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La Percezione Della Sicurezza

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Infrastrutture

Infrastrutture: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sulla conservazione ed il mantenimento delle infrastrutture.

Terremoto in centro Italia, ad un anno dal sisma resta l’emergenza

in Ambiente/Beni Culturali/Infrastrutture da
Ad un anno esatto dal terribile sisma che colpì il centro Italia le lancette sembrano essersi fermate e lo stato di emergenza in cui vivono decine di migliaia di cittadini è divenuta una tragica quotidianità.
E’ questo il messaggio emerso dal convegno “Il terremoto fra codice appalti, anticorruzione e ricostruzione. Il punto ad un anno dal sisma del 30 ottobre, organizzato sabato 28 da Unaep (Unione Nazionale Avvocati Enti Pubblici) ad Ascoli Piceno.
L’incontro ha visto la presenza delle autorità locali che hanno testimoniato le difficoltà sul tema della ricostruzione post sisma. Dall’applicazione del codice appalti ai rischi della corruzione, ma soprattutto alle mille difficoltà burocratiche nell’avviare la ricostruzione delle zone devastate.
Nel suo intervento di saluto il sindaco di Ascoli, Guido Castelli, ha tenuto a “ringraziare Unaep per aver scelto la sede di Ascoli trattando qui un tema particolarmente azzeccato”. Il terremoto, ha detto il primo cittadino, “è come una prova da sforzo, sollecita in maniera rilevante tutti i gangli dello Stato e fa affiorare tutto ciò che non funziona. In questa occasione, purtroppo, è emerso uno Stato incapace di restituire il vantaggio pubblico che la gente si aspetta in questi momenti”, ha sottolineato con amarezza Castelli, che ha ricordato come a 365 giorni di distanza dal terribile sisma “si continua ancora a parlare di emergenza e non di ricostruzione”.
La Regione Marche, solo per citare alcuni dei dati snocciolati da Castelli, con l’area del cratere più vasta, ha stimato un totale 1,1 milioni di tonnellate di macerie. Su 87 Comuni colpiti, spiega il sindaco di Ascoli, “sono ancora 52 quelli del cratere che continuano ad avere macerie sul proprio territorio. Solo nella città di Ascoli, a un anno dal terremoto, non meno di tremila persone, su una popolazione complessiva di cinquantamila, stanno ancora aspettando di capire se la propria abitazione sia utilizzabile o meno”.

I fondi stanziati da Bruxelles

A poco o nulla serviranno quindi l’1,2 miliardi di euro assegnati pochi giorni fa dal Fondo di Solidarietà europeo che pure, giurano da Bruxelles, rappresentano il più alto contributo assegnato ad uno Stato membro dell’Unione per questo tipo di emergenze. “Questi soldi impiegheranno anni di passaggi burocratici prima di arrivare concretamente nei territori e noi non possiamo più aspettare”, ha chiosato Castelli.
Per il presidente di Unaep, Antonella Trentini, “i danni ai territori difesi dall’avvocatura pubblica rappresentano una ferita anche per noi e per questo abbiamo scelto Ascoli come sede non solo simbolica ma concreta per testimoniare la vicinanza di Unaep ai territori colpiti dal sisma”. La Trentini si è soffermata sul ruolo delicato di garanzia della legalità rappresentato dall’avvocatura pubblica. “E’ fondamentale garantire l’autonomia e l’indipendenza necessaria per poter dire al proprio Ente che sta sbagliando prima di arrivare ad un giudizio”, ha detto il presidente dell’Unaep. “L’amministratore lungimirante è ben contento di questa funzione di legalità, quello meno lungimirante scioglie l’Avvocatura e su questo chiediamo maggiore attenzione dal parte della Magistratura. Un danno all’avvocatura pubblica è un danno a tutta la cittadinanza”, ha concluso la Trentini.

I rischi di infiltrazione criminale

A sottolineare i rischi di infiltrazione criminale nella fase di ricostruzione è stato Alfonso Bonafede, deputato M5S e vice presidente commissione Giustizia della Camera. “Da legislatore voglio sottolineare che il vero problema del codice appalti è la chiarezza interpretativa delle regole stesse”. Il codice, ha ricordato il deputato grillino, “soltanto nel primo anno è stato sottoposto ad oltre 300 modifiche e 167 correzione di errori grammaticali. Da un punto di vista politico – ha aggiunto Bonafede – vorrei vedere un dibattito politico che individui dei criteri centrali nell’antisisma, perchè bisogna smetterla in Italia con la logica del dopo”. Sul tema della corruzione Bonafede ha ribadito la proposta del Movimento di introdurre un daspo per gli imprenditori condannati per corruzione. Proposta che non trova d’accordo il sindaco Castelli, ” il nostro sistema ha bisogno di stima e reputazione e non di caccia alle streghe. Gli amministratori vanno messi nelle condizioni di assumersi decisioni e non rischi”.
In difesa delle nuove norme introdotte dal codice degli appalti attuale è Alessia Morani, esponente del Partito Democratico nella commissione giustizia di Montecitorio. “Quello delle Marche è un sisma sui generis per il numero di comuni coinvolti, per vittime e per come si è sviluppato. L’emergenza e la ricostruzione devono andare su due piani diversi, la prima ha funzionato ma ora il nodo è cominciare la seconda fase. Nelle Marche abbiamo deciso di ricostruire laddove erano le case senza creare le strutture altrove e questa è una partita difficilissima”. Difficoltà confermata anche da Anna Casini, vice presidente della regione Marche, che ha smentito la presenza di persone che ancora vivono in camper o in macchina. “Una famiglia media arriva a prendere circa mille euro al mese come contributo per il disagio. Molti vivono ancora negli alberghi di San Benedetto del Tronto ma nessuno nei camper o in macchina”.

Pesticidi, allarme Federconsumatori: “Contaminano il 63% delle nostre acque”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Salute da

Le acque superficiali del nostro Paese risultano contaminate da pesticidi nel 63,9% dei punti controllati, con punte del 95%, ad esempio in Umbria”. A lanciare l’allarme è la Federconsumatori, che riporta i dati recenti del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’Ispra. Il trend di crescita della concentrazione di pesticidi dal 2012 al 2016 si aggira su un +20% per le acque superficiali e su un +10% per quelle sotterranee, con gli erbicidi che la fanno da padrone. In alcune zone l’acqua è così inquinata da non poter essere utilizzata per irrigare l’orto e neanche per lavare i piatti, spiegano da Federconsumatori. Dati alla mano e vista la crisi idrica che sta colpendo il nostro Paese a causa della siccità di questi mesi, è evidente che ci troviamo di fronte a “un’emergenza ambientale a livello nazionale” a cui bisogna trovare urgenti risposte.

Il tema del razionamento dell’acqua pubblica avviato da vari sindaci in queste ore, non ultima Virginia Raggi che ha emesso un’ordinanza contro gli sprechi nella Capitale, tocca anche la questione dell’acqua in bottiglia: “prima di fermare l’uso potabile e rischiare di bloccare la filiera agroalimentare forse sarà il caso di affrontare il problema dell’imbottigliamento e il controllo sulle concessioni, che spetta alle Regioni”, dicono i consumatori. “Non è ammissibile che i cittadini restino senza acqua potabile e che le concessioni arricchiscano le aziende private”. Il fatturato del settore delle acque minerali in Italia è di 2,7 miliardi all’anno.

Quanto all’inquinamento nella maggior parte del territorio italiano è causato dall’utilizzo intensivo in alcune zone di prodotti per l’agricoltura come diserbanti, pesticidi e concimi, unitamente ai materiali di scarto prodotti dalle industrie, soprattutto le lavanderie a secco, le industrie del tessile e le industrie metalmeccaniche, dove in molti casi gli stessi imprenditori ignorano la pericolosità delle loro azioni. Altrettanto pericolose le discariche, costruite o gestite male: in questi casi, sostiene Federconsumatori, è urgente intensificare il controllo sulle autocertificazioni delle imprese per il rilascio a valle da parte delle discariche e sugli effetti dell’interramento dei rifiuti industriali.

Inquinamento ma anche dispersione di acqua in una rete nazionale che definire “colabrodo” è un eufemismo. Ogni anno, secondo i dati Istat, il 38,2% di quanto immesso nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia viene disperso. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone.

Nonostante le falle del sistema, attacca Federconsumatori, “i cittadini pagano in ogni bolletta una quota per gli investimenti, cioè una percentuale per l’ammodernamento della rete. Si tratta però di un servizio mai erogato: come stabilito da recenti sentenze, il cittadino non è tenuto a ripagare gli interventi straordinari e tantomeno l’eventuale approvvigionamento straordinario di acqua tramite autocisterne. A ciò si aggiunga che se la rete è colabrodo, in realtà raccoglie anche forme inquinanti. Perché l’acqua non solo si disperde, ma durante il percorso raccoglie prodotti inquinanti che poi finiscono nell’acquedotto: tutto questo è gravissimo, anche perché il cittadino paga in bolletta per il costo della fognatura e della depurazione”.

Da qui l’appello alle Istituzioni per la difesa della biodiversità e dell’ambiente affinché “realizzino il monitoraggio ferreo dei minimi vitali (il minimo della portata che dà la possibilità di sopravvivenza alla flora e alla fauna propria di un bacino, ndr) di fiumi, torrenti e sorgenti previsti dalla normativa vigente. Serve inoltre un controllo più severo delle concessioni e che si inizi a pensare ad una riconversione delle produzioni agricole, passando per l’ammodernamento degli impianti di rete, ad esempio, durante la ricostruzione delle zone terremotate, dividendo finalmente le acque piovane dalle acque reflue, perché la depurazione delle acque piovane è un costo inutile”.

“E’ urgente – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori – realizzare un piano nazionale di investimento sull’ammodernamento degli acquedotti, che potrebbero avere tre effetti positivi: si evitano dispersione e inquinamento, si crea occupazione, perché si realizzano investimenti di cui tra l’altro si recupera il costo dalla mancata dispersione, utilizzando tecniche innovative e si introduce legalità, perché in molte zone l’acqua, tramite le cisterne, viene controllata da organizzazioni illegali”.

@PiccininDaniele

Wannacry, Cyber Intuition: “Dobbiamo aspettarci ancora attacchi simili”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Internazionale da
Cyber

Un’offensiva “ransomware” a livello globale. Niente bombe e niente sangue, ma milioni di dollari di danni, milioni di giga di dati rubati e una sensazione diffusa di impotenza. Era già noto, ma il nemico che in questi giorni ha bucherellato i server di metà Occidente, facendo a quanto pare uno sconto per gli Usa, si chiama ransomware. E ha colpito duramente.

Fra i paesi “bucati” anche l’Italia, che però ha al suo interno gli anticorpi

Sono in agenzie che lavorano per la sicurezza online. RaPToR, acronimo di “Ransomware Prevention Toolkit & Rescu”, è il nome della cura al male e viene prodotto in Italia dalla Cyber Intuition. A capo del cda della software house c’è Stefania Ranzato, che con Ofcs ha parlato di cyber-security e di un, nuovo, ma devastante evento. Per il vertice dell’azienda con sede a Roma “l’attacco è stato violentissimo”. E non sarà il solo.

Il software “Wannacry”

“Dobbiamo aspettarci altri attacchi simili”. Non ha dubbi l’amministratore delegato di Cyber Intuition nell’analizzare un problema che diventerà, pare, molto più conosciuto di quanto lo sia attualmente.

Wannacry” è il nome del software utilizzato per colpire i server e le banche dati di gran parte del mondo occidentale. “Ci troviamo davanti al primo attacco ransomware globale” spiega l’amministratore delegato dell’azienda che si prodiga per creare le contromisure ad attacchi come questi. Il virus che ha infettato i computer è un ransomware. “La particolarità di questo tipo di offensive online – spiega il capo di Cyber Intuition – è che viene chiesto un riscatto per ottenere i dati sensibili”.

Stefania Ranzato, ad di Cyber Intuition

 

 

Il ransomware infatti può entrare nei nostri computer molto facilmente, basta aprire la posta sbagliata, che può arrivare da chiunque. Nessuno è al sicuro e le infrastrutture critiche come trasporti, energia e istruzione sono le più vulnerabili.

“Ad oggi i più colpiti sono in ambito sanitario e anche sul lato istruzione, ma in generale abbiamo registrato che – aggiunge la Ranzato – i ransomware hanno attaccato i siti governativi che anche industrie e le piccole-medie imprese”.

Ad aver subito la maggior parte dei danni dopo questo attacco è stata la terra di Sua Maestà. Come spiega l’esperta “è stato colpito molto il comparto sanitario Uk ed è stata fatta un’azione dichiaratamente mirata”. In realtà si tratta di un fenomeno già molto diffuso, come spiega l’amministratore della software house.

“Sono attacchi che stanno aumentando del 300% – secondo le stime dei laboratori dell’azienda – e il fenomeno si sta diffondendo in maniera abbastanza capillare”. Ma allora possibile che non sia stato possibile monitorarne, e quindi prevenirne, l’eventualità? “Nell’ambito del cybercrime, perché questo è crackeraggio – spiega la Ranzato – attacchi di questa portata non sono predicibili”.

Una nuova frontiera della criminalità

Siamo di fronte a una nuova, per quanto episodi isolati siano verificabili già da anni, frontiera della criminalità. “Sono organizzazioni che attaccano in maniera mirata e pianificano l’attacco stesso – sottolinea l’esperta – verificano la vulnerabilità dei sistemi e attaccano bloccando la completa operatività di un’azienda”.

Una minaccia dalla quale non sono immuni neanche i privati cittadini, i quali “sono anche potenzialmente a rischio perché un attacco ransomware avviene tramite mail-phishing”. Per il vertice dell’azienda romana “incorrere in questo rischio è molto semplice. Possono essere mail che arrivano da indirizzi conosciuti”. Da lì viene chiesto un riscatto, in una valuta digitale dall’entità modesta, per poter riavere indietro i propri dati.

 

Resta da chiedersi: come fare a difendersi? “Le somme in Bitcoin sono basse e spesso il cittadino cede al riscatto” racconta la Ranzato. “Il nostro consiglio – chiude l’ad della Cyber Intuition – è quello di non pagare il riscatto e contrastare la minaccia dotandosi di un sistema che previene e protegge”.

Edifici a rischio: “Il 70% del costruito non rispetta le attuali norme sismiche”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
Enea

“Sono convinto che dobbiamo cambiare la nostra mentalità, la nostra sensibilità nei confronti della questione sicurezza, che è un problema centrale se si vuole perseguire uno sviluppo sostenibile”. E’ quanto dichiara a Ofcs.report Paolo Clemente, ingegnere strutturista e dirigente di ricerca dell’Enea, l’Agenzia nazionale per le nuove tecnologie, l’energia e lo sviluppo economico sostenibile.

Qual è il reale stato degli immobili sul nostro territorio? Quanti sono a rischio e per quali cause?
“Nell’ambito dell’indagine conoscitiva sulla sicurezza sismica in Italia, promossa dalla Commissione Ambiente e Territorio della Camera dei Deputati nel 2012, l’Enea ha presentato i risultati di un proprio studio, secondo i quali circa il 70% del costruito non rispetta le attuali norme sismiche. Senza scendere in dettagli, basti ricordare che fino al 1981 soltanto il 25% del territorio nazionale era classificato sismico e che gran parte, oltre il 60% degli edifici oggi esistenti, era già stata costruita.
Va aggiunto che anche laddove le norme prevedevano di tener conto dell’azione sismica, non sempre si è costruito bene, soprattutto nei periodi di maggiore attività che hanno seguito eventi eccezionali, quali guerre ed eventi sismici quando, al crescere della domanda, tutti s’improvvisavano ingegneri strutturisti o mettevano su imprese. Pertanto, molte costruzioni sono state edificate in fretta e senza adeguati controlli, con risultati scadenti. Infine, interventi impropri, sommati alla mancanza di un’adeguata manutenzione, hanno determinato il degrado di molte strutture o, addirittura, crolli clamorosi. In alcuni casi, come quelli verificatisi a Roma, i terremoti non hanno colpe”.

Come si può rimediare ai cattivi interventi effettuati su gran parte del nostro suolo territoriale?
“Non è facile. Uno degli errori più gravi degli anni ’70 e ’80 è stato quello di aver preteso di applicare alle strutture esistenti gli stessi concetti e le stesse tecniche sviluppati per le nuove costruzioni. Ciò è avvenuto soprattutto per gli edifici in muratura, nei quali si sono spesso eseguiti interventi che hanno stravolto il funzionamento strutturale originario, come l’inserimento di elementi in cemento armato. Questi in presenza di accelerazioni sismiche impongono, con la loro rigidezza, una ripartizione delle azioni ben diversa da quella preesistente e determinano, con la loro massa, azioni sismiche orizzontali notevoli. Intervenire in questi casi è difficile e comunque non sempre conveniente. Se ci riferiamo alle strutture che non sono di interesse storico, a mio avviso andrebbe sempre presa in considerazione la possibilità di demolirle e ricostruirle: si realizzerebbero strutture rispondenti alle esigenze attuali sia dal punto di vista funzionale che strutturale e che durerebbero certamente più a lungo. Sarebbe un ottimo investimento, senza occupare altro suolo”.

Fare prevenzione è possibile? In che modo?
“E’ possibile. Per le strutture di nuova realizzazione sappiamo come selezionare i siti idonei, sappiamo progettare e realizzare a regola d’arte qualsiasi struttura ricorrendo, ove possibile, a moderne tecnologie che consentono di ottenere un grado di sicurezza non perseguibile con tecniche tradizionali. Ovviamente questo non basta: bisogna controllare che siano rispettate le norme con pene severe e certe per chi sbaglia.
Per le strutture esistenti la situazione è più complessa. Va innanzitutto ricordato che la valutazione della sicurezza degli edifici esistenti residenziali è richiesta soltanto in casi particolari, come quelli di evidente riduzione della capacità resistente o di interventi di adeguamento o di miglioramento o ancora nel caso di interventi che interagiscano con elementi strutturali. Gli interventi sono obbligatori solo in caso di inadeguatezza rispetto alle azioni controllate dall’uomo, ossia carichi permanenti e altre azioni di servizio, ma non sono obbligatori in caso di inadeguatezza rispetto alle azioni ambientali, non controllabili dall’uomo, come quelle sismiche. Per gli edifici strategici (con funzioni di protezione civile) o di particolare rilevanza (quali scuole e ospedali), invece, la valutazione della sicurezza è stata resa obbligatoria sin dal 2003, ma anche per essi, in caso di esito negativo della valutazione, non è obbligatorio intervenire. A decidere sono i proprietari o i gestori, tenendo conto della gravità dell’inadeguatezza e della disponibilità economica: se non si hanno i fondi non si interviene.
Bisogna certamente cambiare rotta: per gli edifici pubblici, specie se strategici o di particolare rilevanza, va messa a punto un’opportuna programmazione anche sulla base della disponibilità di fondi pubblici; per i privati deve essere avviato un processo virtuoso di miglioramento della sicurezza. Già da tempo abbiamo individuato tre punti: l’istituzione dell’anagrafe del costruito, le certificazione dello stato di salute delle strutture, l’istituzione di un’assicurazione obbligatoria a fronte delle calamità naturali. Questo percorso consentirebbe di ottenere un quadro dello stato di salute dei manufatti, di individuare gli eventuali provvedimenti per il miglioramento della sicurezza strutturale, di stabilire l’eventuale necessità di indagini specialistiche e di programmare la manutenzione ordinaria e straordinaria delle strutture nel loro complesso e di ciascuna unità immobiliare, ai fini di una loro ‘gestione sostenibile’.
Con tali obiettivi, Enea, Federproprietà e altri partner hanno messo a punto un disegno di legge per l’istituzione dell’assicurazione obbligatoria a fronte di eventi naturali, presentata in Senato una prima volta nella XVI legislatura (ddl numero 3631/XVI) e una seconda nell’attuale legislatura (ddlnumero 881/XVII), che prevede:
• l’istituzione di un’assicurazione obbligatoria che sollevi lo Stato dalle spese di ricostruzione a seguito di eventi calamitosi ma, soprattutto, stimoli proprietari e assicurazioni a verificare l’effettiva affidabilità delle costruzioni, anche al fine di differenziare i costi di assicurazione tra i vari immobili in funzione del rischio. Anagrafe e certificazione sarebbero, ovviamente, propedeutici all’assicurazione.
• l’istituzione di un fondo per la sicurezza strutturale e l’efficienza energetica, che potrebbe alimentarsi anche con quota parte del premio di assicurazione obbligatorio di cui sopra, che riduca gradualmente i costi di emergenza e ricostruzione.
Apparentemente è una nuova tassa ma è soprattutto un sistema virtuoso per sostituire le imposte esistenti, palesi e non, con le quali attualmente si finanziano le ricostruzioni a seguito di eventi calamitosi. In un modo o nell’altro siamo sempre noi cittadini a pagare. Allora perché non istituire una forma di contribuzione trasparente, onesta, dedicata alle calamità naturali? Una forma di contribuzione controllabile, ben definita nella quantità, nel percorso e nell’utilizzo finale?”.

La legge Finanziaria tramite un decreto del Ministero del Lavori pubblici ha attivato un bonus fiscale fino all’85% in base all’azione di adeguamento posta in essere sugli immobili. Ritiene questa una misura adeguata e in che modo può essere impiegata per garantire interventi di miglioramento e adeguamento degli edifici a rischio crolli?
“E’ senz’altro un passo importante per due motivi: il primo, diretto, è quello di stimolare i cittadini a investire nella sicurezza dei propri immobili. Il secondo, indiretto, è quello di aver finalmente introdotto un criterio di valutazione della sicurezza strutturale. Il passo successivo è che questa classificazione diventi obbligatoria per tutti gli immobili e influenzi pesantemente il valore di mercato degli stessi. Le cifre in gioco dovrebbero indurre tutti a migliorare la sicurezza della propria abitazione. Ad esempio, un edificio di medie dimensioni può essere isolato sismicamente (e, quindi, portato in classe A+) con alcune centinaia di migliaia di euro, ossia qualche decina di migliaia di euro a condomino. Se si sottrae il bonus, restano poche migliaia di euro a unità immobiliare, che sarebbero ampiamente ripagate con l’aumento del valore dell’immobile”.

L’Ordine degli Ingegneri di Roma ha proposto fortemente l’obbligatorietà del fascicolo del fabbricato, documento che annota tutti gli interventi eseguiti su uno stabile fin dalla sua costruzione. E’ d’accordo su questo tipo di istanza?
“Sono d’accordo. Ho già detto che il primo passo per avviare un processo di miglioramento della sicurezza è l’anagrafe del costruito, che almeno in parte coincide col fascicolo del fabbricato e con l’archivio immobiliare definito in una precedente norma UNI. L’anagrafe va costruita per passi successivi. Il primo dovrebbe avere come obiettivo il recupero di tutta la documentazione tecnico-amministrativa esistente per ciascuna costruzione: il progetto originale e tutto ciò che riguarda i lavori di carattere architettonico, strutturale e impiantistico eseguiti successivamente alla costruzione. Per gli edifici degli ultimi decenni dovrebbero essere disponibili il progetto, le relazioni della direzione lavori e il collaudo statico in corso d’opera. Per gli edifici meno recenti sarebbe difficile recuperare questi documenti e in alcuni casi non troveremmo alcuna documentazione. Un’accurata indagine visiva dovrebbe completare il primo passo.
Il secondo passo dovrebbe sanare le lacune riscontrate nel primo: laddove mancano progetto e grafici, andrebbe eseguito un accurato rilievo architettonico, strutturale e impiantistico. In caso di mancanza di dati affidabili sulle proprietà meccaniche dei materiali e sull’efficacia delle connessioni tra gli elementi portanti, questi andrebbero ottenuti attraverso idonee prove sperimentali.
Sulla base dei risultati delle prime due fasi potrebbe essere eseguita, attraverso un’accurata modellazione matematica, la valutazione dello stato di salute di ciascun edificio. In particolare, l’analisi dovrebbe verificare l’idoneità statica dell’edificio, ossia la sua capacità a fronteggiare le azioni statiche di progetto previste per la sua destinazione d’uso, e valutare l’entità delle azioni sismiche relative ai vari stati limite previsti dalle norme tecniche: ad esempio quella che provocherebbe un certo danneggiamento e quella che porterebbe la struttura la collasso. Il risultato di quest’ultima terza fase consentirebbe anche di classificare strutturalmente gli edifici, cosa che oggi è obbligatoria soltanto per usufruire dei bonus fiscali.
Va osservato che un check-up andrebbe eseguito comunque nel caso di edifici di età superiore a un prefissato valore. Al riguardo è interessante l’iniziativa del comune di Milano di rendere obbligatorio un certificato di idoneità statica aggiornato, per gli edifici di oltre cinquanta anni”.

 Quali sono secondo lei le migliori procedure per lavorare in sicurezza, riducendo al minimo il rischio causato da crolli derivanti dalla lunga età dell’edificio o da fenomeni naturali come i terremoti?
“Dal punto di vista tecnico lavorare in una struttura non sicura è ovviamente rischioso. Devono essere studiate molto attentamente le modalità esecutive, intese come sequenza delle operazioni da eseguire nelle varie parti della struttura. Ciò comporta un incremento dei costi non indifferente, ma non c’è alternativa. Le stesse opere di puntellamento, tipiche delle costruzioni danneggiate da un sisma, rendono difficoltose le operazioni di recupero elevando significativamente i costi, ma sono indispensabili sia per evitare crolli successivi sia per assicurare chi lavora per il recupero”.

 Si configura come necessaria un’opera di intervento e messa in sicurezza degli edifici?
“Il termine “messa in sicurezza” non mi piace: può indurre a credere che sia perseguibile la sicurezza assoluta. Non è così. Non possiamo azzerare il rischio e, quindi, non possiamo ottenere una sicurezza infinita. Però possiamo migliorarla e tendere a una sicurezza sempre maggiore. Questo è certamente necessario. Migliorare la sicurezza significa ridurre i danni in caso di eventi calamitosi, limitare la non operatività delle strutture, favorendo un rapido ritorno alla normalità. In altre parole, significa aumentare la resilienza agli eventi naturali. Non va trascurato che il collasso di un edificio può comportare danni anche a quelli adiacenti e alla viabilità, come sperimentato in più casi a Roma negli ultimi anni, con enormi danni all’economia”.

Le istituzioni, le alte cariche regionali e comunali dovrebbero fare di più?
“Sono convinto che dobbiamo cambiare la nostra mentalità, la nostra sensibilità nei confronti della questione sicurezza, che è un problema centrale se si vuole perseguire uno sviluppo sostenibile. In tale ottica il ruolo di educazione, controllo ed esempio delle istituzioni è fondamentale”.

@veronica_poto

Allarme degli ingegneri: edifici e monumenti italiani sono a rischio

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
edifici italiani

Il numero di vittime provocate da eventi naturali in Italia, soprattutto da eventi sismici, è elevatissimo. Circa la metà del territorio nazionale è classificato a rilevante rischio sismico. Secondo dati Istat, il 63,8% delle abitazioni in Italia è stato costruito prima del 1971, quando era classificata sismica soltanto una piccola percentuale del territorio, e pertanto non risponde a criteri validi di sicurezza sismica. Ai disastri determinati da fenomeni naturali, si aggiungono spesso quelli dovuti a interventi architettonici o strutturali inadeguati che possono minare la stabilità di edifici d’epoca. A completare il quadro ci pensano solitamente il degrado e una carente, se non del tutto assente, manutenzione degli stabili. Molte costruzioni, soprattutto dopo un evento sismico di grande portata, vengono edificate in fretta, con l’uso di materiali scadenti che eludono controlli approfonditi. Non solo i terremoti più devastanti, anche eventi sismici minori hanno messo in evidenza la grande vulnerabilità del patrimonio abitativo e monumentale italiano.

L’Allarme dell’ordine degli ingegneri

Lo stato di molti edifici, ospedali, scuole, palazzi del nostro Paese è a rischio crolli e necessita di attenzione, monitoraggio e in molti casi di un grande progetto di rigenerazione e riqualificazione. Questo l’allarme lanciato dagli ordini professionali degli ingegneri in sinergia con altri ordini professionali ( architetti, geometri, geologi ), insieme alle associazioni di categoria come quelle degli amministratori di condominio (Anaci), durante un incontro tenutosi a Roma lo scorso 13 aprile. L’obiettivo è di individuare un percorso che dovrebbe portare a una maggiore prevenzione in Italia, anche grazie a speciali agevolazioni fiscali studiate ad hoc. Stragi come il sisma del 24 agosto, che ha colpito il centro-Italia o i crolli di intere palazzine, possono essere evitate facendo una grande attività di prevenzione e messa in sicurezza degli edifici. La normativa c’è, basta applicarla. La legge Finanziaria, infatti, ha recepito le istanze degli ordini professionali e, tramite un decreto del ministero dei Lavori pubblici, ha attivato un bonus fiscale fino all’85% in base all’azione di adeguamento che viene posta in essere sugli immobili. Ogni Comune ora deve adeguarsi e recepire questa normativa.

Il ‘sismabonus’

Il sisma bonus 2017, è una agevolazione inserita nel testo della Legge di Bilancio 2017, che prevede la possibilità di godere di una importante detrazione fiscale sugli interventi di adeguamento sismico di case, immobili, attività produttive e condomini, interventi di adeguamento certificati. Il provvedimento contiene una grande novità: gli immobili interessati dalla nuova detrazione non sono solo quelli ubicati nelle zone 1 e 2, che presentano cioè alta sismicità, ma anche quelli a zona 3 ovvero a medio rischio sismico.

Il bonus fiscale

Rispetto alle ristrutturazioni antisismiche senza variazione di classe (50%) le detrazioni per la prevenzione sismica aumentano notevolmente qualora si migliori l’edificio di una o due classi di rischio sismico. Per abitazioni, prime e seconde case, e edifici produttivi: detrazione al 70% se migliora di 1 classe di rischio e detrazione all’80% se migliora di 2 o più classi di rischio. Per condomini parti comuni: detrazione al 75% se migliora di 1 classe di rischio e detrazione all’85% se migliora di 2 o più classi di rischio. L’ammontare delle spese è non superiore a euro 96.000 per ciascuna delle unità immobiliari.

Le città italiane

Milano già si è portata avanti e sulla base della direttiva ha previsto un piano pluriennale di intervento. Il comune ha aperto il dialogo con i membri degli ordini professionali. L’amministrazione capitolina attraverso le parole del presidente del Consiglio Comunale, Marcello De Vito, intende adeguarsi alla legge e prevedere programmi di intervento concreti. Nella Capitale, gli edifici che superano gli 80 anni sono bel l’80%. “Il terrirorio romano che sembra sicuro in realtà non lo è”, dichiara a Ofcs.report l’ingegner Domenico Ricciardi, ex presidente dell’ordine degli ingegneri di Roma e attuale coordinatore degli ordini regionali degli ingegneri. “L’area si muove di qualche millimetro l’anno – continua Ricciardi – e in tali movimenti indicano che c’è bisogno di un forte controllo per prevenire eventuali crolli facendo una buona prevenzione”.
Il presidente dell’ordine degli ingegneri di Napoli, Luigi Vinci, intervenuto nel corso dell’incontro a Roma, ha affermato che la Regione Campania ha proposto un piano di rigenerazione urbana che a partire dalle misure già individuate e con l’aiuto di fondi statali, regionali e comunali, costituisca un “volano per l’attivazione rigorosa di pratiche e interventi di protezione, manutenzione e cura del patrimonio urbanistico”.

Fascicolo fabbricato obbligatorio

Altra proposta chiave avanzata dagli ordini professionali di ingegneri e gli altri ordini professionali presenti (costruttori, geologi, amministratori di condominio) è l’adozione di un fascicolo del fabbricato, una sorta di anagrafe edilizia che effettui un vero e proprio “check-up” degli edifici. “La prima cosa che bisogna controllare in un edificio, sia esso pubblico o privato, è la sua staticità. Invece purtroppo spesso si pensa prima al risparmio energetico, alle migliorie estetiche e poi ci si preoccupa della staticità. Per prevenire disastri e crolli è fondamentale il fascicolo di fabbricato, che permette di ricostruire gli interventi realizzati all’interno dello stabile dalla sua costruzione fino ad oggi. Dovrebbe essere reso obbligatorio e il governo dovrebbe pensare ad una defiscalizzazione al 100% per gli interventi sulla staticità”, dichiara a tal proposito l’ingegner Ricciardi. Molti comuni italiani hanno già approvato il fascicolo di fabbricato. Roma è stata la prima città a farlo, l’anno scorso è stata seguita da Milano. “Si tratta però di un documento volontario, non obbligatorio. Diventa obbligatorio solo nel caso di un edificio nuovo o di una ristrutturazione consistente. Noi chiediamo al governo l’obbligatorietà, partendo da un dato sostanziale e quasi sempre sottovalutato: i materiali di un edificio si ‘ammalorano’, ma oggi esistono strumenti non invasivi che riescono a vedere e capire lo stato delle costruzioni e dei materiali anche senza rompere o abbattere”. Gli strumenti non invasivi a cui fa riferimento l’ingegnere sono delle tecnologie avanzatissime che permettono di visionare lo stato reale delle costruzioni senza rompere e abbattere, moderni mezzi a costi non eccessivi. Investire nella prevenzione non solo comporta un minor impiego risorse econimiche ma, soprattutto, garantirebbe la sicurezza del territorio e dei cittadini.

Puglia, Salento in trincea: anche i bambini fermano il gasdotto Tap

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“Non ci fermiamo qui”, dichiarava esattamente una settimana fa Marco Potì, sindaco del comune di Melendugno e capostipite istituzionale della protesta contro il gasdotto Tap, i cui lavori di installazione sono iniziati la scorsa settimana con lo spostamento di 211 ulivi, di cui ne sono stati finora prelevati 193. Una protesta che sabato ha ottenuto la sua prima vittoria, quando i bambini sono arrivati alla testa del corteo che bloccava la strada ai camion che trasportavano gli ulivi espiantati nelle campagne di Melendugno fino al loro sito temporaneo, facendo abbassare gli scudi agli agenti in tenuta antisommossa e decretando di fatto la fine delle operazioni di espianto per quella giornata.

Il Tar blocca l’espianto

A distanza di qualche giorno, in aiuto dei No Tap è arrivato  il Tar del Lazio che, accogliendo un ricorso della Regione Puglia, ha sospeso la nota del ministero dell’Ambiente che dava via libera ai lavori.  Fino al 19 aprile, giorno dell’udienza e del verdetto, gli ulivi non verranno portati via. Il Tribunale amministrativo del Lazio, però, sottolinea che essendo già stato avviato l’espianto, la sospensione chiesta dalla Regione Puglia può essere accordata “ai soli fini dell’immediato riesame dell’atto impugnato”. La sospensione vale sino al 19 aprile, giorno in cui ci sarà l’udienza di merito e quindi il verdetto del Tar.

Una vittoria simbolica, senza dubbio, visto e considerato che l’espianto dei primi 211 alberi è quasi terminato (ne rimangono solo 18), e che con ogni probabilità la multinazionale procederà con i lavori. Ma è comunque una vittoria, la vittoria di tutta la gente comune che si oppone al progetto del gasdotto, che da settimane ormai supporta apertamente i manifestanti e gli attivisti del Comitato no tap con cibo e acqua, insieme a sostenerli moralmente e psicologicamente. E l’impressione è quella di un movimento in crescita: se durante i primi due giorni degli espianti le persone presenti al Presidio no tap erano poco più di duecento, sabato (complice anche il weekend) a bloccare i camion con gli ulivi erano più di mille, con bambini e passeggini al seguito, per arrivare a punte di 2.000-3.000 persone durante la manifestazione tenutasi nella piazza centrale del capoluogo Lecce nella serata di domenica.

Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica

La protesta corre di telefono in telefono, di post in post, venendo coordinata attraverso gruppi WhatsApp, mentre su Facebook procede l’aggiornamento video degli altri manifestanti attraverso lo strumento delle dirette. Nonostante i timori filtrati dai ranghi delle forze dell’ordine, i manifestanti del Presidio no tap hanno fatto proprio l’invito del sindaco di Melendugno alla non violenza, e non c’è traccia delle tanto temute infiltrazioni di anarchici e violenti provenienti da tutta Italia.
Protesta no Tap che continua a dichiararsi apolitica e apartitica, ma che incassa di fatto un appoggio “pesante”, quello dell’esponente di punta del Movimento 5 Stelle, Alessandro Di Battista. “È giusto scendere in piazza e protestare, non è un atto eversivo. Ognuno di voi chiami due tre amici e domani vada al presidio. Non dovrete sbagliare niente, non dite nemmeno le parolacce, si attaccheranno a tutto” dice Di Battista in un discorso tenuto domenica pomeriggio sul lungomare di San Foca, a poche centinaia di metri in linea d’aria dal cantiere Tap, accompagnato dagli immancabili cori “Ladri” e “Tutti a casa”: il Movimento 5 Stelle è decisamente entrato in partita a gamba tesa, accolto con non troppo dissimulato favore, se non dalla testa del Presidio, quantomeno dalla sua pancia.

I sindaci scendono in campo e scrivono a Mattarella

Sul fronte locale si allunga la lista dei sindaci che hanno deciso di aderire all’appello che verrà inviato al Presidente della Repubblica, per chiedere una sospensione dei lavori. Sono 94 finora le firme finora raccolte, su 97 comuni della provincia di Lecce.

Lunedì sono state quasi 500 le persone presenti di fronte ai cancelli del cantiere, mentre le strade di accesso sono state bloccate da pietre e materiali di risulta. Risulta essersi rafforzato il fronte No Tap, raggiunto anche da 30 manifestanti provenienti da Torino e dalla Val di Susa. Una struttura quasi paramilitare, quella del presidio: tende con cucina da campo in comune, turni di guardia la notte, per dormire e per tenere la zona sotto controllo, monitorando gli spostamenti delle forze dell’ordine e degli operai Tap, memori dell’esperienza di sabato, dove i lavori sono iniziati quasi a sorpresa alle 6 di mattina nonostante si vociferasse di un possibile rinvio a lunedì da parte della Prefettura, da questa però mai confermato. Anche il terreno antistante i cancelli del cantiere, su cui ha sede la base operativa del presidio No Tap, ha una storia che sa di collaborazione e fratellanza popolare. Semplici le parole nel merito di Alfonso Martano, padrone del campo: “Questi alberi li ho visti crescere qui, e voglio vederli restare al loro posto”. Ambizioso invece un altro progetto: quello di organizzare a Melendugno uno dei concerti del primo maggio, con l’obiettivo di trasformarlo in una grande manifestazione no tap. Progetto che rimane solo allo stato di idea, per il momento. Ma che rende giustizia alle ragioni e alle dimensioni di una protesta che non fa altro che crescere ed allargarsi.

Scuole, governo festeggia la rimozione delle barriere architettoniche da 5mila istituti

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“In Italia il patrimonio immobiliare scolastico conta oltre 42 mila edifici costruiti in larga parte prima del 1970, che in questi decenni sono stati oggetto di scarsa manutenzione o dei cosiddetti interventi tampone”. Ad offrire una fotografia dello stato di salute delle scuole italiane è l’architetto Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di missione per l’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, parlando a Ofcs Report.

“Possiamo dire senz’altro che dal 2014 abbiamo invertito la tendenza, avviando oltre 7.000 cantieri, di cui quasi 5.000 sono già conclusi. Nel corso del 2016 solo con i fondi governativi sono stati costruiti oltre 100 nuovi complessi scolastici. Queste 5.000 scuole oggi rispettano finalmente i criteri di accessibilità e nel 10% dei casi sono nuove costruzioni. Edifici che, oltre a rispettare gli standard sulla sicurezza, non presentano barriere architettoniche e in alcuni casi si propongono come veri e propri esempi di architettura d’avanguardia”, spiega la responsabile della struttura di missione per l’edilizia scolastica di Palazzo Chigi.

 

Le parole  di Laura Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità

Numeri alla mano, in tema di abbattimento di barriere architettoniche le parole della Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità. Occorre ricordare, spiegano dalla Struttura di missione, che gli Enti locali (Comuni e Province) che richiedono i finanziamenti statali per la rimozione delle barriere architettoniche nelle scuole solitamente inseriscono questo intervento tra i lavori di ampliamento, messa in sicurezza, ristrutturazione, adeguamento sismico. Ecco perché, sostengono i tecnici, “non esiste una mappatura dedicata ai soli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche, ma è ovvio che gli oltre 7.000 interventi avviati dal 2014 che vedono la messa in sicurezza, l’adeguamento o la costruzione di nuove scuole, includono necessariamente l’abbattimento delle barriere”.

Negli ultimi anni comunque qualcosa si sta muovendo. A ricordarlo è stato proprio il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, intervenendo venerdì scorso al Cnr, in occasione del primo premio nazionale del Fondo “Vito Scafidi”, il fondo di “Benvenuti in Italia” per la sicurezza a scuola, conferito a tre tesi di laurea magistrale sul tema della sicurezza strutturale degli edifici scolastici: “per la sicurezza, l’innovazione, il controllo dei nostri edifici scolastici abbiamo investito, per il periodo 2014-2017, oltre 7 miliardi di euro. Cifre che non si erano mai sentite prima, soprattutto dopo decenni di tagli e sforbiciate miopi e irragionevoli”.

Il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative

Sul portale #ItaliaSicura il Governo ricorda che per la prima volta l’Italia si è dotata, a maggio 2015, di una programmazione nazionale triennale degli interventi di edilizia scolastica per il periodo 2015/2017. Oltre 6.000 gli interventi richiesti dalle Regioni, sentiti gli Enti Locali, per un fabbisogno totale di 3,7 miliardi di euro. I primi 1.300 interventi sono stati finanziati grazie a 905 milioni dei cosiddetti mutui Bei (Banca europea per gli Investimenti), mutui agevolati con oneri di ammortamento a carico dello Stato che potranno essere accesi dalle Regioni. Gli interventi riguardano la ristrutturazione, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico di scuole, immobili all’Alta formazione artistica, musicale e coreutica o adibiti ad alloggi e residenze per studenti universitari. Prevista la costruzione di nuovi edifici e realizzare palestre.

Nell’ambito delle politiche di edilizia scolastica il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative che saranno costruite in ogni regione, da Nord a Sud, grazie ad uno stanziamento complessivo di 350 milioni di euro previsto dalla “Legge Buona Scuola”. L’obiettivo del Governo è la sostituzione del patrimonio immobiliare scolastico più che la riqualificazione di quello esistente, non solo perché spesso è più conveniente nel rapporto “qualità prezzo”, ma perché le nuove costruzioni rispettano i criteri di accessibilità senza dover ricorrere ad adeguamenti su edifici esistenti, che spesso sono meno funzionali e anti estetici.
E sempre sulle infrastrutture il governo ha sbloccato lo scorso 15 marzo, con un decreto, 700 milioni di euro per investimenti dei Comuni finanziati con gli avanzi di amministrazione dell’anno scorso oppure con il ricorso al debito. Di questi oltre 400 milioni di euro serviranno all’edilizia scolastica, mentre il resto andrà ad altri interventi edilizi o alle opere contro il dissesto idrogeologico.

Numeri contestati dal Movimento 5 Stelle che in un’interrogazione al ministro Fedeli, presentata in aula venerdì 24 marzo, hanno definito “virtuali” gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che compaiono sul sito della “Buona scuola”. “In Italia servirebbero almeno 13 miliardi di euro per mettere a norma i nostri edifici scolastici. Per il 2017 non solo il governo ha stanziato una miseria, 20 milioni, ma questa cifra è stata ulteriormente tagliata e ridotta a 6 milioni”, ha detto la deputata grillina, Chiara Di Benedetto. “I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire, ma il governo gioca con i numeri sull’edilizia scolastica, cercando di camuffarli. In Italia il 60% delle scuole non ha il certificato di agibilità, eppure il governo ignora il problema e trucca gli importi sugli stanziamenti. Il governo – ha spiegato Di Benedetto – bara sui numeri, nasconde operazioni finanziarie e carica sulle Regioni i costi degli interventi. Occorrono ingenti risorse, ma vere”.

@PiccininDaniele

Maestre violente, torna l’incubo: in manette insegnante di Fiumicino

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Torna l’incubo dei maltrattamenti sui minori negli asili nido. “La maestra è cattiva, non voglio più andare a scuola”, avrebbe raccontato ai genitori il piccolo di quattro anni, vittima di schiaffi, urla e spinte ad opera di una maestra di una scuola materna di Fiumicino, che per questi motivi è finita agli arresti domiciliari. La donna, 63 anni, lavora nella scuola dell’infanzia “Lo Scarabocchio”. Secondo le prime ricostruzioni a far scattare l’allarme sarebbero state le denunce di alcuni genitori. Un allarme raccolto dalle forze dell’ordine che avevano posizionato delle telecamere nascoste nella classe dove lavorava la maestra. Il Comune di Fiumicino, in una nota diffusa in serata, ha dichiarato di seguire “con grande attenzione questa vicenda e le delicate implicazioni che comporta. Verranno assunte tutte le decisioni utili, in primo luogo, per la tutela e la salvaguardia dei nostri bambini”.

L’episodio, se confermato dagli inquirenti, riaccende l’allarme violenze sui minori e i mancati controlli nelle scuole. Nell’inchiesta di Ofcs Report, realizzata lo scorso gennaio, a destare maggiore preoccupazione erano appunto i dati “sommersi”, ovvero le mancate denunce di famiglie o di personale scolastico che per paura di ritorsioni preferisce non sporgere denuncia. Un caso al mese finisce sulle pagine delle cronache, ma decine di altri episodi rimangono nel silenzio, colpa anche del mancato censimento da parte degli Enti preposti (Miur e Garante infanzia in primis), che quando si tratta di violenza sui minori sembrerebbero non voler prendere in considerazione i tanti e gravi fatti commessi da docenti a danno di alunni, in particolar modo verso i più piccoli.

Il caso di Fiumicino, dunque, è solo l’ultimo in ordine cronologico, ma il 2017 ha già raccontato un episodio di maestre violente. Una storia di minacce e botte in classe, con due maestre di 49 anni di una scuola elementare di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, sospese dall’attività in quanto avrebbero più volte insultato e malmenato alcuni studenti. L’inchiesta, anche qui, è stata avviata dopo le denunce di alcuni genitori che avevano notato segni sul volto dei figli. I carabinieri avevano poi installato varie telecamere di videosorveglianza nella scuola. Immagini che, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, avrebbero evidenziato atteggiamenti non educativi e violenti messi in atto dalle docenti nei confronti dei bambini. In base ai filmati il gip del Tribunale di Palmi ha subito emesso un’ordinanza di sospensione dall’attività nei confronti delle maestre calabresi.

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione nazionale di 8.000 adolescenti dai 14 ai 19 anni, 2 adolescenti su 10 dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore. Il 7% è stato strattonato o picchiato da una maestra o da un professore e il 10% di loro è stato costretto durante la carriera scolastica, a dover cambiare scuola per colpa della violenza subita da parte delle maestre. A destare preoccupazione, come spiega Maura Manca, psicoterapeuta e direttrice dell’Osservatorio, sono le conseguenze di queste violenze. “I ragazzi che hanno subito nel corso della loro vita aggressioni e violenze sono anche quelli che dichiarano di essere stati in cura da uno psicologo o di aver ricorso a farmaci per contenere vissuti ansiosi ed emotivi in maniera significativa rispetto a coloro che non hanno subito questo tipo di violenze. Anche la loro autostima è stata intaccata e dall’identikit dell’adolescente vittima delle maestre violente troviamo anche sentimenti di tristezza e vissuti depressivi e frequenti crisi di pianto. Sul versante opposto – spiega la dottoressa Manca – capita spesso che i bambini presi di mira siano coloro che hanno problemi nella sfera del comportamento, sono più oppositivi e provocatori o hanno dei deficit di attenzione e iperattività. Questi bambini a casa diventano più nervosi, ancora più disattenti e incrementano le loro reazioni e comportamenti esternalizzanti. Si portano dentro una profonda rabbia e la devono scaricare verso l’esterno, a volte con delle vere e proprie crisi di rabbia o addirittura attaccando il proprio corpo e facendosi del male, per esempio dandosi pugni o sbattendo contro il muro”.

@PiccininDaniele

 

‘Buona Scuola’, M5S: “Il testo dimentica la didattica dell’inclusione”

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“I fondi stanziati dal Governo sull’edilizia scolastica sono briciole e quelli annunciati dalla “Buona Scuola” sono solo virtuali”. A dirlo, in un’intervista rilasciata a Ofcs Report, sono i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle: la capogruppo in commissione Cultura alla Camera, Chiara di Benedetto, la deputata in commissione Cultura, Maria Marzana, e la senatrice in commissione Cultura, Manuela Serra. 

Secondo un’inchiesta di Ofcs Report nella scuola ci sono circa 260mila tra alunni e docenti disabili. Un esercito invisibile che, stando alle storie raccontate, ogni giorno compie delle vere e proprie odissee per raggiungere la classe e accedere agli strumenti dell’insegnamento. La Legge “Buona Scuola” si è dimenticata di loro?
“Nel testo della “Buona Scuola” non è stato scritto nulla sulla didattica dell’inclusione e, infatti, è stata prevista una delega al Governo per la gestione delle inclusioni, fortemente criticata sia dalle associazioni che dai genitori. A nostro parere questo provvedimento è lesivo dei diritti degli studenti e fa fare all’Italia un salto all’indietro di decenni. Con tale delega nulla è cambiato, se non in peggio: la misura più vergognosa è quella che prevede la possibilità di superare il tetto dei 20 alunni per ogni classe che abbia al suo interno uno studente diversamente abile. Inoltre, sono state inserite misure che accrescono le distanze tra corpo docente e genitori di alunni con disabilità, oltre al fatto che il percorso di inclusione dovrebbe prevedere delle vere e proprie didattiche di interscambio tra alunni”.

Il ministro Fedeli ha ricordato che il governo ha investito 7 miliardi di euro in edilizia scolastica, un investimento mai visto prima. Qual è la reale condizione delle nostre scuole e cosa si deve fare per metterle in sicurezza e per renderle accessibili?
“Il ministro Fedeli racconta una storia che non corrisponde al vero. La verità è che il governo quasi non ha stanziato fondi statali, salvo briciole. Gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che figurano sul sito della “Buona scuola” sono in realtà virtuali. Il governo centrale ha fatto tre cose: ha barato sui numeri, ha nascosto operazioni finanziarie e ha caricato sulle Regioni i costi degli interventi. Un esempio concreto: per il 2017 il governo nazionale ha destinato appena 20 milioni, poi ridotti a sei. Briciole, appunto. Servirebbero almeno 13 miliardi di euro solo per rendere a norma gli edifici scolastici italiani. I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire. È emblematico che in Italia il 60% degli istituti non abbia il certificato di agibilità. Per mettere in sicurezza gli edifici scolastici e per renderli accessibili è necessario prevedere fondi strutturali. Non si può ancora giocare con i numeri ed erogare risorse “una tantum”. Noi abbiamo presentato, già nel febbraio 2015, una proposta di legge a prima firma Chiara Di Benedetto che prevede stanziamenti effettivi per circa 600 milioni di euro all’anno per la programmazione 2015-2017, rinnovabili al termine del triennio. Fondi strutturali, appunto, per favorire interventi straordinari di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico, costruzione di nuovi edifici scolastici pubblici, realizzazione di palestre nelle scuole o di interventi volti al miglioramento delle palestre scolastiche esistenti”.

Ogni volta che si chiedono investimenti sulla sicurezza e sull’accessibilità di scuole e uffici pubblici in tanti mettono le mani avanti prendendosela con i vincoli di spesa imposti dall’Europa. Dove è possibile reperire i soldi per ammodernare gli oltre 42mila istituti scolastici e a quanto ammonterebbe l’investimento?
“Quei vincoli di spesa, imposti dall’alto e ratificati dalle vecchie forze politiche, rappresentano un limite per il futuro delle comunità e per la tutela dei diritti primari, tra cui quello all’istruzione. La compressione della spesa pubblica crea sempre e soltanto spirali recessive. Il problema è che dall’impennata del debito pubblico non se ne esce, poiché esso è generato dall’emissione di moneta a debito da parte di una banca che, di fatto, è privata: la Bce. Dovremmo soffermarci seriamente sulla sovranità monetaria, ma qui non è il caso. Noi le coperture per la nostra proposta di legge le abbiamo trovate andando a limare i profitti di banche e operatori simili. Tutto il contrario rispetto a quanto ha fatto il governo nazionale che, ad esempio, alle banche ha recentemente destinato 20 miliardi. Con la sentenza numero 275/2016, la Corte Costituzionale ha stabilito un principio spartiacque che condividiamo in pieno: la tutela dei diritti è preminente rispetto al pareggio di bilancio. Questo significa che il rispetto dei conti viene dopo quello dei diritti fondamentali. Oggi in Italia questo non avviene e una società che non mettere al centro il cittadino e le persone è malata”.

L’inchiesta di Ofcs Report ha svelato l’esistenza di 100mila docenti disabili, mai censiti prima. Per il Miur si tratta di “un costo” e per questo molti di loro sono costretti a lasciare il posto di lavoro. Eppure sono storie bellissime, un esempio di inclusione unico per gli studenti. Nel 2017 è così assurdo immaginare una persona disabile dietro la cattedra?
“Ancora una volta torniamo alla questione dei costi, dei conti, che vengono posti al di sopra dell’uomo. Assolutamente no, non è un’assurdità. Ci sono esempi e storie bellissime di insegnanti con disabilità che hanno avuto un’incredibile capacità di coinvolgere i propri alunni. Un esempio tra tanti è quello di Antonio Silvagni, professore non vedente, che è risultato tra i cinque più bravi docenti in Italia al concorso nazionale “Italian Teacher Prize”. Le sue classi sono diventate un modello di riferimento. Avere un docente che ama il proprio lavoro e riesce a trasmettere questa passione ai suoi studenti è, secondo noi, il primo punto sul quale investire ma, ancora oggi, molto spesso non sono garantite pari opportunità necessarie per svolgere adeguatamente la professione. Penso, ad esempio, a strumenti didattici e tecnologici che, in molti casi, non sono disponibili”.

Nel Sud solo una scuola su dieci è dotata di mappe a rilievo o percorsi tattili e solo una su cinque ha abbattuto le barriere architettoniche. I docenti ciechi non possono usare le lim, i registri elettronici e neppure scegliersi i libri di testo perché inaccessibili ai non vedenti. Cosa prevede il programma del M5S per rilanciare la scuola e in particolare l’inclusione delle persone diversamente abili?
“Il nostro programma prevede, oltre a scuole sicure e accessibili, la creazione di ambienti accoglienti e all’avanguardia, con arredi e strumenti didattici che consentano l’inclusione di tutti gli alunni. Vogliamo garantire la continuità didattica rispondendo al fabbisogno di docenti nelle scuole, diminuendo il numero di alunni per classe, assicurando le risorse sufficienti per i servizi scolastici e creando su ciascun territorio un’equipe di esperti a supporto dell’attività educativo-didattica dei docenti. La nostra idea sulla scuola statale è quella di un luogo di studio e apprendimento fruibile a tutti, alunni e docenti, con spazi moderni dove architettura interna ed esterna siano accoglienti e funzionali, anche rispetto alla possibilità di aprire le attività a laboratori esterni”.

@PiccininDaniele

Disabili, la nuova “zona rossa” si chiama scuola: oltre 42 mila istituti sono vetusti

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Nella scuola italiana ogni giorno circa 250mila tra alunni e docenti disabili vivono un’odissea personale per poter accedere liberamente in classe. Da Nord a Sud, un semaforo rosso di barriere architettoniche ancora presenti in 2 scuole su 10, con percorsi per i non vedenti praticamente assenti, carenze nella messa in sicurezza dei bagni, assenza di ascensori e norme sul rapporto cubatura-alunni per classe molto spesso violate in nome del principio “classi pollaio: meno docenti, meno costi per lo Stato”. Una fotografia del mondo scolastico che, nonostante gli annunci e i decreti della riforma “La Buona Scuola”, suona come uno schiaffo in faccia alla Costituzione italiana che nell’articolo 34 afferma chiaramente che la scuola è “aperta a tutti”.

Una realtà ampiamente documentata nel Rapporto 2015 “Ecosistema Scuola – XVII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi”, uno studio condotto sulle scuole di competenza dei Comuni capoluogo di Provincia (infanzia, primarie e secondarie di primo grado). Il dato relativo agli edifici a norma registrato nel 2015 (80,1%) è addirittura peggiore rispetto al 2011, quando le scuole accessibili si attestavano sull’82,2%. Stesso trend sugli interventi previsti per l’eliminazione delle barriere architettoniche: si passa dal 14,5% del 2011 al 4,9% 2015, come a dire che più passano gli anni meno sono gli interventi per favorire l’accessibilità dei disabili nelle scuole.

Storie come quelle della docente Oriana Fioccone, costretta a entrare a scuola salendo sul montacarichi, non fanno che confermare la scarsa attenzione delle Istituzioni sul versante dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Dati confermati anche da un dossier dell’Istat sul mondo scolastico secondo il quale è ancora elevata la quota di plessi scolastici con barriere architettoniche. Una rappresentazione del Paese in cui, come spesso capita, il Sud segna sempre il passo. In questo caso, infatti, è proprio nel Mezzogiorno che troviamo la percentuale più bassa di scuole con scale a norma nelle scuole primarie, il 73%, mentre nelle scuole secondarie è il Centro con l’81,1%.

Nel Mezzogiorno minore presenza di servizi igienici a norma

Sempre nel Mezzogiorno si ha la minore presenza di servizi igienici a norma: la percentuale si ferma al 69,2% nelle scuole primarie e al 74,5% in quelle secondarie di primo grado. Il Nord è invece la ripartizione territoriale con la percentuale più elevata di caratteristiche a norma dei plessi scolastici: l’81,3% di scuole primarie e il 85,7% di scuole secondarie ha scale che rispettano la legge. L’81,6% di scuole primarie e il 84,2% di scuole secondarie ha servizi igienici in regola. Le scuole sono poco accessibili in tutto il territorio nazionale se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni e docenti con disabilità sensoriali, oppure, in generale, di percorsi interni ed esterni accessibili. Solo il 26,5% delle scuole primarie del Nord ha all’interno del plesso scolastico mappe a rilievo o percorsi tattili. E la percentuale è ancora più bassa nelle scuole del Mezzogiorno: 15,4%, con percentuali simili nella scuola secondaria. Solo il 15% delle scuole primarie e secondarie di I grado ha dichiarato, nel corso dell’anno scolastico 2015- 2016, di aver effettuato dei lavori per migliorare l’accessibilità dell’edificio, mentre circa il 20% delle scuole in entrambi gli ordini scolastici che dichiara di non aver effettuato lavori pur avendone bisogno.

I mancati interventi sull’accessibilità vanno di pari passo con il tema dell’adeguamento delle scuole agli standard di sicurezza e di accessibilità. Per l’Udir, il sindacato dei dirigenti scolastici, nonostante i 3,5 miliardi di euro stanziati dal Governo Renzi per l’edilizia scolastica, “la maggior parte dei 42.292 edifici scolastici italiani rimangono vetusti e non a norma”. A far riflettere è anche il fatto che, a oggi, dei 42.292 edifici scolastici esistenti, ben 8.450 risultano privi di attività scolastica, perché in ristrutturazione, in costruzione o dismessi.

Eppure la riforma del governo Renzi, “La Buona Scuola”, ha tentato di mettere in moto un cambio di passo in tema di accessibilità e sicurezza nelle scuole. “Non c’è riqualificazione dell’edilizia scolastica senza una particolare attenzione per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ed è in questa direzione che va l’azione di Governo“, si legge sul portale #ItaliaSicura che tra i decreti previsti, oltre alla messa in sicurezza e all’adeguamento delle scuole alla normativa esistente in materia di inclusione degli alunni diversamente abili, annuncia 300 milioni di euro per costruire circa 60 scuole a totale accessibilità.

@PiccininDaniele

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