La Percezione Della Sicurezza

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#SognandoLaCalifornia

#SognandoLaCalifornia. Studiare a Londra: tra multiculturalità e formazione

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Secondo una ricerca dell’Osservatorio Nazionale sull’internazionalizzazione delle scuole e la mobilità studentesca, la meta più ambita dagli studenti italiani che vorrebbero effettuare da un trimestre a un anno all’estero, sono gli Stati Uniti, seguiti da Regno Unito e Australia.

Guido ha trascorso quattro mesi a Londra e ci ha raccontato la sua esperienza.

Cosa ti ha spinto ad andare a studiare a Londra e perché hai scelto proprio questa destinazione?

“Ero in cerca della mia strada. Non sapevo, una volta terminato il liceo, a che facoltà iscrivermi e se studiare in Italia o all’estero. Poi mi hanno parlato della mobilità, così mi sono detto: ‘E se andassi all’estero per provare qualcosa di nuovo?’. Volevo provare a studiare materie diverse, come Business. Era una sfida. E poi volevo migliorare il mio inglese. Così ho scelto di studiare quattro mesi a Londra e sono partito”.

Cosa hai pensato la prima volta che sei entrato in classe? Com’erano i tuoi compagni inglesi?

“E adesso cosa dico a questi ragazzi per fare amicizia? Come scherzano fra di loro? Cosa li fa ridere? Invece è andato tutto benissimo. Inglesi, non saprei…La metà della classe era cinese, poi c’erano francesi, portoghesi…insomma ero uno fra i tanti”.

Com’è stata l’esperienza di vivere da solo? Che tipo di sistemazione hai scelto?

“Sono stato in una residenza affiliata al College. Praticamente dei monolocali per studenti. Quando dovevo tornare ho cominciato a pensare ‘Oddio, devo tornare a vivere con i miei!’. Anche se mi mancavano, vivere da solo è un’esperienza davvero fondamentale per crescere”.

Parliamo di scuola. Come è stata l’esperienza scolastica e quali sono le differenze tra il sistema scolastico italiano e quello britannico?

“E’ un altro mondo. Di positivo non hai la tensione che hai qui in Italia. Non vieni testato in continuazione. Ci sono i test di preparazione all’esame finale, ma sono in una data specifica, una volta al mese. Qui tra verifiche e interrogazioni la tensione è costante”.

Cosa ti ha dato la scuola italiana che ti ha permesso di affrontare quest’esperienza di studio?

“La scuola italiana è più tosta anche dal punto di vista dei contenuti. Lì facevo cinque materie, ma la maggior parte delle persone ne fa solo quattro. Anche la formazione è diversa. Una volta abbiamo fatto un progetto per una campagna pubblicitaria. Alla fine dovevamo presentarlo. Per me è stato semplice, perché io sono abituato a parlare con le interrogazioni orali, mentre gli altri non erano in grado fare un’esposizione chiara. Il mio gruppo ha preso il voto più alto”.

Cosa dovrebbe importare la scuola italiana da quella britannica?

“Porterei meno tensione, ma senza eliminare del tutto l’orale. Qui anche i professori sono ossessionati dalle interrogazioni”.

Come hai vissuto le differenze culturali con i tuoi compagni all’estero?

“Londra è la città più multiculturale che abbia mai visto. Non ho subito, quindi, discriminazioni. E’ stato molto interessante lo scambio con altre culture”.

C’è qualche aneddoto in proposito che ci puoi raccontare?

“Ho insegnato a usare forchetta e coltello a un cinese”.

Come ti ha cambiato questa esperienza?

“Sono maturato. E’ un’esperienza che ti arricchisce. Ti senti più sicuro di te e diventa più facile interagire in generale. Questo è un momento della vita in cui si fa un salto di crescita e, inserire a questo punto un’esperienza del genere, ti fa arrivare ancora più lontano”.

 

@SimonaRivelli

#SognandoLaCalifornia. Macron e la favola di Shrek

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Macron

Sono nata nel 1968. Gli anni settanta sono quelli in cui sono cresciuta. In un clima di post-femminismo, in cui tutto sembrava possibile, coltivavamo interessi e intelligenza con la (falsa) percezione di poter esser quello che volevamo. Poi sono arrivati gli anni ottanta. Le modelle, da stampelle viventi si sono trasformate in dee: Naomi Campbell, Linda Evangelista, Claudia Schiffer. Le trasgressioni sessuali di Madonna, che dovevano condurci alla libertà, ci si sono rivoltate contro: tutto si è sessualizzato. Il modello femminile proposto dalla trasmissione televisiva Drive-in, bella svestita e cretina, è diventato “Il Modello”.

Gli anni novanta e il secondo millennio

Un bel visino non basta più: ci vogliono prima labbra a canotto e tette giganti. Le cronache sono piene di donne, belle ragazze che non hanno esitato ad utilizzare il proprio corpo per fare carriera in politica, televisione e ovunque ci fosse la possibilità di acquisire qualche privilegio. Negli ultimi anni la chirurgia estetica ha proposto i sederi finti di Niki Minaj e Kim Kardashian e tanti, troppi zigomi ritoccati. Parallelamente a questo percorso, dalla depilazione alle gambe e ai baffetti, siamo passate a quella delle ascelle, delle sopracciglia, per approdare alle braccia. Un bombardamento continuo di messaggi che, per riuscire (si tratti di carriera o di matrimoni), bisogna essere non solo belle, ma perfette.

E poi è arrivato lui

Candidato alla Presidenza francese, giovane, belloccio, il quasi quarantenne Emmanuel Macron avrebbe tutte le carte in regola per accompagnarsi a una Melania Trump versione più giovane, cedere al fascino della modella, come del resto aveva fatto il precedente occupante dell’Eliseo, Nicolas Sarkozy. Lui, invece, ha attirato l’attenzione della stampa non per aver sposato la più bella del reame, ma per avere al suo fianco una moglie di 24 anni più grande di lui, una donna che lo ha esortato a non aspettare le elezioni 2022 per candidarsi perché, altrimenti, la sua faccia sarebbe stata impresentabile.

Di favola in favola

E, a proposito della più bella del reame, mi viene in mente una favola, Shrek, quando il protagonista bacia Fiona (non perché la signora Macron, che è una bella donna, me la ricordi) e lei si trasforma definitivamente in un’orchessa. Meravigliata, dice al marito che pensava che sarebbe diventata bellissima e lui le dice che è bellissima. E’ bellissima così com’è, “non più alta, non più magra” per citare un altro film (Il diario di Bridget Jones), ma così com’è. In questo caso, aggiungerei, “con le rughe”.

E se non avessimo capito nulla?

Ogni anno le donne investono un capitale sulla propria bellezza: creme, trucchi, cerette, smalto semipermanente, trattamenti per perdere peso… fino ad arrivare alla chirurgia estetica. E se tutto questo fosse inutile? Se potesse semplicemente essere sostituito dalla ricerca di un uomo capace di dire “così come sei”?

E se gli uomini capaci di dirlo non fossero poi così rari?

A pensarci bene, non è così inusuale che “il principe azzurro” non sposi “la più bella del reame”. Basti pensare a Carlo e Camilla (ma, così su due piedi, mi vengono in mente anche Pierce Brosnan e Hugh Jackman e le rispettive consorti). E, a guardar bene, anche la favola di Shrek è stata scritta da un uomo, William Steig (anche il nutrito team di sceneggiatori era tutto declinato al maschile), con buona pace di chi non riesce a farsi una ragione del fatto che un uomo di successo possa desiderare di condividere la propria vita con una donna non per la sua “confezione esteriore” ma per ciò che è, e continua a spargere veleno in quantità tra vecchi e nuovi media.

@SimonaRivelli

#SognandoLaCalifornia. Il Canada e la scuola che vorrei: ecco i ragazzi italiani che studiano all’estero

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scuola

Sono sempre di più i ragazzi italiani che trascorrono un periodo di tempo all’estero, per frequentare un anno scolastico, o parte di esso, in Paesi diversi dal proprio. Il ministero della Pubblica Istruzione promuove l’esperienza e, certe volte, anche le scuole si attivano per promuovere programmi di mobilità. Fondazioni, come Intercultura, elargiscono borse di studio ad hoc in base a criteri di reddito e di merito. Spinti dalla necessità di imparare le lingue e, al tempo stesso, dal desiderio di confrontarsi con altre culture, sono stati circa 7.400 gli alunni delle superiori che, nell’anno scolastico 2015-2016 hanno accettato questa sfida, il 111% in più rispetto al 2009. Luca è uno di loro.

Cosa ti ha spinto ad andare un anno all’estero e perché hai scelto come meta il Canada?

“Per imparare l’inglese. Ero già stato tre volte in Cina e ciò ha accresciuto in me il desiderio di conoscere altri Paesi, di fare un’esperienza culturale diversa”.

Cosa hai pensato appena arrivato lì, solo in un Paese nuovo?

“Sono nato in Germania. Andare in Canada, mi ha riportato alla mia infanzia. In Canada, così come in Germania, le persone sono molto più rilassate e tutto è più ordinato”.

Che tipo si sistemazione avevi e come ti sei trovato?

“Sono stato in famiglia. La prima era filippina, ma era evidente che mi ospitava solo per soldi. Ho cambiato e sono andato con una famiglia di giovani canadesi che erano simpatici e mi sono trovato benissimo”.

Parliamo di scuola. Come è stata l’esperienza e quali sono le differenze tra il sistema scolastico italiano e quello canadese?

“Ho avuto l’opportunità di frequentare corsi diversi tra cui Social Studies, Macroeconomia AP (livello avanzato) e Calculus APAll’interno della scuola si scelgono le materie da seguire che, di solito, sono quattro per semestre (o quattro al giorno alternate in “Day 1” e “Day2″ come nel mio caso). La scuola Canadese è più pratica che teorica, ma soprattutto, più che una preoccupazione sulla quantità o sulla qualità del sapere, ci si concentra sulle relazioni umane. Si investe sull’ambiente scolastico e sulle relazioni”.

Cosa ti ha dato la scuola italiana che ti ha permesso di affrontare quest’esperienza di studio?

“Il merito della scuola italiana è di coltivare il pensiero critico divergente. Quello che ho notato in Canada è che non hanno un pensiero fondato su ragioni dimostrabili. Non sono capaci di argomentare le loro ragioni”.

Cosa dovrebbe importare la scuola italiana da quella canadese?

“Dal Canada porterei un pò di allegria. Mi piacerebbe che il professore di matematica arrivasse in classe con la cioccolata calda per gli alunni, come accadeva lì”.

Cosa invece alla luce di questa esperienza dovrebbe cambiare?

“Qui i professori devono seguire il programma ministeriale e presentare il loro programma e poi devono rispettare i tempi che si sono dati. Lì i professori fanno il loro programma, senza l’obbligo di presentarlo e questo li rende più rilassati”.

Che idea ti sei fatto di quel Paese?

“I canadesi hanno un’idea del loro Paese come del più tollerante al mondo. Vogliono far vedere che sono capaci di integrare chiunque, ma la verità è che il modello scolastico (dove le aule sono divise per materie e non per classe. I ragazzi scelgono le materie da seguire e si spostano in base all’orario delle lezioni) agevola la formazione di piccoli gruppi. La divisione per corsi non aiuta le relazioni. Mi ha molto colpito quest’ossessione dei canadesi per la tolleranza e il rispetto che, però, sono in realtà privi di un retaggio culturale. In pratica non è veramente sentito ma, tutto sommato, meglio così che nulla. Un pò di tolleranza in più non guasterebbe qui”.

Come hai vissuto le differenze culturali con i tuoi compagni all’estero? C’è qualche aneddoto in proposito che ci puoi raccontare?

“Loro pensano che gli italiani gesticolino, per cui tutti enfatizzavano i gesti parlando con me”.

So che al ritorno bisogna rimettersi in pari con il programma italiano. E’ faticoso?

“E’ stato faticosissimo. Quando torni devi rimetterti in pari ma, mentre tu ti rimetti in pari, loro vanno avanti e quindi devi rimetterti in pari di nuovo e così via. In pratica non si finisce mai”.

Nonostante il duro impegno lo rifaresti?

“Lo rifarei sicuramente, ma con il senno di poi consiglierei di stare all’estero solo 4 mesi”.

Come ti ha cambiato quest’esperienza? Il fatto di vivere da solo, di essere in un altro Paese.

“Per motivi di studio, io vivo fuori casa, sono abituato a stare da solo, per cui su di me l’esperienza di un anno all’estero non ha avuto un impatto da questo punto di vista. Però mi ha cambiato molto dentro e nelle relazioni con gli altri. Sono molto più open-minded, molto più aperto in generale. Non discuto più su tutto e sono diventato molto più tollerante. In Italia, invece, si litiga sempre, anche per le piccole cose”.

 

@SimonaRivelli

 

#SognandoLaCalifornia. E se tuo figlio stesse chiedendo aiuto?

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adolescenti

Secondo uno studio condotto dall’Osservatorio nazionale adoloscenza, nel 2016, su 7.000 ragazzi equodistribuiti geograficamente e per genere, il 20% degli adolescenti italiani si infligge volutamente del male episodicamente, mentre l’11,5% in maniera continuativa. Perché lo fanno? Per rabbia o un dolore interno (59%), per scaricare tensioni interne o per calmarsi (32%), per punirsi (5%), per ricercare delle sensazioni o dimostrare forza (4%).

Come accorgersene? Secondo Maura Manca, psicoterapeuta, presidente dell’Osservatorio nazionale adolescenza e autrice del libro L’autolesionismo nell’era digitale, ci sono dei segnali a cui prestare attenzione. Intendiamoci, accettare che il proprio figlio soffra non è facile, ma nessuno ha mai detto che essere genitori lo sia. E, se c’è una cosa di cui invece questi bambini o ragazzi hanno bisogno è proprio di essere visti.

Gli adolescenti utilizzano prevalentemente braccia e gambe (ma non solo) per farsi del male, con oggetti appuntiti o taglienti o procurandosi delle bruciature, mentre un comportamento frequente nei maschi è dare i pugni alle pareti (arrivando persino a fratturarsi) o testate. Naturalmente ciò comporta la fuoriuscita di sangue, per cui bisogna prestare attenzione a fazzoletti sporchi (a volte le ragazze usano gli assorbenti per destare meno sospetti, ma il ciclo non è eterno) e a lenzuola macchiate.

Le parti esposte verranno coperte, per esempio con magliette a maniche lunghe fuori stagione o con la presenza di numerosi braccialetti nel caso delle ragazze.

I repentini cambiamenti di umore possono costituire un campanello d’allarme. Quando il passaggio tra rabbia e tranquillità è molto veloce, può diventare sospetto, così come può essere sospetto l’eccessivo tempo passato in bagno, specie dopo litigate o l’esposizione ad altre fonti di stress.

I ragazzi non vogliono essere scoperti, perché hanno paura di essere considerati pazzi, per cui si arrabbieranno se si entra di sorpresa in bagno o magari in camera mentre si stanno cambiando.

Quali sono i segnali

La storia di Rebecca che ha tredici anni ed è bella come un angelo. I suoi genitori sono separati. Il padre ha sempre una buona scusa per non passare a prenderla nei weekend in cui è affidata a lui o per non pagare i suoi alimenti. La madre ha un nuovo compagno ed è tutta presa da lui. Lei è stata bocciata a scuola, sta per essere bocciata di nuovo e grida il suo disagio tagliandosi le braccia. Nessuno se ne accorge.

Se hai letto fin qui, probabilmente ti starai chiedendo in che modo questa cosa ti riguardi. E, invece, ti riguarda, o meglio, potrebbe riguardare anche te. La tua Rebecca potrebbe essere di là, chiusa nella sua cameretta, a tagliarsi. Essere tua figlia, tua nipote, l’amica dei tuoi figli. O potrebbe essere tuo figlio, tuo nipote o l’amico di tuo figlio. L’autolesionismo non fa distinzione di sesso.

Perché se c’è una cosa che accomuna tutti i bambini (sì, avete letto bene, bambini) e gli adolescenti che lo praticano, è che i genitori, gli insegnanti o gli educatori non se ne accorgono quasi mai. O fanno finta di niente.

Cosa fare se si scopre che il proprio figlio si fa del male?

Come già detto sopra, i ragazzi vogliono soprattutto essere capiti. Bisogna aprirsi ad un ascolto non giudicante e cercare di comprendere le ragioni che li hanno spinti a mettere in atto quel tipo comportamento. Se necessario, rivolgersi a qualcuno in grado di fornire un aiuto, ma mai delegando le proprie responsabilità. Perché i ragazzi hanno bisogno dei genitori, di una figura adulta su cui fare riferimento, che li contenga, ma senza colpevolizzare o diventare invadenti.

E in tutto questo l’era digitale cosa c’entra? Internet, ormai, entra sempre in tutto, specie quando si tratta di ragazzi e bambini. Basta fare una ricerca con tag quali “cutting”, “cut”, “autolesionismo” et voilà si apre un mondo di tutorial, gruppi, condivisioni.  Il silenzio da cui questi ragazzi sono circondati si riempie del dolore di altri ragazzi, inascoltati anche loro. E il comportamento trova sostegno.

Cosa si può fare per prevenire? Secondo la dottoressa Manca bisogna lavorare sulla costruzione quotidiana della personalità e dell’autostima, rinforzarla. I genitori sono le persone più importanti per un bambino ed è importante che giorno per giorno li accompagnino e li aiutino a credere in se stessi. E che i bambini sappiano che loro ci sono sempre, pronti ad ascoltarli anche tra mille impegni, mille preoccupazioni e un telefonino che si accende in ogni momento come un albero di Natale. Per comprendere ma senza giudicare.

 

@SimonaRivelli

#SognandoLaCalifornia. Cambiare vita seguendo il proprio talento

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Vi sentite insoddisfatti? Il vostro lavoro è diventato un peso? Secondo Kene Iloenyosi, coach e fondatore di Talent Revolution, autore del libro DNA of Talent: A Blueprint for Discovering Your Talents and Putting Them to Work, la causa è da ricercarsi nel fatto che non applicate il talento di cui siete dotati alla vostra vita lavorativa.

Intendiamoci, qui non si sta parlando necessariamente di genialità, ma di abilità o predisposizioni naturali che ciascuno possiede.

In pratica, spiega l’autore, il talento è il sentiero di collegamenti neurali che si crea durante lo sviluppo. Citando il lavoro di Daniel Coyle’s (The talent Code), spiega che la ripetitività dei gesti fa sì che si attivino i processi di mielinizzazione intorno a un preciso circuito cerebrale, ovvero che si depositi la mielina, una sostanza lipidica che isola elettricamente il neurone, permettendo alle informazioni di viaggiare più velocemente. In pratica, l’origine del talento risiede in come si sviluppano i nostri circuiti e può riguardare qualsiasi campo: il modo di parlare, di pensare, di organizzare le informazioni, l’abilità nel lavoro manuale.

A volte queste capacità sono ben evidenti, altre volte bisogna andarle a scovare.

Come? Ripercorrendo la propria infanzia, la primissima soprattutto, perché la mielinizzazione riguarda i primi anni di vita, riallacciando il filo dei propri ricordi, andando in giro a intervistare nonni, parenti, genitori. Magari guardando i propri disegni, se sono stati conservati. Cosa ci piaceva fare? Come agivamo? Persino nel modo in cui separavamo le verdure dalle altre pietanze nel piatto può risiedere un talento organizzativo.

Quanto più il talento viene individuato precocemente e incentivato, tanto più si valorizzerà. Naturalmente non basta di per sé avere talento. Come tutte le cose importanti necessita di essere nutrito. Bisogna acquisire competenze, formarsi e, se non si è cresciuti lavorando sul proprio talento, il processo potrà risultare più faticoso, ma i risultati valgono lo sforzo.

Infatti, quando una persona lavora nella sua “zona di talento”, grazie alla velocità dei circuiti cerebrali che si sono formati, necessita di minor concentrazione in ciò che sta facendo, perché, proprio come quando guidiamo la macchina, le cose vanno in automatico, permettendo al cervello di sviluppare creatività e idee. Insomma, occorre meno sforzo per ottenere risultati migliori.

Ma, soprattutto, ci rende più felici.

E se non si è seguito il proprio talento, bisogna gettare all’aria la propria vita? Sicuramente no. Intanto, secondo l’autore, una volta diventati consapevoli delle proprie abilità, a volte basta cambiare il proprio modo di lavorare, per poter utilizzare il proprio talento all’interno del proprio ambito lavorativo. A volte può essere sufficiente chiedere un trasferimento a un altro servizio/reparto/ufficio.

Ci sono scelte, invece, che richiedono un cambiamento radicale della propria vita. In questo caso bisogna pianificare, studiare, progettare. Può essere utile trovare un coach o un mentore, che ci aiuti a focalizzare gli obiettivi e i mezzi necessari per raggiungerli. Qualcuno che ha intrapreso quella determinata strada prima di noi. E poi via…un salto nel vuoto, come quello compiuto dall’autore del libro, che trasformatosi da missionario a coach, è volato sulle ali del suo sogno americano, dalla Nigeria agli Stati Uniti, dove, dopo aver svolto varie attività imprenditoriali, ha finalmente capito come applicare il suo talento: aiutare gli altri a trovare il proprio, per costruirsi una carriera felice e gratificante. E, se lo dice lui…

 

@SimonaRivelli

 

                                                                                                              

#SognandoLaCalifornia. L’esperienza nella “scuolina” diventa documentario

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Esiste una scuola senza compiti, senza voti, senza banchi, senza materie, senza adulti che comandano? E, se esiste, mandarci i propri figli equivale a privarli di un futuro? Se lo sono chiesti Lucio Basadone e Anna Pollio, che hanno fatto la scelta di far seguire alla propria figlia Gaia un percorso scolastico alternativo. La risposta l’hanno cercata girando un film documentario, che li ha portati a confrontarsi con ricercatori, pedagogisti, ma anche con altre persone che hanno fatto una scelta simile alla loro. Figli della libertà nasce da un progetto di crowdfunding. L’obiettivo era raccogliere 45.000 euro. Ne sono arrivati 37,890 per un totale di 1635 donatori. Dal 7 marzo, il documentario è in giro per le sale. Sono proiezioni uniche, seguite da un dibattito.

Anna, girando il documentario avete trovato una risposta alla domanda iniziale? Si può avere un futuro effettuando un percorso educativo alternativo?
“Come si vede nel film, abbiamo incontrato persone adulte, che fanno lavori interessanti e di ogni genere, che hanno avuto una formazione simile a quella che stiamo offrendo a nostra figlia…di più non posso dire altrimenti svelerei il cuore del nostro lavoro”.

Tornando indietro, quindi, si può dire che rifareste la stessa scelta?
“Sì”.

Perché avete deciso di far fare questo percorso alternativo a vostra figlia?
“Quando siamo tornati dal viaggio di 6 mesi intrapreso per girare Unlearning (ndr il loro documentario precedente), Gaia cominciava la prima elementare. Nel girare il film avevamo incontrato famiglie che avevano stili di vita diversi dal nostro, bambini che frequentavano la scuola steineriana o che praticavano l’homeschooling. A noi era rimasta nella testa questa cosa di un’educazione alternativa, ma alla fine è stata Gaia a chiederci di vivere quel tipo di esperienza. Inizialmente abbiamo optato per l’educazione parentale, ma poi, siccome nostra figlia è figlia unica, abbiamo scelto l’educazione parentale condivisa, la “scuolina” come la chiamano i bambini, un luogo dove i nostri figli si vedono tutti i giorni, guidati da degli educatori, ma noi genitori ci vediamo abbastanza spesso per parlare e confrontarci con scelte educative e/o pratiche,  non deleghiamo la loro istruzione alla scuola.
Sapevamo dell’esistenza questa associazione a Genova. Non è nulla di inventato: l’insegnamento si basa sui metodi di grandi pedagogisti come Maria Montessori, Rudolph Steiner, Celestine Freinet”.

Nel documentario si vede che i bambini vengono in continuazione interpellati su cosa vogliono fare. La scelta alla fine è, comunque, frutto di un compromesso: ciò che desidera fare la maggioranza. Nel dibattito post proiezione a cui ho assistito, alcune mamme o insegnanti sollevavano il problema che, alla fine, può essere estenuante per i bambini dover sempre fare una scelta. Voi cosa ne pensate? Avete mai avuto modo di parlarne con sua figlia?
“La scelta non è a maggioranza, ma si cerca di raggiungere il consenso. Si può rimandare una decisione, se non si riesce a trovare una soluzione e, comunque i bambini non sono lasciati a sé stessi nelle scelte, ma sono accompagnati dall’educatore. A volte è un compromesso a volte no. E poi ci sono le regole basilari. Quelle sono dettate dai genitori”.

Ad un certo punto viene chiesto ai bambini che seguono questo percorso di studio se qualche volta si annoiano. Rispondono tutti di sì. Una, molto simpatica, dice “anche adesso mi sto annoiando”. Al di là della motivazione che vi ha spinto a fare questa scelta, dell’idea di un’educazione parentale condivisa, siete soddisfatti del percorso formativo affrontato da vostra figlia, di come l’idea è stata poi messa in pratica?
“Sì, siamo contenti, perché un bambino ha il diritto di annoiarsi. Sono in molti gli studiosi che sottolineano l’importanza della noia per alimentare la creatività e scoprire le proprie inclinazioni”.

Mi sembra che però anche la scuola normale in quanto a noia non abbia nulla da invidiare alle “scuoline”.
“La differenza è che nella scuola normale il bambino che si annoia viene punito e, quindi, di fatto non gli viene riconosciuto il diritto di annoiarsi. Nella “scuolina” il bambino può decidere quel giorno di non aver voglia di fare una certa materia o magari che quel giorno preferisca leggere un libro”.

Come potrebbe migliorare, a vostro avviso, questo tipo di esperienza?
“Credo che quello che dovrebbe migliorare sia il rapporto fra genitori. Perché noi genitori siamo chiamati a partecipare alle scelte educative. Quello che emerge durante le riunioni è che noi adulti siamo fottuti, perché l’impostazione scolastica te la porti dentro. Non siamo abituati a parlare di emozioni. Nella “scuolina” c’è il cerchio dove i bambini parlano anche di emozioni. Possono, per esempio, esprimere la propria rabbia. Per noi adulti è più difficile relazionarsi.
Ed è faticoso. Siamo sempre tutti di corsa, ma come utilizzi il tempo dipende da cosa vuoi costruire”.

Voi avete viaggiato per l’Italia e siete stati anche in Inghilterra per visitare la Summerhill School che esiste dal 1921. Quello che mi sembra emergere da tutte queste esperienze è una carenza di formazione matematica. Lei, oltre che madre e regista, è anche un’insegnante della scuola secondaria “normale”. Ti chiedo, in questa doppia veste, ma davvero non è possibile trovare un modo per veicolare questa forma di conoscenza in modo da far appassionare i bambini?
“Sì, è possibilissimo. E poi la matematica ha a che fare con l’arte. Pensa al numero aureo. Il fatto è che la “scuolina” si propone di lasciare il tempo al bambino di scoprire il suo interesse, di far sì che i bambini seguano i propri ritmi. Se sono predisposti per la matematica, la approfondiscono. L’ideale sarebbe mettere dei livelli di apprendimento in modo che la gestione degli interessi sia libera. Nella Summerhill School è così: vengono proposti vari corsi e l’alunno sceglie cosa frequentare. Se, per esempio, un ragazzo in età di scuola media è appassionato di matematica potrebbe studiare con i ragazzi del liceo”.

Questa esperienza la ha cambiata come insegnante?
“Io ho preso tutta l’aspettativa che ho potuto per effettuare questa ricerca sulla pedagogia e la didattica, che naturalmente sono argomenti che mi appassionano.
Sono tornata a insegnare da gennaio. Se mi ha cambiata…certo che mi ha cambiata! Alcune cose ora per me sono diventate insopportabili, come la valutazione. Da autrice spero si accendano discussioni attorno alla scuola. Da insegnante, dentro una griglia prestabilita, metto in pratica ciò che posso. Non è semplice mediare”.

Perché avete deciso di trasformare questa esperienza in un documentario?
“Noi siamo per la costruzione di un nuovo immaginario di scuola e abbiamo cercato di dare il nostro contributo. Siamo per una scuola a misura di bambino. I pedagogisti sono contro i voti a scuola. Perché non recepire questo input? Il nostro obiettivo non è demonizzare la scuola pubblica, ma incentivare il dibattito. Vogliamo portare attenzione sul dialogo educativo. Monica Guerra, ricercatrice della Bicocca, dice “Se una cosa fa bene a un bambino perché non può essere a vantaggio di tutti?”
E i genitori devono contribuire a questo dibattito. Secondo noi i genitori devono riprendere in mano la genitorialità, partecipare alle scelte”.

Al termine dell’anno scolastico avete fatto fare a vostra figlia l’esame presso la scuola pubblica? Perché? E’ obbligatorio?
“Non è obbligatorio. Si può scegliere di farlo annualmente o al termine della quinta, ma, fondamentalmente, abbiamo scelto di farglielo fare per una nostra insicurezza, come abbiamo anche detto nel documentario”.

E per la scuola media cosa pensate di fare? Ci state ragionando?
“Gaia fa la seconda elementare. E’ prematuro. La vita è un divenire, per cui cerchiamo di essere elastici nelle scelte. Io spero che saremo in viaggio”.

#SognandoLaCalifonia. Al via il Women’s History Month

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Se in Italia celebriamo la donna in un giorno, America, Inghilterra e Australia le hanno dedicato l’intero mese di marzo. Il Women’s History Month è un periodo di celebrazioni ed eventi che si propone di mettere in evidenza il contributo delle donne a eventi storici e contemporanei. Naturalmente, nell’epoca di internet, ciò non poteva che generare un hashtag, #WomensHistoryMonth, che mi ha permesso di scoprire un pò di storie interessanti.

Innanzitutto ho appreso che il primo chimico di cui si hanno notizie è una donna. Si chiamava Tapputi-Belatikallim. Vissuta in Mesopotamia intorno al 12oo a.C., come riportato su una tavoletta in cuneiforme, era sovrintendente del Palazzo del Re (da cui l’appellativo di Belatikallim, che significa, appunto, sovrintendente). Aiutata probabilmente da un’altra donna, la cui identità non è certa, perché la tavoletta è danneggiata e il suo nome solo parzialmente leggibile, creava profumi per la famiglia reale, utilizzando sostanze chimiche, fiori, oli e calamo aromatico assieme a cipero, mirra e balsamo, disciolti in una soluzione di acqua e alcol di grano e filtrati. I profumi venivano poi impiegati anche nei rituali religiosi, il che fa supporre che Tapputi stessa avesse un ruolo durante le funzioni sacre.

Un salto di circa tremila anni e siamo nel XIX secolo. Augusta Ada Byron, meglio nota come Ada Lovelace, è stata la prima “programmatrice di computer”. Figlia di Lord Byron, fu avviata alla matematica dalla madre, perché temeva che la figlia potesse seguire le orme paterne. Brillante fin da piccolissima, Ada produsse il primo algoritmo pensato espressamente per essere utilizzato da una macchina, la macchina analitica di Babbage. In un articolo da lei scritto preconizzò l’uso del computer (la macchina programmabile) e l’intelligenza artificiale.

A una donna dobbiamo il giornalismo sotto copertura. Nellie Bly, al secolo Elizabeth Jane Cochran, divenne famosa per non aver esitato a farsi sottoporre in incognito a trattamento psichiatrico, per realizzare un’inchiesta sul New York World, di Joseph Pulitzer, sulle terapie applicate alle pazienti dell’ospedale psichiatrico Women’s Lunatic Asylum, aprendo un dibattito sulla disumanità di questi centri. Questo modo di fare giornalismo divenne il suo “marchio di fabbrica”.

Detenne, seppur per un brevissimo periodo, il record di circumnavigazione del globo, effettuando, sulle orme di Verne, il giro del mondo in settantadue giorni, sei ore, undici minuti e quattordici secondi.

Fatale fu, invece il giro del mondo per Amelia Earhart, che, dopo essere stata la prima donna ad attraversare l’Atlantico nel 1928 in aereo con equipaggio, aver stabilito nell’aprile del 1931 il record mondiale di altitudine raggiungendo i 5.613 metri di altezza, aver compiuto all’inizio del 1932 la trasvolata dell’Atlantico in solitaria, che nessun pilota, a parte Lindbergh, era riuscito a fare, essere stata la prima donna ad attraversare in volo gli Stati Uniti senza scalo (partendo da Los Angeles e arrivando a Newark) e il Pacifico (da Oakland a Honolulu), scomparve in prossimità dell’isola di Howland, mentre tentava di circumnavigare il mondo effettuando il tragitto più lungo di quanto non fosse stato fatto prima.

E’ stata russa la prima donna dello spazio Valentina Tereškova, che a bordo della Vostok 6, il 16 giugno 1963 venne lanciata dal cosmodromo di Bajkonur per una missione nello spazio durata quasi tre giorni interi, mentre solo nel giugno 1983 la prima astronauta statunitense, Sally Kristen Ride, ha fatto parte dell’equipaggio dello Space Shuttle Challenger.

Se le donne sono andate nello spazio nel 1963, Kathryn Ann Bigelow ha dovuto attendere il 2010 per ricevere il primo Oscar assegnato a una regista per il miglior film.

E per il futuro? Sono in molti a pensare che la fisica Sabrina Pasterski sia l’erede di Einstein. A soli 23 anni con il suo lavoro si è già conquistata di diritto un posto nelle celebrazioni dei Women’s Hystory Month a venire.

 

 

@SimonaRivelli

#SognandoLaCalifornia. Cyberbullismo? Siamo tutti responsabili

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Mi ha molto colpito il fatto che il ministro della Pubblica Istruzione, Valeria Fedeli, abbia aperto il suo intervento al convegno “No bullyng; No doping” con un assunzione di responsabilità come personalità politica: in fondo, ha detto, il cyberbullismo altro non è che violenza verbale e nell’arena politica negli ultimi anni l’insulto e l’aggressività sono diventate la norma.

Io sono cresciuta in un tempo in cui la politica era uno scambio fermo e deciso di opinioni, con una televisione in cui il turpiloquio era bandito, dove trasmissioni come il Grande Fratello o L’Isola dei Famosi (ma anche le prime edizioni di Master Chef), che fanno a gara a tirare fuori il peggio delle persone, non sarebbero neanche mai state immaginate.

Ma è sempre facile guardare fuori, verso gli altri e pensare “loro”, invece siamo tutti responsabili.

Perché non è solo la politica, la televisione a essere diversa: io, come la maggior parte delle persone della mia generazione, sono cresciuta senza aver mai sentito pronunciare una parolaccia dai miei genitori. Ora non è più così.

Se la violenza verbale che leggiamo sui social ci indispone, perché è scritta, concentrata e senza freni, difficilmente la mettiamo in relazione con quella che esprimiamo singolarmente nel quotidiano.

Pensiamo a noi stessi alla guida nel traffico, pensiamo a noi stessi pedoni (non so nei piccoli centri, ma l’aggressività dei pedoni a Roma è straordinaria), o, come sottolineava Simone Perrotta, l’azzurro campione di calcio, durante il convegno, pensiamo anche a noi stessi come genitori, quando sfugge una sculacciata o più semplicemente quando urliamo.

Noi tutti in quanto adulti siamo responsabili, perché noi tutti adulti siamo d’esempio ai più giovani, a maggior ragione se siamo genitori.

I ragazzi devono poter guardare a modelli positivi. Dobbiamo esserlo noi nel nostro piccolo, a fianco di quei personaggi pubblici che scelgono di testimoniarlo, come gli atleti che partecipano al progetto dell’Osservatorio nazionale Bullismo e Doping, che ha organizzato il convegno, proponendo al male la cura: combattere il bullismo, promuovendo i valori dello sport, grazie alla testimonianza dei campioni provenienti da diverse discipline sportive.

Bisogna re-imparare il rispetto per gli altri.

E bisogna essere vicini ai nostri figli.

Al convegno è stato presentato il cortometraggio di Maria Grazia Cucinotta Il compleanno di Alice, che tratta con molta delicatezza il tema del bullismo e si concentra soprattutto sull’assenza dei genitori, troppo presi dai loro problemi per ascoltare veramente la propria figlia.

Se dare il buon esempio è fondamentale come genitori, altrettanto lo è porsi in un ascolto attento verso i propri figli.

Perché se è vero che c’è una legge sul bullismo che aspetta di essere approvata alla Camera, se il Ministero investe per formare gli insegnanti, se le Forze di Polizia vanno nelle scuole a parlare ai ragazzi, nessuno potrà mai essere più tempestivo di un genitore nell’accorgersi del disagio del proprio figlio.

 

@SimonaRivelli

 

 

#SognandoLaCalifornia. La ricerca della felicità

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Alzi la mano chi non desidera essere felice. Eppure la felicità è un obiettivo davvero troppo generico. Vi siete mai chiesti cosa ci rende davvero felici?

Secondo Martin E. P. Seligman, fondatore della psicologia positiva, esistono tre tipi di vite felici.

La prima è una vita piacevole: una collezione di emozioni piacevoli, accompagnate dalla capacità di gustarle, amplificarle ed estenderle nel tempo e nello spazio. Attenzione, però, perché quest’ultima è un’attitudine trasmessa geneticamente al 50% e si può incrementare con un lavoro consapevole fino a un massimo del 20%. Inoltre un’esperienza piacevole vissuta per la prima volta trasmette delle emozioni diverse da quelle che si provano quando l’esperienza è ripetuta nel tempo. Ricordo la prima volta che sono stata a mangiare la pizza con una mia amica che aveva fatto una lunga dieta a base di quasi nulla e per giunta senza sale: il sapore era così intenso, l’esperienza così coinvolgente, che ha trascorso la serata a gemere come Meg Ryan nella famosa scena del film Harry ti presento Sally, facendo venir voglia a tutti noi commensali di metterci a dieta per provare la stessa intensità emotiva davanti a un pezzo di pizza.

La seconda è la vita dell’impegno: lavoro, figli, amore. In questo caso ciò che rende veramente felici è la capacità di flusso, ovverosia di vivere il tempo dedicato a queste attività, fuori dal tempo. Succede quando qualcosa ci piace e raggiungiamo una concentrazione così estrema che abbiamo l’impressione che il tempo per noi si fermi.

La terza è la vita con un significato: consiste nel conoscere le proprie capacità e metterle a servizio di qualcosa di più importante.

Secondo la psicologia positiva, coniugare impegno e significato è il non plus ultra.

Quando vivevo nella mia casa precedente, ho avuto la fortuna di avere per 14 anni una vicina danese. Come è noto, tutte le ricerche dicono che i danesi sono maestri di felicità. In effetti, lei è una persona davvero speciale, con una serenità inviabile. La mia vicina dice sempre che la vita è in movimento, cambia in continuazione, è costituita da fasi diverse e la felicità sta nel renderci conto di questi cambiamenti e fluire con essi.

Tornando alla domanda iniziale, cosa ci rende felici, forse il segreto sta nel capire che non c’è una risposta unica, ma è un insieme di obiettivi che cambia nel corso della vita ed esistono momenti diversi in cui la felicità ha per noi significati diversi: a volte è un’emozione piacevole, a volte è impegno, a volte è significato. E forse è il non plus ultra è quando riusciamo a mettere tutto insieme e a godere sia delle piccole emozioni piacevoli che ci capitano nella quotidianità, sia del frutto di ciò che abbiamo saputo costruire con impegno, magari, scegliendo di impegnarci in qualcosa che abbia un significato più alto o di trovarne uno in ciò che facciamo.

Ma, attenzione, sempre in compagnia di amici e con un amore nel cuore, perché, lo dice il professor Seligman, le persone felici hanno una vita affettiva ricca. Anche se con le dovute eccezioni.

 

@SimonaRivelli

#SognandoLaCalifornia. Come sopravvivere a un figlio adolescente

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Lo spauracchio di ogni genitore è l’adolescenza dei figli. Eppure è un periodo affascinante, di costruzione della personalità e di crescita, come suggerisce l’etimo della parola (adolescere=crescere). La nostra società, invece, come scrive la psicologa francese Jeanne Siaud-Facchin nel suo libro ‘Troppo intelligenti per essere felici’, ha “trasformato l’adolescenza in qualcosa di ben definito, retto da norme specifiche e regolato da un funzionamento omogeneo”. Dobbiamo ricordarci che ogni ragazzo è un mondo a sé e partecipare a quel processo che li trasformerà in uomini e donne è per noi genitori un privilegio, che non possiamo permetterci di inquinare con i nostri errori di comunicazione.

Ecco i più comuni:

 

  • Tutti sbagliamo. I ragazzi hanno dalla loro due fattori: 1) il loro cervello è in formazione; 2) non hanno esperienza. Noi adulti, invece, sbagliamo e basta. Quindi, di fronte a un errore di un figlio, sarà bene mettersi a tavolino e discutere, senza giudicare, ma per capire perché ha agito in quel modo, per aiutarlo a comprendere il disvalore della propria azione e a trovare una soluzione laddove sia possibile, per trasformare la circostanza in esperienza.

 

  • Dare per scontato che, siccome hanno fatto qualcosa diversamente da come ci saremmo aspettati, non sia fatta bene. Come quando usiamo il telefonino: ci sono sempre tre/quattro modi diversi per ottenere uno stesso risultato e quello che scegliamo noi non è mai il loro. I ragazzi hanno percorsi mentali differenti. E’ così anche nella vita. A volte hanno una prospettiva più ristretta, perché non hanno esperienza, a volte portano nuova energia e idee nuove. Confrontiamoci.

 

  • Voler avere ragione. Non è una lotta di potere. Non vince chi ha ragione, ma si vince solo quando si riesce a comunicare. Per questo si può anche essere nel giusto, ma se sbagliamo a dirlo o feriamo nostro figlio o non ci siamo fatti ascoltare, dobbiamo prenderne atto e cercare di migliorare.

 

  • Neanche fossimo francesi, noi adulti con i ragazzi facciamo un abbondante uso del voi, anche quando ci riferiamo a una singola persona. Se si è insegnanti, il voi è rivolto alla classe nella sua totalità. Su una classe di 28 persone se dieci fanno casino, la classe è irrequieta. Se dieci non fanno i compiti? Voi non studiate. A casa il voi si riferisce ai fratelli. Arriva un punto in cui non sembriamo più capaci di riprendere uno dei due figli, senza estendere il rimprovero anche all’altro, in odiose generalizzazioni. E’ vero che a volte è difficile stabilire chi abbia fatto cosa, ma a un certo punto diventa una specie di tic dire voi.

E, onestamente, a chi non darebbe fastidio?

  • Eccedere in aggettivazione ed etichette in una fase della vita in cui si sta strutturando la propria identità. Nessuno condividerà mai niente con voi se avete un atteggiamento giudicante o se appiccicate etichette sulle persone come fossero quaderni. Parlate descrivendo fatti. La PNL (Programmazione Neuro-Linguistica) insegna: meno aggettivi. Che significa? “Hai lasciato la tua camera in disordine” contro “Sei disordinato”: trovate le differenze?

 

  • Usare sempre e mai. Dire a un ragazzo che non mette mai a posto la camera (o che la sua camera è sempre in disordine) equivale a etichettarlo come disordinato. Diverso è dirgli “Ieri non hai messo a posto la camera.” Noi genitori lo sappiamo: la camera non la mette mai (o quasi) a posto, però se gli diciamo che è disordinato, lui si adeguerà all’etichetta che gli abbiamo messo e la camera davvero non la metterà a posto mai più.

 

Se l’oggetto della discussione siete voi, il vostro comportamento:

  • Non personalizzate. Naturalmente le critiche sono rivolte a voi, quelli messi in discussione siete sempre voi e l’aggressività che le accompagna talora è insopportabile, ma bisogna imparare a considerarla solo una cornice del dialogo, inevitabile in questa fase. E poi si può sempre chiedere di ripetere lo stesso concetto con calma, spiegando che voi siete lì per ascoltarli e non c’è bisogno di alzare la voce. Se sanno che è vero (che siete lì per ascoltarli) ritroveranno il tono abituale.

 

  • Ascoltateli: andate dietro i modi sgarbati e prestate attenzione alle parole. Noi genitori non siamo infallibili e molto spesso il nostro modo di comunicare lascia molto a desiderare e le parole feriscono i nostri figli. Magari lo hanno sempre fatto, ma, se non ve ne siete ancora accorti, state assistendo alla nascita di una proto-coscienza in loro della vostra fallibilità come genitori e, se impariamo ad ascoltare, possiamo diventare persone migliori.

 

 

E ricordate sempre: ci siamo passati tutti. Se voi appartenete a una specie rara che è riuscita ad attraversare gli sconvolgimenti ormonali dell’età indenni, rammentate allora il primo postulato dell’essere genitore: i nostri figli non sono noi.

 

@SimonaRivelli

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