La Percezione Della Sicurezza

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Relazioni Internazionali

Relazioni internazionali: un occhio puntato sul mondo. Leggi e approfondisci le analisi e le conseguenze dei maggiori fatti di cronaca sul presente e sul futuro.

Migranti, 4 su 10 contraggono il virus dell’Hiv in Europa

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immigrazione

Il fenomeno delle migrazioni non è di per sé causa dell’aumento delle infezioni da Hiv, ma costituisce una componente che aggrava il problema dei contagi. A lanciare l’allarme è Julia Del Amo, professoressa in scienze biomediche presso l’Istituto Sanitario Carlo III di Madrid, intervenendo alla nona edizione di Italian Conference on Aids and Antiviral Research (Icar), evento promosso dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) che si è tenuto la scorsa settimana a Siena.

Nel 2015 i migranti hanno rappresentato il 39% dei nuovi casi diagnosticati di HIV in Europa. In alcuni paesi, in Svezia ad esempio, raggiungono il 75%, delle nuove diagnosi. In Italia sono il 28%”, afferma l’esperta dell’istituto sanitario Carlo III di Madrid. “È importante tuttavia sottolineare che solo una parte dei migranti arrivano in Europa affetti dalla malattia: in relazione per esempio all’Africa Sub Sahariana, una delle aree del mondo più colpite, solo la metà di coloro che giungono nel nostro continente hanno già l’Hiv. È necessario dunque fare maggiore prevenzione. Per alcuni gruppi specifici, come i migranti omosessuali (Msm), la probabilità di contrarre il virus dopo la migrazione è assai elevata, arrivando al 72%. Non meno preoccupante il fenomeno che scaturisce dai contatti eterosessuali, che provocano il contagio tra gli immigrati provenienti dall’Africa Sub Sahariana in oltre il 50% dei casi”.

Meno rilevante il fenomeno legato all’uso di droghe, comunque non trascurabile quando il discorso si sposta su immigrati provenienti da altri Paesi (Russia, Ucraina, Estonia). Complessivamente, non c’è abbastanza consapevolezza di ciò che accade: troppo spesso infatti si pensa che i migranti portino l’Hiv dall’Africa nei nostri paesi. In realtà, in alcuni casi, come in Grecia, il 95,3% delle infezioni tra migranti avviene proprio nelle aree di accoglienza.

Il messaggio lanciato durante la convention è che “serve una campagna di sensibilizzazione e di informazione, che deve essere accompagnata da un’adeguata campagna di prevenzione”. Oggi persiste una disparità nei trattamenti a danno dei migranti, spiegano i relatori, che a causa di un ridotto accesso non possono usare strumenti di prevenzione e non riescono ad eseguire test per valutare lo stato dell’infezione. “Il messaggio deve essere di lotta alla discriminazione, al razzismo e alla xenofobia” continua la professoressa Del Amo.

Il rischio di trasmissione diretta di Hiv dai migranti alla popolazione europea non esiste, ma resta il problema della trascuratezza nei rapporti sessuali non protetti. Ma questa è una responsabilità che deve essere condivisa: bisogna ricordare che i migranti che provengono da determinate aree geografiche come l’Africa Sub sahariana o l’America latina sono originari di regioni dove la diffusione di Hiv è più elevata che in Europa, quindi c’è un maggiore rischio di contrarre il virus se si fa sesso non protetto”.

La Un Aids (Joint United Nations Programme on Hiv/Aids) ha varato norme riguardanti i diritti umani nei principi di tutela della salute pubblica per migliorare il controllo dell’Hiv. “Se l’Europa riconoscesse questi diritti e migliorasse i sistemi di prevenzione si potrebbe raggiungere un obiettivo molto ambizioso, la fine dell’Aids. Questo è il progetto che è stato proposto nei maggiori istituti sanitari del mondo. Non possiamo lasciare i migranti fuori dalla risoluzione del problema della lotta all’Aids” conclude ancora la Del Amo.

Sul fronte nazionale dal convegno Simit sono emerse due importanti novità. In primo luogo il sempre più probabile varo del Piano Nazionale Aids (PNAIDS) e l’altro imminente traguardo relativo al finanziamento della “ricerca d’interesse nazionale per lo sviluppo del sistema economico del Paese, nonché azioni destinate all’ingresso dei giovani nel mondo della ricerca”.

Il Piano è stato approntato dal Comitato Tecnico Scientifico Nazionale del Ministero della Salute con il coordinamento del professor Massimo Galli, vicepresidente della Simit. Il documento ha visto la partecipazione di numerosi specialisti e diverse personalità scientifiche e delle associazioni di volontariato impegnate su Hiv-Aids.

I rappresentanti del Simit hanno infine lanciato un appello al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Consiglio dei Ministri. “Il nostro Paese è stato lungamente all’avanguardia nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e possiamo con orgoglio sostenere che le persone infettate trovano in Italia i migliori centri di ricovero e cura al mondo. Tuttavia, sarebbe miope pensare che ciò sia frutto esclusivamente dell’alta professionalità dei nostri esperti di Malattie Infettive e, più in generale, del Sistema Sanitario Nazionale. Per contro, quest’alta qualità è stata raggiunta perché negli stessi Centri di Malattie Infettive e nei laboratori di virologia e di immunologia ad essi collegati abbiamo contemporaneamente svolto Ricerca parimenti di alta qualità a livello internazionale, qualità da alcuni anni messa fortemente in crisi dalla mancanza di un finanziamento dedicato”.

Per questo motivo, conclude l’appello “riteniamo che questo momento forse unico dovrebbe essere colto per riportare il nostro Paese al ruolo che gli compete nello scenario internazionale nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e alle patologie ad esso collegate, quali la coinfezione da virus dell’epatite C, tumori e malattie cardiovascolari significativamente più frequenti nei pazienti che ricevono la terapia antiretrovirale”.

@PiccininDaniele

Migranti, Goldsmiths College strizza l’occhio alle Ong: “Ruolo fondamentale nel salvare vite”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da
migranti

Gli sforzi delle organizzazioni non governative per salvare i migranti nel Mediterraneo non fanno aumentare il numero di traversate né le rendono più rischiose. A sostenerlo è un’indagine condotta da ricercatori del Goldsmiths College, università di Londra. Lo studio dimostra che le Ong “hanno avuto un ruolo fondamentale nel salvare vite umane, colmando il vuoto nelle attività di ricerca e soccorso lasciato alla fine del 2014, dopo la decisione dell’Unione Europea e dei suoi stati membri di non prolungare né sostituire l’operazione Mare Nostrum”.

I ricercatori hanno preso in esame le accuse mosse da diversi attori, compresi Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) e alcuni politici europei, secondo i quali le attività di ricerca e soccorso portate avanti dalle Ong costituirebbero un “fattore di attrazione” che porterebbe a un aumento delle traversate, incoraggiando gli scafisti a ricorrere a tattiche sempre più rischiose, causando di fatto un aumento dei morti in mare. I risultati dell’indagine “Blaming the Rescuers – Accusare i soccorritori” sono stati presentati lo scorso 9 giugno nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Roma da un panel di esperti fra cui gli autori del rapporto, Charles Heller e Lorenzo Pezzani, fondatori del progetto Forensic Oceanography di Goldsmiths.

L’analisi dimostra come le attività di ricerca e soccorso (Sar) compiute dalle Ong non siano la causa dell’aumento delle traversate nel 2016. Al contrario, come riconosciuto da Frontex stessa, l’incremento è in linea con le tendenze di crescita degli arrivi di migranti da vari paesi africani registrate negli anni precedenti. Tali tendenze non possono essere quindi attribuite alla presenza delle Ong, precisano i ricercatori, “come dimostra anche il fatto che le traversate dal Marocco hanno registrato fra il 2015 e il 2016 un aumento del 46 % nonostante la totale assenza di Ong impegnate in operazioni Sar nell’area”.

“I fatti semplicemente non supportano l’idea che le Ong impegnate nei soccorsi siano responsabili dell’incremento nel numero delle traversate da parte dei migranti”, ha affermato Lorenzo Pezzani di Goldsmiths. “Le argomentazioni contro le Ong ignorano deliberatamente il peggioramento della crisi economica e politica che sta colpendo numerose regioni dell’Africa e che rappresenta una delle principali cause dell’incremento delle traversate nel 2016. In Libia, i migranti sono vittime di violenza estrema e sono disposti a tentare la traversata con o senza la presenza di attività di ricerca e soccorso”.

Il Rapporto sostiene inoltre che le Ong non sono neanche la causa del deterioramento delle condizioni imposte dai “passatori”. Tali condizioni sono in continuo peggioramento fin dal momento in cui la Libia è sprofondata nella guerra civile. L’operazione dell’Unione Europea “Eunavfor Med”, invece, ha avuto un importante e comprovato impatto sulle tattiche degli scafisti: intercettando e distruggendo le barche di legno più grandi, ha infatti contribuito a determinarne la sostituzione con gommoni più piccoli e instabili. Le pratiche dei “mercanti di profughi” sono state influenzate anche dai sempre più numerosi interventi della Guardia Costiera Libica, “i cui metodi violenti hanno portato, in alcune occasioni, al ribaltamento di barche, mettendo in pericolo la vita delle persone a bordo”, si legge nella ricerca.

“I fattori principali all’origine della maggiore pericolosità delle traversate sono la crescita di un modello di tratta gestito dalle milizie libiche e gli effetti dell’operazione dell’Unione Europea di contrasto ai passatori, nel corso delle quali sono state distrutte molte imbarcazioni di legno di grandi dimensioni, e non le Ong”, ha sostenuto Charles Heller di Goldsmiths. “Le Ong non hanno provocato l’aumento nei rischi. Al contrario, salvando vite umane hanno risposto a una situazione che altri avevano già creato prima del loro arrivo. La nostra analisi dimostra che il tasso di mortalità è diminuito in maniera consistente nei periodi in cui le Ong impegnate in attività di ricerca e soccorso erano presenti ed è aumentato di nuovo in loro assenza. La maggiore presenza delle organizzazioni umanitarie ha significato rischi minori per i migranti”.

La ricerca si conclude osservando che le accuse contro le Ong “ignorano deliberatamente” il ruolo che altri attori, incluse le agenzie dell’Unione Europea e i governi nazionali, hanno avuto nel rendere le traversate più rischiose. “Siamo convinti che la narrazione tossica che accusa ingiustamente le Ong sia parte di un tentativo più ampio di criminalizzazione delle iniziative di solidarietà verso i migranti. È anche una distrazione conveniente, dal momento che distoglie l’attenzione dall’incapacità dei governi ad affrontare i veri problemi”, ha affermato Lorenzo Pezzani di Goldsmiths.

Come scrive nella sua prefazione al rapporto, François Crépeau, inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei migranti, “i paesi europei devono garantire un approccio molto più onesto ed etico alla mobilità delle persone e alla migrazione, un approccio che tratti i migranti non come pacchi da consegnare ma come esseri umani, ognuno avente diritto ad una valutazione individuale del suo caso e a soluzioni che tengano conto dei suoi bisogni. Solo così l’Europa potrà rendersi conto che una mobilità regolare, senza rischi e accessibile a tutti, anche economicamente, è l’unica soluzione per assicurare una migrazione regolamentata alle frontiere e per ridurre considerevolmente il bisogno di soccorsi in mare”.

@PiccininDaniele

L’economia italiana si inchina al Qatar: “Ci ha dato tanto”

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Qatar

La borsa del Qatar che scende a picco. Il traffico aereo in tilt con la Qatar Airways che cerca possibili rimedi per trovare nuove rotte e continuare a raggiungere i Paesi del nord America e dell’Europa. La Turchia desiderosa di fare da ambasciatore di pace. E la finanza italiana che trema per i numerosi investimenti che Doha stanzia nel Belpaese. Questo è lo scenario a soli 2 giorni dall’isolamento del Qatar da parte dell’Arabia Saudita e dell’Egitto. Quello che viene imputato all’emiro della penisola del Golfo Persico sono i rapporti economici e finanziamenti che avrebbero avuto con il Califfato. Le accuse non finiscono qui: perché il Qatar sembrerebbe anche fomentare la rivolta anti saudita nello Yemen.

Una situazione al limite tanto che, secondo quanto dichiarato dalle autorità saudite e dei paesi alleati, i diplomatici del Qatar hanno 48 ore di tempo per lasciare le Ambasciate, mentre sono state chiuse tutte le frontiere e i collegamenti aerei con i paesi arabi capeggiati dall’Arabia Saudita.

Qualcosa sembrava avesse già intuito Donald Trump. La conferma arriva da un suo tweet: “Durante il mio recente viaggio in Medio Oriente, ho sostenuto che non si può più finanziare l’ideologia dell’estremismo. I leader hanno indicato il Qatar, e guardate!”.
L’emiro della penisola del Golfo Persico è stato messo alla gogna per il presunto sostegno finanziario dato ai terroristi sia dell’Isis che di al Quaeda, oltre ai Fratelli Musulmani. Questo però non sembra aver sorpreso il presidente Usa, lo stesso che non ha permesso scambi economici tra i due Paesi.
Un terremoto che sembra aver stupito proprio tutti in Italia. Lo Stivale è però tra i primi Paesi con maggior numero di investimenti da parte del Qatar. Hotel di lusso a Venezia, Milano, Roma, Costa Smeralda e Firenze, la compagnia aerea Meridiana, banche, marchi di moda. Insomma, il Qatar sembrerebbe essere per noi grande fonte di ricchezza.  Tuttavia, nonostante sembri strano aver permesso all’economia di avanzare con investimenti di dubbia provenienza, si sa che “a caval donato non si guarda in bocca”.

 Le tante reazioni in Italia

“E’ un tema di grande delicatezza e riguarda le decisioni del Governo”, ha detto il presidente di Enac, Vito Riggio, rispondendo a quanti chiedono se la rottura dei rapporti diplomatici con il Qatar da parte di Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto, Bahrain, Yemen e Maldive possa complicare il closing tra Meridiana e Qatar Airways. “Finora niente è cambiato nelle relazioni tra Ue e Qatar. Le riflessioni a livello politico saranno rapide. Le accuse sono molto gravi, se trovassero fondamento ci sarebbero conseguenze serie. Ma le decisioni non competono a noi”, ha concluso.

Il Governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru, spera invece che gli investimenti da parte del Qatar proseguano. Stessa posizione per la maison di moda Valentino, che negli anni ha ricevuto diversi finanziamenti dallo Stato emiro. “Il Qatar a noi ha dato tanto, ha avuto totale rispetto del management e dei creativi e ci ha supportato finanziariamente, lasciandoci fare nostro lavoro”, ha dichiarato Stefani Sassi, l’amministratore delegato della lussuosa casa di moda.

 

Arrivederci…

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da

Dopo un anno intenso e emozionante, la mia avventura come direttore di Ofcs.Report si conclude. E’ stato bello veder nascere e crescere una realtà che ha raggiunto traguardi importanti.

A tutti i colleghi che in questi dodici mesi hanno collaborato alla realizzazione del magazine va tutta la mia riconoscenza, stima e affetto. Certa che riuscirete a proseguire nel cammino intrapreso con un’altra guida, vi sono grata del  vostro impegno. Il prossimo direttore sarà in grado di condurvi verso nuovi successi.

Un grazie immenso anche all’amministrazione e alla proprietà. Sono stati mesi difficili, ma ricchi di soddisfazioni. Lavorare a stretto contatto mi ha dato la possibilità di conoscere persone straordinarie, da ogni punto di vista.

Per quanto mi riguarda, ho imparato tanto da ognuno di voi! E per questo vi ringrazio. Porterò con me la vostra bellezza.

Lascio perché ho accettato altre sfide. Andrò a fare altro, in altri luoghi. Mi attendono nuovi progetti e nuove avventure. Il viaggio con voi, però, non lo dimenticherò.

Grazie a Veronica, Eleonora, Enrico, Andrea, Daniele, Rosaria, Simone, Simona, Daniele, Veronica, Mary, Alex, Chiara, Eleonora, Giuseppe, Greta, Marianna.

Grazie anche a tutti i lettori e a tutti gli amici che hanno creduto nel progetto e mi hanno supportata.

Migranti, Da angeli a taxi: la parabola sui media delle Ong

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da

Chi promuove una delegittimazione dei soggetti Search and Rescue (Sar), ovvero tutti gli attori coinvolti nelle operazioni di recupero e salvataggio dei migranti, promuove le politiche dei respingimenti. Crede che le politiche di accoglienza in Italia subiscano non solo una battuta di arresto, ma che possano anche intraprendere un percorso opposto, la militarizzazione del Mediterraneo e la chiusura delle frontiere. È questa la tesi contenuta nel rapporto “Navigare a vista – Il racconto delle operazioni di ricerca e soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale”, presentato lo scorso 29 maggio presso l’Associazione Stampa Estera da Osservatorio di Pavia, Associazione Carta di Roma e Cospe.

Viaggi della speranza, emergenza profughi, rifugiati politici, “Mediterraneo tomba dei migranti”. Terminologie e immagini che quotidianamente troviamo nelle pagine dei giornali e nei servizi televisivi che raccontano un dramma che va avanti da anni, ovvero le traversate di migranti dal sud del mondo verso l’Europa in cerca di migliore fortuna. Le operazioni di ricerca e soccorso occupano il 13% delle notizie sull’immigrazione nei principali quotidiani italiani e nel 18% dei servizi sull’immigrazione dei tg in prima serata, legati soprattutto al racconto di naufragi (39%) e ad azioni di salvataggio (22%). Il Rapporto analizza 400 tweet sulle operazioni Sar postati dagli account ufficiali delle Ong più attive, di Eunavfor Med, della Marina militare e della Guardia Costiera italiana.  Dal confronto emergono significative differenze nel racconto delle operazioni di salvataggio da parte degli stessi attori coinvolti: se quello delle Ong è un racconto costante nel tempo e spesso emotivo, che si sofferma sulle persone soccorse, quello di Eunavfor Med e della Marina è un racconto più tecnico, focalizzato sulla gestione delle azioni di intervento. Nel mezzo si pone la Guardia costiera, che alterna entrambe le tipologie di comunicazione.

Diverso anche il linguaggio usato: gli attori civili parlano più spesso di “persone” salvate (nel 42% dei loro tweet), quelli militari di “migranti” (nel 77% dei loro tweet). Il racconto delle Ong è empatico nel 53% dei casi, mentre lo è solo nel 6% dei tweet delle organizzazioni militari. Ed è solo nel racconto delle organizzazioni non governative che troviamo riferimenti anche a ciò che accade prima e dopo il soccorso. “Nel caso dei soccorsi viene data voce ai protagonisti, esperti, operatori Sar o migranti che siano, nel 67% dei casi”, afferma Paola Barretta, ricercatrice senior dell’Osservatorio di Pavia.

Con l’avvio di Mare Nostrum nell’ottobre 2013, in risposta ai tragici naufragi avvenuti il 3 e l’11 dello stesso mese, le operazioni di ricerca e soccorso diventano centrali nel racconto dell’immigrazione: dagli arrivi sulle coste italiane agli incidenti, fino alla cronaca degli interventi stessi. “Una narrazione che fino al 2016, se confrontata alla rappresentazione di migrazioni e migranti nel loro complesso, rappresenta una buona pratica”, si legge nel Rapporto. Nonostante il tema dell’immigrazione crei divisioni, quello delle Sar è un racconto positivo che mette al centro i protagonisti del soccorso e le loro azioni. Organizzazioni e esperti hanno voce in oltre la metà dei servizi, vengono presentati come “angeli del mare”, e le operazioni vengono raccontate evidenziando tutti gli aspetti legati alla solidarietà e all’accoglienza. Se nel totale dei servizi prime time sull’immigrazione, migranti, rifugiati e immigrati stabilmente residenti in Italia hanno voce solo nel 3% dei casi, la percentuale sale al 14% quando si tratta di notizie relative alle Sar.

Questo, almeno, fino ai primi mesi del 2017. Poi tutto cambia. Ad invertire la rotta e soprattutto l’immagine dei soccorritori, trasformati da “angeli” a “taxi”, sono certamente le ombre gettate dalle parole del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sull’operato delle Ong. “La narrazione delle operazioni Sar porta con sé diversi rischi tra cui la legittimazione di politiche migratorie più restrittive e la criminalizzazione della solidarietà”, attacca Valeria Brigida, giornalista freelance tra gli autori del rapporto. Non solo: i media, si legge nel Rapporto, “talvolta confondono e sovrappongono i ruoli di organizzazioni militari e Ong, mentre la diversità della loro natura e delle loro missioni è emersa anche, come osservato, nelle modalità di comunicazione da esse adottate”.

Per Anna Meli, esponente Cospe, “interrogarsi su cosa davvero succeda a livello di politiche globali è un dovere, ma come giornalisti è importante domandarsi perché stia accadendo un certo fenomeno e dove un certo tipo d’informazione istituzionale ci vuol portare a ragionare”. Parole condivise da Pietro Suber, vicepresidente dell’Associazione Carta di Roma: “Bloccare i migranti diventa la risposta più facile della politica agli umori della piazza. In questo contesto la ricerca che presentiamo oggi assume un particolare interesse per comprendere come si sta trasformando uno dei temi principali del nostro dibattito mediatico”. Le ombre alimentate dal sospetto per l’attività di alcune Ong sono difficili da scardinare e, come sostiene, François Dumont, direttore della comunicazione di Medici Senza Frontiere, “C’è la richiesta all’Europa di mettere in atto delle politiche concordate di Sar ma soprattutto di creare dei corridoi sicuri per arrivare in Europa”.

@PiccininDaniele

Unicef, rapporto migranti minorenni: triplicato il numero dei “bimbi sperduti”

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Dai 1.754 del 2012 ai 6.508 di fine novembre 2016. È il numero dei minori non accompagnati, definiti “sperduti”, che hanno appoggiato i loro giovani piedi sul suolo italiano per poi svanire nel nulla. Dietro queste cifre un trend in costante ascesa che vede i bambini sbarcare da soli sulle coste della Penisola e dileguarsi tre volte in più rispetto a quattro anni fa.

Le cifre del rapporto

Sono le cifre del rapporto presentato il 30 maggio nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera nell’ambito del convegno “Per ogni bambino sperduto” organizzato in collaborazione con la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza da Unicef e Cnr-Irpps.

Il rapporto dal quale vengono presentati questi dati prende, non a caso, il nome di “Sperduti”. Ma da dove vengono questi minori? Il ranking vede ancora una volta primeggiare il continente africano con il 79% di sperduti egiziani, seguiti dagli eritrei e dai somali.

La progressione del fenomeno rende l’idea della difficoltà di organizzare gli arrivi e, soprattutto, le permanenze nel nostro Paese. Va da sé che se i bambini che escono dai radar delle nostre prefetture e dall’universo dei centri di accoglienza o di identificazione aumentano, i numeri dei bambini che arrivano soli in Italia è in crescita.

L’Unicef, in collaborazione con il Consiglio nazionale della Ricerca, ha tracciato una radiografia, sulla composizione etnica, il genere e l’età dei bambini sbarcati. E, in ultimo, quanti di loro fanno richiesta di asilo presso il Belpaese.

Al mese di ottobre del 2016 i minorenni stranieri non accompagnati che hanno presentato una domanda d’asilo sono stati 4.168. Di questi ben oltre il 90% sono maschi e con una fascia di età compresa fra i 16 e i 17 anni. Un dato aggiornato al 2015 invece rivela che la provenienza si distribuisce su 5 principali nazioni di provenienza: Gambia, Nigeria, Mali, Senegal e Bangladesh.

Tuttavia esiste un esercito molto più vasto di bambini che non fanno alcuna richiesta presso i tribunali italiani. Al 30 novembre del 2016 i minorenni stranieri non accompagnati e non richiedenti asilo che risultavano presenti nelle strutture di accoglienza erano 17.245. Si tratta del 72,6% dei minorenni stranieri non accompagnati identificati sul territorio italiano.

Considerando le quasi 6mila unità del 2012 e le oltre 16mila (dato parziale) del 2016, si tratta di un fenomeno ampiamente in crescita, che vede i suoi numeri gonfiatisi quasi del triplo. I minori che popolano questa statistica rientrerebbero sempre, per oltre il 50%, nel range dei 16-17 anni.

Una popolazione, quella dei minori soli in un paese (e spesso anche un continente) straniero, particolarmente vulnerabile alla presa e al carisma oscuro della criminalità.

Nel rapporto congiunto Unicef-Cnr un’ultima rilevazione rende chiaro come questi minori si rendano poi protagonisti di reati. Questi ultimi sono stati classificati dal rapporto e nell’ultimo anno di rilevazione si può notare come, rispetto al triennio precedente al 2015, siano aumentati i reati che vedono i minori fautori di azioni contro la persona e sempre meno contro lo Stato.

 

 

 

Israele, detenuti palestinesi interrompono sciopero fame: vittoria di Barghouti

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Israele

Lo sciopero della fame indetto lo scorso 15 aprile da 1500 detenuti palestinesi in Israele è finito. A darne notizia, dopo 41 giorni, le autorità di Tel Aviv. La protesta è terminata nella notte tra venerdì e sabato, in concomitanza con l’inizio del Ramadan. L’accordo fra scioperanti, guardie carcerarie e Croce Rossa è stato raggiunto e prevede ”benefici di carattere umanitario” per i detenuti politici in territorio israeliano. L’intesa è stata confermata da due dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Issa Karake e Qadura Fares, responsabili per il sostegno ai prigionieri. Secondo quanto si è appreso, dopo venti ore di negoziati nel carcere di Ashkelon tra l’anima della protesta e leader del partito laico di Fatah, Marwan Bargouti e l’Israel Prison Service (Ips), i detenuti hanno ottenuto l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di poter accedere dagli apparecchi televisivi installati nelle celle a un maggior numero di canali, per riuscire a tenersi informati su quanto accade fuori dai penitenziari.

Il governo israeliano e nello specifico il ministro per la Sicurezza interna, Ghilad Erdan, si è sempre opposto a qualsiasi trattativa con Barghouti e gli altri detenuti in sciopero della fame. I servizi di sicurezza dello Stato ebraico, invece, ormai da giorni spingevano per l’apertura di un negoziato nelle carceri. Il progressivo peggioramento delle condizioni di salute di molti prigionieri, infatti, aveva fatto salire la tensione dei Territori, mobilitato migliaia di palestinesi e creato le condizioni per una protesta di massa contro l’occupazione militare israeliana. I detenuti ricoverati in ospedale, dopo essersi alimentati solo con acqua e sale per più di un mese, sono stati diciotto.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” scriveva, nella giornata di venerdì, che la questione dei prigionieri in sciopero della fame sarebbe stata al centro di un colloquio avuto dal presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas con il rappresentante speciale per i negoziati internazionali del presidente Donald Trump, Jason Greenblatt. Durante l’incontro si sarebbe discusso di un intervento statunitense sul governo israeliano per l’accoglimento delle richieste dei detenuti. Ma da parte palestinese non è giunta ancora nessuna conferma.

Quel che è certo, è che l’esito dello sciopero della fame è da considerarsi anche una vittoria personale di Barghouti, la cui popolarità nei Territori è in costante aumento. E’ probabile, inoltre, che la conclusione della protesta possa avere anche un impatto sui rapporti di potere ai vertici di Fatah, dove già si discute del dopo-Abbas. Barghouti è potenzialmente uno dei nomi più forti del momento tra i candidati che potrebbero concorrere per la presidenza del partito di Ramallah. Tuttavia, di fatto, il leader palestinese si trova in carcere dal 2001 e sconta 5 ergastoli. Ed è difficile immaginare che Israele possa decidere per la sua liberazione, date le dichiarazioni nettamente contrarie espresse in merito dal primo ministro, Benjamin Netanyahu e da altri leader politici nelle scorse settimane.

Abbas, dal canto suo, in questi giorni ha progressivamente incrementato la pressione sul governo del gruppo fondamentalista islamico di Hamas che governa la Striscia di Gaza. Le misure punitive si sono susseguite: interruzione del pagamento della tassa sul combustibile importato, taglio di un terzo dei salari di 45 mila impiegati statali a Gaza pagati dall’Anp e interruzione dei pagamenti per l’elettricità della Striscia proveniente da Israele. Secondo “Haaretz”, i funzionari di Tel Aviv “hanno ancora difficoltà a spiegare il cambiamento di approccio da parte di Abbas, visto che nell’ultimo decennio, fin da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, i leader palestinese non ha mai affrontato direttamente l’organizzazione”.

“Una possibile spiegazione – continua il quotidiano – è che il presidente dell’Autorità nazionale pensi che Hamas alla fine possa trovarsi di fronte a una rivolta interna (speranza condivisa pure da alcuni israeliani). L’idea è che i gazawi scenderanno in piazza – così come gli egiziani hanno riempito piazza Tahrir al Cairo sei anni fa – per deporre il governo fondamentalista islamico al comando nella Striscia dal 2006″. Tuttavia, a oggi, non è stato recepito alcun segnale in questa direzione. Le proteste dedicate in particolar modo al razionamento della fornitura di energia elettrica a Gaza si ripetono ciclicamente, ma Hamas è sempre stata in grado di reprimerle. Almeno finora.

Iran, Rouhani di nuovo presidente della Repubblica Islamica

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Gli iraniani hanno scelto di nuovo lui. Confermando la tradizione che vede i mandati presidenziali procedere a gruppi di due. Hassan Rouhani è, di nuovo, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Lo spoglio, ancora non del tutto completato, ha dato ragione al candidato riformista. Con un’affluenza del 70% degli elettori giunti alle urne, un dato di 6 punti percentuali più basso rispetto alla pima elezione di Rouhani, il programma di apertura all’Occidente inaugurato dal presidente ha battuto l’ala radicale.

I dati sul voto

Guardando i dati diffusi dal Ministero, il risultato appare chiaro: Rouhani si è attestato al 56,3%, guadagnando una forbice di 4 milioni di voti su Raisi, fermatosi al 38,9%. E, come nelle elezioni del primo mandato del capo dei riformisti, il voto di Teheran è stato decisivo per la vittoria finale. I flussi di voto appaiono illuminanti in questo senso: professionisti, giovani e donne sembrerebbero aver scelto il cammino di apertura nei confronti del mondo al di là dei confini. E la topografia elettorale di Teheran conferma questo dato.

Divisa da una linea che separa i liberali dai quartieri più poveri, la capitale iraniana è stata la spia dell’andamento del voto, che ha visto prevalere la fiducia dei professionisti del nord della città sulla rabbia delle zone meridionali della metropoli. Sono le città, infatti, ad aver scelto per il Rouhani-bis. Nella notte gli exit poll davano Raisi in testa su 5 province, quelle rurali, mentre il pragmatico-riformista guidava la contesa elettorale in 13 distretti della nazione sciita.

Una percentuale dei votanti così alta era un altro dei segnali attesi da Rouhani, in quanto la grande partecipazione al voto sarebbe stata vincente per i liberali, storicamente più impegnati a scegliere che a delegare le funzioni di comando del Paese.

Non a casa il neo-presidente aveva commentato nel pomeriggio: “La partecipazione entusiasta degli iraniani rafforza la potenza e la sicurezza nazionale”. E la partecipazione è una molla su cui Rouhani aveva fatto leva per ottenere il suo secondo mandato.

Nel pomeriggio, fra i votanti, c’era stata passerella anche per la Guida Suprema del paese, l’Ayatollah Khamenei. Il capo spirituale dell’Iran aveva invitato gli oltre 50 milioni di aventi diritto a votare “in modo massiccio e il prima possibile”.

 

 

 

 

Corea del Sud, il neo presidente stretto tra Usa e Cina cerca dialogo con Kim

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Si dice che l’ultimo missile balistico lanciato da Pyongyang, caduto poi nel mare del Giappone, sia stato un modo per testare la reazione del “nuovo nemico del Sud”. Il neo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, non ha naturalmente perso tempo nel condannare l’azione che “viola le risoluzioni dell’Onu”. Ma l’atteggiamento del leader liberale non cambia: dialogo e un piano distensivo nelle relazioni con la Corea del Nord, rimangono gli assi della politica estera del presidente appena eletto. A questi si aggiungono qualche possibile frizione con gli Stati Uniti e un miglioramento nei rapporti con la Cina.

Chi è Moon Jae-in, nuovo inquilino della Casa Blu, l’edificio che ospita gli uffici della presidenza a Seul dal 1991.

Liberista di fede cattolica, si è aggiudicato il 41,1% dei consensi dei cittadini sud-coreani andati in massa alle urne (77%): un record che non si registrava da 20 anni. Il leader del partito democratico succede alla discussa prima presidente donna del Paese, Park Geun-hye, finita agli arresti lo scorso marzo in seguito all’ennesimo scandalo di corruzione, che ha visto coinvolto il vertice istituzionale di Seul, sancito dal voto in maggioranza del parlamento a favore del suo impeachment.

L’ha promesso in campagna elettorale come primo atto da presidente: la riapertura e l’espansione del complesso industriale di Kaesong. L’impianto era stato chiuso nel febbraio del 2016 dall’ex presidente Park Geun-hye, come risposta ai vari test missilistici e nucleari compiuti dal regime. Il distretto si trova all’interno dei confini nord-coreani, dove dal 2004 hanno sede 124 imprese sud-coreane e lavorano 54.000 cittadini del Nord. Un modello di cooperazione, voluto e finanziato in parte da Seul, per incentivare le relazioni economiche tra i due paesi e creare un importante sito industriale all’interno della penisola, sottraendosi così alla calamita della Cina. Si stima che gli introiti complessivi per Pyongyang ammontino a circa 100 milioni di dollari. Molti dei quali però non andrebbero a finire nelle tasche dei lavoratori bensì, questa l’accusa che arriva da Seul, nel finanziare lo sviluppo delle armi nucleari di Kim Jong-un.

Sunshine policy 2.0

La cosiddetta “sunshine policy”, espressione tornata di moda con l’elezione dell’avvocato per i diritti umani (figlio di rifugiati nord-coreani), è stata la linea politica voluta dai suoi predecessori riformisti per la riconciliazione con la Corea del Nord, attraverso soprattutto legami finanziari e commerciali (Kaesong n’è l’emblema). Moon Jae-in è stato capo di gabinetto dell’ex presidente democratico, Roh Moo-hyun, proprio negli anni dove la sunshine policy era un’espressione all’ordine del giorno.

I rapporti con Cina e Stati Uniti rimangono i nodi cruciali da sciogliere durante il suo mandato

Il neo eletto presidente ha già fatto sapere di essere “sulla stessa lunghezza d’onda del presidente Trump”, definendolo “più ragionevole di quanto sembri”. Ma in realtà la questione primaria rimane la definizione economica e strategica dello scudo missilistico Thaad, anti-missile Terminal High-Altitude Area Defense system, realizzato dagli Stati Uniti e installato nel sud-est della Corea del Sud, come barriera contro possibili attacchi missilistici del vicino Kim Jong-un. Un’opera che non è piaciuta alla Cina, considerata una minaccia per la sua sicurezza nazionale, per via dei potenti radar a lungo raggio che permetterebbero agli americani di spiare i principali asset militari cinesi nella zona.

In un primo momento i costi del Thaad sembravano dovessero essere a carico degli Stati Uniti, ma lo stesso Trump ha dichiarato che la spesa per la realizzazione del sistema missilistico sarebbe stata a carico della Corea del Sud (1 miliardo di dollari). Il presidente americano ha anche aspramente criticato l’accordo di libero scambio con Seul, definito “orribile” dal tycoon e a sfavore degli Usa, che era stato raggiunto a fatica dalla precedente presidenza Obama.

Dal rapporto con l’alleato storico oltreoceano dipenderanno anche le relazioni con il gigante cinese. Moon Jae-in ha già fatto sapere di voler trattare sullo scudo missilistico anche con il governo di Pechino, che rappresenta per Seul il primo partner commerciale ma anche l’interlocutore strategico nel tentativo di riconciliazione con la Corea del Nord. Per la Cina, che in questi giorni mette in vetrina nella sua capitale la nuova “Via della Seta”, un maxi piano di investimenti miliardari per ripercorre le tratte del passato, la risoluzione della crisi coreana passa attraverso solo una strategia politico-diplomatica e non militare. Ma il missile di medio raggio, lanciato domenica mattina dalla base di Kusong, che secondo i giapponesi sarebbe potuto arrivare a colpire l’isola di Guam (territorio americano), sembra essere l’ennesima provocazione del dittatore di Pyongyang agli occhi del mondo.

@GargaDani

Iran al bivio, si accende lo scontro elettorale Rouhani-Raisi

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

A pochi giorni dal decisivo scontro elettorale che deciderà il massimo vertice politico iraniano, si accende la gara fra i due candidati più gettonati. Fra Hassan Rouhani e Ebrahim Raisi, esponenti rispettivamente dell’ala pragmatica e radicale contrapposte fra loro alle urne, il clima è quello del duello all’ultima sciabolata.

È al grido di “vogliamo la libertà”, come riporta l’agenzia Bloomberg, che la campagna elettorale di Rouhani si sta muovendo. Una campagna improntata all’avvicinamento all’Occidente, alla ricerca di un paese più moderno che possa dialogare con le potenze del “Grande Satana” come viene definito dagli avversari. Per i riformisti la loro “era” sarebbe finita. E il 19 maggio lo scontro finale alle urne deciderà chi avrà avuto ragione. Intanto, prosegue lo scontro elettorale fra i due candidati che ben rappresentano le due tensioni principali in Iran.

E non è certo di fioretto che l’attuale presidente in carica, a caccia del suo secondo mandato da leader politico della Repubblica Islamica dell’Iran, ha deciso di dare battaglia al suo avversario alle urne. Negli ultimi giorni l’attacco di Rouhani a Raisi, e ai quadri religiosi che dietro a Raisi sostengono l’ala conservatrice, si è fatto più deciso.

La conferma verrebbe da una dichiarazione dell’ancora leader sciita riportata dall’agenzia Isna, definita dal New York Times come semi-ufficiale. Secondo la fonte il presidente Rouhani avrebbe parlato di una non familiarità, e di un non-desiderio, da parte degli elettori nel vedere ancora sulla scena qualcuno che abbia familiarità con “esecuzioni e incarcerazioni”.

Nella frase riportata dall’agenzia non sembrerebbe apparire nessuno dei sui cinque avversari (i candidati alla presidenza che si voterà il 19 maggio sono in tutto sei), ma il riferimento al suo diretto avversario, perché eletto dalla coalizione radicale, Raisi. E non solo a lui. Bensì alla magistratura, della quale Raisi è stato membro in passato.

Nello stesso discorso tenuto agli elettori infatti, sebbene velatamente, il moderato sembrerebbe tirare la stoccata proprio ai quadri che sostengono l’ala più vicina all’Ayatollah: la Guardia della Rivoluzione, che avrebbe spinto l’elezione di Raisi alla testa dei conservatori. Per Rouhani infatti chi “dispone di fondi pubblici” non dovrebbe “diffondere disperazione”.

Una critica, quella del candidato pragmatico, che non resta la sola scagliata nei confronti di Raisi. Rouhani infatti avrebbe mirato personalmente a minare la credibilità del suo avversario. La domanda posta dal riformista a Raisi si concentra sul suo rapporto con le tasse.

Il paradosso, secondo Rouhani, vedrebbe infatti nell’avversario politico del 19 maggio il fondatore di un’organizzazione umanitaria che non avrebbe, a dire dei pragmatici, reso al fisco quanto gli spetta.

Le elezioni che si terranno sono quanto mai decisive per la storia recente dell’Iran. Rouhani e Raisi infatti rappresentano due tensioni molto forti interne al paese: la tradizione e l’innovazione. E chiunque vinca il 19 maggio non potrà non fare i conti con la fazione opposta.

@Lenrico1

 

 

 

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