Pinacoteca di Brera a Milano non si arriva a cinquemila. Per cenare nell’Anfiteatro di Pompei il costo è di 15mila euro, mentre a Roma il Salone di Pietro da Cortona di Palazzo Barberini ne vale al massimo 20mila. Ognuno però fa come crede, basta pubblicare il tariffario e naturalmente trovare chi sente “l’irrefrenabile necessità” di una cena da sogno.

E i concerti in piazza? E le chiusure al pubblico per l’affitto privato? La “deregulation” ministeriale pare non escludere neppure il cosidetto “patronato” con investimenti privati per la manutenzione di sculture o poli artistici culturali mediante il sistema “Art Bonus” e credito d’imposta. Una modalità che pare, però, debba essere ancora “armonizzata”.

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