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Relazioni Internazionali

Relazioni internazionali: un occhio puntato sul mondo. Leggi e approfondisci le analisi e le conseguenze dei maggiori fatti di cronaca sul presente e sul futuro.

La notte di Ankara: il reportage a un anno dal tentato golpe /VIDEO

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Sui marciapiedi di Ankara la maggior parte delle ragazze camminano senza velo, con un jeans e una maglietta, proprio come le coetanee occidentali. Intanto da alcune auto di fianco al mio taxi spuntano mani di uomini dai finestrini aperti che scorrono il Tasbeeh, il tipico rosario dei musulmani. Qui laicismo e religione si fondono, convivono liberamente perché la Turchia ha rappresentato per anni tra i pochi Paesi arabi in grado di separare culto e secolarismo. È un Paese a parte anche nella cultura araba perché il vecchio padre della patria, Ataturk, ha sempre rivendicato la laicità dello Stato.

Mentre il taxi prosegue la sua corsa (“corsa” è la parola più appropriata perché qui si raggiungono velocità da Formula 1) tra l’aeroporto e l’hotel, osservo le gigantografie che ricoprono molti dei palazzi e dei grattacieli di Ankara che ritraggono il nuovo padre della patria: Recep Tayyip Erdogan. Sono i giorni che precedono l’anniversario del tentato colpo di Stato dello scorso anno, quando il ponte che a Istanbul collega l’Asia con l’Europa fu occupato da soldati e carrarmati, mentre ad Ankara gli elicotteri sganciarono bombe sul Parlamento. Era la notte tra il 15 e il 16 luglio del 2016, una data che Erdogan ha intenzione di scolpire nella memoria collettiva grazie ad un’attività di propaganda che ha poco da invidiare ai vecchi regimi sovietici o alla Cuba castrista: Ankara e l’Havana in questo caldo luglio turco sembrano due città gemelle, se qui i cartelli e i disegni disseminati in ogni angolo ritraggono Ataturk ed Erdogan, nella capitale centroamericana ci sono il Che e Fidel. La costruzione del culto è in fondo simile ad ogni latitudine, prevede uguali meccanismi. La celebrazione di una vittoria – come quella di aver sventato un golpe – è il fulcro di questo genere di propaganda.

Per l’occasione dell’anniversario il governo turco ha invitato ad Ankara oltre 350 giornalisti da tutto il mondo

Quasi tutti i Paesi sono rappresentati: ci sono colleghi da Bolivia e Venezuela, da Kirghistan e Vietnam, da Regno Unito e Francia. Probabilmente si tratta di una dimostrazione di forza da parte di Erdogan, vuol far vedere agli altri Paesi di avere il pieno controllo della Turchia a soli pochi giorni da una delle più grandi manifestazioni tenute dalle forze di opposizione. Infatti, tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio i membri del Chp, il partito repubblicano del popolo, ha organizzato una marcia da Ankara a Istanbul, culminata lo scorso 5 luglio con un sit-in di piazza in cui erano presenti oltre un milione di persone. Un evento che Erdogan non poteva reprimere a pochi giorni dall’anniversario del golpe perché la comunità internazionale sta monitorando con preoccupazione le evoluzioni dittatoriali del suo governo.

A un anno dal golpe oltre 100mila persone sono state arrestate, 50mila sono in carcere con l’accusa di aver partecipato al colpo di stato

In cella ci sono anche 150 giornalisti tacciati di aver fatto propaganda per i golpisti. Secondo il governo ad ordire il putsch è stato Fetullah Gulen, un miliardario islamista che da circa 20 anni risiede negli Stati Uniti. Eppure sul suo effettivo intervento non sono mai state raccolte prove certe. Tra le ipotesi apparse sui media internazionali c’è pure la teoria che sia stato lo stesso Erdogan a favorire il tentato golpe proprio per avere la possibilità di imporre con più forza la propria autorità nel Paese e procedere alle “purghe” contro i suoi avversari. Il presidente ha infatti proposto in questi giorni di eliminare l’immunità parlamentare (così da poter avere la possibilità di far arrestare anche i leader delle opposizioni) e ha manifestato l’intenzione di ripristinare la pena di morte. Una piega autoritaria che allontana sempre di più la Turchia dall’Occidente e vanifica l’altalenante percorso di questi ultimi anni che doveva portare il Paese della Mezzaluna rossa a fare il proprio ingresso nella Comunità europea.

I rapporti internazionali della Turchia sono complessi

Da un lato ci sono le “vecchie ruggini” con la Russia, dopo che il 24 novembre del 2015 nei cieli del confine turco-siriano venne abbattuto l’aereo russo Su-24. Ma da quella crisi i rapporti tra i due Paesi sono stati in parte ricomposti anche per l’identità di vedute e interessi che i due governi hanno in Siria e Libia. Più deteriorati appaiono le relazioni tra Usa e Turchia perché Erdogan ha chiesto più volte agli Usa l’estradizione del presunto golpista Gulen. Una crisi di rapporti complessa perché la Turchia è pure tra i Paesi aderenti alla Nato. E turbolenti sono i rapporti con l’Europa, soprattutto con la Germania. La deriva autoritaria di Erdogan è mal vista dalla Ue e le relazioni hanno raggiunto probabilmente il loro minimo storico

In tv, scorrendo tutti i canali turchi, scorrono solo e soltanto immagini di Erdogan

Persino le aziende che hanno comprato la pubblicità devono omaggiare l’anniversario del 15 luglio, marchi famosi come la compagnia telefonica Vodafone celebrano pomposamente la storica data “15 Temmuz”, 15 luglio, è scritto ovunque. Il rosso del marchio Vodafone si mischia perfettamente al rosso della bandiera turca. Al telegiornale e nei programmi non si parla d’altro che della grande vittoria del popolo turco che scendendo in piazza ha sventato il golpe militare e gli opinionisti attaccano il “terrorista” Gulen.  Ecco, qui la parola “terrorismo” è stata sdoganata da Erdogan per indicare i golpisti. Un termine necessario a far presa sul fronte interno e sulla comunità straniera. «Dopo l’11 settembre negli Usa, dopo gli attentati al Bataclan in Francia, dopo le uccisioni in Inghilterra – spiega Erdogan in un suo discorso tenuto il 14 luglio nel palazzo dei congressi di Ankara a cui siamo invitati – loro hanno proclamato uno stato di emergenza e hanno adottato nuove misure per sconfiggere il terrorismo. Perché noi non possiamo far questo?». Il gioco di parole in una propaganda di semi-regime è fondamentale: inquadrare i presunti golpisti come terroristi può avere un effetto convincente. Eppure da un anno, da quel 15 luglio 2016, in Turchia vige ancora lo stato di emergenza e tutti i poteri sono accentrati nelle mani del presidente. Uno stato di emergenza che avrebbe dovuto terminare il 19 luglio di quest’anno, ma che è stato prorogato per altri tre mesi. E siamo alla quinta proroga.

I tg, tra le poche altre notizie che non riguardano le celebrazioni del golpe sventato, riportano la notizia dell’accordo con Italia e Francia

I due Paesi europei supporteranno la Turchia nel programma di costruzione di alcuni missili all’avanguardia con altissima capacità e potenza. Uno dei segnali che spingerebbe a far pensare che anche l’Italia ha mutato atteggiamento nella propria politica estera. Se il nostro Paese non può appoggiare la svolta autoritaria di Erdogan, almeno stringe accordi economici con il “Sultano”. Siamo pur sempre il terzo partner commerciale della Turchia con un interscambio di oltre 18 miliardi di dollari. E la Turchia può essere un player strategico sullo scacchiere libico perché ha una fortissima influenza su Tobruk e sul generale Haftar, che ancora ostacola l’accordo di unità nazionale che ha portato Sarraj a Tripoli. Per l’Italia è necessario imprimere in tempi rapidi una svolta in Libia sia per l’emergenza migranti che sta investendo il nostro Paese, sia per riprendere il filo degli investimenti commerciali con la Libia. Due obiettivi che solo attraverso una pax libica possono essere raggiunti. E se la Turchia, con la sponda della Russia, acconsentisse a fare dei passi avanti, l’Italia ne trarrebbe giovamento. Manna dal cielo. Quindi il nostro governo ha intenzione di stringere solidi accordi economici con la Turchia lasciando da parte le reprimende sull’operato autoritario di Erdogan. Perché la diplomazia si sviluppa anche (e soprattutto) attraverso i rapporti commerciali.

Siamo al 15 luglio, si sta in piazza come in moschea: uomini da una parte e donne dall’altra

Erdogan ha convocato i cittadini dinanzi alla piazza del Parlamento di Ankara alle 2.32 della notte. L’orario è simbolico, è lo stesso in cui piombarono le bombe nei pressi dell’edificio un anno prima quando il golpe sembrava essere riuscito. Ad essere maligni è un orario comodo anche per il fuso orario, per mostrare le immagini oltreoceano, negli Usa, lì dove risiede il “nemico” Gulen. Quando compare Erdogan sul palco, negli Stati Uniti sono infatti le 9 di sera. A pensar male  – si dice – a volte ci si prende.

È una notte importante, probabilmente quella che mette fine al secolarismo in Turchia o che, almeno, lo insidia moltissimo. Le immagini sono eloquenti e se la forma è spesso sostanza, qui di sostanza ce n’è molta per capire che di qui in poi la Turchia non sarà più il Paese che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. In piazza le donne – quasi tutte con il burqa – sono separate dagli uomini. Si sta in piazza come in moschea: donne e bambini da una parte, uomini dall’altra. Tutte inneggiano al presidente, ma tanta parte della claque è venuta pure per il rappresentante dell’estrema destra, alleato di Erdogan. Ai piedi del palco ci sono poi i familiari delle 250 vittime che sono morte lo scorso 15 luglio nel corso del tentato colpo di stato. Ogni famiglia mostra un cartello con la foto del proprio familiare.

Sulla folla ci sono alcuni droni a riprendere le scene, per elaborazione della scenografia non c’è proprio nulla da invidiare ai concerti dei più famosi gruppi rock mondiali. Almeno fino a quando uno dei droni nel corso della notte cade sulla folla provocando 11 feriti.

Ad indicare la svolta islamista del Paese, oltre alla separazione tra donne e uomini, la prima parte della manifestazione vede per protagonisti i capi religiosi. Il muezzin di Ankara, la più alta autorità religiosa del Paese, intona canti e preghiere per circa un’ora. Dopo, solo dopo, arriva Erdogan. «Taglieremo la testa ai traditori, li schiacceremo come serpenti, Allah è grande» – alcune delle sue frasi. A pochi giorni dalla presunta uccisione del capo del Califfato, al Baghdadi, sulla schiena corre il brivido che l’Islam più estremo abbia trovato un nuovo capo spirituale. La differenza è che Erdogan ha un vero e proprio Stato alle sue spalle.

Un Paese contraddittorio che ancora mischia, talvolta in forme estreme, laicismo e religione

Ad Ankara un turista può scegliere di andare in uno dei centri commerciali nei grattacieli della città e sentirsi come a Londra o a Parigi. Nei ristoranti si può mangiare un ottimo fish&chips oppure gustare un tipico mercimek. Un Paese che vuole mantenere la propria identità senza però rinunciare ad avere rapporti con l’Occidente. Non fosse altro che oltre il 70% dell’economia turca è strettamente dipendente dall’Europa. Se quella del 15 luglio sia stata una prova di tentata democrazia o il principio dell’ennesima svolta per portare la Turchia ad una deriva autoritaria, ancor più incisiva sotto il regime di Erdogan, lo dirà soltanto il tempo.

La folle corsa del taxi riprende velocissima per portarmi in aeroporto. Dall’aereo, a 5 mila metri di altezza, tutto sembra più piccolo, non più chiaro come spesso accade a guardare le cose da una prospettiva lontana. E Istanbul con i suoi ponti sul mare sembra bella e confusionaria come sempre. Qui neppure la distanza fa chiarezza, tutto sembra sempre in movimento. È proprio un Paese a parte, ma ad uno snodo decisivo per la sua storia.

Migranti, 4 su 10 contraggono il virus dell’Hiv in Europa

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali/Salute da
immigrazione

Il fenomeno delle migrazioni non è di per sé causa dell’aumento delle infezioni da Hiv, ma costituisce una componente che aggrava il problema dei contagi. A lanciare l’allarme è Julia Del Amo, professoressa in scienze biomediche presso l’Istituto Sanitario Carlo III di Madrid, intervenendo alla nona edizione di Italian Conference on Aids and Antiviral Research (Icar), evento promosso dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) che si è tenuto la scorsa settimana a Siena.

Nel 2015 i migranti hanno rappresentato il 39% dei nuovi casi diagnosticati di HIV in Europa. In alcuni paesi, in Svezia ad esempio, raggiungono il 75%, delle nuove diagnosi. In Italia sono il 28%”, afferma l’esperta dell’istituto sanitario Carlo III di Madrid. “È importante tuttavia sottolineare che solo una parte dei migranti arrivano in Europa affetti dalla malattia: in relazione per esempio all’Africa Sub Sahariana, una delle aree del mondo più colpite, solo la metà di coloro che giungono nel nostro continente hanno già l’Hiv. È necessario dunque fare maggiore prevenzione. Per alcuni gruppi specifici, come i migranti omosessuali (Msm), la probabilità di contrarre il virus dopo la migrazione è assai elevata, arrivando al 72%. Non meno preoccupante il fenomeno che scaturisce dai contatti eterosessuali, che provocano il contagio tra gli immigrati provenienti dall’Africa Sub Sahariana in oltre il 50% dei casi”.

Meno rilevante il fenomeno legato all’uso di droghe, comunque non trascurabile quando il discorso si sposta su immigrati provenienti da altri Paesi (Russia, Ucraina, Estonia). Complessivamente, non c’è abbastanza consapevolezza di ciò che accade: troppo spesso infatti si pensa che i migranti portino l’Hiv dall’Africa nei nostri paesi. In realtà, in alcuni casi, come in Grecia, il 95,3% delle infezioni tra migranti avviene proprio nelle aree di accoglienza.

Il messaggio lanciato durante la convention è che “serve una campagna di sensibilizzazione e di informazione, che deve essere accompagnata da un’adeguata campagna di prevenzione”. Oggi persiste una disparità nei trattamenti a danno dei migranti, spiegano i relatori, che a causa di un ridotto accesso non possono usare strumenti di prevenzione e non riescono ad eseguire test per valutare lo stato dell’infezione. “Il messaggio deve essere di lotta alla discriminazione, al razzismo e alla xenofobia” continua la professoressa Del Amo.

Il rischio di trasmissione diretta di Hiv dai migranti alla popolazione europea non esiste, ma resta il problema della trascuratezza nei rapporti sessuali non protetti. Ma questa è una responsabilità che deve essere condivisa: bisogna ricordare che i migranti che provengono da determinate aree geografiche come l’Africa Sub sahariana o l’America latina sono originari di regioni dove la diffusione di Hiv è più elevata che in Europa, quindi c’è un maggiore rischio di contrarre il virus se si fa sesso non protetto”.

La Un Aids (Joint United Nations Programme on Hiv/Aids) ha varato norme riguardanti i diritti umani nei principi di tutela della salute pubblica per migliorare il controllo dell’Hiv. “Se l’Europa riconoscesse questi diritti e migliorasse i sistemi di prevenzione si potrebbe raggiungere un obiettivo molto ambizioso, la fine dell’Aids. Questo è il progetto che è stato proposto nei maggiori istituti sanitari del mondo. Non possiamo lasciare i migranti fuori dalla risoluzione del problema della lotta all’Aids” conclude ancora la Del Amo.

Sul fronte nazionale dal convegno Simit sono emerse due importanti novità. In primo luogo il sempre più probabile varo del Piano Nazionale Aids (PNAIDS) e l’altro imminente traguardo relativo al finanziamento della “ricerca d’interesse nazionale per lo sviluppo del sistema economico del Paese, nonché azioni destinate all’ingresso dei giovani nel mondo della ricerca”.

Il Piano è stato approntato dal Comitato Tecnico Scientifico Nazionale del Ministero della Salute con il coordinamento del professor Massimo Galli, vicepresidente della Simit. Il documento ha visto la partecipazione di numerosi specialisti e diverse personalità scientifiche e delle associazioni di volontariato impegnate su Hiv-Aids.

I rappresentanti del Simit hanno infine lanciato un appello al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Consiglio dei Ministri. “Il nostro Paese è stato lungamente all’avanguardia nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e possiamo con orgoglio sostenere che le persone infettate trovano in Italia i migliori centri di ricovero e cura al mondo. Tuttavia, sarebbe miope pensare che ciò sia frutto esclusivamente dell’alta professionalità dei nostri esperti di Malattie Infettive e, più in generale, del Sistema Sanitario Nazionale. Per contro, quest’alta qualità è stata raggiunta perché negli stessi Centri di Malattie Infettive e nei laboratori di virologia e di immunologia ad essi collegati abbiamo contemporaneamente svolto Ricerca parimenti di alta qualità a livello internazionale, qualità da alcuni anni messa fortemente in crisi dalla mancanza di un finanziamento dedicato”.

Per questo motivo, conclude l’appello “riteniamo che questo momento forse unico dovrebbe essere colto per riportare il nostro Paese al ruolo che gli compete nello scenario internazionale nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e alle patologie ad esso collegate, quali la coinfezione da virus dell’epatite C, tumori e malattie cardiovascolari significativamente più frequenti nei pazienti che ricevono la terapia antiretrovirale”.

@PiccininDaniele

Migranti, Goldsmiths College strizza l’occhio alle Ong: “Ruolo fondamentale nel salvare vite”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da
migranti

Gli sforzi delle organizzazioni non governative per salvare i migranti nel Mediterraneo non fanno aumentare il numero di traversate né le rendono più rischiose. A sostenerlo è un’indagine condotta da ricercatori del Goldsmiths College, università di Londra. Lo studio dimostra che le Ong “hanno avuto un ruolo fondamentale nel salvare vite umane, colmando il vuoto nelle attività di ricerca e soccorso lasciato alla fine del 2014, dopo la decisione dell’Unione Europea e dei suoi stati membri di non prolungare né sostituire l’operazione Mare Nostrum”.

I ricercatori hanno preso in esame le accuse mosse da diversi attori, compresi Frontex (l’Agenzia europea della guardia di frontiera e costiera) e alcuni politici europei, secondo i quali le attività di ricerca e soccorso portate avanti dalle Ong costituirebbero un “fattore di attrazione” che porterebbe a un aumento delle traversate, incoraggiando gli scafisti a ricorrere a tattiche sempre più rischiose, causando di fatto un aumento dei morti in mare. I risultati dell’indagine “Blaming the Rescuers – Accusare i soccorritori” sono stati presentati lo scorso 9 giugno nel corso di una conferenza stampa tenutasi a Roma da un panel di esperti fra cui gli autori del rapporto, Charles Heller e Lorenzo Pezzani, fondatori del progetto Forensic Oceanography di Goldsmiths.

L’analisi dimostra come le attività di ricerca e soccorso (Sar) compiute dalle Ong non siano la causa dell’aumento delle traversate nel 2016. Al contrario, come riconosciuto da Frontex stessa, l’incremento è in linea con le tendenze di crescita degli arrivi di migranti da vari paesi africani registrate negli anni precedenti. Tali tendenze non possono essere quindi attribuite alla presenza delle Ong, precisano i ricercatori, “come dimostra anche il fatto che le traversate dal Marocco hanno registrato fra il 2015 e il 2016 un aumento del 46 % nonostante la totale assenza di Ong impegnate in operazioni Sar nell’area”.

“I fatti semplicemente non supportano l’idea che le Ong impegnate nei soccorsi siano responsabili dell’incremento nel numero delle traversate da parte dei migranti”, ha affermato Lorenzo Pezzani di Goldsmiths. “Le argomentazioni contro le Ong ignorano deliberatamente il peggioramento della crisi economica e politica che sta colpendo numerose regioni dell’Africa e che rappresenta una delle principali cause dell’incremento delle traversate nel 2016. In Libia, i migranti sono vittime di violenza estrema e sono disposti a tentare la traversata con o senza la presenza di attività di ricerca e soccorso”.

Il Rapporto sostiene inoltre che le Ong non sono neanche la causa del deterioramento delle condizioni imposte dai “passatori”. Tali condizioni sono in continuo peggioramento fin dal momento in cui la Libia è sprofondata nella guerra civile. L’operazione dell’Unione Europea “Eunavfor Med”, invece, ha avuto un importante e comprovato impatto sulle tattiche degli scafisti: intercettando e distruggendo le barche di legno più grandi, ha infatti contribuito a determinarne la sostituzione con gommoni più piccoli e instabili. Le pratiche dei “mercanti di profughi” sono state influenzate anche dai sempre più numerosi interventi della Guardia Costiera Libica, “i cui metodi violenti hanno portato, in alcune occasioni, al ribaltamento di barche, mettendo in pericolo la vita delle persone a bordo”, si legge nella ricerca.

“I fattori principali all’origine della maggiore pericolosità delle traversate sono la crescita di un modello di tratta gestito dalle milizie libiche e gli effetti dell’operazione dell’Unione Europea di contrasto ai passatori, nel corso delle quali sono state distrutte molte imbarcazioni di legno di grandi dimensioni, e non le Ong”, ha sostenuto Charles Heller di Goldsmiths. “Le Ong non hanno provocato l’aumento nei rischi. Al contrario, salvando vite umane hanno risposto a una situazione che altri avevano già creato prima del loro arrivo. La nostra analisi dimostra che il tasso di mortalità è diminuito in maniera consistente nei periodi in cui le Ong impegnate in attività di ricerca e soccorso erano presenti ed è aumentato di nuovo in loro assenza. La maggiore presenza delle organizzazioni umanitarie ha significato rischi minori per i migranti”.

La ricerca si conclude osservando che le accuse contro le Ong “ignorano deliberatamente” il ruolo che altri attori, incluse le agenzie dell’Unione Europea e i governi nazionali, hanno avuto nel rendere le traversate più rischiose. “Siamo convinti che la narrazione tossica che accusa ingiustamente le Ong sia parte di un tentativo più ampio di criminalizzazione delle iniziative di solidarietà verso i migranti. È anche una distrazione conveniente, dal momento che distoglie l’attenzione dall’incapacità dei governi ad affrontare i veri problemi”, ha affermato Lorenzo Pezzani di Goldsmiths.

Come scrive nella sua prefazione al rapporto, François Crépeau, inviato speciale delle Nazioni Unite per i diritti umani dei migranti, “i paesi europei devono garantire un approccio molto più onesto ed etico alla mobilità delle persone e alla migrazione, un approccio che tratti i migranti non come pacchi da consegnare ma come esseri umani, ognuno avente diritto ad una valutazione individuale del suo caso e a soluzioni che tengano conto dei suoi bisogni. Solo così l’Europa potrà rendersi conto che una mobilità regolare, senza rischi e accessibile a tutti, anche economicamente, è l’unica soluzione per assicurare una migrazione regolamentata alle frontiere e per ridurre considerevolmente il bisogno di soccorsi in mare”.

@PiccininDaniele

L’economia italiana si inchina al Qatar: “Ci ha dato tanto”

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Qatar

La borsa del Qatar che scende a picco. Il traffico aereo in tilt con la Qatar Airways che cerca possibili rimedi per trovare nuove rotte e continuare a raggiungere i Paesi del nord America e dell’Europa. La Turchia desiderosa di fare da ambasciatore di pace. E la finanza italiana che trema per i numerosi investimenti che Doha stanzia nel Belpaese. Questo è lo scenario a soli 2 giorni dall’isolamento del Qatar da parte dell’Arabia Saudita e dell’Egitto. Quello che viene imputato all’emiro della penisola del Golfo Persico sono i rapporti economici e finanziamenti che avrebbero avuto con il Califfato. Le accuse non finiscono qui: perché il Qatar sembrerebbe anche fomentare la rivolta anti saudita nello Yemen.

Una situazione al limite tanto che, secondo quanto dichiarato dalle autorità saudite e dei paesi alleati, i diplomatici del Qatar hanno 48 ore di tempo per lasciare le Ambasciate, mentre sono state chiuse tutte le frontiere e i collegamenti aerei con i paesi arabi capeggiati dall’Arabia Saudita.

Qualcosa sembrava avesse già intuito Donald Trump. La conferma arriva da un suo tweet: “Durante il mio recente viaggio in Medio Oriente, ho sostenuto che non si può più finanziare l’ideologia dell’estremismo. I leader hanno indicato il Qatar, e guardate!”.
L’emiro della penisola del Golfo Persico è stato messo alla gogna per il presunto sostegno finanziario dato ai terroristi sia dell’Isis che di al Quaeda, oltre ai Fratelli Musulmani. Questo però non sembra aver sorpreso il presidente Usa, lo stesso che non ha permesso scambi economici tra i due Paesi.
Un terremoto che sembra aver stupito proprio tutti in Italia. Lo Stivale è però tra i primi Paesi con maggior numero di investimenti da parte del Qatar. Hotel di lusso a Venezia, Milano, Roma, Costa Smeralda e Firenze, la compagnia aerea Meridiana, banche, marchi di moda. Insomma, il Qatar sembrerebbe essere per noi grande fonte di ricchezza.  Tuttavia, nonostante sembri strano aver permesso all’economia di avanzare con investimenti di dubbia provenienza, si sa che “a caval donato non si guarda in bocca”.

 Le tante reazioni in Italia

“E’ un tema di grande delicatezza e riguarda le decisioni del Governo”, ha detto il presidente di Enac, Vito Riggio, rispondendo a quanti chiedono se la rottura dei rapporti diplomatici con il Qatar da parte di Emirati Arabi, Arabia Saudita, Egitto, Bahrain, Yemen e Maldive possa complicare il closing tra Meridiana e Qatar Airways. “Finora niente è cambiato nelle relazioni tra Ue e Qatar. Le riflessioni a livello politico saranno rapide. Le accuse sono molto gravi, se trovassero fondamento ci sarebbero conseguenze serie. Ma le decisioni non competono a noi”, ha concluso.

Il Governatore della Sardegna, Francesco Pigliaru, spera invece che gli investimenti da parte del Qatar proseguano. Stessa posizione per la maison di moda Valentino, che negli anni ha ricevuto diversi finanziamenti dallo Stato emiro. “Il Qatar a noi ha dato tanto, ha avuto totale rispetto del management e dei creativi e ci ha supportato finanziariamente, lasciandoci fare nostro lavoro”, ha dichiarato Stefani Sassi, l’amministratore delegato della lussuosa casa di moda.

 

Arrivederci…

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da

Dopo un anno intenso e emozionante, la mia avventura come direttore di Ofcs.Report si conclude. E’ stato bello veder nascere e crescere una realtà che ha raggiunto traguardi importanti.

A tutti i colleghi che in questi dodici mesi hanno collaborato alla realizzazione del magazine va tutta la mia riconoscenza, stima e affetto. Certa che riuscirete a proseguire nel cammino intrapreso con un’altra guida, vi sono grata del  vostro impegno. Il prossimo direttore sarà in grado di condurvi verso nuovi successi.

Un grazie immenso anche all’amministrazione e alla proprietà. Sono stati mesi difficili, ma ricchi di soddisfazioni. Lavorare a stretto contatto mi ha dato la possibilità di conoscere persone straordinarie, da ogni punto di vista.

Per quanto mi riguarda, ho imparato tanto da ognuno di voi! E per questo vi ringrazio. Porterò con me la vostra bellezza.

Lascio perché ho accettato altre sfide. Andrò a fare altro, in altri luoghi. Mi attendono nuovi progetti e nuove avventure. Il viaggio con voi, però, non lo dimenticherò.

Grazie a Veronica, Eleonora, Enrico, Andrea, Daniele, Rosaria, Simone, Simona, Daniele, Veronica, Mary, Alex, Chiara, Eleonora, Giuseppe, Greta, Marianna.

Grazie anche a tutti i lettori e a tutti gli amici che hanno creduto nel progetto e mi hanno supportata.

Migranti, Da angeli a taxi: la parabola sui media delle Ong

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Chi promuove una delegittimazione dei soggetti Search and Rescue (Sar), ovvero tutti gli attori coinvolti nelle operazioni di recupero e salvataggio dei migranti, promuove le politiche dei respingimenti. Crede che le politiche di accoglienza in Italia subiscano non solo una battuta di arresto, ma che possano anche intraprendere un percorso opposto, la militarizzazione del Mediterraneo e la chiusura delle frontiere. È questa la tesi contenuta nel rapporto “Navigare a vista – Il racconto delle operazioni di ricerca e soccorso di migranti nel Mediterraneo centrale”, presentato lo scorso 29 maggio presso l’Associazione Stampa Estera da Osservatorio di Pavia, Associazione Carta di Roma e Cospe.

Viaggi della speranza, emergenza profughi, rifugiati politici, “Mediterraneo tomba dei migranti”. Terminologie e immagini che quotidianamente troviamo nelle pagine dei giornali e nei servizi televisivi che raccontano un dramma che va avanti da anni, ovvero le traversate di migranti dal sud del mondo verso l’Europa in cerca di migliore fortuna. Le operazioni di ricerca e soccorso occupano il 13% delle notizie sull’immigrazione nei principali quotidiani italiani e nel 18% dei servizi sull’immigrazione dei tg in prima serata, legati soprattutto al racconto di naufragi (39%) e ad azioni di salvataggio (22%). Il Rapporto analizza 400 tweet sulle operazioni Sar postati dagli account ufficiali delle Ong più attive, di Eunavfor Med, della Marina militare e della Guardia Costiera italiana.  Dal confronto emergono significative differenze nel racconto delle operazioni di salvataggio da parte degli stessi attori coinvolti: se quello delle Ong è un racconto costante nel tempo e spesso emotivo, che si sofferma sulle persone soccorse, quello di Eunavfor Med e della Marina è un racconto più tecnico, focalizzato sulla gestione delle azioni di intervento. Nel mezzo si pone la Guardia costiera, che alterna entrambe le tipologie di comunicazione.

Diverso anche il linguaggio usato: gli attori civili parlano più spesso di “persone” salvate (nel 42% dei loro tweet), quelli militari di “migranti” (nel 77% dei loro tweet). Il racconto delle Ong è empatico nel 53% dei casi, mentre lo è solo nel 6% dei tweet delle organizzazioni militari. Ed è solo nel racconto delle organizzazioni non governative che troviamo riferimenti anche a ciò che accade prima e dopo il soccorso. “Nel caso dei soccorsi viene data voce ai protagonisti, esperti, operatori Sar o migranti che siano, nel 67% dei casi”, afferma Paola Barretta, ricercatrice senior dell’Osservatorio di Pavia.

Con l’avvio di Mare Nostrum nell’ottobre 2013, in risposta ai tragici naufragi avvenuti il 3 e l’11 dello stesso mese, le operazioni di ricerca e soccorso diventano centrali nel racconto dell’immigrazione: dagli arrivi sulle coste italiane agli incidenti, fino alla cronaca degli interventi stessi. “Una narrazione che fino al 2016, se confrontata alla rappresentazione di migrazioni e migranti nel loro complesso, rappresenta una buona pratica”, si legge nel Rapporto. Nonostante il tema dell’immigrazione crei divisioni, quello delle Sar è un racconto positivo che mette al centro i protagonisti del soccorso e le loro azioni. Organizzazioni e esperti hanno voce in oltre la metà dei servizi, vengono presentati come “angeli del mare”, e le operazioni vengono raccontate evidenziando tutti gli aspetti legati alla solidarietà e all’accoglienza. Se nel totale dei servizi prime time sull’immigrazione, migranti, rifugiati e immigrati stabilmente residenti in Italia hanno voce solo nel 3% dei casi, la percentuale sale al 14% quando si tratta di notizie relative alle Sar.

Questo, almeno, fino ai primi mesi del 2017. Poi tutto cambia. Ad invertire la rotta e soprattutto l’immagine dei soccorritori, trasformati da “angeli” a “taxi”, sono certamente le ombre gettate dalle parole del procuratore di Catania, Carmelo Zuccaro, sull’operato delle Ong. “La narrazione delle operazioni Sar porta con sé diversi rischi tra cui la legittimazione di politiche migratorie più restrittive e la criminalizzazione della solidarietà”, attacca Valeria Brigida, giornalista freelance tra gli autori del rapporto. Non solo: i media, si legge nel Rapporto, “talvolta confondono e sovrappongono i ruoli di organizzazioni militari e Ong, mentre la diversità della loro natura e delle loro missioni è emersa anche, come osservato, nelle modalità di comunicazione da esse adottate”.

Per Anna Meli, esponente Cospe, “interrogarsi su cosa davvero succeda a livello di politiche globali è un dovere, ma come giornalisti è importante domandarsi perché stia accadendo un certo fenomeno e dove un certo tipo d’informazione istituzionale ci vuol portare a ragionare”. Parole condivise da Pietro Suber, vicepresidente dell’Associazione Carta di Roma: “Bloccare i migranti diventa la risposta più facile della politica agli umori della piazza. In questo contesto la ricerca che presentiamo oggi assume un particolare interesse per comprendere come si sta trasformando uno dei temi principali del nostro dibattito mediatico”. Le ombre alimentate dal sospetto per l’attività di alcune Ong sono difficili da scardinare e, come sostiene, François Dumont, direttore della comunicazione di Medici Senza Frontiere, “C’è la richiesta all’Europa di mettere in atto delle politiche concordate di Sar ma soprattutto di creare dei corridoi sicuri per arrivare in Europa”.

@PiccininDaniele

Unicef, rapporto migranti minorenni: triplicato il numero dei “bimbi sperduti”

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Dai 1.754 del 2012 ai 6.508 di fine novembre 2016. È il numero dei minori non accompagnati, definiti “sperduti”, che hanno appoggiato i loro giovani piedi sul suolo italiano per poi svanire nel nulla. Dietro queste cifre un trend in costante ascesa che vede i bambini sbarcare da soli sulle coste della Penisola e dileguarsi tre volte in più rispetto a quattro anni fa.

Le cifre del rapporto

Sono le cifre del rapporto presentato il 30 maggio nell’aula dei gruppi parlamentari della Camera nell’ambito del convegno “Per ogni bambino sperduto” organizzato in collaborazione con la Commissione parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza da Unicef e Cnr-Irpps.

Il rapporto dal quale vengono presentati questi dati prende, non a caso, il nome di “Sperduti”. Ma da dove vengono questi minori? Il ranking vede ancora una volta primeggiare il continente africano con il 79% di sperduti egiziani, seguiti dagli eritrei e dai somali.

La progressione del fenomeno rende l’idea della difficoltà di organizzare gli arrivi e, soprattutto, le permanenze nel nostro Paese. Va da sé che se i bambini che escono dai radar delle nostre prefetture e dall’universo dei centri di accoglienza o di identificazione aumentano, i numeri dei bambini che arrivano soli in Italia è in crescita.

L’Unicef, in collaborazione con il Consiglio nazionale della Ricerca, ha tracciato una radiografia, sulla composizione etnica, il genere e l’età dei bambini sbarcati. E, in ultimo, quanti di loro fanno richiesta di asilo presso il Belpaese.

Al mese di ottobre del 2016 i minorenni stranieri non accompagnati che hanno presentato una domanda d’asilo sono stati 4.168. Di questi ben oltre il 90% sono maschi e con una fascia di età compresa fra i 16 e i 17 anni. Un dato aggiornato al 2015 invece rivela che la provenienza si distribuisce su 5 principali nazioni di provenienza: Gambia, Nigeria, Mali, Senegal e Bangladesh.

Tuttavia esiste un esercito molto più vasto di bambini che non fanno alcuna richiesta presso i tribunali italiani. Al 30 novembre del 2016 i minorenni stranieri non accompagnati e non richiedenti asilo che risultavano presenti nelle strutture di accoglienza erano 17.245. Si tratta del 72,6% dei minorenni stranieri non accompagnati identificati sul territorio italiano.

Considerando le quasi 6mila unità del 2012 e le oltre 16mila (dato parziale) del 2016, si tratta di un fenomeno ampiamente in crescita, che vede i suoi numeri gonfiatisi quasi del triplo. I minori che popolano questa statistica rientrerebbero sempre, per oltre il 50%, nel range dei 16-17 anni.

Una popolazione, quella dei minori soli in un paese (e spesso anche un continente) straniero, particolarmente vulnerabile alla presa e al carisma oscuro della criminalità.

Nel rapporto congiunto Unicef-Cnr un’ultima rilevazione rende chiaro come questi minori si rendano poi protagonisti di reati. Questi ultimi sono stati classificati dal rapporto e nell’ultimo anno di rilevazione si può notare come, rispetto al triennio precedente al 2015, siano aumentati i reati che vedono i minori fautori di azioni contro la persona e sempre meno contro lo Stato.

 

 

 

Israele, detenuti palestinesi interrompono sciopero fame: vittoria di Barghouti

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Israele

Lo sciopero della fame indetto lo scorso 15 aprile da 1500 detenuti palestinesi in Israele è finito. A darne notizia, dopo 41 giorni, le autorità di Tel Aviv. La protesta è terminata nella notte tra venerdì e sabato, in concomitanza con l’inizio del Ramadan. L’accordo fra scioperanti, guardie carcerarie e Croce Rossa è stato raggiunto e prevede ”benefici di carattere umanitario” per i detenuti politici in territorio israeliano. L’intesa è stata confermata da due dirigenti dell’Autorità nazionale palestinese (Anp), Issa Karake e Qadura Fares, responsabili per il sostegno ai prigionieri. Secondo quanto si è appreso, dopo venti ore di negoziati nel carcere di Ashkelon tra l’anima della protesta e leader del partito laico di Fatah, Marwan Bargouti e l’Israel Prison Service (Ips), i detenuti hanno ottenuto l’aumento delle visite dei familiari, l’installazione di telefoni pubblici nelle prigioni e la possibilità di poter accedere dagli apparecchi televisivi installati nelle celle a un maggior numero di canali, per riuscire a tenersi informati su quanto accade fuori dai penitenziari.

Il governo israeliano e nello specifico il ministro per la Sicurezza interna, Ghilad Erdan, si è sempre opposto a qualsiasi trattativa con Barghouti e gli altri detenuti in sciopero della fame. I servizi di sicurezza dello Stato ebraico, invece, ormai da giorni spingevano per l’apertura di un negoziato nelle carceri. Il progressivo peggioramento delle condizioni di salute di molti prigionieri, infatti, aveva fatto salire la tensione dei Territori, mobilitato migliaia di palestinesi e creato le condizioni per una protesta di massa contro l’occupazione militare israeliana. I detenuti ricoverati in ospedale, dopo essersi alimentati solo con acqua e sale per più di un mese, sono stati diciotto.

Il quotidiano israeliano “Haaretz” scriveva, nella giornata di venerdì, che la questione dei prigionieri in sciopero della fame sarebbe stata al centro di un colloquio avuto dal presidente dell’Anp, Mahmoud Abbas con il rappresentante speciale per i negoziati internazionali del presidente Donald Trump, Jason Greenblatt. Durante l’incontro si sarebbe discusso di un intervento statunitense sul governo israeliano per l’accoglimento delle richieste dei detenuti. Ma da parte palestinese non è giunta ancora nessuna conferma.

Quel che è certo, è che l’esito dello sciopero della fame è da considerarsi anche una vittoria personale di Barghouti, la cui popolarità nei Territori è in costante aumento. E’ probabile, inoltre, che la conclusione della protesta possa avere anche un impatto sui rapporti di potere ai vertici di Fatah, dove già si discute del dopo-Abbas. Barghouti è potenzialmente uno dei nomi più forti del momento tra i candidati che potrebbero concorrere per la presidenza del partito di Ramallah. Tuttavia, di fatto, il leader palestinese si trova in carcere dal 2001 e sconta 5 ergastoli. Ed è difficile immaginare che Israele possa decidere per la sua liberazione, date le dichiarazioni nettamente contrarie espresse in merito dal primo ministro, Benjamin Netanyahu e da altri leader politici nelle scorse settimane.

Abbas, dal canto suo, in questi giorni ha progressivamente incrementato la pressione sul governo del gruppo fondamentalista islamico di Hamas che governa la Striscia di Gaza. Le misure punitive si sono susseguite: interruzione del pagamento della tassa sul combustibile importato, taglio di un terzo dei salari di 45 mila impiegati statali a Gaza pagati dall’Anp e interruzione dei pagamenti per l’elettricità della Striscia proveniente da Israele. Secondo “Haaretz”, i funzionari di Tel Aviv “hanno ancora difficoltà a spiegare il cambiamento di approccio da parte di Abbas, visto che nell’ultimo decennio, fin da quando Hamas ha preso il potere nella Striscia, i leader palestinese non ha mai affrontato direttamente l’organizzazione”.

“Una possibile spiegazione – continua il quotidiano – è che il presidente dell’Autorità nazionale pensi che Hamas alla fine possa trovarsi di fronte a una rivolta interna (speranza condivisa pure da alcuni israeliani). L’idea è che i gazawi scenderanno in piazza – così come gli egiziani hanno riempito piazza Tahrir al Cairo sei anni fa – per deporre il governo fondamentalista islamico al comando nella Striscia dal 2006″. Tuttavia, a oggi, non è stato recepito alcun segnale in questa direzione. Le proteste dedicate in particolar modo al razionamento della fornitura di energia elettrica a Gaza si ripetono ciclicamente, ma Hamas è sempre stata in grado di reprimerle. Almeno finora.

Iran, Rouhani di nuovo presidente della Repubblica Islamica

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Gli iraniani hanno scelto di nuovo lui. Confermando la tradizione che vede i mandati presidenziali procedere a gruppi di due. Hassan Rouhani è, di nuovo, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Lo spoglio, ancora non del tutto completato, ha dato ragione al candidato riformista. Con un’affluenza del 70% degli elettori giunti alle urne, un dato di 6 punti percentuali più basso rispetto alla pima elezione di Rouhani, il programma di apertura all’Occidente inaugurato dal presidente ha battuto l’ala radicale.

I dati sul voto

Guardando i dati diffusi dal Ministero, il risultato appare chiaro: Rouhani si è attestato al 56,3%, guadagnando una forbice di 4 milioni di voti su Raisi, fermatosi al 38,9%. E, come nelle elezioni del primo mandato del capo dei riformisti, il voto di Teheran è stato decisivo per la vittoria finale. I flussi di voto appaiono illuminanti in questo senso: professionisti, giovani e donne sembrerebbero aver scelto il cammino di apertura nei confronti del mondo al di là dei confini. E la topografia elettorale di Teheran conferma questo dato.

Divisa da una linea che separa i liberali dai quartieri più poveri, la capitale iraniana è stata la spia dell’andamento del voto, che ha visto prevalere la fiducia dei professionisti del nord della città sulla rabbia delle zone meridionali della metropoli. Sono le città, infatti, ad aver scelto per il Rouhani-bis. Nella notte gli exit poll davano Raisi in testa su 5 province, quelle rurali, mentre il pragmatico-riformista guidava la contesa elettorale in 13 distretti della nazione sciita.

Una percentuale dei votanti così alta era un altro dei segnali attesi da Rouhani, in quanto la grande partecipazione al voto sarebbe stata vincente per i liberali, storicamente più impegnati a scegliere che a delegare le funzioni di comando del Paese.

Non a casa il neo-presidente aveva commentato nel pomeriggio: “La partecipazione entusiasta degli iraniani rafforza la potenza e la sicurezza nazionale”. E la partecipazione è una molla su cui Rouhani aveva fatto leva per ottenere il suo secondo mandato.

Nel pomeriggio, fra i votanti, c’era stata passerella anche per la Guida Suprema del paese, l’Ayatollah Khamenei. Il capo spirituale dell’Iran aveva invitato gli oltre 50 milioni di aventi diritto a votare “in modo massiccio e il prima possibile”.

 

 

 

 

Corea del Sud, il neo presidente stretto tra Usa e Cina cerca dialogo con Kim

in Relazioni Internazionali da

Si dice che l’ultimo missile balistico lanciato da Pyongyang, caduto poi nel mare del Giappone, sia stato un modo per testare la reazione del “nuovo nemico del Sud”. Il neo presidente della Corea del Sud, Moon Jae-in, non ha naturalmente perso tempo nel condannare l’azione che “viola le risoluzioni dell’Onu”. Ma l’atteggiamento del leader liberale non cambia: dialogo e un piano distensivo nelle relazioni con la Corea del Nord, rimangono gli assi della politica estera del presidente appena eletto. A questi si aggiungono qualche possibile frizione con gli Stati Uniti e un miglioramento nei rapporti con la Cina.

Chi è Moon Jae-in, nuovo inquilino della Casa Blu, l’edificio che ospita gli uffici della presidenza a Seul dal 1991.

Liberista di fede cattolica, si è aggiudicato il 41,1% dei consensi dei cittadini sud-coreani andati in massa alle urne (77%): un record che non si registrava da 20 anni. Il leader del partito democratico succede alla discussa prima presidente donna del Paese, Park Geun-hye, finita agli arresti lo scorso marzo in seguito all’ennesimo scandalo di corruzione, che ha visto coinvolto il vertice istituzionale di Seul, sancito dal voto in maggioranza del parlamento a favore del suo impeachment.

L’ha promesso in campagna elettorale come primo atto da presidente: la riapertura e l’espansione del complesso industriale di Kaesong. L’impianto era stato chiuso nel febbraio del 2016 dall’ex presidente Park Geun-hye, come risposta ai vari test missilistici e nucleari compiuti dal regime. Il distretto si trova all’interno dei confini nord-coreani, dove dal 2004 hanno sede 124 imprese sud-coreane e lavorano 54.000 cittadini del Nord. Un modello di cooperazione, voluto e finanziato in parte da Seul, per incentivare le relazioni economiche tra i due paesi e creare un importante sito industriale all’interno della penisola, sottraendosi così alla calamita della Cina. Si stima che gli introiti complessivi per Pyongyang ammontino a circa 100 milioni di dollari. Molti dei quali però non andrebbero a finire nelle tasche dei lavoratori bensì, questa l’accusa che arriva da Seul, nel finanziare lo sviluppo delle armi nucleari di Kim Jong-un.

Sunshine policy 2.0

La cosiddetta “sunshine policy”, espressione tornata di moda con l’elezione dell’avvocato per i diritti umani (figlio di rifugiati nord-coreani), è stata la linea politica voluta dai suoi predecessori riformisti per la riconciliazione con la Corea del Nord, attraverso soprattutto legami finanziari e commerciali (Kaesong n’è l’emblema). Moon Jae-in è stato capo di gabinetto dell’ex presidente democratico, Roh Moo-hyun, proprio negli anni dove la sunshine policy era un’espressione all’ordine del giorno.

I rapporti con Cina e Stati Uniti rimangono i nodi cruciali da sciogliere durante il suo mandato

Il neo eletto presidente ha già fatto sapere di essere “sulla stessa lunghezza d’onda del presidente Trump”, definendolo “più ragionevole di quanto sembri”. Ma in realtà la questione primaria rimane la definizione economica e strategica dello scudo missilistico Thaad, anti-missile Terminal High-Altitude Area Defense system, realizzato dagli Stati Uniti e installato nel sud-est della Corea del Sud, come barriera contro possibili attacchi missilistici del vicino Kim Jong-un. Un’opera che non è piaciuta alla Cina, considerata una minaccia per la sua sicurezza nazionale, per via dei potenti radar a lungo raggio che permetterebbero agli americani di spiare i principali asset militari cinesi nella zona.

In un primo momento i costi del Thaad sembravano dovessero essere a carico degli Stati Uniti, ma lo stesso Trump ha dichiarato che la spesa per la realizzazione del sistema missilistico sarebbe stata a carico della Corea del Sud (1 miliardo di dollari). Il presidente americano ha anche aspramente criticato l’accordo di libero scambio con Seul, definito “orribile” dal tycoon e a sfavore degli Usa, che era stato raggiunto a fatica dalla precedente presidenza Obama.

Dal rapporto con l’alleato storico oltreoceano dipenderanno anche le relazioni con il gigante cinese. Moon Jae-in ha già fatto sapere di voler trattare sullo scudo missilistico anche con il governo di Pechino, che rappresenta per Seul il primo partner commerciale ma anche l’interlocutore strategico nel tentativo di riconciliazione con la Corea del Nord. Per la Cina, che in questi giorni mette in vetrina nella sua capitale la nuova “Via della Seta”, un maxi piano di investimenti miliardari per ripercorre le tratte del passato, la risoluzione della crisi coreana passa attraverso solo una strategia politico-diplomatica e non militare. Ma il missile di medio raggio, lanciato domenica mattina dalla base di Kusong, che secondo i giapponesi sarebbe potuto arrivare a colpire l’isola di Guam (territorio americano), sembra essere l’ennesima provocazione del dittatore di Pyongyang agli occhi del mondo.

@GargaDani

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