La Percezione Della Sicurezza

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Wellness: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report su alimentazione, salute e benessere.

Maternità surrogata, Meluzzi: “I figli non sono un diritto ma un dono”

in Salute da

“I figli non sono un diritto ma un dono. Non è giusto volere un bambino a qualsiasi costo e a qualsiasi condizione. Sono i bambini ad avere il diritto assoluto di avere dei genitori e non viceversa”. Lo ha detto a Ofcs.report, Alessandro Meluzzi,  psichiatra e psicoterapeuta, riguardo al discusso tema della maternità surrogata.

Cosa ne pensa della maternità surrogata?

“Intanto partiamo con il dire che il termine ‘surrogata’ è un eufemismo e una falsità. Qui si tratta di donne che affittano non solo il loro utero ma il cuore e il corpo. Il bambino che nasce viene dato via, venduto.
Cominciamo a chiamare le cose per come sono davvero,  possiamo dire che è una vendita di bambini con un consenso”.

Cosa succede nella mente di una donna che decide di prestare il proprio utero?

“Ognuno ha un grado di disturbo clinico. Ci sono madri che sopprimono i loro figli, altre che li abbandonano”.

Per quanto riguarda i genitori che richiedono aiuto all’utero in affitto, cosa ne pensa di questa voglia assoluta di avere un bambino?

“I figli non sono un diritto ma un dono. Non esiste avere un bambino a qualsiasi costo e a qualsiasi condizione. Sono i bambini ad avere il diritto assoluto di avere dei genitori e non viceversa”.

Quindi lei è d’accordo con i Paesi che non legalizzano questa pratica, primo fra tutti l’Italia?

“Sì, ma perché dal punto di vista delle donne e dei bambini rischia di essere uno sbaglio morale. Molto di questo mi ricorda i comportamenti disperati, una mamma che presta il suo utero lo fa solo per disperazione, soprattuto quando non ha soldi per vivere”.

Risultano esserci alcune mamme surrogate benestanti, quindi che non lo fanno per soldi. Cosa mi dice di loro?

“Chi lo fa senza sotto motivi economici lo fa per ideologia. E forse è anche peggio. L’ideologia non è sempre cosa giusta”.

Parlando invece dei bambini che nascono dall’utero in affitto, cosa vuol dire per loro a livello psicologico?

“Ho visto momenti di disperazione in alcuni di questi bambini perché nella maggior parte di loro è scattata la voglia di scoprire le proprie origini. Per loro si tratta di essere nati da una donna che li ha in qualche modo li ha abbandonati non appena nati”.

Secondo lei c’è differenza tra le coppie eterosessuali, omosessuali e i single in questo contesto?

“Io credo che la mancanza di un padre o di una madre faccia male a prescindere. Il bambino ha il bisogno di crescere con gli odori femminili e maschili. Il corpo di una mamma e di un papà sono una ricchezza e non averli è una menomazione. Detto questo l’essere umano è resiliente e può comunque superare tutto”.

Brexit e Farmacovigilanza: le multinazionali guardano all’Europa

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
farmacovigilanza

Non solo tasse universitarie, ingressi, riconoscimenti dei titoli di studio e i dazi doganali. L’effetto Brexit riguarderà il rapporto tra Europa e Inghilterra sotto diversi aspetti. Anche quello della farmacovigilanza e della protezione dei dati. Un aspetto questo, che potrebbe indurre le multinazionali farmaceutiche a emigrare verso i Paesi dell’Unione Europea. Al momento infatti, la Direttiva Europea 95/46/EC influenza notevolmente la legislazione britannica in materia di protezione di dati riguardanti la farmacovigilanza. Il prossimo 25 Maggio 2018 però tale legislazione verrà sostituita da una nuova regolamentazione per la protezione dei dati. La “Eu General Data Protection Regulation” (Gdpr) interesserà i 28 Paesi dell’Unione Europea. Prima della sua entrata in vigore, tutte le organizzazioni avranno due anni di tempo per adeguarsi a tale cambiamento. Ma le prospettive, per gli inglesi, sono differenti. Nel caso in cui il Regno Unito lasciasse l’Unione Europea ma rimanesse un membro della Area Economica Europea (European Economic Area-Eea) e del libero mercato in Europa (European Free Trade Association Efta) la nuova regolamentazione sulla protezione di dati verrebbe applicata anche all’Inghilterra e a tutte le organizzazioni coinvolte senza danni particolari.

Di contro, se la Gran Bretagna dovesse lasciare il libero mercato (Efta) ma non l’Area Economica Europea (Eea), la futura regolamentazione GDPR dovrebbe essere applicata alle organizzazioni inglesi che trattano dati personali di individui residenti nell’Unione, mentre se dovesse lasciare il libero mercato (Efta) e l’area economica (Eea) i tribunali britannici sarebbero completamente svincolati da quelli europei. La soluzione auspicata vedrebbe l’adozione della nuova regolamentazione da parte delle case farmaceutiche con sede in Inghilterra, principalmente per evitare il “rischio di inadeguatezza” con conseguente non inserimento nella lista dei cosiddetti “Paesi Bianchi”della Commissione Europea (Paesi i cui dati, tra cui quelli relativi alla farmacovigilanza, sono altamente protetti) con obbligo di dimostrare il possesso di un alto livello di protezione dati, creando, di fatto, un nuovo meccanismo di scambio tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea.

Per 32 anni Il Regno Unito ha protetto i dati personali. Se lasciasse completamente l’Unione, i governi dei Paesi europei sarebbero costretti a rivedere tali protezioni verso la Gran Bretagna, lasciando la sicurezza in balia degli accordi bilaterali e generando quindi eventuali disparità di regolamenti.
Le case farmaceutiche considerano la legislazione Europea per la protezione dei dati come la più efficace. Essendoci inoltre multinazionali con sedi in Inghilterra e in Europa, queste saranno chiamate ad adattarsi alla nuova regolamentazione indipendentemente dalla scelta del Regno Unito, creando non poche confusioni con aggravi di costi. E’ ragionevole attendersi, in un siffatto scenario, epocali esodi verso i Paesi membri dell’Unione Europea. Le case farmaceutiche sono attualmente impegnate verso possibili scenari futuri cercando di comprendere come gestire i dati cliente/paziente, monitorando eventuali variazioni legislative all’interno del mercato britannico.

Acqua, quella dispersa soddisferebbe 10,4 milioni di persone

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
acqua

In Italia ogni anno si disperde il 38,2% dell’acqua immessa nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone. A presentare i dati è l’Istat, nel corso della Conferenza nazionale sull’acqua che si è tenuta a Roma nell’ambito delle celebrazioni della Giornata mondiale.

Un’Italia che consuma 245 litri pro capite al giorno e che diffida dal bere l’acqua del rubinetto: il 29,9% delle famiglie, infatti, preferisce l’acqua minerale in bottiglia. Una sfiducia che raggiunge quote del 63% in Sardegna, del 57% in Sicilia, del 46,5% in Calabria e del 35,1% in Molise; unica eccezione la Basilicata, dove è al 16,2%. Al Centro, la percentuale più alta si registra in Toscana (38,9%); risulta trascurabile, invece, nelle province autonome di Bolzano (2,7%), Trento (3,7%) e in Valle d’Aosta (7,4%).

Sul fronte dei consumi a livello nazionale, nel periodo 2001-2010 si è mediamente registrato un aumento di circa il 6% della quantità di risorse idriche rinnovabili rispetto ai trent’anni precedenti (1971-2000). La media della precipitazione totale nel periodo 2001-2010 è superiore dell’1,8% al valore del trentennio 1971-2000. Il deflusso totale medio complessivo a mare dei corsi d’acqua e delle acque sotterranee è stato, in media annua, di 123 miliardi di metri cubi nel decennio 2001-2010, in leggero aumento (+6%) rispetto al trentennio 1971-2000 (116 miliardi di metri cubi).

I prelievi di acqua effettuati nel 2012 sono stati destinati per il 46,8% all’irrigazione delle coltivazioni, per il 27,8% a usi civili, per il 17,8% a usi industriali, per il 4,7 % alla produzione di energia termoelettrica e per il restante 2,9% alla zootecnia. Il volume di acqua erogata agli utenti delle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia è stato di 1,63 chilometri cubi nel 2015 (circa dieci volte la capacità massima dell’invaso del Vajont), che corrisponde a un consumo giornaliero di 245 litri per abitante (23 litri in meno rispetto al 2012).

Guardando alla spesa ogni famiglia nel 2016 ha investito mediamente al mese 10,27 euro per l’acquisto di acqua minerale. Una spesa che è in crescita del 3,7% rispetto al 2015, dopo una contrazione del 24,4% tra il 2008 e il 2014. L’Istat rileva comunque che migliora il giudizio delle famiglie sull’erogazione d’acqua nelle loro abitazioni. La quota che lamenta irregolarità nel servizio, pur in leggero aumento nell’ultimo anno, passa dal 14,7% nel 2002 al 9,4% nel 2016. Il problema è maggiormente segnalato dalle famiglie residenti in Calabria (37,5%) e in Sicilia (29,3%).

La tutela dell’acqua è uno dei punti cardine dell’azione di governo, ha ricordato il ministro dell’Ambiente, Gian Luca Galletti, intervenendo alla Camera alla conferenza nazionale “Acque d’Italia”. “Noi le risorse ce le abbiamo, adesso il problema è di spenderle e spenderle bene. Ci sono oltre 3 miliardi di risorse per l’ambiente – ha aggiunto – chi ha la faccia di chiedere altri soldi da spendere? Io non ce l’ho. Il nostro problema oggi è spenderli, in fretta e bene“. Sulla proposta di rendere l’acqua un bene pubblico il ministro ha spiegato che “l’acqua è per definizione un bene comune, universale e pubblico, poi la gestione è un’altra cosa, e può essere privata o pubblica, si scelga il migliore e non è detto che il privato sia meglio del pubblico”.

A ribadire l’impegno del governo Gentiloni è stato anche il ministro per la Coesione Territoriale e del Mezzogiorno, Claudio De Vincenti, che ha ricordato lo stanziamento da parte dell’esecutivo “di 4,5 miliardi di euro per la riduzione delle perdite della rete idrica e per la depurazione. Le criticità che il paese deve recuperare sono le perdite nella rete e la depurazione” ha spiegato De Vincenti. “L’acqua è un bene comune e per questo sono state stanziate risorse importanti, soprattutto con I patti per il sud. I primi interventi di questi patti sono partiti, vogliamo andare avanti in questa direzione”.

Per Erasmo D’Angelis, responsabile della struttura di missione contro il dissesto idrogeologico e per lo sviluppo delle infrastrutture idriche, “siamo tra i Paesi al mondo più ricchi d’acqua. Abbiamo circa 300 miliardi di metri cubi di piogge all’anno, più della Gran Bretagna e della Germania, 1.242 fiumi, tante falde ricche di acqua di grande qualità che vanno tutelate”. Eppure le Regioni pagano circa 60 milioni di euro l’anno per quanto riguarda le infrazioni legate alla mancata depurazione. “È un problema che ci trasciniamo da decenni e il governo ha istituito un commissario nazionale sulle depurazioni perché abbiamo necessità di correre per realizzare le infrastrutture necessarie”.

@PiccininDaniele

Docenti disabili, Unione ciechi contro Miur: “Non abbiamo nessuna tutela”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
Docenti disabili

“Per il Miur i docenti ciechi sono considerati dei poveretti, un costo per lo Stato, una realtà invisibile che non ha diritto a poter usufruire delle pari opportunità rispetto al resto del corpo insegnante”. A dirlo è il professor Marco Condidorio, componente del direttivo dell’Unione italiana dei ciechi e degli ipovedenti, in un’intervista a Ofcs Report.

L’inchiesta di Ofcs Report ha “scoperto” l’esistenza di un esercito di 100mila docenti disabili che il Miur non censisce. Dal professore non vedente a quello con la sclerosi multipla, quando si parla di disabilità, nessuno ha mai pensato di guardare dietro la cattedra. Che idea si è fatto di questa “realtà invisibile”?

“Realtà invisibile per chi della scuola ne parla senza esserci dentro o, peggio, che pur vivendola da amministratori, come taluni dirigenti scolastici, pensa che il docente disabile rappresenti solo dei costi maggiori. I docenti non vedenti godono del “dono” dell’invisibilità soprattutto riguardo al diritto di avere strumenti e materiali per la didattica disciplinare che siano accessibili e fruibili”.

Può farci qualche esempio concreto?

“Mi riferisco, per esempio, ai libri di testo fruibili che ancora oggi non sono concessi pur essendo previsti dalla legge “Stanca” del 2009, ma anche alla Lim (lavagna interattiva multimediale), che per il docente cieco è assolutamente inaccessibile, nonostante il Miur abbia lanciato il 27 ottobre 2015 il Piano nazionale scuola digitale (Pnsd). Stesso discorso per il cosiddetto registro elettronico totalmente inaccessibile per noi. Ma quello che rende l’invisibilità ancor di più dolorosa è quando i docenti ritengono che il collega cieco o ipovedente sia il “poveretto” della situazione. Conosco situazioni in cui docenti ciechi assoluti sono stati oggetto di scherno e maleducazione, non solo da parte di qualche alunno un poco troppo goliardico, ma da parte dei colleghi stessi. Una sorta di bullismo per adulti”.

In Italia si parla spesso di inclusione sociale o di abbattimento delle barriere architettoniche e culturali, ma poi nel pubblico non si dà voce alle tante storie di successo come quelle di chi ha dovuto compiere davvero un’odissea per entrare nel mondo del lavoro. Può dirci quanti sono i non vedenti ad avere un impiego e quali mansioni svolgono nel pubblico e nel privato?

“Le lavoratrici e i lavoratori ciechi assoluti o ipovedenti gravi sono molti, difficile fare una stima. Ogni persona cieca o ipovedente grave oggi può decidere di intraprendere diverse attività lavorative, ma è indispensabile il buon senso per orientarsi verso una scelta lavorativa di cui si possa gestire strumenti, ambiente e situazioni. L’ambiente di lavoro talvolta rischia di trasformarsi in un “agone” da cui quasi sempre la persona in situazione di minorazione visiva esce fortemente provata. Ciò non è sempre da imputare alla condizione sensoriale in cui si trova, piuttosto la causa va ricercata nella cecità collettiva in cui versa l’ambiente lavorativo in cui spesso manca il dialogo, la predisposizione all’ascolto e alla comunicazione”.

Nel mondo della scuola ci sono tantissimi insegnanti non vedenti, è in grado di raccontarci quanti sono e quali difficoltà incontrano ogni giorno nell’esercitare questa professione?

“La professione del docente è sempre di più un lusso specie per chi abbia una qualche minorazione visiva e questo per colpa dell’impossibilità di sentirsi ed essere alla pari dei propri colleghi. Mi riferisco, per fare un esempio, alla scelta dei libri di testo, che per via della violazione della legge Stanca non possiamo consultare autonomamente. L’altra sfida sempre legata all’accessibilità e fruibilità è rappresentata dalle piattaforme dei registri elettronici. Lo Stato e lo stesso Ministero dell’Istruzione dovrebbero imporre sanzioni severe a tutela del diritto del lavoratore cieco, affinché i costruttori delle piattaforme digitali siano tenuti a realizzare registri accessibili per tutti, dunque anche per il docente cieco o ipovedente. Il registro elettronico, tra l’altro, non è utilizzato solo dal corpo docenti ma anche dagli alunni, dagli studenti ciechi e ipovedenti, da genitori che potrebbero essere in situazione di minorazione visiva. Si tratta di uno strumento di controllo amministrativo e giuridico a cui debbono, per diritto e per legge, poter accedere tutti. E, visto che nella scuola italiana vi sono anche dirigenti scolastici ciechi o ipovedenti gravi, gli stessi debbono avere il sacrosanto diritto di poter lavorare anche sulle impostazioni della piattaforma digitale”.

E con i ragazzi come ci si rapporta?

“L’ambiente classe rappresenta il contesto emotivamente più forte. L’autonomia del docente è rappresentata dalle capacità di stare in aula solo con i propri alunni, di interessarli e di dimostrare di non avere alcun potere speciale ma, al più, carattere e competenze disciplinari. Gli alunni ti guardano, ti seguono con lo sguardo, tu no. In aula ci sei tu e il loro silenzio, c’è la sfida della preparazione, la tua, e la creatività per tenere alta l’attenzione. Ci sono le loro voci, c’è l’istante in cui li interroghi e loro attuano le strategie per non farsi trovare impreparati, qualcuno di nascosto da il morso al panino, c’è chi è perso nei pensieri suoi. Altri che, perché interessati realmente alla lezione, faticano a seguire ciò che stai spiegando e però ti seguono”.

Le barriere architettoniche sono un ostacolo fisico e anche culturale per un disabile. Qual è la reale situazione in Italia e quanto manca al nostro Paese per essere davvero uno Stato accessibile e inclusivo?

“Lo Stato inclusivo dovrebbe dedicare attenzione ai temi dell’accessibilità e fruibilità dei siti internet, delle piattaforme digitali dove ormai si svolgono corsi e concorsi, addirittura decisivi talvolta per la propria professione lavorativa futura. Lo Stato dovrebbe “pensare” prima d’agire, ascoltare prima di progettare. Lo Stato, gli Enti regionali, i Comuni e le Aree Metropolitane hanno il dovere civico, morale e costituzionale di agire per conto e in nome d’ogni cittadino, qualunque sia la sua condizione sociale e fisica”.

Quale messaggio si sente di lanciare alle Istituzioni per rendere la scuola una realtà davvero accessibile a tutti?

“La scuola realmente accessibile è quella pensata, progettata e realizzata per tutti: priva di barriere sensoriali, fisiche e materiali, strumentali e tecnologiche. Penso che il messaggio possa essere questo: Pensare la scuola come luogo di pensiero, di confronto e crescita, come luogo di scambio e incontro tra persone di idee e culture differenti”.

@PiccininDaniele

Scienza, il melting pot non è il motore dell’evoluzione

in Ambiente/Salute da
Dna

Il melting pot come motore dell’evoluzione, il mix di popoli e razze quale portatore di progresso. Un mantra che da decenni gli evoluzionisti danno per assunto. Adesso però uno studio de la Sapienza di Roma, in collaborazione con il National Geographic, potrebbe cambiare le carte in tavola.
In un’epoca in cui il rimescolamento della popolazione, dovuto a migrazioni e maggiore velocità di spostamento, viene dato come la via maestra della prosecuzione della specie, una ricerca scientifica abbatte il tabù dell’isolamento come ostacolo all’evoluzione. Secondo i due ricercatori che hanno condotto lo studio, Paolo Anagnostou e Giovanni Destro Bisol, tramite lo studio degli isolati sarebbe possibile comprendere come ambiente, società e demografia abbiano plasmato il Dna nei gruppi umani.
I risultati della ricerca, condotta sul genoma delle popolazioni europee, avrebbero indicato come tra i gruppi isolati esista una variabilità fino a sedici volte maggiore che non tra quelli “aperti”, come spagnoli, russi o greci.
In altre parole non esisterebbe quella differenza, basata sinora su un netto discrimine, fra popolazioni che hanno subito un forte mescolamento e quelle che invece hanno resistito al fenomeno vivendo in comunità chiuse. L’esempio del professor Bisol va ancor più nello specifico: “Prendiamo le tre isole linguistiche germaniche di Sappada, Sauris e Timau, originatesi da nuclei che hanno popolato aree contigue delle Alpi orientali in epoca medievale – spiega il docente – le differenze genomiche tra queste tre comunità sono risultate davvero ragguardevoli e del tutto paragonabili a quelle osservate paragonando tra loro gruppi molto lontani per storia e geografia, come i Baschi della Francia meridionale e gli abitanti delle isole Orcadi al largo della Scozia”.

La storia dell’evoluzione umana non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura

Un fattore determinante nello spiegare il perché di questa comunanza genomica sarebbe individuabile nell’identità. La storia dell’evoluzione umana infatti non si basa soltanto sulla biologia, ma sulla cultura. Nel caso citato dal professor Bisol infatti vanno considerate le scelte matrimoniali delle tre comunità prese in esame, più inclini a cercare una continuazione della specie all’interno della loro comunità. Il risultato della ricerca è quindi di portata storica: cade la divisione fra le popolazioni aperte e chiuse, un discrimine che i genetisti avevano eretto finora per distinguere le popolazioni oggetto di studio. Un altro esempio, prendendo in esame e paragonando due gruppi nella nostra Penisola, spiega ancor meglio i risultati dello studio. I Cimbri, un gruppo di origine tedesca che si è insediato tra il X ed il XII secolo nell’altopiano di Asiago in Veneto, e gli abitanti di Carloforte, nell’isola di San Pietro, vicina alla coste meridionali della Sardegna, sono le due popolazioni messe a paragone. I primi sono andati, nel tempo, incontro a una parziale assimilazione culturale che li resi più “porosi” agli influssi linguistici e genetici delle popolazioni locali, mentre l’isolamento dei carlofortini è stato nel tempo mitigato da rapporti intermittenti da parte di popolazioni esterne.

Per questi motivi i due gruppi mostrano un’attenuazione dei segnali tipici dell’isolamento nel loro genoma, la cui struttura è risultata più simile a quella dei gruppi aperti, come i francesi o gli italiani del nord-ovest, che non a quella di altre comunità isolate. Ora più che mai appare chiaro come l’analisi del Dna umano non sia più contenibile in schemi che non riguardino la cultura dei gruppi oggetto di studio. E fra questi fattori non è estranea l’identità.

Maternità surrogata, un figlio può costare anche 290 mila dollari

in Salute da

Si può spendere dai 20 ai 290 mila dollari. Basta consultare il web e scegliere il posto che propone l’offerta migliore. E’ tutta una questione di soldi, anche avere un figlio. Il business dell’utero in affitto, una pratica in Italia non ancora legalizzata, è tutto fuori dai confini nazionali. Dall’India alla California la maternità surrogata spopola, anche sul web. Basta poco, infatti, per cercare una clinica che offre tutti i servizi necessari per avere un figlio, ovviamente donna compresa. 

I prezzi

Sono sempre di più le coppie eterosessuali, omosessuali e i single che si rivolgono a cliniche specializzate nella maternità surrogata. I servizi che vengono dati agli utenti sono vari e ognuno ha un costo preciso. Le voci nel prezzario di ogni centro sono per lo più le stesse, ma non il costo. Nella clinica russa ‘Sweetchild Ltd‘, ad esempio, con 3000 dollari si paga la ‘disposizione della madre surrogata’, cioè si sceglie la donna adatta al caso specifico, come anche il ‘costo del servizio dell’agenzia’, che offre un supporto 24 alle madri surrogate e dei genitori, al costo sempre di 3000 dollari. Per il ‘supporto legale’ 4000 dollari. Se dovesse avvenire un parto prematuro o in caso di morte del feto, si aggiunge una tassa che varia dai 12mila ai 24 mila dollari, qualora sia dimostrata la non colpevolezza della madre surrogata. Per quanto riguarda la voce ‘ciclo della fecondazione assistita con il materiale biologico nativo’ i costi variano dai 6 mila agli 8 mila dollari. 

Alla clinica ‘Canadian Medical Care‘ i prezzi variano ulteriormente. La voce ‘complesso medico di servizi sulla maternità surrogata’, comprende sia la selezione della madre sia gli esami, permettendo anche la selezione della donatrice di ovuli e garantendo l’osservazione medica, l’organizzazione del parto e i documenti medici e legali necessari al bambino. Il costo parte dai 26 mila dollari, esclusi quelli aggiuntivi, ovviamente. 

La clinica ‘Vita Nova’ , sempre in Russia, richiede (la voce è ‘conduzione della gravidanza fino al momento del parto’ ) 157 mila dollari per una gravidanza di un solo feto e 198 mila per una con due feti o più. Niente a che vedere con le “donazione gameti più maternità surrogata” per le quali bisogna sborsare 290 mila dollari. 

In Ucraina, invece, c’è la ‘Biotexcom‘, clinica specializzata molto apprezzata anche dagli italiani, che offre diversi pacchetti: Economy per la maternità surrogata a 29,900 euro, Standard a 39,900 e Vip a 49,900.

Per quanto riguarda gli Stati Uniti, la ‘Center for surrogate parenting’ si trova in California, a Encino, ed è apprezzata e consigliata nei blog che abbiamo visitato. In questa clinica il costo per una mamma surrogata parte dai 60mila dollari, esclusi i prezzi per la struttura e aspetti legali.

Digitando su internet la parola “utero in affitto”, dunque, è possibile trovare questo e molto altro.  E ci si rende conto che sono sempre di più le persone che spendono tanti soldi pur di avere un bambino. C’è anche chi ha parlato di moda dei ricchi, ad esempio per il calciatore del Real Madrid, il milionario Cristiano Ronaldo, che avrà due bambini da una madre surrogata.

In India, invece, la situazione cambia. Secondo un reportage del The Guardian, infatti, la condizione delle madri surrogate è off limits. Sarà la povertà, saranno le difficoltà che ogni giorno vengono vissute nel Paese asiatico, ma il giro d’affari che ruota intorno a questa pratica è di circa un miliardo di dollari l’anno. Sempre secondo il Guardian sono circa 12.000 gli stranieri che ogni anno vanno in India per ricorrere all’utero in affitto. Il costo di una mamma surrogata qui è anche 5 volte inferiore a quello pagato in California

Dove è legale la maternità surrogata  

In Grecia e nel Regno Unito è una pratica legale ma solo in casi specifici. Nel Paese ellenico, infatti, non è consentita alle coppie gay ed è autorizzata dal tribunale solo in presenza di importanti ragioni mediche che dimostrano l’impossibilità di una gravidanza. Nel Regno Unito è consentita solo la gestazione per altri a scopo altruistico, quindi non deve esserci scambio di soldi. E sopratutto chi lo richiede deve essere  residente in Inghilterra. Stessa cosa che in Grecia. 

Negli Stati Uniti, primo Paese ad aver legalizzato la pratica, vigono una serie di norme che condannano lo sfruttamento delle donne più povere. Tuttavia, anche se è permessa sia a coppie omosessuali, eterosessuali che single, le cose cambiano da Stato a Stato. In alcuni di questi l’utero in affitto è possibile sia nella forma altruistica sia in quella lucrativa, mentre in altri ancora è vietata.

In Canada l’utero in affitto è consentito, ma solo nella forma altruistica, per questo la donna non viene pagata e riceve solo un rimborso delle spese effettuate durante la gravidanza. 

Nei Paesi Bassi, in Belgio e Danimarca è consentito, ma deve esistere un legame biologico fra gli aspiranti genitori e il bambino e, cosa importante, la madre che porta avanti la gravidanza può cambiare idea e non è costretta a dare il bambino alla coppia che ha fatto la richiesta.

In India, invece, la maternità surrogata è legale dall’inizio del 2000. La pratica è vietata agli omosessuali, ai single stranieri e alle coppie eterosessuali che provengono da Stati dove è proibito. Di fatto, però, queste regole non vengono osservate e intorno all’utero in affitto esiste un vero e proprio business. Potrebbe prendere la stessa piega già vista in Thailandia, dove prima era legale e molto facile procurarsi un bambino ma, dopo varie vicissitudini e scandali, lo Stato ha irrigidito le norme e ha reso possibile la pratica solo e soltanto a persone thailandesi.

In Sudafrica la maternità surrogata è consentita nella forma lucrativa e in Brasile si può fare solo se, ad esempio, la madre porta avanti la gravidanza al posto della figlia.

In Italia la maternità surrogata è severamente vietata dal articolo 12 della legge numero 40 del 2004. Per questo motivo molti italiani vanno all’estero. Non sono pochi, però, i problemi che incontrano una volta rientrati con prole al seguito. Ancora più difficile se la coppia è omosessuale. Nella stragrande maggioranza dei casi i Tribunali italiani hanno mostrato tolleranza, perché è vero che non possono punire un reato commesso in un altro Paese, ma potrebbero ostacolare le coppie che firmano come genitori naturali del bambino. Nel caso in cui, invece, il padre sia quello biologico, la donna attraverso un iter di qualche mese può richiedere l’adottabilità dell’infante, divenendo a tutti gli effetti madre, utilizzando la ‘stepchild adoption‘ che in caso di matrimonio è legittima.

 

Testamento Biologico, Cappato pronto ad accompagnare in Svizzera altre due persone

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
testamento biologico

Sul Testamento Biologico “il Governo non c’entra, ed è bene che si tenga fuori. Se i Parlamentari saranno lasciati liberi di discutere e di decidere, finalmente, allora si arriverà a una legge”. A dirlo è Marco Cappato, leader dell’Associazione Luca Coscioni, in un’intervista a Ofcs Report.

Alla “prima” in Aula per discutere sul testamento biologico si sono presentati appena 20 deputati. Un pò deprimente per un Paese che in tema di temi etici è indietro rispetto al resto d’Europa e non solo. Si sente più deluso o tradito?

“Se le televisioni avessero trasmesso il dibattito ci sarebbero stati certamente molto più di 20 deputati. Il problema è che i temi legati alla vita e alla morte non sono considerati “politici”, relegando così la politica a occuparsi delle manovre dei partiti. Non c’è da essere delusi, c’è solo da impegnarsi per cambiare le cose”.

La tragedia di Dj Fabo, come quella di Eluana Englaro nove anni fa, non sembra aver scosso la politica. C’è chi dice che su questa legge l’ex premier Renzi ha dato mandato ai suoi di far cadere il governo Gentiloni. Lei che idea si è fatto?

“Intanto la discussione in plenaria era stata rinviata 4 volte, ma ora finalmente ci siamo arrivati. Credo che la lotta di Fabo abbia avuto qualche merito. Il Governo non c’entra ed è bene che si tenga fuori. Se i Parlamentari saranno lasciati liberi di discutere e di decidere, finalmente, allora si arriverà a una legge”.

Tornando a Dj Fabo, l’accusa per lei è istigazione e aiuto al suicidio. Un reato punito fino a 12 anni di carcere. Perché ha deciso di “sfidare” la legge andandosi ad autodenunciare? E’ pronto a ripetere il suo gesto?

“L’accusa non è stata ancora formalizzata. In ogni caso, sì, aiuterò altre persone, in particolare due che hanno già appuntamento in Svizzera, ma sono decine quelle che mi hanno contattato in questi giorni. Con Mina Welby e Gustavo Fraticelli raccogliamo anche fondi per questo scopo su www.soseutanasia.it. Lo Stato non può continuare a far finta di niente”.

Alcuni accusano il suo movimento di compiere “una campagna acquisti sui malati terminali”. Mario Adinolfi è arrivato a dire che “Hitler almeno i disabili li uccideva gratis”. Toni duri e soprattutto una contrapposizione con gran parte del mondo cattolico che fa dell’Italia un Paese in cui si fatica a dibattere sui temi etici. Perché è impossibile abbattere questi muri?

“Che sia “gran parte del mondo cattolico” lo dubito davvero. Credo che soltanto un piccolo gruppo di esagitati possa far finta di non cogliere la differenza tra subire un omicidio e ottenere la fine di una tortura. La gran parte dei cattolici sa distinguere tra le prescrizioni della dottrina e le imposizioni della legge”.

Cosa si sente di replicare a chi dice che, se venisse approvato il disegno di legge, in Italia verrebbe introdotta una forma di eutanasia “passiva”? E, in ogni caso, come giudica il ddl uscito dalla Commissione Affari Sociali?

“Agitano il fantasma dell’eutanasia come fosse una brutta parola, ma significa morire meno male possibile, con meno sofferenza. Che si ottenga attraverso comportamenti “attivi” o “passivi” per me poco cambia, ma per la legge italiana sì. La costituzione riconosce il diritto a rifiutare terapie, e la legge in discussione precisa come questo diritto possa essere accessibile a tutti, anche attraverso il testamento biologico. E’ una buona base di partenza, che spero non sia svuotato dagli emendamenti e dal sabotaggio ostruzionistico”.

Dj Fabo è solo l’ultimo caso salito alle cronache. Siete in grado di fornire dei dati sulle persone in Italia che vivono in condizioni disperate come quella di Fabiano e in che modo l’associazione Luca Coscioni le aiuta?

“Una realtà clandestina, come quella della morte all’italiana, è una realtà sconosciuta, oltre che non governata. Sappiamo solo del migliaio di malati che si suicidano ogni anno nelle condizioni più terribili, come Monicelli e Lizzani. E delle centinaia di persone che si sono rivolte a noi per avere informazioni sull’eutanasia in Svizzera”.

@PiccininDaniele

Attività fisica in sicurezza, ecco gli alimenti fondamentali per gli sportivi/VIDEO

in Alimentazione/Salute da

L’alimentazione nell’attività fisica è fondamentale e a dirlo è proprio il ministero della Salute. E’ lo stesso Dicastero, infatti, che differenzia il modo di mangiare e il fabbisogno di una persona sedentaria e di una che fa sport. La diversità sta nella quantità calorica, ma anche nella qualità dell’alimento. Sembrerebbe però che non sia possibile fare una dieta uguale per tutti gli sportivi, perché ogni individuo ha precise caratteristiche, obiettivi e necessità.
Quello che però risulta certo è che esistono degli alimenti fondamentali per le fasi dell’allenamento. Secondo il Ministero, “la maggior parte dell’apporto calorico giornaliero (55-65% a seconda del tipo di pratica) deve essere costituito dai carboidrati, soprattutto quelli contenuti nei cereali, nei tuberi e nei legumi e, in misura minore, negli zuccheri semplici, come lo zucchero comune, miele, marmellate, dolci, frutta e bevande zuccherate”. Nella stessa relazione c’è una parte dedicata anche alle proteine che “devono, a seconda del tipo di pratica motoria e sportiva, rappresentare il 10-15% delle calorie totali assunte nella giornata e dovrebbero preferibilmente essere una combinazione di alimenti di origine animale e vegetale”. Le proteine sono una variabile importante perché la loro assunzione dipende dal tipo di obiettivo che lo sportivo vuole raggiungere. Se ad esempio si vuole aumentare e sviluppare la forza muscolare e l’attività sportiva è intensa, il fabbisogno di proteine aumenta.
Nonostante questo sono molti i nutrizionisti che ne consigliano un apporto giornaliero non oltre i 2 grammi. Un’altra esigenza importante per chi pratica lo sport è rappresentata dalla necessità di assumere abbondante acqua nell’arco della giornata, questo perché più sono i liquidi persi durante l’attività sportiva più sarà il bisogno di reintegrarli.
Sono sempre di più gli sportivi o praticanti di diversi livelli che ricorrono agli integratori nutrizionali. Sembrerebbe però non essere scritto ufficialmente da nessuna parte la loro reale funzionalità, ciò nonostante è un fenomeno in forte crescita in tutto il mondo.

“L’assunzione di singoli nutrienti sotto forma di integratori, in dosi massicce e per periodi prolungati – scrive il Ministero della Salute – necessita di attento controllo per i potenziali rischi legati all’utilizzo, in particolar modo quando associata a comportamenti dietetici squilibrati”.
Tra i praticanti del body building sembrerebbe essere diffusa la convinzione che una dieta iperproteica, costituisca il fattore fondamentale per lo sviluppo delle masse muscolari. Il sovraccarico proteico è un fattore di rischio nei soggetti con problemi renali e può procurare, a tutte le persone, importanti danni a carico di fegato e reni. Infatti, secondo la circolare del Ministero della Sanità del 1999 si consiglia un apporto giornaliero di aminoacidi a catena ramicata non superiore a 5 grammi, e per quanto riguarda la creatina consigliano un apporto giornaliero non superiore ai 6 grammi e per un tempo di somministrazione non superiore a 30 giorni.
Ma non ci sono solo gli integratori naturali. Sono nati gli steroidi anabolizzanti, che servono per malattie come l’osteoporosi per stimolare la sintesi proteica, ma è noto oramai che vengano presi, illegalmente, da molti sportivi. L’assunzione di questi farmaci da parte degli atleti, oltre a essere antisportivo e illegale, può risultare pericoloso per la salute. Infatti, come rivela l’enciclopedia online Zanichellise presi in dosi massicce e senza regolare richiesta medica, possono creare seri disturbi ai reni e al cuore aumentando il rischio di tumori e, per finire, nelle donne potrebbe portare alla sterilità.

Docenti disabili, la storia di Oriana: “La mia odissea tra montacarichi e trasferimenti”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
docenti disabili

Oriana Fioccone è una delle centomila “docenti invisibili” che, ogni giorno, tra mille barriere architettoniche tenta di raggiungere la propria scuola per mettersi a lavoro con i ragazzi. La sua disabilità è dovuta a una distrofia muscolare con cui convive dall’età di nove anni. Una malattia che non le ha impedito di realizzarsi, superando l’indifferenza della società e i tanti ostacoli, non solo fisici, che hanno provato a impedirle di realizzare il suo sogno.

“Ho scelto di frequentare il liceo pedagogico, perché era l’unico istituto superiore che nella mia zona fosse accessibile”, spiega Oriana a Ofcs.Report. Appena diplomata alcuni le suggerivano di prendersi la pensione e starsene a casa ma lei ha deciso di provare ad andare avanti negli studi. “Ho scelto di frequentare Lettere moderne a Torino perché era una facoltà che mi permetteva di studiare da casa, senza l’obbligo della frequenza. La prima volta che sono arrivata Palazzo Nuovo, a Torino, nella sede della facoltà di Lettere, mi hanno fatto entrare da una porta secondaria. Per salire ai piani superiori ho dovuto utilizzare un montacarichi semplicemente perché mai nessuna persona in carrozzina era entrata in facoltà e gli ascensori erano così piccoli che non permettevano a una sedia a rotelle di passare”.

Barriere architettoniche che non le hanno impedito di prendersi la laurea con voto 102/110 e di vincere il concorso per insegnare nelle scuole medie nel 1992. Una carriera durata appena 16 anni, costellata di esperienze importanti ma anche tante difficoltà. “Avrei dovuto iniziare la mia carriera in una scuola, ma naturalmente c’era una rampa di scale, quindi, dopo i primi giorni, si è capito che non potevo continuare a essere portata su, di peso, per tutto l’anno, perciò sono stata assegnata a un istituto vicino che, però, era accessibile. Ho iniziato a insegnare storia e geografia in dueprime classi e completavo l’orario facendo sostegno. I primi giorni sono stati difficili, ma poi tutto è filato liscio con l’aiuto dei colleghi e dei collaboratori scolastici”, racconta Oriana.

Una carriera costellata, specie nei primi anni di lavoro, da continui cambi di istituto che avvenivano esclusivamente in base all’accessibilità dei plessi scolastici. “Un’ironia della sorte”, dice oggi Oriana, un’assurda ingiustizia tutta italiana che le Istituzioni faticano ad interrompere, ci sentiamo di aggiungere noi. Un’esperienza positiva, grazie anche a colleghi e dirigenti “comprensivi”, tranne uno, ricorda la professoressa, “un preside che ha voluto che mi sottoponessi a una visita medica per vedere se avevo tutti i certificati di handicap. Quando ha constatato che avevo anche i requisiti burocratici necessari, ha dovuto accettare che io fossi utilizzata per il sostegno, ma ha pensato bene di assegnarmi il ragazzo che aveva maggiori problemi e che, spesso in passato, era anche scappato dall’aula mentre si tenevano le lezioni. Con me, invece, il ragazzo non è mai scappato e seguiva le lezioni”, sottolinea con il giusto orgoglio.

docenti disabili

Gli anni dell’insegnamento “sono stati molto soddisfacenti per me, mi sono sentita sempre in tutto e per tutto uguale agli altri docenti, i ragazzi non hanno mai fatto differenze e anche se sono disabile non mi sembra di aver avuto difficoltà con i miei alunni, era sempre uno scambio alla pari, il mio lavoro non era solo insegnare, ma cercare di educare delle persone che stavano crescendo”. Purtroppo con l’avanzare della malattia, i problemi fisici di Oriana sono aumentati, costringendola nel 2008 ad andare in pensione anticipata.

Oggi Oriana ha 53 anni e il suo bilancio di docente è in chiaro scuro. Tra le esperienze più belle c’è proprio l’essere stata diverse volte insegnante di sostegno. “La cosa potrebbe stupire qualcuno: ma come, un’handicappata che fa il sostegno a un altro handicappato! Invece è possibile, io ho problemi fisici, mentre il mio allievo ha difficoltà in campo psicologico, ci completiamo a vicenda: lui mi apre la porta quando dobbiamo passare ed io lo aiuto quando deve studiare oppure risolvere qualche problema”.

Un’esperienza che l’ha aiutata a capire le tante storture del nostro sistema scolastico e non solo. “Molte scuole italiane vengono spesso scambiate per parcheggi a tempo, talvolta indefinito, ma che, spesso, sono le uniche istituzioni destinate a quei ragazzi speciali e troppo indifesi”. In ogni caso, se si ferma a ripensare il lavoro di insegnante “la rabbia, la delusione e la frustrazione sono sentimenti che provo di continuo sia per l’attività svolta ogni giorno, sia per la mia situazione di disabile”. Una frustrazione “sconosciuta” allo Stato, che queste storie finge di non conoscerle oppure non le ha mai volute ascoltare.

@PiccininDaniele

 

 

Dalle arance dei Piromalli all’olio di Messina Denaro: la mafia è servita

in Alimentazione/Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Dalle infiltrazioni nel settore ortofrutticolo del clan Piromalli, all’olio extra vergine di oliva di Matteo Messina Denaro. Ristoranti inclusi. La prepotenza mafiosa rafforza il controllo su uno dei motori dell’economia italiana, l’agroalimentare, con un giro d’affari che nel 2016 è salito a 21,8 miliardi di euro con un aumento del 30 per cento rispetto al 2015. E’ quanto emerge dal Rapporto Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, presentato nella giornata di ieri a Roma.

I più noti clan della criminalità si dividono il business della tavola mettendo le mani sui prodotti simbolo del Made in Italy. Nel febbraio scorso, i carabinieri del Ros hanno smascherato le attività criminali in Calabria della cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli, che controllava la produzione e le esportazioni di arance, mandarini e limoni verso gli Stati Uniti, oltre a quelle di olio attraverso una rete di società e cooperative. Nello stesso mese, gli uomini dell’Arma hanno confiscato 4 società siciliane operanti nel settore dell’olivicoltura riconducibili a Matteo Messina Denaro e alla famiglia mafiosa di Campobello. Sempre agli inizi di febbraio, manette ai polsi anche per Walter Schiavone, secondogenito del capoclan dei Casalesi Francesco Schiavone, meglio noto come “Sandokan”. Secondo l’accusa avrebbe imposto la fornitura di mozzarella di bufala Dop prodotta da un caseificio di Casal di Principe a distributori casertani e campani, ma anche in altre parti d’Italia, come in Calabria.

“I personaggi di primissimo piano della mafia che hanno deciso di investire ed appropriarsi di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano – precisa Coldiretti – distruggono la concorrenza e il libero mercato legale, soffocando l’imprenditoria onesta”. Il risultato è la moltiplicazione dei prezzi che per il settore ortofrutticolo possono addirittura triplicare. Da non sottovalutare anche i pesanti danni di immagine inferti al Made in Italy in Italia e all’estero, oltre ai non meno importanti rischi per la salute dei consumatori.

Nella top ten delle province italiane interessate dal fenomeno prima di tutto c’è il Mezzogiorno. Ma ci sono anche realtà del nord come Genova e Verona, rispettivamente al secondo e terzo posto dopo Reggio Calabria. Nella città veneta, l’intensità dell’agromafia risulta significativa soprattutto per il fenomeno dell’importazione dei suini dal nord Europa indebitamente marchiati come nazionali. Rilevante è anche l’adulterazione di bevande alcoliche e di superalcolici come nel caso della rinomata grappa di Verona. A Genova, invece, degno di nota è “il diffuso sistema di contraffazione e adulterazione della filiera olearia che interessa – spiega Coldiretti – le fasi di lavorazione industriale e approvvigionamento dall’estero di oli di minore qualità da spacciare come italiani”.

Nessuna Regione è esente. E non c’è pace neppure per la Capitale. Lo scorso maggio i carabinieri hanno sequestrato a quattro imprenditori beni per 80 milioni di euro: bar, ristoranti e pizzerie. Tutti locali della “Roma bene”, nel cuore della Città Eterna. Le persone raggiunte dal provvedimento di sequestro, secondo i magistrati di piazzale Clodio, erano coinvolte in traffici gestiti dalla Camorra. “Di fronte a questa escalation senza un adeguato sistema di regole penali e di strumenti in grado di rafforzare l’apparato investigativo, l’enorme sforzo messo a punto dalla macchina dei controlli apparirà sempre insufficiente”, ha commentato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. “E’ necessario al più presto – ha continuato – portare all’esame del Parlamento i lavori della Commissione Caselli che mirano a riformare i reati agroalimentari oppure valutare l’ipotesi di una decretazione di urgenza per fermare la rete criminale che avvolge da Nord a Sud tutte le filiere agroalimentari”.

Il rapporto di Coldiretti segnala, quest’anno, anche “un’evoluzione delle mafie 3.0″Le attività delle forze dell’ordine e della magistratura “raccontano degli intrecci delle mafie che fanno conseguire enormi guadagni”, ha dichiarato il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara. “Sono mafia silente – ha aggiunto – e operano con straordinaria capacità di mimetizzarsi, riuscendo a tessere quella rete di interessi che consente loro di espandersi”. “La nuova mafia – ha concluso Fara – non taglieggia autosaloni o supermercati, ma ne diventa socia. Le mafie si sono fatte imprenditrici”.

@RosariaSirianni

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