La Percezione Della Sicurezza

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Ambiente: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sull' ambiente in cui viviamo e i cambiamenti che lo riguardano.

Gasdotto, sindaco di Melendugno: “Non ci fermiamo qui”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, non finirà qui”. Lo ha dichiarato a Ofcs Report il sindaco di Melendugno Marco Potì.

All’indomani della protesta dei NoTap a Melendugno,in provincia di Lecce, la situazione non sembra migliorare. La tensione è ancora alta tra le forze dell’ordine e i cittadini del Salento che manifestano
il proprio dissenso per la costruzione del gasdotto che porterà la fornitura di gas azero in Europa. Davanti ai cancelli, insieme al sindaco Marco Potì, anche altri 10 colleghi dei paesi vicini che sin dalla mattina presto
hanno protestato insieme ai manifestanti. I 10 sindaci sono stati portati via di peso dalla polizia insieme agli altri dimostranti. Ingente la presenza delle forze dell’ordine, circa un agente ogni due manifestanti , che hanno presidiato la zona per tutelare i lavori in corso di espianto degli ulivi.
Il presidio del comitato No Tap è presente sul posto da circa quattro giorni.  Intanto i camion che trasportano le piante continuano a uscire dai cancelli. Non si sa ancora quante persone rimarranno fuori a manifestare ma sembrerebbe certa la permanenza dei primi cittadini.

Gasdotto, disordini in Puglia: No Tap contro espropri terra e ulivi /VIDEO

in Ambiente da

Scontri e proteste. A Melendugno, in provincia di Lecce, contrada San Basilio, dove ha preso il via la costruzione della Tap, il gasdotto che dovrebbe permettere la fornitura di gas azero in Europa, e che passerebbe attraverso Grecia e Albania prima di approdare sulla costa italiana, all’altezza della località turistica salentina di San Foca, martedì sono scoppiati i disordini tra manifestanti No Tap e forze dell’ordine.  Cantiere aperto in un clima di altissima tensione con i comitati No Tap e semplici cittadini, venuti a manifestare il proprio dissenso di fronte ai cancelli con l’obiettivo di idealmente impedire l’accesso dei camion che avrebbero dovuto trasportare via gli alberi eradicati. Obiettivo presto abbandonato: la massiccia presenza di forze dell’ordine forza prestissimo il blocco, e con metodi sbrigativi divide i manifestanti in due gruppi, isolandone uno ed allontanando l’altro per permettere ai camion di entrare nel cantiere e portare via le piante.

Perché chi costruisce questo mostro ecologico non ci mette la faccia? Perché non si prende le sue responsabilità?” urla Luca, un giovane della provincia, in direzione degli agenti che lo bloccano insieme agli altri manifestanti al bordo della strada sterrata che porta ai cancelli del cantiere. “È un evento che così tante persone si siano mosse e siano venute a manifestare – spiega – considerando la mentalità del Sud, dove sei educato a badare solo a te stesso e ‘farti i fatti tuoi’ sin da bambino”.
Tra le grandi nuvole di polvere, sollevate dai camion che passano ogni 15-20 minuti, sono tante le urla: “Ma non la sentite anche voi, questa puzza di soldi, questa puzza di mafia?” grida Giovanni, un agricoltore sessantenne della zona. Gli argomenti dei manifestanti sono dei più vari: c’è chi si scaglia contro il fattore antiecologico dell’opera, chi contro gli espropri di terra e di ulivi ai proprietari, e chi vaticina conseguenze catastrofiche sul turismo della regione. I toni usati sono generalisti, gentisti e a tratti minacciosi: “Il popolo verrà a prendervi a casa”, minacciano alcuni presenti da dietro le sbarre del cantiere, in direzione degli operai. Ma i manifestanti nutrono rancori anche nei confronti dei giornalisti presenti: “Devi dire tutto quello che è successo! Altrimenti la prossima volta vi rompiamo la testa! A tutti!”, minacciano in dialetto alcuni contadini inferociti contro dei colleghi della locale Telenorba.

Presenti nella folla anche diversi sindaci del circondario di Melendugno, e la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Lezzi. Ed è in questo momento che accade il peggio: mentre il gruppo di manifestanti rimasto isolato dalla prima carica nel mattino spinge per liberarsi e ricongiungersi al grosso del presidio, una seconda violenta carica viene lanciata contro i manifestanti, i quali reagiscono generando uno scontro che dura alcuni interminabili minuti, coinvolgendo anche alcuni dei sindaci presenti. Otto feriti tra forze dell’ordine e manifestanti, che non hanno fatto che esasperare gli animi, spingendo le frange più “interventiste” della folla ad azioni più decise e violente, subito sedate dagli agricoltori presenti: “Non fate scontri inutili, fate assemblee!” urla distintamente uno di essi, levando di mano un fumogeno ad un giovane indossante una felpa del gruppo Ultras Lecce, gruppo già noto per essere stato in passato autore di atti violenti ed intimidatori dentro e fuori lo stadio comunale del capoluogo salentino. Alcuni discutono animatamente circa l’inutilità dell’azione pacifica, scontrandosi verbalmente con chi lì protesta veramente per terra ed alberi. Vengono anche lanciati alcuni sassi contro i camion che trasportano gli alberi, che fanno la spola per caricare le piante eradicate. Ma, a parte qualche sporadico attimo di tensione, tutto in qualche modo procede nella tranquillità fino a sera. Una tranquillità a tratti perfino ironica, quando un manifestante raccoglie e restituisce ad un carabiniere lo scudo d’ordinanza cadutogli a terra.

I fatti di Melendugno descrivono una incapacità del governo di ascoltare le popolazioni e di trovare soluzioni che tengano insieme la libertà, l’autodeterminazione dei cittadini dei territori con le scelte strategiche” dice Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia. Governatore che, nel pomeriggio, aveva dichiarato: “Il Governo della Repubblica sta utilizzando le Forze dell’ordine per risolvere una questione politica che non ha mai voluto affrontare ascoltando le popolazioni residenti ed in particolare l’indicazione della Regione Puglia e dei Comuni, che avevano chiesto di localizzare l’approdo del gasdotto più a nord, nell’area del comune di Squinzano, che ha dato il suo consenso, evitando di impegnare una delle più belle spiagge dell’Adriatico pugliese”. Laconico, a fine giornata, il commento del sindaco di Melendugno, Marco Potì: “Spero che prevalga il buonsenso. Né il governo né la società Tap hanno mai risposto o sono stati a sentire quello che avevamo da dire, ma spero veramente che prevalga l’intelligenza di tutti”. Buonsenso che si spera arrivi da entrambe le parti: se da un lato si ha notizia di manifestanti in arrivo Roma e dal Nord Italia, dall’altro la protesta No Tap si preannuncia una lunga lotta. Che, se gestita male da parte delle istituzioni, potrebbe rendere il Salento una nuova Val di Susa.

Gasdotto, il Tap in Puglia si farà: bocciati i ricorsi di Comune e Regione

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
gasdotto Puglia

Il gasdotto Tap si farà. Se ce ne fosse stato bisogno, una sentenza del Consiglio di Stato mette la parola fine alle ipotesi di blocco dell’opera. Bocciati i ricorsi del Comune di Melendugno e della Regione Puglia sull’Autorizzazione unica rilasciata a Tap il 20 maggio 2015 e sull’applicazione della Direttiva Seveso. Una presa di posizione che arriva a cavallo di giorni di accesa contestazione, in cui gli attivisti no tap avevano bloccato i cantieri di espianto di 211 ulivi nell’area di uscita del micro-tunnel che unirà il gasdotto da mare a terra. Il Consiglio di Stato, che ha emesso la sentenza a 18 giorni dalla discussione, ha definito il ricorso “infondato”. A leggere le carte, ciò che appare più rilevante ai fini del giudizio è il “carattere strategico e di preminente interesse nazionale” del gasdotto tap. Proprio l’interesse pubblico in rilievo, secondo il Consiglio, richiederebbe irregolarità macroscopiche al fine di fermare i lavori del gasdotto. La Regione Puglia, per altro, come sottolineato dal Consiglio, ha sempre condiviso la valenza strategica dell’opera. Al contrario, si è sempre opposta al punto di approdo del gasdotto che andrà a toccare, come ormai noto, un tratto di costa e territorio considerati di forte interesse naturalistico e paesaggistico.

La sentenza del Consiglio di Stato

Nello specifico della valutazione ambientale, uno dei punti chiave del dissenso tra tap e oppositori, e della sua complessità nei termini di attribuzione di autorità delle varie istituzioni, il Consiglio specifica come “la valutazione di impatto ambientale non è un mero atto (tecnico) di gestione, ovvero di amministrazione in senso stretto, trattandosi piuttosto di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico-amministrativo con particolare riferimento al corretto uso del territorio (in senso ampio), attraverso la cura e il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico-sociale) e privati”.
In poche parole: la costruzione del gasdotto è un’opera di interesse pubblico talmente elevato che, dal momento in cui è stata approvata, sarebbe comunque stata costruita. Nelle parole della sentenza si evince che la messa in opera del progetto non è mai stata realmente in dubbio, nonostante blocchi e ricorsi e la pluralità di opzioni di costruzione. L’atto del Consiglio Superiore precisa fermamente come le varie materie di ricorso del Comune nei confronti di tap fossero di fatto già state superate da atti amministrativi. La Via (Valutazione di Impatto Ambientale), secondo il Consiglio Superiore, è stata trasparente fin dall’inizio, sebbene non iscrivibile all’albo delle autorizzazioni. I vari step dei procedimenti e le successive valutazioni di ottemperanza delle modifiche del progetto, sono solo passi di perfezionamento dell’opera.

I pericoli del gasdotto

Altro capitolo riguarda i pericoli del gasdotto. In materia di prevenzione dei grandi rischi industriali, la sentenza classifica l’opera come struttura di trasporto di gas, e non stabilimento. Le operazioni di manipolazione del gas all’interno del Prt (Pipeline Receiving Terminal, il Terminale di Ricezione) riguardano una variazione limitata di pressione e temperatura. Per questo motivo il gasdotto non è assoggettabile alla direttiva Seveso. Capitolo chiuso.
Ma cosa c’entrano gli ulivi? Considerato il riferimento temporale dei ricorsi, come specificato dopo la sentenza dal Comitato No tap, il dibattito sui 231 ulivi dell’area di uscita del micro-tunnel sembra non chiudersi. Secondo il sindaco di Melendugno Marco Potì, questa sentenza non autorizza l’espianto degli ulivi, essendo ancora il nuovo progetto del micro-tunnel “in attesa di istruttoria per la verifica di esclusione dalla V.i.a.”. Così si legge sulla pagina Facebook del primo cittadino di Melendugno, che continua la ferma opposizione “all’inizio frettoloso” dei lavori.
Ma la sentenza ribadisce la separazione dei due progetti (gasdotto e micro-tunnel) nei termini progettuali e di assoggettamento al Via: “nella presente fattispecie è evidente che si tratti di opere distinte seppure connesse, e soprattutto che, visto che entrambe le opere sono sottoposte a Via, all’evidenza non v’è ragione sostanziale per invocare la severa giurisprudenza tesa a sanzionare condotte “elusive” impostate su artificiosi frazionamenti di una opera unica in distinti segmenti cui le parti appellanti hanno fatto riferimento”.

Via all’espianto degli ulivi per costruire il micro-tunnel

Inoltre, secondo il Consiglio di Stato, non esistono motivazioni di “irrealizzabilità” del micro-tunnel. Nessuna modifica progettuale mette in discussione l’autorità dell’opera, non la momentanea assenza di ottemperanza. A seguito della sentenza, una nota del Ministero dell’Ambiente, in risposta alla nota regionale del 15 marzo 2017, conferma “l’esistenza di tutti i presupposti volti a soddisfare le condizioni” di ottemperanza dell’A44 e ribadisce la separazione delle fasi progettuali. L’espianto degli ulivi, quindi, in quanto operazione preliminare alla costruzione del micro-tunnel, può iniziare.
La sentenza del Consiglio rappresenta un’altra vittoria di tap di fronte ai ricorsi delle amministrazioni locali, ed elenca con fermezza le motivazioni per cui le varie ipotesi sul progetto sono state scartate o selezionate una dopo l’altra, precisando più volte come nessuna disamina del progetto e delle specifiche situazioni, abbia mai fatto preferire l’”opzione zero”, ovvero la non costruzione del gasdotto.

Scienza, il melting pot non è il motore dell’evoluzione

in Ambiente/Salute da
Dna

Il melting pot come motore dell’evoluzione, il mix di popoli e razze quale portatore di progresso. Un mantra che da decenni gli evoluzionisti danno per assunto. Adesso però uno studio de la Sapienza di Roma, in collaborazione con il National Geographic, potrebbe cambiare le carte in tavola.
In un’epoca in cui il rimescolamento della popolazione, dovuto a migrazioni e maggiore velocità di spostamento, viene dato come la via maestra della prosecuzione della specie, una ricerca scientifica abbatte il tabù dell’isolamento come ostacolo all’evoluzione. Secondo i due ricercatori che hanno condotto lo studio, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol, tramite lo studio degli isolati sarebbe possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il Dna nei gruppi umani.
I risultati della ricerca, condotta sul genoma delle popolazioni europee, avrebbero indicato come tra i gruppi isolati esista una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci.
In altre parole non esisterebbe quella differenza, basata sinora su un netto discrimine, fra popolazioni che hanno subito un forte mescolamento e quelle che invece hanno resistito al fenomeno vivendo in comunità chiuse. L’esempio del professor Bisol va ancor più nello specifico: “Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega il docente – le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia”.

La storia dell’evoluzione umana non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura

Un fattore determinante nello spiegare il perché di questa comunanza genomica sarebbe individuabile nell’identità. La storia dell’evoluzione umana infatti non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura. Nel caso citato dal professor Bisol infatti vanno considerate le scelte matrimoniali delle tre comunità prese in esame, più inclini a cercare una continuazione della specie all’interno della loro comunità. Il risultato della ricerca è quindi di portata storica: cade la divisione fra le popolazioni aperte e chiuse, un discrimine che i genetisti avevano eretto finora per distinguere le popolazioni oggetto di studio. Un altro esempio, prendendo in esame e paragonando due gruppi nella nostra Penisola, spiega ancor meglio i risultati dello studio. I Cimbri, un gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto, e gli abitanti di Carloforte, nell’isola di San Pietro, vicina alla coste meridionali della Sardegna, sono le due popolazioni messe a paragone. I primi sono andati, nel tempo, incontro a una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne.

Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate. Ora più che mai appare chiaro come l’analisi del Dna umano non sia più contenibile in schemi che non riguardino la cultura dei gruppi oggetto di studio. E fra questi fattori non è estranea l’identità.

Disabili, la nuova “zona rossa” si chiama scuola: oltre 42 mila istituti sono vetusti

in Ambiente/Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

Nella scuola italiana ogni giorno circa 250mila tra alunni e docenti disabili vivono un’odissea personale per poter accedere liberamente in classe. Da Nord a Sud, un semaforo rosso di barriere architettoniche ancora presenti in 2 scuole su 10, con percorsi per i non vedenti praticamente assenti, carenze nella messa in sicurezza dei bagni, assenza di ascensori e norme sul rapporto cubatura-alunni per classe molto spesso violate in nome del principio “classi pollaio: meno docenti, meno costi per lo Stato”. Una fotografia del mondo scolastico che, nonostante gli annunci e i decreti della riforma “La Buona Scuola”, suona come uno schiaffo in faccia alla Costituzione italiana che nell’articolo 34 afferma chiaramente che la scuola è “aperta a tutti”.

Una realtà ampiamente documentata nel Rapporto 2015 “Ecosistema Scuola – XVII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi”, uno studio condotto sulle scuole di competenza dei Comuni capoluogo di Provincia (infanzia, primarie e secondarie di primo grado). Il dato relativo agli edifici a norma registrato nel 2015 (80,1%) è addirittura peggiore rispetto al 2011, quando le scuole accessibili si attestavano sull’82,2%. Stesso trend sugli interventi previsti per l’eliminazione delle barriere architettoniche: si passa dal 14,5% del 2011 al 4,9% 2015, come a dire che più passano gli anni meno sono gli interventi per favorire l’accessibilità dei disabili nelle scuole.

Storie come quelle della docente Oriana Fioccone, costretta a entrare a scuola salendo sul montacarichi, non fanno che confermare la scarsa attenzione delle Istituzioni sul versante dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Dati confermati anche da un dossier dell’Istat sul mondo scolastico secondo il quale è ancora elevata la quota di plessi scolastici con barriere architettoniche. Una rappresentazione del Paese in cui, come spesso capita, il Sud segna sempre il passo. In questo caso, infatti, è proprio nel Mezzogiorno che troviamo la percentuale più bassa di scuole con scale a norma nelle scuole primarie, il 73%, mentre nelle scuole secondarie è il Centro con l’81,1%.

Nel Mezzogiorno minore presenza di servizi igienici a norma

Sempre nel Mezzogiorno si ha la minore presenza di servizi igienici a norma: la percentuale si ferma al 69,2% nelle scuole primarie e al 74,5% in quelle secondarie di primo grado. Il Nord è invece la ripartizione territoriale con la percentuale più elevata di caratteristiche a norma dei plessi scolastici: l’81,3% di scuole primarie e il 85,7% di scuole secondarie ha scale che rispettano la legge. L’81,6% di scuole primarie e il 84,2% di scuole secondarie ha servizi igienici in regola. Le scuole sono poco accessibili in tutto il territorio nazionale se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni e docenti con disabilità sensoriali, oppure, in generale, di percorsi interni ed esterni accessibili. Solo il 26,5% delle scuole primarie del Nord ha all’interno del plesso scolastico mappe a rilievo o percorsi tattili. E la percentuale è ancora più bassa nelle scuole del Mezzogiorno: 15,4%, con percentuali simili nella scuola secondaria. Solo il 15% delle scuole primarie e secondarie di I grado ha dichiarato, nel corso dell’anno scolastico 2015- 2016, di aver effettuato dei lavori per migliorare l’accessibilità dell’edificio, mentre circa il 20% delle scuole in entrambi gli ordini scolastici che dichiara di non aver effettuato lavori pur avendone bisogno.

I mancati interventi sull’accessibilità vanno di pari passo con il tema dell’adeguamento delle scuole agli standard di sicurezza e di accessibilità. Per l’Udir, il sindacato dei dirigenti scolastici, nonostante i 3,5 miliardi di euro stanziati dal Governo Renzi per l’edilizia scolastica, “la maggior parte dei 42.292 edifici scolastici italiani rimangono vetusti e non a norma”. A far riflettere è anche il fatto che, a oggi, dei 42.292 edifici scolastici esistenti, ben 8.450 risultano privi di attività scolastica, perché in ristrutturazione, in costruzione o dismessi.

Eppure la riforma del governo Renzi, “La Buona Scuola”, ha tentato di mettere in moto un cambio di passo in tema di accessibilità e sicurezza nelle scuole. “Non c’è riqualificazione dell’edilizia scolastica senza una particolare attenzione per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ed è in questa direzione che va l’azione di Governo“, si legge sul portale #ItaliaSicura che tra i decreti previsti, oltre alla messa in sicurezza e all’adeguamento delle scuole alla normativa esistente in materia di inclusione degli alunni diversamente abili, annuncia 300 milioni di euro per costruire circa 60 scuole a totale accessibilità.

@PiccininDaniele

Ambiente, 9000 metri cubi di gas nella laguna a sud di Venezia

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

Un impianto di stoccaggio gpl da 9000 metri cubi di gas nel mezzo della laguna sud di Venezia. Siamo a Chioggia e il progetto, che era nato inizialmente come distributore di benzina per le imbarcazioni,  è al momento ancora in fase di ultimazione, ma la fine dei lavori è prevista entro maggio. L’installazione,  posizionata nel bel mezzo della laguna veneta considerata patrimonio dell’Unesco, appare sotto forma di tre grandi cisterne, che si stagliano davanti al centro abitato e diversi istituti scolastici. 

L’impianto gpl che sorge nella laguna a sud di Venezia

Uno sfregio urbanistico oltre che ambientale, secondo molti cittadini abituati a rispettare le regole per ogni minima modifica che desiderano apportare alle loro case. Regole che, come denuncia il Comitato cittadino, non sembrerebbero essere state rispettate per l’impianto di stoccaggio che ha preso il posto di ciò che inizialmente doveva essere costruito: una pompa di benzina per il rifornimento delle barche dei pescatori e delle navi.

Transito gasier GPL

Una storia che inizia qualche anno fa, come spiega Maria Rosa Boscolo, braccio destro del presidente Roberto Rossi del Comitato NO deposito GPL a Chioggia

“Tutto ha inizio nel maggio 2013, quando  per il porto di Chioggia era stata presentata dalla ditta Costa Petroli, al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) e al Mit (Ministero dei Lavori Pubblici) la richiesta per un deposito (bunkeraggio o mega distributore)  di gasolio marino da 1350 metri cubi, per il fabbisogno di carburante di navi, pescherecci, barche da diporto. La realizzazione era prevista entro 2 anni pena decadenza”.

Maria Rosa Boscolo, attivista Comitato No Deposito Gpl Chioggia

Tutto questo era in regola e previsto nel Piano Regolatore del porto visto che, non essendoci la classica pompa di benzina per le barche dei pescatori e per quelle che riforniscono le grandi navi più distanti, questo distributore era necessario.

Ma poi è accaduto qualcosa che ha cambiato di fatto la situazione, come ci spiega Maria Rosa: “Il padrone della licenza e dei terreni che si era visto autorizzato il progetto, perché conforme con i suoi 1350 metri cubi di gasolio, vende tutto a una nuova ditta. Era  l’8 aprile 2014 quando la Costa Petroli diventa Costa Bioenergie (in seguito Socogas), presentando al Mise ((Ministero dello Sviluppo Economico) e al  Mit  (Ministero dei Lavori Pubblici), istanza di autorizzazione per l’ampliamento di 9.000 metri cubi di Gpl per il riscaldamento e il fabbisogno energetico del Nord Italia. Le dimensioni aumentano di 9 volte rispetto il primo e cambia anche il prodotto da gasolio (liquido) a Gpl (gas)”.

I tre serbatoi gpl

 

Una bella differenza visto che il Gpl è un gas pesante che si propaga basso terra, estremamente esplosivo tanto che esiste una normativa specifica proprio per la sua pericolosità. La legge classifica questo tipo di depositi come a “rischio di incidente rilevante” e prevede che i siti da destinare siano lontani dai centri abitati, scolastici o da attività produttive. Insomma più che un ampliamento era stata creata una “cosa nuova” .

A quel punto, come riferito dalla Boscolo, dopo neanche due mesi (giugno 2014), il Mise avvia la procedura per la prima conferenza dei servizi, il tavolo di lavoro al quale sono invitati tutti i soggetti interessati locali, provinciali, regionali.  Non vengono convocati il Ministero dei Beni Culturali e la Commissione regionale per la Salvaguardia di Venezia e della Laguna, la cui presenza sarebbe dovuta essere opportuna  per tutti gli interventi piccoli o grandi a Chioggia.

Nessuna informazione è stata data alla cittadinanza, come prevede la legge Seveso II. Un paradosso, se si pensa che ogni abitante anche solo per cambiare le finestre o dipingere la propria case deve inviare alla Salvaguardia una specifica richiesta di autorizzazione senza la quale non può far nulla”, prosegue Maria Rosa.

Il 17 giugno dello stesso anno, c’è la prima riunione, Conferenza dei Servizi, dove partecipa anche l’Aspo (l’azienda speciale per il porto di Chioggia – istituita dalla Camera di Commercio di Venezia nel 1979 per la promozione del porto e costituita da imprenditori), che si dice d’accordo con il progetto di ampliamento. E anche qui un’altra incongruenza. Infatti, fra tutti i presenti non partecipa al tavolo di lavoro il Comune di Chioggia che manda una comunicazione scritta dell’ex dirigente dell’ufficio urbanistica, Muhammad Talieh Noori, in cui si evidenzia la conformità al piano regolatore generale e al piano regolatore del porto, in quanto ricadente in zona a destinazione bunkeraggio navi. Non solo, un altro grande assente è stata la Capitaneria del porto di Chioggia, che invia una comunicazione scritta  di “non conformità” al piano regolatore del porto”.

Convocazione per conferenza dei servizi del 17 giugno 2014

Insomma, un paradosso. Nello stesso tavolo sono arrivate due comunicazioni in contraddizione: una che dice si, l’altra no. Ma di questa mancata approvazione non si è sarebbe tenuto conto, andando avanti solo con chi aveva dato il via libera. Nonostante la Capitaneria, che aveva espresso parere contrario sia anche Autorità Marittima e nella gerarchia degli Enti è superiore al Comune, in quanto, essendo espressione diretta del Ministero dei Trasporti, è la sola competente per il porto.

“A settembre, sempre 2014, il Comitato tecnico regionale Veneto (Commissione sulla sicurezza, composta da i vigili del fuoco, l’Arpa – protezione ambientale e  il Comune di Chioggia), danno l’autorizzazione a procedere o nulla osta di fattibilità, denominato Nof. Per il Comune di Chioggia, al posto del responsabile, viene inviato un geometra che non conosceva la questione e che non ha obiettato nulla, ha firmato l’ok senza capire cosa faceva – sottolinea la Boscolo –  Un’assenza ritenuta da tutti sospetta o assurda, visto che nessuno avrebbe spiegato nel dettaglio al geometra la delicata questione. Anche nelle rilevazioni dei vigili del fuoco non erano stati segnalati siti sensibili, facendo solo capire che nei dintorni dovevano essere poste limitazioni di edificabilità e servizi”. Una decisione che ha fatto molto discutere visto che nella zona ci sono 1500 abitanti, tre scuole, un centro diurno per anziani, la ferrovia, lo stadio, aziende di lavorazione dei molluschi, tubazioni del metano a rifornimento della città e una cisterna d’acqua. 

“Ma questo è niente – prosegue Maria Rosa – rispetto a quando nella seduta del 28 gennaio 2015, la Commissione valutazione d’impatto ambientale (Via) è arrivata ad affermare che lo studio ambientale di Costa Bioenergie può essere considerato affidabile perché è stato fatto da professionisti.  Quindi non serve nessuna ulteriore valutazione d’impatto ambientale, basta lo screening. L’esclusione della Via è subordinata alle varianti organizzative e gestionali per le navi gasiere e valutazione dell’impatto acustico. La determinazione può essere sospesa se non rispetta le prescrizioni (determina di non assoggettamento a Via numero 333/2015). Il dramma è che avendo escluso la Via non è scattata la procedura automatica di informazione alla popolazione. Insomma, non per essere per forza maliziosi, ma non si è mai trovato un oste che disprezza il suo vino”.

Le cose proseguono, con un iter burocratico veloce (08/04/2014 – 26/05/2015). A maggio, con decreto interministeriale numero 17407 del Mise e Mit, autorizza il deposito di 9.000 metri cubi di Gpl più i precedenti 1350 metri cubi di gasolio marino e altri oli.  

decreto interministeriale n. 17407 del MISE e MIT autorizza il deposito di 9.000 metri

“In questa autorizzazione non è citato minimamente il parere contrario della Capitaneria, ne hanno registrato chi ha detto che serve una variante al piano regolatore del porto perché per cambiarlo deve essere attivata una procedura che richiede tempo e deve vedere la partecipazione dei cittadini – aggiunge Maria Rosa – nel dispositivo è citata la legge numero 35 del 4/4/2012. L’attuale dirigente comunale dell’urbanistica e altri affermavano che tale richiamo fa si che l’autorizzazione comprende anche tutti i permessi non presenti e supera tutti i pareri negativi ricevuti. Ma non è così, e a dirlo non sono io ma esperti urbanisti e avvocati consultati sulla questione”.

Capitaneria di Porto
Capitaneria di Porto

Poi finalmente a gennaio 2016 l’ex Sindaco Casson presenta al Presidente della Repubblica un ricorso straordinario contro il deposito. La risposta del Consiglio di Stato è chiara: inammissibile. Perché presentato fuori luogo e fuori tempo, visto che doveva essere inviato al Tar entro 30 giorni dal 26/5/2015.

Sentenza Tar ampliamento
05 febbraio 2015 n.137

E fino al 2016 la cittadinanza non era al corrente di nulla. Solo a primavera, durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale, dove tutti i candidati sindaci si dichiaravano contro il deposito di Gpl, la cittadinanza comincia a capire che non si parlava più dell’approvato e regolamentare impianto di stoccaggio da 3500 metro cubi. Naturalmente l’ex Sindaco Casson, anche per le responsabilità presunte sul deposito non viene rieletto e al suo posto ora c’è Alessandro Ferro, del M5s.

Nel frattempo, a inizio estate, inizia la costruzione dell’impianto: compaiono montagne di sabbia nel sito del porto. E solo verso settembre i cittadini capiscono che servono per preparare il terreno dove saranno collocati i serbatoi .Poi a fine ottobre del 2016 arrivano i tre serbatoi via mare.

I tre serbatoi di gpl

 

“Una vista terribile – ricorda la Boscolo – a oggi i lavori stanno continuando per consolidare i serbatoi con cemento armato. Poi dovranno essere tumulati, cioè coperti interamente e noi vedremo un muro alto circa 10 metri e lungo 60. Questo sarà il nuovo paesaggio nel tramonto della laguna veneta. Un vero e proprio scempio. E nonostante l’installazione di questi impianti preveda dei benefit per la cittadinanza, qui non hanno pagato nemmeno i piani di ammodernamento che sono stati fatti a carico del Comune, ovvero a carico nostro” afferma Maria Rosa.

I serbatoi nelle immediate adiacenze del centro cittadino

Il comitato punta il dito contro chi avrebbe dovuto seguire da vicino l’iter burocratico: “Preferiamo sia la Magistratura a individuarli e far luce su tutta questa assurda situazione”.

Una vicenda questa che vede una burocrazia “insolitamente veloce” a danno della più basilare legalità.

 

@MaryTagliazucch

 

 

 

Il Comitato No Deposito GPL a Chioggia

Insieme a Maria Rosa Boscolo,  abbiamo evidenziato la situazione paradossale che vivono i cittadini di Chioggia. Motivo per il quale si è costituito appunto il Comitato NO deposito GPL a Chioggia, di cui lei è attiva partecipante insieme al presidente Roberto Rossi. Questo perché sono molteplici le criticità denunciate per via di questo impianto a 9000 metri cubi di gas.

 

Manifestazione del comitato del 17 dicembre 2016

E’ stata organizza un assemblea pubblica a ottobre scorso, dove hanno partecipato oltre 300 persone: è stata informata la popolazione grazie all’aiuto di un esperto urbanista, un ingegnere chimico e un imprenditore portuale per evidenziare i rischi, e i problemi che potrebbero essere causati dal deposito. Sono poi seguite due manifestazioni:  il 19 novembre e il 17 dicembre, quando 400 persone hanno dato vita a una vera e propria catena umana. A conferma che nonostante si pensi che la gente non sia più abituata a scendere in piazza per affermare la sua volontà (specie se gli eventi non sono organizzati dai partiti o sindacati) non è così e loro ne sono la riprova concreta.

Assemblea pubblica

In soli sette mesi il Comitato è riuscito a raccogliere oltre 13.000 firme, su 42.100 votanti, contro la non realizzazione del deposito. Quelle dei votanti alle elezioni comunali, considerati cioè tutti i candidati sindaci sono stati 26.900.

Hanno poi inviato nove esposti, osservazioni, e denunce ai Ministeri, alla Regione, alla provincia di Venezia (oggi Città Metropolitana), e naturalmente al Comune. Sei delle quali alla Procura della Repubblica e due all’Anac di Raffaele Cantone. La Procura di Venezia ha aperto un fascicolo.

A fine marzo inoltre, il comitato farà una nuova iniziativa per approfondire insieme ai cittadini le tematiche riguardanti questo deposito gpl. Ma anche per informare i pescatori della zona. Anche loro potrebbero mostrarsi contrari quando il deposito comincerà a funzionare a pieni ritmi.

 

@MaryTagliazucch

 

 

Sicurezza, Rapporto Unipolis: la furia della natura spaventa il Belpaese

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia/Internazionale/Relazioni Internazionali da
sicurezza

Italia a “tinte grigie” quanto alla percezione della sicurezza. Dai temi ambientali alla criminalità, dall’immigrazione alle disuguaglianze sociali. Per gli italiani gli ultimi dieci anni non hanno segnato nessun cambio di passo nella percezione della sicurezza. E se il consuntivo si sposta sul rapporto di fiducia con l’Unione Europea il risultato è maggiormente negativo. È questa la fotografia che emerge dal “X Rapporto sulla sicurezza e l’insicurezza sociale in Italia ed Europa”, realizzato da Fondazione Unipolis con Demos&Pi e Osservatorio di Pavia, presentato a Roma lo scorso 28 febbraio. Un dossier che ricostruisce su base decennale paure e opinioni dei cittadini italiani ed europei.

A sessant’anni dall’avvio del processo di integrazione, non solo l’unità europea non si è realizzata, ma mai come in questa fase appare a rischio l’idea stessa di Europa. Analizzando nel dettaglio gli indicatori standard dell’Osservatorio emerge che l’indice di insicurezza globale, e con esso le paure che lo compongono, si conferma al primo posto con il 76% (77% nel 2016 e 74% nel 2007).

In particolare, a far sentire insicuri gli italiani sono “la distruzione dell’ambiente e della natura” (58%), “l’inquinamento” (55%), “la sicurezza dei cibi che mangiamo” (47%), “gli atti terroristici” (44%), “la globalizzazione” (39%) ed “essere vittima di disastri naturali” (38%). La paura per i disastri naturali (terremoti, frane e alluvioni), dopo le recenti tragedie che hanno colpito il Centro-Italia e l’Abruzzo, segna un incremento di 13 punti rispetto allo scorso anno.

Al secondo posto troviamo l’indice di insicurezza economica (63%), seguito da quella connesso alla criminalità che con il 41% occupa il terzo posto. Il 78% degli intervistati continua a ritenere che la criminalità in Italia sia cresciuta rispetto a cinque anni fa, tuttavia fa osservare 3 punti in meno del 2016 e 10 rispetto al 2007. A registrare un aumento della criminalità sono soprattutto le donne: 84% contro il 71% degli uomini. Sotto il profilo politico, la massima concentrazione di questo orientamento si osserva tra gli elettori della Lega Nord (91%).

A salire è anche “la paura dello straniero”. Il 39% degli italiani vede l’immigrato come un’insidia per l’ordine pubblico e la sicurezza delle persone, il 36% come minaccia per l’occupazione. Ma analizzando il fenomeno, gli indicatori sono cresciuti di circa 5 punti rispetto al 2016 e consegnano i valori più alti che si sono registrati dal 2007.

Crisi, lavoro e giovani. Un italiano su quattro ha in famiglia almeno una persona che ha perso il posto di lavoro nel corso dell’ultimo anno. A temere la disoccupazione sono soprattutto gli operai (46%) e coloro che risiedono nel Mezzogiorno (47%). La crisi economica pesa soprattutto sui giovani e sulle aspettative per il futuro. Per il 75% degli italiani i prossimi anni saranno caratterizzati da una situazione sociale ed economica peggiore rispetto a quella delle generazioni che li hanno preceduti.

Quanto al capitolo Europa, il dato che emerge dal Rapporto è il complessivo giudizio negativo che i cittadini europei hanno dell’Istituzione. Se alla fine degli anni 90, in Italia, il 73% dei cittadini dichiarava di riporre fiducia nell’Europa, tale dato si è ridotto a meno della metà, all’inizio del 2017 (34%). Medesima sfiducia in Francia dove l’europeismo, da fenomeno maggioritario (57%), è sceso abbondantemente sotto la soglia del 50% e coinvolge oggi poco più̀ di una persona su tre.

A riporre massima fiducia nell’Ue sono Polonia e Ungheria, dove l’indice di fiducia supera il 60%. La tesi critica maggiormente condivisa dai cittadini comunitari è l’idea che l’unità europea sia “un obiettivo giusto realizzato in modo sbagliato”. In sei casi su sette, il perimetro della “delusione” supera il 70%, con punte dell’82-83% in Italia e Germania. Persino il 58% dei cittadini britannici esprime il proprio rimpianto per una “diversa Europa”. In Francia, Italia e Spagna – confermando ancora una volta la criticità dell’area mediterranea – la componente di chi crede che, “nonostante i suoi difetti di oggi, il progetto dell’Ue sia ancora importante e debba essere rilanciato” non supera il 50%.

Non a caso a chiedere un ruolo più importante dell’Ue sul fronte dell’emergenza migranti sono proprio, nell’ordine, i cittadini italiani (51%), francesi (44%) e spagnoli (36%). A ritenere che gli accordi di Schengen debbano essere sospesi in modo permanente sono soprattutto i cittadini francesi (54%) e italiani (48%). Per quanto concerne l’effetto Brexit. Il 40% degli italiani è favorevole all’uscita dall’Unione (39%) e dall’euro (44%). Si tratta della posizione più critica, dopo quella espressa dai britannici.

@PiccininDaniele

 

Amianto, ecco come tutelarsi per ottenere giustizia

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
amianto

In Italia, l’amianto, la fibra killer che fa 6.000 morti l’anno, continua a mietere vittime. E anche qui fra chi si scopre malato e chi, come i familiari, vuole ottenere giustizia per i propri cari, le lungaggini burocratiche e gli ostacoli per ottenere e ribadire i propri diritti sono molteplici e infiniti. Ed esattamente come per il tema dell’uranio impoverito, anche su questo argomento Ofcs.report ha interpellato chi da tempo segue gli esposti all’amianto.

Un iter giudiziario complicato e difficile, come affermato dall’avvocato Daniele Marra,  che da anni segue  le vicissitudini delle vittime da esposizione all’amianto, e che assomiglia a un vero e proprio slalom normativo.

La sua battaglia a fianco delle vittime, insieme alla collega Cristiana Fabrizio, inizia undici anni fa, nel 2006,  quando un gruppo di operai romani decide di farsi aiutare in campo giuridico: una delle prime vittorie a livello previdenziale, da cui si è creato un passaparola fra gli esposti, facendo sì che molti decidessero con coraggio di denunciare la loro situazione e sopratutto di ribadire i loro diritti. Non solo nel Lazio, ma anche in altre regioni italiane. Proprio per questo si è trovato, anche lui, a dover sviluppare un’esperienza maggiore nel campo giuslavoristico e previdenziale

Avvocato Daniele Marra

Esattamente come per i risarcimenti per le vittime dell’uranio impoverito, anche dietro una sentenza di risarcimento per esposti amianto c’è un iter giuridico, molto difficile da affrontare. Quasi un percorso ad ostacoli come ci spiega l’avvocato Daniele Marra:“Paragonerei l’inizio delle procedure giuridiche a uno slalom normativo che deve essere subito chiarito e presentato all’assistito. Ad esempio, fino a circa sette anni fa, la Cassazione riteneva il beneficio pensionistico per esposti amianto imprescrittibile. Ad oggi, come da recentissime denunce, è stata ribadita una prescrizione decennale del diritto. E, cosa più drammatica, è che i tribunali di merito hanno individuato in maniera inaspettatamente diversa l’inizio della prescrizione in eventi diversi. Alcuni addirittura dall’entrata in vigore della legge del 1992, o dalle modifiche del 2004. Va da se che per gli assistiti è un terreno franoso dove il legale è costretto a una approfondita ricerca di documenti o atti interrruttivi della prescrizione”.

E, come detto dall’avvocato, il legale deve avere una profonda conoscenza degli atti e dei documenti che di volta in volta gli si presentano. Il rispetto deontologico, in questo caso,  e ancor di più di altre professioni è basilare da parte del professionista verso il suo assistito, sopratutto all’inizio: La verifica preliminare è fondamentale. Sia per noi legali che per l’assistito. E mio malgrado diverse volte ho rappresentato la non procedibilità. Ovviamente, con mio grande rammarico e dispiacere. E non è solo un fatto deontologico, oggi ogni azione temeraria, se sfornita delle più basilari ragioni di diritto e di fatto, viene sanzionata con la condanna alle spese, la condanna delle spese del c.t.u (un perito, il consulente tecnico tribunale ndr), e anche una possibile sanzione ex articolo 96 codice procedura civile (quello che riguarda la ‘Responsabilità aggravata’ ndr). Di fatto, non rappresentare tutto questo al cliente vuol dire non essere corretti”, afferma Marra che alla domanda se qualche cliente fosse mai arrivato da lui, denunciando questo tipo di situazione ha risposto:”E’ capitato spesso, ma c’è anche da dire che molte volte, non conoscendo gli atti di causa precedenti, non potevo dare un serio giudizio sull’operato precedente. Mi è capitato anche di assistere familiari di operai deceduti in corso di causa, nei loro confronti ammetto di aver toccato con mano la fatica, la disperazione, e il coraggio nell’affrontare non solo la malattia dei loro cari, dovuta all’esposizione all’amianto, ma anche di fronte alle lungaggini processuali, giuridiche e burocratiche”.

E, sì perchè le vittime da esposizione all’amianto,  insieme alle loro famiglie, dal momento che decidono di affrontare questo tipo di cause devono necessariamente avere la certezza che chi li tutela legalmente abbia una conoscenza  approfondita e applicata di metodologie giuridiche in materia giuslavoristico e previdenziale e che li informi sui vari passaggi processuali, come ad esempio  questi  elencati dall’avvocato Marra: “Possiamo dire che il tribunale competente per il ‘beneficio amianto’ (agevolazioni contributive per chi è stato esposto all’amianto ndr), è il tribunale civile e in particolare la sezione lavoro e previdenza. E’ importante e necessario, prima di accedere al giudizio, compiere una procedura molto articolata, fatta di domande amministrative e un ricorso amministrativo. Ribadisco l’importanza di informare: senza le domande all’Inail e all’Inps, la causa non è praticabile e quindi sarebbe controproduttivo e dannosissimo procedere”.

Chi come, l’avvocato Marra e i suoi colleghi, ogni giorno tratta temi riguardanti la fibra killer dell’amianto, si vedono arrivare storie e documentazioni particolari sulle vicende che ruotano a chi è stato esposto all’asbesto. Proprio come racconta lui stesso: “Sono stato contattato da molti lavoratori che mi hanno raccontato diverse e particolari storie, portandomi a conoscenza di come l’amianto era praticamente ovunque, anche in alcuni  mezzi di autotrasporto. Mi colpì la storia di alcuni lavoratori che scartavetravano i caminetti per interruttori extrarapidi. Questi operai passavano la maggior parte del tempo in una sottostazione, ovvero una stanza seminterrata di pochi  metri quadrati. Di fronte a loro c’erano tanti caminetti. Sovente erano chiamati ad aprirli, carteggiarli, sostituirli, maneggiandoli a mani nude. Si capisce da sé a quale livello di esposizione alla fibra killer giornalmente questi lavoratori erano esposti stando a diretto contatto con le polveri di amianto promananti dai cosiddetti caminetti spegni arco. Ma c’è  da sottolineare e specificare che fino al 1992, l’uso dell’eternit era ancora legale.  E’ comunque amaro,  riferire che per questi lavoratori si sia dovuti dovuti agire in primo e secondo grado, fino a dover arrivare in Cassazione per veder riconosciuto loro il beneficio amianto. Per questo è fondamentale l’esame preliminare di documenti e anamnesi lavorativa e l ‘esame degli atti necessari all’azione”, conclude l’avvocato.

In materia legale è quindi necessario, non solo da parte degli avvocati che si occupano di queste particolari cause giudiziarie,  avere un quadro preciso della situazione, ma anche  da parte di chi  vuole ottenere giustizia per sè ed i suo cari.

 

Uranio impoverito, 300 tonnellate di veleni sepolti in Sardegna

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
Poligono di Quirra

Trecento tonnellate di veleno “pesano” su  Escalaplano, piccolo paese della  provincia di Cagliari, a sud della Sardegna.  Dati scioccanti, quelli sviluppati nella relazione tecnica del professore Giovanni Battista de Giudici, docente di mineralogia ambientale dell’università di Cagliari e consulente dei comuni di Escalaplano e Ballao. Rivelazioni inquietanti,  ma non per i  cittadini che da tempo (dal 1986 fino al 2008) convivono con situazioni inverosimili. Come quella di vedersi arrivare tutte le settimana lunghe file di automezzi che puntualmente si fermavano a scaricare dentro il Poligono di Quirra. Cosa? Armi e munizioni che fino a quel momento erano nascosti nei bunker di tutta Italia e che, una volta arrivati a destinazione, venivano gettati in enormi buche imbottite di esplosivo per poi farle saltare. E, come si può immaginare, l’effetto a livello ambientale è stato catastrofico. Lo è tutt’ora.

I fumi e le polveri infatti si espandevano ben oltre il poligono militare, arrivando fino i paesi adiacenti, come Escalaplano appunto, che dista a meno di 50 chilometri dalla zona militare di Quirra. Contaminati non solo i terreni delle campagne circostanti, ma anche le sorgenti. Per non parlare degli effetti sulla popolazione e il bestiame.

E come riportato, sul libro inchiesta: “Militari all’Uranio”, dove si parla anche dei poligoni militari sardi,  l’inquinamento ambientale è derivato non solo dalle esplosioni, ma anche dalle esercitazioni e persino dal materiale rimasto inesploso e ancora custodito nei bunker. Così, nel corso degli anni, si è assistito a molteplici casi non solo di tumori e leucemie, ma anche di gravi malformazioni a danno dei neonati, soprattutto nella zona di EscalaplanoBambini nati con due teste o senza braccia. Persino i pastori sardi hanno riscontrato, negli ovini, numerose nascite con strane malformazioni fisiche. Per non parlare delle colture compresse dalle polveri nocive.

Le sostanze rilasciate attraverso le polveri sottili tossiche nell’aria si introducono nel corpo facilmente e in maniera rapida e tramite inalazione, sia negli animali che nelle persone. Ma i brillamenti delle munizioni capaci di sprigionare nubi nere e bianche e, a seconda del vento, di raggiungere non solo il centro abitato di Quirra, ma anche di Escalaplano,  facevano sì che durante le piogge i detriti giunti fin li si raccogliessero  in buche nel terreno, dove poi i veleni tossici filtravano fino alle falde sotterranee.

E solo grazie ai diretti interessati e alle loro storie che, pian piano e anche qui, si sta cercando di squarciare il muro di silenzio che avvolge non solo i militari delle missioni di pace, ma anche quelli ammalati o, purtroppo, morti intorno alle basi militari sarde. Sia dei soldati che dei civili.

Ad assistere il Comune di Escalaplano nel processo sugli agenti inquinanti c’è l’avvocato Giuseppe Carboni. Il legale più volte ha narrato alla commissione d’inchiesta la drammatica situazione che vede da una parte i cittadini non tutelati e dall’altra i militari impegnati in una sistematica opera di occultamento:  “Quando i militari facevano queste operazioni – ha detto Carboni – non si adottava alcuna misura di contenimento dei danni. Si pensava più ad occultare queste attività. C’era una continua negazione del fatto che si facessero queste cose. Il brillamento di queste armi è stato, per decenni, accuratamente nascosto”.

E dopo due anni di fermo, lo scorso novembre è ripartito il processo che vede imputati alcuni generali del poligono di Quirra. Davanti al giudice monocratico di Lanusei, Nicole Serra, otto ex comandanti del Poligono di Perdasdefogu dal 2004 al 2010 (Fabio Molteni, Alessio Cecchetti, Roberto Quattrociocchi, Valter Mauloni e Carlo Landi e Paolo Ricci) e i comandanti del distaccamento dell’Aeronautica di Capo San Lorenzo: Gianfranco Fois e Francesco Fulvio Ragazzon. Per tutti l’accusa è di omissione aggravata di cautele contro infortuni e disastri, perché non avrebbero recintato e interdetto al pubblico le zone militari dove ci sarebbero state sostanze nocive come l’uranio impoverito, che avrebbero pregiudicato la salute dell’uomo e degli animali.

Il processo era fermo dal dicembre 2014, quando la Regione Sardegna aveva sollevato presso la Corte Costituzionale la questione di legittimità dell’articolo 311 del Testo unico ambientale, che dispone che il risarcimento danni venga chiesto solo dallo Stato. Come rivelato dall’Ansa, il responso della Consulta, arrivato nel giugno scorso, ha riconosciuto la legittimità stabilendo che il dibattimento si poteva riaprire ribadendo che lo Stato è l’unico titolato a ottenere il ristoro dei danni.

Insieme agli allevatori e ai proprietari delle terre adiacenti i poligoni, si sono schierati anche i rappresentanti della Coldiretti per accelerare, si spera, i giusti indennizzi e risarcimenti.

E sì, perché a destare preoccupazione non c’è solo il poligono di Quirra.  Sotto l’attenta osservazione della commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito ci sono anche quelli di Capo Frasca, San Lorenzo e Capo Teulada.

Il nesso causale tra l’aumento dei linfomi e l’inquinamento legato alle esercitazioni, infatti, è ormai sotto gli occhi di tutti. E, poco tempo fa, proprio a Capo Frasca i pescatori del luogo, stanchi di non essere tutelati, avevano messo in piedi una clamorosa protesta a terra e in mare, bloccando persino e per alcune ore le esercitazioni aeree militari.

Come si può constatare, non sono solo i militari ad ammalarsi e morire, ma anche ignari cittadini che rischiano ogni giorno la loro vita a causa dei nocivi agenti patogeni. Perché, oltre la sindrome dei Balcani e  la sindrome dell’Iraq, c’è anche quella dei poligoni in Sardegna. Una storia ancora tutta da definire.

@MaryTagliazucch

 

Riapre la caccia ai lupi: il predatore è lo Stato

in Ambiente da

Uccidere i lupi non è una soluzione. Ha delle conseguenze. Gli allevatori e gli equilibri della natura possono convivere”. Fulvio Mamone Capria, presidente della Lega italiana protezione uccelli, dagli anni ’80 è impegnato soprattutto nella lotta al bracconaggio e nel contrasto alle illegalità ambientali.

Dottor Mamone Capria, qual è la posizione dell’associazione in merito all’emendamento del decreto Milleproroghe che riguarda la riapertura della caccia ai lupi?
“Abbiamo chiesto al ministero dell’Ambiente di stralciare la parte del piano che riguarda gli abbattimenti e la possibilità di uccidere i lupi per motivi scientifici. Appoggeremo il provvedimento se verrà eliminata questa parte indegna. Il piano va bene nella sua complessità, ad eccezione di questa norma. Lo diciamo noi e lo dicono tante altre associazioni ambientaliste. Non solo. Undici regioni italiane hanno chiesto per ora di spostare il voto per modificare il testo.”

Esiste nel testo di legge una spiegazione pratica di come si realizzerebbero questi abbattimenti?
“La garanzia che viene data sugli abbattimenti è relativa alle autorizzazioni dell’Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale, che ne fa una valutazione scientifica rispetto alle specie presenti sul territorio. Ma ciò che è negativo è il messaggio culturale rispetto a un animale che a fatica abbiamo salvato dall’estinzione. Abbiamo speso milioni di euro in progetti nazionali e internazionali. E non abbiamo portato i lupi in Italia, come ha affermato qualcuno, i lupi erano già lì, presenti sul territorio. Abbiamo solo evitato la loro estinzione in zone come l’Abruzzo, la Sila e il Nord Italia. Qui sono diventati anche un’attrazione per i visitatori dei parchi naturali. E queste zone vivono di turismo naturalistico. Possiamo dire che il Pil delle aree protette nazionali non è sottoposto ad alcuna crisi. Animali come l’orso marsicano, il lupo, l’aquila reale, sono stati salvati e ora popolano quelle zone. È un risultato straordinario ed è di questo che il Ministero dell’Ambiente dovrebbe occuparsi. Invece per pochi milioni di euro di danni causati ad agricoltori si sceglie un’altra strada. L’abbattimento non è percorribile, bisogna risarcire e dotare di protezione allevamenti e terreni agricoli. Perché diversamente quello che ora sta accadendo con il lupo accadrà con altre specie animali. E questo in Italia, il Paese con più specie selvatiche in Europa, non si può permettere.”

Perché a suo parere si è arrivati a proporre un testo che prevede la possibilità di abbattere un animale che è stato protetto per 46 anni?
Il Ministero è particolarmente sensibile alle proteste della Coldiretti e di altre associazioni. Ma questa è una risposta forzata che non porterà alcun beneficio agli agricoltori. Se il piano dovesse passare nell’ultima formula si parlerebbe di massimo un centinaio di esemplari abbattuti. Una cifra irrisoria se consideriamo che ogni anno tra 200 e 400 lupi vengono uccisi dai bracconieri, in incidenti stradali o perfino avvelenati. Ma per la Coldiretti restano uno spauracchio e questa soluzione proposta è stupida. La risposta che ha dato il Ministero è una risposta emotiva a fronte di segnalazioni di danni ad imprenditori agricoli. Ma questi lavoratori sono vittime di attacchi di cani inselvatichiti, non di lupi. Il vero obiettivo dovrebbe essere quello di lottare contro il randagismo. I danni causati dai lupi al contrario sono abbastanza limitati. In ogni caso basterebbe dotarsi di strumenti di protezione, come recenti elettrificati che hanno una funzione deterrente o pastori maremmani allenati a respingere i grandi mammiferi. Gli allevatori di ovini e caprini che hanno subito degli attacchi durante il 2016, avevano preso queste accortezze.Non è corretto gestire il patrimonio zootecnico senza tenere conto dei lupi. I lupi sono presenti e non è consigliabile lasciare il bestiame allo stato brado. Ad ogni modo i danni causati dai lupi sono infinitamente limitati rispetto all’offesa che questo emendamento fa alla specie protetta. Sono decenni che portiamo avanti azioni di conservazione e questa via dell’abbattimento è solo un tentativo mascherato di risolvere il problema. Poi, ripeto, nel 90% dei casi, gli attacchi non sono fatti dai lupi ma da cani randagi. Si sta affrontando un problema dimenticando i veri problemi degli agricoltori, ovvero il randagismo, gli animali che girano liberamente.

Per quale motivo secondo lei tutti gli allevatori e agricoltori non prendono provvedimenti di sicurezza?
“Probabilmente ci sono problematiche economiche. Ma anche sistemi di allevamento che prevedono lo stato brado. Se la Regione Toscana, che è la più convinta di voler approvare questa legge, vuole dare un’agevolazione anche finanziaria e risarcimenti in tempi stretti, lo faccia. Questo è un provvedimento a cui si poteva arrivare solo se imprenditori e allevatori avessero fatto di tutto per evitare questi attacchi. Ma l’hanno fatto? Certo un imprenditore deve essere libero di gestire la sua azienda, ma non può lamentarsi se sistematicamente lascia le chiavi nella toppa della macchina e poi un giorno gliela rubano. Ci sono assicurazioni, come l’Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare, che creano polizze multirischio per gli agricoltori (per i danni meteorologici ad esempio). Potrebbero inserire assicurazioni per l’attacco degli animali selvatici. In ogni caso bisogna entrare nell’ottica che è necessario proteggersi. Ho conosciuto esempi di allevatori, durante il mio lavoro al Parco Nazionale dell’Abruzzo, che si permettevano di lasciare cavalli e vacche al pascolo nelle montagne per tutto l’anno. Che sia un fulmine, un orso che uccide, un cavallo o dei lupi che sbranano le vacche, qualcosa accadrà.”

Cosa pensa invece dei presunti casi di attacchi di lupi all’essere umano?
“Lupo, orso, aquila reale, lince. Questi animali che nel nostro immaginario sono paurosi, come gli stessi cinghiali, non attaccano l’uomo. Il lupo scappa se sente l’odore dell’uomo, anche ad alcuni chilometri di distanza. L’uomo è un pericolo per questa specie.”

Ma esiste realmente una crescita pericolosa del numero di esemplari?
“I lupi non sono in sovrannumero, anzi. Controllano gli ungulati (capriolo, cervo, cinghiale, daino) che in alcune aree sono davvero troppi e diventerebbero un problema. Andiamo a sparare al lupo e al tempo stesso ci lamentiamo che ci sono troppi cinghiali. La questione è che si tratta di norme che cercano di facilitare la lobby venatoria e qualche imprenditore che ha avuto dei danni di poco conto, che gli vengono comunque ripagati.”

Secondo il Wwf l’uccisione dei lupi può portare dei problemi anche per gli allevatori.
“L’uccisione non è una soluzione. Andare ad abbattere venti o trenta lupi in provincia di Grosseto può durare qualche mese. E ha delle conseguenze. Se uccidi lupi o cinghiali, che vivono in gruppo, viene destrutturato il branco e si crea un’agitazione. I cinghiali femmine, ad esempio, possono essere indotti ad entrare in calore più facilmente e quindi ad avere più figli, aumentando così la popolazione. L’uso del fucile è una risposta medievale, arcaica, per prendere in giro l’allevatore. Arriva il Ministero dell’ambiente con ISPRA, uccide qualche esemplare e problema risolto.”

Qual è invece il vostro ruolo nel cercare soluzioni a questa situazione?
“Dei lupi se n’è occupato prevalentemente il Wwf. Ma tutte noi associazioni, mettiamo in piedi progetti per favorire l’alimentazione di questi animali. L’avvoltoio, ad esempio, stava scomparendo. Il grifone, il capovaccaio, il gipeto. Varie specie sono fondamentali anche per gli agricoltori, perché mangiano le carcasse e costituiscono la fine della catena alimentare. Oggi fortunatamente sono in incremento. Così, ad esempio, se una pecora muore lungo un percorso di transumanza, interviene un grifone, lo spazzino delle campagne. Anziché bruciare la carcassa in uno stabilimento pubblico, viene portato nei carnai o diventa cibo per gli avvoltoi. Questa è la dimostrazione che le necessità degli allevatori e gli equilibri della natura possono convivere.

Il Wwf stima in 150 esemplari il numero dei lupi alpini, mentre sono in media 1500 i lupi che popolano l’Appennino.  Ma si hanno ad oggi delle conoscenze precise riguardo al numero dei lupi sul territorio italiano?
“In Italia esiste una sola specie di lupo, il lupo europeo. I numeri oscillano, tra 1500 e 4000 esemplari. È difficile fare un monitoraggio certo. L’Ispra ha fatto un lavoro in merito, e anche nei Parchi Nazionali c’è una conoscenza maggiore. Ci rendiamo conto che parlare dell’abbattimento di 50 o 100 esemplari è qualcosa di ridicolo? È invece molto pericoloso sparare al lupo per il messaggio che si lancia alle persone, ai ragazzi: come se il lupo fosse tornato a essere l’animale cattivo che, in realtà, non è mai stato. E decine di migliaia di esemplari fossero pronti ad attaccare. Ma tutto questo non è vero. Il lupo ha paura dell’uomo!! Se vede l’uomo scappa e continuerà a scappare.”

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