La Percezione Della Sicurezza

Category archive

Wellness

Wellness: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report su alimentazione, salute e benessere.

Vacanze, il 66% delle mamme italiane pianifica la partenza sei mesi prima

in Benessere da
vacanza

Se siete fra coloro che, mentre attaccano una pallina all’albero di Natale e mettono una statuetta nel presepe, pensano alle vacanze estive, siete in buona compagnia: secondo una ricerca condotta da Airbnb e Fattore Mamma, infatti, che ha indagato i programmi delle famiglie per la prossima stagione estiva su un campione di 1.426 mamme italiane, la pianificazione della vacanza comincia per il 66% delle intervistate 5-6 mesi prima della partenza, o comunque almeno 3-4 mesi prima. Una donna su tre, invece, è una mamma last-minute: aspetta la chiusura della scuola per organizzarsi.

Chi decide cosa?

Anche le vacanze, spiega Carla Facchini, professore ordinario di sociologia della famiglia, Dipartimento di sociologia e ricerca sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca, sono oggetto del “processo di democratizzazione dei processi decisionali famigliari: a un modello autoritario tradizionale, si è sostituito un modello di co-decisione dapprima entrambi i componenti della coppia, poi, e in misura crescente anche i figli, anche piccoli”.

Che siano interpellati o meno, i bambini finiscono comunque per influenzare la scelta: il 37% ha dichiarato che il criterio principale è che la destinazione sia di gradimento per tutta la famiglia, bambini compresi, e il 25% che l’alloggio deve essere funzionale ai bisogni della famiglia (il prezzo non eccessivo orienta il 23% del campione, mentre che il viaggio consenta di visitare posti nuovi è fondamentale per il 14%). Anche l’intrattenimento dei figli gioca un ruolo nella scelta: il 30% dichiara di preoccuparsi che in vacanza possano interagire con i coetanei, anche affidandosi a strutture che prevedano attività organizzate per i più piccoli (16%) o per tutta la famiglia (13%). Il restante 37% organizzerà personalmente le attività di intrattenimento dei figli. Qualunque sia la scelta, la prenotazione finale spetta alla mamma: il 75% dichiara di provvedere all’acquisto del viaggio, mentre solo il 23% lascia l’incombenza al partner oppure delega qualcun altro (2%).

Prepararsi per la partenza

Molti bambini sono restii ai cambiamenti. Le mamme sembrano saperlo, perché il 51% spiega loro (anche quando hanno meno di 3 anni) dove si andrà e quale saranno i ‘giochi’che troveranno, mentre il 16% mostra loro foto della destinazione o comunque tiene conto dei loro desideri. Solo il 34% non li coinvolge perché li ritiene troppo piccoli.

L’Italia è la meta preferita da 3 famiglie su 4, mentre il 25% andrà all’estero. Trascorreranno le vacanze in Emilia-Romagna 13% degli intervistati, in Puglia il 12% , in Sardegna 11%, in Toscana il 10% e, per finire, in Sicilia il 9%.

Poco inclini a girare con prole al seguito, il 67% delle mamme italiane viaggia solo per raggiungere la località prescelta, dove rimarrà per tutto il periodo di ferie.

L’agosto deserto in città è ormai un ricordo: per l’85% degli intervistati le vacanze dureranno 1-2 settimane; solo una minoranza (15%) si permetterà fino a 3 o 4 settimane fuori casa.

E, se non avete ancora deciso dove andare, consultate gli amici: il 54% sceglie le vacanze lasciandosi ispirare dal loro consiglio. Se al ritorno non sarete soddisfatti potrete sempre levare loro l’amicizia dai social, così non potranno avere un ricordo della vostra vacanza. WhatsApp , Instagram e fb hanno, infatti, preso il posto delle cartoline. Certo ritrovarne una dimenticata in un libro con il suo carico di ricordi aveva un suo fascino, ma, non disperate: magari, in futuro, ci sarà una funzione facebook anche per questo.

@SimonaRivelli

Malattie rare: oltre 3mila pazienti dedicano l’80% della giornata alle cure

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Le malattie rare hanno un impatto molto forte sulla vita quotidiana per oltre l’80% dei pazienti e delle famiglie. E il tempo dedicato alla gestione quotidiana dell’assistenza e al coordinamento delle cure per i malati rari rappresenta un fattore fondamentale. A sostenerlo è la prima indagine europea sull’impatto sociale delle malattie rare, “Destreggiarsi tra assistenza sanitaria e vita quotidiana: un atto di costante bilanciamento per la comunità dei malati rari”.

La ricerca è stata condotta tramite Rare Barometer Voices, una comunità di oltre 5mila malati rari che partecipano regolarmente alle indagini di Eurordis. Tradotta in 23 lingue e pubblicata in 42 paesi, la ricerca è stata realizzata nell’ambito di INNOVCare, il primo progetto europeo nel campo delle malattie rare, cofinanziato dal Programma europeo per l’occupazione e l’innovazione sociale (EaSI), guidato dal Ministero spagnolo della sanità e dei servizi sociali di cui Eurordis è partner. Oltre 3mila malati rari di tutta Europa hanno risposto all’indagine, fornendo per la prima volta dati concreti, a livello europeo, sull’impatto delle malattie rare sulla vita quotidiana.

I risultati

L’indagine ha affrontato anche altre questioni riguardanti l’impatto delle malattie rare sulla vita quotidiana, tra cui il coordinamento delle cure, la salute mentale, l’occupazione e l’impatto economico. Il 60% degli oltre 3mila intervistati è rappresentato da persone affette da malattie rare e la restante parte da membri della famiglia dei malati.

Il 42% del campione dedica più di due ore al giorno alla cura della propria malattia, il 62% di chi presta assistenza ai malati ha dichiarato di dedicare oltre due ore al giorno alla cura o all’assistenza di persone affette da una malattia rara, mentre circa un terzo degli intervistati dedica oltre sei ore della propria giornata alla cura di un malato. Ad accudire i propri cari sono principalmente le donne, il 64%, mentre 4 persone su 10 affermano di essersi dovuti assentare dal lavoro per oltre 30 giorni negli ultimi 12 mesi per problemi legati alla salute. Il 41% dei malati e degli assistenti ha risposto di aver richiesto un congedo speciale dal lavoro, ma di non averlo potuto ottenere.

Per Dorica Dan, membro del consiglio direttivo di Eurordis e presidente dell’Associazione romena Prader Willi, “come madre di una figlia colpita da una malattia rara, conosco fin troppo bene il peso che queste patologie hanno sulla vita quotidiana. Questo sondaggio conferma quanto già sapevamo, ovvero che l’onere delle cure è enorme, così come gli effetti di una malattia rara sulla vita sociale, lavorativa e scolastica. Le malattie rare rappresentano sfide reali non solo per la persona che ne è affetta, ma anche per la sua famiglia o per coloro che si assumono la responsabilità di prestare cure e assistenza. I malati e le famiglie hanno bisogno di un piano di cure centrate sulla persona e di integrazione tra i servizi sanitari e socio-assistenziali”.

La pubblicazione dei risultati di questa indagine arriva l’indomani della presentazione da parte della Commissione Europea di alcune proposte per un “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Un progetto fortemente voluto da Eurordis, come spiega Raquel Castro, responsabile delle politiche sociali dell’associazione: “I risultati di questo sondaggio mostrano chiaramente il grave peso in termini di tempo e di cure per le persone che vivono con una malattia rara e per chi presta loro assistenza. Purtroppo queste sfide non sono sempre considerate nell’ambito del sistema socio-assistenziale. Abbiamo bisogno di un pilastro europeo dei diritti sociali che promuova l’assistenza sanitaria e sociale integrata, nonché adeguate politiche di occupazione per rispondere alle esigenze delle persone affette da una malattia rara o da altre malattie croniche complesse”.

@PiccininDaniele

Testamento Biologico, la storia di Roberto: “Vivo perché mia madre non ha staccato la spina”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

C’è un elemento che stupisce particolarmente, quando si parla di fine vita: spesso tutto il dibattito si esaurisce in un conflitto politico che va anche al di là dei principi etici. Principi che comunque possono e devono essere il substrato di ogni confronto che riguardi un tema così importante come quello della vita. Capita quindi che, così come per le tantissime storie raccontate in esclusiva da Ofcs Report di malati che chiedono di poter morire, vi siano altrettante invisibili persone che hanno visto in faccia la morte, hanno lottato e ce l’hanno fatta.

È successo a Sylvie Menard, ricercatrice oncologica, allieva di Umberto Veronesi, una vita ad assistere i malati terminali e poi improvvisamente alle prese con un male incurabile che ha combattuto, nonostante la voglia di mollare. È successo recentemente ad un giovane romano, 28 anni di nome Roberto. La sua storia è di quelle “invisibili” che tuttavia contengono un gran significato, perché hanno il merito di arricchire il dibattito sul testamento biologico con fatti di vita vissuta e sofferta che spesso superano i pur importanti studi scientifici.

La vita di Roberto, raccolta grazie a Pro Vita Onlus, è la testimonianza di un figlio che non si sarebbe mai dovuto risvegliare dal coma e di una madre che non si è rassegnata a lasciarlo morire. “Nel 2007 – ci racconta Roberto – ho avuto un grave incidente con il motorino. Stavo scendendo da Frascati con la mia ex ragazza e una macchina ha fatto un’inversione a “U” a doppia striscia, investendomi. Sono caduto violentemente a terra sbattendo la testa. La mia ragazza mi ha chiamato e io inconsciamente sono riuscito ad alzarmi ma mi è mancato l’ossigeno al cervello, sono caduto a terra e sono finito subito in coma”. Un racconto lucido, fatto con la voce di chi ancora porta e porterà i segni di quel tragico incidente, ma che comunque lascia intendere quanta tenacia abbia accompagnato il viaggio terribile di Roberto, appeso molti giorni tra la vita e la morte.

“Con quello che mi è accaduto la vita adesso l’apprezzo di più, anche con tutte le difficoltà. È vero, la vita mi ha fatto questo brutto tiro mancino ma gli ho risposto a tono grazie a mia madre che mi è sempre stata vicino e non mi ha mai tradito, non ha mai dato retta ai dottori che gli dicevano di staccare la spina quando io ero in terapia intensiva. La ringrazierò per tutta la vita. È grazie a lei che io sono vivo”.

È proprio la mamma, la signora Manola, 48 anni, a spiegarci passo passo come è stata dura vivere quei momenti. “La ragazza di Roberto riportò solo dei punti di sutura sulla fronte, mio figlio invece fu controllato meglio e portato d’urgenza al San Giovanni di Roma. Rimase in coma per 20 giorni naturali e per un mese in coma farmacologico e il mio medico di base mi disse di fargli ascoltare la musica che comunque aiuta”.

Un gesto, quello della musica consigliato da tanti esperti, un modo come un altro per tenere vivo il contatto con il proprio caro assistito. Ma al San Giovanni, afferma con grande amarezza Manola, “non tutti capivano il mio tentativo disperato di parlare e mantenere vivo un contatto con Roberto. Un giorno un’infermiera mi disse: cosa gliela fai ascoltare a fare, tanto è morto e non ti sente. Mi ha fatto malissimo ma io ho continuato”. Ma l’infermiera non era l’unica a tentare di convincere Manola a lasciar andare il suo Roberto. “Prima di un intervento i medici vennero da me insistendo per farmi firmare la donazione degli organi di mio figlio. Io, che ero in stato confusionale, ebbi la forza di dire no, perché Roberto era ancora vivo ed ero certa che ce l’avrebbe fatta”.

Così fu. Quella ferita inferta sopra un dolore già così profondo non scalfì in alcun modo la forza e il coraggio della mamma. “Un giorno, mentre facevo con mio figlio un gioco con le dita, pollice e indice, lui mi ha risposto e mi ha stretto forte il pollice e da lì abbiamo continuato fino a che non ha aperto gli occhi”, racconta commossa Manola. “È stata la gioia più grande della mia vita. C’è sempre una speranza, bisogna crederci e non bisogna lasciarsi andare”.

Oggi Roberto non si sente un eroe, né un esempio per i tanti malati che lottano con la vita, “purtroppo non posso fare niente per loro, posso solo dirgli di non mollare e di sperare sempre”, afferma. Naviga su internet come i suoi coetanei e si è iscritto ai vari trova lavoro, ma, conclude con grande amarezza Manola, “la società non ti permette di rientrare, nessuno ti trova un lavoro, ogni giorno ci sono barriere enormi per farlo reinserire nella società, addirittura non riesco a trovargli una scuola per fargli completare il ciclo scolastico”.

La storia di Roberto dimostra che ragionare sul Testamento Biologico significa anche saper guardare oltre il fine vita delle persone e impegnare le Istituzioni a garantire diritti e assistenza a tutti quelli che sono meno fortunati e lottano ogni giorno con la malattia o con i gravi segni che questa può lasciare su loro e su chi li assiste ogni giorno.

@PiccininDaniele

Migranti, 4 su 10 contraggono il virus dell’Hiv in Europa

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali/Salute da
immigrazione

Il fenomeno delle migrazioni non è di per sé causa dell’aumento delle infezioni da Hiv, ma costituisce una componente che aggrava il problema dei contagi. A lanciare l’allarme è Julia Del Amo, professoressa in scienze biomediche presso l’Istituto Sanitario Carlo III di Madrid, intervenendo alla nona edizione di Italian Conference on Aids and Antiviral Research (Icar), evento promosso dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) che si è tenuto la scorsa settimana a Siena.

Nel 2015 i migranti hanno rappresentato il 39% dei nuovi casi diagnosticati di HIV in Europa. In alcuni paesi, in Svezia ad esempio, raggiungono il 75%, delle nuove diagnosi. In Italia sono il 28%”, afferma l’esperta dell’istituto sanitario Carlo III di Madrid. “È importante tuttavia sottolineare che solo una parte dei migranti arrivano in Europa affetti dalla malattia: in relazione per esempio all’Africa Sub Sahariana, una delle aree del mondo più colpite, solo la metà di coloro che giungono nel nostro continente hanno già l’Hiv. È necessario dunque fare maggiore prevenzione. Per alcuni gruppi specifici, come i migranti omosessuali (Msm), la probabilità di contrarre il virus dopo la migrazione è assai elevata, arrivando al 72%. Non meno preoccupante il fenomeno che scaturisce dai contatti eterosessuali, che provocano il contagio tra gli immigrati provenienti dall’Africa Sub Sahariana in oltre il 50% dei casi”.

Meno rilevante il fenomeno legato all’uso di droghe, comunque non trascurabile quando il discorso si sposta su immigrati provenienti da altri Paesi (Russia, Ucraina, Estonia). Complessivamente, non c’è abbastanza consapevolezza di ciò che accade: troppo spesso infatti si pensa che i migranti portino l’Hiv dall’Africa nei nostri paesi. In realtà, in alcuni casi, come in Grecia, il 95,3% delle infezioni tra migranti avviene proprio nelle aree di accoglienza.

Il messaggio lanciato durante la convention è che “serve una campagna di sensibilizzazione e di informazione, che deve essere accompagnata da un’adeguata campagna di prevenzione”. Oggi persiste una disparità nei trattamenti a danno dei migranti, spiegano i relatori, che a causa di un ridotto accesso non possono usare strumenti di prevenzione e non riescono ad eseguire test per valutare lo stato dell’infezione. “Il messaggio deve essere di lotta alla discriminazione, al razzismo e alla xenofobia” continua la professoressa Del Amo.

Il rischio di trasmissione diretta di Hiv dai migranti alla popolazione europea non esiste, ma resta il problema della trascuratezza nei rapporti sessuali non protetti. Ma questa è una responsabilità che deve essere condivisa: bisogna ricordare che i migranti che provengono da determinate aree geografiche come l’Africa Sub sahariana o l’America latina sono originari di regioni dove la diffusione di Hiv è più elevata che in Europa, quindi c’è un maggiore rischio di contrarre il virus se si fa sesso non protetto”.

La Un Aids (Joint United Nations Programme on Hiv/Aids) ha varato norme riguardanti i diritti umani nei principi di tutela della salute pubblica per migliorare il controllo dell’Hiv. “Se l’Europa riconoscesse questi diritti e migliorasse i sistemi di prevenzione si potrebbe raggiungere un obiettivo molto ambizioso, la fine dell’Aids. Questo è il progetto che è stato proposto nei maggiori istituti sanitari del mondo. Non possiamo lasciare i migranti fuori dalla risoluzione del problema della lotta all’Aids” conclude ancora la Del Amo.

Sul fronte nazionale dal convegno Simit sono emerse due importanti novità. In primo luogo il sempre più probabile varo del Piano Nazionale Aids (PNAIDS) e l’altro imminente traguardo relativo al finanziamento della “ricerca d’interesse nazionale per lo sviluppo del sistema economico del Paese, nonché azioni destinate all’ingresso dei giovani nel mondo della ricerca”.

Il Piano è stato approntato dal Comitato Tecnico Scientifico Nazionale del Ministero della Salute con il coordinamento del professor Massimo Galli, vicepresidente della Simit. Il documento ha visto la partecipazione di numerosi specialisti e diverse personalità scientifiche e delle associazioni di volontariato impegnate su Hiv-Aids.

I rappresentanti del Simit hanno infine lanciato un appello al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Consiglio dei Ministri. “Il nostro Paese è stato lungamente all’avanguardia nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e possiamo con orgoglio sostenere che le persone infettate trovano in Italia i migliori centri di ricovero e cura al mondo. Tuttavia, sarebbe miope pensare che ciò sia frutto esclusivamente dell’alta professionalità dei nostri esperti di Malattie Infettive e, più in generale, del Sistema Sanitario Nazionale. Per contro, quest’alta qualità è stata raggiunta perché negli stessi Centri di Malattie Infettive e nei laboratori di virologia e di immunologia ad essi collegati abbiamo contemporaneamente svolto Ricerca parimenti di alta qualità a livello internazionale, qualità da alcuni anni messa fortemente in crisi dalla mancanza di un finanziamento dedicato”.

Per questo motivo, conclude l’appello “riteniamo che questo momento forse unico dovrebbe essere colto per riportare il nostro Paese al ruolo che gli compete nello scenario internazionale nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e alle patologie ad esso collegate, quali la coinfezione da virus dell’epatite C, tumori e malattie cardiovascolari significativamente più frequenti nei pazienti che ricevono la terapia antiretrovirale”.

@PiccininDaniele

Farmacovigilanza nell’era del web: l’informazione farmaceutica in un click

in Salute da

I consigli del ginecologo sulle gravidanze degli adolescenti. Quelli dello psicologo per contrastare l’ansia. E anche qualche suggerimento per i problemi sotto le lenzuola. Su internet vi sono migliaia di siti web che offrono assistenza e informazioni farmaceutiche/sanitarie. Le domande però sorgono spontanee: sono affidabili? Sono verificabili le informazioni? E i controlli? Vari stati Europei disciplinano le vendite dei farmaci online. Le aziende farmaceutiche provano ad adeguarsi all’era digitale sviluppando siti di informazione medica nei quali si possono consultare varie informazioni per i farmaci prodotti. L’informazione medica è disponibile 24 ore su 24. L’approccio digitale di conoscenza scientifica potrebbe o non potrebbe essere migliore rispetto alla tradizionale figura dell’informatore medico?

La situazione in Italia

In Italia, con il decreto legislativo 219/2006 nessun medicinale può essere immesso in commercio sul territorio senza aver ottenuto autorizzazione dall’Agenzia Italiana del Farmaco o da un’altra autorità comunitaria. Pertanto se vi è una legislazione attenta e attiva verso i farmaci, come ci si pone verso l’informazione scientifica?

Il caso Regno Unito

In Gran Bretagna esiste un apposito albo per la vendita online previa ricetta medica telematica. Ma fin dove è utile tale servizio? Numerosi siti propongono soluzioni farmacologiche su patologie anche serie. E così il proliferarsi di “medicina fai da te”, unità alla possibilità di comprare farmaci on line, impongono una seria e approfondita attività di monitoraggio e controllo.

Agli inizi dell’ultimo decennio, in Inghilterra, le prime aziende farmaceutiche svilupparono piattaforme “self-service” di Health Care Professional, definite “siti web Medical information”. L’idea iniziale era quella di fornire un percorso multi-canale veloce e chiaro per l’accesso alle informazioni. Fornire informazioni medico-scientifiche 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, con un semplice clic del mouse, avrebbe permesso ai tanti operatori sanitari di velocizzare l’attività evitando le visite dell’informatore farmaceutico.
I portali permettevano “al cliente”, mediante la pagina di ricerca, la consultazione su determinati aspetti del farmaco. Gli utenti erano tenuti a registrare e confermare il loro ruolo nel settore sanitario prima di accedere al sito, così da evitare accessi inappropriati ai contenuti e caratteristiche del prodotto.

Inizialmente i siti funzionavano efficacemente e realmente nel fornire assistenza, ma nel tempo le statistiche d’accesso dimostrarono che avvenivano circa 30 ricerche al mese con solo un download.
Le ragioni? Probabilmente le nuove tecnologie non aiutarono il sito web da cui si poteva accedere solo attraverso il desktop e non, ad esempio, attraverso una piattaforma mobile come smartphone o i-pad. Inoltre, a domande molto dettagliate corrispondeva un’elevata percentuale di “ricerche fallite”.
Le esigenze sono complesse e spesso necessitano di risposte molto specifiche. Si richiedono spiegazioni “personalizzate” e un “documento standard” non è sufficiente. Gran parte del lavoro dell’informatore medico consistente nel gestire le aspettative di professionisti sanitari e fornire informazioni utili per un caso specifico, non potrà essere sostituito da “risponditori standardizzati e automatici”. Un documento con molti dati ma senza spiegazione è di scarso aiuto per tutti. Risulta quasi ovvio che sia più semplice per un operatore del settore o un potenziale cliente, alzare la cornetta o inviare una e-mail alla casa farmaceutica produttrice di quel dato farmaco per avere risposte adeguate.
I siti di informazione medica sembrano trovare poco appeal e gli utenti preferiscono un approccio fisico rispetto a quello digitale. Ma una tecnologia più aggiornata (ad esempio un sito web di informazione medica con dati provenienti da varie aziende) potrebbe essere la nuova frontiera.

Farmacovigilanza, protesi e dispositivi medici: arriva la nuova giurisdizione europea

in Salute/Wellness da

Lo scandalo delle protesi mammarie al silicone a basso costo in Francia. Quello delle articolazioni artificiali e pacemaker di dubbia qualità in Germania. E ancora il recentissimo caso avvenuto a Parma. Storie quotidiane che ripropongono con forza la querelle relativa alla fiducia nei dispositivi medici.

L’Europa si aggiorna attraverso una maggiore trasparenza e comprensione per il loro utilizzo e con precisi controlli di sicurezza. Tale regolamentazione contribuirà a garantire che i dispositivi medici siano sicuri e che funzionino bene rafforzando la trasparenza delle informazioni, come ad esempio la consegna obbligatoria della scheda contenente le notizie essenziali dello stesso apparecchio e l’identificatore univoco.

Nel settore sanitario non esiste solo il mondo conosciuto ai più, quello dei farmaci, ma anche quello dei cosiddetti dispositivi medici. Chi non ha mai utilizzato un semplice aerosol chiedendosi: e adesso come funzionerà? Questo è un esempio assai banale perché i dispositivi medici sono tanti e molte volte complessi. La loro ambizione è quella di trasformare il paziente impaurito in un operatore sanitario esperto.
E’ ovvio che questo è impossibile, ma il progetto di regolamentazione su dispositivi medici europei appena pubblicato (febbraio 2017), integrando precedenti direttive, enfatizza la sicurezza, la gestione e la valutazione di qualità, sino ad arrivare ai controlli del mercato relativo, alla tracciabilità del dispositivo, alle indagini cliniche e alla documentazione medica cercando di infondere fiducia e credibilità.
Nell’ambito della direttiva 93/42/Cee, il “Medical Device viene definito come strumento, apparecchio, software, impianto, reagente o altro prodotto usato da solo o in combinazione per scopi medici quali: diagnosi, monitoraggio, previsione, prognosi, trattamento della malattia, diagnosi, monitoraggio, trattamento, riduzione di un infortunio o di una disabilità, indagine, modifica dell’anatomia, di un processo fisiologico o patologico, esame in vitro di campioni di organi, sangue e tessuti necessarie a fornire informazioni.
Il Medical Device non deve esercitare azione farmacologica o immunologica nel o sul corpo umano né tantomeno processi metabolici.
Vengono definiti in Classi e le più significative sono la classe I e III. Per classe I si intendono i dispositivi meno invasivi (esempio quelli che implicano il solo contatto cutaneo) e per Classe III quelli a maggior impatto e rischio clinico (come i prodotti che entrano in contatto con il sistema nervoso centrale).
La direttiva 93/42 / CEE e il nuovo regolamento, evidenziano che un dispositivo utilizzato per somministrare farmaci deve essere pertinente alla componente medicinale.
La marcatura CE è resa necessaria per la commercializzazione in Europa e comporta una dichiarazione di conformità alla direttiva. Ogni etichetta ha informazioni specifiche per l’uso sicuro e appropriato.
Ad oggi, sebbene tutti i medicinali autorizzati dispongono di un “Riepilogo delle Caratteristiche Produttive”. i dispositivi medici non sono tenuti ad avere “Istruzioni d’uso” essenziali per pazienti e medici. La confusione nel settore sanitario evidenzia spesso come operatori del settore considerino un dispositivo medico, un medicinale, ad esempio le iniezioni intravenose, pre-filled di farmaco. Il regolamento del 2017 nasce da queste esigenze.
Le indagini di sicurezza e qualità di dispositivi medici dovrebbero considerare gli eccipienti e gli specifici componenti del dispositivo (esempio lattice, plastificanti), prove di convalida e verifica del software medico marcato CE, dati clinici a sostegno dello “scopo previsto” e controindicazioni nel metodo di montaggio e utilizzo. Inoltre occorre verificare la compatibilità farmaceutica ed eventuali problemi di prestazioni del dispositivo.
La vigilanza post-marketing (inclusa nella guida della Commissione Europea), riguarda il ​​“Sistema di Vigilanza Dispositivi Medici” e il nuovo regolamento incentiva le segnalazioni in caso di incidenti. Le linee guida di conformità promozionali, includendo i dispositivi medici, rimarcano la necessita’ di rigore scientifico con prove cliniche e funzionali.
Poiché il regolamento globale del 2017 viene adottato e attuato in Europa, è ragionevole prevedere maggiori richieste, da parte degli operatori sanitari, alle società di produzione e distribuzione, di proposte atte a migliore il supporto professionale per il loro utilizzo, la sicurezza post- marketing e la qualità.
Le informazioni sulla sicurezza e sull’uso delle apparecchiature mediche dovrebbero essere effettuate attraverso procedure standard, simili a quelle inerenti i medicinali. La loro classificazione però non deve essere fatta in base a una necessità clinica ma giuridica.

Artrite reumatoide: ecco come si contrasta la malattia

in Salute da
artrite reumatoide

L’esercizio fisico può essere parte integrante del trattamento dell’artrite: passeggiate, nuotate e finanche il giardinaggio possono contribuire a mantenere le articolazioni agili.  La malattia, che colpisce prevalentemente gli over 40 con un rapporto di circa 1 a 200 persone, troppo spesso scompare dai riflettori dei media. Eppure rappresenta un problema per moltissime persone. Non si riscontrano cause definite, ma predisposizione genetica. Uno dei problemi è certamente il ritardo nella diagnosi: statisticamente i sintomi sono sottovalutati e confusi con dolori reumatici. A cosa ci riferiamo quando si parla di artrite? Può l’esercizio fisico quotidiano migliorare le condizioni di vita di chi è affetto da tale patologia? Quali i trattamenti farmacologici maggiormente considerati?

La scomparsa di Anna Marchesini, stroncata dalla malattia

Recentemente Anna Marchesini, uno dei volti più noti della tv italiana, è scomparsa stroncata dall’artrite reumatoide. Una vita trascorsa sopra i palchi e una battaglia condotta con dignità fino all’ultimo dei suoi giorni. Il merito, l’ennesimo, dell’attrice, è stato anche quello di diventare un testimonial, di dare risalto alla problematica. Così le sue apparizioni in televisione sono divenute un simbolo della lotta alla patologia.

Cos’è l’artrite reumatoide

Per definizione, l’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria a decorso cronico e progressivo che interessa le articolazioni diartroidali soprattutto mani, polsi, piedi, ginocchia e caviglie, mentre non è interessata quasi mai la colonna vertebrale. E’ una malattia autoimmune in cui tessuti sani vengono attaccati dal sistema immunitario dello stesso organismo. Il dolore generato dall’infiammazione e dalla distruzione articolare può solo essere limitato da diversi trattamenti, in quanto non vi è una cura definitiva.
Trattamenti farmacologici e non, sono indicati per ridurre o contenere il dolore, l’infiammazione e il danno articolare. Essi sono in grado di rallentare la distruzione articolare e sono indicati al fine di permettere lo svolgimento delle normali attività quotidiane mantenendo una buona qualità di vita con minimi effetti collaterali.
La diagnosi deve essere effettuata con immediatezza alla comparsa dei primi sintomi e bisogna rivolgersi a un centro di reumatologia sottoponendosi a ecografia articolare, valutando anche il flusso di sangue nelle parti infiammate: a tutto vantaggio anche della prevenzione cardiovascolare. Il trattamento farmacologico dovrà adattarsi alla salute generale del paziente valutando la gravità dell’artrite, il tempo da cui perdura e tutti i rischi/ benefici che comporterebbe l’assunzione di un medicinale.
Il medico potrebbe iniziare la terapia prescrivendo uno o più farmaci anti-reumatici modificanti la malattia chiamati “Disease Modifying Antirheumatic Drugs “(DMARDs) riducendo l’infiammazione e il dolore.
Tali farmaci possono essere biologici o meno e la loro efficacia può richiedere da uno a tre mesi: riducono il danno articolare e aiutano a mantenere la funzionalità delle articolazioni ma certamente non potranno eliminarla.

I farmaci per curarla

Il Metotrexato (MTX) è un farmaco “non biologico”, anti-reumatico modificante la malattia spesso utilizzato, in prima battuta, in combinazione con un farmaco anti-infiammatorio, come l’ibuprofene o il naprossene.
Esso ha effetti collaterali che possono generare dolori di stomaco, visione offuscata, mal di testa, sensazione di stanchezza, diarrea e test epatici anormali ed inoltre, può ridurre la produzione di alcune cellule del sangue con eventuale aumento di rischio di sanguinamento o lividi.
Regolari esami del sangue accompagnati dall’assunzione di acido folico possono essere prescritti per ridurre il rischio di alcuni effetti collaterali.
Altri DMARD non biologici orali includono idrossiclorochina, leflunomide e sulfasalazina.

Farmaci biologici

In fase diagnostica, trattamenti mediante farmaci “biologici” anti-reumatici modificanti la malattia, possono essere aggiunti alla terapia con i “non-biologici” per pazienti che non rispondono al trattamento o che hanno un livello di patologia elevata. Pazienti con artrite reumatoide precoce che hanno raggiunto un grave stadio della malattia o che non ottengono risultati con DMARD non biologici, viene raccomandato l’uso di antagonisti del “Fattore di Necrosi Tumorali” (TNF).

Tali farmaci sopprimono il sistema immunitario e possono aumentare il rischio di contrarre un’infezione. Segnalare al proprio medico curante eventuali eventi avversi come febbre, sudorazione notturna o perdita di peso durante il trattamento è molto importante affinché il quadro clinico sia sempre monitorato.

I Dmard sono spesso accompagnati da farmaci anti-infiammatori non steroidei (fans) o glucocorticoidi (steroidi). Tuttavia, questi ultimi sono solitamente farmaci in “prima battuta” cioè prescritti all’inizio della terapia per ridurre l’infiammazione e il dolore anticipando farmaci ad azione più lenta.
Il farmaco biologico Xeljanz (tofacitinib), usato per il trattamento di pazienti con artrite reumatoide affetti da moderata a grave con risposta inadeguata al Metotrexate, è il primo farmaco biologico orale posto in una nuova classe di farmaci chiamati “Janus Kinase (JAK)” inibitori. Esso può essere usato singolarmente o associato ad un Dmard non biologico.
Come altri farmaci biologici, Xeljanz può essere associato a gravi effetti collaterali come infezioni e danni intestinali. Il continuo monitoraggio della malattia e della terapia con il proprio medico è un primo passo verso la cura di questa patologia che colpisce molti di noi.
La terapia non farmacologica è un elemento importante unitamente alla cura farmacologica affinché la terapia anti-artrite reumatoide abbia successo. Nei casi più gravi, può essere utilizzata la chirurgia ricostruttiva articolare.

Incontro storico: il Papa tra i malati di Corea Huntington

in Salute/Video Report da

Papa Francesco per la prima volta nella storia cristiana incontra la comunità dei malati affetti da Corea di Huntington. In moltissimi sono arrivati nella sala Nervi del Vaticano. Famiglie e malati da tutto il mondo, in particolare dal Venezuela che sembra avere il maggior numero di casi.

I presenti, si sono commossi per le parole del Santo Padre, il quale ha incoraggiato tutti a non nascondersi mai più. “Solo l’amore della famiglia vi aiuterà a non restare soli”, ha detto Papa Bergoglio durante la cerimonia.

@spadaro_spadar1

Tumori, IX Rapporto Favo: “Due anni di attesa per un farmaco salva vita”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
malati oncologici

Oltre due anni di attese e speranze spesso infrante per vedersi recapitare un farmaco anti cancro innovativo. È il calvario che devono attraversare i pazienti oncologici italiani. Un’attesa lunga in media 806 giorni, l’equivalente che trascorre fra il deposito del dossier di autorizzazione e valutazione presso l’Agenzia Europea dei Medicinali (Ema) e l’effettiva disponibilità di una nuova terapia nella prima Regione italiana. Un termine che può dilatarsi fino a tre anni (1.074 giorni) se si considera l’ultima Regione in cui il farmaco viene messo a disposizione. Non solo. Ai lunghi tempi di attesa talvolta si accompagna la cosiddetta “tossicità finanziaria”, cioè la crisi economica individuale conseguente al cancro e alle sue cure, problema noto da diversi anni negli Stati Uniti e che comincia a interessare anche i malati nel nostro Paese. Questa condizione tocca infatti il 22,5% dei pazienti italiani, che presentano anche un rischio di morte del 20% più alto rispetto alle persone colpite dal cancro, ma senza problemi economici.

Rapporto Favo

La denuncia è contenuta nel IX Rapporto sulla condizione assistenziale dei pazienti oncologici, presentato giovedì 18 maggio al Senato, nel corso della XII Giornata del malato oncologico, organizzata da Favo (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia).

La spesa per i farmaci oncologici è passata da poco più di un miliardo di euro nel 2007 a oltre tre miliardi nel 2014”, spiega il professor Francesco De Lorenzo, presidente Favo. “Nel suo complesso, l’oncologia rappresenta una delle voci più rilevanti per il Servizio Sanitario Nazionale: per la prima volta, nel 2014, la spesa per i farmaci antineoplastici si è, infatti, collocata al primo posto. I dati rappresentano una realtà che mal si concilia con le attuali politiche sanitarie di vero e proprio definanziamento del Sistema Sanitario Nazionale. Pur crescendo in valori assoluti, le risorse messe a disposizione, infatti, risultano progressivamente sempre più insufficienti per dare risposte concrete alla domanda di assistenza”.

Sulla stessa linea l’intervento del dottor Domenico Corsi, Segretario Consiglio Aiom (Associazione Italiana di Oncologia Medica) Regione Lazio, secondo cui l’accesso ai farmaci ultima generazione “costituisce una problematica complessa, che abbraccia non soltanto profili economico-finanziari, ma anche etici e sociali: solo la contestuale considerazione di tutti gli aspetti coinvolti può garantire soluzioni sostenibili, finanziariamente e politicamente”.

Le valutazioni in Ema richiedono, per i farmaci innovativi, mediamente 383 giorni per l’esame delle caratteristiche farmacologiche, cliniche e di sicurezza. A questi si aggiungono i tempi nazionali e regionali. Il successivo processo di rimborsabilità da parte di Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) che rende possibile a tutti i pazienti italiani l’accesso ai farmaci innovativi dura in media 260 giorni. L’attesa però non finisce qui. Vanno aggiunti ancora dai 31 ai 293 giorni, necessari alle Regioni per rendere queste terapie disponibili e gratuitamente presso ospedali e Asl.

Il rischio per l’Italia

“Il rischio concreto – continua il professor De Lorenzo – è che il processo che va dall’approvazione europea alla reale disponibilità concreta del farmaco per i cittadini, particolarmente lento, possa tradursi in una forma di razionamento che penalizza fortemente i malati, specialmente nel caso di farmaci innovativi salvavita. Diventa pertanto di fondamentale importanza, non soltanto per la tenuta economica del sistema, ma anche per la salvaguardia della coesione del tessuto sociale, che si giunga al più presto ad individuare un metodo condiviso e integrato per la valutazione dell’innovazione, che tenga cioè conto di tutti gli aspetti coinvolti nella cura: non soltanto dell’efficacia clinica del farmaco, ma anche del suo costo-efficacia in termini di qualità della vita”.

Le difficoltà economiche per i malati di cancro

In Italia esiste anche un problema di difficoltà economica per chi è colpito dal cancro: si traduce in uno svantaggio nel perseguire un miglioramento della qualità della vita con i farmaci antitumorali. Secondo uno studio condotto dall’Istituto Nazionale per lo Studio e la Cura dei Tumori Fondazione “G. Pascale” di Napoli, pubblicato su Annals of Oncology, una persona su cinque colpita dal cancro subisce un contraccolpo economico, che si riverbera in un peggioramento della prognosi. Si tratta di un dato sorprendente perché questi pazienti avevano partecipato a sperimentazioni promosse e realizzate all’interno del Servizio Sanitario Nazionale e non avevano dovuto in alcun modo contribuire al costo dei trattamenti antineoplastici, tutti forniti gratuitamente dal servizio pubblico.

@PiccininDaniele

“La vista ti salva la vita”: sensibilizzare per tutelare un millione di persone

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Ogni anno gli oculisti italiani salvano la vita a oltre un milione di persone. Lo fanno curando la vista, un bene fondamentale da preservare e custodire. Con questo intento è partita la campagna di informazione “La vista ti salva la vita“, ideata e organizzata dalla “Fondazione Insieme per la Vista Onlus”, con il patrocinio tecnico-scientifico della Società Oftalmologica Italiana, allo scopo di informare e aggiornare i cittadini sulla necessità di tutelare e curare i nostri occhi. Una diffusione capillare sui media e social network. La campagna, infatti, prevede numerose iniziative che comprendono uno spot televisivo, un sito internet, una divulgazione tramite social network (#lavistatisalvalavita#) e largo spazio sulla stampa quotidiana e periodica insieme ad altre iniziative in fiere e saloni nazionali. Lo spot televisivo ha come testimonial d’eccezione il cantante Albano Carrisi. In più esiste un sito internet appositamente dedicato e tutte le altre iniziative previste. Eventi che hanno lo scopo di creare una cultura specifica per il grande pubblico. L’obiettivo è uno: sottolineare quanto sia importante salvaguardare la propria vista con l’attività di prevenzione e di cura effettuata dai 7000 medici oculisti italiani. La scienza ha compiuto grandi progressi tecnologici e terapeutici nel campo dell’oculistica negli ultimi 40 anni, considerando che l’incidenza e la buona riuscita degli interventi agli occhi era molto ridotta, con percentuali di riuscita basse che in molti casi creavano complicanze post-intervento.

Una insufficiente copertura sanitaria

Nonostante i grandi risultati acquisiti nel tempo l’oculistica assorbe attualmente solo l’1 per cento della spesa sanitaria pubblica italiana. E questo si traduce in impossibilità di fornire ai cittadini nuove tecnologie e cure innovative, che costituiscono una realtà in altri Paesi come Francia, Germania, Giappone e Stati Uniti. Un accesso adeguato alle cure deve essere una garanzia per ogni cittadino italiano. “Abbiamo a disposizione strumenti straordinari, gli oculisti salvano la vista a un milione e 200 persone l’anno ma non avendo le risorse a disposizione per questo tipo di interventi e con la diminuzione del rimborso è evidente che le tecnologie che siamo obbligati ad applicare oggi non sono paragonabili a quelle che ci sono negli altri Paesi. Abbiamo degli strumenti fantastici per sostenere i pazienti, ma dobbiamo tenerli in garage” dichiara a Ofcs.report il professor Matteo Piovella, presidente della Società Oftalmologica Italiana che promuove l’iniziativa.

La cura della cataratta

Si tratta dell’intervento chirurgico maggiormente eseguito sull’uomo. Sono 557.000 gli interventi di chirurgia della cataratta, ottenendo una percentuale di risultati eccellenti nel 97 per cento degli operati. Quarant’anni fa la percentuale di gravi complicazioni legate a questa chirurgia era dell’80 per cento. Anche in questo caso gli ottimi risultati fanno da contraltare a una cattivo funzionamento del Sistema Sanitario Nazionale che eroga alla struttura un importo di 735 euro con il quale non è possibile applicare le nuove tecnologie nell’organizzazione dedicata alla valutazione e studio dei parametri dell’occhio, per individuare la strategia chirurgica migliore che oggi deve essere personalizzata.

Maculopatie

Un’altra emergenza segnalata dal Soi riguarda la diagnosi e la cura delle maculopatie, le malattie che colpiscono la parte più nobile e delicata della retina e che mettono una persona su tre nella condizione di non poter più leggere, ad esempio, un estratto conto bancario dopo i 75 anni. “La maculopatia si configura come un vero e proprio problema sociale per via dell’alto numero di pazienti che ne risultano affetti” segnala il presidente Soi. Il numero delle persone che risente di questa patologia è esploso recentemente per effetto dell’invecchiamento della popolazione e dei numeri incredibili riguardanti i pazienti diabetici. Oggi 100.000 individui hanno un accesso inadeguato alle cure. Dati delle Regioni meglio organizzate evidenziano che a differenza di una corretta terapia basata il primo anno sulla somministrazione di sette dosi del farmaco per iniezione intravitreale, ne vengono erogate solo tre. I dati riferiti al numero di terapie attuate in Italia evidenziano un sottodimensionamento del 50 per cento rispetto a Paesi come Francia e Germania. La somministrazione di queste terapie è ristretta a soli pochi ospedali e pochi medici oculisti (non più di 200, rispetto ai 7000 medici oculisti italiani in grado di curare perfettamente tutti i pazienti) contrariamente a quanto indicato e attuato in tutto il mondo. La cataratta e la maculopatia senile sono condizioni che si manifestano solo con l’avanzare dell’età e colpiscono tutti. E il numero delle persone con gravi problemi di vista, al contrario di quello che si crede, è destinato ad aumentare in modo drammatico: negli Stati Uniti, è stato calcolato che nei prossimi otto anni, gli ipovedenti e i ciechi aumenteranno dell’80 per cento. In questi casi la prevenzione è fondamentale. Le migliori cure traggono grande vantaggio da un’efficace precauzione e diagnosi ma non basta. “Per la maculopatia basterebbe liberalizzare l’utilizzo delle terapie che oggi è molto ristretto per delle regole dell’Aifa, che in 10 anni non siamo riusciti a far superare. Aifa (Agenzia Italiana del Farmaco) ha una normativa per cui queste terapie si possono effettuare solo in alcuni ospedali, quindi i centri sono insufficienti e non sono in grado di far fronte alla richiesta dei pazienti. Oltre questo c’è da segnalare la mancanza di risorse economiche. Il primo passo è  prima cosa è rendere la terapia libera e utilizzabile dappertutto così come avviene in tutto il mondo. Perché siamo l’unico paese ad avere un empasse di questo tipo che penalizza drammaticamente i pazienti che non riescono a curarsi”.

 

 

 

1 2 3 19
Vai a Top