La Percezione Della Sicurezza

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Relazioni Internazionali

Relazioni internazionali: un occhio puntato sul mondo. Leggi e approfondisci le analisi e le conseguenze dei maggiori fatti di cronaca sul presente e sul futuro.

Trattati di Roma, così è avvenuta l’involuzione dei leader comunitari

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Trattati di Roma

Le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, hanno evidenziato, prima del forte simbolismo, la stanchezza e la ripetitività di certi riti comunitari, frutto di una lunga tradizione protocollare. Questa Europa malconcia, sempre meno resistente ai feroci attacchi da parte dei neo-nazionalismi imperanti, incensa se stessa, ricordando i tempi di una alleanza di ferro, a sei nazioni, che sì, allora, sembrò (e fu) preponderante, innovativa, lungimirante. Oggi di quella Europa intima e giovane, aperta, veloce non rimane nulla. Non è un caso, forse, che qualche giorno fa le agenzie di stampa a Bruxelles abbiano fatto trapelare la notizia della prossima “abolizione” della tradizionale foto di gruppo al termine dei summit. A parte la difficoltà oggettiva e lo scarso interesse nel ritrarre una platea di soggetti, sconosciuta alla maggioranza, e sempre più lunga, basta un semplice giochino di editing, ormai in voga sul web, per accostare quanto e chi immortalato in questi giorni con i vecchi leader del passato: Hollande al posto di Mitterrand, Merkel al posto di Kohl, Gentiloni al posto di Craxi e la May al posto della signora Thatcher rappresentano, plasticamente, l’involuzione politica e di peso specifico che la nuova Europa ha vissuto a scapito del suo, anche recente, passato.

La crisi del sistema partito classico

La crisi del sistema partito classico, di cui l’Italia è stata ed è tuttora protagonista, ha determinato, anche agli occhi dei meno acuti osservatori, un sostanziale abbassamento della qualità dei profili delle personalità che oggi sono chiamati nelle istituzioni parlamentari e governativi.
Ma allo stesso poco attento osservatore non sarà sfuggito, come, alla fine, neanche l’Europa se la passi meglio. L’involuzione, quasi paradossalmente contraria ai principi darwiniani, colpisce effettivamente tutto il vecchio continente. Ed ecco come alcuni motivi della crisi possano essere facilmente spiegati. Non possiamo nasconderci come molti dei fallimenti delle politiche comunitarie, anche a livello monetario, possano essere ascrivibili alla scarsa capacità dei leaders di turno. Brexit – solo per prendere come esempio una delle ultime catastrofi – è stata frutto di una scelta politica precisa, poco ponderata, di David Cameron che, alla fine, per ottenere sempre più agevolazioni dalla matrigna Bruxelles, ha ottenuto il nulla. Caduto nella stessa trappola che aveva architettato, per ricevere un nuovo, forte mandato dagli elettori britannici, Cameron non ha che decretato un pericoloso salto nel buio di una superpotenza mondiale oltre che, la sua, personale, rovinosa caduta. Da Tsipras a Podemos, da Grillo a Salvini, passando per Orban, la premier polacca Beata Szydło e i populisti alla Le Pen, Farage, Wilders: sono tutti frutto di una Europa che sotto i leader degli anni ’80, ad esempio, mai avrebbe potuto concedere tanto ascolto ai populismi e ai nazionalismi di ritorno. Sarà stata, forse, la necessaria burocratizzazione seguita ad un auspicabile, sì, ma forse troppo repentino, allargamento ad est o forse, un ampliamento dell’area del mercato monetario comune, utile a determinati soggetti ma dannoso ad altri, specialmente per gli ultimi, ma l’Unione Europea mai era parsa così irrilevante e marginale nel processo decisionale mondiale. E la poca capacità di leadership non può che incidere su questo stallo. In questa situazione non può che gioire, amaramente, tutta quella platea di – stavolta attenti – osservatori i quali non potranno non constatare come, in effetti, in buone mani non siano solo gli italiani ma un pò tutti. Mal comune, mezzo gaudio?

Medio Oriente, forze anti-Isis vicine a vittoria ma al Baghdadi non molla

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da

Sono lontani i giorni gloriosi del Califfato. Le truppe di Al Baghdadi potrebbero anche, difficilmente, convertire le sorti del conflitto, ma ora giocano una partita decisamente difensiva. Ma la gestione di queste fasi del conflitto ora vanno ben ponderate, infatti due interventi dal cielo, presumibilmente dalla mano occidentale, rischiano di minare l’appoggio all’avanzata della coalizione anti-Isis.

Su entrambi i fronti, quello iracheno a Mosul e quello siriano a Raqqa, gli jihadisti sono costretti a subire un martellamento da parte delle forze lealiste, appoggiate dalla coalizione.

Sul fronte siriano si avvicina il giorno del giudizio: le forze democratiche sono arrivate a meno di 60 chilometri dalla roccaforte dello Stato Islamico. Il luogo della linea d’avanzamento si sarebbe stabilito sulla diga di Tabqua, costruita nel 1973 e ora danneggiata da un raid alleato. Un bombardamento dal target poco preciso o una trovata della propaganda islamista? Non è dato saperlo, ma lo Stato Islamico non avrebbe tardato a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, nascondendosi all’interno dell’invaso. Secondo alcune fonti locali, è in quelle gallerie e in quei cunicoli che il Califfato starebbe organizzando la difesa della città siriana. Lì ci sarebbe anche il leader degli estremisti islamici: Al Baghdadi.

Le forze che starebbero circondando la città sanno che la struttura di Tabqua non va ulteriormente danneggiata. Si tratta di un invaso troppo importante strategicamente per l’area e un incidente con il coinvolgimento della diga minerebbe l’incolumità di migliaia di civili della zona. Un rischio già paventato dagli jihadisti che hanno avvertito la popolazione invitandola ad evacuare la zona per il pericolo inondazione e accusando gli Usa di aver messo in pericolo la popolazione.

In realtà la diga di Tabqa è stata alterata nel suo funzionamento già dal 2014, quando l’Isis ne prese possesso. Gli jihadisti infatti, non sapendo regolare l’impianto e non facendo alcuna opera di manutenzione, avrebbero manomesso il meccanismo di depurazione. Le conseguenze dell’incuria sarebbero state già provate dalla popolazione civile, colpita da malattie ed epidemie.

Una sorte diversa è toccata invece alla diga di Mosul, la cui manutenzione è affidata all’impresa italiana “Trevi”, ma si parla di un bacino dall’importanza e dalla capienza di gran lunga più grande.

Ed è proprio nella città irachena che lo scontro fra le forze lealiste e gli uomini neri del Califfato deciderà le sorti della guerra. La battaglia per Mosul va avanti da tempo e la vittoria sembra stia lentamente, ma con pochi dubbi ormai, transitando dalle parti delle forze controllate da Baghdad. Si combatte a ranghi serrati nella zona occidentale della città, nella parte storica di Mosul, città dalla quale partì il sogno scellerato di Al Baghdadi nel 2014, diventato una realtà da incubo per l’Occidente.

Sebbene la vittoria militare sia decisamente nelle mani delle forze irachene, anche a Mosul l’arma della propaganda resta quella più velenosa per colpire il nemico aiutato dall’occidente. Il 17 marzo scorso un bombardamento dell’aviazione alleata sulla zona ovest della città avrebbe prodotto 61 morti civili, stando al resoconto dell’esercito iracheno. Alcuni testimoni parlerebbero invece di 200 vittime.

Il Pentagono avrebbe confermato di aver seguito obiettivi jihadisti, presumibilmente mescolatisi con la popolazione civile, e di aver bombardato in quel punto. Intanto a Washington è stata aperta un’inchiesta. Se dovesse essere confermata la versione che circola a Mosul, il numero di caduti rappresenterebbe la quota più alta di morti tra la popolazione civile dal 2003.

Non sarebbe tra l’altro la prima volta che a fare le spese del conflitto fossero gli iracheni, già più volte lamentatisi per l’approccio troppo disinvolto nei bombardamenti aerei. Sebbene gli iracheni stessi pensino a una trappola esplosiva del Califfato che avrebbe colpito i civili, la versione dell’errore umano a Washington sarebbe quella più accreditata. Intanto per estrarre quei corpi innocenti si sono fermati gli scontri armati.

I numeri dell’offensiva di Mosul, in atto ormai da gennaio scorso, sono spaventosi. Basti pensare che sono 180mila gli sfollati e oltre 700 i caduti civili durante le ostilità. Una guerra lunga e logorante, quella contro lo Stato Islamica, che sebbene veda il successo dietro l’angolo sta mettendo a dura prova gli eserciti lealisti. Anche se le armate nere sembrerebbero ormai al collasso, continuano a reggere con le armi della propaganda. Il vero asso nella manica di Al Baghdadi.

Parigi, ancora una marcia contro le violenze della polizia: pochi scontri /FOTO

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Nel mezzo dell’arroventato clima da campagna elettorale, la scorsa domenica quasi 7.500 persone (secondo la Prefettura di Parigi) sono scese nel primo pomeriggio per le strade della capitale francese, da Place de la Nation a Place de la République, unendosi nella marcia per chiedere giustizia per le vittime delle violences policières e domandare un maggior controllo dell’operato delle forze dell’ordine. Un problema endemico, venuto prepotentemente a galla dopo le presunte violenze sessuali subite da un giovane della banlieue parigina ai primi di febbraio, Théo L., ma già da mesi al centro di un notevole movimento associazionistico di lotta e protesta. Presenti anche degli osservatori di Amnesty International, in vistosa uniforme giallo fosforescente. Intervistati, rispondono di essere lì per vigilare che venga rispettato il diritto dei manifestanti a protestare. Ed anche gli agenti sembrano essere più concilianti del solito, permettendo controlli più blandi ed intervenendo solo quando strettamente necessario.

Appello a manifestare

Questo appello a manifestare parte veramente dal basso nel dicembre 2016, quando poche famiglie vittime di violenza di alcuni agenti di polizia si uniscono per chiedere giustizia. A questo appello a manifestare si sono poi uniti decine di collettivi, associazioni antirazziste, sindacati e perfino alcuni partiti della sinistra francese. Ma a fronte di questo “assalto” al carro della protesta, ed affinché l’intero movimento non venisse “diluito” in un più generale (e meno efficace) discorso sindacale o di logica politica, i familiari delle vittime si sono accordati affinché la parola fosse concessa solamente alle persone a loro vicine. Tra questi la figura di punta del movimento, Amal Bentousi, snocciola uno dopo l’altro nel microfono i nomi dei morti durante un controllo di polizia o in carcere. Suo fratello, Amine, è stato ucciso da un proiettile alla schiena esploso dall’arma di un agente di polizia durante un controllo, che è stato condannato a cinque anni di reclusione all’inizio di marzo. Parla anche Ramata Dieng, sorella di Lamine, morto durante un’operazione di polizia nel 2007: “Noi vogliamo solo che la polizia non sia al di sopra della legge. Vogliamo che gli omicidi vengano puniti come prevede il codice penale”, urla nel microfono. Le testimonianze si susseguono, mentre il corteo si muove verso quello che è il cuore della Parigi più rivoluzionaria, Place de la République. “Mio fratello è stato ucciso da 26 colpi di pistola. La legge l’ha ritenuta legittima difesa” grida un uomo negli altoparlanti, mentre un “Oh” corale si solleva dalla massa di gente.

La polizia rimane a “distanza di sicurezza” dal corteo

Anche la polizia si rende probabilmente conto della potenziale esplosività della situazione e, forse anche per la presenza degli osservatori di Amnesty International, si tiene a distanza maggiore dal corteo rispetto ad altre manifestazioni, pur controllandone attentamente il comportamento. Strategia vincente vista l’esiguità degli scontri, ridotti a poche scaramucce anche e soprattutto grazie alla misurata reazione delle forze dell’ordine, intervenute solo in casi di effettiva necessità e solo per allontanare i pochi incappucciati violenti, evitando di entrare a gamba tesa in una protesta che avrebbe rischiato di radicalizzarsi ancora di più, vista la delicatezza del tema e la convinzione dei presenti.

Tuttavia i lanci di lacrimogeni ci sono, come anche i danni alle proprietà (soprattutto istituti bancari) e le vetrine sfondate. “Penso mi allontanerò subito prima dell’arrivo a République” spiega Iruwa, mentre tiene per mano Adeline, di 7 anni, che tossisce per il penetrante odore di lacrimogeni ormai sparsi per l’aria. “Lì la piazza sarà chiusa, e ho paura di quello che potrebbe succedere con la polizia”, spiega. Fortunatamente invece l’arrivo a République si dimostra più calmo del previsto: a parte una iniziale sassaiola verso gli agenti di guardia alla piazza, tutto si conclude nel migliore dei modi, per poi continuare con il concerto previsto per le 18. Ed un manifestante lo urla, dapprima nel microfono e poi davanti agli agenti schierati: “Vi abbiamo dimostrato di saper arrivare alla fine nella calma, senza violenza!” grida, accompagnato da scroscianti applausi. Ma, soprattutto con le elezioni francesi alle porte, l’esplosiva situazione di esasperazione contro gli atteggiamenti della polizia, percepita come violenta e prevaricatrice soprattutto dalle periferie e dalle classi più povere, entrerà giocoforza nell’agenda del prossimo presidente francese. Diversamente, questa tregua potrebbe non durare a lungo.

Siria, i kamikaze ribelli sfondano le difese e attaccano Damasco

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Siria

Le truppe ribelli attaccano Damasco. Le truppe islamiste di Hayat al-Tahrir al-Sham, l’ex Al-Nusra, insieme a quello che resta del Free Syrian Army hanno lanciato un’offensiva sui sobborghi nord orientali della capitale siriana. Con una serie di attacchi kamikaze le milizie anti governative sono riuscite a sfondare le linee di difesa dell’esercito siriano e hanno ristabilito i collegamenti con il distretto di Jobar, una grossa area vicino al centro cittadino, dall’inizio del conflitto contesa tra ribelli e governativi. Un attacco a sorpresa che ha visto la capitolazione di un’importante area industriale insieme a una delle più grandi centrali elettriche che fornisce luce ed energia a buona parte della capitale. Il governo sta già studiando una controffensiva, mobilitando la temuta Guardia Presidenziale. Un duro colpo per Bashar al Assad, che all’indomani della riconquista di Aleppo aveva impostato buona parte della sua strategia bellica proprio sulla zona orientale della città. Intanto nel resto del Paese il regime continua a ottenere vittorie. Homs, città divisa da sei anni, è ufficialmente tornata sotto il controllo del governo dopo che circa 1500 persone, principalmente ribelli e loro famigliari, hanno lasciato il sobborgo di Al-Wair.

Abbandono di Homs: ennesima vittoria per il governo di Bashar al Assad 

Una “riconquista” resa possibile dall’accordo firmato tra Damasco e ribelli in base al decreto di “riconciliazione” dello scorso anno. In base all’intesa i ribelli potranno lasciare la città e trasferirsi in aree fuori dal controllo del governo, nella provincia di Idlib e nel distretto di Jarabulus, dove dominano le milizie filo-turche. Un’operazione che coinvolgerà almeno 15mila persone e che avverrà sotto la supervisione della polizia militare russa. L’abbandono di Homs, città simbolo della mai sbocciata primavera araba siriana, è l’ennesima vittoria per il governo di Bashar al Assad ed è una vera e propria débâcle per i ribelli che ormai controllano solo il 10% del territorio. Intanto a Idlib, roccaforte dei ribelli islamisti, durante un attacco della coalizione anti terrorismo sono morte, almeno 20 persone. Il raid compiuto da aerei della coalizione aveva per obiettivo dei centri di controllo direttamente riconducibili all’ex fronte al Nusra.

Scontro tra Israele e Siria 

Continua, invece, lo scontro a distanza tra Israele e Siria dopo che, nei giorni scorsi, un attacco dell’aviazione di Tel Aviv aveva colpito una base siriana usata come copertura dalle milizie libanesi di Hezbollah. Il governo di Damasco ha risposto con il lancio di un missile SA-5 a lunga gittata, intercettato, però, dal sistema di difesa anti aereo israeliano Arrow. Si tratta, secondo molti, della più grave escalation tra i due Paesi, formalmente in stato di guerra per la questione del Golan, dall’inizio del conflitto siriano. Una tegola in più per Damasco, ora seriamente preoccupata dalle possibili ritorsioni da parte israeliana che, per bocca del ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, ha tuonato:“La prossima volta, se la difesa siriana attaccherà i nostri aerei, la distruggeremo”. Sul fronte del terrorismo, intanto, dopo le sconfitte incassate in Iraq, lo Stato islamico sembra indietreggiare anche in Siria. Dopo la riconquista di Palmira ora è partita la corsa a Raqqa, un appuntamento a cui nessuno tra i contendenti vuole mancare.

Siria, rapporto Unicef: ecco la strage degli innocenti

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

La strage di bambini in Siria non accenna a fermarsi. Uccisioni, mutilazioni e reclutamento nei combattimenti, rappresentano fenomeni in forte aumento nel 2016. La denuncia arriva dall’Unicef attraverso il dossier “Hitting Rock Bottom” (letteralmente: toccando il fondo), un nuovo sconvolgente report che presenta attraverso statistiche e numeri la terribile condizione dei minori siriani in seguito al conflitto che da sei anni devasta il Paese. Nello specifico si tratta di 2.569 violazioni gravi che hanno coinvolto 2.282 bambini nel 2016. Altri 1.299 bambini sono stati colpiti e di questi 652 sono morti, con un aumento del 20% dal 2015. In 255 sono stati uccisi all’interno o nei pressi delle scuole, le stesse strutture che avrebbero dovuto garantirgli un futuro. E poi ci sono gli 851 bambini (anche di 7 anni) reclutati per combattere nel conflitto, il doppio di quelli che erano stati assoldati nel 2015. I più piccoli sono stati utilizzati e reclutati per combattere direttamente sulle linee del fronte e stanno assumendo un ruolo sempre più attivo. Nei casi più estremi, bimbi che dovrebbero pensare solo a giocare vengono trasformati in “esecutori”, attentatori suicidi o guardie carcerarie. Questi dati consacrano il 2016 in negativo, come anno peggiore per i minori siriani, da quando sono cominciate nel 2014 le verifiche formali sulle violenze che li hanno coinvolti.

“Le profonde sofferenze hanno raggiunto livelli senza precedenti. Milioni di bambini in Siria sono sotto attacco ogni giorno, le loro vite sono state stravolte”, ha dichiarato Geert Cappelaere, Direttore Regionale dell’Unicef per il Nord Africa e il Medio Oriente, parlando a Homs in Siria. “Ogni bambino è segnato a vita con terribili conseguenze sulla sua salute, sul benessere e sul futuro”.

E la situazione è ugualmente drammatica se si analizzano i dati in relazione al resto della popolazione infantile siriana che è riuscita a salvarsi dalla morte. Su 8 milioni sono 5,8 milioni i minori che vivono in zone difficilmente raggiungibili  o sotto assedio: 2,8 milioni di bambini si trovano in aree faticosamente raggiungibili e 280.000 di questi vivono sotto assedio. Quindi è l’intera popolazione infantile siriana che ha un disperato bisogno di aiuto e assistenza. Assistenza a tutti i livelli. La totalità della cittadinanza siriana, infatti, vive in condizioni di povertà estrema e ha bisogno di tutto perché non possiede nulla. Anche una necessità primaria come l’acqua viene negata in un Paese totalmente distrutto dalla guerra. Basti pensare che il 70% della popolazione non ha accesso sicuro ad acqua potabile. Questo è stato causato anche dai tagli intenzionali alle forniture idriche ad Aleppo, Damasco, Hama, Raqqa e Dar’a.

In  un contesto simile l‘intero sistema sanitario è al collasso. Nel 2016 si sono registrati oltre 338 attacchi contro ospedali e personale medico. La metà della strutture sanitarie pubbliche sono chiuse o funzionano solo parzialmente. Per non parlare delle vaccinazioni: prima dell’inizio del conflitto, nel 2010, superavano l’80%. Nel 2015 sono scese al 41%. Un Paese il cui sviluppo è rimasto 40 anni indietro e in cui sono proprio i bambini le vittime principali dell’assurdità e della tragicità del conflitto iniziato nel 2010. Bambini che risultano sfollati all’interno del proprio paese o vivono la condizione di rifugiati in Giordania, Libano, Iraq, Turchia ed Egitto.

In circostanze simili il  diritto all’istruzione, principio fondamentale di ogni paese civile, diventa una chimera irraggiungibile per i bambini siriani. 1,7 milioni di questi non stanno andando a scuola, non imparano, non potranno essere una risorsa importante per il loro paese in termini di crescita. Nei Paesi vicini sono 530.000. Una scuola su tre in Siria non può essere utilizzata in quanto danneggiata, distrutta, usata come rifugio dalle famiglie sfollate o a scopi militari. Sono 87 invece gli attacchi contro strutture e personale scolastico nel 2016. Ecco la strage degli innocenti. Innocenti che hanno tratto le conseguenze peggiori dalla guerra come si evince dai numeri del dossier. Una tragedia umanitaria che si consuma sotto gli occhi della comunità internazionale a cui dovrebbe essere messa la parola fine. L’appello dell’Unicef stessa e di altre organizzazioni internazionali, è di trovare una soluzione immediata per la risoluzione del conflitto che porti alla cessazione di violazioni e abusi contro i minori.

 

Presidenti destituiti e parenti dei dittatori uccisi: ecco come cambia il trentottesimo parallelo

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Corea

La destituzione della presidente sudcoreana. L’omicidio del fratellastro del dittatore del nord Kim Jong-il. E i test missilistici e nucleari. Il 2017 si appresta a modificare sensibilmente il quadro politico della penisola divisa dal trentottesimo parallelo.

Mentre Seoul si prepara alle elezioni che vedranno, con tutte le probabilità, la vittoria del capo dell’opposizione di centrosinistra, a Pyongyang continua senza sosta l’opera di rafforzamento militare in ottica missilistica e nucleare. Il nucleare, appunto. Una autentica ossessione per la Corea del Nord. Un tema che, inaspettatamente, ha trovato spazio persino nel giallo legato all’omicidio di Kim Jon-nam. La versione fornita Pyongyang, quella cioè di un assassinio ordinato dai servizi segreti americani e sudcoreani per destabilizzare il regime e avviare una guerra nucleare, conferma, ancora una volta, l’irrazionalità totale degli eventi e delle conseguenze che ruotano attorno a Kim Jong-il e al regime comunista, governato sin dalla fine della seconda guerra mondiale dalla famiglia Kim.

Le diplomazie, specialmente dopo l’entrata in carica di Donald Trump, si stanno sempre più convincendo che i rimedi dilatori utilizzati negli anni scorsi non hanno offerto alcun vantaggio se non quello di permettere al regime di rafforzarsi e perseguire, quasi messianicamente, in un’opera criminale di eliminazione sistematica del dissenso, soprattutto se presunto. E il giovane dittatore, a differenza del padre e del nonno, rischia seriamente di raggiungere quegli obiettivi di super-potenza nucleare di fronte alla quale la comunità internazionale dovrà, prima o poi, fare i conti. In realtà, uno dei primi paesi ad aver fatto le spese con l’esuberanza di Kim, è proprio lo storico alleato cinese, sempre più in imbarazzo con le altre potenze per il rapporto privilegiato con Kim. Le notizie della vita in Nord Corea, prima numerosissime, e canalizzate proprio dai cinesi, si fanno, mano a mano, sempre più rare. C’è chi ipotizza, addirittura, che l’omicidio di Kim Jong-nam sia stato commissionato proprio perché il fratellastro del dittatore era sospettato di essere una spia cinese. Pur non potendo conoscere i futuri sviluppi vi è la certezza che, a breve e medio termine, qualche cambiamento sullo scenario tra Corea del Nord e resto del mondo, cristallizzato dagli anni ’50, avverrà.

A Seoul, invece, è tempo di analisi e di scenari futuri. Nei media internazionali l’attenzione, dopo l’impeachment della presidentessa, è tutta per i futuri equilibri politici. Mutamenti, questi, che necessariamente investiranno l’economia, specie dopo gli scandali legati a Samsung, ma che non rischiano di minare, con tutta evidenza, il saldo rapporto filo-statunitense che da anni lega la Corea del Sud a Washington dove il protagonismo di Trump, abilissimo nella tecnica della provocazione, prima o poi è destinato a scontrarsi con gli umori, imprevedibili, di Pyongyang. E con l’interrogativo rappresentato dalla reale soglia di sicurezza di Seoul, primo destinatario probabile di eventuali ritorsioni in chiave anti-Usa. Insomma, comunque la si veda, il “fronte” coreano si presta a diventare uno dei più interessanti per gli osservatori di politica internazionale.

Medio Oriente, rappresentante Usa a colloquio con leader israeliani e palestinesi

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Medio Oriente

Il superamento dello stallo diplomatico tra Tel Aviv e Ramallah e la questione degli insediamenti israeliani nei Territori palestinesi. Sono questi i temi caldi al centro della visita che il rappresentante speciale per i negoziati internazionali del presidente degli Stati Uniti, Jason Greenblatt, ha tenuto in Israele. Nella tre giorni di incontri – iniziati lunedì – il funzionario di Washington ha avuto colloqui con il premier israeliano Benjamin Netanyahu e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas. Un unico obiettivo: tentare di riannodare i fili di un dialogo tra le parti, fermo ormai da troppo tempo. Del resto, la pace in Medio Oriente passa anche per la discussa politica di espansione delle colonie israeliane in Cisgiordania su cui lo stesso Trump, nell’incontro con Netanyahu alla Casa Bianca, aveva chiesto “cautela”.

“Washington e Tel Aviv devono lavorare insieme per raggiungere una posizione comune sugli insediamenti”, ha dichiarato Greenblatt a margine dell’incontro con il primo ministro dello Stato ebraico. “Mi auguro – ha continuato – che insieme riusciremo a realizzare buone cose”. E lo stesso desiderio è stato espresso da Netanyahu. Greenblatt ha detto più volte di essere favorevole alla soluzione dei due Stati, precisando però che questa opzione deve essere raggiunta attraverso un negoziato tra le parti, e non imposta dall’Onu o da altri interlocutori esterni. Per il funzionario di Washington, tuttavia, “gli insediamenti non sono un ostacolo alla pace”. La filosofia è una sola: “Nel business e nella vita – si legge nel suo primo comunicato stampa – mettere insieme le persone e lavorare per unirle invece che per dividerle è il percorso più solido verso il successo”.

La visita di Greenblatt in Israele giunge pochi giorni dopo la telefonata di Trump al presidente palestinese Abbas. Durante il colloquio telefonico tra i due leader, il primo dall’insediamento del presidente degli Stati Uniti alla Casa Bianca, Trump ha invitato ufficialmente Abbas a Washington “per discutere della riapertura dei negoziati al fine di raggiungere una pace duratura tra israeliani e palestinesi”. La notizia è stata accolta dall’entourage del presidente palestinese con “soddisfazione”. Negli ultimi mesi, infatti, diversi funzionari di Ramallah avevano espresso il proprio rammarico per la difficoltà di stabilire un contatto con la nuova amministrazione Usa, che si è insediata lo scorso 20 gennaio.

In aggiunta, il leader degli Stati Uniti, già da tempo, sta considerando la possibilità di indire una conferenza di pace in Medio Oriente per la risoluzione del conflitto israelo-palestinese. “Il presidente – si legge in un comunicato diffuso dalla Casa Bianca – ha sottolineato la sua personale convinzione, secondo cui la pace è possibile e per questo è giunto il momento di fare un accordo”. “Trump – continua la nota – ha sottolineato che l’accordo di pace deve essere negoziato direttamente tra le due parti e che gli Stati Uniti opereranno a stretto contatto con la dirigenza palestinese e israeliana verso questo obiettivo”. Secondo le prime indiscrezioni, la Casa Bianca starebbe verificando la possibilità di tenere la conferenza in Giordania o in Egitto. La speranza è quella di riuscire a coinvolgere anche l’Arabia Saudita.

Intanto, sul fronte interno, il partito del premier Netanyahu, il Likud, perde l’ex ministro della Difesa, Moshe Ya’alon. “Il Likud ha cambiato fisionomia sotto la guida di Benjamin Netanyahu”, ha scritto Ya’alon in una lettera indirizzata alla segreteria della compagine politica. E pur assicurando che resterà “fedele alla strada indicata dai padri del sionismo” l’ex ministro ha fondato una nuova lista che – secondo un primo sondaggio – potrebbe conquistare alle prossime elezioni politiche quattro dei 120 seggi della Knesset, il parlamento di Tel Aviv. La rottura con Netanyahu risale al maggio 2016 quando Ya’alon fu costretto a dimettersi per consentire l’ingresso al ministero della Difesa di Avigdor Lieberman, leader del partito di estrema destra Israel Beitenu (IB). In precedenza Netanyahu e Ya’alon avevano avuto forti dissensi sulla vicenda di Elor Azaria – il militare israeliano poi condannato per omicidio colposo di un assalitore palestinese ferito – e sull’acquisto di tre sottomarini tedeschi, ritenuti da Ya’alon, fin da subito, superflui.

@RosariaSirianni

Islam, Corte di Giustizia europea boccia il velo nei luoghi di lavoro

in Economia/Relazioni Internazionali da
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Velo sì, velo no. Il quesito, posto alla Corte Europea da una donna islamica licenziata perché indossava il velo, ha avuto risposta. “Il divieto di indossare un velo islamico, se deriva da una norma interna di un’impresa privata che vieta di indossare in modo visibile qualsiasi segno politico, filosofico o religioso sul luogo di lavoro, – ha scritto la Corte di Giustizia Europea – non costituisce una discriminazione diretta fondata sulla religione o sulle convinzioni personali”. Una pronuncia, quella del massimo organo giuridico dei 28 stati Ue, che è destinata a far discutere, e non poco.

La questione era stata sollevata in Francia da una dipendente che era stata allontanata dal posto di lavoro per essersi rifiutata di togliere il capo caratteristico nelle donne fedeli alla religione islamica. Oltre dieci anni fa, nell’aprile del 2006, la signora aveva informato i vertici dell’azienda in cui era impiegata, la G4S, spiegando che avrebbe continuato a indossare il velo durante l’orario di lavoro. Una regola non scritta all’interno dell’azienda invitava già i dipendenti a non indossare o fare mostra di simboli e indumenti che potessero identificare l’appartenenza politico-religiosa. E questo atteggiamento dell’azienda era già noto nel 2003, l’anno in cui Samira Achbita fu assunta.

La perseveranza della donna portò l’azienda a rendere più chiara la policy, rendendola scritta, fino ad arrivare alla decisione della Corte. «La norma interna non implica una disparità di trattamento direttamente fondata sulla religione o sulle convinzioni personali» ha stabilito la sentenza. Tuttavia, ha precisato la Corte, potrebbe insorgere il problema di una discriminazione indiretta del dipendente, nel caso in cui alcuni simboli o indumenti, come nel caso del velo, vengano tollerati a scapito di altri.

Il dispositivo aiuterà le aziende a mantenere senz’altro una linea più neutrale nei confronti della clientela e a evitare eventuali incidenti diplomatici. Ma quale potrebbe essere nei fatti l’attuabilità della decisione della Corte di Giustizia Ue? Un precedente, di natura non identica ma simile alla decisione presa in Lussemburgo, può aiutare a capire quale potrebbe essere la doppia valenza del contenuto.

Da oltre sei anni in Francia è fatto divieto di indossare nei luoghi pubblici il niqab, il velo che lascia scoperti solo gli occhi, e il burqa, abito che copre interamente la figura femminile in uso presso in Talebani. La legge, dal nome “Interdisant la dissimulation du visage dans l’espace public”, fu promulgata nell’ottobre 2010 dal governo di Nikolas Sarkozy, attraverso l’allora Guardasigilli, il ministro Michèle Alliot-Marie. La pena stabilita dal provvedimento per i trasgressori fu fissata a una multa da 150 euro in alternativa a uno stage di cittadinanza. Secondo quanto stimato dalle autorità transalpine, in Francia nel 2010 erano circa 2mila le donne che indossavano i veli proibiti.

Ma che effetto ha avuto la legge? Non dei migliori. Stando ai dati del ministero della Giustizia aggiornati al 2015, anno in cui la legge compiva i primi 5 anni di vita, sarebbero state 1500 in totale le multe notificate per aver trasgredito alla legge del ministro Alliot-Marie. In prevalenza, le donne che avevano violato la disposizione del governo francese sarebbero state in gran parte residenti a Parigi e nel Nord del paese. Un primo bilancio, tracciato dai vertici della polizia francese, si schierò per il fiasco dell’iniziativa legislativa di Sarkozy. I controlli infatti per le forze di polizia divennero sempre più rari per le difficoltà a intervenire in contesti molto reazionari alla norma. Basti pensare ai disordini scaturiti in seguito al fermo di una donna nel 2013 a Trappes, nella banlieue settentrionale di Parigi. D’altra parte c’è il fattore del nemico comune: le comunità mussulmane avrebbero fatto fronte contro la legge anti-velo, tanto che il provvedimento sarebbe diventato una molla per il proselitismo.

Il provvedimento della Corte di Giustizia quindi, presumibilmente, non avrà vita facile viste le difficoltà incontrate in Francia nel far rispettare una norma molto simile, pur essendo le aziende più facili da controllare delle migliaia di spazi di pubblico utilizzo.

Alla vigilia delle elezioni in Olanda e delle polemiche con il governo turco per un mancato approdo, con scopi politici, di un esponente della fazione di Erdogan, la sentenza pronunciata in Lussemburgo può diventare una lama a doppio taglio, soprattutto per le strumentalizzazioni politiche in un clima già teso.

Soprattutto in Olanda, dove l’ascesa dei populisti è indissolubilmente legata allo scontro con le comunità musulmane.

Ambasciata Usa a Gerusalemme: l’annuncio entro fine maggio

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
ambasciata Usa

Lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme si farà. “Entro fine maggio il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, annuncerà formalmente la decisione”. A rassicurare i più scettici sulla delicata questione che rischia di avere conseguenze imprevedibili per la stabilità del Medio Oriente è stato il parlamentare Usa, Ron DeSantis, che nel fine settimana scorso ha guidato, nella Città Santa, una delegazione di rappresentanti del Congresso per verificare le condizioni e le possibili ricadute della decisione. Secondo il sito di notizie statunitense “Breitbart News”, DeSantis avrebbe anche indicato come come possibile sede della nuova ambasciata la struttura del compound del Consolato Usa a Gerusalemme che si trova ad Arnona, nella parte meridionale della città, a un passo dal quartiere palestinese di Jabel Mukaber. “Si tratta di un edificio già pronto all’uso – ha dichiarato il parlamentare statunitense – dotato perfino di maggiore sicurezza rispetto all’ambasciata di Tel Aviv”.

DeSantis, durante la sua visita a Gerusalemme, ha incontrato il primo ministro israeliano, Benjamin Netanyahu e diversi deputati israeliani e ha assicurato: “Molta gente ha pensato che lo spostamento dell’ambasciata Usa sarebbe avvenuto in giorno solo. E quando questo non è accaduto, ha ritenuto che il presidente Trump non avrebbe mantenuto la promessa fatta in campagna elettorale”. “Tuttavia – ha aggiunto il parlamentare di Washington – Trump ha dato già prova di essere un uomo di parola e per questa ragione andrà fino in fondo”. ”Del resto – ha proseguito- David Friedman, il nostro ambasciatore, si trova già sul posto. E questo, per noi, è garanzia di successo”. Dal canto suo, il Likud, il partito di Netanyahu, ha fatto sapere tramite il parlamentare, Yehuda Glick, che ha incontrato la delegazione Usa guidata da DeSantis che “è tempo che il presidente rispetti l’impegno preso e la legge approvata dal Congresso nel 1995”.

E in effetti, lo spostamento dell’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme è previsto dal Jerusalem Embassy Act, testo normativo varato dal Congresso degli Stati Uniti dodici anni fa. Il provvedimento definisce Gerusalemme “capitale indivisibile” di Israele e per questa ragione propone il trasferimento della delegazione diplomatica statunitense nella città. Tuttavia, almeno finora, i tanti presidenti che si sono succeduti alla guida degli States sono ricorsi alla loro autorità per emanare decreti esecutivi che di fatto hanno bloccato l’entrata in vigore della legge. All’inizio di dicembre, Barack Obama aveva firmato una nuova proroga semestrale per l’ambasciata Usa in Israele, che così almeno fino a maggio resterà a Tel Aviv. La sospensione del provvedimento – da Clinton a Obama, passando per Bush – è stata considerata sempre necessaria per motivi di sicurezza nazionale.

La reazione palestinese alle parole di DeSantis non si è fatta attendere. La leadership di Ramallah e quella giordana hanno sottolineato che lo spostamento dell’ambasciata Usa provocherebbe un’escalation di violenza sia in Israele che nei Territori. Ziad Khalil Abu Zayyad, portavoce di Fatah, il partito del presidente Mahmoud Abbas, ha ammonito la delegazione Usa sulla necessità “di comprendere che una simile decisione “potrebbe non solo fare esplodere la situazione in Palestina ma nell’intera regione“. Una reazione giunta poche ore prima che il premier israeliano chiedesse, e ottenesse, la cancellazione a Jatt, villaggio arabo-israeliano a nord di Tel Aviv, dei cartelli stradali che indicavano ‘via Arafat’. “Non possiamo permettere che nello Stato d’Israele – ha motivato il primo ministro durante il consiglio dei ministri – siano dedicate strade in ricordo di uccisori di israeliani o di ebrei”.

Netanyahu giovedì è stato in visita a Mosca, dove ha incontrato il presidente russo Vladimir Putin. I due leader si sono confrontati sull’attuale situazione in Medio Oriente, con particolare attenzione agli sforzi congiunti nel contrasto al terrorismo internazionale. Ma per il premier di Tel Aviv, la visita a Mosca ha rappresentato soprattutto l’occasione per discutere dell’Iran e del timore che Teheran possa stabilire una presenza permanente in Siria, nei territori al confine con lo Stato d’Israele. L’Intento di Netanyahu, secondo il “Jerusalem Post”, “è raggiungere un’intesa pacifica con Mosca al fine di prevenire possibili conflittualità tra i due paesi ed evitare incidenti tra le forze israeliane e russe impegnate a Damasco.

@RosariaSirianni

Corea del Sud: Park Geun–hye si dimette e nel Paese scoppiano gli scontri

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Con la destituzione definitiva della presidentessa Park Geun–hye, si apre un nuovo, ennesimo, capitolo della turbolenta storia attorno al trentottesimo parallelo.
Non che la decisione della Corte costituzionale della Corea del Sud sia arrivata inaspettata: dopo la messa in stato di accusa promossa dal Parlamento (una procedura, giuridicamente, molto simile a quella della costituzione italiana), che aveva anche visto il voto favorevole del partito della presidentessa, il verdetto del giudice delle leggi, dopo mesi di attesa, è finalmente arrivato, tanto scontato quanto dirompente, nella notte scorsa.
Abuso di potere, estorsione, corruzione, rivelazione di segreti di ufficio sono le imputazioni che hanno decretato la fine, ingloriosa, dell’esperienza governativa della prima donna presidente della storia della Corea del Sud, figlia, tra l’altro, dell’ex dittatore filo-statunitense Park Chung-hee. Ma oltre alle accuse di rilievo penale nella decisione ha pesato il morboso (e mai definitivamente chiarito) rapporto con la potentissima sciamana Choi Soon-sil, la vera causa del declino della Park.
Proprio mentre la Corea del Nord di Kim Yong-un continua senza sosta i test nucleari in aperta sfida al potente vicino sudcoreano, la nazione si trova ora di fronte ad una delle peggiori crisi costituzionali degli ultimi decenni: gli scontri con la polizia locale e la resistenza di un piccolo focolaio di protesta filo-governativo che hanno addirittura provocato due vittime rappresentano solo la punta dell’iceberg di una serie di incognite nell’immediato futuro delle più potenti e ricche nazioni asiatiche. Ma la crisi, da tempo, non è solo istituzionale.
Il tracollo dei dati dell’industria è infatti solo una delle conseguenze pratiche del rapporto segreto, quasi dalla patologica sindrome di Stoccolma, che contraddistingueva la presidentessa con l’amica-consigliera-sciamana.
Da giorni le più grandi multinazionali del Paese sono state colpite da un crollo verticale in termini di fatturato, e soprattutto, di credibilità; basti guardare all’arresto di Lee Jae-yong, vicepresidente e capo del gruppo Samsung, accusato dai magistrati sudcoreani di aver ricevuto l’appoggio del governo nel processo di controllo interno all’azienda in cambio di laute tangenti. Storie simili hanno investito e continuano a filtrare attorno ad altri grandi colossi come Hyundai, Hanjin e Lotte.
Cosa ne sarà del futuro politico di questo strategico Paese che è, ancora, il secondo alleato più importante di Washington dopo il Giappone? Difficile dirlo. Per ora le istituzioni legislative ed esecutive stanno procedendo spedite verso le elezioni anticipate le quali, secondo la legge, debbono tenersi necessariamente entro 60 giorni dalla decadenza dalla carica di presidente. La data più probabile, scommettono a Seoul, è quella del 9 maggio. Lo scontro, acceso come non mai, sarà tra il primo ministro e presidente ad interim Hwang Kyo-ahn, molto indietro nei sondaggi, e Moon Jae-in, capo dell’opposizione avanti del doppio nelle intenzioni di voto rispetto al rivale.
Il tutto, ovviamente, senza contare le provocazioni e gli isterismi del vicino regime comunista di Pyongyang che – ed è piuttosto scontato – continuerà a cavalcare il caos regnante ormai da mesi a Seoul.
Si chiude così, proprio come avvenuto poco tempo fa con un’altra donna al comando, Dilma Rousseff, l’esperienza governativa più controversa del composito panorama delle tigri asiatiche, investite, proprio come nel resto del mondo, da proteste di piazza senza precedenti in grado di destabilizzare non solo gli equilibri interni ma un intero establishment internazionale, composto da sempre più precarie alleanze transoceaniche.

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