La Percezione Della Sicurezza

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Ambiente

Ambiente: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sull' ambiente in cui viviamo e i cambiamenti che lo riguardano.

Pantelleria, piantare 10.000 alberi per far rinascere l’isola

in Ambiente da
Pantelleria

Quattro giorni solo per spegnerlo, 600 ettari di bosco e di vegetazione andati in fumo, lo stato di emergenza richiesto dal Comune. L’incendio doloso appiccato da ignoti sull’isola di Pantelleria il 29 maggio del 2016 è ancora una ferita dolorosa per i suoi abitanti. L’evento è stato considerato un vero e proprio disastro ambientale di dimensioni enormi, se pensiamo che a bruciare fu il 10% dell’intera superficie dell’isola: per lo più pini marittimi e di Aleppo, piante e arbusti tipici della macchia mediterranea.

A quasi un anno dall’incendio è partita la campagna di crowdfunding “10.000 alberi per Pantelleria”, che punta a risanare almeno in parte quel largo squarcio apertosi nella quinta isola italiana per superficie. Il progetto di finanziamento sul web è stato ideato e realizzato dal Comitato Parchi per Kyoto, in collaborazione con il Comune di Pantelleria, Federparchi-EuroParc Italia, Kyoto Club, Legambiente, Marevivo e il Dipartimento Scienze Agrarie e Forestali (SAF) dell’Università degli Studi di Palermo.

Il crowdfunding ha l’obiettivo di ripristinare in parte la vegetazione caratteristica dell’Isola con la riforestazione di circa 10-15 ettari (da 1.000 a 700 alberi a ettaro). Verranno ripiantate specie autoctone nelle aree colpite dalle fiamme, in particolare nuovi alberi e piante ottenuti da semi già raccolti a Pantelleria nel rispetto della biodiversità locale. Un patrimonio naturale quello dell’isola che vantava specie rare, come il pino di Aleppo, il pino marittimo, lecci, piante e arbusti caratteristici della macchia mediterranea, che saranno in seguito manutenute per 5 anni. L’intervento vuole ricostruire non solo l’immagine ma anche l’identità culturale di un territorio che vive di turismo e dei suoi prodotti eno-gastronomici noti in tutti il mondo.

L’incendio provocò la distruzione di 600 ettari di boschi e di vegetazione autoctona, uno dei più disastrosi avvenuti sull’isola negli ultimi 35 anni. Le responsabilità rimangono ancora ignote ma proprio per evitare che l’inquinamento delle risorse naturali finisse in mani sbagliate, il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella, su richiesta dell’attuale sindaco Salvatore Gino Gabriele, ha istituito nel luglio del 2016 il Parco Nazionale di Pantelleria. Il primo del suo livello in Sicilia e il 24° dell’intero territorio italiano, che aspetta però ancora di avere un presidente e una governance ben definita.

Proprio in questi giorni si sta discutendo alla Camera un disegno di legge che prevede un progetto di riforma dei Parchi nazionali e delle Aree protette marine e regionali, modificando il testo già approvato dal Senato, tra qualche perplessità e critiche di osservatori del settore e associazioni ambientaliste. La riforma doveva essere votata negli scorsi giorni ma non è ancora stata calendarizzata. “Sembra una discussione solo per addetti ai lavori – spiega a Ofcs Report Rossella Muroni, presidente di Legambiente – è mancato un confronto culturale e politico alto su quale dovrebbe essere il nuovo ruolo dei parchi in sintonia con la loro missione originaria di conservazione della natura”.

Il punto cardine della riforma è l’istituzione di piani triennali per lo sviluppo dei parchi, uno strumento di programmazione nazionale per tutto il sistema che prevede un finanziamento di 10 milioni di euro per garantire stabilità economica alle aree protette. “Spero che non si torni indietro in questa decisione – continua Muroni – è ora che si faccia sistema perché le aree regionali sono state sempre figlie di un dio minore”.

Su altri elementi sembra esserci meno condivisione soprattutto sul metodo. L’abolizione dell’albo dei direttori, introdotto per legge nel 1991, e il tema della governance. All’interno dei consigli direttivi dei nuovi enti dovrebbero entrare a far parte anche pescatori e agricoltori nel tentativo di estendere le responsabilità nella salvaguardia e nello sviluppo del territorio. “Per accontentare un po’ tutti si è preferito un meccanismo barocco – sottolinea Muroni – nel senso che se c’è un bando di gara chi vince deve diventare direttore e invece c’è un secondo passaggio affidato a una commissione: tanto vale fare un concorso come si faceva in altri ambiti. In ogni caso, urlare allo scempio dei parchi e prefigurare nuovi organismi di equilibro di potere nella loro gestione, non è utile a nessuno”.

Oggi il sindaco di Pantelleria, che vanta il primo parco nazionale in Sicilia, chiede che il suo territorio possa essere rilanciato attraverso una guida forte del parco. Il Comune ha già coinvolto gli studenti delle scuole del territorio per individuare il logo dell’ente statale. Un’operazione simbolica per coinvolgere le nuove generazioni in un cambiamento culturale che possa tenere insieme la conservazione del patrimonio paesaggistico dell’isola e il tentativo di ricostruirne il tessuto sociale e agricolo.

@GargaDani

Rifiuti elettronici, in pochi conoscono rischi per la salute

in Ambiente da
Raee

Torino come cartina tornasole del Paese nella scarsa conoscenza dei Raee, rifiuti da apparecchiature elettriche ed elettroniche. Ben il 37% dei cittadini del comune sabaudo non conosce affatto questa tipologia di rifiuti, molto pericolosi per l’ambiente, a fronte di una media nazionale del 42%. Solo il 13% sa di cosa si sta parlando mentre la metà conosce la materia solo superficialmente.

È quanto emerge dall’indagine di Ipsos Italia per Ecodom e Cittadinanzattiva sui comportamenti degli italiani nella gestione dei RAEE (Rifiuti da Apparecchiature Elettriche ed Elettroniche), i cui dati sono stati presentati durante il seminario “Gli Italiani e i RAEE: dall’uno contro uno all’uno contro zero”, tenutosi presso la Casa dell’Ambiente a Torino.

Quasi per la metà degli intervistati dei cittadini torinesi, il livello di pericolosità scaturito dall’abbandono di questi rifiuti per la salute e per l’ambiente è elevatissimo. Un dato in crescita che fotografa come tra chi è più sensibile all’argomento aumenti la percezione del rischio sicurezza. Le ricadute sono sul suolo, sull’aria e sull’acqua – ha risposto l’85% del campione – mentre le preoccupazioni maggiori sono da addebitare alla presenza di sostanze inquinanti contenute in alcuni componenti (51%) e al fatto che gli apparecchi elettronici non siano biodegradabili (60%).

I Raee rappresentano, infatti, la categoria di rifiuti in più rapido aumento a livello globale con un tasso di crescita del 3-5% annuo, tre volte superiore ai rifiuti normali. Secondo l’Onu sono tra i 20 e i 50 milioni le tonnellate di rifiuti di alta tecnologia nel mondo. Nel nostro paese nell’ultimo anno la quantità di materiale raccolto è aumentata del 14% rispetto a quello precedente – come si legge nel 9° rapporto sui Raee del Centro coordinamento Raee – ma quello che preoccupa maggiormente gli addetti ai lavori e gli esperti del settore è il commercio illegale di rifiuti e la pratica dell’abbandono, ancora persistente in alcune regioni. Frigoriferi, condizionatori, congelatori, televisori, monitor e computer, se depositati per lungo tempo, possono compromettere lo stato del suolo o dell’aria o ancora provocare danni alla salute. Specie se non vengono smaltiti correttamente, sia all’interno degli impianti di incenerimento per la termodistruzione, che all’esterno nei roghi tossici abusivi.

Un altro dato rilevante emerso dall’indagine Ipsos è la scarsa conoscenza del cosiddetto decreto “uno contro zero”, che da giugno 2010 obbliga i venditori di prodotti elettrici ed elettronici al ritiro gratuito dell’apparecchiatura dismessa, a fronte dell’acquisto di un nuovo prodotto equivalente. Un provvedimento cui ha fatto seguito nell’aprile del 2016 il nuovo decreto “uno contro zero”, che stabilisce la consegna gratuita dei Raee di piccole dimensioni (inferiori a 25 cm) nei negozi più grandi ma senza alcun obbligo di acquisto da parte del cittadino. Su questo aspetto normativo, Torino guida la classifica in segno positivo con il 32% delle persone che sono al corrente di questa modalità di dismissione contro il 43% che ne è ancora all’oscuro. A livello nazionale la media è del 30% per chi dichiara di conoscere questo tipo di smaltimento mentre il 44% afferma di non conoscerlo ancora. Chi ha usufruito del servizio è stato il 42% degli intervistati (in media 2,6 volte) su tutto il territorio nazionale.

Va registrato, inoltre, un aumento della consapevolezza rispetto alle responsabilità dei cittadini stessi, rispetto agli scarsi risultati ottenuti nella raccolta dei Raee. Ben il 35% riconosce i propri errori, chiamando in causa le amministrazioni pubbliche nel 30% dei casi (in calo del 9% rispetto al 2011) mentre nelle Isole la quota arriva al 37%. Responsabilità che gravano anche sul canale distributivo (13%), seguito dai produttori di apparecchiature elettriche ed elettroniche (11%).

@GargaDani

Puglia, Salento in trincea: anche i bambini fermano il gasdotto Tap

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

“Non ci fermiamo qui”, dichiarava esattamente una settimana fa Marco Potì, sindaco del comune di Melendugno e capostipite istituzionale della protesta contro il gasdotto Tap, i cui lavori di installazione sono iniziati la scorsa settimana con lo spostamento di 211 ulivi, di cui ne sono stati finora prelevati 193. Una protesta che sabato ha ottenuto la sua prima vittoria, quando i bambini sono arrivati alla testa del corteo che bloccava la strada ai camion che trasportavano gli ulivi espiantati nelle campagne di Melendugno fino al loro sito temporaneo, facendo abbassare gli scudi agli agenti in tenuta antisommossa e decretando di fatto la fine delle operazioni di espianto per quella giornata.

Il Tar blocca l’espianto

A distanza di qualche giorno, in aiuto dei No Tap è arrivato  il Tar del Lazio che, accogliendo un ricorso della Regione Puglia, ha sospeso la nota del ministero dell’Ambiente che dava via libera ai lavori.  Fino al 19 aprile, giorno dell’udienza e del verdetto, gli ulivi non verranno portati via. Il Tribunale amministrativo del Lazio, però, sottolinea che essendo già stato avviato l’espianto, la sospensione chiesta dalla Regione Puglia può essere accordata “ai soli fini dell’immediato riesame dell’atto impugnato”. La sospensione vale sino al 19 aprile, giorno in cui ci sarà l’udienza di merito e quindi il verdetto del Tar.

Una vittoria simbolica, senza dubbio, visto e considerato che l’espianto dei primi 211 alberi è quasi terminato (ne rimangono solo 18), e che con ogni probabilità la multinazionale procederà con i lavori. Ma è comunque una vittoria, la vittoria di tutta la gente comune che si oppone al progetto del gasdotto, che da settimane ormai supporta apertamente i manifestanti e gli attivisti del Comitato no tap con cibo e acqua, insieme a sostenerli moralmente e psicologicamente. E l’impressione è quella di un movimento in crescita: se durante i primi due giorni degli espianti le persone presenti al Presidio no tap erano poco più di duecento, sabato (complice anche il weekend) a bloccare i camion con gli ulivi erano più di mille, con bambini e passeggini al seguito, per arrivare a punte di 2.000-3.000 persone durante la manifestazione tenutasi nella piazza centrale del capoluogo Lecce nella serata di domenica.

Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica

La protesta corre di telefono in telefono, di post in post, venendo coordinata attraverso gruppi WhatsApp, mentre su Facebook procede l’aggiornamento video degli altri manifestanti attraverso lo strumento delle dirette. Nonostante i timori filtrati dai ranghi delle forze dell’ordine, i manifestanti del Presidio no tap hanno fatto proprio l’invito del sindaco di Melendugno alla non violenza, e non c’è traccia delle tanto temute infiltrazioni di anarchici e violenti provenienti da tutta Italia.
Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica, ma che incassa di fatto un appoggio “pesante”, quello dell’esponente di punta del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista. “È giusto scendere in piazza e protestare, non è un atto eversivo. Ognuno di voi chiami due tre amici e domani vada al presidio. Non dovrete sbagliare niente, non dite nemmeno le parolacce, si attaccheranno a tutto” dice Di Battista in un discorso tenuto domenica pomeriggio sul lungomare di San Foca, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal cantiere Tap, accompagnato dagli immancabili cori “Ladri” e “Tutti a casa”: il Movimento 5 Stelle è decisamente entrato in partita a gamba tesa, accolto con non troppo dissimulato favore, se non dalla testa del Presidio, quantomeno dalla sua pancia.

I sindaci scendono in campo e scrivono a Mattarella

Sul fronte locale si allunga la lista dei sindaci che hanno deciso di aderire all’appello che verrà inviato al Presidente della Repubblica, per chiedere una sospensione dei lavori. Sono 94 finora le firme finora raccolte, su 97 comuni della provincia di Lecce.

Lunedì sono state quasi 500 le persone presenti di fronte ai cancelli del cantiere, mentre le strade di accesso sono state bloccate da pietre e materiali di risulta. Risulta essersi rafforzato il fronte No Tap, raggiunto anche da 30 manifestanti provenienti da Torino e dalla Val di Susa. Una struttura quasi paramilitare, quella del presidio: tende con cucina da campo in comune, turni di guardia la notte, per dormire e per tenere la zona sotto controllo, monitorando gli spostamenti delle forze dell’ordine e degli operai Tap, memori dell’esperienza di sabato, dove i lavori sono iniziati quasi a sorpresa alle 6 di mattina nonostante si vociferasse di un possibile rinvio a lunedì da parte della Prefettura, da questa però mai confermato. Anche il terreno antistante i cancelli del cantiere, su cui ha sede la base operativa del presidio No Tap, ha una storia che sa di collaborazione e fratellanza popolare. Semplici le parole nel merito di Alfonso Martano, padrone del campo: “Questi alberi li ho visti crescere qui, e voglio vederli restare al loro posto”. Ambizioso invece un altro progetto: quello di organizzare a Melendugno uno dei concerti del primo maggio, con l’obiettivo di trasformarlo in una grande manifestazione no tap. Progetto che rimane solo allo stato di idea, per il momento. Ma che rende giustizia alle ragioni e alle dimensioni di una protesta che non fa altro che crescere ed allargarsi.

Gpl a Chioggia: manca autorizzazione per l’ampliamento

in Ambiente da
Chioggia

Non ci sono le autorizzazioni necessarie: l’impianto gpl non può essere ampliato. E’ un vero e proprio colpo di scena quello avvenuto nei meandri della burocrazia che governa le sorti di un progetto tanto discusso. Del resto non poteva passare inosservato ancora per troppo tempo: si parla di un impianto di stoccaggio gpl da 9000 metri cubi di gas che sorge a sud di Venezia, a Chioggia. Tre grandi cisterne posizionate nel bel mezzo della laguna veneta, considerata patrimonio dell’Unesco.

Uno sfregio urbanistico-ambientale, come aveva già rivelato Ofcs.report il 15 marzo scorso, contro il quale i cittadini, insieme al comitato No deposito Gpl Chioggia, stanno combattendo per portare avanti la loro battaglia legale.

L’impianto, infatti, era stato presentato inizialmente come bunkeraggio di gasolio marino da 1350 metri cubi e previsto come da regolamento nel Piano Regolatore del porto per il fabbisogno di carburante di navi, pescherecci e barche da di porto.

Successivamente si è ottenuta un’istanza con la quale si autorizzava l’ampliamento per 9.000 metri cubi di Gpl, per il riscaldamento e il fabbisogno energetico del Nord Italia. Aumentando di 9 volte le dimensioni, rispetto il progetto iniziale, e cambiando anche il prodotto che da gasolio (liquido) è diventato Gpl (gas), per un investimento effettivo di  20 milioni di euro.

I tre serbatoi gpl

 

L’impianto gpl che sorge nella laguna a sud di Venezia

Presunte irregolarità che stanno venendo alla luce, specialmente dopo l’esposto contro l’impianto di stoccaggio gas presentato dal Comune alla sovrintendenza di Venezia e al comando dei carabinieri della tutela del patrimonio culturale. Come afferma lo stesso presidente del comitato ‘No deposito Gpl’,  Roberto Rossi: “Abbiamo scoperto che la legge che in qualche modo permetteva di far sì che qualsiasi tipo di variante fosse implicita, in realtà è entrata in vigore solo il 1 gennaio del 2015. La Sogocas, la ditta che ha presentato istanza per l’ampliamento di 9000 metri cubi di Gpl, avrebbe dovuto richiedere quindi regolare licenza al Comune. Ma di fatto, come sembra anche dal parere degli uffici regionali e comunali, questo titolo edilizio manca”, prosegue il presidente del comitato.

 

Roberto Rossi, Presidente Comitato NO Gpl Chioggia

“Per questo l’amministrazione comunale ha presentato quesito al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico). E, nonostante si attenda una risposta certa, ripeto, sembrerebbero esserci tutti gli estremi per dichiarare e configurare l’impianto come abuso edilizio. Non solo – prosegue Rossi –  a sostegno di questo, a inizio marzo è stata presentata un’interrogazione alla Camera da parte del deputato M5S, Villa. E a fine marzo è arrivata la risposta a questa interrogazione, da parte del viceministro del Mise, Teresa Bellanova, che dichiarava sostanzialmente che la precedente autorizzazione ministeriale non provoca implicitamente la variante urbanistica. Quindi – spiega – rimangono regolari le condizioni iniziali approvate, che fanno riferimento al piano regolatore del porto. Un piano che specifica come l’area può essere destinata solo a bunkeraggio, ovvero rende possibile solo l’iniziale progetto di 1.350 metri cubi di gasolio marino. Detta interrogazione è stata seguita nel dettaglio anche dal dottor Carlo Giacomini, consulente del comitato ‘No Gpl’”.

“In attesa di avere conferma di questa mancanza di licenza edilizia – riprende Rossi – abbiamo un incontro  giovedì con l’amministrazione comunale. In relazione a questo potremo poi muoverci legalmente per chiedere il blocco definitivo del cantiere. Ovviamente insieme al Comune, che dopo le dovute verifiche ha di fatto l’autorevolezza per intervenire”.

Manifestazione del comitato

La battaglia del comitato ‘No Gpl’ Chioggia, e di tutti i cittadini, prosegue in attesa che la magistratura faccia il suo corso. Prosegue, ma senza la ‘benedizione’ del vescovo di Chioggia che, come riferisce Roberto Rossi, “anziché schierarsi con i suoi fedeli ha addirittura intimato, attraverso una circolare, gli altri uffici ecclesiastici con indicazioni precise di non darci spazi per eventuali riunioni”.

“Un paradosso – prosegue Rossi – se si pensa che la nostra associazione si era costituita proprio all’interno di uno dei locali della Caritas. Di questo, io e gli altri sostenitori del comitato siamo rimasti a dir poco rammaricati. Il nostro manifestare infatti non è rivoluzionario, né una lotta verso la controparte, la Sogocas in questo caso. Non siamo contro l’impianto a priori. Anzi, se fosse a norma sarebbe stato accolto volentieri, come nuova risorsa lavorativa. Chiediamo solo che la giustizia faccia il suo corso per il bene di tutta la cittadinanza nei tempi e modi previsti dalla legge”.

@MaryTagliazucch

Gasdotto, sindaco di Melendugno: “Non ci fermiamo qui”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, non finirà qui”. Lo ha dichiarato a Ofcs Report il sindaco di Melendugno Marco Potì.

All’indomani della protesta dei NoTap a Melendugno,in provincia di Lecce, la situazione non sembra migliorare. La tensione è ancora alta tra le forze dell’ordine e i cittadini del Salento che manifestano
il proprio dissenso per la costruzione del gasdotto che porterà la fornitura di gas azero in Europa. Davanti ai cancelli, insieme al sindaco Marco Potì, anche altri 10 colleghi dei paesi vicini che sin dalla mattina presto
hanno protestato insieme ai manifestanti. I 10 sindaci sono stati portati via di peso dalla polizia insieme agli altri dimostranti. Ingente la presenza delle forze dell’ordine, circa un agente ogni due manifestanti , che hanno presidiato la zona per tutelare i lavori in corso di espianto degli ulivi.
Il presidio del comitato No Tap è presente sul posto da circa quattro giorni.  Intanto i camion che trasportano le piante continuano a uscire dai cancelli. Non si sa ancora quante persone rimarranno fuori a manifestare ma sembrerebbe certa la permanenza dei primi cittadini.

Gasdotto, disordini in Puglia: No Tap contro espropri terra e ulivi /VIDEO

in Ambiente da

Scontri e proteste. A Melendugno, in provincia di Lecce, contrada San Basilio, dove ha preso il via la costruzione della Tap, il gasdotto che dovrebbe permettere la fornitura di gas azero in Europa, e che passerebbe attraverso Grecia e Albania prima di approdare sulla costa italiana, all’altezza della località turistica salentina di San Foca, martedì sono scoppiati i disordini tra manifestanti No Tap e forze dell’ordine.  Cantiere aperto in un clima di altissima tensione con i comitati No Tap e semplici cittadini, venuti a manifestare il proprio dissenso di fronte ai cancelli con l’obiettivo di idealmente impedire l’accesso dei camion che avrebbero dovuto trasportare via gli alberi eradicati. Obiettivo presto abbandonato: la massiccia presenza di forze dell’ordine forza prestissimo il blocco, e con metodi sbrigativi divide i manifestanti in due gruppi, isolandone uno ed allontanando l’altro per permettere ai camion di entrare nel cantiere e portare via le piante.

Perché chi costruisce questo mostro ecologico non ci mette la faccia? Perché non si prende le sue responsabilità?” urla Luca, un giovane della provincia, in direzione degli agenti che lo bloccano insieme agli altri manifestanti al bordo della strada sterrata che porta ai cancelli del cantiere. “È un evento che così tante persone si siano mosse e siano venute a manifestare – spiega – considerando la mentalità del Sud, dove sei educato a badare solo a te stesso e ‘farti i fatti tuoi’ sin da bambino”.
Tra le grandi nuvole di polvere, sollevate dai camion che passano ogni 15-20 minuti, sono tante le urla: “Ma non la sentite anche voi, questa puzza di soldi, questa puzza di mafia?” grida Giovanni, un agricoltore sessantenne della zona. Gli argomenti dei manifestanti sono dei più vari: c’è chi si scaglia contro il fattore antiecologico dell’opera, chi contro gli espropri di terra e di ulivi ai proprietari, e chi vaticina conseguenze catastrofiche sul turismo della regione. I toni usati sono generalisti, gentisti e a tratti minacciosi: “Il popolo verrà a prendervi a casa”, minacciano alcuni presenti da dietro le sbarre del cantiere, in direzione degli operai. Ma i manifestanti nutrono rancori anche nei confronti dei giornalisti presenti: “Devi dire tutto quello che è successo! Altrimenti la prossima volta vi rompiamo la testa! A tutti!”, minacciano in dialetto alcuni contadini inferociti contro dei colleghi della locale Telenorba.

Presenti nella folla anche diversi sindaci del circondario di Melendugno, e la senatrice del Movimento 5 Stelle Barbara Lezzi. Ed è in questo momento che accade il peggio: mentre il gruppo di manifestanti rimasto isolato dalla prima carica nel mattino spinge per liberarsi e ricongiungersi al grosso del presidio, una seconda violenta carica viene lanciata contro i manifestanti, i quali reagiscono generando uno scontro che dura alcuni interminabili minuti, coinvolgendo anche alcuni dei sindaci presenti. Otto feriti tra forze dell’ordine e manifestanti, che non hanno fatto che esasperare gli animi, spingendo le frange più “interventiste” della folla ad azioni più decise e violente, subito sedate dagli agricoltori presenti: “Non fate scontri inutili, fate assemblee!” urla distintamente uno di essi, levando di mano un fumogeno ad un giovane indossante una felpa del gruppo Ultras Lecce, gruppo già noto per essere stato in passato autore di atti violenti ed intimidatori dentro e fuori lo stadio comunale del capoluogo salentino. Alcuni discutono animatamente circa l’inutilità dell’azione pacifica, scontrandosi verbalmente con chi lì protesta veramente per terra ed alberi. Vengono anche lanciati alcuni sassi contro i camion che trasportano gli alberi, che fanno la spola per caricare le piante eradicate. Ma, a parte qualche sporadico attimo di tensione, tutto in qualche modo procede nella tranquillità fino a sera. Una tranquillità a tratti perfino ironica, quando un manifestante raccoglie e restituisce ad un carabiniere lo scudo d’ordinanza cadutogli a terra.

I fatti di Melendugno descrivono una incapacità del governo di ascoltare le popolazioni e di trovare soluzioni che tengano insieme la libertà, l’autodeterminazione dei cittadini dei territori con le scelte strategiche” dice Michele Emiliano, governatore della Regione Puglia. Governatore che, nel pomeriggio, aveva dichiarato: “Il Governo della Repubblica sta utilizzando le Forze dell’ordine per risolvere una questione politica che non ha mai voluto affrontare ascoltando le popolazioni residenti ed in particolare l’indicazione della Regione Puglia e dei Comuni, che avevano chiesto di localizzare l’approdo del gasdotto più a nord, nell’area del comune di Squinzano, che ha dato il suo consenso, evitando di impegnare una delle più belle spiagge dell’Adriatico pugliese”. Laconico, a fine giornata, il commento del sindaco di Melendugno, Marco Potì: “Spero che prevalga il buonsenso. Né il governo né la società Tap hanno mai risposto o sono stati a sentire quello che avevamo da dire, ma spero veramente che prevalga l’intelligenza di tutti”. Buonsenso che si spera arrivi da entrambe le parti: se da un lato si ha notizia di manifestanti in arrivo Roma e dal Nord Italia, dall’altro la protesta No Tap si preannuncia una lunga lotta. Che, se gestita male da parte delle istituzioni, potrebbe rendere il Salento una nuova Val di Susa.

Gasdotto, il Tap in Puglia si farà: bocciati i ricorsi di Comune e Regione

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da
gasdotto Puglia

Il gasdotto Tap si farà. Se ce ne fosse stato bisogno, una sentenza del Consiglio di Stato mette la parola fine alle ipotesi di blocco dell’opera. Bocciati i ricorsi del Comune di Melendugno e della Regione Puglia sull’Autorizzazione unica rilasciata a Tap il 20 maggio 2015 e sull’applicazione della Direttiva Seveso. Una presa di posizione che arriva a cavallo di giorni di accesa contestazione, in cui gli attivisti no tap avevano bloccato i cantieri di espianto di 211 ulivi nell’area di uscita del micro-tunnel che unirà il gasdotto da mare a terra. Il Consiglio di Stato, che ha emesso la sentenza a 18 giorni dalla discussione, ha definito il ricorso “infondato”. A leggere le carte, ciò che appare più rilevante ai fini del giudizio è il “carattere strategico e di preminente interesse nazionale” del gasdotto tap. Proprio l’interesse pubblico in rilievo, secondo il Consiglio, richiederebbe irregolarità macroscopiche al fine di fermare i lavori del gasdotto. La Regione Puglia, per altro, come sottolineato dal Consiglio, ha sempre condiviso la valenza strategica dell’opera. Al contrario, si è sempre opposta al punto di approdo del gasdotto che andrà a toccare, come ormai noto, un tratto di costa e territorio considerati di forte interesse naturalistico e paesaggistico.

La sentenza del Consiglio di Stato

Nello specifico della valutazione ambientale, uno dei punti chiave del dissenso tra tap e oppositori, e della sua complessità nei termini di attribuzione di autorità delle varie istituzioni, il Consiglio specifica come “la valutazione di impatto ambientale non è un mero atto (tecnico) di gestione, ovvero di amministrazione in senso stretto, trattandosi piuttosto di un provvedimento con cui viene esercitata una vera e propria funzione di indirizzo politico-amministrativo con particolare riferimento al corretto uso del territorio (in senso ampio), attraverso la cura e il bilanciamento della molteplicità dei (contrapposti) interessi pubblici (urbanistici, naturalistici, paesistici, nonché di sviluppo economico-sociale) e privati”.
In poche parole: la costruzione del gasdotto è un’opera di interesse pubblico talmente elevato che, dal momento in cui è stata approvata, sarebbe comunque stata costruita. Nelle parole della sentenza si evince che la messa in opera del progetto non è mai stata realmente in dubbio, nonostante blocchi e ricorsi e la pluralità di opzioni di costruzione. L’atto del Consiglio Superiore precisa fermamente come le varie materie di ricorso del Comune nei confronti di tap fossero di fatto già state superate da atti amministrativi. La Via (Valutazione di Impatto Ambientale), secondo il Consiglio Superiore, è stata trasparente fin dall’inizio, sebbene non iscrivibile all’albo delle autorizzazioni. I vari step dei procedimenti e le successive valutazioni di ottemperanza delle modifiche del progetto, sono solo passi di perfezionamento dell’opera.

I pericoli del gasdotto

Altro capitolo riguarda i pericoli del gasdotto. In materia di prevenzione dei grandi rischi industriali, la sentenza classifica l’opera come struttura di trasporto di gas, e non stabilimento. Le operazioni di manipolazione del gas all’interno del Prt (Pipeline Receiving Terminal, il Terminale di Ricezione) riguardano una variazione limitata di pressione e temperatura. Per questo motivo il gasdotto non è assoggettabile alla direttiva Seveso. Capitolo chiuso.
Ma cosa c’entrano gli ulivi? Considerato il riferimento temporale dei ricorsi, come specificato dopo la sentenza dal Comitato No tap, il dibattito sui 231 ulivi dell’area di uscita del micro-tunnel sembra non chiudersi. Secondo il sindaco di Melendugno Marco Potì, questa sentenza non autorizza l’espianto degli ulivi, essendo ancora il nuovo progetto del micro-tunnel “in attesa di istruttoria per la verifica di esclusione dalla V.i.a.”. Così si legge sulla pagina Facebook del primo cittadino di Melendugno, che continua la ferma opposizione “all’inizio frettoloso” dei lavori.
Ma la sentenza ribadisce la separazione dei due progetti (gasdotto e micro-tunnel) nei termini progettuali e di assoggettamento al Via: “nella presente fattispecie è evidente che si tratti di opere distinte seppure connesse, e soprattutto che, visto che entrambe le opere sono sottoposte a Via, all’evidenza non v’è ragione sostanziale per invocare la severa giurisprudenza tesa a sanzionare condotte “elusive” impostate su artificiosi frazionamenti di una opera unica in distinti segmenti cui le parti appellanti hanno fatto riferimento”.

Via all’espianto degli ulivi per costruire il micro-tunnel

Inoltre, secondo il Consiglio di Stato, non esistono motivazioni di “irrealizzabilità” del micro-tunnel. Nessuna modifica progettuale mette in discussione l’autorità dell’opera, non la momentanea assenza di ottemperanza. A seguito della sentenza, una nota del Ministero dell’Ambiente, in risposta alla nota regionale del 15 marzo 2017, conferma “l’esistenza di tutti i presupposti volti a soddisfare le condizioni” di ottemperanza dell’A44 e ribadisce la separazione delle fasi progettuali. L’espianto degli ulivi, quindi, in quanto operazione preliminare alla costruzione del micro-tunnel, può iniziare.
La sentenza del Consiglio rappresenta un’altra vittoria di tap di fronte ai ricorsi delle amministrazioni locali, ed elenca con fermezza le motivazioni per cui le varie ipotesi sul progetto sono state scartate o selezionate una dopo l’altra, precisando più volte come nessuna disamina del progetto e delle specifiche situazioni, abbia mai fatto preferire l’”opzione zero”, ovvero la non costruzione del gasdotto.

Scienza, il melting pot non è il motore dell’evoluzione

in Ambiente/Salute da
Dna

Il melting pot come motore dell’evoluzione, il mix di popoli e razze quale portatore di progresso. Un mantra che da decenni gli evoluzionisti danno per assunto. Adesso però uno studio de la Sapienza di Roma, in collaborazione con il National Geographic, potrebbe cambiare le carte in tavola.
In un’epoca in cui il rimescolamento della popolazione, dovuto a migrazioni e maggiore velocità di spostamento, viene dato come la via maestra della prosecuzione della specie, una ricerca scientifica abbatte il tabù dell’isolamento come ostacolo all’evoluzione. Secondo i due ricercatori che hanno condotto lo studio, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol, tramite lo studio degli isolati sarebbe possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il Dna nei gruppi umani.
I risultati della ricerca, condotta sul genoma delle popolazioni europee, avrebbero indicato come tra i gruppi isolati esista una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci.
In altre parole non esisterebbe quella differenza, basata sinora su un netto discrimine, fra popolazioni che hanno subito un forte mescolamento e quelle che invece hanno resistito al fenomeno vivendo in comunità chiuse. L’esempio del professor Bisol va ancor più nello specifico: “Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega il docente – le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia”.

La storia dell’evoluzione umana non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura

Un fattore determinante nello spiegare il perché di questa comunanza genomica sarebbe individuabile nell’identità. La storia dell’evoluzione umana infatti non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura. Nel caso citato dal professor Bisol infatti vanno considerate le scelte matrimoniali delle tre comunità prese in esame, più inclini a cercare una continuazione della specie all’interno della loro comunità. Il risultato della ricerca è quindi di portata storica: cade la divisione fra le popolazioni aperte e chiuse, un discrimine che i genetisti avevano eretto finora per distinguere le popolazioni oggetto di studio. Un altro esempio, prendendo in esame e paragonando due gruppi nella nostra Penisola, spiega ancor meglio i risultati dello studio. I Cimbri, un gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto, e gli abitanti di Carloforte, nell’isola di San Pietro, vicina alla coste meridionali della Sardegna, sono le due popolazioni messe a paragone. I primi sono andati, nel tempo, incontro a una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne.

Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate. Ora più che mai appare chiaro come l’analisi del Dna umano non sia più contenibile in schemi che non riguardino la cultura dei gruppi oggetto di studio. E fra questi fattori non è estranea l’identità.

Disabili, la nuova “zona rossa” si chiama scuola: oltre 42 mila istituti sono vetusti

in Ambiente/Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

Nella scuola italiana ogni giorno circa 250mila tra alunni e docenti disabili vivono un’odissea personale per poter accedere liberamente in classe. Da Nord a Sud, un semaforo rosso di barriere architettoniche ancora presenti in 2 scuole su 10, con percorsi per i non vedenti praticamente assenti, carenze nella messa in sicurezza dei bagni, assenza di ascensori e norme sul rapporto cubatura-alunni per classe molto spesso violate in nome del principio “classi pollaio: meno docenti, meno costi per lo Stato”. Una fotografia del mondo scolastico che, nonostante gli annunci e i decreti della riforma “La Buona Scuola”, suona come uno schiaffo in faccia alla Costituzione italiana che nell’articolo 34 afferma chiaramente che la scuola è “aperta a tutti”.

Una realtà ampiamente documentata nel Rapporto 2015 “Ecosistema Scuola – XVII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi”, uno studio condotto sulle scuole di competenza dei Comuni capoluogo di Provincia (infanzia, primarie e secondarie di primo grado). Il dato relativo agli edifici a norma registrato nel 2015 (80,1%) è addirittura peggiore rispetto al 2011, quando le scuole accessibili si attestavano sull’82,2%. Stesso trend sugli interventi previsti per l’eliminazione delle barriere architettoniche: si passa dal 14,5% del 2011 al 4,9% 2015, come a dire che più passano gli anni meno sono gli interventi per favorire l’accessibilità dei disabili nelle scuole.

Storie come quelle della docente Oriana Fioccone, costretta a entrare a scuola salendo sul montacarichi, non fanno che confermare la scarsa attenzione delle Istituzioni sul versante dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Dati confermati anche da un dossier dell’Istat sul mondo scolastico secondo il quale è ancora elevata la quota di plessi scolastici con barriere architettoniche. Una rappresentazione del Paese in cui, come spesso capita, il Sud segna sempre il passo. In questo caso, infatti, è proprio nel Mezzogiorno che troviamo la percentuale più bassa di scuole con scale a norma nelle scuole primarie, il 73%, mentre nelle scuole secondarie è il Centro con l’81,1%.

Nel Mezzogiorno minore presenza di servizi igienici a norma

Sempre nel Mezzogiorno si ha la minore presenza di servizi igienici a norma: la percentuale si ferma al 69,2% nelle scuole primarie e al 74,5% in quelle secondarie di primo grado. Il Nord è invece la ripartizione territoriale con la percentuale più elevata di caratteristiche a norma dei plessi scolastici: l’81,3% di scuole primarie e il 85,7% di scuole secondarie ha scale che rispettano la legge. L’81,6% di scuole primarie e il 84,2% di scuole secondarie ha servizi igienici in regola. Le scuole sono poco accessibili in tutto il territorio nazionale se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni e docenti con disabilità sensoriali, oppure, in generale, di percorsi interni ed esterni accessibili. Solo il 26,5% delle scuole primarie del Nord ha all’interno del plesso scolastico mappe a rilievo o percorsi tattili. E la percentuale è ancora più bassa nelle scuole del Mezzogiorno: 15,4%, con percentuali simili nella scuola secondaria. Solo il 15% delle scuole primarie e secondarie di I grado ha dichiarato, nel corso dell’anno scolastico 2015- 2016, di aver effettuato dei lavori per migliorare l’accessibilità dell’edificio, mentre circa il 20% delle scuole in entrambi gli ordini scolastici che dichiara di non aver effettuato lavori pur avendone bisogno.

I mancati interventi sull’accessibilità vanno di pari passo con il tema dell’adeguamento delle scuole agli standard di sicurezza e di accessibilità. Per l’Udir, il sindacato dei dirigenti scolastici, nonostante i 3,5 miliardi di euro stanziati dal Governo Renzi per l’edilizia scolastica, “la maggior parte dei 42.292 edifici scolastici italiani rimangono vetusti e non a norma”. A far riflettere è anche il fatto che, a oggi, dei 42.292 edifici scolastici esistenti, ben 8.450 risultano privi di attività scolastica, perché in ristrutturazione, in costruzione o dismessi.

Eppure la riforma del governo Renzi, “La Buona Scuola”, ha tentato di mettere in moto un cambio di passo in tema di accessibilità e sicurezza nelle scuole. “Non c’è riqualificazione dell’edilizia scolastica senza una particolare attenzione per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ed è in questa direzione che va l’azione di Governo“, si legge sul portale #ItaliaSicura che tra i decreti previsti, oltre alla messa in sicurezza e all’adeguamento delle scuole alla normativa esistente in materia di inclusione degli alunni diversamente abili, annuncia 300 milioni di euro per costruire circa 60 scuole a totale accessibilità.

@PiccininDaniele

Ambiente, 9000 metri cubi di gas nella laguna a sud di Venezia

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

Un impianto di stoccaggio gpl da 9000 metri cubi di gas nel mezzo della laguna sud di Venezia. Siamo a Chioggia e il progetto, che era nato inizialmente come distributore di benzina per le imbarcazioni,  è al momento ancora in fase di ultimazione, ma la fine dei lavori è prevista entro maggio. L’installazione,  posizionata nel bel mezzo della laguna veneta considerata patrimonio dell’Unesco, appare sotto forma di tre grandi cisterne, che si stagliano davanti al centro abitato e diversi istituti scolastici. 

L’impianto gpl che sorge nella laguna a sud di Venezia

Uno sfregio urbanistico oltre che ambientale, secondo molti cittadini abituati a rispettare le regole per ogni minima modifica che desiderano apportare alle loro case. Regole che, come denuncia il Comitato cittadino, non sembrerebbero essere state rispettate per l’impianto di stoccaggio che ha preso il posto di ciò che inizialmente doveva essere costruito: una pompa di benzina per il rifornimento delle barche dei pescatori e delle navi.

Transito gasier GPL

Una storia che inizia qualche anno fa, come spiega Maria Rosa Boscolo, braccio destro del presidente Roberto Rossi del Comitato NO deposito GPL a Chioggia

“Tutto ha inizio nel maggio 2013, quando  per il porto di Chioggia era stata presentata dalla ditta Costa Petroli, al Mise (Ministero dello Sviluppo Economico) e al Mit (Ministero dei Lavori Pubblici) la richiesta per un deposito (bunkeraggio o mega distributore)  di gasolio marino da 1350 metri cubi, per il fabbisogno di carburante di navi, pescherecci, barche da diporto. La realizzazione era prevista entro 2 anni pena decadenza”.

Maria Rosa Boscolo, attivista Comitato No Deposito Gpl Chioggia

Tutto questo era in regola e previsto nel Piano Regolatore del porto visto che, non essendoci la classica pompa di benzina per le barche dei pescatori e per quelle che riforniscono le grandi navi più distanti, questo distributore era necessario.

Ma poi è accaduto qualcosa che ha cambiato di fatto la situazione, come ci spiega Maria Rosa: “Il padrone della licenza e dei terreni che si era visto autorizzato il progetto, perché conforme con i suoi 1350 metri cubi di gasolio, vende tutto a una nuova ditta. Era  l’8 aprile 2014 quando la Costa Petroli diventa Costa Bioenergie (in seguito Socogas), presentando al Mise ((Ministero dello Sviluppo Economico) e al  Mit  (Ministero dei Lavori Pubblici), istanza di autorizzazione per l’ampliamento di 9.000 metri cubi di Gpl per il riscaldamento e il fabbisogno energetico del Nord Italia. Le dimensioni aumentano di 9 volte rispetto il primo e cambia anche il prodotto da gasolio (liquido) a Gpl (gas)”.

I tre serbatoi gpl

 

Una bella differenza visto che il Gpl è un gas pesante che si propaga basso terra, estremamente esplosivo tanto che esiste una normativa specifica proprio per la sua pericolosità. La legge classifica questo tipo di depositi come a “rischio di incidente rilevante” e prevede che i siti da destinare siano lontani dai centri abitati, scolastici o da attività produttive. Insomma più che un ampliamento era stata creata una “cosa nuova” .

A quel punto, come riferito dalla Boscolo, dopo neanche due mesi (giugno 2014), il Mise avvia la procedura per la prima conferenza dei servizi, il tavolo di lavoro al quale sono invitati tutti i soggetti interessati locali, provinciali, regionali.  Non vengono convocati il Ministero dei Beni Culturali e la Commissione regionale per la Salvaguardia di Venezia e della Laguna, la cui presenza sarebbe dovuta essere opportuna  per tutti gli interventi piccoli o grandi a Chioggia.

Nessuna informazione è stata data alla cittadinanza, come prevede la legge Seveso II. Un paradosso, se si pensa che ogni abitante anche solo per cambiare le finestre o dipingere la propria case deve inviare alla Salvaguardia una specifica richiesta di autorizzazione senza la quale non può far nulla”, prosegue Maria Rosa.

Il 17 giugno dello stesso anno, c’è la prima riunione, Conferenza dei Servizi, dove partecipa anche l’Aspo (l’azienda speciale per il porto di Chioggia – istituita dalla Camera di Commercio di Venezia nel 1979 per la promozione del porto e costituita da imprenditori), che si dice d’accordo con il progetto di ampliamento. E anche qui un’altra incongruenza. Infatti, fra tutti i presenti non partecipa al tavolo di lavoro il Comune di Chioggia che manda una comunicazione scritta dell’ex dirigente dell’ufficio urbanistica, Muhammad Talieh Noori, in cui si evidenzia la conformità al piano regolatore generale e al piano regolatore del porto, in quanto ricadente in zona a destinazione bunkeraggio navi. Non solo, un altro grande assente è stata la Capitaneria del porto di Chioggia, che invia una comunicazione scritta  di “non conformità” al piano regolatore del porto”.

Convocazione per conferenza dei servizi del 17 giugno 2014

Insomma, un paradosso. Nello stesso tavolo sono arrivate due comunicazioni in contraddizione: una che dice si, l’altra no. Ma di questa mancata approvazione non si è sarebbe tenuto conto, andando avanti solo con chi aveva dato il via libera. Nonostante la Capitaneria, che aveva espresso parere contrario sia anche Autorità Marittima e nella gerarchia degli Enti è superiore al Comune, in quanto, essendo espressione diretta del Ministero dei Trasporti, è la sola competente per il porto.

“A settembre, sempre 2014, il Comitato tecnico regionale Veneto (Commissione sulla sicurezza, composta da i vigili del fuoco, l’Arpa – protezione ambientale e  il Comune di Chioggia), danno l’autorizzazione a procedere o nulla osta di fattibilità, denominato Nof. Per il Comune di Chioggia, al posto del responsabile, viene inviato un geometra che non conosceva la questione e che non ha obiettato nulla, ha firmato l’ok senza capire cosa faceva – sottolinea la Boscolo –  Un’assenza ritenuta da tutti sospetta o assurda, visto che nessuno avrebbe spiegato nel dettaglio al geometra la delicata questione. Anche nelle rilevazioni dei vigili del fuoco non erano stati segnalati siti sensibili, facendo solo capire che nei dintorni dovevano essere poste limitazioni di edificabilità e servizi”. Una decisione che ha fatto molto discutere visto che nella zona ci sono 1500 abitanti, tre scuole, un centro diurno per anziani, la ferrovia, lo stadio, aziende di lavorazione dei molluschi, tubazioni del metano a rifornimento della città e una cisterna d’acqua. 

“Ma questo è niente – prosegue Maria Rosa – rispetto a quando nella seduta del 28 gennaio 2015, la Commissione valutazione d’impatto ambientale (Via) è arrivata ad affermare che lo studio ambientale di Costa Bioenergie può essere considerato affidabile perché è stato fatto da professionisti.  Quindi non serve nessuna ulteriore valutazione d’impatto ambientale, basta lo screening. L’esclusione della Via è subordinata alle varianti organizzative e gestionali per le navi gasiere e valutazione dell’impatto acustico. La determinazione può essere sospesa se non rispetta le prescrizioni (determina di non assoggettamento a Via numero 333/2015). Il dramma è che avendo escluso la Via non è scattata la procedura automatica di informazione alla popolazione. Insomma, non per essere per forza maliziosi, ma non si è mai trovato un oste che disprezza il suo vino”.

Le cose proseguono, con un iter burocratico veloce (08/04/2014 – 26/05/2015). A maggio, con decreto interministeriale numero 17407 del Mise e Mit, autorizza il deposito di 9.000 metri cubi di Gpl più i precedenti 1350 metri cubi di gasolio marino e altri oli.  

decreto interministeriale n. 17407 del MISE e MIT autorizza il deposito di 9.000 metri

“In questa autorizzazione non è citato minimamente il parere contrario della Capitaneria, ne hanno registrato chi ha detto che serve una variante al piano regolatore del porto perché per cambiarlo deve essere attivata una procedura che richiede tempo e deve vedere la partecipazione dei cittadini – aggiunge Maria Rosa – nel dispositivo è citata la legge numero 35 del 4/4/2012. L’attuale dirigente comunale dell’urbanistica e altri affermavano che tale richiamo fa si che l’autorizzazione comprende anche tutti i permessi non presenti e supera tutti i pareri negativi ricevuti. Ma non è così, e a dirlo non sono io ma esperti urbanisti e avvocati consultati sulla questione”.

Capitaneria di Porto
Capitaneria di Porto

Poi finalmente a gennaio 2016 l’ex Sindaco Casson presenta al Presidente della Repubblica un ricorso straordinario contro il deposito. La risposta del Consiglio di Stato è chiara: inammissibile. Perché presentato fuori luogo e fuori tempo, visto che doveva essere inviato al Tar entro 30 giorni dal 26/5/2015.

Sentenza Tar ampliamento
05 febbraio 2015 n.137

E fino al 2016 la cittadinanza non era al corrente di nulla. Solo a primavera, durante la campagna elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale, dove tutti i candidati sindaci si dichiaravano contro il deposito di Gpl, la cittadinanza comincia a capire che non si parlava più dell’approvato e regolamentare impianto di stoccaggio da 3500 metro cubi. Naturalmente l’ex Sindaco Casson, anche per le responsabilità presunte sul deposito non viene rieletto e al suo posto ora c’è Alessandro Ferro, del M5s.

Nel frattempo, a inizio estate, inizia la costruzione dell’impianto: compaiono montagne di sabbia nel sito del porto. E solo verso settembre i cittadini capiscono che servono per preparare il terreno dove saranno collocati i serbatoi .Poi a fine ottobre del 2016 arrivano i tre serbatoi via mare.

I tre serbatoi di gpl

 

“Una vista terribile – ricorda la Boscolo – a oggi i lavori stanno continuando per consolidare i serbatoi con cemento armato. Poi dovranno essere tumulati, cioè coperti interamente e noi vedremo un muro alto circa 10 metri e lungo 60. Questo sarà il nuovo paesaggio nel tramonto della laguna veneta. Un vero e proprio scempio. E nonostante l’installazione di questi impianti preveda dei benefit per la cittadinanza, qui non hanno pagato nemmeno i piani di ammodernamento che sono stati fatti a carico del Comune, ovvero a carico nostro” afferma Maria Rosa.

I serbatoi nelle immediate adiacenze del centro cittadino

Il comitato punta il dito contro chi avrebbe dovuto seguire da vicino l’iter burocratico: “Preferiamo sia la Magistratura a individuarli e far luce su tutta questa assurda situazione”.

Una vicenda questa che vede una burocrazia “insolitamente veloce” a danno della più basilare legalità.

 

@MaryTagliazucch

 

 

 

Il Comitato No Deposito GPL a Chioggia

Insieme a Maria Rosa Boscolo,  abbiamo evidenziato la situazione paradossale che vivono i cittadini di Chioggia. Motivo per il quale si è costituito appunto il Comitato NO deposito GPL a Chioggia, di cui lei è attiva partecipante insieme al presidente Roberto Rossi. Questo perché sono molteplici le criticità denunciate per via di questo impianto a 9000 metri cubi di gas.

 

Manifestazione del comitato del 17 dicembre 2016

E’ stata organizza un assemblea pubblica a ottobre scorso, dove hanno partecipato oltre 300 persone: è stata informata la popolazione grazie all’aiuto di un esperto urbanista, un ingegnere chimico e un imprenditore portuale per evidenziare i rischi, e i problemi che potrebbero essere causati dal deposito. Sono poi seguite due manifestazioni:  il 19 novembre e il 17 dicembre, quando 400 persone hanno dato vita a una vera e propria catena umana. A conferma che nonostante si pensi che la gente non sia più abituata a scendere in piazza per affermare la sua volontà (specie se gli eventi non sono organizzati dai partiti o sindacati) non è così e loro ne sono la riprova concreta.

Assemblea pubblica

In soli sette mesi il Comitato è riuscito a raccogliere oltre 13.000 firme, su 42.100 votanti, contro la non realizzazione del deposito. Quelle dei votanti alle elezioni comunali, considerati cioè tutti i candidati sindaci sono stati 26.900.

Hanno poi inviato nove esposti, osservazioni, e denunce ai Ministeri, alla Regione, alla provincia di Venezia (oggi Città Metropolitana), e naturalmente al Comune. Sei delle quali alla Procura della Repubblica e due all’Anac di Raffaele Cantone. La Procura di Venezia ha aperto un fascicolo.

A fine marzo inoltre, il comitato farà una nuova iniziativa per approfondire insieme ai cittadini le tematiche riguardanti questo deposito gpl. Ma anche per informare i pescatori della zona. Anche loro potrebbero mostrarsi contrari quando il deposito comincerà a funzionare a pieni ritmi.

 

@MaryTagliazucch

 

 

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