Menu

La Percezione Della Sicurezza

Category archive

Wellness

Wellness: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report su alimentazione, salute e benessere.

Endometriosi, ricercatori Yale University: “Può creare ansia e depressione”

in Benessere/Salute da

 a cura di Sara Novello 

 

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, 150 milioni di donne in età fertile soffrono di endometriosi. Di queste, 14 milioni si trovano in Europa e 3 milioni in Italia. I sintomi più comuni e frequenti sono la dismenorrea, mentre dolore pelvico e ovulatorio sono sottovalutati. Recentemente questi dati sono stati rivisitati stimando l’incremento a 176 milioni il numero di donne colpite. La U.S. Food and Drugs Administration informa che la metà delle pazienti, prima di avere una diagnosi certa, incontra in media dai 5 ai 6 ginecologi. Nonostante questi dati allarmanti, dell’endometriosi sappiamo ancora molto poco.

Nuovi studi clinici evidenziano una netta correlazione tra l’endometriosi e i disturbi dell’umore

Per definizione l’endometriosi èuna malattia cronica in cui del tessuto, simile a quello endometriale che riveste la parete interna dell’utero, viene a trovarsi in sedi anomale come ovaie, tube, legamenti utero-sacrali, vescica, retto, ureteri, reni e qualunque organo del corpo”. Essa è stata riconosciuta come una malattia invalidante (in Italia inserita nei livelli essenziali di assistenza permette il diritto all’esenzione).

Secondo il dottor H. Taylor della Yale University, l’endometriosi “agisce sul cervello” causando ansia e depressione. Studi clinici effettuati dal suo team indagano sull’origine di disturbi dell’umore diagnosticati in donne affette da endometriosi  e si chiedono se va o meno a influenzare il comportamento a livello celebrale o se ansia e depressione sono la normale conseguenza del dolore provocato dalla malattia.

Lo studio eseguito su topi ha evidenziato una stretta correlazione tra endometriosi e ansia

Animali privi di endometriosi posti in uno spazio aperto esploravano con serenità l’ambiente attorno a loro, mentre quelli che presentavano la patologia “erano ansiosi e depressi” dice Taylor. Quando il team ha confrontato il cervello dei due gruppi di animali ha scoperto che in quelli con endometriosi l’attività dei geni legata all’ansia e al dolore, nella regione celebrale coinvolta nell’umore era differente, aveva quindi subito dei cambiamenti. “Stiamo dimostrando che l’endometriosi agisce anche sul cervello”, dice Taylor, che ha presentato le sue scoperte al meeting annuale dell’American Society for reproductive Medicine in Texas nel mese di ottobre 2017.

La tesi contraria

Dall’altra parte, non essendo ancora noto come l’endometriosi possa avere questi effetti, la dottoressa E. Greaves presso l’Università di Edimburgo, Regno Unito, non sostiene appieno questa tesi. Il suo team di scienziati ha scoperto che tale condizione causa cambiamenti nel cervello e nei midolli spinali dei topi rendendoli più sensibili al dolore, ma secondo la sua opinione la depressione e l’ansia su donne con endometriosi hanno più a che fare con l’infertilità che esse sperimentano relegando gli sbalzi di umore a qualcosa di piu’sociologico che patologico.

Di certo da questi nuovi studi sappiamo che ci sono cambiamenti al sistema nervoso centrale causati dall’endometriosi, malattia invalidante non solo da relegare come problema di infertilità. 

Natale 2017, Federconsumatori: aumento del 4,1% per spese e addobbi

in Alimentazione/Economia da

Il Natale è alle porte e gli italiani hanno già cominciato a pensare alle spese del caso. Menù per cena e pranzo del 24 e 25 dicembre, regali e addobbi. Secondo una stima fatta da Federconsumatori, ogni famiglia stanzierà una spesa media per i regali di 129,90 euro, per un giro d’affari complessivo di circa 3,24 miliardi, registrando un incremento del 4,1% rispetto al 2016.

Aumentano i costi dei prodotti tipici

Tuttavia, nonostante l’economia del Paese sia in crisi,  i costi di regali e prodotti tipici aumentano del 1,6%. A crescere sono per lo più i prezzi che riguardano gli addobbi, con il 5% in più, mentre quello degli alberi di Natale registra un aumento del 4%. I regali per i più piccoli, invece, salgono a + 3,9% e quello dei prodotti alimentari +3%.

Come ogni anno Federcosumatori ha stilato una lista che permette di vedere i costi e le preferenze degli italiani nelle festività invernali. Un esempio è il panettone, il dolce per eccellenza sulle tavole natalizie, che quest’anno ha un costo medio di 10,40 euro contro 9,50 dello scorso anno (+9% ). Stesso discorso per lo zampone che ha registrato un aumento del 8% rispetto al costo dello scorso anno (9,20 euro contro 9,90 nel 2017). 

Nel 2017 sensibile aumento degli addobbi natalizi

Non solo cibo ma anche addobbi natalizi. Rispetto al 2016 quest’anno c’è stato un sensibile aumento in molte delle decorazioni: ghirlande (+9%), carta regalo (+1%), luci (+6%), coccarda (+11%) e palline decorative (+6%).

Un capitolo a parte è dedicato agli alberi di natale che vengono divisi in alta e media qualità, grande o piccolo. Ad aumentare maggiormente è il costo per gli alberi di media qualità: +13% per quello di 180 centimetri.

Diminuiscono i costi per i regali ‘tradizionali’

A diminuire, invece, sono i costi per i regali considerati ‘tradizionali’: libri, profumi e vestiti quest’anno scendono del 1,2% e del 3,4% i regali tecnologici. Per Federconsumatori il calo dei prezzi sui regali è riconducibile a una maggiore tendenza da parte degli italiani a comprare sempre di più online. Per fare degli esempi, nel 2017 il costo di un note book è sceso del 2%, quello delle console ( Play Station, Xbox, Nintendo) del 14%, della fotocamera digitale del 3% e del tablet del 7%.

Gli italiani optano anche per i regali ‘fai da te’

Tra le novità di quest’anno spicca l’interesse degli italiani sia per i regali dedicati al cibo (corsi di cucina personalizzati, percorsi enogastronomici e similari) sia per il ‘fai da te’.
Federconsumatori ha registrato la nuova tendenza che, oltre al notevole risparmio, darebbe ampio spazio al riciclo considerato utile in periodi di crisi ma allo stesso tempo ritenuto ‘chic’.

 

Ema: ‘ritorno in Europa’. Ma l’Italia resta a bocca asciutta

in Internazionale/Relazioni Internazionali/Salute da

A cura di Sara Novello e Eleonora Spadaro

Dopo Brexit, l’Agenzia europea del farmaco, tra sorteggi e malumori, ha trovato dimora nel cuore dell’Olanda, ad Amsterdam. Mentre il Regno Unito dovrà affrontare una spesa da 520 milioni di sterline per il trasferimenti di Ema da Londra all’Ue, Amsterdam si prepara ad accogliere uno dei gioielli più preziosi nella corona dell’Unione. L’ Agenzia europea del farmaco, infatti, è responsabile della valutazione scientifica, della supervisione e del monitoraggio della sicurezza di tutti i medicinali commercializzati nel mercato unico dell’Unione Europea e ospita decine di migliaia di regolatori e scienziati ogni anno provenienti da tutto il continente per creare ed approvare i processi scientifici e legislativi.

“È davvero pazzesco. Invece di 350 milioni di sterline a settimana in più per il servizio sanitario nazionale, promesso dai Brexiteer, la Brexit ci rende ogni giorno più poveri “, dice il portavoce ‘Lib Dems’  per la Brexit, Tom Brake. L’Unione Europea ha infatti insistito all’inizio di quest’anno affinché la Gran Bretagna paghi per intero il conto “del trasloco” dell’Agenzia europea del farmaco, come conseguenza del referendum per lasciare l’Unione.

In Gran Bretagna i parlamentari conservatori stanno invitando le imprese britanniche e il governo a trattenere scienziati ed esperti Ema. Circa 600 dipendenti affermarono in passato di non voler lasciare Londra con un conseguente danno per il lavoro dell’agenzia. A questo si aggiunge un’ulteriore incertezze sulla rapida attivazione della regolamentazione europea circa la sperimentazione clinica di medicinali per uso umano.

Il Regolamento Ue numero 536 del 2014 sulla sperimentazione clinica di medicinali per uso umano, che abroga la direttiva 2001/20/CE, potrebbe infatti entrare in vigore solo a marzo 2019 quando il Regno Unito avrà lasciato l’Unione Europea, nonostante esso intenda continuare i rapporti nel settore farmaceutico e nella sua regolamentazione che fino a ieri governava anche in UK.

Il governo britannico si è dunque impegnato a sostenere finanziariamente i progetti di Horizon 2020, il programma quadro dell’Ue per la ricerca e l’innovazione, presentati prima della data di uscita, garantendo cosi il pagamento, ma solo quando i fondi saranno aggiudicati.

Tra traslochi e polemiche la speranza che tutte le promesse fatte e sottoscritte tra Ue ed Regno Unito vengano mantenute per il bene della salute che resta l’obiettivo più concreto da raggiungere.

In Italia intanto c’è aria di delusione

In Italia, invece, la questione Ema non è stata digerita affatto bene. Milano, città in lizza fino alla fine per ospitare l’Agenzia europea del farmaco, ha visto sparire all’ultimo la possibilità di essere la sede centrale. Sfumato anche un guadagno possibile di 1,7 miliardi di euro oltre che il lustro, enorme, di essere la Nazione prescelta. Dopo 2 votazioni, risultate pari tra Amsterdam e Milano, si è andati avanti per estrazione, come da regolamento. Così ha vinto la capitale dei Paesi Bassi.

Una notizia che ha deluso un po’ tutti. Il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, ha affidato a Twitter il suo commento: “Grazie a Milano e grazie a tutti coloro che si sono impegnati per #Ema, nelle istituzioni e nel privato. Una candidatura solida sconfitta solo da un sorteggio. Che beffa!”. Gli fa eco il ministro della Salute, Beatrice Lorenzin: “Delusione e amarezza per sconfitta al sorteggio dopo 2 turni vinti. Rimane valore candidatura #Milano su cui Italia ha fatto sistema”.

Un dispiacere palpabile che, insieme alla mancata qualificazione ai mondiali di calcio, ha dato un duro colpo al Paese, soprattutto a chi ha lavorato mesi al progetto.  Quello che davvero non è andato giù agli italiani, però, è il metodo con cui è avvenuta l’assegnazione: l’estrazione. Il presidente della Regione Lombardia, Roberto Maroni, che ha prima ringraziato il sindaco di Milano Beppe Sala, gli operatori, il mondo delle imprese e il Governo, ha sottolineato come il sorteggio sia stato “il paradigma di questa Europa che non sa decidere e non sa assumersi responsabilità. Non faccio dietrologie, ma ricordo che su 27 Paesi uno si è astenuto. Si è andato al pareggio per non scontentare nessuno? Non lo dico. Ma l’Ue lascia decidere ad altri, non si sa assumere le responsabilità e lascia decidere fuori dall’Europa o affidandosi alla sorte. Da Domani – ha concluso – io, Beppe Sala e il governo italiano magari qualche iniziativa potremmo pensare di prenderla”.

 

 

 

 

 

Resistenza agli antibiotici: in Europa causa 37.000 decessi

in Benessere/Salute da

a cura di Sara Novello 

Secondo recenti stime dell’Oms i superbug saranno, nel 2050, la principale causa di morte. Le infezioni da germi antibiotico-resistenti rappresentano una emergenza sanitaria, soprattutto quelle derivanti dalle infezioni intra-ospedaliere (HAIs) che riguardano l’8-12% dei pazienti ricoverati. In Europa si stimano annualmente circa 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti, che causano oltre 37.000 decessi e sono responsabili di un significativo assorbimento di risorse (sanitarie e non) che ammontano a circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Negli Stati Uniti sono 2 milioni i soggetti colpiti da un’infezione resistente agli antibiotici, con circa 50.000 morti e una spesa che supera i 20 milioni di euro. Le più comuni infezioni sono polmonite (24%) e infezioni del tratto urinario (21%).

L’antibiotico-resistenza riguarda anche i batteri che causano le infezioni più comuni

L’infezione da Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA), ad esempio, è la principale causa al mondo di infezioni comunitarie e di cure sanitarie. Colpisce oltre 150.000 pazienti ogni anno nella sola Europa, che costano al sistema sanitario europeo in spese extra-ospedaliere 380 milioni di euro. Solo le setticemie da MRSA variano negli Stati membri dall’1% a più del 50%, sebbene negli ultimi 5 anni i tassi di batteriemia da MRSA siano calati in modo significativo nei 10 Paesi europei con le maggiori percentuali di endemicità per questa pericolosa infezione.

Quale soluzione?

La resistenza agli antibiotici, dunque, è una delle più grandi crisi di salute pubblica dei tempi moderni. L’uso responsabile degli antibiotici resta una priorità, ma spesso può non bastare. La scienza rivolge lo sguardo alla batteriofagia, trattamento centenario in grado di fornirci un’arma nuova a difesa della salute.

A Tbilisi, in Georgia, si studia e si approfondisce un trattamento presso l’Istituto Eliava, basato proprio sulla terapia fagica. Essa fu scoperta all’inizio del XX secolo da Frederick W.Twort nel Regno Unito  (1915) e Felix d’Herelle (1917). In seguito D’Herelle conio’ il termine “batteriofago”, fondando l’Istituto Eliava con il microbiologo georgiano, George Eliava (1923), con l’obiettivo di renderlo un centro mondiale per ricerca batteriofagi.

La terapia fagica comporta l’uso di virus particolari che possono attaccare i batteri. Sostanzialmente si utilizzano batteriofagi naturali per il trattamento delle infezioni batteriche (ossia virus “buoni”) che infettano e si replicano all’interno dei batteri nocivi sconfiggendoli.

Attualmente l’Istituto offre sei preparati di batteriofagi sotto il marchio Eliava. I validi risultati clinici condotti nei paesi dell’Est consentono di essere ottimisti, e sono complementari alle recenti ma limitate sperimentazioni sugli animali condotti in Occidente.

L’8 giugno 2015 l’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha organizzato il suo primo workshop su tale tematica con l’obiettivo di “discutere con le parti interessate, possibili sviluppi delle terapie batteriofagiche per il trattamento delle infezioni batteriche”.

In tale documento l’Ema afferma che alcune aziende farmaceutiche stanno esplorando la possibilità di formulare “cocktail di batteriofagi” da utilizzare con sperimentazioni cliniche, in condizioni di buone pratiche di fabbricazione (Good Manufacturing Practice) in linea con le linee guida vigenti per i medicinali biologici. L’Ema, pur continuando a “intraprendere misure per facilitare lo sviluppo di tali prodotti”, sottolinea la necessità di studi clinici più ampi per dimostrarne la sicurezza e l’efficacia prima dell’approvazione al commercio.

Lo studio finanziato dalla Commissione europea

Uno studio sulla terapia fagica, già in esecuzione, è il Phagoburn Clinical Trial finanziato dalla Commissione europea. La ricerca mira a valutare la terapia fagica per il trattamento delle ferite da ustione in seguito infettate da batteri quali Escherichiacoli e Pseudomonas aeruginosa. Nel gennaio 2017 il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) ha pubblicato una linea guida intitolata “la gestione antimicrobica: il cambiamento dei comportamenti correlati al rischio nella popolazione generale”. 

La linea guida mira a “individuare misure per prevenire e controllare le infezioni evitandone la diffusione rendendo le persone consapevoli di come utilizzare correttamente i farmaci antimicrobici (in primis gli antibiotici) spiegando i pericoli connessi con il loro uso eccessivo”. Ad esempio, razionare in base alla patologia presente il numero delle compresse di antibiotico, evitando che vi sia un disavanzo pronto da prendere nel cassetto dei medicinali al primo malessere senza l’approvazione medica, ridurebbe senz’altro la resistenza antimicrobica e la diffusione di microbi resistenti.

Dunque, il cambio di abitudini sembrerebbe la soluzione più lungimirante da intraprendere per evitare future resistenze e un irreversibile danno alle nostre difese contro le infezioni. Nel frattempo la scienza guarda avanti riproponendo cose dimenticate che potrebbero fare la differenza.

Che cos’è l’antibiotico resistenza

Viene definito come un fenomeno per cui alcuni microrganismi divengono inattacabili all’azione dei farmaci che dovrebbero modificarli ed ucciderli. Alla base del fenomeno c’è un uso inadeguato di farmaci antimicrobici e anche di disinfettanti, in modo particolare negli allevamenti animali dove gli antibiotici vengono impiegati massicciamente a basso dosaggio anche a scopo preventivo.

Nel 2013 il professor Davies definì la resistenza antimicrobica come “una minaccia catastrofica” che potrebbe portare al ricovero, anche per interventi chirurgici minori, per una infezione ordinaria che non può essere più trattata con la somministrazione di semplici antibiotici. Nel 2015, l’Organizzazione mondiale della sanità pubblicò il piano d’azione globale sulla resistenza antimicrobica evidenziando come “essa mina il nucleo stesso della medicina moderna e la sostenibilità di una risposta efficace della sanità pubblica alla minaccia permanente di malattie infettive…”.

A seguito di questo allarme venne ideato e creato lo Stretegic and technical advisory group (Stag), gruppo di consulenza strategico e tecnico il cui scopo è riesaminare e contribuire a formare una strategia globale contro la crescente resistenza antimicrobica.

Nel 2016, sempre l’Organizzazione mondiale della sanità affermò nuovamente che “…la resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce per la salute globale, la sicurezza alimentare e lo sviluppo di oggi. La resistenza antimicrobica si verifica quando i microrganismi (batteri, funghi, virus e parassiti) mutano una volta esposti a farmaci antimicrobici  (antibiotici, antimicotici, antivirali). I microrganismi che sviluppano la resistenza antimicrobica, chiamati “superbugs”, posseggono una incredibile resistenza. L’inefficacia della medicina e le infezioni, aumentano il rischio di diffusione di tali microrganismi resistenti…”.

Il Consiglio dell’Unione europea ha sollecitato gli Stati membri ad adottare, entro il 2017, un piano d’azione nazionale contro la resistenza antimicrobica, sulla base dell’approccio ‘one health’ e in linea con gli obiettivi del Piano di azione globale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Rapporto medico-paziente: il diritto del malato ad una corretta informazione

in Salute/Wellness da

a cura di Sara Novello

 

L’informazione incompleta o non esaustiva può comportare una responsabilità civile e penale con la conseguenza che, in caso di contenzioso con il paziente, sarà il medico a dover provare il corretto adempimento dell’obbligo posto a suo carico. Sono elevate, infatti, le probabilità di informazioni travisate o errate e pochi pazienti conoscono la cosiddetta Alert Card (Carta informativa del paziente). Il medico curante deve seguire regolarmente il paziente informandolo prontamente circa un determinato trattamento sanitario mediante un linguaggio comprensibile, completo e esplicito.

Gli aggiornamenti scientifici, infatti, sono necessari al medico affinchè una costante ed efficace formazione possa favorire il paziente, non solo per la crescente necessità di comprendere i protocolli curativi adottati, ma per affrontare coscientemente l’affezione in essere. L’aggiornamento professionale del medico comprende attività formative, sia teoriche che pratiche, con lo scopo di mantenere elevata ed al passo con i tempi la professionalità degli operatori della sanità, non solo nello specifico campo medico, ma anche nel settore farmaceutico.

Il Comitato per la valutazione dei rischi di farmacovigilanza (Pharmacovigilance risk assessment committee, Prac) ha adottato una nuova strategia per misurare l’impatto delle attività svolte dall’Unione europea e dagli Stati membri per lo sviluppo di sistemi di controllo e aggiornamenti sempre più d’avanguardia.

Nel dicembre 2016, l’Agenzia Europea del Farmaco, nell’ambto del suo ruolo istituzionale, tenne un seminario incentrato su esperienze e differenti approcci per implementare la valutazione dei rischi di farmacovigilanza grazie ai contributi delle varie autorità nazionali di regolamentazione, mondo accademico, industria farmaceutica ed operatori sanitari,

Nell’ambito della cooperazione Europea (Strenghthening Collaboration for Operating Pharmacovigilance in Europe, Scope), otto paesi dell’Unione (inclusi il Regno Unito e l’Irlanda) hanno condotto un sondaggio sulle informazioni di sicurezza ricevute dagli operatori sanitari (Heathcare professionals, HCPs), in particolare dai medici di base. A essi fu chiesto se avessero ricevuto e letto il Direct to Healthcare Professional Communications (DHPCs), le notifiche dalle autorita’ nazionali competenti in materia di sicurezza sanitaria (National Competent Authority) e i materiali didattici (aggiornamenti attraverso materiale scientifico cartaceo e video).

La maggior parte delle risposte attestavano che venivano recepite per presa visione esclusivamente le informazioni ricevute dal sistema pubblico nazionale e da organismi professionali, ma non quelle provenienti dalla stampa di settore e dall’industria farmaceutica. Varie differenziazioni si sono registrate tra Stati Europei nelle risposte fornite ma che sostanzialmente si soffermavano sul punto comune di fidarsi delle informazioni provenienti dalle fonti riconosciute e accreditate a livello mondiale.

Gli Stati membri riconoscono i  limiti delle attuali fonti di comunicazione per gli operatori sanitari per le informazioni sulla sicurezza. Nuovi eventi avversi non verrebbero identificati senza la segnalazione del paziente nonostante il divario enorme inerente la percezione del rischio dell’assunzione di un farmaco (o di piu’ farmaci) tra paziente e operatori sanitari continua a persistere.

Le attivita’ di farmacovigilanza contribuiscono al miglioramento per la chiarezza del linguaggio medico scientifico nelle sue varie forme di sicurezza, per una solida conoscenza scientifica nel contesto terapeutico in cui si agisce e per la collaborazione nazionale e internazionale dei vari attori coinvolti (case farmaceutiche, pazienti, operatori sanitari ). Esse sono  essenziali per costruire nuove normative con modelli metodologici (innovazioni tecnologiche, social media)  tendenti ad una raccolta sistematica dei dati .

Una nuova Reta Europea di Centri per la Farmacoepidemiologia e Farmacovigilanza (ENCePP) atta a fornire analisi e metodologie innovative, l’applicazione della Good Vigilance Practice (GVP), una continua strategia di comunicazione del rischio  grazie alla collaborazione della farmacovigilanza europea (Scope)  e l’ aggiornamento delle strategie scelte dal Pharmacovigilance Risk assessment Committee (Prac), renderanno sempre piu’ chiare e accessibili a pazienti e medici le informazioni sull’uso dei farmaci.

In Italia la fondazione Ircss- Policlinico San Matteo di Pavia, ha rilasciato interessanti dati statistici circa l’attivita’ di farmacovigilanza all’interno della loro struttura. Il loro studio classifica i dati relativi alla sicurezza dei farmaci da fonti diverse : segnalazioni spontanee di sospette reazioni avverse, studi clinici, letteratura scientifica, rapporti presentati da società farmaceutiche, medici (medici ospedalieri: 50%), infermieri, farmacisti.  Nel periodo compreso tra il 2004 e il 2008 un certo numero di Responsabile di Farmacovigilanza locale (Rlf) non ha mai inserito alcuna segnalazione nella Rete Nazionale Farmacoviglianza (Rnf); in particolare, nei 5 anni considerati l’8% dei Rlf  non ha inserito alcuna segnalazione, mentre nel 2008 questa percentuale corrisponde al 17,5%.

La Fondazione San Matteo ha condotto un progetto-tesi mediante un questionario somministrato al personale sanitario della stessa Fondazione per idenficare con solo i difetti del sistema ma individuare anche le aree di azione per promuovere interventi correttivi mirati. Un totale di 281 (16,4%) questionari sono stati restituiti, tra cui n 54 (10,8%) questionari da parte dei medici, n 13 (6,5%) questionari dagli studenti specializzandi, n 206 (19,3%) questionari da parte degli infermieri e n 8 (18,6%) questionari dagli ostetrici. La maggior parte degli intervistati non ha frequentato alcun corso di formazione mentre alcuni medici (9,3%) ed infermieri (13,1%) hanno, invece, preso parte ai corsi organizzati dalla S.C. Farmacia all’interno della Fondazione e si sono dichiarati soddisfatti. Molti rivelano una buona e positiva opinione della FarmacoVigilanza, che è percepita dal 75,5% dei medici come parte della normale pratica medica al fine di ridefinire il profilo rischio/beneficio del farmaco. Sorprendente il dato emergente dalla risposta delle ostetriche, le quali hanno seguito corsi di formazione ma percepiscono comunque la FarmacoVigilanza come un insieme di procedure burocratiche. In ogni caso, il 69,2% degli infermieri ritiene che la FV sia una fase importante dello sviluppo di un farmaco, fondamentale per definirne il profilo di sicurezza, così come il 22,6% dei medici.

Io, alcolista da anni, vi racconto la mia rinascita

in Salute/Wellness da

“Nemico alcool ti ho detto addio, amico mio”.  Così recitava la strofa di una canzone di Umberto Tozzi degli anni ’70 che, autobiografica o meno, e sinceramente è un dato che non interessa, racchiude il senso della lotta interiore che le persone affette da alcolismo affrontano nel loro tentativo di risalita dal baratro nel quale sono precipitate. Si parla sempre in terza persona come se il problema fosse a noi così lontano, non ammettendo che, invece, è dentro di noi, ci coinvolge, stravolge e destabilizza fortemente fino a quando non riusciamo ad ammettere a noi stessi di avere un problema e di non sapere come affrontarlo.

Chi sta leggendo queste righe non si nasconda

E’ parte della categoria o coinvolto, a livello sentimentale, con chi “ha un problema” legato all’alcool. Ciò che ci si attende è una risposta alle proprie domande, un rimedio, un suggerimento immediati che permettano, alla fine della lettura, di convincersi che si può uscire dal famoso tunnel.

Sì, non senza difficoltà, poiché l’alcolismo, ovvero la dipendenza dall’alcool, è una patologia riconosciuta e difficilmente curabile. Non fatevi attrarre dalle sirene di rimedi costosi, fantasiosi, di ricoveri in clinica o di sedute psicanalitiche. Il rimedio siete voi stessi, la vostra forza di volontà, il vostro coraggio e la vostra convinzione di voler porre rimedio a una situazione che da troppo tempo si trascina.

Ho deciso di scrivere a Ofcs.report, magazine dedicato alla “percezione della sicurezza”, perché il problema dell’alcolismo, a vari livelli, è strettamente connesso alla sicurezza. Si pensi agli incidenti stradali provocati da guidatori sotto l’effetto dell’ennesima sbornia o alle violenze domestiche cagionate da chi, magari, non ha trovato la propria scorta di bottiglie dove l’aveva nascosta, alle risse o addirittura alle decisioni importanti prese in preda ai fumi dell’alcool. Già, perché la nostra patologia non guarda in faccia nessuno. In fondo è il vizio più democratico che esista, colpisce ricchi e poveri allo stesso modo, contadini e politici, manovali e dirigenti d’azienda. In questo dimostra il proprio senso di giustizia e, contemporaneaente, la propria profonda perniciosità.

Chi scrive non vuole assolutamente sostituirsi a chi, per legge, è delegato ad occuparsi in modo scientifico all’approccio con l’alcolista, ma semplicemente fornire il proprio personale contributo, basato sul vissuto, a chi è in cerca di uno spiraglio di luce.

Nell’affrontare il problema dell’alcool, senza dover forzatamente parlare di dosi, tipologia e tempi dell’assunzione che mi sembrano argomenti francamente superflui (poiché tenderebbero a giustificare chi sta leggendo e a non portare a un’ammissione di “colpa”) voglio trattare dei sintomi. Riporto integralmente un mio appunto redatto una mattina appena alzato, in un periodo di profonda crisi dovuta all’assunzione della nostra bevanda preferita: “Insonnia e palpitazioni al risveglio. Nausea e inappetenza. Gravi problemi gastrointestinali. Ansia diffusa e alterazione della pressione. Apatia permanente con difficoltà a compiere qualsiasi sforzo. Capogiri. Perdita di interesse per il lavoro. Difficoltà decisionale. Senso di profonda depressione, momenti di lucidità e iperattività alternati a lunghe pause di completa inattività”. Queste brevi note le ho redatte nel corso della giornata, tendando di sedare, in qualche modo, il bisogno di ricorrere alla bottiglia.

Dai giorni successivi ho maturato nuovamente (avevo già provato…), l’intenzione di rinunciare a questi sintomi. Per dirla in modo ironico, di riprendere a vivere e a fare vivere chi mi sta accanto. Non è stato facile.

Il primo giorno di astinenza è stato terribile

Pur tendando di rivolgere il pensiero e l’attenzione altrove, mi ritrovavo continuamente a guardare l’orologio, sperando che le ore passassero in fretta per consentire al mio fisico a disabituarsi all’alcool. Ma non è stato così. I dolori allo stomaco non mi hanno dato tregua, accompagnati da un forte stato d’ansia che mi ha accompagnato per le successive 48 ore. Tremori, sudorazione, palpitazioni mi hanno tenuto compagnia senza soluzione di continuità. Il mio medico, un amico, mi ha supportato con un gastroprotettore e un calmante. Rimedi anche abbastanza semplici ma, accompagnati dalla mia forza di volontà, che con il passare delle ore si faceva sempre più forte, ho pensato di farcela. Ho sostituito la bottiglia con bevande zuccherate mandate giù a litri, e l’accorgimento ha sortito i suoi effetti già dopo qualche ora. Dopo una notte quasi insonne, ho guardato le mie mani. I tremori non cessavano, ma nel frattempo mi era tornata la fame. Addirittura, dopo anni, sono riuscito a fare colazione. Devo dire che il secondo e il terzo giorno i primi benefici si sono fatti sentire. Ho ricominciato a leggere e scrivere e il lavoro ha assorbito, non senza difficoltà, qualche ora della giornata.

Alla fine del terzo giorno di astinenza qualche tentazione l’ho avuta. Sì, non avevo, volutamente, buttato via tutte le bottiglie, ma guardandole provavo un senso di odio e la determinazione che avevo messo in campo per quei tre giorni è ricomparsa e mi ha consentito di sostituire le odiate bottiglie di alcolici con quelle dei succhi di frutta.

Sono uscito da questo tunnel della paura dopo il quarto giorno e, lentamente, riprendevo il controllo di me stesso, delle mie mani e, in fondo, della mia vita. Ho ripensato, e ci ripenso ancora, a quelle giornate vissute per il tempo necessario a consumare massicce dosi di alcolici in attesa del loro effetto, fortunatamente per me, solo sedativo. Ho ripensato agli sguardi di chi mi sta a fianco, dei parenti, degli amici, che si incrociavano ogni qualvolta mi accendevo una sigaretta con la mano tremante o, peggio ancora, versavo loro da bere rovesciando parte della bevanda sulla tovaglia. Ho ripensato a quelle volte che mi sono messo alla guida provando torpore, stordimento sebbene, per fortuna, non lo abbia mai fatto da “ubriaco”, ma è stato solo un caso.

Sono mesi che non bevo

Mi sono completamente ripreso e sono in attesa della “prossima ricaduta”. Già, perché alcolisti si rimane, la patologia è latente. La miglior definizione che ho sentito nei miei confronti con un amico psichiatra, veramente professionista, è quella di “alcolista astinente”, di quella persona che sa di avere un pericoloso vizio, ma vi rinuncia consapevole che potrebbe rappresentare un nuovo inizio dell’incubo.

Voglio veramente sperare di avere contribuito a dare una speranza a chi ha letto queste righe e di aver fornito qualche strumento immediato di risposta al problema senza, ripeto, sostituirmi agli specialisti del campo.

Appare ovvio che tenterò sempre di non ricascarci, al momento la sola vista della bottiglia mi nausea, e la mia ulteriore speranza è di non ammalarmi di diabete, perché rinunciare ai miei succhi di frutta sarebbe veramente una tragedia!

Infine, qualche consiglio a chi è vicino all’alcolista: non nascondete le bottiglie, ne comprerà altre. Non dite continuamente “non bere”, le persone dipendenti da una qualsiasi sostanza non guariscono miracolosamente con le vostre raccomandazioni. Non continuate a ripetere “come ti sei ridotto”, l’alcolista lo sa benissimo ma, in quel momento, è troppo debole per rimediare. L’alcolista è una persona perfettamente normale le cui funzioni, dall’intelligenza a quelle della sfera sessuale, si sono solo offuscate. Cercate di accettarlo per quello che è, in fondo se gli state vicino un motivo ci sarà.

Rapporto medico-paziente: addio visite lampo. La salute passa attraverso il dialogo

in Benessere/Salute/Wellness da

a cura di Sara Novello

 

Buona parte della medicina occidentale si focalizza sul corpo, sull’organo, e la malattia spesso assume un linguaggio numerico e di statistiche. Il paziente é visto soggetto passivo limitandolo a essere presente quando serve e a rispettare le prescrizioni che gli vengono date.

Ma i pazienti sono persone tutte intere, non corpi né pezzi di organi affetti da qualcosa. In questo ruolo passivo come automobili portate in officina per essere aggiustate, è facile cadere nello scetticismo verso il sistema salute.

La malattia ha sempre un vissuto personale: emozioni, convinzioni, paragoni con simili situazioni accadute a conoscenti o parenti. Si porta nello studio del dottore – che sia il medico di base o lo specialista – tutto il nostro vissuto, comprese le “nostre certezze”, le paure e il bisogno di rassicurazioni, la nostra personale interpretazione su quello che ci sta accadendo. E dall’altra parte troviamo un medico che di solito è poco o nulla interessato a tutto questo, che spesso ha la fila di pazienti fuori in attesa, che è incalzato dalla fretta, che nemmeno ci guarda in faccia mentre parliamo perché è impegnato a registrare le nostre riposte sul computer.

E se medici e pazienti imparassero a parlarsi meglio?

Con il termine di medicina narrativa (mutuato dall’inglese narrative medicine) si intende una metodologia clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa. La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. La narrazione del paziente e di chi se ne prende cura è un elemento imprescindibile della medicina contemporanea, fondata sulla partecipazione attiva dei soggetti coinvolti nelle scelte. Le persone, attraverso le loro storie, diventano protagoniste del processo di cura

Questa la definizione di medicina narrativa elaborata nel corso del  II congresso internazionale ‘Narrative medicine and rare disease’, organizzato dall’Istituto superiore di sanità con il Cnmr (Centro nazionale malattie rare) nel 2014.

La medicina narrativa permette di sviluppare un percorso personalizzato ed in linea con le indicazione dell’evidence based medicine. Inoltre, contribuisce a migliorare l’alleanza terapeutica e la partecipazione del paziente. L’idea di base é che ciascuna interazione tra esseri umani comporti uno scambio di narrazioni. Cos’è quindi una narrazione?  E’ il riferire a qualcun altro qualcosa che accaduto mediante un processo cronologico: prima stavo bene, poi ho iniziato a stare male, così mi sono curato e infine sono guarito. Ma anche la “storia clinica” è una narrazione fatta dal medico costruendo una trama partendo delle sue competenze mediche e scientifiche. I fatti narrati nella cartella clinica non sono gli stessi fatti narrati dal paziente, ma non sono più o meno veri di questi. La narrazione del medico, generalmente, si concentra sulle informazioni biomediche. La malattia raccontata dal medico è fatta di organi, di cellule, di atomi e molecole. La narrazione del paziente include anche altri aspetti oltre a quelli biologici, aspetti psicologici, sociali, culturali, esistenziali (talvolta è fatta principalmente di questi), biografici.

Il concetto di medicina narrativa nasce negli anni 90 grazie a Rachel Naomi Remen e Rita Charon

Tale studio ha avuto come scopo principale quello di sensibilizzare il mondo medico ad utilizzare un approccio narrativo nella relazione con il paziente. La medicina narrativa, quindi, vuol essere un modello empatico in grado di aumentare la capacità del medico di comprendere in modo immediato i pensieri del paziente. Uno dei pregi  é l’arricchimento delle cure prescritte attraverso l’utilizzo anche in senso terapeutico dei racconti dei pazienti, dei medici, degli infermieri e di quanti operano nel sistema sanitario, valorizzando in particolare la prospettiva e la visione della malattia del soggetto e dei suoi familiari.

In contrapposizione all’acronimo Ebm (Evidence based medicine) nasce l’acronimo Nbm (Narrative based medicine), dove la narrazione della patologia del paziente al medico è considerata fondamentale al pari dei segni e dei sintomi clinici della malattia stessa.

L’ascolto del racconto di malattia, delle vicende e dell’intero contesto in cui si inserisce, obbliga a ricomporre, a integrare in modo critico e in una visione di insieme, molti particolari elementi che l’analisi tende a scindere. Il paradigma narrativo diventa poi indispensabile quando ci si accosta a chi è affetto da patologie croniche e con vari gradi di disabilità. In questi casi il soggetto e la sua famiglia entrano a pieno titolo come protagonisti e co-autori del percorso di cura.

La cartella clinica parallela

Nella letteratura scientifica esiste una pluralità di strumenti proposti in rapporto a differenti contesti, obiettivi e attori. Non esistono prove che uno strumento sia migliore dell’altro. La cartella parallela, ad esempio, è uno strumento sviluppato alla Columbia University dalla dottoressa Rita Caron che incoraggia gli operatori sanitari a scrivere in un linguaggio non tecnico l’esperienza del paziente e i propri vissuti rispetto all’esperienza di cura. La cartella parallela si affianca alla classica cartella clinica, senza sostituirla ma completandola con tutte le informazioni che non hanno spazio nella cartella clinica. Si é avuto modo di dimostrare come l’utilizzo della cartella parallela contribuisca a migliorare la capacità di condurre i colloqui clinici e la raccolta dell’anamnesi, applicando le procedure e le linee guida mediche e sviluppare un’alleanza terapeutica con e per il paziente.

I dati degli studi americani

Negli Stati Uniti, l’ U.S. Department of Health & Human Services, publica annualmente delle importanti statistiche inerenti le risposte fornite da migliaia di pazienti circa le loro esperienze, nel corso del relativo anno, non solo dal punto di vista qualitativo del servizio medico ma anche la valutazione del tipo di approccio adottato per la cura dell’affezione. I dati statistici acquisiti dal 2002  mostrano delle significative percentuali di soddisfazione non solo per la corretta diagnosi ma l’aumento dell’empatia tra paziente e medico favorendone il dialogo

I dati mostrano come circa il 65% degli intervistati confermano come le iniziali distanze comunicative e la classica posizione sbilanciata medico-paziente si sia ridotta grazie a situazioni confortevoli per un dialogo privo di ostacoli comportamentali.  La condivisone dei sintomi con l’esposizione cronologica ha favorito nel 75% dei casi anche superflue indagini diagnostiche favorendo direttamente anche il servizio pubblico riducendone costi e liste di attese. Significativi sono anche i dati inerenti a trattamenti attigui alle cure mediche propedeutici ad una narrazione rilassata come ad esempio lo yoga (5%), chiropatrica (7%), esercizi respiratori (12%).

Questi studi attestano che le remore nell’esporre dettagliatamente lo stato di salute principalmente dovuto da comprensibili stati di animo ricadono nella formulazione della diagnosi. E dunque, non é bravo solo quel medico che prescriverà la corretta cura ma anche colui che riuscirà ad instaurare un rapporto empatico offrendo ambientazione e tranquillità per la narrazione medica.

Arriva PharmaPrime, la prima App tutta italiana per medicine a domicilio

in Salute/Wellness da

Si chiama PharmaPrime e si tratta del primo market online che permette di ordinare e ricevere a casa farmaci, parafarmaci e dermocosmesi. Basta un click e, al costo di 2,99, l’applicazione fa arrivare un ‘pharmamen’ dovunque il cliente si trovi. L’idea è di un team di ragazzi italiani, under 30, che dopo un anno e mezzo di lavoro hanno visto realizzarsi il loro progetto, già attivo nelle città di Roma e Milano.
“L’idea è nata in un giorno di pioggia del febbraio 2016 in cui dovevo acquistare con urgenza un prodotto che non riuscivo a reperire velocemente. Così abbiamo deciso di intraprendere questa strada. Abbiamo investito i nostri soldi e ora dopo mesi la nostra app è attiva”, ha detto a Ofcs Report Luca Buscioni, CEO dell’azienda. “Insieme a Lisa Cristianini CMO e a Matteo Amendola COO, nostro pharmacy advisor, stiamo portando avanti l’app. Intanto per tutto il mese di novembre le consegne saranno gratuite. In più dal 2018 il servizio sarà disponibile anche a Torino, Bologna, Parigi, Berlino e Barcellona”, ha continuato.

Una notizia rassicurante se si pensa che secondo il rapporto Migrantes sono circa 5 milioni i giovani che sono andati a vivere all’estero. Si è stimato che nel 2016 siano stati 15,4% ragazzi in più rispetto dell’anno precedente.  PharmaPrime rimane un progetto italiano che oltre ad essersi sviluppato in Italia vede come protagonisti giovani imprenditori del bel Paese, anche se non è stato facile anche perché, a differenza delle App dedicate al delivery food, la vendita dei farmaci è cosa ben più delicata. “Per legge le ricette date dal medico al paziente che servono per comprare il farmaco devono essere consegnate in formato originale alla farmacia. Per questo con un pagamento di 4,50 euro il ‘driver’ fa anche questo servizio. Al momento è così, ma è già preventivato che prossimamente ci sarà la possibilità di scannerizzare la ricetta direttamente dal sito e aiutare maggiormente il cliente”, ha spiegato Amendola.

Un lavoro certosino quello del team di Pharma Prime che ha iniziato l’affiliazione delle farmacie andando fisicamente in ognuna di queste a presentare l’applicazione. “Abbiamo iniziato così ma poi il passa parola ha fatto il resto”, ha detto Buscioni.

Nel sito sono disponibili circa 2 milioni di farmaci contro i 5 mila che si trovano nelle farmacie. Il servizio è attivo 365 giorni all’anno dalle 8 del mattino fino alla mezzanotte. Il cliente in tempo reale può conoscere la giacenza del singolo prodotto, avere l’accesso diretto alle schede dei prodotti con le relative immagini, le descrizioni, la sintomatologia e la posologia. L’utente può ordinare i prodotti che gli interessano al prezzo più conveniente e riceverli entro 40 minuti tracciando in tempo reale la consegna. Inoltre, PharmaPrime ha messo a disposizione del cliente una chat in tempo reale con il farmacista di fiducia e un call center dedicato alle loro esigenze. “Abbiamo ricevuto più offerte da parte di case farmaceutiche e le stiamo valutando. A noi interessa migliorare il servizio e renderlo fruibile a tutti”, ha concluso Buscioni.

 

Sognare ad occhi aperti? Migliora la nostra produttività

in Benessere/Salute da

a cura di Sara Novello

Capita di viaggiare con la mente mentre si è intenti a far altro, magari rilassandoci sulla sedia con la testa tra le mani, la scrivania affolata di fogli, matite, computer e telefonino che lampeggia a ogni messaggio. Pregio o difetto della personalita’? “Una mente distratta” può essere una eccellente arma nel nostro arsenale cognitivo. Basta solo saperla usare!

In psicologia, infatti, l’attenzione viene identificata come un processo mentale che attira la mente stimolandola istintivamente magari verso un suono, un oggetto. La concentrazione, invece, é un processo volontario rivolto verso una predeterminata azione elaborata precedentemente dalla mente.  La psicologa americana Caroline Williams ha condotto svariati test e studi arrivando a conclusioni innovative. Per la studiosa, sognare ad occhi aperti aiuta a migliorare la concentrazione e l’attenzione indipendentemente da una maggiore o minore pulsione del subconscio. Di recente la Williams ha anche pubblicato il libro “My plastic brain”.

L’accezione dominante secondo cui l’attività di concentrazione si incrementa eliminando i rumori esterni tipici della distrazione andrebbe rivista in quanto, secondo vari studi, il distrarsi deliberatamente, per intervalli brevi durante un incarico, permetterebbe alla mente di rigenerarsi e di ottenere nuova concentrazione sull’attività che si sta svolgendo: studio, lavoro, sport o altro. La soglia di concentrazione che il cervello può raggiungere é limitata e sforzarsi di andare oltre la normale capacità cognitiva non permette di raggiungere l’obiettivo portando spesso a infastidirsi e allo scoramento. Da qui la considerazione che il famoso detto “sognare ad occhi aperti” porta benefici mentali ed umorali.

Chi non ha mai sognato ad occhi aperti magari pianificandolo anche nei minimi dettagli?

Questo “sciocco” esercizio allevia paradossalmente la fatica e permette di focalizzare meglio l’attenzione sul da farsi. Un gesto apparentemente semplice, come scarabocchiare qualcosa in un foglio, permette non solo di distrarsi volontariamente ma anche di focalizzare visivamente quello che si sta cercando fornendo indicazioni su come ottenerlo. L’abitudine di pensare che una massiccia dose di caffeina possa aiutare a migliorare la concentrazione non è scientificamente provabile, se non come momentaneo stimolo per il sistema nervoso centrale agendo sul recettore della adenosina. Lo stress libera svariati ormoni, tra cui le noradrenaline che vanno a legarsi ai recettori del “circuito del controllo cognitivo”. Tutte queste sostanze aumentano l’ “ansia da prestazione” non permettendo alla mente di staccare la spina neppure per un momento dallo studio o dal lavoro da svolgere. Risultato? La mente sarà completamente bloccata.

Dormire prima di un esame fa bene

La ricerca ha dimostrato che una sana dormita prima di un esame aiuta a memorizzare le informazioni acquisite organizzandole molto meglio nel cervello. Ripetere centinaia di volte la stessa lezione, ponendosi sempre il solito quesito per dare la giusta risposta, comporta uno stress cognitivo enorme in quanto se venisse posta la stessa domanda sullo stesso argomento ma parafrasandolo, si andrebbe in shock mnemonico nonostante la conoscenza della risposta. Non affaticare la mente con tour de force per conseguire un auspicato risultato, così come spingere oltre i limiti naturali le proprie facoltà mentali, sono accorgimenti utili in aggiunta a ponderati ma necessari svaghi.

Tutte queste indicazioni che appaiono scontate, in realtà non lo sono affatto e migliorare la concentrazione significa migliorare le funzioni cognitive associate all’incremento del cosidetto problem solving, all’intuizione e alla creatività personale.

Rifugiarsi in un sogno, anche solo per un momento, dunque non è una perdita di tempo e non mina l’efficacia e l’efficienza del proprio essere e neppure la produttività risentirebbe di questo break, anzi esso permette di sfruttare al meglio tutte le nostre energie e capacità mentali.

A dimostrazione di questa ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica New Sciense, ulteriori studi scientifici debbono essere effettuati ma non costa nulla provare a distrarsi consapevolmente testando questa teoria!

Ringiovanire grazie alle trasfusioni di sangue: in Usa è boom di start-up

in Salute/Wellness da

a cura di Sara Novello

Negli Stati Uniti, terra pioniera di start-up ultra tecnologiche, stanno prendendo sempre più piede quelle concentrate nel business dell’eterna giovinezza. Di recente la Alkahest, società diretta da Tony Wyss-Coray, neuroscienziato presso la famosa Stanford University in California, ha rilasciato studi clinici su alcuni test compiuti su animali sin dal 2014, indicati come “young blood treatment”, dimostrando che in sole tre settimane di trattamento, mediante infusioni di plasma da topo giovane verso quello anziano, vi era un indiscusso miglioramento cognitivo. Da questa evidenza scientifica, la società ha iniziato studi e test inerenti la trasfusione di plasma umano giovane verso persone anziane, per lo più affette da Alzheimer, con l’ambizione di ottenere soddisfacenti risultati già entro quest’anno.

Un’altra start-up rimbalzata agli onori della cronaca é la Ambrosia di Washinghton DC gestita da J.Karmazin. La sua equipe ha sperimentato questo trattamento inizialmente su un numero non specificato di pazienti da tutto il mondo. Il 70% di essi, dopo un mese di trattamento con plasma da persone comprese tra i 16 e i 25 anni, ha ottenuto significativi benefici riducendo i biomarcatori del sangue associati al rischio di cancro, Alzheimer ed attacco di cuore. Il livello di colesterolo e’ notevolmente diminuito al pari di una terapia con somministrazione di statine. J. Karmazin ha evidenziato, altresi, gli effetti positivi su una paziente affetta dalla sindrome da fatica cronica che ha potuto riprendere le normali attività ritornando. Sebbene ad oggi la comunità scientifica non riconosca totalmente gli studi di Ambrosia, in particolar modo verso il rigore scientifico richiesto per gli studi clinici promossi mettendo in guardia potenziali clienti come possibile illusione, J. Karmazin si appresta ad aprire la sua sesta clinica “blood spa” in America pubblicizzando un trattamento di soli 30 minuti al costo di 500 dollari.

Può apparire come un film futurista, ma tornando indietro nel tempo già a metà del diciannovesimo secolo, grazie ad una tecnica chiamata parabiosi (tecnica chirurgica che prevede l’unione di due organismi animali attraverso tessuti o organi effettuata a soli scopi sperimentali), si confidava che il cosidetto “young blood” avesse il potere del ringiovanimento. L’unione capillare di due ratti, uno giovane e uno anziano, dimostrava il netto miglioramento fisico di quest’ultimo. Nel 2000, ricercatori della Stantford University, ripresero tale tecnica e nuove evidenze scientifiche riaffermarono l’incredibile ringiovanimento di quest’ultimo.

Il segreto dell’eterna giovinezza

Il segreto dell’eterna giovinezza sembra essere racchiuso nel plasma, parte liquida del sangue, ricca di proteine, sali minerali, immunoglobuline. Questi elementi variano con l’età della persona con effetti differenti: negli anziani comporta elevati livelli di componenti infiammatori danneggiando i tessuti, al contrario nei giovani vi e’ un’alta concentrazione di fattori stimolanti e ricostituenti.

Irina Conboy, ricercatrice presso l’universita’ Berkeley, critica verso questo business, ha evidenziato l’alto rischio di contrarre l’HIV o di sviluppare reazioni autoimmuni nonché contrarre malattie spesso mortali. Con ulteriori studi effettuati, ha evidenziato come in realtà nel sangue del topo giovane aumentassero i marcatori, indici di infiammazione, danneggiando quindi se stesso nonostante migliorie nel sangue del topo piu’ anziano. La ricercatrice, inoltre, ha sviluppato una tecnica chiamata “anti-ageing” creata dalla Unity Biotechnology che consiste nel filtrare il sangue del paziente rimuovendo dal plasma possibili componenti dannosi per poi ,una volta rinnovato, rinnietarlo al suo legittimo proprietario evitando cosi possibili serie complicazioni.

Ci stiamo dunque addentrando in un mondo grottesco dove la strega cattiva o il vampiro di turno strappa la giovinezza alle fanciulle?

E’ indubbio che qualsiasi business attiri invidie e competizioni. Grossi capitali spesso vengono impiegati e spesi in costose ricerche e certamente buchi nell’acqua non sono graditi. Irina Conboy, ad esempio, viene sostenuta dalla società di investimento di Jeff Bezoz, fondatore di Amazon, mentre altri ricercatori ottengono risorse dal mondo finanziario generando il sospetto che la ricerca scientifica sia in realtà ricerca di profitti mediante la vendita di chimere. Nuove iniziative sull’argomento saranno effettuate da varie Università, in collaborazione con aziende farmaceutiche che aggiungeranno tesi scientifiche. Ma l’unica certezza resta, al momento, che un uomo di 75 anni non potrà mai tornare ad essere un uomo di 35.

1 2 3 21
Vai a Top