La Percezione Della Sicurezza

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Relazioni Internazionali

Relazioni internazionali: un occhio puntato sul mondo. Leggi e approfondisci le analisi e le conseguenze dei maggiori fatti di cronaca sul presente e sul futuro.

Iran, Rouhani di nuovo presidente della Repubblica Islamica

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Gli iraniani hanno scelto di nuovo lui. Confermando la tradizione che vede i mandati presidenziali procedere a gruppi di due. Hassan Rouhani è, di nuovo, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Lo spoglio, ancora non del tutto completato, ha dato ragione al candidato riformista. Con un’affluenza del 70% degli elettori giunti alle urne, un dato di 6 punti percentuali più basso rispetto alla pima elezione di Rouhani, il programma di apertura all’Occidente inaugurato dal presidente ha battuto l’ala radicale.

I dati sul voto

Guardando i dati diffusi dal Ministero, il risultato appare chiaro: Rouhani si è attestato al 56,3%, guadagnando una forbice di 4 milioni di voti su Raisi, fermatosi al 38,9%. E, come nelle elezioni del primo mandato del capo dei riformisti, il voto di Teheran è stato decisivo per la vittoria finale. I flussi di voto appaiono illuminanti in questo senso: professionisti, giovani e donne sembrerebbero aver scelto il cammino di apertura nei confronti del mondo al di là dei confini. E la topografia elettorale di Teheran conferma questo dato.

Divisa da una linea che separa i liberali dai quartieri più poveri, la capitale iraniana è stata la spia dell’andamento del voto, che ha visto prevalere la fiducia dei professionisti del nord della città sulla rabbia delle zone meridionali della metropoli. Sono le città, infatti, ad aver scelto per il Rouhani-bis. Nella notte gli exit poll davano Raisi in testa su 5 province, quelle rurali, mentre il pragmatico-riformista guidava la contesa elettorale in 13 distretti della nazione sciita.

Una percentuale dei votanti così alta era un altro dei segnali attesi da Rouhani, in quanto la grande partecipazione al voto sarebbe stata vincente per i liberali, storicamente più impegnati a scegliere che a delegare le funzioni di comando del Paese.

Non a casa il neo-presidente aveva commentato nel pomeriggio: “La partecipazione entusiasta degli iraniani rafforza la potenza e la sicurezza nazionale”. E la partecipazione è una molla su cui Rouhani aveva fatto leva per ottenere il suo secondo mandato.

Nel pomeriggio, fra i votanti, c’era stata passerella anche per la Guida Suprema del paese, l’Ayatollah Khamenei. Il capo spirituale dell’Iran aveva invitato gli oltre 50 milioni di aventi diritto a votare “in modo massiccio e il prima possibile”.

 

 

 

 

Corea del Sud, il neo presidente stretto tra Usa e Cina cerca dialogo con Kim

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Si dice che l’ultimo missile balistico lanciato da Pyongyang, caduto poi nel mare del Giappone, sia stato un modo per testare la reazione del “nuovo nemico del Sud”. Il neo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, non ha naturalmente perso tempo nel condannare l’azione che “viola le risoluzioni dell’Onu”. Ma l’atteggiamento del leader liberale non cambia: dialogo e un piano distensivo nelle relazioni con la Corea del Nord, rimangono gli assi della politica estera del presidente appena eletto. A questi si aggiungono qualche possibile frizione con gli Stati Uniti e un miglioramento nei rapporti con la Cina.

Chi è Moon Jae-in, nuovo inquilino della Casa Blu, l’edificio che ospita gli uffici della presidenza a Seul dal 1991.

Liberista di fede cattolica, si è aggiudicato il 41,1% dei consensi dei cittadini sud-coreani andati in massa alle urne (77%): un record che non si registrava da 20 anni. Il leader del partito democratico succede alla discussa prima presidente donna del Paese, Park Geun-hye, finita agli arresti lo scorso marzo in seguito all’ennesimo scandalo di corruzione, che ha visto coinvolto il vertice istituzionale di Seul, sancito dal voto in maggioranza del parlamento a favore del suo impeachment.

L’ha promesso in campagna elettorale come primo atto da presidente: la riapertura e l’espansione del complesso industriale di Kaesong. L’impianto era stato chiuso nel febbraio del 2016 dall’ex presidente Park Geun-hye, come risposta ai vari test missilistici e nucleari compiuti dal regime. Il distretto si trova all’interno dei confini nord-coreani, dove dal 2004 hanno sede 124 imprese sud-coreane e lavorano 54.000 cittadini del Nord. Un modello di cooperazione, voluto e finanziato in parte da Seul, per incentivare le relazioni economiche tra i due paesi e creare un importante sito industriale all’interno della penisola, sottraendosi così alla calamita della Cina. Si stima che gli introiti complessivi per Pyongyang ammontino a circa 100 milioni di dollari. Molti dei quali però non andrebbero a finire nelle tasche dei lavoratori bensì, questa l’accusa che arriva da Seul, nel finanziare lo sviluppo delle armi nucleari di Kim Jong-un.

Sunshine policy 2.0

La cosiddetta “sunshine policy”, espressione tornata di moda con l’elezione dell’avvocato per i diritti umani (figlio di rifugiati nord-coreani), è stata la linea politica voluta dai suoi predecessori riformisti per la riconciliazione con la Corea del Nord, attraverso soprattutto legami finanziari e commerciali (Kaesong n’è l’emblema). Moon Jae-in è stato capo di gabinetto dell’ex presidente democratico, Roh Moo-hyun, proprio negli anni dove la sunshine policy era un’espressione all’ordine del giorno.

I rapporti con Cina e Stati Uniti rimangono i nodi cruciali da sciogliere durante il suo mandato

Il neo eletto presidente ha già fatto sapere di essere “sulla stessa lunghezza d’onda del presidente Trump”, definendolo “più ragionevole di quanto sembri”. Ma in realtà la questione primaria rimane la definizione economica e strategica dello scudo missilistico Thaad, anti-missile Terminal High-Altitude Area Defense system, realizzato dagli Stati Uniti e installato nel sud-est della Corea del Sud, come barriera contro possibili attacchi missilistici del vicino Kim Jong-un. Un’opera che non è piaciuta alla Cina, considerata una minaccia per la sua sicurezza nazionale, per via dei potenti radar a lungo raggio che permetterebbero agli americani di spiare i principali asset militari cinesi nella zona.

In un primo momento i costi del Thaad sembravano dovessero essere a carico degli Stati Uniti, ma lo stesso Trump ha dichiarato che la spesa per la realizzazione del sistema missilistico sarebbe stata a carico della Corea del Sud (1 miliardo di dollari). Il presidente americano ha anche aspramente criticato l’accordo di libero scambio con Seul, definito “orribile” dal tycoon e a sfavore degli Usa, che era stato raggiunto a fatica dalla precedente presidenza Obama.

Dal rapporto con l’alleato storico oltreoceano dipenderanno anche le relazioni con il gigante cinese. Moon Jae-in ha già fatto sapere di voler trattare sullo scudo missilistico anche con il governo di Pechino, che rappresenta per Seul il primo partner commerciale ma anche l’interlocutore strategico nel tentativo di riconciliazione con la Corea del Nord. Per la Cina, che in questi giorni mette in vetrina nella sua capitale la nuova “Via della Seta”, un maxi piano di investimenti miliardari per ripercorre le tratte del passato, la risoluzione della crisi coreana passa attraverso solo una strategia politico-diplomatica e non militare. Ma il missile di medio raggio, lanciato domenica mattina dalla base di Kusong, che secondo i giapponesi sarebbe potuto arrivare a colpire l’isola di Guam (territorio americano), sembra essere l’ennesima provocazione del dittatore di Pyongyang agli occhi del mondo.

@GargaDani

Iran al bivio, si accende lo scontro elettorale Rouhani-Raisi

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A pochi giorni dal decisivo scontro elettorale che deciderà il massimo vertice politico iraniano, si accende la gara fra i due candidati più gettonati. Fra Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi, esponenti rispettivamente dell’ala pragmatica e radicale contrapposte fra loro alle urne, il clima è quello del duello all’ultima sciabolata.

È al grido di “vogliamo la libertà”, come riporta l’agenzia Bloomberg, che la campagna elettorale di Rouhani si sta muovendo. Una campagna improntata all’avvicinamento all’Occidente, alla ricerca di un paese più moderno che possa dialogare con le potenze del “Grande Satana” come viene definito dagli avversari. Per i riformisti la loro “era” sarebbe finita. E il 19 maggio lo scontro finale alle urne deciderà chi avrà avuto ragione. Intanto, prosegue lo scontro elettorale fra i due candidati che ben rappresentano le due tensioni principali in Iran.

E non è certo di fioretto che l’attuale presidente in carica, a caccia del suo secondo mandato da leader politico della Repubblica Islamica dell’Iran, ha deciso di dare battaglia al suo avversario alle urne. Negli ultimi giorni l’attacco di Rouhani a Raisi, e ai quadri religiosi che dietro a Raisi sostengono l’ala conservatrice, si è fatto più deciso.

La conferma verrebbe da una dichiarazione dell’ancora leader sciita riportata dall’agenzia Isna, definita dal New York Times come semi-ufficiale. Secondo la fonte il presidente Rouhani avrebbe parlato di una non familiarità, e di un non-desiderio, da parte degli elettori nel vedere ancora sulla scena qualcuno che abbia familiarità con “esecuzioni e incarcerazioni”.

Nella frase riportata dall’agenzia non sembrerebbe apparire nessuno dei sui cinque avversari (i candidati alla presidenza che si voterà il 19 maggio sono in tutto sei), ma il riferimento al suo diretto avversario, perché eletto dalla coalizione radicale, Raisi. E non solo a lui. Bensì alla magistratura, della quale Raisi è stato membro in passato.

Nello stesso discorso tenuto agli elettori infatti, sebbene velatamente, il moderato sembrerebbe tirare la stoccata proprio ai quadri che sostengono l’ala più vicina all’Ayatollah: la Guardia della Rivoluzione, che avrebbe spinto l’elezione di Raisi alla testa dei conservatori. Per Rouhani infatti chi “dispone di fondi pubblici” non dovrebbe “diffondere disperazione”.

Una critica, quella del candidato pragmatico, che non resta la sola scagliata nei confronti di Raisi. Rouhani infatti avrebbe mirato personalmente a minare la credibilità del suo avversario. La domanda posta dal riformista a Raisi si concentra sul suo rapporto con le tasse.

Il paradosso, secondo Rouhani, vedrebbe infatti nell’avversario politico del 19 maggio il fondatore di un’organizzazione umanitaria che non avrebbe, a dire dei pragmatici, reso al fisco quanto gli spetta.

Le elezioni che si terranno sono quanto mai decisive per la storia recente dell’Iran. Rouhani e Raisi infatti rappresentano due tensioni molto forti interne al paese: la tradizione e l’innovazione. E chiunque vinca il 19 maggio non potrà non fare i conti con la fazione opposta.

@Lenrico1

 

 

 

Israele: no all’arabo come seconda lingua ufficiale dello Stato

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Israele

L’ebraico come unica lingua ufficiale dello Stato d’Israele. E’ questo il contenuto della proposta di legge approvata nella giornata di domenica da un Comitato ministeriale che definisce Israele “la casa nazionale” del popolo ebraico e revoca all’arabo lo status di seconda lingua ufficiale dello Stato. Il premier israeliano, Benjamin Netanyahu, si è schierato a favore del testo legislativo di cui egli stesso, in passato, era stato promotore. “Israele – ha dichiarato il primo ministro – è lo Stato-nazione del popolo ebraico che vive nella sua patria storica. Il provvedimento – ha continuato – definirà anche la nostra bandiera, il nostro inno e Gerusalemme come nostra capitale eterna”.
La proposta di legge – che deve ancora ottenere il via libera del Parlamento, la Knesset – ha incontrato il favore della destra di governo, mentre l’opposizione ne ha da subito evidenziato il carattere discriminatorio nei confronti di tutti i cittadini non ebrei. Per la minoranza araba, invece, “il testo è frutto della tirannia della maggioranza e rende gli arabi legalmente cittadini di seconda classe”. Contrario al provvedimento anche il presidente israeliano, Reuven Rivlin, secondo cui la proposta di legge “nuoce all’essenza stessa della Dichiarazione d’Indipendenza dello Stato d’Israele”.

La legge in discussione da anni

Della legge si discute da anni. A riproporla in settimana è stato il deputato Avi Dichter, esponente del Likud (il partito di Netanyahu) che si dice impegnato a favorirne una rapida approvazione da parte della Knesset. L’obiettivo è quello di renderla parte della legge fondamentale dello Stato d’Israele e fare in modo che il legislatore tenga sempre conto di questo principio caratterizzante nella formulazione delle nuove leggi. Per Dichter si tratta di “un passo importante per rafforzare l’identità ebraica, nella coscienza del mondo e più di tutto nella nostra mente”.
A Tel Aviv, intanto, continuano a far discutere le dichiarazioni del presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, che da Ankara ha rassicurato il popolo palestinese e ha confermato l’intenzione di voler lavorare con Ramallah per impedire la “giudaizzazione di Gerusalemme”. Le parole di Erdogan, riprese dall’emittente israeliana “Channel 2”, sono giunte durante un incontro tra il leader turco e il primo ministro dell’Autorità palestinese, Rami Hamdallah, in visita ufficiale a Istanbul. Il presidente turco ha anche fatto appello ai “musulmani di tutto il mondo” affinché si rechino in visita alla Moschea al Aqsa, situata sul monte del Tempio a Gerusalemme. “Come comunità musulmana – ha detto Erdogan – è nostro obbligo”.

Continua lo sciopero della fame proclamato dai prigionieri palestinesi

Sempre a Tel Aviv, non si ferma lo sciopero della fame proclamato tre settimane fa dai prigionieri palestinesi rinchiusi nelle carceri israeliane. Almeno a parole. Lunedì, infatti, le autorità carcerarie dello Stato ebraico hanno diffuso due filmati ripresi da una telecamera nascosta che dovrebbero provare il “tradimento” dell’esponente di spicco del partito laico di Fatah, Marwan Barghouti, al digiuno che lui stesso ha indetto. Le immagini mostrano il leader palestinese nascosto in bagno, intento a mangiare due biscotti il 27 aprile e una nota barretta proteica il 5 maggio. La moglie di Barghouti, Fadwa, sostiene che il video sia un falso, realizzato ad hoc dalle autorità carcerarie israeliane che hanno il compito di fermare lo sciopero con qualunque mezzo.
Dello stesso parere anche il legale del leader palestinese, Elias Sabbagh, secondo cui il filmato sarebbe una trappola organizzata dai secondini, in quanto Barghouti, in isolamento dall’inizio della protesta, non avrebbe potuto in alcun modo procurarsi del cibo. Le ragioni che quasi un mese fa hanno spinto 1500 detenuti palestinesi a iniziare uno sciopero della fame a oltranza sono due: il miglioramento delle condizioni di vita all’interno degli istituti detentivi d’Israele e la fine della detenzione amministrativa, misura di restrizione della libertà individuale applicata per ragioni di sicurezza senza accusa né processo e sulla base di prove riservate.

@la_sirianni

Siria, accordo di Astana e tentativi di pace a rischio: i ribelli non ci stanno

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Siria

Russia, Turchia e Iran provano a porre fine alla guerra in Siria. Dalla mezzanotte del 6 maggio è entrato in vigore il nuovo accordo raggiunto nel corso del vertice di Astana che prevede la creazione di quattro zone “cuscinetto”, il cui obiettivo è quello di raggiungere un cessate il fuco definitivo e mettere fine alle ostilità.

L’intesa, siglata il 4 maggio ad Astana, in Kazakistan, riguarda la provincia di Idlib, Aleppo, Homs, Hama e Latakia, insieme a Ghouta, zona ad est di Damasco, e le zone meridionali delle province di Dara’a e Quneitra. La durata è di sei mesi con possibilità di proroga. Russia, Iran e Turchia si confermano i veri deus ex machina nella guerra civile siriana. “La Troika Russia–Iran–Turchia è lo strumento più efficace per risolvere la crisi siriana”, disse nel dicembre scorso il ministro degli esteri russo, Sergej Lavrov. Da allora, la partnership tra i tre paesi è continuata a crescere portando a un accordo significativo, seppur ad alto rischio, che è stato definito dall’inviato dell’Onu per la Siria, Staffan De Mistura, “importante, promettente e positivo, un passo avanti nella giusta direzione, la de-escalation del conflitto”. Un’intesa che è, però, stata respinta al mittente dai rappresentati dei ribelli presenti in Kazakistan che, per bocca del loro portavoce Osama Abu Zaid, hanno definito “inaccettabile” un accordo che prevede il cessate il fuoco solo in una parte del territorio siriano. L’accordo di Astana è il risultato del progressivo riavvicinamento tra Mosca e Ankara dopo il tentativo di colpo di Stato in Turchia, di cui il presidente Recep Tayyip Erdogan, accusa il suo ex sodale Fetullah Gulen, attualmente in esilio negli Stati Uniti. La protezione concessa da Washington a Gulen ha portato a uno strappo tra Turchia e Stati Uniti e al progressivo riavvicinamento tra Erdogan e il suo omologo russo, Vladimir Putin, dopo che l’abbattimento di un velivolo russo da parte delle forze aeree turche, nel novembre del 2015, aveva notevolmente raffreddato le loro relazioni bilaterali. Nonostante le posizioni divergenti sulla guerra siriana, Russia e Turchia stanno lavorando insieme per cercare una soluzione alla crisi che possa portare a un accordo favorevole a entrambe le parti.

La spartizione del territorio siriano

Il destino della Siria sembra, però, segnato. All’orizzonte si prospetta una spartizione per zone di influenza. Il governo siriano controllerà la zona occidentale del Paese e le principali città, come Aleppo e Damasco, mentre la zona nord-orientale del Paese, verrà, con tutta probabilità, lasciata ai ribelli filo-turchi. Tra i nodi da sciogliere quello relativo al destino dei curdi e quello riguardante la sorte dell’autoproclamato Stato Islamico. La Turchia considera i gruppi curdi affiliati al PKK, come l’Ypg, una minaccia alla sua sicurezza nazionale. L’operazione scudo dell’Eufrate, lanciata lo scorso anno dalle forze armate di Ankara, ha l’obiettivo di respingere i curdi dalla frontiera con la Turchia e di creare una buffer zone al confine con la Siria. La vera partita si gioca a Raqqa, capitale del califfato di Al Bagdadi. Chi prende Raqqa, prende una buona fetta di Siria. Con russi e siriani tagliati fuori dalla corsa alla città, poiché impegnati su fronti ben più decisivi a ovest, in corsa rimangono turchi e curdi che hanno ricevuto il supporto degli Stati Uniti. Il rischio è una escalation tra Turchia e Stati Uniti. Il consigliere di Erdogan, Ilnur Cevik, intervistato da una radio turca ha detto che “se il guerriglieri del Pkk – intendendo quelli dell’Ypg – continuano a portare avanti le loro azioni in Turchia, che come sapete si infiltrano dalla Siria, diversi veicoli Usa – alcuni blindati sono entrati in Siria per sostenere l’avanzata dell’Ypg verso la città di Raqqa, capitale dell’Isis in Siria – potrebbero essere colpiti accidentalmente”. La corsa a Raqqa è aperta, ma la parola fine in questo massacro è ancora lontana.

@alecaschera

Iran, gli interessi di Teheran nella guerra in Siria

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Siria

Nella guerra in Siria l’Iran è alleato del regime di Bashar al-Assad e sostenitore del gruppo sciita libanese di Hezbollah. La cooperazione tra Damasco e Teheran va avanti da oltre un quarto di secolo. E nonostante le trasformazioni politiche avvenute in entrambi i Paesi e la mutevole situazione che li circonda, i rapporti tra le due potenze sono sempre più forti. La base della cooperazione siriano-iraniana sono gli interessi regionali comuni e la similarità delle posizioni su questioni chiave del Medio Oriente. Iran e Siria manifestarono comuni interessi già negli anni ’80, essendo entrambi ostili all’Iraq di Saddam Hussein. La posizione dura contro Stati Uniti e Israele ha contribuito al consolidamento dell’alleanza.

Dal 2011, dall’inizio della guerra civile in Siria, Teheran fornisce armi, soldi e uomini all’esecutivo di Damasco nella lotta contro i ribelli sostenuti dai paesi arabi del Golfo e dalle potenze occidentali. Per molto tempo l’esecutivo iraniano si è limitato ad ammettere in Siria solo la presenza di suoi consiglieri militari. Oggi, caduto il velo di reticenze che cercava di nascondere il coinvolgimento militare della Repubblica islamica nel conflitto, si parla apertamente di diverse migliaia di iraniani impegnati nella lotta contro il sedicente Stato Islamico. Le motivazioni, o almeno parte di esse, sono legate al timore che il Califfato possa rappresentare un pericolo concreto anche per l’Iran.

“La prima linea per la difesa della nostra patria è in Siria e in Iraq”, hanno dichiarato alcuni dei volontari pronti a partire per Damasco, all’emittente televisiva di Hezbollah in Libano, Al Manar. Come dire, meglio fermare i miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi fuori dai confini di Teheran. E in effetti mentre Iraq, Libano, Siria e Turchia continuano a fare i conti con i terroristi al servizio del califfo, finora l’Iran ne è uscito illeso, anche se gli stessi mezzi di informazione locali hanno dato più volte notizia di diverse cellule del sedicente Stato Islamico smantellate nel Paese. Con il sostegno dell’Iran, inoltre, anche Hezbollah è diventato un esercito ben attrezzato e dai migliori combattenti. Secondo i media libanesi, durante la guerra in Siria, sono caduti circa duemila militari del gruppo sciita libanese.

Tuttavia, come spesso accade in Medio Oriente, politica e religione camminano insieme. In Iran, i combattenti in Siria sono chiamati “Difensori di Sayyida”, in riferimento alla moschea nei pressi di Damasco nella quale è sepolta una delle nipoti del profeta Maometto, una figura fondamentale per il culto sciita. Per questa ragione, il mausoleo è stato spesso teatro, in questi anni, di sanguinosi attentati, così come molti altri i luoghi sacri in territorio siriano che le milizie sciite sono impegnate a difendere.

Gli interessi dell’Iran in Siria

Gli interessi dell’Iran in Siria sono comprensibili. Il Paese, avendo grandi prospettive geopolitiche, ha bisogno di un accesso diretto al Mediterraneo. L’Iran ha stabilito i collegamenti con il vicino Iraq. Hezbollah e la posizione stabile della comunità sciita forniscono una forte posizione in Libano. L’unico punto debole è la Siria, dove da sei anni imperversa una guerra civile che sembra non avere una fine. La Siria è uno dei pochi Paesi dall’ideologia anti-Usa e anti-saudita nel mondo arabo. Essendo l’Iran il principale avversario ideologico, militare, economico e politico dell’Arabia Saudita, lo è anche di Washington in Medio Oriente.

In aggiunta, oltre a rafforzare l’influenza politica nella regione, l’Iran partecipa al conflitto siriano anche per i propri interessi economici.Il Paese vuole tornare sul mercato mondiale del petrolio da attore chiave. Mentre i Paesi occidentali tolgono le sanzioni, l’Iran vuole rifornire di “oro nero” l’Europa e costruire un gasdotto attraverso Iraq e Siria.Mentre Bashar al-Assad è ancora alla guida del Paese e del governo fedele all’Iran, questo progetto è possibile. Nel caso della sua caduta, le prospettive sul petrolio possono essere dimenticate.

E poi c’è la Russia di Vladimir Putin che punta a sostituire gli Stati Uniti e i suoi alleati sunniti storici come “dominus” del Medio Oriente. Nel mezzo, ancora una volta, la popolazione civile di Aleppo e delle tante città e paesi che attendono, da sei anni, la soluzione di una crisi con troppi attori e troppi interessi sovrapposti.

@la_sirianni

Elezioni Iran, Rouhani a caccia del secondo mandato

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Una linea improntata sulla rinascita economica del paese e il riavvicinamento all’Occidente per frenare l’inflazione alle stelle. Sono i punti salienti del programma dell’attuale presidente iraniano, il pragmatico Hassan Rouhani, ora è in corso per la riconferma alla poltrona di presidente, che dovrà difendere nel duello alle urne con gli altri 5 candidati. I quattro anni di governo di Rouhani erano iniziati sotto il buon auspicio degli accordi per il progressivo impiego dell’atomo da parte del Gigante Sciita. Ma l’elezione di Donald Trump prima e la situazione in Siria e Ira,  non hanno portato bene all’amministrazione pragmatica dell’attuale presidenza. I benefici derivanti dalla firma di Ginevra non si sono ancora visti. L’inflazione galoppa ancora e l’economia è segnata dalle sanzioni occidentali non ancora attenuatesi dopo l’iniziale e apparente distensione.

Rouhani e gli altri candidati alla presidenza

Ora Rouhani deve difendere la sua poltrona e il suo operato. In 6 si batteranno per la guida dell’Iran nei prossimi 4 anni. Mancano infatti pochi giorni a uno degli appuntamenti decisivi per gli equilibri mediorientali. Il 19 maggio si deciderà chi guiderà la Repubblica Islamica dell’Iran per i prossimi 4 anni. E assieme al presidente verranno eletti i consiglieri comunali e alcuni seggi parlamentari vacanti.

Oltre al presidente uscente, il candidato più gettonato per sfidare l’attuale presidente sembrerebbe essere Ebrahim Raisi, conservatore tradizionalista di 56 anni. Pur non avendo dalla sua parte esperienze di governo, Raisi è un uomo di Stato. Numerosi, infatti, sono i ruoli di primo piano ricoperti nell’apparato della giustizia iraniana: negli anni Ottanta fu membro della Commissione che decise migliaia di esecuzioni di oppositori politici. È stato procuratore generale fino a quando l’ex presidente, e ora Guida Suprema, Khamenei, lo ha nominato protettore del santuario più grande dell’Iran. Considerato molto vicino all’Ayatollah, Raisi è stato il più votato nelle primarie dell’ala conservatrice, lo Jamna, che raccoglie le forze nel Fronte Popolare dei fedeli alla Rivoluzione. Un motivo per cui presumibilmente alla fine della breve campagna elettorale, prevista dal 22 aprile al 17 maggio, Raisi e Rouhani saranno i due a confrontarsi per la carica di leader politico degli sciiti. E il secondo rischia di perdere per il mancato mantenimento delle promesse sulla crescita del paese.

Il parere dell’esperto

Secondo Marco Morelli, romano convertito all‘Islam e segretario dell’associazione culturale sciita “Imam Mahdi”, il fattore economico infatti farà da padrone. “Una parte della popolazione – afferma l’esperto ai microfoni di Ofcs Report – aveva la speranza che all’interno di questi 4 anni l’economia sarebbe migliorata”. Ma così non è stato. Buona parte del programma di Rouhani avrebbe dovuto portare la distensione nei rapporti con l’Occidente e dall’altro lato un alleggerimento o la rimozione delle sanzioni che avevano causato gravi danni all’economia iraniana. “Molte delle sanzioni – aggiunge ancora Morelli – sono state rinnovate”. L’arrivo di Trump ha scombussolato tutto: si pensa di rimettersi al tavolo e riconsiderare la questione delle sanzioni. Questo potrebbe avere un effetto sull’andamento della tornata elettorale. Per quanto è stato dichiarato dagli esponenti del governo in carica c’è stata una mancanza di rispetto delle norme e degli accordi presi. “Spesso questo mancato adempimento – afferma l’esperto – è stato fatto in modo subdolo per esempio attraverso pressioni sulle banche europee affinché non aprissero conti o non restituissero soldi congelati alla Repubblica Islamica”. “Su questo fronte sia il presidente dell’energia atomica che ministro degli Esteri – ricorda Morelli – hanno parlato di mancanza di rispetto, sia nello spirito che nella lettera, degli accordi presi”.

In ogni caso l’inversione di rotta di Teheran è dietro l’angolo. Anche se Rouhani dovesse vincere, confermando il doppio mandato come per tutti i suoi predecessori fatta eccezione per in primi due presidenti, la fase di apertura dell’Iran all’Occidente potrebbe ricevere una brusco stop.

@Lenrico1

 

Israele, media arabi: attacco in Siria contro milizia pro Assad

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

L’aviazione israeliana è tornata a colpire in Siria. Media online libanesi riferiscono che domenica le forze aeree dello Stato ebraico hanno attaccato una postazione di miliziani fedeli al governo di Damasco nei pressi di Quneitra, nella parte siriana delle Alture del Golan, provocando la morte di tre persone e il ferimento di altre due. Le vittime non apparterrebbero al gruppo sciita libanese di Hezbollah, ma a una formazione che nell’area è composta principalmente da drusi che vivono nella zona del Golan e che sta partecipando con l’esercito regolare a un’offensiva contro i ribelli attorno alla città di Quneitra. Tel Aviv non ha confermato l’attacco, mentre venerdì aveva reso noto di aver colpito postazioni in Siria in risposta a colpi di mortaio lanciati dal territorio siriano verso Israele. Obiettivo del regime di Bashar Al Assad è tentare di cacciare i ribelli dalla strategica città di Quneitra, considerata “porta di accesso” per il Golan.

Mattis a Tel Aviv

La situazione siriana, il ruolo dell’Iran nello scacchiere mediorientale e il conflitto israelo-palestinese sono stati i temi principali affrontati dal segretario alla Difesa degli Stati Uniti, James Mattis, durante la sua visita a Tel Aviv dello scorso venerdì. Il capo del Pentagono è giunto in Israele dopo essersi recato in Arabia Saudita ed Egitto, per affrontare questioni di interesse bilaterale, sicurezza e lotta al terrorismo. In Israele Mattis ha incontrato il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, il premier, Benjamin Netanyahu, il capo dello Stato, Reuven Rivlin, ed altri alti funzionari di Gerusalemme. Gli Stati Uniti “sono impegnati a fermare le minacce regionali e fare tutto il possibile per consegnare un mondo pacifico e libero alle nuove generazioni”, ha detto il segretario alla Difesa Usa. “Penso sia importante ricordare – ha aggiunto – che se le persone buone non si uniscono, le persone cattive possono fare molti danni”. Nella conferenza stampa prima dell’incontro privato con Netanyahu, Mattis ha dichiarato di “essere onorato di essere in Israele, amico di lunga data degli Stati Uniti e alleato nella regione”.

La cooperazione Usa-Israele

Da parte sua, il premier di Tel Aviv, ha affermato che Israele ha percepito un “grande cambiamento strategico” nella politica e nella leadership statunitense in Medio Oriente, nei confronti di paesi come Corea del Nord, Iran e Siria. “E’ stato molto apprezzato nel mondo e nella regione – ha chiarito il primo ministro – e penso si tratti di un cambiamento ben accolto e di fondamentale importanza”. Ricordando le parole “chiare e schiette” del capo del Pentagono su Teheran, Netanyahu ha poi precisato che “confermano le affermazioni forti del presidente Usa, Donald Trump, e le azioni dirette contro l’uso di armi chimiche da parte del ‘proxy’ dell’Iran, la Siria”. In aggiunta, il leader dello Stato Ebraico è tornato sui “pericoli comuni” che Usa e Israele condividono. Primo fra tutti: “l’islam militante”. In particolare, il capo dell’esecutivo di Tel Aviv ha parlato degli “estremisti sciiti capeggiati dall’Iran” e degli “estremisti sunniti guidati dallo Stato Islamico.

In merito, Mattis ha dichiarato che benché l’Iran sembra stia rispettando l’accordo sul nucleare, Washington riconosce la necessità di affrontare “le attività destabilizzanti di Teheran che continua a minacciare Israele ed i paesi della regione attraverso missili balistici, attività cibernetiche e della Marina”. Il capo del Pentagono ha messo in guardia anche sui “pericoli” legati all’alleanza di Teheran con Hezbollah “per mantenere al potere il presidente siriano Bashar al Assad”. Il diplomatico statunitense, infine, ha ribadito “l’impegno assoluto ed incrollabile per la sicurezza di Israele da parte degli Usa per mantenere la superiorità militare rispetto all’Iran e ad altre minacce”. La visita di Mattis in Medio Oriente e Nord Africa si è conclusa domenica.

Nella stessa giornata, a Tel Aviv, un 18enne palestinese della Cisgiordania ha ferito a colpi di pugnale tre uomini e una donna, in via HaYarkon, una delle principali arterie della capitale israeliana. Il terrorista, arrestato sul posto, era entrato nello Stato ebraico con un permesso di un giorno come membro di un gruppo chiamato “Natural Peace Tours” che mira a promuovere relazioni tra palestinesi e israeliani. Il Coordinatore delle attività governative dello Stato ebraico nei Territori, Yoav Mordechai, ha dichiarato che le autorizzazioni di ventiquattro ore concesse a organizzazioni di questo tipo saranno sospese fin quando l’indagine avviata sulla questione non sarà terminata.

@la_sirianni

 

Medio Oriente, Assad sempre più solo e al Baghdadi con il fiato sul collo

in Relazioni Internazionali da
Medio Oriente

Non bastava il netto intervento americano contro le milizie pro-Assad. Ora anche Israele avrebbe colpito nettamente contro le forze lealiste. L’attacco sarebbe avvenuto nella terra strappata da Gerusalemme a Damasco dopo la Guerra dei Sei Giorni, nei pressi delle alture del Golan.

Raid israeliano contro milizia pro-Assad

tre miliziani, schierati al fianco del leader siriano Bashar Al Assad, sarebbero morti in seguito a un bombardamento avvenuto sulle loro postazioni. Non è ancora chiaro se si sia trattato di aerei o droni da combattimento, ma Israele non ha commentato l’accaduto né tantomeno confermato.

Un indizio che porta però nella direzione della conferma sarebbe la rappresaglia subito scattata nella zona cuscinetto fra Israele e la Siria. Alcuni colpi di mortaio infatti sarebbero stati esplosi in direzione delle postazioni dell’esercito di Benjamin Netanyahu, tanto da far scattare persino il sistema antimissilistico Iron Dome.

Se confermato, l’attacco di Israele ai danni del regime siriano rappresenterebbe un altro elemento da vagliare attentamente, come i 59 missili lanciati da Trump contro le forze lealiste di Assad, che pare aver decisamente virato verso la coalizione occidentale. A questa infatti il leader di Damasco ora pare voler dare il suo pieno appoggio nella liberazione di Raqqa.

In città si combatte ancora, ma secondo fonti americane l’Isis ormai pare sia in ritirata. Una altro segno della sconfitta sul campo sarebbe il ritiro dei più alti in grado dalla città, sembra disposto proprio dai vertici del Califfato, in favore della rotta irachena. Del resto l’obiettivo di indebolire lo status quo sembra essere stato conseguito, Assad non è mai stato così fiaccato dall’intervento americano che ne ha smorzato gli entusiasmi. Proprio il presidente siriano avrebbe chiesto nei giorni scorsi all’Onu l’invio di ispettori per verificare quanto accaduto nella provincia di Idlib il 4 aprile scorso, dichiarando ancora la sua innocenza.

La situazione in Iraq

Diversa la situazione invece in Iraq, dove la resistenza del Califfato sta vendendo cara la pelle. A Mosul la vittoria sembra vicina ma si combatte ancora metro per metro. L’esercito iracheno avrebbe conquistato il quartiere di Mosul Ovest, Saha 2. La zona, liberata dalle forze anti-terroriste, vedrebbe già da qualche ora le bandiere irachene sventolare al posto di quelle nere dell’Isis. Fonti locali intanto racconterebbero di altri scontri nel quartiere occidentale di Al Tanak, ancora parzialmente nelle mani degli uomini di Daesh. A oltre due mesi dall’inizio dell’offensiva tuttavia la resistenza alla spicciolata mostrata da al Baghdadi non cessa di rallentare l’esercito iracheno che tuttavia sembra essere vicino alla vittoria. I militari sarebbero a poca distanza dal minareto al Hadba ed alla Grande moschea di Al Nouri, dove nel giugno 2014 al Baghdadi ha proclamato l’inizio dello Stato Islamico. Disastrosa invece la situazione umanitaria con gli sfollati cha aumentano di giorno in giorno, superando quota 500mila. Secondo il governo di Baghdad infatti, oltre mezzo milione di persone ha lasciato la città dall’inizio inizio dell’offensiva, partita ottobre scorso, per arrivare nei campi profughi nella regione di Ninive e in quelle vicine.

 

Trump e Kim Jong-Un, è faccia a faccia. Pechino invita alla calma

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Kim Jong-Un

Schermaglie, minacce e sviste. È seguendo questo copione che continua la sfida a distanza fra i leader di Washington e Pyongyang. Da Washingon il filo diretto con Pechino, dopo la visita del leader cinese in Usa i rapporti sembrano essersi cementati fra la Casa Bianca e la Repubblica Popolare, non smette di essere tenuto in vita con continui appelli alla distensione suggeriti dalla capitale cinese.

È infatti sia dal Pentagono che dalla Cina che arrivano nelle ultime ore, all’indirizzo di Kim Jong-Un, inviti a più miti consigli. Per la Cina infatti qualsiasi risoluzione delle controversie non rientrante nei limiti del Consiglio di Sicurezza non sarà accettata. Pechino invita quindi ad alleggerire i toni e a far rientrare la minaccia nucleare, destabilizzante per l’intera area.

Il timore di un nuovo test missilistico

Il timore è che nelle prossime ore un nuovo test missilistico, dopo quello fallito in prossimità della parata in onore del padre della nazione nordcoreana moderna, possa essere effettuato. Con conseguenze molto gravi per la situazione già molto tesa per via degli ultimi sviluppi.

Dopo il bizzarro errore sul tracciamento della rotta, o presunto tale, della maxi nave da guerra di Trump, la Uss Carl Vinson, la macchina da guerra Usa ora starebbe realmente puntando verso il nord della penisola coreana. E Kim Jong-Un non smette di mostrare i muscoli, puntando il fuoco, per ora soltanto diplomatico, su qualsiasi possibile legame americano nella penisola.

Rapporti sempre più tesi tra Trump e Kim Jong-Un

Stavolta il leader a vita della Repubblica Nordcoreana ha infatti deciso di mirare al rapporto che Washington ha con i suoi concittadini all’estero, arrestando un uomo dal passaporto americano. Si tratta del terzo detenuto di nazionalità Usa trattenuto dal regime di Pyongyang.

Il 50enne Tony Kim è un religioso, facente parte della comunità protestante evangelica, ed è stato arrestato per proselitismo. A Pyongyang l’ateismo di Stato non permette una libera diffusione dei messaggi confessionali, per questo l’uomo ora rischia di essere l’ennesimo motivo per esasperare ancor di più le tensioni fra i due paesi.

L’informazione dell’arresto di Kim Sang-duk, vero nome dell’insegnante universitario di contabilità che il leader nordcoreano vorrebbe usare come moneta di scambio, è rimbalzata di ambasceria in ambasceria fino ad arrivare alle orecchie di Donald Trump.

Il filo di comunicazione aperto per scongiurare il disastro fra Washington e Pyongyang è rappresentato dagli svedesi. Sarebbero stati loro ad avvertir per primi la Casa Bianca dell’arresto del 50enne.

Per il presidente Usa si tratterebbe della prima crisi con ostaggio da risolvere, mentre le navi americane si dirigono verso le acque territoriali nordcoreane. Un tassello che va a ingarbugliare ancor di più lo scenario dell’area. L’arresto del cittadino americano arriva fra le consuete minacce di Kim Jong-Un e i colloqui con gli altri leader delle potenze più vicine a lui: Cina e Giappone.

 Cina e Giappone invitano alla calma tra i due leader

Nelle stesse ore la Casa Bianca aveva infatti dato notizia di due colloqui telefonici con le cancellerie di Tokyo e Pechino, con il presidente cinese Xi Jinping e il premier giapponese Shinzo Abe. Mentre la diplomazia non smette di lavorare nella speranza di evitare la guerra, la propaganda continua a essere la vincitrice di questo, ancora non armato, scontro fra Washington e Pyongyang.

Sulle prime pagine dei maggiori quotidiani nordcoreani riecheggiano le pesanti minacce di Kim indirizzate alla Carl Vinson, definita un “gigantesco animale” sulle colonne dei media di regime. Dalle pagine del quotidiano ufficiale del Partito dei Lavoratori viene fuori un altro numero di Kim per continuare a mantenere alta la tensione: un piano di attacco biochimico contro la nazione nordcoreana. Una minaccia davanti alla quale il regime non intenderebbe indietreggiare, ma che avrebbe intenzione invece di combattere, annientando il nemico con un solo colpo.

 

 

 

 

 

 

 

 

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