La Percezione Della Sicurezza

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Ambiente

Ambiente: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sull' ambiente in cui viviamo e i cambiamenti che lo riguardano.

Ambiente, il Mediterraneo è un mare di spazzatura: 60 mila rifiuti presenti

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
Marine Litter

Una delle più grandi isole di rifiuti fluttuanti del Pianeta potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo. Il Mar Mediterraneo si classifica tristemente nelle sei zone di maggiore accumulo di rifiuti galleggianti della Terra. A dirlo è una ricerca di Legambiente, Clean up the Med, la più grande campagna di volontariato “da spiaggia” mai organizzata, che ha portato alla luce una situazione preoccupante sui litorali mediterranei, Italia inclusa.

Più di cento spiagge monitorate nel 2017, in tutto il bacino del Mediterraneo (di cui 29 in Italia), hanno portato alla luce quasi 60.000 rifiuti, 561 ogni 100 metri: buste di plastica, mozziconi di sigaretta, tappi di bottiglia, stoviglie e cotton fioc quelli più diffusi. Non solo oggetti gettati sull’arenile, i rifiuti arrivano da navi e barche, dagli scarichi di case private e fabbriche, e vengono trasportati dalle correnti marine fino ai punti più nascosti. Qualche settimana fa, il The Guardian ha raccontato come un piccolo atollo disabitato nel mezzo dell’Oceano Pacifico sia uno dei luoghi più inquinati del mondo, coperto da 38 milioni di pezzi di plastica. Il marine litter raggiunge tutti i luoghi del pianeta, creando danni enormi per il suo ecosistema. Quasi l’80% delle tartarughe marine muoiono per l’ingestione di rifiuti, ma gli stessi microorganismi che nutrono i pesci di cui ci alimentiamo si cibano di micro-plastiche, entrando nella nostra catena alimentare. Come scrive Julie Andersen sul Los Angeles Times: “Esiste una grossa bugia sulla plastica – che si possa buttare via. Ma non è vero, non esiste nessun via”. I materiali che finiscono in mare, infatti, non sono quasi mai biodegradabili e rimangono nell’acqua o sulle spiagge per decenni, disgregati dai raggi ultravioletti che finiscono per trasformarli in residui invisibili.

Sulla penisola italiana ogni 100 metri di spiaggia si trovano 15 buste di plastica, una media inferiore a quella europea (25), che denota comunque una tendenza al marine litter (l’inquinamento umano di laghi, mari e oceani). Legambiente e Goletta Verde da anni indagano questo fenomeno sui litorali italiani, anni che sembrano passati senza trovare rimedi e soluzioni. Alcune Regioni hanno reso più severe le pene per chi abbandona rifiuti sulla spiaggia, ma i mari soffocati dai rifiuti non smettono di crescere. Un danno non solo per la salute, ma anche per il turismo e l’economia. Nell’epoca della condivisione e delle recensioni online, TripAdvisor si riempie di immagini di litorali inquinati e colmi di rifiuti. Non certo una buona pubblicità per chi cerca di incrementare il flusso turistico durante i mesi estivi. I danni dell’inquinamento sono quantificabili in 8 miliardi di dollari l’anno: più di 400 milioni proprio per la pulizia delle spiagge, circa 60 per il settore pesca, insieme vittima e colpevole della contaminazione.

Durante la Giornata degli Oceani, lo scorso 8 giugno, Legambiente ha presentato all’Onu una gamma di soluzioni per salvaguardare mari e spiagge dall’invasione della plastica. Sette punti che prevedono una più ampia collaborazione internazionale, ricerca scientifica e un lavoro sulla consapevolezza dei cittadini. Un lavoro discusso anche due giorni dopo il G7 di Bologna. Analizzando le tipologie dei rifiuti (secondo un protocollo sviluppato dal Technical Subgroup on marine litter) emerge come una grossa fetta dei detriti arrivi da packaging e prodotti usa e getta. Proprio per questo l’attenzione maggiore, come ha dichiarato il direttore generale di Legambiente Stefano Ciafani, si concentra sull’abolizione delle buste di plastica in tutti i Paesi del Mediterraneo entro il 2020. Grazie alla legge del 2006 (che vieta i sacchetti di plastica non compostabili), in Italia si è registrata in dieci anni una riduzione del 50% dei sacchetti di plastica in mare.
Turn the tide”, cambiare la corrente e il ciclo della plastica per salvare il destino degli oceani, e quindi quello umano, rimane una sfida globale. Secondo il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, “lo stato degli oceani è preoccupante come mai nella storia e il rischio concreto è che nel 2050, il numero dei pesci nei nostri mari sia inferiore a quello dei rifiuti di plastica”.

Sebbene la consapevolezza ambientale sia esponenzialmente cresciuta negli ultimi decenni, i governi sono spesso più indietro rispetto alla citizen science. Mentre Trump annunciava l’ uscita degli Stati Uniti dagli accordi di Parigi sul clima, il 9 giugno sulle coste della California sono state rimosse 700,000 libbre di rifiuti. Come riporta il San Francisco Chronicle, proprio l’evento newyorchese delle Nazioni Unite ha coinvolto la California Coastal Commission nel Cleanup Day. Nello stesso giorno, anche in India è stata inaugurato il Beach Marine Environment Protection Council, un’iniziativa alla quale hanno partecipato istituzioni scolastiche, albergatori e associazioni turistiche, per ripulire i tratti di costa nei pressi delle proprie attività. I Paesi in grande crescita come India e Cina hanno sviluppato una particolare sensibilità verso la sorte dei nostri oceani, perché responsabili di una grossa percentuale della produzione globale di plastica (322 milioni di tonnellate nel 2015).

Di fronte a questi dati allarmanti e destinati a crescere, l’iniziativa indiana medita di portare avanti lo sviluppo di nuove strategie di riciclo e limitazioni degli scarichi a mare. Ma anche altri Paesi stanno regolando in maniera decisa l’uso della plastica. In Indonesia l’obiettivo è abbattere del 70% il marine litter entro il 2025, l’Uruguay è pronto a inserire una tassa sulle buste usa e getta, mentre Rwanda, Bangladesh e Kenya hanno già bandito i sacchetti di plastica. Gli Stati Uniti, insieme al Canada, hanno previsto inoltre di bandire i microgranuli di polietilene utilizzati in numerosi prodotti cosmetici, non biodegradabili e considerati alla stregua delle sostanze tossiche. Leggi e regolamentazioni da un parte, iniziative popolari dall’altra, per rimediare alle 150 milioni di tonnellate di rifiuti già presenti nei nostri oceani. Ad aiutare i cercatori di plastica nella corsa al rispetto ambientale, arriva il supporto della tecnologia. The Plastic Tide utilizza i droni per rintracciare i rifiuti lungo le coste della Gran Bretagna. Dalla pagina del sito si accede alle foto aree scattate dai droni e all’interno di ogni immagine si possono taggare e classificare i vari tipi di rifiuti. Un punta e clicca per la salute del Pianeta.

Clima, Le scelte di Trump stimolano il paradosso: Cina leader contro le emissioni

in Ambiente/Internazionale da

Lo ha annunciato dal prato della Casa Bianca solo pochi giorni prima della giornata mondiale dell’ambiente. Il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, ha deciso che il suo Paese si ritirerà dagli accordi di Parigi sul clima. I termini andranno, quindi, rinegoziati almeno per quanto riguarda le parti non vincolanti stabilite alla Cop21. Era una delle promesse fatte in campagna elettorale dal tycoon, quella di intervenire sulle “disastrose” (così le ha definite) scelte fatte dal suo predecessore Obama in materia di riduzioni delle emissioni inquinanti. Lo slogan “America First” è stato onorato.

L’accordo di Parigi, secondo Trump, lederebbe gli interessi delle industrie pesanti americane e in generale di tutto il comparto energetico: gas, carbone e petrolio. Gli annunci rivolti ai minatori del West Virginia e del Wyoming sono stati così rispettati, se non per la difesa dei loro posti di lavoro, quanto meno con una decisione dalla forte incidenza simbolica. Negli ultimi anni in particolare gli Usa hanno puntato molto sul fracking (particolare tecnica estrattiva del petrolio o dei gas presenti nelle formazioni rocciose) per soddisfare il fabbisogno interno di energia, senza dover ricorrere al petrolio dei paesi arabi (sauditi in primis).

La decisione di Trump dovrebbe portare a un maggiore isolamento degli Stati Uniti rispetto al tema del cambiamento climatico, spingendo Europa e Cina in un’insolita intesa, almeno per quel che riguarda la corsa alla riduzione delle emissioni sancita nella Cop21. Un’armonia confermata dalla dichiarazione congiunta dei vertici istituzionali di Italia, Francia e Germania, in cui si esprime rammarico per l’uscita degli Usa, ma viene ribadita allo stesso momento la non negoziabilità dell’accordo di Parigi. Uno scenario economico nuovo e incerto sembra così delinearsi per il settore della green economy mondiale, soprattutto se le conseguenze dovessero essere quelle paventate, non solo da ambientalisti ma da studi scientifici internazionali, ovvero di un aumento significativo delle emissioni di gas serra prodotte dagli Stati Uniti.

“L’uscita degli Stati Uniti complica e rallenta il processo, ma non può bloccare il cambiamento epocale che è in atto: la lotta ai cambiamenti climatici sta diventando sempre più una preoccupazione trasversale – spiega a Ofcs Report la presidente di Legambiente, Rossella MuroniSe Trump ha un merito è quello di aver consolidato il fronte a favore del clima, che in passato era stato timido se non evanescente, a Parigi sino all’ultimo c’era incertezza sull’esito degli accordi. La stessa dichiarazione congiunta Italia, Francia e Germania nasce proprio come una reazione all’uscita di Trump e va nella direzione di maggiore unità e di una leadership forte, non solo a livello europeo, sul tema dei mutamenti climatici e delle energie rinnovabili”.

L’accordo di Parigi è stato firmato nel dicembre 2015, al termine della Conferenza sui cambiamenti climatici, detta anche Cop21. L’intesa sul clima prevede un impegno, “non vincolante”, per mantenere l’aumento medio della temperatura mondiale al di sotto dei 2 gradi centigradi, rispetto ai livelli dell’epoca preindustriale. Un punto di partenza importante, per chi lo aveva siglato, nel responsabilizzare i paesi aderenti in una logica di coordinamento e di rilancio delle energie rinnovabili. In ogni caso, dopo i 4 anni dalla firma è prevista sia la possibilità di recedere dagli accordi presi precedentemente, che quella di rientrarvi eventualmente in futuro.

Un impegno che sarà rispettato dalla Cina, primo paese al mondo per emissioni di Co2, che ha investito solo nel 2015 il doppio degli Usa nelle tecnologie pulite (110 miliardi di dollari contro i 56 degli Stati Uniti), puntando a diventare paese guida a livello mondiale nella corsa alla decarbonizzazione (il doppio dei paesi G7). Il gigante asiatico è quello che ha speso più di tutti in assoluto nelle energie rinnovabili: 288 miliardi di dollari impiegati in energia pulita solo lo scorso anno (fonte Bloomberg). Ai numeri si è aggiunto un ulteriore smacco per l’amministrazione a stelle e strisce. Il suo ambasciatore a Pechino, David H. Rank, si è dimesso negli scorsi giorni dall’incarico in segno di protesta contro la decisione di Trump nel dire addio all’accordo sul clima.

Secondo recenti studi, qualora gli Stati Uniti non dovessero rispettare gli accordi di Parigi, si stima che le emissioni si ridurrebbero solo del 15-19% rispetto ai livelli del 2005, anziché tra il 25 e il 28%, come stabilito dagli impegni presi dall’allora presidente Barack Obama. Il paradosso è che il paese che più inquina al mondo, la Cina, si appresta così a diventare leader mondiale nello sviluppo delle energie rinnovabili.

@GargaDani

 

Pantelleria, piantare 10.000 alberi per far rinascere l’isola

in Ambiente da
Pantelleria

Quattro giorni solo per spegnerlo, 600 ettari di bosco e di vegetazione andati in fumo, lo stato di emergenza richiesto dal Comune. L’incendio doloso appiccato da ignoti sull’isola di Pantelleria il 29 maggio del 2016 è ancora una ferita dolorosa per i suoi abitanti. L’evento è stato considerato un vero e proprio disastro ambientale di dimensioni enormi, se pensiamo che a bruciare fu il 10% dell’intera superficie dell’isola: per lo più pini marittimi e di Aleppo, piante e arbusti tipici della macchia mediterranea.

A quasi un anno dall’incendio è partita la campagna di crowdfunding “10.000 alberi per Pantelleria”, che punta a risanare almeno in parte quel largo squarcio apertosi nella quinta isola italiana per superficie. Il progetto di finanziamento sul web è stato ideato e realizzato dal Comitato Parchi per Kyoto, in collaborazione con il Comune di Pantelleria, Federparchi-EuroParc Italia, Kyoto Club, Legambiente, Marevivo e il Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali (SAF) dell’Università degli Studi di Palermo.

Il crowdfunding ha l’obiettivo di ripristinare in parte la vegetazione caratteristica dell’Isola con la riforestazione di circa 10-15 ettari (da 1.000 a 700 alberi a ettaro). Verranno ripiantate specie autoctone nelle aree colpite dalle fiamme, in particolare nuovi alberi e piante ottenuti da semi già raccolti a Pantelleria nel rispetto della biodiversità locale. Un patrimonio naturale quello dell’isola che vantava specie rare, come il pino di Aleppo, il pino marittimo, lecci, piante e arbusti caratteristici della macchia mediterranea, che saranno in seguito manutenute per 5 anni. L’intervento vuole ricostruire non solo l’immagine ma anche l’identità culturale di un territorio che vive di turismo e dei suoi prodotti eno-gastronomici noti in tutti il mondo.

L’incendio provocò la distruzione di 600 ettari di boschi e di vegetazione autoctona, uno dei più disastrosi avvenuti sull’isola negli ultimi 35 anni. Le responsabilità rimangono ancora ignote ma proprio per evitare che l’inquinamento delle risorse naturali finisse in mani sbagliate, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su richiesta dell’attuale sindaco Salvatore Gino Gabriele, ha istituito nel luglio del 2016 il Parco Nazionale di Pantelleria. Il primo del suo livello in Sicilia e il 24° dell’intero territorio italiano, che aspetta però ancora di avere un presidente e una governance ben definita.

Proprio in questi giorni si sta discutendo alla Camera un disegno di legge che prevede un progetto di riforma dei Parchi nazionali e delle Aree protette marine e regionali, modificando il testo già approvato dal Senato, tra qualche perplessità e critiche di osservatori del settore e associazioni ambientaliste. La riforma doveva essere votata negli scorsi giorni ma non è ancora stata calendarizzata. “Sembra una discussione solo per addetti ai lavori – spiega a Ofcs Report Rossella Muroni, presidente di Legambiente – è mancato un confronto culturale e politico alto su quale dovrebbe essere il nuovo ruolo dei parchi in sintonia con la loro missione originaria di conservazione della natura”.

Il punto cardine della riforma è l’istituzione di piani triennali per lo sviluppo dei parchi, uno strumento di programmazione nazionale per tutto il sistema che prevede un finanziamento di 10 milioni di euro per garantire stabilità economica alle aree protette. “Spero che non si torni indietro in questa decisione – continua Muroni – è ora che si faccia sistema perché le aree regionali sono state sempre figlie di un dio minore”.

Su altri elementi sembra esserci meno condivisione soprattutto sul metodo. L’abolizione dell’albo dei direttori, introdotto per legge nel 1991, e il tema della governance. All’interno dei consigli direttivi dei nuovi enti dovrebbero entrare a far parte anche pescatori e agricoltori nel tentativo di estendere le responsabilità nella salvaguardia e nello sviluppo del territorio. “Per accontentare un po’ tutti si è preferito un meccanismo barocco – sottolinea Muroni – nel senso che se c’è un bando di gara chi vince deve diventare direttore e invece c’è un secondo passaggio affidato a una commissione: tanto vale fare un concorso come si faceva in altri ambiti. In ogni caso, urlare allo scempio dei parchi e prefigurare nuovi organismi di equilibro di potere nella loro gestione, non è utile a nessuno”.

Oggi il sindaco di Pantelleria, che vanta il primo parco nazionale in Sicilia, chiede che il suo territorio possa essere rilanciato attraverso una guida forte del parco. Il Comune ha già coinvolto gli studenti delle scuole del territorio per individuare il logo dell’ente statale. Un’operazione simbolica per coinvolgere le nuove generazioni in un cambiamento culturale che possa tenere insieme la conservazione del patrimonio paesaggistico dell’isola e il tentativo di ricostruirne il tessuto sociale e agricolo.

@GargaDani

Rifiuti elettronici, in pochi conoscono rischi per la salute

in Ambiente da
Raee

Torino come cartina tornasole del Paese nella scarsa conoscenza dei Raee, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Ben il 37% dei cittadini del comune sabaudo non conosce affatto questa tipologia di rifiuti, molto pericolosi per l’ambiente, a fronte di una media nazionale del 42%. Solo il 13% sa di cosa si sta parlando mentre la metà conosce la materia solo superficialmente.

È quanto emerge dall’indagine di Ipsos Italia per Ecodom e Cittadinanzattiva sui comportamenti degli italiani nella gestione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), i cui dati sono stati presentati durante il seminario “Gli Italiani e i RAEE: dall’uno contro uno all’uno contro zero”, tenutosi presso la Casa dell’Ambiente a Torino.

Quasi per la metà degli intervistati dei cittadini torinesi, il livello di pericolosità scaturito dall’abbandono di questi rifiuti per la salute e per l’ambiente è elevatissimo. Un dato in crescita che fotografa come tra chi è più sensibile all’argomento aumenti la percezione del rischio sicurezza. Le ricadute sono sul suolo, sull’aria e sull’acqua – ha risposto l’85% del campione – mentre le preoccupazioni maggiori sono da addebitare alla presenza di sostanze inquinanti contenute in alcuni componenti (51%) e al fatto che gli apparecchi elettronici non siano biodegradabili (60%).

I Raee rappresentano, infatti, la categoria di rifiuti in più rapido aumento a livello globale con un tasso di crescita del 3-5% annuo, tre volte superiore ai rifiuti normali. Secondo l’Onu sono tra i 20 e i 50 milioni le tonnellate di rifiuti di alta tecnologia nel mondo. Nel nostro paese nell’ultimo anno la quantità di materiale raccolto è aumentata del 14% rispetto a quello precedente – come si legge nel 9° rapporto sui Raee del Centro coordinamento Raee – ma quello che preoccupa maggiormente gli addetti ai lavori e gli esperti del settore è il commercio illegale di rifiuti e la pratica dell’abbandono, ancora persistente in alcune regioni. Frigoriferi, condizionatori, congelatori, televisori, monitor e computer, se depositati per lungo tempo, possono compromettere lo stato del suolo o dell’aria o ancora provocare danni alla salute. Specie se non vengono smaltiti correttamente, sia all’interno degli impianti di incenerimento per la termodistruzione, che all’esterno nei roghi tossici abusivi.

Un altro dato rilevante emerso dall’indagine Ipsos è la scarsa conoscenza del cosiddetto decreto “uno contro zero”, che da giugno 2010 obbliga i venditori di prodotti elettrici ed elettronici al ritiro gratuito dell’apparecchiatura dismessa, a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto equivalente. Un provvedimento cui ha fatto seguito nell’aprile del 2016 il nuovo decreto “uno contro zero”, che stabilisce la consegna gratuita dei Raee di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm) nei negozi più grandi ma senza alcun obbligo di acquisto da parte del cittadino. Su questo aspetto normativo, Torino guida la classifica in segno positivo con il 32% delle persone che sono al corrente di questa modalità di dismissione contro il 43% che ne è ancora all’oscuro. A livello nazionale la media è del 30% per chi dichiara di conoscere questo tipo di smaltimento mentre il 44% afferma di non conoscerlo ancora. Chi ha usufruito del servizio è stato il 42% degli intervistati (in media 2,6 volte) su tutto il territorio nazionale.

Va registrato, inoltre, un aumento della consapevolezza rispetto alle responsabilità dei cittadini stessi, rispetto agli scarsi risultati ottenuti nella raccolta dei Raee. Ben il 35% riconosce i propri errori, chiamando in causa le amministrazioni pubbliche nel 30% dei casi (in calo del 9% rispetto al 2011) mentre nelle Isole la quota arriva al 37%. Responsabilità che gravano anche sul canale distributivo (13%), seguito dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (11%).

@GargaDani

Puglia, Salento in trincea: anche i bambini fermano il gasdotto Tap

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

“Non ci fermiamo qui”, dichiarava esattamente una settimana fa Marco Potì, sindaco del comune di Melendugno e capostipite istituzionale della protesta contro il gasdotto Tap, i cui lavori di installazione sono iniziati la scorsa settimana con lo spostamento di 211 ulivi, di cui ne sono stati finora prelevati 193. Una protesta che sabato ha ottenuto la sua prima vittoria, quando i bambini sono arrivati alla testa del corteo che bloccava la strada ai camion che trasportavano gli ulivi espiantati nelle campagne di Melendugno fino al loro sito temporaneo, facendo abbassare gli scudi agli agenti in tenuta antisommossa e decretando di fatto la fine delle operazioni di espianto per quella giornata.

Il Tar blocca l’espianto

A distanza di qualche giorno, in aiuto dei No Tap è arrivato  il Tar del Lazio che, accogliendo un ricorso della Regione Puglia, ha sospeso la nota del ministero dell’Ambiente che dava via libera ai lavori.  Fino al 19 aprile, giorno dell’udienza e del verdetto, gli ulivi non verranno portati via. Il Tribunale amministrativo del Lazio, però, sottolinea che essendo già stato avviato l’espianto, la sospensione chiesta dalla Regione Puglia può essere accordata “ai soli fini dell’immediato riesame dell’atto impugnato”. La sospensione vale sino al 19 aprile, giorno in cui ci sarà l’udienza di merito e quindi il verdetto del Tar.

Una vittoria simbolica, senza dubbio, visto e considerato che l’espianto dei primi 211 alberi è quasi terminato (ne rimangono solo 18), e che con ogni probabilità la multinazionale procederà con i lavori. Ma è comunque una vittoria, la vittoria di tutta la gente comune che si oppone al progetto del gasdotto, che da settimane ormai supporta apertamente i manifestanti e gli attivisti del Comitato no tap con cibo e acqua, insieme a sostenerli moralmente e psicologicamente. E l’impressione è quella di un movimento in crescita: se durante i primi due giorni degli espianti le persone presenti al Presidio no tap erano poco più di duecento, sabato (complice anche il weekend) a bloccare i camion con gli ulivi erano più di mille, con bambini e passeggini al seguito, per arrivare a punte di 2.000-3.000 persone durante la manifestazione tenutasi nella piazza centrale del capoluogo Lecce nella serata di domenica.

Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica

La protesta corre di telefono in telefono, di post in post, venendo coordinata attraverso gruppi WhatsApp, mentre su Facebook procede l’aggiornamento video degli altri manifestanti attraverso lo strumento delle dirette. Nonostante i timori filtrati dai ranghi delle forze dell’ordine, i manifestanti del Presidio no tap hanno fatto proprio l’invito del sindaco di Melendugno alla non violenza, e non c’è traccia delle tanto temute infiltrazioni di anarchici e violenti provenienti da tutta Italia.
Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica, ma che incassa di fatto un appoggio “pesante”, quello dell’esponente di punta del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista. “È giusto scendere in piazza e protestare, non è un atto eversivo. Ognuno di voi chiami due tre amici e domani vada al presidio. Non dovrete sbagliare niente, non dite nemmeno le parolacce, si attaccheranno a tutto” dice Di Battista in un discorso tenuto domenica pomeriggio sul lungomare di San Foca, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal cantiere Tap, accompagnato dagli immancabili cori “Ladri” e “Tutti a casa”: il Movimento 5 Stelle è decisamente entrato in partita a gamba tesa, accolto con non troppo dissimulato favore, se non dalla testa del Presidio, quantomeno dalla sua pancia.

I sindaci scendono in campo e scrivono a Mattarella

Sul fronte locale si allunga la lista dei sindaci che hanno deciso di aderire all’appello che verrà inviato al Presidente della Repubblica, per chiedere una sospensione dei lavori. Sono 94 finora le firme finora raccolte, su 97 comuni della provincia di Lecce.

Lunedì sono state quasi 500 le persone presenti di fronte ai cancelli del cantiere, mentre le strade di accesso sono state bloccate da pietre e materiali di risulta. Risulta essersi rafforzato il fronte No Tap, raggiunto anche da 30 manifestanti provenienti da Torino e dalla Val di Susa. Una struttura quasi paramilitare, quella del presidio: tende con cucina da campo in comune, turni di guardia la notte, per dormire e per tenere la zona sotto controllo, monitorando gli spostamenti delle forze dell’ordine e degli operai Tap, memori dell’esperienza di sabato, dove i lavori sono iniziati quasi a sorpresa alle 6 di mattina nonostante si vociferasse di un possibile rinvio a lunedì da parte della Prefettura, da questa però mai confermato. Anche il terreno antistante i cancelli del cantiere, su cui ha sede la base operativa del presidio No Tap, ha una storia che sa di collaborazione e fratellanza popolare. Semplici le parole nel merito di Alfonso Martano, padrone del campo: “Questi alberi li ho visti crescere qui, e voglio vederli restare al loro posto”. Ambizioso invece un altro progetto: quello di organizzare a Melendugno uno dei concerti del primo maggio, con l’obiettivo di trasformarlo in una grande manifestazione no tap. Progetto che rimane solo allo stato di idea, per il momento. Ma che rende giustizia alle ragioni e alle dimensioni di una protesta che non fa altro che crescere ed allargarsi.

Gpl a Chioggia: manca autorizzazione per l’ampliamento

in Ambiente da
Chioggia

Non ci sono le autorizzazioni necessarie: l’impianto gpl non può essere ampliato. E’ un vero e proprio colpo di scena quello avvenuto nei meandri della burocrazia che governa le sorti di un progetto tanto discusso. Del resto non poteva passare inosservato ancora per troppo tempo: si parla di un impianto di stoccaggio gpl da 9000 metri cubi di gas che sorge a sud di Venezia, a Chioggia. Tre grandi cisterne posizionate nel bel mezzo della laguna veneta, considerata patrimonio dell’Unesco.

Uno sfregio urbanistico-ambientale, come aveva già rivelato Ofcs.report il 15 marzo scorso, contro il quale i cittadini, insieme al comitato No deposito Gpl Chioggia, stanno combattendo per portare avanti la loro battaglia legale.

L’impianto, infatti, era stato presentato inizialmente come bunkeraggio di gasolio marino da 1350 metri cubi e previsto come da regolamento nel Piano Regolatore del porto per il fabbisogno di carburante di navi, pescherecci e barche da di porto.

Successivamente si è ottenuta un’istanza con la quale si autorizzava l’ampliamento per 9.000 metri cubi di Gpl, per il riscaldamento e il fabbisogno energetico del Nord Italia. Aumentando di 9 volte le dimensioni, rispetto il progetto iniziale, e cambiando anche il prodotto che da gasolio (liquido) è diventato Gpl (gas), per un investimento effettivo di  20 milioni di euro.

I tre serbatoi gpl

 

L’impianto gpl che sorge nella laguna a sud di Venezia

Presunte irregolarità che stanno venendo alla luce, specialmente dopo l’esposto contro l’impianto di stoccaggio gas presentato dal Comune alla sovrintendenza di Venezia e al comando dei carabinieri della tutela del patrimonio culturale. Come afferma lo stesso presidente del comitato ‘No deposito Gpl’,  Roberto Rossi: “Abbiamo scoperto che la legge che in qualche modo permetteva di far sì che qualsiasi tipo di variante fosse implicita, in realtà è entrata in vigore solo il 1 gennaio del 2015. La Sogocas, la ditta che ha presentato istanza per l’ampliamento di 9000 metri cubi di Gpl, avrebbe dovuto richiedere quindi regolare licenza al Comune. Ma di fatto, come sembra anche dal parere degli uffici regionali e comunali, questo titolo edilizio manca”, prosegue il presidente del comitato.

 

Roberto Rossi, Presidente Comitato NO Gpl Chioggia

“Per questo l’amministrazione comunale ha presentato quesito al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico). E, nonostante si attenda una risposta certa, ripeto, sembrerebbero esserci tutti gli estremi per dichiarare e configurare l’impianto come abuso edilizio. Non solo – prosegue Rossi –  a sostegno di questo, a inizio marzo è stata presentata un’interrogazione alla Camera da parte del deputato M5S, Villa. E a fine marzo è arrivata la risposta a questa interrogazione, da parte del viceministro del Mise, Teresa Bellanova, che dichiarava sostanzialmente che la precedente autorizzazione ministeriale non provoca implicitamente la variante urbanistica. Quindi – spiega – rimangono regolari le condizioni iniziali approvate, che fanno riferimento al piano regolatore del porto. Un piano che specifica come l’area può essere destinata solo a bunkeraggio, ovvero rende possibile solo l’iniziale progetto di 1.350 metri cubi di gasolio marino. Detta interrogazione è stata seguita nel dettaglio anche dal dottor Carlo Giacomini, consulente del comitato ‘No Gpl’”.

“In attesa di avere conferma di questa mancanza di licenza edilizia – riprende Rossi – abbiamo un incontro  giovedì con l’amministrazione comunale. In relazione a questo potremo poi muoverci legalmente per chiedere il blocco definitivo del cantiere. Ovviamente insieme al Comune, che dopo le dovute verifiche ha di fatto l’autorevolezza per intervenire”.

Manifestazione del comitato

La battaglia del comitato ‘No Gpl’ Chioggia, e di tutti i cittadini, prosegue in attesa che la magistratura faccia il suo corso. Prosegue, ma senza la ‘benedizione’ del vescovo di Chioggia che, come riferisce Roberto Rossi, “anziché schierarsi con i suoi fedeli ha addirittura intimato, attraverso una circolare, gli altri uffici ecclesiastici con indicazioni precise di non darci spazi per eventuali riunioni”.

“Un paradosso – prosegue Rossi – se si pensa che la nostra associazione si era costituita proprio all’interno di uno dei locali della Caritas. Di questo, io e gli altri sostenitori del comitato siamo rimasti a dir poco rammaricati. Il nostro manifestare infatti non è rivoluzionario, né una lotta verso la controparte, la Sogocas in questo caso. Non siamo contro l’impianto a priori. Anzi, se fosse a norma sarebbe stato accolto volentieri, come nuova risorsa lavorativa. Chiediamo solo che la giustizia faccia il suo corso per il bene di tutta la cittadinanza nei tempi e modi previsti dalla legge”.

@MaryTagliazucch

Gasdotto, sindaco di Melendugno: “Non ci fermiamo qui”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, non finirà qui”. Lo ha dichiarato a Ofcs Report il sindaco di Melendugno Marco Potì.

All’indomani della protesta dei NoTap a Melendugno,in provincia di Lecce, la situazione non sembra migliorare. La tensione è ancora alta tra le forze dell’ordine e i cittadini del Salento che manifestano
il proprio dissenso per la costruzione del gasdotto che porterà la fornitura di gas azero in Europa. Davanti ai cancelli, insieme al sindaco Marco Potì, anche altri 10 colleghi dei paesi vicini che sin dalla mattina presto
hanno protestato insieme ai manifestanti. I 10 sindaci sono stati portati via di peso dalla polizia insieme agli altri dimostranti. Ingente la presenza delle forze dell’ordine, circa un agente ogni due manifestanti , che hanno presidiato la zona per tutelare i lavori in corso di espianto degli ulivi.
Il presidio del comitato No Tap è presente sul posto da circa quattro giorni.  Intanto i camion che trasportano le piante continuano a uscire dai cancelli. Non si sa ancora quante persone rimarranno fuori a manifestare ma sembrerebbe certa la permanenza dei primi cittadini.

Gasdotto, disordini in Puglia: No Tap contro espropri terra e ulivi /VIDEO

in Ambiente/Video Report da

Scontri e proteste. A Melendugno, in provincia di Lecce, contrada San Basilio, dove ha preso il via la costruzione della Tap, il gasdotto che dovrebbe permettere la fornitura di gas azero in Europa, e che passerebbe attraverso Grecia e Albania prima di approdare sulla costa italiana, all’altezza della località turistica salentina di San Foca, martedì sono scoppiati i disordini tra manifestanti No Tap e forze dell’ordine.  Cantiere aperto in un clima di altissima tensione con i comitati No Tap e semplici cittadini, venuti a manifestare il proprio dissenso di fronte ai cancelli con l’obiettivo di idealmente impedire l’accesso dei camion che avrebbero dovuto trasportare via gli alberi eradicati. Obiettivo presto abbandonato: la massiccia presenza di forze dell’ordine forza prestissimo il blocco, e con metodi sbrigativi divide i manifestanti in due gruppi, isolandone uno ed allontanando l’altro per permettere ai camion di entrare nel cantiere e portare via le piante.

Perché chi costruisce questo mostro ecologico non ci mette la faccia? Perché non si prende le sue responsabilità?” urla Luca, un giovane della provincia, in direzione degli agenti che lo bloccano insieme agli altri manifestanti al bordo della strada sterrata che porta ai cancelli del cantiere. “È un evento che così tante persone si siano mosse e siano venute a manifestare – spiega – considerando la mentalità del Sud, dove sei educato a badare solo a te stesso e ‘farti i fatti tuoi’ sin da bambino”.
Tra le grandi nuvole di polvere, sollevate dai camion che passano ogni 15-20 minuti, sono tante le urla: “Ma non la sentite anche voi, questa puzza di soldi, questa puzza di mafia?” grida Giovanni, un agricoltore sessantenne della zona. Gli argomenti dei manifestanti sono dei più vari: c’è chi si scaglia contro il fattore antiecologico dell’opera, chi contro gli espropri di terra e di ulivi ai proprietari, e chi vaticina conseguenze catastrofiche sul turismo della regione. I toni usati sono generalisti, gentisti e a tratti minacciosi: “Il popolo verrà a prendervi a casa”, minacciano alcuni presenti da dietro le sbarre del cantiere, in direzione degli operai. Ma i manifestanti nutrono rancori anche nei confronti dei giornalisti presenti: “Devi dire tutto quello che è successo! Altrimenti la prossima volta vi rompiamo la testa! A tutti!”, minacciano in dialetto alcuni contadini inferociti contro dei colleghi della locale Telenorba.

Presenti nella folla anche diversi sindaci del circondario di Melendugno, e la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Lezzi. Ed è in questo momento che accade il peggio: mentre il gruppo di manifestanti rimasto isolato dalla prima carica nel mattino spinge per liberarsi e ricongiungersi al grosso del presidio, una seconda violenta carica viene lanciata contro i manifestanti, i quali reagiscono generando uno scontro che dura alcuni interminabili minuti, coinvolgendo anche alcuni dei sindaci presenti. Otto feriti tra forze dell’ordine e manifestanti, che non hanno fatto che esasperare gli animi, spingendo le frange più “interventiste” della folla ad azioni più decise e violente, subito sedate dagli agricoltori presenti: “Non fate scontri inutili, fate assemblee!” urla distintamente uno di essi, levando di mano un fumogeno ad un giovane indossante una felpa del gruppo Ultras Lecce, gruppo già noto per essere stato in passato autore di atti violenti ed intimidatori dentro e fuori lo stadio comunale del capoluogo salentino. Alcuni discutono animatamente circa l’inutilità dell’azione pacifica, scontrandosi verbalmente con chi lì protesta veramente per terra ed alberi. Vengono anche lanciati alcuni sassi contro i camion che trasportano gli alberi, che fanno la spola per caricare le piante eradicate. Ma, a parte qualche sporadico attimo di tensione, tutto in qualche modo procede nella tranquillità fino a sera. Una tranquillità a tratti perfino ironica, quando un manifestante raccoglie e restituisce ad un carabiniere lo scudo d’ordinanza cadutogli a terra.

I fatti di Melendugno descrivono una incapacità del governo di ascoltare le popolazioni e di trovare soluzioni che tengano insieme la libertà, l’autodeterminazione dei cittadini dei territori con le scelte strategiche” dice Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia. Governatore che, nel pomeriggio, aveva dichiarato: “Il Governo della Repubblica sta utilizzando le Forze dell’ordine per risolvere una questione politica che non ha mai voluto affrontare ascoltando le popolazioni residenti ed in particolare l’indicazione della Regione Puglia e dei Comuni, che avevano chiesto di localizzare l’approdo del gasdotto più a nord, nell’area del comune di Squinzano, che ha dato il suo consenso, evitando di impegnare una delle più belle spiagge dell’Adriatico pugliese”. Laconico, a fine giornata, il commento del sindaco di Melendugno, Marco Potì: “Spero che prevalga il buonsenso. Né il governo né la società Tap hanno mai risposto o sono stati a sentire quello che avevamo da dire, ma spero veramente che prevalga l’intelligenza di tutti”. Buonsenso che si spera arrivi da entrambe le parti: se da un lato si ha notizia di manifestanti in arrivo Roma e dal Nord Italia, dall’altro la protesta No Tap si preannuncia una lunga lotta. Che, se gestita male da parte delle istituzioni, potrebbe rendere il Salento una nuova Val di Susa.

Gasdotto, il Tap in Puglia si farà: bocciati i ricorsi di Comune e Regione

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
gasdotto Puglia

Il gasdotto Tap si farà. Se ce ne fosse stato bisogno, una sentenza del Consiglio di Stato mette la parola fine alle ipotesi di blocco dell’opera. Bocciati i ricorsi del Comune di Melendugno e della Regione Puglia sull’Autorizzazione unica rilasciata a Tap il 20 maggio 2015 e sull’applicazione della Direttiva Seveso. Una presa di posizione che arriva a cavallo di giorni di accesa contestazione, in cui gli attivisti no tap avevano bloccato i cantieri di espianto di 211 ulivi nell’area di uscita del micro-tunnel che unirà il gasdotto da mare a terra. Il Consiglio di Stato, che ha emesso la sentenza a 18 giorni dalla discussione, ha definito il ricorso “infondato”. A leggere le carte, ciò che appare più rilevante ai fini del giudizio è il “carattere strategico e di preminente interesse nazionale” del gasdotto tap. Proprio l’interesse pubblico in rilievo, secondo il Consiglio, richiederebbe irregolarità macroscopiche al fine di fermare i lavori del gasdotto. La Regione Puglia, per altro, come sottolineato dal Consiglio, ha sempre condiviso la valenza strategica dell’opera. Al contrario, si è sempre opposta al punto di approdo del gasdotto che andrà a toccare, come ormai noto, un tratto di costa e territorio considerati di forte interesse naturalistico e paesaggistico.

La sentenza del Consiglio di Stato

Nello specifico della valutazione ambientale, uno dei punti chiave del dissenso tra tap e oppositori, e della sua complessità nei termini di attribuzione di autorità delle varie istituzioni, il Consiglio specifica come “la valutazione di impatto ambientale non è un mero atto (tecnico) di gestione, ovvero di amministrazione in senso stretto, trattandosi piuttosto di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico-amministrativo con particolare riferimento al corretto uso del territorio (in senso ampio), attraverso la cura e il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico-sociale) e privati”.
In poche parole: la costruzione del gasdotto è un’opera di interesse pubblico talmente elevato che, dal momento in cui è stata approvata, sarebbe comunque stata costruita. Nelle parole della sentenza si evince che la messa in opera del progetto non è mai stata realmente in dubbio, nonostante blocchi e ricorsi e la pluralità di opzioni di costruzione. L’atto del Consiglio Superiore precisa fermamente come le varie materie di ricorso del Comune nei confronti di tap fossero di fatto già state superate da atti amministrativi. La Via (Valutazione di Impatto Ambientale), secondo il Consiglio Superiore, è stata trasparente fin dall’inizio, sebbene non iscrivibile all’albo delle autorizzazioni. I vari step dei procedimenti e le successive valutazioni di ottemperanza delle modifiche del progetto, sono solo passi di perfezionamento dell’opera.

I pericoli del gasdotto

Altro capitolo riguarda i pericoli del gasdotto. In materia di prevenzione dei grandi rischi industriali, la sentenza classifica l’opera come struttura di trasporto di gas, e non stabilimento. Le operazioni di manipolazione del gas all’interno del Prt (Pipeline Receiving Terminal, il Terminale di Ricezione) riguardano una variazione limitata di pressione e temperatura. Per questo motivo il gasdotto non è assoggettabile alla direttiva Seveso. Capitolo chiuso.
Ma cosa c’entrano gli ulivi? Considerato il riferimento temporale dei ricorsi, come specificato dopo la sentenza dal Comitato No tap, il dibattito sui 231 ulivi dell’area di uscita del micro-tunnel sembra non chiudersi. Secondo il sindaco di Melendugno Marco Potì, questa sentenza non autorizza l’espianto degli ulivi, essendo ancora il nuovo progetto del micro-tunnel “in attesa di istruttoria per la verifica di esclusione dalla V.i.a.”. Così si legge sulla pagina Facebook del primo cittadino di Melendugno, che continua la ferma opposizione “all’inizio frettoloso” dei lavori.
Ma la sentenza ribadisce la separazione dei due progetti (gasdotto e micro-tunnel) nei termini progettuali e di assoggettamento al Via: “nella presente fattispecie è evidente che si tratti di opere distinte seppure connesse, e soprattutto che, visto che entrambe le opere sono sottoposte a Via, all’evidenza non v’è ragione sostanziale per invocare la severa giurisprudenza tesa a sanzionare condotte “elusive” impostate su artificiosi frazionamenti di una opera unica in distinti segmenti cui le parti appellanti hanno fatto riferimento”.

Via all’espianto degli ulivi per costruire il micro-tunnel

Inoltre, secondo il Consiglio di Stato, non esistono motivazioni di “irrealizzabilità” del micro-tunnel. Nessuna modifica progettuale mette in discussione l’autorità dell’opera, non la momentanea assenza di ottemperanza. A seguito della sentenza, una nota del Ministero dell’Ambiente, in risposta alla nota regionale del 15 marzo 2017, conferma “l’esistenza di tutti i presupposti volti a soddisfare le condizioni” di ottemperanza dell’A44 e ribadisce la separazione delle fasi progettuali. L’espianto degli ulivi, quindi, in quanto operazione preliminare alla costruzione del micro-tunnel, può iniziare.
La sentenza del Consiglio rappresenta un’altra vittoria di tap di fronte ai ricorsi delle amministrazioni locali, ed elenca con fermezza le motivazioni per cui le varie ipotesi sul progetto sono state scartate o selezionate una dopo l’altra, precisando più volte come nessuna disamina del progetto e delle specifiche situazioni, abbia mai fatto preferire l’”opzione zero”, ovvero la non costruzione del gasdotto.

Scienza, il melting pot non è il motore dell’evoluzione

in Ambiente/Salute da
Dna

Il melting pot come motore dell’evoluzione, il mix di popoli e razze quale portatore di progresso. Un mantra che da decenni gli evoluzionisti danno per assunto. Adesso però uno studio de la Sapienza di Roma, in collaborazione con il National Geographic, potrebbe cambiare le carte in tavola.
In un’epoca in cui il rimescolamento della popolazione, dovuto a migrazioni e maggiore velocità di spostamento, viene dato come la via maestra della prosecuzione della specie, una ricerca scientifica abbatte il tabù dell’isolamento come ostacolo all’evoluzione. Secondo i due ricercatori che hanno condotto lo studio, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol, tramite lo studio degli isolati sarebbe possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il Dna nei gruppi umani.
I risultati della ricerca, condotta sul genoma delle popolazioni europee, avrebbero indicato come tra i gruppi isolati esista una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci.
In altre parole non esisterebbe quella differenza, basata sinora su un netto discrimine, fra popolazioni che hanno subito un forte mescolamento e quelle che invece hanno resistito al fenomeno vivendo in comunità chiuse. L’esempio del professor Bisol va ancor più nello specifico: “Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega il docente – le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia”.

La storia dell’evoluzione umana non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura

Un fattore determinante nello spiegare il perché di questa comunanza genomica sarebbe individuabile nell’identità. La storia dell’evoluzione umana infatti non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura. Nel caso citato dal professor Bisol infatti vanno considerate le scelte matrimoniali delle tre comunità prese in esame, più inclini a cercare una continuazione della specie all’interno della loro comunità. Il risultato della ricerca è quindi di portata storica: cade la divisione fra le popolazioni aperte e chiuse, un discrimine che i genetisti avevano eretto finora per distinguere le popolazioni oggetto di studio. Un altro esempio, prendendo in esame e paragonando due gruppi nella nostra Penisola, spiega ancor meglio i risultati dello studio. I Cimbri, un gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto, e gli abitanti di Carloforte, nell’isola di San Pietro, vicina alla coste meridionali della Sardegna, sono le due popolazioni messe a paragone. I primi sono andati, nel tempo, incontro a una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne.

Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate. Ora più che mai appare chiaro come l’analisi del Dna umano non sia più contenibile in schemi che non riguardino la cultura dei gruppi oggetto di studio. E fra questi fattori non è estranea l’identità.

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