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La Percezione Della Sicurezza

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Francia

Legislative in Francia, Macron conquista 308 seggi

in Francia/Internazionale da

Nello scrutinio che verrà ricordato per un’astensione record, il movimento di Emmanuel Macron ottiene una maggioranza sorprendente all’Assemblea Nazionale. Destra e sinistra tengono il colpo più del previsto.

Macron fa una camera a parte

Fa l’en plein Emmanuel Macron: conquistato l’Eliseo porta a casa anche il Parlamento. Con 308 deputati su 577 seggi totali. Per alcune circoscrizioni En Marche non ha avuto rivali, per esempio a Parigi Macron ha conquistato 13 seggi su 18. Dopo la valanga di una settimana fa che prevedeva una maggioranza quasi monarchica, però, i francesi impongono una correzione e lasciano in vita gli altri partiti. Battuti e divisi, i Républicains salvano la faccia con 113 deputati, il Partito Socialista ne ha solo 30 in Assemblea. Il segretario Jean-Christophe Cambadelis non ha atteso neppure le prime proiezioni per dimettersi.

Le Pen eletta, Mélenchon con il suo piccolo gruppo in Parlamento

Marine Le Pen – nonostante il Front National non conquisti neppure i 15 deputati necessari per formare un gruppo parlamentare (solo 8 deputati sono stati eletti) – riesce laddove per due volte aveva fallito: entra in Parlamento insieme al compagno, Louis Aliot. Resta fuori il suo avversario interno, il vicepresidente Florian Philippot, che teme per il suo futuro nel partito. L’impresa di formare un gruppo riesce invece ai radicali di gauche di Jean-Luc Melenchon, che avranno 17 rappresentanti. “I francesi sono entrati oggi in uno sciopero generale civico” ha commentato Mélenchon, parlando di maggioranza “senza legittimità” e arrivando ad auspicare un “referendum per sapere se i francesi vogliono essere governati da chi non li rappresenta veramente ».

Un Parlamento sconosciuto

Dopo queste elezioni l’Assemblea Nazionale ha 432 deputati che non provengono dalla legislatura 2012. Questa è una novità perché nell’ultimo parlamento c’era stato il 40% di rinnovamento, in quello del 2007 solo il 25%. Il neonato partito rappresenta un esercito di debuttanti in Assemblée Nationale, considerando che qualcuno è completamente privo di esperienza.
Un week end di spiagge affollate, il cinismo di chi era stato già sconfitto al primo turno delle legislative e la sicurezza da parte di chi aveva già stravinto sono tutti fattori che hanno reso l’astensionismo il primo partito di Francia. Come ha subito sottolineato il portavoce del governo, Christophe Castaner, “oggi non è una vera vittoria. La vera vittoria sarà tra 5 anni, quando le cose saranno davvero cambiate per la Francia”. Il primo ministro, Edouard Philippe, ha osservato che “i francesi hanno preferito la speranza alla rabbia”.

Macron non divide, non c’è mobilitazione contro di lui

Queste sono le terze legislative in Francia in cui si può osservare lo stesso fenomeno dell’enorme astensione della seconda domenica alle urne. Per i votanti le uniche elezioni che contano restano le presidenziali. Non viene fatta un’informazione corretta sulle funzioni dell’Assemblea generale e i deputati da eleggere non sono ben identificabili. Questo esercito di astensionisti però rimane nella totale indifferenza, Macron non ha idee così forti da dividere la popolazione. E resta, per il momento, senza opposizione.

Legislative Francia: vittoria schiacciante di Macron. Astensione altissima

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Emmanuel Macron punta dritto verso la maggioranza assoluta, è accreditato al 32,6% e, secondo i dati elaborati dall’Istituto Elabe, si sarebbe assicurato un numero di seggi compreso fra 415 a 445 su un totale di 577 deputati dell’Assemblée Nationale. La République en marche, il partito che è l’evoluzione del movimento En Marche!, ha sorpassato tutti i partiti tradizionali, facendo crollare sia il Partito Socialista, sia il Front National. Questo primo scrutinio verrà però ricordato per l’astensione da record.

Disillusione elettorale

La Francia sceglie in primo luogo di non andare alle urne, ha disertato infatti il 51,29% degli elettori ed è la prima volta in 60 anni. Secondo alcuni esperti è proprio la vicinanza delle due tornate elettorali a decretare un’astensione record. Chi ha perso alle presidenziali tende a non tornare alle urne. Chi ha espresso il suo voto, lo ha fatto per il presidente Macron, regalandogli una vittoria che nemmeno De Gaulle aveva mai ottenuto: la maggioranza assoluta.

Macron mania, non c’è opposizione alla sua ascesa

Dopo l’Eliseo, Macron può già parlare di un secondo trionfo: con il suo 32,3% porta a casa una maggioranza assoluta e inedita. Come OFCS.Report ha spiegato negli ultimi articoli, è il sistema che lo prevede: con il consenso di un terzo dei voti si possono ottenere tra i 415 e i 445 seggi. I giornali francesi parlano di Macron-mania, più che i suoi temi ha vinto lui. “Miei cari compatrioti, la Francia è tornata”, ha detto il primo ministro, Edouard Philippe, salutando i risultati del primo turno delle elezioni e parlando di un “endorsement” del paese per il programma di riforme del presidente Macron. “Nonostante il tasso di astensione, il messaggio dei francesi è inequivocabile – ha detto Philippe in una dichiarazione alla tv nazionale – Per la terza volta di fila, milioni di cittadini hanno confermato il loro sostegno alla politica di rinnovamento, unità e riconquista del presidente della Repubblica”.

Una composizione del Parlamento inedita

Crollano invece il FN e i socialisti: li supera France Insoumise di Jean Luc Mélenchon (11%) che però, secondo i sondaggi, avrebbe fatto qualche punto in più. Marine Le Pen arriva appena al 13,2% – ben al di sotto del 21,3% che aveva ottenuto al primo turno delle presidenziali. Secondo i sondaggi, al ballottaggio potrebbe ottenere fra i 3 e i 10 seggi, numeri che non permetteranno all’FN di formare nemmeno un gruppo parlamentare.  Il grande perdente è il Partito Socialista: si attesta su un deludente 9,5% e non può aspirare a più di 15-25 seggi, rispetto ai 292 della precedente legislatura, quando il presidente era Francois Hollande. Addirittura ha perso il suo seggio il leader del partito, Benoit Hamon. Una grande delusione anche per la destra repubblicana, che aveva giocato la campagna per queste legislative sulla retorica di una convivenza forzata con En Marche perché Macron non avrebbe avuto i numeri per una maggioranza, terminerà invece con 70-130 eletti, secondo le proiezioni. Il leader Baroin ha lanciato un appello alla mobilitazione per evitare “poteri concentrati in un solo uomo e nello stesso partito”.

La Francia torna al voto per le legislative: il Front National è il primo partito di opposizione

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La Francia torna al voto per le legislative, domenica 11 giugno per il primo turno e domenica 18 per il ballottaggio. Un appuntamento fondamentale, tanto da essere definito da molti il terzo e il quarto turno delle presidenziali. Quasi 8mila i candidati che si presentano per un seggio parlamentare, molti di più rispetto al 2012, meno però del record registrato nel 2002.

Il Front National è il primo partito di opposizione

Secondo l’ultimo sondaggio condotto dall’Istituto Harris, il Front National di Marine Le Pen è il secondo partito e si candida a rappresentare la prima forza di opposizione a Macron e alla coalizione da lui guidata. Marine Le Pen aveva annunciato dopo il risultato storico dell’8 maggio, con gli 1 milioni di voti, di essere pronta anche a cambiare nome al partito. Il padre Jean-Marie Le Pen aveva criticato gli errori sugli argomenti della campagna elettorale “Euro, Europa e pensioni sono i temi che hanno trascinato giù la campagna di madame Le Pen. Si dovrebbe invece parlare alla Francia dei problemi reali, demografici, dell’immigrazione di massa” aveva dichiarato all’indomani dell’elezione del presidente francese. Per queste legislative il Front National sembra molto più attaccato al territorio rispetto a En Marche!

Come funzionano le legislative in Francia

Il voto per il rinnovo dell’Assemblea nazionale è organizzato per circoscrizioni, 577 in tutto, 11 delle quali all’estero, che esprimono i 577 deputati della camera. Ogni elettore fa capo a una circoscrizione all’interno della quale si affrontano candidati di tutte le formazioni politiche che sono riuscite a presentarne uno. Si vota secondo un sistema uninominale maggioritario a doppio turno. La circoscrizione può andare a un solo candidato, quello che ha ottenuto una maggioranza dei voti e che conquista il seggio a nome della sua formazione politica.

Esistono regole di qualificazione precise: un candidato può vincere fin dal primo turno se ottiene il 50% dei voti espressi che rappresentino almeno il 25% degli aventi diritto. Diversamente dalle presidenziali, risulta dunque determinante il tasso di astensione. Se nessun candidato riempie queste condizioni, viene organizzato un secondo turno: la regola per qualificarsi non è quella di ottenere uno dei due primi risultati ma di ottenere i voti di almeno il 12,5% degli aventi diritto. Può dunque accadere che vi siano tre, quattro candidati al secondo turno. Vince tra loro chi arriva primo. L’obiettivo dei partiti è quello di ottenere almeno 289 deputati (quindi vincere in 289 circoscrizioni) per aver la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale e potere così applicare il programma senza dover negoziare con le altre formazioni politiche.

Allarme astensionismo

Dal 2002 l’astensione alle legislative continua ad aumentare e nel 2012 ha raggiunto il doppio di quelle delle presidenziali. Eppure, un presidente eletto non può muoversi senza avere una maggioranza all’Assemblea nazionale. Secondo la costituzione è il governo a decidere la politica del paese e l’assemblea a votare le leggi. Se una maggioranza di deputati appartiene ad una famiglia politica diversa da quella del presidente il governo avrà lo stesso colore politico dell’assemblea e la politica attuata sarà quella della maggioranza parlamentare e non quella del capo dello stato. Questo è accaduto con le tre coabitazioni (1986-88, 1993-95 e 1997-2002).

Per evitare il rischio che il potere si configuri in questo modo, Jacques Chirac e Lionel Jospin hanno voluto riformare il mandato del presidente della Repubblica per allinearlo alla durata del mandato dei deputati. Prima del 2002 le elezioni legislative si svolgevano durante il settennato e facevano correre il rischio di perdere la maggioranza parlamentare. Dal 2002, l’elezione dei deputati si tiene subito dopo le presidenziali e ha sistematicamente garantito, finora, una maggioranza assoluta al neoeletto presidente. Le legislative saranno determinanti per sapere quale formazione politica governerà il Paese nei prossimi cinque anni.

Il più giovane candidato alle legislative è di Latina

Per queste elezione si ha una media di 14 candidati a seggio, considerando che quelli in palio sono 577. Caratteristica di questi candidati è l’età relativamente più bassa rispetto al passato, 48,5 anni rispetto ai 50 del 2012 e dei 51 del 2007, anche se a voler andare ancora più indietro, gli aspiranti parlamentari erano ancora più giovani: 48 anni nel 2002 e 42 nel 2007. A guardare i singoli partiti l’età media è di 54 anni per i comunisti, l’estrema sinistra o la France Insoumise, 47 anni per il Front National e 46 per La République en Marche.

Uno dei più giovani candidati è un italiano. Jacques Ferrand ha 21 anni, è nato in provincia di Latina e dopo una carriera universitaria tutt’ora in corso alla Scuola Sant’Anna di Pisa, si presenta alle elezioni legislative francesi nella circoscrizione settentrionale dell’Aisne con il partito dell’indipendente Nicolas Dupont-Aignan. Con la doppia nazionalità, ha deciso di impegnarsi politicamente in Francia “perché c’è più spazio per i giovani”. I candidati alla prima esperienza sfidano così l’astensionismo. In una battaglia elettorale che conta forse di più delle stesse presidenziali.

Francia, polizia sotto accusa: i numeri della strage senza responsabili

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“Mi hanno messo le mani nei pantaloni e poi mi hanno colpito così forte da stordirmi, per me è stata una violenza incredibile”. Questa è l’accusa di Pierre B., studente di 22 anni. Una denuncia che punta il dito contro uno dei poliziotti che lo ha fermato a Pontoise, periferia di Parigi, per un controllo di identità seguito a un fermo: il ragazzo è stato sorpreso mentre fumava uno spinello.

Solitamente i controlli di identità si svolgono senza problemi, ma ultimamente gli abusi denunciati sono sempre maggiori. Numerosi dossier di associazioni francesi come l’ACAT (Action chrétienne pour l’abolition de la torture) dimostrano che i controlli sono troppo spesso mischiati a scelta del profilo per etnia e a uso della forza. Si tratta di pratiche che ogni tanto rivengono a galla, come a febbraio 2017 per l’affaire Théo, il ragazzo che ha denunciato uno stupro da parte della polizia nella periferia nord di Parigi, ma oltre agli episodi che fanno più clamore, spesso vengono uccise delle persone disarmate. E così 47 persone sono morte in 10 anni.

Nessun colpevole

Più di un terzo di queste procedure (16 su 47) sono state classificate immediatamente come non luogo a procedere e non sono stati portati avanti processi. Gli altri 28 dossier sono ancora in corso, ma per il momento nessuno è stato condannato per questi omicidi. L’Istituto indipendente Défenseur des Droits ha messo in evidenza che i controlli di identità sono in realtà rari: nel sondaggio su un campione di 5112 persone, solo il 16% dichiara di essere stato fermato negli ultimi cinque anni. Solo il 5,9% dei controlli finisce con un rapporto e una conduzione in commissariato. La mancanza di informazioni è il problema più grande rilevato. Nel 59% dei casi infatti le persone non hanno ricevuto alcuna motivazione o informazione riguardo alla verifica dell’identità. Questa mancata comunicazione ha degli effetti immediati sul rapporto che la popolazione francese ha con la polizia. La fiducia nelle forze dell’ordine si abbassa tantissimo (-62%) a causa di chi non ha ricevuto spiegazioni.

Etnie mirate

La percezione della polizia cambia a seconda delle persone intervistate per il sondaggio. L’etnia sembra essere un elemento discriminante per i controlli: le minoranze etniche sono fermate per un controllo di identità 20 volte di più che gli uomini di meno di 25 anni francesi. L’ultimo rapporto di Open Society mostra che a Parigi questa stessa fascia debole della popolazione può essere controllata anche più volte nello stesso mese. “I controlli sono effettuati senza basi precise: per l’aspetto fisico o per l’apparenza” si legge nel rapporto di Open Society. Questo accadeva di meno nella Capitale francese finché “era rinforzata la polizia di quartiere, che aveva una prossimità maggiore con gli abitanti dell’area urbana. Ora viene denunciato un distacco e una disattenzione violenta della polizia”.

La grave accusa dello studente Pierre B.

Si tratta del nuovo affaire Théo? Pierre è uno studente al quarto anno di liceo agrario e il 5 maggio scorso ha depositato una denuncia per “violenze volontarie da parte di persone depositarie dell’autorità pubblica”. Queste violenze sono avvenute dopo una serata a Cergy-Pontoise, mentre con un gruppo di sei amici il giovane fumava uno spinello in pubblico. Due poliziotti sono scesi da una macchina e lo hanno fermato, senza mostrare la loro identità di agenti. “Uno mi ha preso per il collo e mi ha bloccato – dichiara lo studente ai giornali locali – mentre l’altro mi ha messo le mani nei pantaloni. Poi la situazione è degenerata. Mi hanno cominciato a colpire alla pancia e alla schiena. E l’umiliazione è continuata poi in commissariato. Qualche poliziotto ha fatto finta di non vedere. Sono stato solo fortunato, altre persone muoiono dopo i controlli di identità”. Pierre B. ha denunciato, ma molti sono i casi che passano sotto silenzio, per vergogna o per difficoltà burocratiche. “Non può essere questo il senso di giustizia della Francia del 2017” dice Pierre.

Terrorismo, Francia: le indagini segrete pubblicate sui social network

in Francia/Internazionale da
Terrorismo

Seguire le tracce di chi si radicalizza su internet: un compito sempre più arduo, per la polizia francese. La procura di Parigi ha aperto un’inchiesta preliminare per violazione di segreto professionale in seguito alla pubblicazione sui social network dei dati sensibili della polizia. Si tratta di informazioni riguardanti numerose persone segnalate perché in contatto con ambienti radicalizzati. Inoltre, il ministro dell’Interno, Gérard Collomb, ha deciso di effettuare una segnalazione alla Procura, sulla base dell’articolo 40 del codice penale. L’accusa ricade sul reporter Jean-Paul Ney che, a partire dal suo profilo twitter, ha fatto diventare virale i documenti segreti.

Un’abitudine che diventa virale

Non è la prima volta che l’uomo manda a monte le ricerche relative al terrorismo. Nell’ottobre 2016 infatti era già stato condannato. Secondo l’accusa, la sera degli attentati contro Charlie Hebdo, avrebbe pubblicato tutti gli avvisi di ricerca dei fratelli Kouachi e anche tutti i dati sensibili di Hamyd M., che non apparirà mai nel dossier, il tutto accompagnato dalla frase “vi teniamo d’occhio figli di pu..na”. Sette mesi dopo la sua condanna, Jean-Paul Ney, avrebbe mostrato una certa recidività: secondo gli inquirenti avrebbe divulgato le identità che erano sotto osservazione “per terrorismo”. Informando dunque milioni di persone, via internet, di indagini e sospettati che dovevano restare nell’ombra.

L’attentato degli Champs-Elysées

Giovedì 20 aprile, appena trenta minuti dopo l’uccisione del poliziotto sugli Champs-Elysées a Parigi, rivendicata dall’Isis, lo stesso giornalista aveva pubblicato sul suo profilo twitter la foto di un ricercato belga scrivendo: “Ricercato Youssou El Osri”. Questo personaggio sarebbe uno spacciatore di droga in Belgio, ma non corrisponde all’identità dell’attentatore. In quell’occasione la fuga di documenti è continuata perché, qualche ora più tardi, le generalità del vero attentatore sono state messe online dalla pagina dell’account fittizio sotto il nome di Aldo Sterone, un simpatizzante del Front National di origine algerina. L’inchiesta passerà al setaccio anche questa pubblicazione.

Operazioni sotto attacco

Le foto erano state diffuse insieme alla scritta “potrebbe raggiungere la Francia per un attentato in nome dello Stato Islamico”. L’uomo veniva presentato così come il nuovo Abaaoud, riferendosi alla persona che aveva coordinato gli attentati del 13 novembre 2015 a Parigi.
“La diffusione di questo tipo di documenti estremamente sensibili è molto pericolosa – ha spiegato il capo della polizia a Parigi, Patrice Latron – non c’è alcuna intenzione di renderli pubblici, questo crea panico e non permette di continuare le ricerche antiterroristiche in modo discreto e efficace. Queste fughe di notizie mettono in pericolo le indagini in modo molto serio”.

Gare du Nord evacuata: “Ho visto i terroristi apparsi sui social”

L’esempio pratico di un inutile dispiegamento di forze armate intervenute a causa del “panico da social network”, è arrivato con l’operazione antiterroristica a Gare du Nord, lunedì scorso. Dalla sua bacheca Facebook, una cassiera della stazione dei treni aveva notato la foto di tre individui che circolava sui social network, un’immagine che additava i tre come pericolosi terroristi. La donna ricordava di aver venduto durante la giornata, verso le 18, alcuni biglietti del treno proprio a quegli uomini “sospetti”. La cassiera ha dato un’allerta ben precisa alla polizia: il TGV partiva da Valenciennes alle 21.15 per arrivare nella capitale francese alle 23.11. La stazione è stata evacuata, le fermate della metro vicine sono state chiuse e un’ingente squadra antiterroristica è stata occupata per tutta la sera, fino alle 3 di mattina. Il tutto senza alcun risultato.

In un momento molto delicato per la lotta al terrorismo in Francia, i social network possono trasformarsi in un ricettacolo di false informazioni e piste farlocche che mettono a repentaglio intere operazioni volte a ricercare, questa volta realmente, persone radicalizzate.

Ecco il governo francese: equilibrismo tra destra e sinistra

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Il segretario generale dell’Eliseo Alexis Kohler, ha annunciato mercoledì 17 maggio la composizione del governo di Eduard Philippe. Con 54 anni come età media, il governo è strettamente paritario, composto da 11 uomini e 11 donne. Il nuovo governo deve mettere d’accordo troppe correnti differenti.

Il puzzle

Il nuovo presidente francese Emmanuel Macron dovrà fare i conti con un governo particolare che, oltre ai politici del movimento En Marche!, include due ministri dei Repubblicani, il principale partito di centrodestra francese, tre di MoDem, il partito di centro che ha sostenuto Macron dall’inizio, quattro dei Socialisti, il partito dell’ex presidente Hollande, e due del Partito Radicale della Sinistra.

La lista completa dei ministri

Il ministro degli Interni sarà Gérard Collomb, sindaco di Lione e membro del Partito Socialista, ma sostenitore di Macron per tutta la campagna elettorale. Un altro socialista, Jean-Yves Le Drian, attuale ministro della Difesa, è stato nominato ministro degli Esteri; il suo posto verrà preso da Sylvie Goulard, esponente di En Marche!. Ai Repubblicani vanno il ministero dell’Economia con Bruno Le Maire e quello delle Finanze con Gérald Darmanin. Alla Giustizia va invece il centrista Francois Bayrou, uscito dalla corsa all’Eliseo per appoggiare Macron. Non è stato invece ripristinato il ministero delle Donne, che è stato trasformato in una specie di sotto-ministero. A capo del ministero dell’Ambiente è stato nominato Nicolas Hulot, giornalista e ambientalista francese alla sua prima esperienza al governo, e sarà interessante vedere se ci saranno contrasti con il primo ministro Philippe, che da deputato aveva promosso una legge contro la difesa della biodiversità.

Richard Ferrand, iscritto di En Marche! da aprile 2016, è il nuovo ministro della coesione dei territori. La salute va alla dottoressa e ex presidente della Alta autorità sanitaria Agnès Buzyn. La cultura, che Macron considera un ministero fondamentale, sarà guidata da Françoise Nyssen che per anni ha diretto la casa editrice Actes Sud. La ministra del Lavoro sarà Muriel Penicaud, che ha già esperienza in questo campo sia nel pubblico che nel privato. L’educazione si posiziona politicamente a destra con Jean-Michel Blanquer e con Frédérique Vidal per gli insegnamenti superiori. Jacques Mézard, 69 anni, sarà a capo del ministero dell’Agricoltura. Gli affari d’oltremare vanno a una radicale di sinistra: Annick Girardin. Per lo sport un’eccellenza, la ex campionessa olimpica di scherma Laura Flessen. Ancora una donna per i trasporti, una tecnica che ha occupato posizioni di rilievo nell’azienda di infrastrutture RATP Elisabeth Borne. Il cavallo di battaglia di Macron, l’Europa, sarà difeso dal ministero degli Affari europei presieduto da Marielle de Sarnez.

Le promesse non mantenute

Durante la campagna elettorale Macron aveva insistito moltissimo sulla parità tra uomini e donne, ma finora, e nonostante a fine marzo avesse detto che avrebbe desiderato che il primo ministro fosse una prima ministra, le nomine erano state solo maschili: dal primo ministro ai suoi consiglieri e collaboratori all’Eliseo. Dunque la parità sulla carta c’è ma la distribuzione per importanza è ancora ineguale. Aveva giurato poi di non voler avere alcun legame con il governo Hollande, ma Jean-Yves Le Drian e Annick Girardin hanno solo fatto il gioco delle tre carte, spostandosi di ministero.

Anche i tempi non sono stati rispettati: Macron aveva detto che i membri del nuovo governo sarebbero stati annunciati martedì pomeriggio, ma intorno alle 15 l’Eliseo aveva pubblicato una nota dicendo che il tutto sarebbe stato rimandato di un giorno. Nella nota si spiegavano anche le motivazioni: «In conformità con gli impegni di moralizzazione della vita pubblica il presidente della Repubblica, d’accordo con il primo ministro, ha voluto introdurre un tempo di verifica», della situazione fiscale e sui possibili conflitti di interesse dei ministri scelti. Il primo Consiglio dei Ministri, che si doveva inizialmente svolgere mercoledì, è stato a sua volta rimandato e sarà domani, giovedì 18, alle 10 del mattino.

Le prossime tappe

In Francia a giugno si eleggerà la nuova Assemblea Nazionale, la Camera che dà la fiducia al governo e che è composta da 577 deputati. Dopo i risultati delle legislative potranno esserci dei cambiamenti nel governo appena nominato. Nel 2007, ad esempio, era stato formato un secondo governo senza il ministro dell’Ecologia, Alain Juppé, sconfitto nel suo collegio elettorale.

Per Macron le legislative saranno comunque un momento fondamentale perché con una maggioranza assoluta (289 seggi) non sarà obbligato a negoziare con gli altri gruppi parlamentari i disegni di legge: in pratica potrà evitare la cosiddetta “coabitazione”, che si verifica quando la maggioranza dell’Assemblea Nazionale non appoggia il partito del presidente.

In caso contrario, secondo alcuni politologi, i poteri di Macron saranno limitati al punto da rendere la Francia una Repubblica parlamentare di fatto. Per emanare dei decreti, il presidente ha però bisogno della firma del primo ministro, e con  Edouard Philippe che si è definito un uomo di destra, in caso di coabitazione un accordo potrebbe essere più difficile. Macron può comunque nominare alcuni alti funzionari, può decidere già ora di mantenere o inviare le truppe militari all’estero e di cambiare o confermare gli ambasciatori all’estero.

I primi 100 giorni sono fondamentali per capire la direzione e la solidità di questo governo equilibrista.

Macron sposa la destra: il conservatore Edouard Philippe è primo ministro

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Philippe

Pochissime ore dopo il trionfale arrivo all’Eliseo emerge chiaramente la linea politica che il neo-presidente francese, Emmanuel Macron, intende intraprendere per i prossimi cinque anni. La nomina del conservatore Edouard Philippe alla carica di Primo Ministro, infatti, fa comprendere immediatamente il futuro schema di alleanze e di appoggi che permetterà al governo della Francia, per la prima volta nella sua storia recente, una coabitazione mai vista prima d’ora. Chi si attendeva una scelta dirompente e di sinistra è rimasto deluso.

Macron e il suo ancora acerbo movimento, En marche!, cercherà il proprio consenso a destra, e d’altra parte era difficile immaginare il contrario: i repubblicani neogollisti, nonostante la sconfitta di Fillon, sono di gran lunga la seconda forza moderata del Paese e rappresentano, senza ombra di dubbio, una forte discontinuità con l’impopolare governo di Hollande, del quale Macron ha pure fatto parte.

Con le elezioni legislative alle porte e con il timore di una coabitazione forzata, Macron ha scelto di giocare d’anticipo, proponendo il debutto di una inedita coalizione di centrodestra che fa già piazza pulita del recente passato. Analizzando i risultati del primo turno, infatti, era praticamente impossibile che la scelta di Macron potesse ricadere sul Partito Socialista francese, praticamente azzerato dagli elettori d’Oltralpe. Non solo. Sondaggi alla mano Macron non era affatto certo di poter contare su un consenso così forte da poter controllare la futura assemblea legislativa: ecco, quindi, spiegata in termini politici la scelta del nuovo giovane presidente. Una mossa tattica che non solo permette a Macron di poter contare a breve termine sui voti moderati del fronte gollista ma, addirittura, di gettare nel caos i repubblicani, già divisi tra chi, come Juppé, vede di buon occhio il nuovo corso dell’Eliseo e chi, come Fillon, si lecca le ferite per una sconfitta arrivata a suon di scandali.

Vie per una soluzione differente non ce n’erano, e Macron in poco tempo ha già messo in cassaforte la soluzione al suo più grosso problema: i numeri per la governabilità. La Francia, grazie al suo sistema semi-presidenziale, non è certo nuova a coabitazioni bizzarre: vedremo se anche questa, del tutto nuova, che si va profilando, si dimostrerà efficace e scevra dai numerosi litigi che connotano questo tipo di forma di governo. Citofonare Chirac per ulteriori informazioni.

@simsantucci

Elezioni in Francia, Macron: vietato sbagliare

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Macron

Neanche il tempo di metabolizzare la vittoria, clamorosa, attesa ma comunque inaspettata solo pochi mesi fa, e la Francia, assieme a tutta l’Europa, comincia ad interrogarsi sulle tappe che inaugureranno questo inedito corso della quinta Repubblica.

Si è detto che la vittoria di Emmanuel Macron indica la rappresentazione plastica della voglia di cambiamento e di riscatto che da più parti si avvertiva nel vecchio continente. La non vittoria del fronte “patriottico e nazionale” della Le Pen, ora costretta ad avviare un rimpasto se non un vero e proprio maquillage del suo partito, è comunque figlia della paura. Siamo stati abituati, da Brexit fino alla vittoria di Donald Trump, passando per il notevole incremento dei voti dei fronti sovranisti continentali, da quello austriaco a quello olandese, a concepire l’affermazione o la loro mancata vittoria alla paura degli effetti della globalizzazione. La vittoria di Macron è, proprio come la crescita delle aree politiche populiste, frutto della paura, una paura inversamente proporzionale a quella che tutti siamo stati abituati a vedere e commentare. Un fattore questo sottovalutato dai più: per la prima volta in Europa, il timore di vedere sfumare le notevoli opportunità che il mercato comune ha comunque offerto in questi sessant’anni di pace, progresso e crescita, è stato più forte di quello rappresentato da una “invasione” di popoli, mercati e norme non direttamente riferibili dai governi centrali.
Questo dato, pur nella positività che connota i riflessi sui mercati e nelle istituzioni nazionali e sovranazionali è, comunque la si pensi, un assegno in bianco che ora Macron ha il dovere di spendere al meglio delle proprie possibilità, e da subito. Lungi dal voler replicare la stagione dei compromessi al ribasso, che hanno accompagnato il quinquennio di Hollande, Macron è perfettamente consapevole che dopo di lui, oltre lui, vi è il diluvio e la realizzazione di una rivoluzione “all’indietro” che questo maggio francese ha evitato in extremis. Con l’implosione repentina e pressoché totale delle tradizionali forze politiche che, da De Gaulle in poi, si sono alternate al governo del Paese, in Francia ora l’alternativa responsabile, di fatto, non esiste più. E sbagliare durante questi cinque anni di presidenze significherebbe consegnare la Francia e l’Europa ad un futuro incerto e denso di cattivi presagi. La sconfitta della Le Pen ha comunque rivelato un dato importante: il “tutti contro“ il Front National ha comportato, al netto della bassa affluenza, un incremento di credibilità e voti ben maggiori rispetto alla sfida analoga del 2002 tra Chirac e Le Pen padre, il che significa come i nazionalisti siano, oggi, percepiti dai francesi come decisamente meno impresentabili rispetto a quindici anni fa. Un aspetto questo poco notato, poco studiato, ma che peserà inevitabilmente nei prossimi passi del novello enfant prodige dell’Eliseo.
@simsantucci

Francia, Lafond: “Renzi e Macron andranno avanti insieme”

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Il neoeletto presidente francese, Emmanuel Macron, lavora alla squadra di governo. L’annuncio ufficiale del nuovo premier e dei ministri è atteso per lunedì prossimo. C’è attesa anche per i nomi dei candidati di “En marche” che, dopo la vittoria di Macron, è diventato “La Republique en marche!” per le legislative dell’11 e 18 giugno e per le quali il movimento potrebbe proporre metà personalità con esperienza e carriera politica e metà provenienti dalla società civile.

Annunciata anche la prima visita estera di Macron, che sarà a Berlino. Intanto, il Commissario europeo agli Affari economici e monetari, Pierre Moscovici, parlando alla stampa a Parigi nel giorno della festa dell’Europa, si e’ mostrato molto entusiasta dell’elezione del presidente europeista  Macron e si e’ detto “pronto a lavorare” con lui. Moscovici ha anche aggiunto che serve una credibilità francese sul terreno delle finanze pubbliche e ha aggiunto: “La Francia deve uscire dalla procedura per deficit eccessivo e tornare al di sotto del 3% nel rapporto deficit/Pil”.

Non sarà facile giungere a compromessi per qualsiasi riforma il nuovo inquilino dell’Eliseo voglia far passare. Né di destra, né di sinistra, Emanuel Macron, sin dall’inizio della creazione del suo movimento, si è affrancato dagli schieramenti tradizionali. “Il mondo politico come l’abbiamo vissuto in questi ultimi decenni- ci spiega il professore François Lafond, politologo della Sorbonne a Parigi- forse ha bisogno di essere ricomposto, cioè cambiato. Lui userà sicuramente il suo mouvement, lo cambierà, lo farà funzionare come un partito, ne avrà bisogno per una maggioranza presidenziale. Ma tutto sarà improntato su temi diversi. Un esempio? Sull’Europa i due principali schieramenti, ovvero républicain e socialista, erano completamente spaccati. Macron, e così tutti i politici che stanno prendendo la strada dei movimenti, mettono d’accordo, cercano compromessi, si mettono in mezzo per cercare l’accordo. Si è visto con i risultati fermi al 6,4% per il primo turno del partito socialista: i vecchi partiti sono morti e sepolti“.

Per quanto riguarda i rapporti con l’Italia, in termini di sicurezza, secondo il politologo della prestigiosa università francese “si creerà un asse Macron-Renzi. Perché è con il vostro ex Premier che Macron vuole dialogare. Per cooperare su temi europei, per decidere politiche comuni sulle frontiere, sulla politica economica e sull’immigrazione”.

@veronicadibm

Francia, coolaboratrice sondaggi di En Marche!: “Vi svelo come abbiamo vinto”

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“Lo dice sempre che è una persona fortunata, lo dice sempre, è cosciente. E’ un gran lavoratore, questo sicuro. Ha sempre lavorato, ha sempre studiato tantissimo, ha sempre letto tantissimo. In questa campagna elettorale c’è stato un allineamento degli astri che oggettivamente non poteva essere più favorevole. Ti spiego tutte le cose positive, una dietro l’altra: già dalle primarie della destra, che hanno visto perdere Alain Juppé, è stato il primo bagliore che ci ha fatto dire: ‘Ah forse, forse’. Poi è arrivata la rinuncia di Hollande, che era importante perché per lui sarebbe stato difficile essere contro, visto il rapporto umano. Poi c’è stata l’eliminazione di Valls, che come posizione politica era veramente troppo simile. In più poi è arrivato l’affaire Fillon, il ‘Penelope gate’. E allora non si può nascondere che gli astri si siano allineati bene”. Una delle collaboratrici del dipartimento opinione e sondaggi di En Marche!, Caterina Avanza, giovanissima e italiana residente a Parigi da molti anni, ha deciso di investire tutti gli sforzi dei suoi ultimi mesi per far arrivare alla poltrona più alta dell’Eliseo, Emmanuel Macron, il più giovane presidente francese mai eletto. Parlando con Ofcs.report, ha svelato il dietro le quinte del movimento che ha contribuito a far crescere.

Questa lunga campagna elettorale per arrivare all’elezione di Macron è anche un po’ sua, ci può raccontare in che modo?
“Io lavoravo all’Ifop, il più importante e vecchio istituto di sondaggi francese e ero la responsabile degli studi qualitativi. Il mio capo mi disse di osservare la nascita di En Marche! nell’aprile scorso. Quindi sono andata al suo primo meeting e ho trascritto tutti i suoi primi discorsi. Leggendo le sue parole mi sono accorta che questo ragazzo diceva un sacco di cose interessanti. Mi sono molto più avvicinata al movimento, quasi da militante diciamo. Poi quando ho scoperto che Macron aveva aperto un dipartimento studio e opinione, ho mandato un curriculum e sono arrivata così. E’ stata anche una battaglia personale, ha risvegliato il mio senso civico. E sopratutto non volevo che i miei figli crescessero in un paese anti europeo”.

Ha visto nascere quello che è un movimento e non un partito. Ci può spiegare meglio?
“Secondo me quello che differenzia En Marche!, per esempio dal PS francese, è il livello di partecipazione. Il movimento si è strutturato attraverso dei comitati locali, dei referenti territoriali. Il programma è stato costruito così, in queste riunioni partecipate e contemporaneamente grazie a riunioni di esperti tecnici, economisti, ecologisti, politologi. En Marche! è nato come un movimento di ascolto dei francesi, perché viene dalla Grand March che era semplicemente un enorme porta a porta in cui si andava con le magliette del movimento a fare i questionari a chiedere che cosa non va nel paese. E da questa diagnosi ha portato poi al programma”.

E come riuscirà Macron a mantenersi così, su questo livello partecipativo, ora che deve trovare delle alleanze, delle coalizioni?
“Questa è la sfida di domani. Sul fatto della maggioranza…come dice Macron, a forza di credere ai sogni, diventano realtà. Io non la dò ancora per vinta, se pensiamo che al primo turno siamo arrivati primi in 260 circoscrizioni, te ne mancano poi poche per una maggioranza che è sì risicata, ma c’è. Il lavoro che comincia domani è questo, il “terzo turno”. Se poi non si riesce penso ci sarà un’alleanza un po’ alla tedesca sul programma, per cercare di avere quei quattro, cinque deputati che mancano. Ma non sarà un’alleanza politica come la intendono in Italia”.

Lei ha fatto uno studio proprio dell’elettorato. Qual è l’elettore tipo di Macron?
“Ho passato un mese e mezzo del lavoro iniziale a capire quali fossero i motivi di esitazione. Qualche mese fa, quando Macron ha cominciato ad essere tra i primi nei sondaggi, si diceva che sì, certo, era primo ma poi aveva una base di elettorato molto molto indecisa. Cioè vuol dire che la metà di quelli che dicevano di stimare Macron, poi non erano pronti a votarlo. Questo è un problema perché ovviamente se poi l’elettore quando è solo nel seggio cambia idea…è difficile. Quindi tutto il lavoro è stato su quella che abbiamo chiamato “la classe meno”, che non è per forza una classe sociale economica, ma è una classe di persone meno educate, e che hanno più difficoltà nella vita quotidiana. Lavorano magari lontano o difficoltà del genere. E agli occhi di queste persone, Macron è troppo tecnico, troppo complicato da capire. E infatti, chi ha votato Macron? Un elettore colto e urbano. Anche al secondo turno dove lui per vincere ha avuto ovviamente una base più larga, nonostante tutto nelle zone rurali non siamo riusciti ad avere elettori. In quelle aree siamo molto molto più bassi di quello che speravamo”.

Perché i giovani al primo turno non hanno votato En Marche?
“Non è vero al 100%. I sondaggi esterni non sono stati correttissimi sull’età. Nel senso che dicevano che la classe che avrebbe votato di più Macron erano i giovani e i medio giovani: dai 18 ai 35 anni. Invece, è stato un’omogeneità di tutte le età. Al secondo turno abbiamo avuto una performance iper positiva nei ragazzi al primo voto e negli over 55 anni. Più che l’età, il vero discriminante di voto macroniano è il livello di studi, quello sì. E il fatto di essere urbano, anche piccole città, però nel centro storico è sempre altissimo, più si va verso la periferia e più non viene votato”.

Questo è perché Macron è visto come un personaggio molto legato alle élites, alla finanza, alle grandi imprese. Secondo lei dipende da questo?

“Penso che quello che non siamo ancora riusciti a far capire sufficientemente è quello che gli inglesi chiamano il “Ker”, cioè il fatto di avere un programma di efficienza economica a servizio del benessere dei più fragili. Le riforme che lui vuole fare non sono riforme che fanno piacere alle banche. La Loi Travail non è favorevole alle banche, basta chiederlo ai banchieri. Abbiamo avuto difficoltà a far capire che queste riforme, a lungo termine, porteranno vantaggi a quelli che oggi non riescono a essere in questa famosa mondializzazione, in questa Francia più internazionale, mondializzata”.

Macron viene definito un liberale. Questo appellativo lo rispecchia bene?
“No, affatto. E’ una persona che stima molto la libertà. Infatti si trova tra i valori fondanti del movimento insieme alla gentilezza. Libertà non è per forza liberalismo. L’idea è quella di un progetto progressista. Il problema è che per le persone non vuol dire niente. Se si guarda il programma di macron lo definirei più socialdemocratico al massimo. Certo, cerca di liberare certi meccanismi dell’economia per farla funzionare meglio, ma per servire a scuola, salute, lavoro. Il modello che lui ha sempre in testa e che ripete come un mantra è quello svedese: la flexi-economia. Una flessibilità maggiore per una protezione sociale più importante. Non si possono proteggere tutti i lavori, è impossibile, ma si devono cercare di proteggere i cittadini”.

Qualcuno dice il contrario: in piazza ci sono molte persone che protestano contro l’elezione di Macron, il cosidetto “fronte sociale”. Come convincere anche loro?
“Convincere gli scontenti fa parte del progetto. Anche gli elettori di Le Pen. L’obiettivo di Macron è proprio togliere suolo fertile al populismo, e per questo il dialogo è fondamentale. Relativizzerei sulle proteste, perché a Parigi Macron ha fatto degli scores già dal primo turno incredibili, veramente alti. Nell’undicesimo, nel terzo, nell’ottavo arrondissement era a percentuali imbattibili”.

Macron è accusato di sembrare quasi pilotato, di essere un personaggio messo lì da qualcuno che poi vuole decidere al suo posto. Come si fa a dire il contrario?
“Su Macron si è detto di tutto. Anche che era il candidato dei Rothschild, con accenti di antisemitismo. Gli hanno detto ‘baby Hollande’. All’inizio eravamo, secondo chi criticava, una bolla internet, come se non esistessimo davvero. Assurdo! Abbiamo dovuto combattere tutte le accuse secondo cui sostanzialmente il movimento era fake. Lui ha l’intelligenza di dire: quello che c’è di buono a destra lo prendo, quello che c’è di buono a sinistra lo prendo. La volontà è di progressismo e di pragmatismo. Da quello che ho capito io dall’interno, dopo le legislative, sarà più facile che lui sciolga le camere se non si ritrova gli schieramenti come vuole, piuttosto che fare per cinque anni il burattino”.

A chi ha “rubato” i voti per riuscire ad avere una base di elettorato più allargata e vincere il secondo turno?
“Sono soprattuto voti che vengono dagli elettori di Mélenchon, quindi ha preso più a sinistra che a destra. Sul primo turno abbiamo dei dati molto precisi: Macron ha preso il 50% degli elettori che avevano votato Hollande nel 2012 e il 35% dei voti di Sarkozy, che è tanto. E poi ha preso tutti i voti di François Bayrou, presidente del partito di centro UDF, altro schieramento degli astri fortunato per Macron. Grazie ai voti di Bayrou siamo al primo turno in testa, senza sarebbe stato difficile”.

Il vostro dipartimento si è occupato soprattuto di studi qualitativi: che cosa è venuto fuori e soprattuto come poi siete intervenuti direttamente sulla figura di Macron per permettergli di vincere?
“Ho fatto di tutto per capire perché la base elettorale era così fragile e indecisa. Misuravamo nei sondaggi una percentuale di seduzione molto importante. Tutti confessavano che gli sembrava competente, rassicurante, eccetera. Quindi era un grosso potenziale, ma misuravamo allo stesso tempo che dal “perché no?!” al voto nell’urna perdevamo quasi la metà della nostra base elettorale. Ed è anche uno shock per il candidato, che si vede così alto e non capisce perché. Gli avversari Fillon e Le Pen avevano invece i livelli di conversione di voto molto, molto solidi. Quello che abbiamo fatto è organizzare dei gruppi di persone esitanti e capire nel profondo le ragioni delle loro esitazioni. Cosa non li convinceva dell’immagine, delle parole, del programma. Il mio lavoro è analizzare tutto ciò e far attuare poi dei cambiamenti di conseguenza. Alcuni “freni” non si possono togliere: per esempio uno dei motivi di incertezza era l’età: “è troppo giovane”. Ma sull’età anagrafica non si può davvero intervenire”.

Su cosa invece si può intervenire? E cosa vi ha portati alla vittoria?
“Faccio un esempio che sembra scemo, ma non lo è affatto. Dopo alcuni di questi gruppi nati per studiare le esitazioni, è venuto fuori che una cosa che non piaceva per niente era il sorriso di Macron. Risultava troppo di superiorità e troppo arrogante. Gli abbiamo imposto di non sorridere e ha imparato in fretta. Se ci fate caso durante il dibattito televisivo cruciale, a tre giorni dal ballottaggio, non ha mai sorriso, mentre Marine Le Pen aveva una risata isterica. E per il suo primo discorso al Louvre abbiamo adottato una lunga camminata senza sorriso, senza cenni. Il paese è in difficoltà, non è sicuro, è razzista, è spaccato e per la gente c’è poco da ridere. Questo ha funzionato alla grande e ci ha premiati”.

@veronicadibm

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