Menu

La Percezione Della Sicurezza

Category archive

Relazioni Internazionali

Relazioni internazionali: un occhio puntato sul mondo. Leggi e approfondisci le analisi e le conseguenze dei maggiori fatti di cronaca sul presente e sul futuro.

Esplosione nella metropolitana di New York: fermato un bengalese di 27 anni

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Un’esplosione ha sconvolto New York nelle prime ore della mattinata alla fermata della metropolitana Port Authority, tra la 42nd street e l’8th Avenue. Un bengalese di 27 anni, identificato come Ullah Akayed, avrebbe azionato il detonatore di un bomba artigianale indossata sotto il giubbotto provocando un’esplosione che ha causato 4 feriti lievi, oltre all’attentatore stesso.
Il soggetto, residente da 8 anni nel quartiere di Brooklyn, secondo quanto riferito da alcuni media locali, avrebbe agito ispirandosi all’Isis. Le autorità della sicurezza stanno procedendo alla perquisizione della casa dell’attentatore e alla ricerca di eventuali altri ordigni che potrebbero essere stati disseminati nelle gallerie della metropolitana newyorkese. L’uomo, secondo quanto riferito dalla polizia di New York, dopo il fermo non avrebbe ancora reso alcuna dichiarazione sul gesto

Il sindaco di New York, Bill de Blasio, parlando in una conferenza congiunta a poche ore dall’accaduto, ha spiegato che quanto accaduto in metropolitana “è un attentato terroristico, ma grazie a Dio l’autore non ha raggiunto il suo obiettivo massimo”.

“Ho agito per vendetta”

Dopo l’arresto Ullah Akayed, incalzato dalle domande dell’Fbi, avrebbe spiegato i motivi del suo gesto. “Hanno bombardato il mio Paese e volevo fare del male qui. Ho agito per vendetta”, riportano alcuni media americani. Il 27enne, ex tassista con la licenza scaduta, al momento è in ospedale per le lesioni riportate a causa dell’esplosione.

 

 

 

Mozambico: nuovo sanguinoso raid di al-Shaabab

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Nuova offensiva degli al-Shabaab in Mozambico. Nel nord del Paese, a Mocimboa da Praia, 2 persone sono rimaste uccise ed altre 2 ferite a seguito di un raid degli integralisti islamici durante il quale sono state date a fuoco decine di abitazioni nei vicini villaggi di Mitumbate e Makulo.
Il raid degli Shaabab in territorio mozambicano fa seguito a quelli dell’inizio del mese di ottobre, dei quali avevamo riferito, e dove i miliziani islamisti avevano attaccato sia la popolazione del distretto di Mocimboa da Praia, sia i militari e gli agenti accorsi per tentare di arginare gli attacchi.

Il governatore del distretto, Julio Parruque, ha dichiarato che i Mujahid hanno espanso la loro zona d’influenza al distretto di Nangade e che dalle foreste circostanti si muovono per condurre gli attacchi.
Le autorità del Mozambico hanno dichiarato che dall’inizio di ottobre sono stati effettuati 308 arresti nei confronti delle bande degli integralisti e, tra questi, 208 sono stati perseguiti penalmente e successivamente rilasciati per insufficienza di prove. Nelle operazioni delle forze di sicurezza sono stati sequestrati sei veicoli utilizzati per condurre gli attacchi. Il governatore Júlio Paruque ha esortato la popolazione a continuare nella collaborazione con le forze dell’ordine nel segnalare ogni movimento di persone sospette per contribuire alla sicurezza del Paese.

Il nuovo attacco condotto dagli Shaabab non fa che acuire le preoccupazioni per il fenomeno jihadista ritenuto non più solo allo stato latente. La segnalata presenza di “stranieri” tra le milizie islamiste è un ulteriore indicatore delle funesta influenza che i reclutatori dimostrano di saper riversare sui neofiti e rappresenta un segnale allarmante  per l’espansionismo dell’Islam radicale nel Continente africano, dove un’eventuale congiunzione tra Boko Haram e al-Shaabab avrebbe effetti deleteri soprattutto sulla disastrata economia dei Paesi coinvolti dalla follia jihadista.

Ambasciata Usa a Gerusalemme: tensioni internazionali

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

L’iniziativa del presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, di trasferire l’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, ha fatto innalzare, anche se in modo non inaspettato, la tensione internazionale. Il discorso ufficiale è atteso per le 12 di oggi alla Casa Bianca, ma la decisione è stata abbondantemente preannunciata con le numerose dichiarazioni nei giorni scorsi. Se è vero che il trasferimento non avverrà prima di 6 mesi, le reazioni non si sono fatte attendere e non solo a livello diplomatico. Da 2 giorni Israele vive, infatti, in stato di allerta, dopo i numerosi episodi di violenza che hanno visto come protagonisti gli arabi-palestinesi con aggressioni e lanci di razzi contro civili e militari israeliani.

Nel dibattito seguito alle indiscrezioni circa le intenzioni di Trump relative a trasferire la propria ambasciata a Gerusalemme, le voci dal mondo arabo si sono levate all’unisono, contestando la decisione del presidente americano e, nel caso della Turchia, arrivando a minacciare Israele, neanche troppo velatamente. Il premier Erdogan, infatti, durante un intervento davanti alla riunione del partito Akp, ha dichiarato che “l’eventuale riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele rappresenta una linea rossa per i musulmani” e che “potrebbe portare alla rottura delle relazioni diplomatiche della Turchia con Israele”.

Il re saudita Salman, inoltre, ha ammonito Trump dichiarando che lo spostamento della legazione americana a Gerusalemme “è un passo che potrebbe infiammare i sentimenti dei musulmani”. E il re del Marocco, Mohamed VI, presidente del comitato al-Quds, ha inviato una missiva al presidente Trump per conto di 57 Paesi arabi e musulmani per metterlo in guardia dagli effetti della sua decisione. Il presidente dell’Autorità nazionale palestinese, Mahmud Abbas, contattato telefonicamente da Trump per riferire circa la sua decisione, ha invocato l’intervento di russi, francesi, giordani e, non ultimo, di Papa Francesco, presso il presidente americano per dissuaderlo dalla sua decisione.

Le reazioni nei territori occupati

Nei territori occupati le reazioni sono andate oltre. Hamas, al-Fath e la Jihad Islamica, hanno infatti indetto “3 giorni della rabbia” a partire da venerdì prossimo, per contestare la decisione americana che, per gli arabi-palestinesi, rappresenta un vero e proprio riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele.
In definitiva il quadro che si va delineando non rappresenta una sorpresa per nessuna delle parti in causa.
La decisione di Donald Trump, estemporanea, inattesa e, probabilmente avventata, non poteva certo passare inosservata nel quadro dell’instabile Medio Oriente che stenta a riprendersi dopo la tragica apparizione e successiva scomparsa dello Stato islamico in Siria e Iraq e dall’eredità di sangue e distruzione che i seguaci di al Baghdadi hanno lasciato ai sopravvissuti.
Israele non ha commentato ufficialmente la svolta decisa dal presidente americano. Fonti della sicurezza hanno, comunque, ordinato l’immediato innalzamento delle misure di sicurezza per gli obiettivi statunitensi sul territorio di Israele e posto l’esercito in stato di allerta permanente nel timore di attacchi e in previsione del prossimo venerdì di preghiera che si preannuncia come il più caldo degli ultimi dieci anni.

Israele-Italia: un gasdotto da record unirà i due Paesi

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

La costruzione del gasdotto sottomarino più lungo del mondo in compartecipazione con l’Italia, Cipro e l’Unione europea. A Nicosia, in occasione del vertice sull’energia che si svolgerà oggi e a cui parteciperà Yuval Steinitz, il ministro israeliano per le Infrastrutture nazionali e le risorse energetiche e idriche, sarà il firmatario di un memorandum d’intesa per promuovere l’accordo.

La costruzione del gasdotto è stata inizialmente concordata attraverso la firma di una dichiarazione congiunta durante il summit di energia East Med tenutosi ad aprile a Tel Aviv. I costi dell’impianto sono valutati in circa 5,5 miliardi di dollari, e la sua attivazione coprirà 1.200 miglia sottomarine nel tratto del mar Mediterraneo tra Israele e Italia.

L’East med, così è stato ribattezzato l’impianto, sarà utilizzato per trasportare il gas dai giacimenti offshore israeliani sino in Europa e le stime indicano che, quando diverrà operativo, fornirà 12-16 miliardi di metri cubi di gas all’anno.

Il completamento del progetto è previsto per il  2025 e, secondo gli analisti israeliani, il gasdotto aumenterà in modo significativo il potenziale di esportazione di gas naturale di Israele contribuendo a rafforzare la posizione dello stato ebraico come potenza energetica emergente.

 

The Crown, torna la serie che ha stupito per i dettagli storici

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Quando nel secondo episodio di The Crown Winston Churchill si appresta a leggere alla radio il discorso alla Nazione per la morte di Giorgio VI, il Regno Unito ondeggia tra le glorie e le tragedie del recente passato. Gli anni cinquanta si sono affacciati sulla storia del mondo all’indomani del crepuscolo del più devastante dei conflitti. Il nuovo equilibrio mondiale, fondato sulle macerie della seconda guerra mondiale non pare riuscire a mitigare i venti di guerra che dopo la vittoria si fanno di nuovo sentire anche nelle ovattate stanze di Buckingham Palace. La nuova e neanche ventiseienne regina Elisabetta, all’inizio della sua vita, non era destinata a regnare. Le rigidissime regole dinastiche, le stesse che tengono in piedi, da un millennio, la più celebre e più gloriosa delle monarchie si sono abbattute come un macigno sulla testa del principe Albert, fratello cadetto del re Edoardo che per amore di una divorziata dovette abdicare e lasciare il trono. Mai più vicina è stata la fine per la casata

Testo integrale del discorso Churchill in un ritaglio di giornale

Windsor che da pochi anni ha mutato il proprio nome originario Saxe-Coburg and Gotha e che ha garantito al Paese un’era di pace e ricchezza e fasti imperiali nonostante una guerra mondiale. Ora l’impero non c’è più ed Elisabetta è una regina debole. E solo da qualche ora. Il caso ha voluto che l’anziano Churchill, di nuovo al potere dopo la sorprendente sconfitta elettorale del 1945 fosse di nuovo primo ministro. Un leader che a fianco di Giorgio VI ha saputo combattere tenacemente e vincere la terribile guerra scatenata dai nazisti. Chi meglio del veterano Winston, premio Nobel per la letteratura, avrebbe potuto pronunciare delle parole tanto belle destinate ad entrare nella storia dei discorsi politici del Novecento. Prima che un pezzo della trama di The Crown questo squarcio è la storia. Quella vera. Ma The Crown ha sorpreso davvero tutti e più di quanto ci aspettasse da una serie streaming. In questa come in altre scene il dettaglio storico è la regola e meglio di qualsiasi altro escamotage potrebbe disegnare, come in un quadro naif, la realtà di quei giorni amari e incerti. Gli stessi copioni seguono, alla lettera, documenti originali. Il discorso alla radio di Winston Churchill fece la storia già dopo pochi secondi dalla sua trasmissione. Rimane oggi, ancora, uno dei più rari documenti della storia radiofonica capace di bloccare per tutta la sua durata una intera nazione e un impero immenso. Dalla voce del più celebre vincitore di Hitler ecco l’Inghilterra di quell’otto febbraio del 1952 e la presentazione del più lungo regno della storia della monarchia. La nuova era elisabettiana è cominciata. E dall’otto dicembre, su Netflix, la seconda stagione di una serie che ha rispolverato una storia rimasta un po’ troppo sotto la polvere di quei primi giorni di guerra fredda.

Quando ieri, all’improvviso, ci è stata annunciata la morte del nostro Re nelle nostre vite è suonata una nota tetra e grave che è rimbombata ovunque. Ha azzittito il baccano e il traffico della vita del XX secolo e ha fatto sì che milioni di esseri umani in tutto il mondo si fermassero e si guardassero intorno. Il Re era molto amato da tutti i suoi popoli. I traumi più forti che quest’isola abbia subito li abbiamo vissuti sotto il suo regno. Mai in tutta la nostra lunga storia siamo stati così vicini al pericolo di subire un’invasione ed essere annientati. Il nostro Re che, si è accollato il grave peso della Corona succedendo a suo fratello, ha vissuto ogni minuto di questa battaglia con il cuore che non ha mai vacillato ed uno spirito indomito. Alla fine la morte lo ha raggiunto come un’amica e dopo una giornata di sole e divertimento, dopo aver dato la buona notte a chi lo amava di più, si è addormentato. Come ogni uomo o donna che siano timorati di Dio e di nient’altro al mondo possono sperare di fare. Ora devo abbandonare i tesori del passato e guardare al futuro. Degni di fama sono stati i regni delle nostre regine. Alcuni dei più grandi periodi della nostra storia si sono sviluppati sotto i loro scettri. La regina Elisabetta II, come la sua omonima la regina Elisabetta I, non ha trascorso l’infanzia con l’aspettativa certa della Corona. Questa nuova era elisabettiana arriva in un momento difficile, in cui l’umanità oscilla nell’incertezza, sull’orlo della catastrofe. Io che ho vissuto la mia giovinezza nelle magnifiche, incontrastate e tranquille glorie dell’era vittoriana provo una grande emozione nell’invocare, ancora una volta, la preghiera che è il nostro inno: “Dio salvi la Regina”.

Versione integrale del discorso

Audio del discorso

 

Medio Oriente, Israele bombarda base dei Pasdaran in Siria

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Come preannunciato dalle dichiarazioni dei giorni scorsi, Israele non ha esitato a colpire una base dei Pasdaran iraniani in costruzione nei pressi di Damasco. Questa notte, infatti, i caccia con la stella di David, sorvolando lo spazio aereo libanese a seguito di accordi presumibilmente intercorsi tra i due governi dei due Paesi, hanno lanciato alcuni missili aria-terra contro installazioni militari iraniane fase di allestimento nei pressi di al-Kiswa, poco distante dalla capitale siriana.
La contraerea siriana ha aperto il fuoco e sarebbe riuscita ad intercettare 2 missili prima che colpissero gli obiettivi. I danni alla base in costruzione sarebbero ingenti ma, al momento, non sono state registrate vittime.

La tensione era palpabile già dall’ultima settimana di novembre, quando i vari leader di Hezbollah avevano ribadito la loro intenzione di riaprire il conflitto con lo Stato ebraico anche rifornendo gli arsenali di Hamas nella striscia di Gaza.

Da parte sua Israele, per bocca del ministro della difesa Avigdor Lieberman, aveva già chiarito in modo netto la sua intransigenza a fronte dell’intenzione delle milizie di Hassan Nasrallah di stabilire avamposti lungo il confine siro-libanese e sulle contese alture del Golan, non lontano da Israele.
Anche le posizioni assunte dal primo ministro libanese, Saad Al-Hariri, paiono conformarsi all’attuazione di indeterminati accordi sottobanco stabiliti con Israele in chiave anti-sciita.
Proprio le dimissioni annunciate e poi ritirate da al-Hariri sarebbero giunte inattese, per le continue e indebite intromissioni di esponenti di Hezbollah nelle politiche libanesi di attuazione dei piani di riforma interna del Paese dei cedri. E dagli estremisti sciiti sarebbero arrivate anche le minacce di morte contro il Premier, denunciate pubblicamente dallo stesso, che avrebbero provocato il suo viaggio-lampo in Arabia Saudita per consultazioni con il governo di Riad.

Scenarieconomici: i dubbi del WSJ sul sistema bancario tedesco

in Economia/Relazioni Internazionali da

Ieri Paul J. Davies sul Wall Street Journal ci ha fornito un’immagine piuttosto dura, ma realistica, del sistema bancario tedesco. In Europa il sistema bancario tedesco ha fornito dei ritorni fra i più bassi in assoluto, inferiori perfino a quelli del sistema bancario italiano. Nonostante questo il prezzo dei prestiti non è poi così basso rispetto a quelli degli altri paesi europei e soprattutto l’utile deriva da una serie di commissioni nascoste che non hanno pari  negli altri paesi.  Il problema è che il sistema creditizio tedesco è altamente frazionato, quasi pulviscolare. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Medio oriente: l’Iran e Hezbollah accendono le micce

in Relazioni Internazionali da

La tanto auspicata “riconciliazione palestinese”, intentata dall’Autorità nazionale palestinese e sostenuta da al-Fath, sta attraversando un periodo di profonda crisi in ragione dell’estrema riluttanza di Hamas di privarsi dei propri armamenti, come richiesto dagli accordi raggiunti.

L’insediamento del governo palestinese, guidato da Rami Hamdallah, non ha avuto luogo e ai mediatori egiziani le parti hanno richiesto di posticipare ulteriormente il termine per l’attuazione degli accordi sottoscritti a Il Cairo. Ma proprio i mediatori di Al Sisi hanno sottolineato che la richiesta di disarmo di Hamas è una mera chimera propendendo per posticipare la consegna delle armi successivamente all’effettivo raggiungimento di un accordo di pace con Israele.

Nella settimana in corso, Khalil Alhiya, uno dei leader di Hamas, ha sottolineato l’intenzione di non aderire alla richiesta di disarmo, minacciando, inoltre, la ripresa degli attacchi contro Israele. Il vice-leader di Hamas a Gaza ha inoltre affermato che le armi oggetto della richiesta di consegna stanno inviate in Giudea Samaria per combattere contro gli israeliani.

Quasi in contemporanea con le dichiarazioni di Alhiya, un altro leader di Hamas, Salah al-Bardawil, durante una conferenza stampa, ha dichiarato che la cooperazione con Hezbollah si è di fatto rinforzata, avendo appianato le tensioni dovute all’intervento della fazione sciita in Siria a fianco delle truppe di Bashar al-Assad in contemporanea alla presa di posizione di Hamas in favore dell’esercito libero siriano, diretta emanazione dei Fratelli Musulmani.

Nel 2013, infatti, a seguito di questa scelta di Hamas, Hezbollah ridusse notevolmente il suo apporto economico in favore della fazione sunnita, riattivando il flusso dei finanziamenti solo negli ultimi mesi dell’anno scorso. Durante il suo intervento, al-Bardawil, ha evidenziato che la richiesta di disarmo di Hamas, inoltrata per facilitare la riconciliazione con Fatah, non è mai stata messa in atto. A conferma di quanto dichiarato dall’esponente di Hamas, Hassan Nasrallah, l’incontrastato leader di Hezbollah, ha annunciato l’invio alla fazione a Gaza, di un’ingente partita di razzi anticarro Komet, di fabbricazione russa, in funzione anti-israeliana.

Proprio Israele sarà, quindi, costretto a guardarsi da due diversi fronti. Il primo formato da Hamas e le milizie alleate nella Striscia di Gaza, il secondo da Hezbollah e le Iranian Revolutionary Guard Corps in relazione al fronte a nord dello stato ebraico. Al riguardo, il ministro della Difesa israeliano, Avigdor Lieberman, in un discorso tenuto nel mese di ottobre, sottolineò che “per Israele non esiste più un solo fronte di guerra. E questo rappresenta l’assunto iniziale sulla base del quale stiamo preparando i nostri soldati”.

E mentre Gerusalemme si prepara ad affrontare l’ennesimo conflitto paventato da più fonti, le smanie bellicistiche di parte sciita fanno segnalare l’apertura di un nuovo capitolo da parte dell’Iran nei confronti dell’Occidente. Il generale Hossein Salami, vicecapo delle Guardie rivoluzionarie iraniane, ha infatti affermato che, se l’Europa seguiterà a sostenere la politica degli Stati Uniti nei confronti di Teheran, divenendo di fatto una seria minaccia per l’Iran, i Pasdaran si vedranno costretti ad aumentare la portata dei loro missili a 2.000 chilometri, rendendoli idonei a essere lanciati sul territorio del vecchio Continente. Una minaccia abbastanza vacua, tenuto conto delle condizioni di estrema instabilità, anche economica, e del pericolo di nuove e più stringenti sanzioni che potrebbero colpire lo stato degli Ayatollah.

Germania, pacco bomba vicino al mercatino di natale

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Le minacce rivolte ai mercatini di Natale europei, pare non siano rimaste inascoltate, per lo meno in apparenza. Nel pomeriggio di oggi, verso le 14,30, l’allarme e scattato a Potsdam, in Germania, dove in una farmacia, vicina al mercato natalizio, è stato recapitato un pacco sospetto.

All’apertura del plico, il personale dell’esercizio si è trovato di fronte al contenuto composto da una batteria, fili elettrici, alcuni chiodi e una polvere sospetta. Immediatamente è scattato allertata. La polizia federale tedesca ha accertato la presenza di esplosivo e ha provveduto all’immediata evacuazione della zona nella quale si trova anche il mercatino di Natale della città brandeburghese. Gli artificieri giunti sul posto hanno provveduto all’inertizzazione del pacco che, secondo gli esperti, non conteneva comunque l’innesco necessario a provocarne l’esplosione. Le indagini, subito avviate, sono indirizzate all’esame della polvere contenuta nel pacco e all’individuazione del mittente.

Secondo fonti di polizia vi è un elevata probabilità che il pacco con esplosivo recapitato alla farmacia nelle vicinanze del mercato natalizio di Potsdam possa non essere l’unico, soprattutto in considerazione del periodo pre-festivo durante il quale il recapito di plichi postali si moltiplica in modo esponenziale a fronte di una quasi impossibilità di procedere al controllo dei singoli invii.
L’episodio di Potsdam giunge nel pieno della campagna mediatica lanciata dall’Isis già dall’inizio del mese di novembre, che si è posta l’obiettivo di sollecitare attacchi contro obiettivi occidentali con particolare riguardo alle celebrazioni delle festività cristiane e alle manifestazioni connesse all’evento.
L’invio di pacchi bomba, sebbene non rappresenti certo una novità nel panorama del terrorismo, può comunque essere considerata una new entry nella conduzione di attacchi in Europa, se venisse confermata la pista del terrorismo islamista.

Scenarieconomici: “Presto elezioni. Italia diventi credibile agli occhi di Trump”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Relazioni Internazionali da

a cura di Francesca Romana Fantetti 

Finché rimarrà il governo mai eletto Gentiloni così come gli altri tre governi mai eletti Monti, Letta, Renzi, l’Italia sarà sempre considerata inaffidabile e non credibile dal punto di vista nazionale, europeo e mondiale. Mancando cioè di democraticità e rappresentanza legittima. A ragione il Presidente degli Stati Uniti Donald Trump oggi guarda con preoccupazione alla situazione politica italiana dato l’ostruzionismo ed il blocco della sinistra politica alle libere elezioni del popolo italiano.

Il futuro della Nato, gli investimenti nella difesa, le basi Usa in Italia, l’impegno nelle missioni militari, le invasioni migratorie dall’Africa e la lotta al terrorismo, la sicurezza nel Mediterraneo e l’alleanza con la Russia, il fronte Medio Orientale, tutto questo necessita, oltre che governi italiani legittimi e legittimamente eletti, la rappresentanza democratica certa, affidabile e credibile a fianco degli Stati Uniti da parte italiana. Il rapporto transatlantico è strategico. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

1 2 3 37
Vai a Top