La Percezione Della Sicurezza

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Relazioni Internazionali

Relazioni internazionali: un occhio puntato sul mondo. Leggi e approfondisci le analisi e le conseguenze dei maggiori fatti di cronaca sul presente e sul futuro.

Strage di militari in Egitto: il ricercato numero 1 è un ex ufficiale dell’esercito

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Sono almeno 50 le vittime e 30 i feriti tra poliziotti e militari egiziani caduti in un’imboscata tesa da un gruppo di miliziani nella zona dell’oasi di Bahariya, a sud ovest de Il Cairo.

Il ministero dell’interno egiziano in un comunicato ha confermato l’incidente, ma ha evitato di fornire un bilancio certo sul numero delle vittime dello scontro a fuoco, pur sottolineando che diversi assalitori sono rimasti uccisi.

Nella zona a sud de Il Cairo è da tempo attivo il gruppo Harakat Hasm, il movimento della risolutezza, legato ai Fratelli Musulmani, formato da decine di miliziani sfuggiti alla repressione scatenata da Al Sisi contro gli islamisti. Proprio questa fazione avrebbe rivendicato l’attacco contro le forze di sicurezza  egiziane, ma la responsabilità di Hasm è stata messa in dubbio da numerose fonti tra gli investigatori.

Da mesi l’Egitto è alle prese con un’insurrezione armata da parte di  differenti gruppi di islamisti che, dal 2013 ad oggi, ha provocato la morte di centinaia di agenti di polizia e militari dell’esercito e, se nel Sinai la presenza della Wilayat dell’Isis, la provincia dello Stato islamico, è un fatto conclamato, nella provincia cairota gli attacchi potrebbero provenire da un ex ufficiale dell’esercito, Hisham al-Ashmawy, processato nel 2012 ed esautorato da ogni incarico militare.

E’ notevole la parabola ascendente di questo ex colonnello delle forze speciali egiziane, la cui presenza è sata segnalata dal mukhabarat egiziano sia in Siria nel 2013 nelle fila di Jabhat al-Nusra, affiliata con Al-Qaeda, poi tra i ranghi di Ansar bayt al Maqdis, milizia filo Isis operante nel Sinai e infine nominato a capo della fazione libico-egiziana del movimento terroristico dei “Murabitun”, per il quale, Ashmawy appare in un video del 2015, con il nome di Abu Omar Al-Muhajir, rivendicando la responsabilità di un attacco compiuto dal gruppo a Farafra, nella penisola del Sinai.

Ci sono somiglianze tra l’attentato compiuto venerdì e le precedenti operazioni condotte dal leader jihadista e dall’ex ufficiale militare Hisham al-Ashmawy e le speculazioni si sono sprecate quando Horaas al Shaaria, i guardiani della Shaaria, un account presente in alcuni social media e collegato con la rete di Al-Qaeda, ha celebrato il successo dell’operazione in un post indicando la responsabilità di Ashmawy per l’attentato.

L’ascesa della fugura dell’ex colonnello, divenuto jihadista, non si può trascurare anche per i ruoli transnazionali ricoperti da al-Ashmawy nell’ambito della guerriglia in Siria, Egitto e Libia, Paesi nei quali il suo nome ricorre ogni qualvolta si verifichi un raid delle milizie islamiste che, per caratteristiche operative, possa avvicinarsi alla personalità dell’ex militare egiziano.

Scenarieconomici: Il Consiglio d’Europa dell’assurdo va contro la Svizzera

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Siamo alla follia. Adesso il Consiglio d’Europa, nell’ambito del dilagante fascismo comunitario finalizzato ad autoreferenziare l’essenza europea anche all’estero (a breve ci attendiamo l’esercito EU impegnato in scorribande militari neocoloniali in giro per il globo, ndr) oltre che a scaricare i costi del fallimento europeo – voluto, vista l’asimmetricità degli interessi in gioco – sui paesi più deboli dell’eurozona, si scaglia anche contro la solida Svizzera. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI

Caduta Raqqa si apre un nuovo fronte: dal Sinai Isis punta a Israele

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Circa 16 milioni di sterline egiziane, l’equivalente di 1 milione di euro, è l’ammontare della somma portata via la scorsa settimana da miliziani della Wilayat Sinai, alleati dell’Isis, in una rapina perpetrata in danno della filiale della Banca nazionale egiziana a Al Arish il 15 ottobre. L’azione è stata condotta seguendo una precisa strategia che ha previsto l’attacco diversivo da parte di un gruppo armato ai posti di blocco, dislocati nella zona dell’istituto di credito e la chiesa copta di San Giorgio, mentre un secondo commando compiva l’irruzione in banca e la presa di ostaggi. Seguiti dalla fuga con il bottino a bordo di un fuoristrada predisposto all’uscita posteriore dell’edificio. Il bilancio è di 13 morti, tra cui 7 agenti di polizia e 6 civili.

Nella stessa giornata i miliziani del Daesh hanno compiuto un raid contro un posto di blocco dell’esercito egiziano in località Karm al Qawadis, nel Sinai settentrionale in prossimità del confine con Israele. Attacco rivendicato con un comunicato postato su Telegram che ha anche annunciato la morte del comandante dell’unità, Abu Yousef al Masry, avvenuta durante il blitz.

Ma la dimostrazione dell’estrema vitalità della Wilayat Sinai si è avuta in serata quando due razzi sono stati sparati dal nord della penisola egiziana e sono caduti nella regione di Eshkol in Israele, vicino alla Striscia di Gaza, senza comunque provocare vittime. Anche in questo caso è apparsa subito la rivendicazione da parte dello Stato islamico che ha inteso dedicare l’attacco al defunto Abu Muhammad al Adnani.

Non è la prima volta che gli islamisti del gruppo che ha prestato giuramento ad al-Baghdadi nel novembre 2014, tentano di colpire lo Stato ebraico. Già noto come Ansar Bayt al Maqdis e rinominatosi in Wilayat Sinai, si mostra come il più tenace e strenuo difensore del territorio della penisola, nonostante i reiterati sforzi di riconquista da parte dell’esercito di al-Sisi che ha già pagato un duro prezzo in termini di vite umane nel confronto armato con i jihadisti.

A seguito degli avvenimenti le autorità egiziane hanno annullato la decisione di riaprire per motivi umanitari il valico di Rafah, alla frontiera con la striscia di Gaza

Le reiterate minacce da parte dei vari portavoce dell’Isis di un appoggio incondizionato alla lotta degli arabi-palestinesi contro Israele, se da una parte non hanno trovato riscontri sul terreno dello scontro militare, dall’altra non devono scadere nella sottovalutazione. La presenza di cellule attive di miliziani del Califfato, infatti, è una costante rilevata a partire dalle alture del Golan, a Gaza, sino alla penisola del Sinai.

Il canale 2 della televisione israeliana, ultimamente, è riuscito ad ottenere alcune immagini di un’enclave islamista sul Golan, in territorio siriano, controllata dall’Isis poco lontano dal confine con Israele. Il video ha documentato la presenza di un campo di addestramento con circa 300 jihadisti intenti a ricevere istruzioni da parte dei capi militari, tra i quali figurerebbe anche Abu Hamam Jazrawi, uno dei reclutatori più noti dello Stato islamico.

Nonostante la caduta di al Raqqa, capitale dell’autoproclamato Califfato islamico, i vertici dell’Isis non sembrano affatto essersi rassegnati alla sconfitta. Anzi, rilanciano quotidianamente i loro appelli alla mobilitazione contro i miscredenti fornendo le istruzioni per il reclutamento nelle varie zone sotto il loro controllo. Dai confini con Israele, sia la formazione “Khalid ibn al-Walid”, affiliato all’Isis, sia Jabhat Fateh al-Sham, già Fronte al-Nusra, legato ad al-Qaeda, diffondono via web i loro slogan contro l’Occidente e i vertici dell’Israel Defence Forces, non sottovalutano le minacce e si dicono convinti di un inevitabile e risolutivo scontro in risposta a eventuali attacchi transfrontalieri da parte dei jihadisti che li porti a eliminare definitivamente la minaccia incombente.

La situazione nella Striscia di Gaza

E se sul Golan la minaccia è quantomeno visibile, nella Striscia di Gaza è più infida, celata tra gli accampamenti arabi e le poche strutture in grado di mimetizzare la presenza di campi di addestramento dei miliziani legati al Daesh. Il gruppo denominato Alwiyah Naseer Salahuddin, con qualche centinaio di aderenti, è uno dei più popolari tra i sostenitori del Califfato nella striscia di Gaza. Nella piazza al-Katibah della città i miliziani sono soliti esibirsi in parate militari e fare proselitismo porta a porta nelle abitazioni degli arabi-palestinesi, mentre la parte addestrativa viene svolta in quartieri periferici al di fuori degli sguardi indiscreti, pur potendosi avvalere di una diffusa omertà tra la popolazione che vede i guerrieri del Califfo più come dei liberatori da Israele piuttosto che come degli oppressori.

Isis nella Penisola del Sinai

La presenza dell’Isis nella penisola del Sinai, a differenza degli insediamenti nel Golan e a Gaza, è più appariscente, legata al mantenimento del controllo delle principali vie di comunicazione tra Egitto e Israele e, soprattutto, alla città di al Arish, dove il Daesh mantiene costante la sua presenza e respinge gli attacchi delle forze di sicurezza egiziane che da mesi tentano di riappropriarsi di quella parte di territorio. La diffusione del Daesh nella penisola sinota è il pericolo più imminente per Israele, avendo in comune centinaia di chilometri di confine non sempre impermeabile alle sortite dei miliziani e, soprattutto, il valico di Rafah, tasto dolente per il passaggio di islamisti camuffati da civili in transito e di armamenti per la Striscia di Gaza introdotti a mezzo delle decine di cunicoli sottostanti i reticolati.

Quelle che si possono considerare le enclavi chiave del Daesh, dopo la caduta di Raqqa, il sud della Libia e il Sinai, che continuano a mantenere costante l’insidia con blitz condotti contro le forze regolari di Haftar e al Sisi, rappresentano concretamente come l’ideologia instillata da al-Baghdadi nell’animo dei suoi adepti sia ben lungi dall’essere stata sconfitta.

Se si possono escludere contrattacchi dei miliziani del Daesh su vasta scala, così non è per il pericolo derivante dalle centinaia di cellule dormienti di jihadisti sparse tra il nord dell’Africa, il Medio Oriente e il continente europeo che autonomamente potrebbero decidere di innescarsi e continuare a seminare il terrore. Senza contare la variante fornita dai dettami di Hamza bin Laden che vorrebbe un’unità dei gruppi jihadisti che dall’Isis si allargherebbe ai gruppi africani di Boko Haram, Shaabab e Al Qaeda nel Maghreb Islamico, costituendo un’organizzazione del terrore nuovamente dedita a una visione mondialista della jihad, così come profetizzato dal defunto Oussama.

Venezuela, un Paese allo sbando dopo le elezioni farsa

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I risultati delle ultime elezioni tenutesi in Venezuela lo scorso 15 ottobre sono stati messi in forte dubbio da numerosi analisti ed esperti che reputano sospetto tutto l’iter elettorale, dalla campagna di avvicinamento al voto allo spoglio delle schede.

La Mesa de Unidad Democrática (MUD) ha denunciato numerosi brogli rilevati ai seggi elettorali e ha respinto gli esiti della consultazione. I risultati, scontati, hanno visto la conquista di 17 seggi sui  23 disponibili da parte del Psuv, il Partito Socialista Unido del Venezuela del Presidente Maduro.

Il portavoce del Mud, Gerardo  Blyde, a fronte degli esiti del voto, ha invitato i venezuelani a scendere nuovamente nelle strade per continuare le proteste che da mesi sconvolgono il Paese sudamericano e hanno provocato circa 130 vittime.

Fonti della stampa locale hanno posto in risalto numerosi rapporti che trattano dell’utilizzo intimidatorio  dei Los colectivos“, gruppi armati paramilitari coinvolti nei traffici del crimine organizzato, in combutta con funzionari di alto rango appartenenti al “Cartel de los Soles” e sostenitori del governo Maduro.

Il  Cartel de los Soles, secondo fonti accreditate presso la stampa, comprenderebbe centinaia di elementi appartenenti alle forze armate venezuelane e alla Guardia Nazionale (GNB) dediti al traffico internazionale di stupefacenti provenienti dalle regioni di Apure e Zulia e dai confini con la Colombia.

La svalutazione della moneta locale, il Bolivar, avrebbe condotto i trafficanti a pagare i carichi di cocaina con spedizioni di armi o con l’offerta di partnerariato  commerciale con i gruppi colombiani nei traffici transnazionali con l’Honduras, Santo Domingo o il Suriname, selezionati come teste di ponte per le spedizioni in Europa e Africa.

In Venezuela le persistenti gravissime condizioni economiche e della sicurezza hanno provocato un fenomeno di emigrazione convulsa di moltissimi cittadini verso Stati Uniti,  Spagna e Italia, fornendo, inoltre, ai gruppi criminali della regione un’inaspettata offerta di lavoro a basso costo che ha alimentato il contrabbando di benzina e il traffico di esseri umani, soprattutto sul confine colombiano e fino a poco tempo fa quello brasiliano. Le scorrerie delle bande di confine hanno addirittura portato la città brasiliana di Pacaraima a essere sottoposta a assedio per impossessarsi dei beni locali, ricercatissimi in Venezuela.

 

Somalia: l’ombra di al-Shaabab sulla strage di Mogadiscio

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Sono trascorsi tre giorni dalla strage compiuta nel centro di Mogadiscio da due camion carichi di esplosivo e il bilancio continua ad aggravarsi. Sarebbero più di trecento i morti e 450 i feriti, ma la conta delle vittime non accenna a fermarsi.

Secondo una tecnica consolidata, alla prima esplosione, avvenuta vicino al ministero degli Esteri somalo, è seguito l’innesco del secondo camion imbottito di esplosivo, probabilmente tritolo, fatto detonare poco distante dal primo, all’arrivo dei primi soccorritori e dei mezzi per il trasporto delle vittime. Gli ospedali di Mogadiscio sono al collasso. Sono stati lanciati numerosi appelli per la donazione del sangue e sono stati inviati aiuti anche da parte dell’Onu e dell’Unione africana.

Le esplosioni hanno fatto strage tra le centinaia di venditori ambulanti che durate la giornata affollano le strade centrali del quartiere Hodan, nella capitale somala, ma anche di uno scuolabus carico di alunni. L’hotel Safari, devastato dall’esplosione, è crollato, e tra le sue macerie sono ancora in corso le ricerche dei corpi delle vittime. Anche la prospiciente ambasciata del Qatar è rimasta seriamente lesionata, così come tutti gli edifici della zona centrale, colpiti dall’onda d’urto dell’esplosione.

Principali indiziati per l’attentato sono i fondamentalisti islamici al-Shaabab che avrebbero compiuto la strage con l’appoggio di al-Qaeda, indispensabile per la fornitura dell’enorme quantità di esplosivo utilizzato per armare i 2 camion.

Da alcuni mesi, infatti, gli jihadisti somali si avvalgono di consiglieri e tecnici appartenenti all’organizzazione terroristica guidata da Hamza bin Laden, nell’ottica di un radicamento della presenza di al-Shaabab in Somalia e di espansionismo territoriale in Africa orientale. La strategia sarebbe stata concordata con i gruppi di Al Qaeda nel Maghreb islamico, operante nella zona centro – nord del continente africano e di Boko Haram, la cui infiltrazione nella zona occidentale è in costante crescita.

L’obiettivo dei terroristi era, probabilmente, proprio il ministero degli Esteri, preso di mira poiché simbolo della politica filo – occidentale del governo e del presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed, eletto nel mese di febbraio che, a seguito dell’attentato, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

In Austria vincono i democristiani geneticamente modificati

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Come ampiamente previsto, Sebastian Kurz ha stravinto le elezioni legislative austriache, compiendo così definitivamente la trasformazione del moderato partito popolare dell’Övp in forza politica decisamente affine ai classici cavalli di battaglia elettorali della destra xenofoba dell’Fpö.

Una vittoria che peserà sul futuro delle politiche umanitarie dell’Unione europea e sugli equilibri di governo dei paesi alleati, Italia in primis. Grazie ad una serie di storiche prese di posizione che vanno dalla chiusura della rotta balcanica fino al dimezzamento dei sussidi ai migranti, Kurz ha di fatto svuotato l’enorme consenso dell’ultradestra e chiuso definitivamente l’esperienza di coabitazione che aveva visto i popolari e i socialdemocratici governare assieme in una grande coalizione del tutto simile a quella tedesca.

E, proprio come in Germania, dall’Austria arriva la conferma dell’innarrestabile declino della socialdemocrazia ormai fuori, se si esclude l’Italia, dal governo delle principali nazioni europee. Non solo. Questa tornata elettorale certifica la crescita di consenso attorno alle tematiche dell’ultradestra e, per la prima volta, la concreta possibilità che un partito xenofobo possa far parte di un governo comunitario, condizionando pesantemente i futuri rapporti con l’Europa.

Nonostante al vincitore siano già giunte le congratulazioni dei leader popolari europei, difficilmente l’Austria sarà in grado di garantire, come in passato, la prosecuzione delle politiche migratorie garantite finora. Pur per storia e posizionamento politico, molto vicini alla Cdu di Angela Merkel, i democristiani austriaci hanno ormai accantonato la politica moderata dei popolari europei preferendo cavalcare i consensi del crescente malcontento per l’inarrestabile flusso migratorio della rotta balcanica, già da tempo sotto gli occhi di ingrandimento dei partners comunitari a causa delle politiche restrittive dell’Ungheria di Orban. Da Vienna, poche settimane dopo la grande affermazione di AfD in Germania, la destra oltranzista si conferma così tutt’altro che sconfitta e determinata più che mai ad erodere, dall’interno, il fragile equilibrio ancora in piedi a Bruxelles.

Isis minaccia Israele: su Telegram l’invito a liberare Gerusalemme

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Mentre le autorità egiziane annunciano la riapertura del corridoio umanitario del valico di Rafah per la durata di quattro giorni, per consentire il transito di medicinali e viveri dal Sinai alla Striscia di Gaza, nuove minacce contro Israele sono apparse sui canali Telegram postate proprio da parte di sostenitori palestinesi dell’Isis.

L’invito a liberare Gerusalemme, rivolto ai miliziani del Califfato, è accompagnato da una foto ritraente la Cupola della Roccia e un guerrigliero del Daesh, e ricalca altre immagini che nel recente passato i sostenitori dell’Isis hanno pubblicato sui maggiori social network per perorare attacchi contro Israele.

Ma è la quasi contemporaneità tra la riapertura del valico di Rafah e la pubblicazione dell’immagine a preoccupare l’intelligence israeliana. Infatti, la penisola del Sinai costituisce un  invitto baluardo del Daesh a cavallo tra l’Egitto e Israele, e la città di al Arish è la roccaforte della Wilayat Sinai del Califfato dalla quale partono gli attacchi che da mesi impegnano le forze di sicurezza egiziane con altissimi costi in vite umane.

E proprio la massiccia presenza di migliaia di miliziani del Daesh desiderosi di colpire il nemico di sempre partendo dalla base sicura del Sinai potrebbe rendere permeabile il confine a ridosso di Rafah, con i possibili tentativi del Daesh di infiltrare suoi uomini tra i civili in transito e raggiungere Gaza, dove poter contare su appoggi sicuri per tentare di portare attacchi contro lo Stato ebraico.

Il gruppo Alwiyah Naseer Salahuddin, composto da fedeli sostenitori del Califfato e basato a Gaza, sembra essere, agli occhi degli analisti, il candidato a sostenere eventuali mire espansionistiche del Daesh in Terra Santa. I suoi miliziani, infatti, sono pesantemente armati ed equipaggiati e sempre più spesso svolgono anche attività di proselitismo all’interno della triscia di Gaza in favore dell’Isis, presentandolo come unica forza in grado di riconquistare Gerusalemme.

 

Nord Corea, Pyongyang si prepara a un nuovo lancio di un missile balistico

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La Corea del Nord si prepara a un nuovo test di lancio di un missile balistico. Questa volta la traiettoria selezionata è, però, ad alto rischio di intercettazione. Infatti, da domani nel Mare del Giappone e nel Mar Giallo avranno luogo le previste esercitazioni militari congiunte tra Seul e Washington guidate dalla portaerei Usa Ronald Reagan che si svolgeranno sino al 20 ottobre.

Nei giorni scorsi, come riportato dal quotidiano sudcoreano “Dong-a Ibo”, un satellite americano avrebbe ripreso alcune immagini di missili balistici nordcoreani che venivano trainati all’esterno degli hangar protettivi e trasportati nella provincia a nord di Pyongyang per essere pronti all’attivazione su rampe. Kim Yong Un sembra pronto a testare uno tra i modelli della vasta gamma nordcoreana che vanno dagli Hwasong-14, codificati in KN20, con una gittata da 6.500 a 10.000 chilometri, agli Hwasong-12 (o KN17) della portata di 3.700 – 6.000 chilometri. Nella prima ipotesi si tratterebbe di un lancio ad alto rischio, tenuto conto della gittata del missile in grado di colpire l’Alaska, ma anche nel secondo caso sarebbe comunque minacciata la base di Guam, nel Pacifico, con ovvie ripercussioni da parte degli Usa.

Gli scienziati militari di Pyongyang non escludono comunque di sperimentare anche il nuovo Hwasong-13, (o KN08) che, potendo essere rifornito da 2 differenti tipologie di propellente, porterebbe la sua gittata da 5500 a 12.000 chilometri.

Gli americani, nei giorni scorsi, non hanno mancato di mostrare i muscoli. Secondo Yonhap, agenzia di stampa sudcoreana, nel porto di Busan sarebbe arrivato il sottomarino nucleare USS Michigan, pochi giorni dopo la partenza di un altro sottomarino nucleare, l’USS Tuscon. Le unità vanno a aggiungersi a quelle già operanti nel mar della Cina, insieme a quelle giapponesi e sudcoreane disposte a difesa dell’integrità territoriale dei due Paesi asiatici dalla minaccia del regime di Pyongyang.

Battisti, ecco le violazioni del Trattato bilaterale da parte del Brasile

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La vicenda di Cesare Battisti pare non avere fine. Sembra di assistere a un match tra due squadre costituite dall’Italia e dal Brasile, dove non si riesce a portare a termine questa ridicola disputa che dura ormai da molti anni. Controversia che potrebbe essere risolta rispettando il trattato bilaterale sull’estradizione firmato e reso applicabile e uniformato nei rispettivi ordinamenti di entrambi gli Stati.

Alcune precisazioni dal punto di vista del diritto internazionale

La decisione adottata dal Brasile, secondo cui il terrorista Cesare Battisti è da considerare un rifugiato politico, secondo l’ordinamento brasiliano che si poggia sulle fondamenta della Convenzione internazionale sullo statuto dei rifugiati del luglio 1951, pone in risalto delicati problemi giuridici.

Essa dà, infatti, un’interpretazione estensiva della Convenzione del 1951, tanto da fondarsi non sull’accertamento di un timore concreto di fumus persecutionis, bensì sulla considerazione che esistono dubbi ragionevoli sui fatti che, dal punto di vista del ricorrente, sono alla base della sua paura di essere perseguito. La Convenzione sottolinea requisiti minimi per l’ottenimento di status di rifugiato e non preclude che uno Stato contraente accolga sul proprio territorio come rifugiati anche altri soggetti, sulla base di un accertamento meno rigoroso della fondatezza del timore di persecuzione, presentata dalla persona coinvolta.

Il Trattato bilaterale stipulato tra Italia e Brasile

Questa libertà di apprezzamento viene circoscritta nel momento in cui vige un altro trattato o accordo, che prevede un accertamento più scrupoloso, imponendo in sua assenza il vincolo di estradizione verso un altro Stato. Infatti, è in vigore il trattato bilaterale di estradizione stipulato dall’Italia e dal Brasile il 17 ottobre 1989 e ratificato e reso esecutivo dall’Italia con la legge di ratifica il 23 aprile 1991, n. 144 (in vigore dall’agosto 1993), nel quale l’estradizione, ai sensi dell’articolo 3 lettera f, può essere rifiutata solo se la parte richiesta ha serie ragioni per ritenere che la persona da estradare verrà sottoposta ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, di religione, di sesso, di nazionalità, di lingua, di opinioni politiche o di condizioni personali o sociali, o che la situazione di detta persona rischia di essere aggravata da uno degli elementi suddetti.

La norma implica un giudizio non di mera possibilità, ma almeno di probabilità di persecuzione. Il coordinamento degli obblighi internazionali che gravano sul Brasile e secondo la Convenzione del 1951 – accordo valevole erga omnes – e al trattato bilaterale del 1989 (legge 144/91) poneva la richiesta di evitare un’interpretazione estensiva della prima al fine di evitare la violazione della seconda.
Quindi, la decisione del governo brasiliano avrebbe dovuto negare l’attribuzione di qualità di rifugiato politico, oltre i requisiti minimi enunciati dalla Convenzione del 1951, che richiedono l’accertamento di un timore sostanziale del fumus persecutionis, del tutto infondato nella specie, che è giuridicamente viziata ed in violazione di un preciso obbligo internazionale.

Questo Trattato bilaterale prevede, quale unico limite all’estradizione derivante dalla tipologia di pena inflitta, esclusivamente la pena capitale – stabilendo, all’articolo 4 che, nel caso in cui il fatto per il quale l’estradizione è richiesta sia punibile con la pena di morte, essa può essere concessa solo nel caso in cui la parte richiedente dà assicurazione che la pena capitale non verrà inflitta o eseguita – e, ciò nonostante, il Governo italiano, di ciò richiesto dalla Procura generale del Brasile, aveva dato assicurazione che l’ergastolo non sarebbe stato scontato integralmente e che la carcerazione di Battisti non avrebbe superato i trenta anni.

Lo status di rifugiato politico

Un altro punto molto importante da porre in rilievo è che, nel 2008, persino il Comitato nazionale per i rifugiati, organo del ministero della Giustizia brasiliana, competente a esaminare le richieste di asilo politico, aveva respinto la richiesta di riconoscimento dello status di rifugiato politico avanzata dai legali di Cesare Battisti al fine di non rendere concreta l’estradizione. Il governo del Brasile, al contrario, asserì che il rifiuto di estradizione troverebbe fondamento, in primo luogo, nella lettera b) dell’articolo 3 del Trattato di estradizione, che preclude l’estradizione nel caso in cui il fatto, per il quale essa viene richiesta, sia considerato dalla parte richiedente reato politico (diventa incomprensibile come l’omicidio premeditato o la rapina a mano armata possano essere definiti reati politici unicamente perché commessi a fine di terrorismo o al fine di finanziare un’organizzazione eversiva, ciò che rende del tutto incongruenti i paragoni formulati da esponenti del Governo brasiliano, durante la presidenza diLuozInácio Lula da Silva, con il rifiuto dell’estradizione di ex dittatori opposto in altre circostanze nel 2010). In secondo luogo, nella lettera c) dello stesso articolo 3 che inibisce l’estradizione nel momento in cui la parte richiesta manifesti fondate motivazioni per ritenere che la persona, di cui viene richiesta l’estradizione, possa essere sottoposta ad atti persecutori o discriminatori per motivi di razza, religione, sesso, nazionalità, lingua, opinioni politiche o condizioni personali o sociali, con ciò dando udienza ai farneticanti timori espressi da Battisti per la propria vita in caso di estradizione in Italia e che, ancora oggi, continua a ribadire.

Le violazioni del Trattato da parte del Brasile

Il Brasile nei confronti dell’Italia ha commesso già in passato – augurandosi che non continui per l’ennesima volta a prendere in giro il nostro Paese con il tira e molla ossia con questo infinito valzer – una grossa violazione del diritto internazionale andando contro la regola pacta sunt servanda (gli accordi vanno rispettati e onorati), sancito dall’articolo 26 della Convenzione di Vienna sul Diritto dei Trattati del 1969, secondo cui “ogni trattato in vigore vincola le Parti e deve essere eseguito da esse in buona fede”, visto che il trattato di estradizione, entrato in vigore nel 1991, costituisce la fattispecie nella quale una regola generale del diritto internazionale fa discendere la conseguenza di obbligare sia il Brasile che l’Italia alla osservanza delle norme inserite nell’accordo.

Un altro punto che va evidenziato concerne la regola inadimplenti non est adimplendum (all’inadempiente non è dovuto l’adempimento), cioè in presenza di un trattato bilaterale, come in questo caso, una violazione sostanziale ad opera del Brasile autorizzerebbe l’Italia ad invocare la violazione come motivo per porre fine al trattato o sospenderne la sua applicazione. Quindi, il Governo italiano potrebbe adire la Corte Internazionale di Giustizia per violazione dell’accordo da parte delle autorità brasiliane (qui si è in presenza di una denuncia per mancanza di rispetto delle norme del trattato stesso). Infine, la regola di cui sopra enunciata, non può essere applicata alle disposizioni sulla protezione della persona umana presenti nei trattati di diritto umanitario, come l’esclusione di ogni forma di rappresaglia contro le persone protette da tali trattati.

Non può essere accettata, dunque, la posizione del Brasile con le sue motivazioni superficiali, rifiutandosi di consegnare il responsabile di quattro omicidi avvenuti negli anni settanta del secolo scorso sul territorio della Repubblica italiana, in quanto l’Italia è un paese garante, visto che ci sono le norme costituzionali che danno piena garanzia ad ogni cittadino, nel totale rispetto delle norme dei diritti dell’uomo. In ogni modo, la speranza di estradare il Battisti è ora nelle mani del Tribunale supremo federale brasiliano, che ha sospeso la procedura di estradizione, affinchè faccia prevalere le norme contenuto nel trattato bilaterale sull’estradizione e non quelle dell’ordinamento interno brasiliano. Nel caso in cui il Tribunale supremo federale dovesse decidere per la non estradizione di Battisti, allora le autorità governative italiane potrebbe proporre a quelle brasiliane la stipulazione di un accordo ad hoc che abbia come oggetto la carcerazione del Battisti in un carcere di massima sicurezza del Brasile. Ovviamente con le dovute assicurazioni che le stesse autorità del governo brasiliano debbano fornire circa l’effettiva esecuzione della pena.

Immigrati, Israele si blinda: presentata legge contro clandestini

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L’aumento vertiginoso del tasso di criminalità a Tel Aviv, connesso strettamente al soggiorno illegale di immigrati, ha costretto il partito di maggioranza Likud a correre ai ripari, con la presentazione di una proposta di legge che è stata subito considerata una pietra miliare nella lotta al crimine e agli ingressi clandestini in Israele.

Il disegno di legge

Il disegno di legge presentato dal Likud delinea in modo netto la figura di immigrato illegale come “chiunque entri in Israele o rimanga  nello Stato, senza un visto turistico o senza un visto di lavoro validi” e, come spiegato in fase di presentazione alla stampa israeliana, ribadisce il concetto secondo il quale “il diritto fondamentale di Israele di esistere come Stato ebraico e democratico e di garantire l’esistenza dei suoi cittadini, si basa sul riconoscimento del suo diritto a impedire agli immigrati illegali di entrare o rimanere nel suo territorio”. La legge, una volta approvata, consentirà l’arresto, la detenzione e l’espulsione di immigrati trovati senza valido titolo di soggiorno, sul territorio di Israele.

Il provvedimento si è reso necessario per arginare il continuo afflusso di popolazioni provenienti da diverse aree geografiche la cui presenza nello Stato mediorientale non trova giustificazione e, oltre a non concorrere al positivo sviluppo del Paese, è causa di una preoccupante crescita della criminalità i diverse zone soggette al fenomeno migratorio.

La presenza di immigrati in Israele

Attualmente in Israele gli immigrati ammontano a circa 80.000 quelli provenienti  dalla Georgia e dall’Ucraina, in principal modo arrivati  con  visti turistici e non ancora tornati in patria, più di 35.000 di origine africana giunti principalmente da Eritrea e Sudan, mentre circa 17.000 originari delle Filippine, impiegati come assistenti agli anziani o disabili,  molti di questi rimasti più a lungo del periodo di tempo consentito.

Una volti giunti  in Israele, molti  dei migranti dichiarano il  loro status di rifugiati in quanto scampati a conflitti e persecuzioni, ma i funzionari addetti ai controlli hanno verificato, nella maggior parte dei casi, che le dichiarazioni sono rese all’unico scopo di entrare in Israele in cerca di una sistemazione economica diversa da quella del Paese di origine.

Lo Stato di Israele, negli ultimi anni,  ha cercato di limitare il numero  dei migranti e, in funzione preventiva, è stata innalzata una recinzione lungo il confine con l’Egitto che, con il muro di contenimento costruito al confine con i territori in mano agli arabo-palestinesi, dovrebbero costituire un’argine al fenomeno migratorio illegale.

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