La Percezione Della Sicurezza

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Infrastrutture

Infrastrutture: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sulla conservazione ed il mantenimento delle infrastrutture.

Scuole, governo festeggia la rimozione delle barriere architettoniche da 5mila istituti

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
scuole

“In Italia il patrimonio immobiliare scolastico conta oltre 42 mila edifici costruiti in larga parte prima del 1970, che in questi decenni sono stati oggetto di scarsa manutenzione o dei cosiddetti interventi tampone”. Ad offrire una fotografia dello stato di salute delle scuole italiane è l’architetto Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di missione per l’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, parlando a Ofcs Report.

“Possiamo dire senz’altro che dal 2014 abbiamo invertito la tendenza, avviando oltre 7.000 cantieri, di cui quasi 5.000 sono già conclusi. Nel corso del 2016 solo con i fondi governativi sono stati costruiti oltre 100 nuovi complessi scolastici. Queste 5.000 scuole oggi rispettano finalmente i criteri di accessibilità e nel 10% dei casi sono nuove costruzioni. Edifici che, oltre a rispettare gli standard sulla sicurezza, non presentano barriere architettoniche e in alcuni casi si propongono come veri e propri esempi di architettura d’avanguardia”, spiega la responsabile della struttura di missione per l’edilizia scolastica di Palazzo Chigi.

 

Le parole  di Laura Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità

Numeri alla mano, in tema di abbattimento di barriere architettoniche le parole della Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità. Occorre ricordare, spiegano dalla Struttura di missione, che gli Enti locali (Comuni e Province) che richiedono i finanziamenti statali per la rimozione delle barriere architettoniche nelle scuole solitamente inseriscono questo intervento tra i lavori di ampliamento, messa in sicurezza, ristrutturazione, adeguamento sismico. Ecco perché, sostengono i tecnici, “non esiste una mappatura dedicata ai soli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche, ma è ovvio che gli oltre 7.000 interventi avviati dal 2014 che vedono la messa in sicurezza, l’adeguamento o la costruzione di nuove scuole, includono necessariamente l’abbattimento delle barriere”.

Negli ultimi anni comunque qualcosa si sta muovendo. A ricordarlo è stato proprio il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, intervenendo venerdì scorso al Cnr, in occasione del primo premio nazionale del Fondo “Vito Scafidi”, il fondo di “Benvenuti in Italia” per la sicurezza a scuola, conferito a tre tesi di laurea magistrale sul tema della sicurezza strutturale degli edifici scolastici: “per la sicurezza, l’innovazione, il controllo dei nostri edifici scolastici abbiamo investito, per il periodo 2014-2017, oltre 7 miliardi di euro. Cifre che non si erano mai sentite prima, soprattutto dopo decenni di tagli e sforbiciate miopi e irragionevoli”.

Il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative

Sul portale #ItaliaSicura il Governo ricorda che per la prima volta l’Italia si è dotata, a maggio 2015, di una programmazione nazionale triennale degli interventi di edilizia scolastica per il periodo 2015/2017. Oltre 6.000 gli interventi richiesti dalle Regioni, sentiti gli Enti Locali, per un fabbisogno totale di 3,7 miliardi di euro. I primi 1.300 interventi sono stati finanziati grazie a 905 milioni dei cosiddetti mutui Bei (Banca europea per gli Investimenti), mutui agevolati con oneri di ammortamento a carico dello Stato che potranno essere accesi dalle Regioni. Gli interventi riguardano la ristrutturazione, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico di scuole, immobili all’Alta formazione artistica, musicale e coreutica o adibiti ad alloggi e residenze per studenti universitari. Prevista la costruzione di nuovi edifici e realizzare palestre.

Nell’ambito delle politiche di edilizia scolastica il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative che saranno costruite in ogni regione, da Nord a Sud, grazie ad uno stanziamento complessivo di 350 milioni di euro previsto dalla “Legge Buona Scuola”. L’obiettivo del Governo è la sostituzione del patrimonio immobiliare scolastico più che la riqualificazione di quello esistente, non solo perché spesso è più conveniente nel rapporto “qualità prezzo”, ma perché le nuove costruzioni rispettano i criteri di accessibilità senza dover ricorrere ad adeguamenti su edifici esistenti, che spesso sono meno funzionali e anti estetici.
E sempre sulle infrastrutture il governo ha sbloccato lo scorso 15 marzo, con un decreto, 700 milioni di euro per investimenti dei Comuni finanziati con gli avanzi di amministrazione dell’anno scorso oppure con il ricorso al debito. Di questi oltre 400 milioni di euro serviranno all’edilizia scolastica, mentre il resto andrà ad altri interventi edilizi o alle opere contro il dissesto idrogeologico.

Numeri contestati dal Movimento 5 Stelle che in un’interrogazione al ministro Fedeli, presentata in aula venerdì 24 marzo, hanno definito “virtuali” gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che compaiono sul sito della “Buona scuola”. “In Italia servirebbero almeno 13 miliardi di euro per mettere a norma i nostri edifici scolastici. Per il 2017 non solo il governo ha stanziato una miseria, 20 milioni, ma questa cifra è stata ulteriormente tagliata e ridotta a 6 milioni”, ha detto la deputata grillina, Chiara Di Benedetto. “I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire, ma il governo gioca con i numeri sull’edilizia scolastica, cercando di camuffarli. In Italia il 60% delle scuole non ha il certificato di agibilità, eppure il governo ignora il problema e trucca gli importi sugli stanziamenti. Il governo – ha spiegato Di Benedetto – bara sui numeri, nasconde operazioni finanziarie e carica sulle Regioni i costi degli interventi. Occorrono ingenti risorse, ma vere”.

@PiccininDaniele

Maestre violente, torna l’incubo: in manette insegnante di Fiumicino

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
maestre violente

Torna l’incubo dei maltrattamenti sui minori negli asili nido. “La maestra è cattiva, non voglio più andare a scuola”, avrebbe raccontato ai genitori il piccolo di quattro anni, vittima di schiaffi, urla e spinte ad opera di una maestra di una scuola materna di Fiumicino, che per questi motivi è finita agli arresti domiciliari. La donna, 63 anni, lavora nella scuola dell’infanzia “Lo Scarabocchio”. Secondo le prime ricostruzioni a far scattare l’allarme sarebbero state le denunce di alcuni genitori. Un allarme raccolto dalle forze dell’ordine che avevano posizionato delle telecamere nascoste nella classe dove lavorava la maestra. Il Comune di Fiumicino, in una nota diffusa in serata, ha dichiarato di seguire “con grande attenzione questa vicenda e le delicate implicazioni che comporta. Verranno assunte tutte le decisioni utili, in primo luogo, per la tutela e la salvaguardia dei nostri bambini”.

L’episodio, se confermato dagli inquirenti, riaccende l’allarme violenze sui minori e i mancati controlli nelle scuole. Nell’inchiesta di Ofcs Report, realizzata lo scorso gennaio, a destare maggiore preoccupazione erano appunto i dati “sommersi”, ovvero le mancate denunce di famiglie o di personale scolastico che per paura di ritorsioni preferisce non sporgere denuncia. Un caso al mese finisce sulle pagine delle cronache, ma decine di altri episodi rimangono nel silenzio, colpa anche del mancato censimento da parte degli Enti preposti (Miur e Garante infanzia in primis), che quando si tratta di violenza sui minori sembrerebbero non voler prendere in considerazione i tanti e gravi fatti commessi da docenti a danno di alunni, in particolar modo verso i più piccoli.

Il caso di Fiumicino, dunque, è solo l’ultimo in ordine cronologico, ma il 2017 ha già raccontato un episodio di maestre violente. Una storia di minacce e botte in classe, con due maestre di 49 anni di una scuola elementare di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, sospese dall’attività in quanto avrebbero più volte insultato e malmenato alcuni studenti. L’inchiesta, anche qui, è stata avviata dopo le denunce di alcuni genitori che avevano notato segni sul volto dei figli. I carabinieri avevano poi installato varie telecamere di videosorveglianza nella scuola. Immagini che, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, avrebbero evidenziato atteggiamenti non educativi e violenti messi in atto dalle docenti nei confronti dei bambini. In base ai filmati il gip del Tribunale di Palmi ha subito emesso un’ordinanza di sospensione dall’attività nei confronti delle maestre calabresi.

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione nazionale di 8.000 adolescenti dai 14 ai 19 anni, 2 adolescenti su 10 dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore. Il 7% è stato strattonato o picchiato da una maestra o da un professore e il 10% di loro è stato costretto durante la carriera scolastica, a dover cambiare scuola per colpa della violenza subita da parte delle maestre. A destare preoccupazione, come spiega Maura Manca, psicoterapeuta e direttrice dell’Osservatorio, sono le conseguenze di queste violenze. “I ragazzi che hanno subito nel corso della loro vita aggressioni e violenze sono anche quelli che dichiarano di essere stati in cura da uno psicologo o di aver ricorso a farmaci per contenere vissuti ansiosi ed emotivi in maniera significativa rispetto a coloro che non hanno subito questo tipo di violenze. Anche la loro autostima è stata intaccata e dall’identikit dell’adolescente vittima delle maestre violente troviamo anche sentimenti di tristezza e vissuti depressivi e frequenti crisi di pianto. Sul versante opposto – spiega la dottoressa Manca – capita spesso che i bambini presi di mira siano coloro che hanno problemi nella sfera del comportamento, sono più oppositivi e provocatori o hanno dei deficit di attenzione e iperattività. Questi bambini a casa diventano più nervosi, ancora più disattenti e incrementano le loro reazioni e comportamenti esternalizzanti. Si portano dentro una profonda rabbia e la devono scaricare verso l’esterno, a volte con delle vere e proprie crisi di rabbia o addirittura attaccando il proprio corpo e facendosi del male, per esempio dandosi pugni o sbattendo contro il muro”.

@PiccininDaniele

 

‘Buona Scuola’, M5S: “Il testo dimentica la didattica dell’inclusione”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
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“I fondi stanziati dal Governo sull’edilizia scolastica sono briciole e quelli annunciati dalla “Buona Scuola” sono solo virtuali”. A dirlo, in un’intervista rilasciata a Ofcs Report, sono i rappresentanti del Movimento Cinque Stelle: la capogruppo in commissione Cultura alla Camera, Chiara di Benedetto, la deputata in commissione Cultura, Maria Marzana, e la senatrice in commissione Cultura, Manuela Serra. 

Secondo un’inchiesta di Ofcs Report nella scuola ci sono circa 260mila tra alunni e docenti disabili. Un esercito invisibile che, stando alle storie raccontate, ogni giorno compie delle vere e proprie odissee per raggiungere la classe e accedere agli strumenti dell’insegnamento. La Legge “Buona Scuola” si è dimenticata di loro?
“Nel testo della “Buona Scuola” non è stato scritto nulla sulla didattica dell’inclusione e, infatti, è stata prevista una delega al Governo per la gestione delle inclusioni, fortemente criticata sia dalle associazioni che dai genitori. A nostro parere questo provvedimento è lesivo dei diritti degli studenti e fa fare all’Italia un salto all’indietro di decenni. Con tale delega nulla è cambiato, se non in peggio: la misura più vergognosa è quella che prevede la possibilità di superare il tetto dei 20 alunni per ogni classe che abbia al suo interno uno studente diversamente abile. Inoltre, sono state inserite misure che accrescono le distanze tra corpo docente e genitori di alunni con disabilità, oltre al fatto che il percorso di inclusione dovrebbe prevedere delle vere e proprie didattiche di interscambio tra alunni”.

Il ministro Fedeli ha ricordato che il governo ha investito 7 miliardi di euro in edilizia scolastica, un investimento mai visto prima. Qual è la reale condizione delle nostre scuole e cosa si deve fare per metterle in sicurezza e per renderle accessibili?
“Il ministro Fedeli racconta una storia che non corrisponde al vero. La verità è che il governo quasi non ha stanziato fondi statali, salvo briciole. Gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che figurano sul sito della “Buona scuola” sono in realtà virtuali. Il governo centrale ha fatto tre cose: ha barato sui numeri, ha nascosto operazioni finanziarie e ha caricato sulle Regioni i costi degli interventi. Un esempio concreto: per il 2017 il governo nazionale ha destinato appena 20 milioni, poi ridotti a sei. Briciole, appunto. Servirebbero almeno 13 miliardi di euro solo per rendere a norma gli edifici scolastici italiani. I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire. È emblematico che in Italia il 60% degli istituti non abbia il certificato di agibilità. Per mettere in sicurezza gli edifici scolastici e per renderli accessibili è necessario prevedere fondi strutturali. Non si può ancora giocare con i numeri ed erogare risorse “una tantum”. Noi abbiamo presentato, già nel febbraio 2015, una proposta di legge a prima firma Chiara Di Benedetto che prevede stanziamenti effettivi per circa 600 milioni di euro all’anno per la programmazione 2015-2017, rinnovabili al termine del triennio. Fondi strutturali, appunto, per favorire interventi straordinari di ristrutturazione, miglioramento, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico, costruzione di nuovi edifici scolastici pubblici, realizzazione di palestre nelle scuole o di interventi volti al miglioramento delle palestre scolastiche esistenti”.

Ogni volta che si chiedono investimenti sulla sicurezza e sull’accessibilità di scuole e uffici pubblici in tanti mettono le mani avanti prendendosela con i vincoli di spesa imposti dall’Europa. Dove è possibile reperire i soldi per ammodernare gli oltre 42mila istituti scolastici e a quanto ammonterebbe l’investimento?
“Quei vincoli di spesa, imposti dall’alto e ratificati dalle vecchie forze politiche, rappresentano un limite per il futuro delle comunità e per la tutela dei diritti primari, tra cui quello all’istruzione. La compressione della spesa pubblica crea sempre e soltanto spirali recessive. Il problema è che dall’impennata del debito pubblico non se ne esce, poiché esso è generato dall’emissione di moneta a debito da parte di una banca che, di fatto, è privata: la Bce. Dovremmo soffermarci seriamente sulla sovranità monetaria, ma qui non è il caso. Noi le coperture per la nostra proposta di legge le abbiamo trovate andando a limare i profitti di banche e operatori simili. Tutto il contrario rispetto a quanto ha fatto il governo nazionale che, ad esempio, alle banche ha recentemente destinato 20 miliardi. Con la sentenza numero 275/2016, la Corte Costituzionale ha stabilito un principio spartiacque che condividiamo in pieno: la tutela dei diritti è preminente rispetto al pareggio di bilancio. Questo significa che il rispetto dei conti viene dopo quello dei diritti fondamentali. Oggi in Italia questo non avviene e una società che non mettere al centro il cittadino e le persone è malata”.

L’inchiesta di Ofcs Report ha svelato l’esistenza di 100mila docenti disabili, mai censiti prima. Per il Miur si tratta di “un costo” e per questo molti di loro sono costretti a lasciare il posto di lavoro. Eppure sono storie bellissime, un esempio di inclusione unico per gli studenti. Nel 2017 è così assurdo immaginare una persona disabile dietro la cattedra?
“Ancora una volta torniamo alla questione dei costi, dei conti, che vengono posti al di sopra dell’uomo. Assolutamente no, non è un’assurdità. Ci sono esempi e storie bellissime di insegnanti con disabilità che hanno avuto un’incredibile capacità di coinvolgere i propri alunni. Un esempio tra tanti è quello di Antonio Silvagni, professore non vedente, che è risultato tra i cinque più bravi docenti in Italia al concorso nazionale “Italian Teacher Prize”. Le sue classi sono diventate un modello di riferimento. Avere un docente che ama il proprio lavoro e riesce a trasmettere questa passione ai suoi studenti è, secondo noi, il primo punto sul quale investire ma, ancora oggi, molto spesso non sono garantite pari opportunità necessarie per svolgere adeguatamente la professione. Penso, ad esempio, a strumenti didattici e tecnologici che, in molti casi, non sono disponibili”.

Nel Sud solo una scuola su dieci è dotata di mappe a rilievo o percorsi tattili e solo una su cinque ha abbattuto le barriere architettoniche. I docenti ciechi non possono usare le lim, i registri elettronici e neppure scegliersi i libri di testo perché inaccessibili ai non vedenti. Cosa prevede il programma del M5S per rilanciare la scuola e in particolare l’inclusione delle persone diversamente abili?
“Il nostro programma prevede, oltre a scuole sicure e accessibili, la creazione di ambienti accoglienti e all’avanguardia, con arredi e strumenti didattici che consentano l’inclusione di tutti gli alunni. Vogliamo garantire la continuità didattica rispondendo al fabbisogno di docenti nelle scuole, diminuendo il numero di alunni per classe, assicurando le risorse sufficienti per i servizi scolastici e creando su ciascun territorio un’equipe di esperti a supporto dell’attività educativo-didattica dei docenti. La nostra idea sulla scuola statale è quella di un luogo di studio e apprendimento fruibile a tutti, alunni e docenti, con spazi moderni dove architettura interna ed esterna siano accoglienti e funzionali, anche rispetto alla possibilità di aprire le attività a laboratori esterni”.

@PiccininDaniele

Disabili, la nuova “zona rossa” si chiama scuola: oltre 42 mila istituti sono vetusti

in Ambiente/Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

Nella scuola italiana ogni giorno circa 250mila tra alunni e docenti disabili vivono un’odissea personale per poter accedere liberamente in classe. Da Nord a Sud, un semaforo rosso di barriere architettoniche ancora presenti in 2 scuole su 10, con percorsi per i non vedenti praticamente assenti, carenze nella messa in sicurezza dei bagni, assenza di ascensori e norme sul rapporto cubatura-alunni per classe molto spesso violate in nome del principio “classi pollaio: meno docenti, meno costi per lo Stato”. Una fotografia del mondo scolastico che, nonostante gli annunci e i decreti della riforma “La Buona Scuola”, suona come uno schiaffo in faccia alla Costituzione italiana che nell’articolo 34 afferma chiaramente che la scuola è “aperta a tutti”.

Una realtà ampiamente documentata nel Rapporto 2015 “Ecosistema Scuola – XVII Rapporto di Legambiente sulla qualità dell’edilizia scolastica, delle strutture e dei servizi”, uno studio condotto sulle scuole di competenza dei Comuni capoluogo di Provincia (infanzia, primarie e secondarie di primo grado). Il dato relativo agli edifici a norma registrato nel 2015 (80,1%) è addirittura peggiore rispetto al 2011, quando le scuole accessibili si attestavano sull’82,2%. Stesso trend sugli interventi previsti per l’eliminazione delle barriere architettoniche: si passa dal 14,5% del 2011 al 4,9% 2015, come a dire che più passano gli anni meno sono gli interventi per favorire l’accessibilità dei disabili nelle scuole.

Storie come quelle della docente Oriana Fioccone, costretta a entrare a scuola salendo sul montacarichi, non fanno che confermare la scarsa attenzione delle Istituzioni sul versante dell’abbattimento delle barriere architettoniche. Dati confermati anche da un dossier dell’Istat sul mondo scolastico secondo il quale è ancora elevata la quota di plessi scolastici con barriere architettoniche. Una rappresentazione del Paese in cui, come spesso capita, il Sud segna sempre il passo. In questo caso, infatti, è proprio nel Mezzogiorno che troviamo la percentuale più bassa di scuole con scale a norma nelle scuole primarie, il 73%, mentre nelle scuole secondarie è il Centro con l’81,1%.

Nel Mezzogiorno minore presenza di servizi igienici a norma

Sempre nel Mezzogiorno si ha la minore presenza di servizi igienici a norma: la percentuale si ferma al 69,2% nelle scuole primarie e al 74,5% in quelle secondarie di primo grado. Il Nord è invece la ripartizione territoriale con la percentuale più elevata di caratteristiche a norma dei plessi scolastici: l’81,3% di scuole primarie e il 85,7% di scuole secondarie ha scale che rispettano la legge. L’81,6% di scuole primarie e il 84,2% di scuole secondarie ha servizi igienici in regola. Le scuole sono poco accessibili in tutto il territorio nazionale se si considera la presenza di segnali visivi, acustici e tattili per favorire la mobilità all’interno della scuola di alunni e docenti con disabilità sensoriali, oppure, in generale, di percorsi interni ed esterni accessibili. Solo il 26,5% delle scuole primarie del Nord ha all’interno del plesso scolastico mappe a rilievo o percorsi tattili. E la percentuale è ancora più bassa nelle scuole del Mezzogiorno: 15,4%, con percentuali simili nella scuola secondaria. Solo il 15% delle scuole primarie e secondarie di I grado ha dichiarato, nel corso dell’anno scolastico 2015- 2016, di aver effettuato dei lavori per migliorare l’accessibilità dell’edificio, mentre circa il 20% delle scuole in entrambi gli ordini scolastici che dichiara di non aver effettuato lavori pur avendone bisogno.

I mancati interventi sull’accessibilità vanno di pari passo con il tema dell’adeguamento delle scuole agli standard di sicurezza e di accessibilità. Per l’Udir, il sindacato dei dirigenti scolastici, nonostante i 3,5 miliardi di euro stanziati dal Governo Renzi per l’edilizia scolastica, “la maggior parte dei 42.292 edifici scolastici italiani rimangono vetusti e non a norma”. A far riflettere è anche il fatto che, a oggi, dei 42.292 edifici scolastici esistenti, ben 8.450 risultano privi di attività scolastica, perché in ristrutturazione, in costruzione o dismessi.

Eppure la riforma del governo Renzi, “La Buona Scuola”, ha tentato di mettere in moto un cambio di passo in tema di accessibilità e sicurezza nelle scuole. “Non c’è riqualificazione dell’edilizia scolastica senza una particolare attenzione per l’abbattimento delle barriere architettoniche, ed è in questa direzione che va l’azione di Governo“, si legge sul portale #ItaliaSicura che tra i decreti previsti, oltre alla messa in sicurezza e all’adeguamento delle scuole alla normativa esistente in materia di inclusione degli alunni diversamente abili, annuncia 300 milioni di euro per costruire circa 60 scuole a totale accessibilità.

@PiccininDaniele

Sviluppo sostenibile, il “caso Italia” tra lacune e ritardi

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia/Infrastrutture/Internazionale da
Sviluppo Sostenibile

La lotta alla povertà, la fame nel mondo, l’accessibilità all’acqua e ai servizi sanitari. E ancora il rispetto per la natura e la riduzione dell’inquinamento attraverso adeguate politiche ambientali. Sono temi importanti quelli sui quali l’Alleanza Italiana per lo Sviluppo Sostenibile (AsviS) lancia l’allarme. Purtroppo però, i diversi governi che si sono succeduti negli ultimi anni in Italia, hanno trattato queste materie come una sorta di “buoni propositi”. E così, il 31 gennaio scorso, nel corso di un convegno organizzato a Roma nella sala Zuccari di palazzo Giustiniani, l’AsviS ha lanciato un appello alla politica, affinché quello dello sviluppo sostenibile diventi un tema finalmente centrale nell’agenda di governo del nostro Paese. Un incontro a cui hanno partecipato diversi rappresentanti dell’intero arco istituzionale, dal M5S a Fratelli d’Italia, da Scelta Civica al Partito Democratico.

Dall’inclusione sociale alle energie rinnovabili, dal benessere degli individui al rapporto tra Stati ed Enti sovranazionali, il dibattito ha acceso i riflettori sugli obiettivi contenuti nell’Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile. Obiettivi che l’AsviS – Alleanza che attualmente riunisce oltre 140 tra Istituzioni e reti della società civile – ha messo sotto la lente d’ingrandimento nel “Rapporto AsviS 2016”, in cui vengono sottolineate le evidenti lacune e i ritardi del “caso Italia”.

“Raggiungere gli obiettivi di sviluppo sostenibile entro il 2030 è un percorso difficile e complesso, che richiede l’impegno di tutti a tutti i livelli”, ha detto il Presidente dell’ASviS, Pierluigi Stefanini. “Per mettere il Paese sul sentiero della sostenibilità serve una strategia efficace e una chiara assunzione di responsabilità di parte di chi, una volta eletto, dovrà scegliere per il bene del Paese”.

Sull’esigenza di mettere al centro politiche sostenibili si è soffermato anche il Portavoce dell’ASviS, Enrico Giovannini: “il 2017 sarà un anno cruciale per i partiti e i movimenti politici che si preparano ad affrontare un ciclo elettorale da cui dipenderanno scelte importanti con effetti a medio-lungo termine”, ha sottolineato. “Dovranno dire agli elettori come pensano di ridurre la povertà e le disuguaglianze, tutelare l’ambiente e rispettare gli Accordi di Parigi sulla lotta al cambiamento climatico, conseguire una crescita economica robusta e inclusiva, accrescere l’occupazione e l’educazione di qualità. Tutti i sondaggi – prosegue Giovannini – mostrano come i cittadini, specialmente i giovani, sono molto sensibili ai temi dello sviluppo sostenibile. Il 70% degli italiani è favorevole alle politiche per lo sviluppo sostenibile e oltre il 75% è preoccupato per i fenomeni globali, tra cui degrado ambientale, sicurezza alimentare, guerre e globalizzazione. La risposta a queste preoccupazioni farà la differenza anche in termini elettorali e molti cittadini utilizzeranno il metro della sostenibilità per valutare le promesse dei partiti e dei movimenti politici. Per questo l’ASviS propone ai politici di assumere un impegno forte e chiaro su questi temi”.

La sfida lanciata ai politici viene raccolta da Stefano Fassina di Sinistra Italiana, che parla senza mezzi termini di “una rottura dell’ordine economico e sociale” e di una “conclamata insostenibilità” del caso Italia. Per l’esponente della sinistra il lavoro deve tornare ad essere valorizzato come “vettore fondamentale di cittadinanza democratica” e in ogni caso “i burocrati non c’entrano nulla, è la politica a dare la linea”.

Per Giancarlo Giorgetti, deputato della Lega Nord, gran parte delle responsabilità sono da addebitare all’Europa. “Una società anziana non è più sostenibile e una politica fiscale a favore della famiglia dovrà essere cominciata per contrastare le dinamiche demografiche che nel nostro paese sono allucinanti”. Da questo punto di vista “le regole che si è data l’Europa sono astratte”, spiega Giorgetti, secondo cui “dobbiamo abbandonare l’euro prima possibile, altrimenti al 2030 non ci arriviamo. La ricetta non può essere quella di ridurre gli stipendi degli italiani per compensare gli aumenti dell’euro”, conclude l’esponente della Lega.

Per l’ex Ministro delle Infrastrutture, Maurizio Lupi dell’Ncd, l’unica ricetta possibile è tornare a mettere la persona al centro delle politiche di un Paese” e per questo deve essere centrale la lotta alla povertà: “se noi non comprendiamo – spiega Lupi – che il disagio sociale attuale è legato a 9 milioni di persone che vivono alle soglie della povertà, vuol dire che non siamo in grado di affrontare e vincere questa sfida”.

Per Fabio Rampelli, deputato di Fratelli d’Italia, il ritardo italiano sulle politiche di sviluppo sostenibile è dovuto al “fallimento dell’utopia progressista che ha creato modelli unici, come il Pil che non puó essere l’unico parametro per calcolare il benessere e la qualità della vita”. Per questo, aggiunge Rampelli, “bisogna tornare a modelli culturali identitari che valorizzino le differenze e per farlo serve una riconquista di campo rispetto alle organizzazioni sovranazionali per rimettere la persona umana al centro”.

Le “buone intenzioni” dei politici dovranno ora misurarsi sui tempi ristretti per avviare politiche di sviluppo sostenibile in grado di mettere l’Italia nella scia degli altri paesi europei. Ma i tempi non sono l’unico aspetto critico perché, come ha ricordato il presidente di AsviS, Enrico Giovannini, “mancano i finanziamenti e le leggi sono ferme. Siamo consapevoli che per la politica il consenso legato al cambiamento è il terreno di sfida più grande, ma bisogna avere il coraggio di affrontare i problemi attuali con il coraggio di proporre soluzioni innovative per un’Italia sostenibile da tutti i punti di vista”.

@PiccininDaniele

Mafie, l’autotrasporto è “Cosa Nostra”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Relazioni Internazionali da

 C’è chi denuncia e chi invece è complice. C’è chi riceve minacce soltanto per aver detto la verità, e chi invece sta seduto sulla sua comoda poltrona smuovendo traffici illeciti di armi e droga. C’è chi sceglie la strada della legalità e chi rimane appeso a un filo.

Questa è la storia di Cinzia Franchini, una donna che ha voluto dire la sua, denunciando il radicamento mafioso da parte di clan affiliati a Cosa Nostra e alla ‘Ndrangheta. Gli stessi che operavano all’interno di società facente capo alla CNA-FITA (Centro Nazionale di Autotrasporto), ovvero l’azienda di cui Cinzia è tutt’ora presidente.

Cinzia Franchini

Dopo le prime denunce da parte della CNA-FITA nei confronti di società affiliate, partono le prime inchieste: i processi diventano molti, le udienze almeno due a settimana. Operazione Caronte e inchiesta Aemilia. Sono queste le indagini in corso.

Tutto ha inizio nel 2011 quando Cinzia, ex trasportatrice, dopo aver maturato interessi per questioni sindacali diventa presidente nazionale della CNA-FITA (Centro Nazionale di Autotrasporti). La società Fita è “un’unione di mestiere rappresentante tutte le categorie operanti nel settore del trasporto e della mobilità – si legge negli atti – e ha lo scopo di rappresentare e tutelare gli interessi dei propri associati, nei confronti delle Istituzioni pubbliche, della Pubblica Amministrazione, delle Organizzazioni sociali, economiche e politiche nazionali, comunitarie ed internazionali, al fine dello sviluppo delle aziende degli associati e della crescita professionale ed imprenditoriale degli stessi”.

All’unione CNA-FITA aderiscono le imprese artigiane e le piccole e medie imprese associate alla CNA in qualunque forma giuridica riconosciuta dall’ordinamento interno o comunitario. Gli associati all’Unione al 31  dicembre 2014 sono 25.466 mila.

Siamo nel 2012 quando arriva il momento di intervenire. “Il settore dell’autotrasporto è uno dei settori più inquinati in Italia dai clan mafiosi”, spiega Cinzia che, dopo aver preso il comando dell’azienda, scopre di aver, all’interno della società, numerosi soggetti sospetti, presumibilmente legati ad esponenti di clan di stampo mafioso. Proprio in quell’anno la Presidente Nazionale del Centro di Autotrasporti decide di iniziare a denunciare.

La bomba viene innescata. Comincia così la battaglia per la legalità tra gli autotrasporti. Le operazioni antimafia iniziano nel 2014. Partono due inchieste, l‘operazione Caronte (si svolge a Catania) e il processo Aemilia (vede protagonista le città di Reggio Emilia). Proprio in quest’ultimo,  a dibattimento ci sono quasi 150 imputati, molti dei quali accusati di associazione a delinquere di stampo mafioso. Altri 70 sono stati giudicati e in gran parte condannati in rito abbreviato.

Nell’Operazione Caronte sono almeno 100 gli indagati e 23 gli arrestati. L’inchiesta vede al centro dell’indagine il boss Vincenzo Ercolano (arrestato nel novembre 2014) che avrebbe trasportato merci illecite tramite i servizi della sua azienda (Geotrans).

Cinzia, dopo aver ricevuto proiettili e minacce, va comunque avanti e nel febbraio 2015 depone davanti alla Commissione antimafia. Fa nomi e cognomi, partendo dagli esponenti che avrebbero gravemente danneggiato la sua azienda fino ad arrivare a Vincenzo Ercolano, presidente della Geotrans (società affiliata alla CNA-FITA) e maggior esponente del clan di Cosa Nostra catanese, Santapaola. L’atto di costituzione di parte civile si basa sulle attività investigative concluse nell’indagine Caronte, ma anche sugli esiti dell’inchiesta Iblis sulle famiglie di Catania, Ramacca e Caltagirone, che ha permesso di fare luce sull’evoluzione di Cosa Nostra.

Gli investigatori, proprio attraverso l’indagine Caronte, hanno individuato anche alcuni settori nei quali si sarebbe infiltrata l’organizzazione, evidenziando così il ruolo di Vincenzo Ercolano.

“L’attività di traghettamento – emerge da un rapporto del Ros di Catania – si protrasse per circa 90 giorni con ottimi risultati nei mesi a cavallo tra gli anni 2005 e 2006, fino a quando si interruppe improvvisamente la navigazione con consistenti danni per la Servizi autostrade del mare”. In questo ambito avrebbe operato Vincenzo Ercolano, titolare di imprese di trasporti di considerevoli dimensioni, che, scrive il Ros, “per implementare i propri affari ha utilizzato non solo la forza di intimidazione derivante dalla sua appartenenza anagrafica ad una delle famiglie che da decenni costituiscono la famiglia catanese di Cosa Nostra, ma anche i poteri e le facoltà connaturate alla sua effettiva appartenenza a quest’ultima famiglia”. Secondo queste inchieste la mafia operava anche attraverso imprenditori, politici e giornalisti disposti a tacere pur di aggiudicarsi una fetta della “torta”.

“L’autotrasporto è uno dei settori maggiormente a rischio di radicalizzazioni mafiose – prosegue Cinzia – La CNA-FITA comprende tutte le piccole e medie imprese di trasporto di merci e di persone; di conseguenza, le infiltrazioni avvengono in tutti i vari settori del trasporto come lo smaltimento di rifiuti, medicinali, petrolio, deportazione alimenti e via dicendo”.

La ‘Ndrangheta e Cosa Nostra sono le più pericolose anime imprenditoriali delle organizzazioni malavitose e puntano ad accaparrarsi ingenti somme di finanziamenti pubblici attraverso le loro strutture di servizio (Ecobonus), per poi condizionare il mercato. La mafia si addentra ovunque, uccide, trasporta illegalmente. E’ il mezzo per ottenere il potere assoluto, è il fine per raggiungere il massimo della ricchezza.

In questo mondo, che è sempre più corrotto, c’è chi ancora ha la forza di denunciare e combattere per riuscire a risanare almeno una parte della società che ancora ha dei valori, che rispetta le tradizioni e crede in un mondo pulito. Abbiamo raccolto la testimonianza della presidente della CNA-FITA in un’inchiesta che finalmente porterà alla luce tutti i vari tasselli oscuri del “Caso Ercolano”.

Ambiente, a Melendugno il gasdotto della discordia che arriva dall’Azerbaijan

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
Tap

Duecentomila euro di fondi per aiutare le associazioni locali ambientali, culturali e sportive. E’ questo il regalo di Natale della TAP al Comune di Melendugno, in Puglia, sponda prescelta per l’arrivo del gasdotto proveniente dall’Azerbaijan. Un pensiero che non tutti hanno gradito, da molti considerato solo l’ennesima mossa di TAP nella partita a scacchi sul territorio salentino.
Siamo a San Foca, frazione del Comune di Melendugno, a poco più di 20 km da Lecce. Su queste spiagge bianche dovrebbe sbarcare il gasdotto TAP., Trans-Adriatic Pipeline, l’ultimo tratto di un’unione energetica chilometrica che completerebbe, per 870 km (di cui 104 sotto l’Adriatico), il collegamento con l’origine del corridoio: l’Azerbaijan. Il Southern Gas Corridor, 3500 chilometri totali che comprendono il TANAP (Trans Anatolian Natural Gas Pipeline) e l’SCP (South Caucaus Pipeline).

Un progetto che va avanti dal 2008 è che finora non ha ancora visto il via, bloccato tra attese di finanziamenti e opposizione delle istituzioni locali. Ma, sotto le feste, la società TAP, ha voluto riconciliare il progetto con i cittadini e il territorio e ha dato vita a TAPStart, un concorso a premi destinato ad associazioni senza scopo di lucro, dedicate alla vita culturale, ambientale e sportiva di Melendugno. Una riconciliazione in gran parte fallita, come ci racconta Gianluca Maggiore, del Comitato No TAP: “Abbiamo scoperto che una buona metà di questi progetti che sono stati finanziati, sono nati con intenzioni politiche e hanno tra i loro vertici esponenti del TAP”.
Tra queste in prima linea ci sarebbe la Pro Loco San Foca, contro la quale, già nel 2014, si mosse l’associazione dei commercianti di San Foca in seguito alla richiesta di un finanziamento a TAP per lo sviluppo di un turismo legato al golf (http://www.lecceprima.it/politica/operatori-san-foca-sconfessano-pro-loco-gasdotto-tap-progetto-marine-melendugno.html). Una vicinanza con il progetto del gasdotto che non era piaciuto alle istituzioni locali, da sempre schierate compatte contro la TAP.
Tra i progetti vincitori anche chi si è ritrovato per caso a partecipare al concorso, come l’Associazione amatori di Melendugno, che ha prontamente ribattuto sulla sua pagina Facebook e annunciato la rinuncia ai 20.000 euro stanziati: “La domanda di partecipazione al bando è stata presentata da soggetti non autorizzati a farlo e che hanno agito a titolo personale, senza la preventiva necessaria autorizzazione dei componenti della squadra. Non solo. L’intera rosa è contraria a questo modus operandi di TAP e non ne condivide le finalità. La Società, dal canto suo, tende a precisare che già ben prima dell’esito del bando aveva deciso di non accettare l’eventuale erogazione di denaro”.

Anche altre Onlus, come l’Associazione Erik Carrozzo (dedicata al giovane ragazzo scomparso nel 2013 a causa della leishmaniosi), starebbero pensando di prendere le distanze dal concorso e rinunciare al finanziamento. Impossibile trovare notizie sulla Legalmente RigenerA.T.I., associazione vincitrice grazie ad una app per la segnalazione dei rifiuti. “Fino a pochi giorni fa non esisteva, nessuno sapeva cosa fosse” , racconta Maggiore.  “Inoltre – precisa Maggiore – esiste già un’applicazione simile, che ha ricevuto il finanziamento della Provincia di Lecce nel 2015 (SCRAP – scatta il rifiuto, nda)”.
Così come un curioso caso risulta l’Associazione di tiro al volo. “A Melendugno nessuno conosce i suoi soci, molti non sono nemmeno di qui”, aggiunge Maggiore.
Anche un’altra associazione è finita sotto la lente del Comitato, quella legata all’Università del Salento che cura i progetti di archeologia preventiva per conto di TAP. Visti questi collegamenti, tra le ipotesi del Comitato No TAP sul perché di questo concorso, emerge una ragione chiaramente politica: “A maggio si vota a Melendugno e l’impressione è che ci sia in corso un finanziamento elettorale per avere delle istituzioni più morbide con il gasdotto. Visto che quelle che ci sono ora sono sempre state contrarie al progetto, il tentativo è di ammorbidire i cittadini e di far salire in Comune qualcuno più malleabile”.
Intanto, i lavori del gasdotto non sono mai iniziati, come precisa Maggiore: “Molti terreni non sono stati acquisiti formalmente. L’unica zona chiusa è quella in cui ci dovrebbe essere il pozzo di spinta per il microtunnel. Ma esistono solo degli alberi circondati, ancora in attesa dell’autorizzazione all’espianto”.
TAP ha chiesto una nuova proroga e i finanziamenti annunciati, compreso quello più recente della BERS, la Banca Europea della Ricostruzione e Sviluppo, rimangono sulla carta. Circa quindici giorni fa la denuncia per irregolarità inviata dal Comitato è tornata indietro “perché la modalità di prestito è ancora in studio”.

La situazione economica azera fa sì che Baku debba cercare finanziamenti per ultimare il corridoio energetico. Nel 2016 l’Azerbaijan ha infatti slegato la sua moneta dal dollaro, e il manat ha perso un terzo del suo valore. Inoltre, il movimento altalenante del prezzo del petrolio / prezzo del gas, mina la solidità dell’economia azera.
L’economia salentina è altrettanto bloccata. Le aziende che hanno ricevuto gli appalti iniziano a battere cassa, mentre i cittadini hanno dovuto smitizzare il guadagno facile. “Vi pagheremo un sacco di soldi i terreni” tuonava TAP ad inizio progetto, come ricorda Maggiore. “Poi la gente si è informata e ha capito che poteva guadagnare 80/90 centesimi a metro quadro (come scrive Repubblica nel settembre 2015, nda). Ci sono persone che per servitù di passaggio si sono viste pagare 50 euro”.

L’OPINIONE/ Magistratura e finanza: l’Italia è sotto attacco

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Economia/Infrastrutture da

 

Oggi siamo sotto attacco. Si, oggi siamo sotto attacco dall’autorità giudiziaria come classe antipolitica che da alcuni anni sta demolendo la architettura costituzionale di “pesi e contrappesi” dell’Italia. Si, inoltre, siamo sotto attacco delle autorità finanziarie europee (franco-tedesche) che da alcuni mesi hanno messo o vogliono mettere le mani sulle grandi aziende e gruppi italiani. Un paese sotto attacco e le discussioni dei media sono sul sesso degli angeli, sul decimale in più o in meno dei partiti e sulla durata del governo. Si offre in pasto, mediaticamente, alla gente (giustamente) inferocita gossip e pseudo inchieste sui politici e amministratori pubblici, con vicende private o pubbliche, per far accrescere il sentimento dell’antipolitica. Anzi, spesso chi causa o ha causato questi attacchi ne paga le colpe, come sta accadendo al M5S. Un sindaco, quello di Milano, che si è dovuto auto-sospendere per indagini in corso. Una sindaca, quella di Roma, che è in ostaggio di eventi giudiziari e di conseguenza non guida la città. Per non parlare dei sindaci, amministratori regionali, imprenditori che in questi anni sono stati arrestati, condannati e poi assolti dalla stessa magistratura, ma che la vera condanna quella sui media è stata e rimarrà nel tempo.

Un paese sotto attacco finanziario. Lazar acquista il 5,1 % della società Terna; Generali “France” è stata acquistata da Allianz; Unicredit ha (o è stata costretta?) a vendere Pioneer fund a Credit Agricole; Italcementi venduta ad Heidelberg; Mediaset scalata da Vivendi di Bollorè che ha già scalato Telecom Italia. Ma quando ci accorgiamo che siamo sotto attacco? Che tutti questi eventi sono tra loro collegati. Che c’è una regia, neanche tanto nascosta: rendere l’Italia debole attraverso l’indebolimento della politica e delle istituzioni italiane per fare shopping delle imprese “ghiotte” del nostro paese.

Sotto attacco da parte di chi? Della politica finanziaria di due paesi (Francia e Germania) alleati tra di loro per arraffare il più possibile in Italia. Appurato che tra qualche giorno con il cambio di presidente in Usa l’Italia potrebbe ritornare ad essere centrale in Europa con la gestione Trump e con l’abbandono della politica fallimentare di Obama.
La politica deve governare e non può essere impegnata solo per difendersi da questi attacchi. Se insieme governiamo, se ritorniamo al nostro ruolo, insieme con la gente, allora potremmo essere di nuovo tranquilli in questo paese e costruire un futuro moderno. Puliti, trasparenti, propositivi e chiari ma anche amministratori che governano le città ed i paesi con decisioni condivise.

Giuseppe Esposito  

@peppexpo

 

Maltempo, alluvione a Torino: il Po in piena/ FOTO

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

Il maltempo nel nord ovest dell’Italia sta creando forti disagi. La piena del Po preoccupa i cittadini e le amministrazioni locali. L’AIPo spiega che alle ore 11 il Po ha raggiunto a Torino Murazzi 5,87 mt sullo 0 idrometrico ( oltre la soglia 3- livello di elevata criticità, colore rosso, che inizia a quota 4,70). A Crescentino invece si è raggiunto i 5,79 mt ( oltre la soglia 3 che inizia a quota 5,00).

Queste alcune immagini di Torino e del fiume in piena.

Rifiuti e trasporti: i numeri del fallimento capitale

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da

Atac, l’azienda pubblica che gestisce i trasporti di Roma, in cinque anni ha accumulato 1 miliardo di debiti. Ama, l’impresa che invece gestisce l’80% dell’immondizia della capitale, nel 2015 ha rischiato la bancarotta e dal 2010 è in liquidazione. Questi sono i due cardini negativi che fanno percepire Roma mal gestita dai cittadini e che peggiorano ogni giorno la qualità della vita, facendo attendere gli utenti ore per un mezzo pubblico, magari proprio davanti a un cassonetto maleodorante in quella che dovrebbe essere una capitale europea. I liberali propongono una soluzione choc a tutto questo: mandare definitivamente le due aziende dei disservizi in fallimento pilotato per salvare il bilancio del Campidoglio e aprire bandi di gare europei a privati. 

Il piano Nathan contro il Movimento 5 stelle.  Ernesto Nathan fu lo storico sindaco di Roma che nel suo piano regolatore del 1909 costruì l’ossatura dell’attuale pianta urbana di Roma. Nathan rimane famoso nelle frasi in romanesco che usiamo tutti i giorni, “non c’è più trippa per gatti”, riferendosi a un capitolo del bilancio del Comune che parlava del cibo destinato ai gatti che dovevano combattere l’avanzata dei topi negli archivi comunali, capitolo che tagliò senza neanche pensarci due volte. Ma perché viene ripescato un sindaco morto 94 anni fa? Un messaggio diretto dei liberali e de La Marianna, il nuovo soggetto politico di ispirazione radicale di Giovanni Negri, alla sindaca Raggi, il senso è quello di soluzioni anche estreme per aggiustare situazioni particolarmente difficili, come quella delle due municipalizzate romane e pensare a liberalizzare i servizi. Libera concorrenza e niente più trippa per trasporti e rifiuti insomma. I dati del disastro romano: i trasporti. Leggendo il bilancio 2015 la situazione del trasporto romano è drammatica. Un mezzo su due ha più di 12 anni, solo nel 2015 sono state soppresse 650 mila corse. Mettendo insieme questi due dati sii vede che lo scorso anno il 53,2% delle corse di superficie è stata soppressa per guasti alle vetture. Non solo i romani perdono 135milioni di ore l’anno aspettando autobus, ma hanno a che fare con un’azienda in perdita per 79 milioni. L’Atm, l’azienda milanese è in utile per 24 milioni per fare un confronto. I debiti sono 1,3 miliardi (711 quelli di Atm) e Atac non riesce nemmeno a incassare in pubblicità, che sembrava essere la svolta Veltroni nei prima anni 2000 con l’idea dei cartelloni pubblicitari sui tram: solo 8 milioni nel 2015, contro i 18 di Atm. I dati del disastro romano: i rifiuti. L’altro buco nero si chiama rifiuti. Roma è l’unica Capitale europea insieme ad Atene a non smaltire i suoi rifiuti autonomamente, ovvero non c’è a Roma un ciclo compiuto di smaltimento e così Ama deve inviare ogni giorno decine di camion e treni all’estero. In pratica la “monnezza” di Roma va a riempire le discariche degli altri. Questo perché Roma non ha l’inceneritore ma solo Tmb, impianti che trasformano i rifiuti in altri rifiuti secondari che poi vengono mandati in città che hanno un inceneritore e si fanno pagare profumatamente per smaltire i nostri rifiuti.

La motivazione ufficiale è che l’inceneritore scoraggerebbe la differenziata. Eppure in Belgio il 44% dei rifiuti viene incenerito, in Germania il 35%, in Svezia addirittura il 50% e sono proprio alcuni dei paesi dove la differenziata funziona meglio. Il risultato è che la spazzatura di Roma arriva ogni giorno presso 62 siti dislocati in dieci regioni e in tre Paesi esteri: Portogallo, Romania e Bulgaria. Da dicembre verrà messo in atto anche il piano con la Germania, che si prenderà 150mila tonnellate di rifiuti romani l’anno per quattro anni. Modelli europei che hanno fatto scuola. Cosa è possibile privatizzare? Roma potrebbe imparare da Londra o da Stoccolma per quanto riguarda le infrastrutture. Nel Regno Unito il problema della qualità del servizio dei trasporti è stato risolto da tempo attraverso intere porzioni di rete messe a gara ogni anno. La concorrenza mette pressione agli operatori per offrire il miglior servizio possibile. A Roma invece c’è un effettivo monopolio e i contratti durano anni così che l’operatore di turno non ha motivo per migliorare il servizio.  Senza contare che a Londra un chilometro di rete costa 0,8 euro a cittadino, a Roma ne servono 2,4. Il modello svedese, invece, prevede che il controllo del trasporto sia più frazionato, con la presenza di più strutture addette alla vigilanza sul servizio e sulle tariffe applicate. Ma quando si parla di rifiuti invece, moltissime aziende private sono pronte a partecipare a gare per lo smaltimento dei rifiuti, operazione che permette un enorme guadagno. Ma chi si prenderebbe sulle spalle i processi di raccolta porta a porta, divisione dei rifiuti, imballaggi e tutte quelle operazioni che invece sono di difficile organizzazione ma di guadagno uguale a zero? Chissà cosa avrebbe risposto il sindaco Nathan.

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