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Alimentazione

Alimentazione: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui cibi contaminati e su come condurre una corretta alimentazione.

Consumi, latte e carne fanno male? Ecco la top ten delle fakenews a tavola

in Alimentazione/Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
Coldiretti

Ogni anno almeno un italiano su due si rivolge al web per ricercare notizie e verità nascoste sul cibo. E il 25%  partecipa a community, blog e chat su internet dedicate all’alimentazione. Ma si tratta di spazi che influenzano le scelte di acquisto in modo non sempre corretto e veritiero. A rivelarlo è un un’indagine condotta da Coldiretti e Ixè presentata venerdì 5 maggio nel corso della presentazione della campagna #stopfakeatavola.

Il ricorso al web per quanto concerne le scelte a tavola non convince il 66% degli italiani, anche per effetto delle fake news sulle caratteristiche dei cibi che si moltiplicano in rete e spingono a comportamenti insensati e anche pericolosi.

“La scorretta informazione nel campo alimentare ha un peso più rilevante che negli altri settori, perché va a influenzare direttamente la salute. Per questo dobbiamo prestare particolare attenzione ed essere grati a quanti sono impegnati nello smascherare gli inganni”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

Internet però non va criminalizzato perché può svolgere un ruolo di controllo importante in un sistema in cui – ha precisato Moncalvo – l’informazione alimentare purtroppo rischia di essere influenzata soprattutto dalle grandi multinazionali grazie alla disponibilità di risorse pubblicitarie investite. Per noi le fake news sono anche le pubblicità delle aranciate che contengono appena il 12% di succo o quelle dell’olio di oliva di grandi marchi che fanno immaginare paesaggi toscani mentre si riferiscono a prodotti importati dalla Tunisia. O ancora il prosciutto nostrano, che è fatto con maiali tedeschi senza alcuna informazione in etichetta per i consumatori”, ha continuato Moncalvo.

Dall’ananas dimagrante allo zucchero di canna che non fa ingrassare, dalla favola che le banane sono le più ricche di potassio al kamut spacciato per un varietà antica di cereali con proprietà esclusive, ma anche che mangiare carne o latte fa sempre male o che chi è intollerante al lattosio non deve mangiare formaggi, l’elenco stilato dalla Coldiretti contiene alcune delle bufale alimentari virali divenute ormai un cult per la rete. Scopriamo la top ten delle bufale alimentari.

Il latte fa male

In cima alla top ten delle fake news a tavola spicca la teoria che il latte fa male “perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita. In realtà il latte di mucca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte”

L’ananas brucia i grassi

Al secondo posto troviamo il falso luogo comune che l’ananas brucia i grassi. Un effetto dovuto alla bromelina, contenuta però nel gambo dell’ananas, che nessuno mangia, che comunque favorirebbe la digestione delle proteine e non la neutralizzazione delle calorie e dei grassi. Complici anche alcune ricerche di tanti anni fa, successivamente smentite da studi sviluppati dalla ricerca scientifica.

Il Kamut ha proprietà esclusive 

Sul podio anche la bufala relativa alle presunte qualità alimentari del kamut che, spiega la Coldiretti, “non è altro che un marchio commerciale privato, registrato negli Usa, con cui viene venduto il grano della varietà Khorasan”. Una varietà, precisa la Coldiretti, che è coltivata anche in Italia e ha caratteristiche particolari che possono essere ritrovate anche nel farro o in alcuni tipi di grano duro italiano.

Mangiare carne fa male

“Mangiare carne fa male e se ne può fare a meno”, è l’altra fake news di moda sulla rete. “Non esiste nessuno studio che provi che mangiare carne anche a piccole quantità sia dannoso per la salute”, secondo la Coldiretti. Al contrario, i vantaggi di una dieta completa che la includa sono scientificamente indiscussi. Se ne può fare a meno solo integrando la sua mancanza con altri prodotti animali, come uova in primis, latte e derivati, e in alcuni casi assumendo integratori di vitamine e minerali.

Le banane sono più ricche di potassio

Al vertice della graduatoria dei prodotti ortofrutticoli freschi e ricchi di potassio ci sono gli spinaci crudi, seguiti dalla rucola e dai cavolini crudi. Le banane, considerate la fonte di potassio per eccellenza, nel confronto con i prodotti ortofrutticoli freschi nazionali, non si piazzano che al nono posto, rimanendo giù dal podio. E tra la frutta fresca spicca la leadership del kiwi.

Via i grassi dalla dieta

I grassi sono nutrienti indispensabili per il nostro corpo ed eliminarli dalla dieta può mettere a rischio la salute. “L’importante – afferma la Coldiretti – è non abusarne e selezionare quelli più buoni e di qualità, come l’olio extravergine d’oliva”.

Chi è intollerante al lattosio non deve mangiare latticini 

La stagionatura prolungata di molti formaggi porta una scomparsa del lattosio, o un radicale calo. Inoltre, anche gli intolleranti al lattosio in base ai dati di Efsa, sono generalmente in grado di tollerare, senza problemi e disagi, dosi fino a circa 125 ml di latte al giorno.

Lo zucchero di canna non fa ingrassare

Altro mito da sfatare è l’idea che lo zucchero di canna sia più salutare di quello bianco e contenga meno calorie, tanto da essere più indicato per chi è a dieta. In realtà, secondo la Coldiretti, lo zucchero di canna ha le stesse caratteristiche nutrizionali e caloriche di quello bianco raffinato.

I prodotti alimentari realizzati in Ue rispettano le stesse regole

“In Italia ci sono le regole produttive più rigorose nelle caratteristiche dei prodotti alimentari: dal divieto di produrre pasta con grano tenero a quello di utilizzare la polvere di latte nei formaggi, fino al divieto di aggiungere zucchero nel vino che – precisa la Coldiretti – non valgono in altri Paesi dell’Unione Europea”.

I prodotti venduti dal contadino sono meno controllati

“I produttori agricoli aderenti alla rete di Campagna Amica si sottopongono a tre ulteriori livelli di controllo verificati da un Ente terzo. Inoltre l’acquisto diretto dal produttore garantisce maggiore freschezza e l’origine del prodotto del 100% in Italia dove opera il sistema di controlli più capillare”.

@PiccininDaniele

 

Salute, la dieta mediterranea per combattere il dolore

in Alimentazione/Salute da
dieta mediterranea

Quattro milioni di italiani soffrono di osteoartrosi, due milioni patiscono la cefalea, e numerosi sono i pazienti costretti a vivere con dolori neuropatici periferici. Sono 15 milioni gli italiani che accusano dolori cronici, una patologia che interessa il 20% della popolazione del nostro Paese e che comporta una spesa, tra costi diretti e indiretti, pari a 3,2 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Istat a disposizione. I costi del dolore in Europa rappresentano il 2,3% del PIL.
È molto importante, quindi, combattere il dolore non solo da un punto di vista clinico, negli interessi del paziente, ma anche da un punto di vista farmaeconomico. Anche perché, con l’aumentare dell’età il rischio di riportare dolore cronico cresce esponenzialmente, soprattutto quello osteoarticolare. Ma i casi di mal di schiena, in generale la lombalgia, coinvolgono anche tante fasce di giovani adulti in stato attivo.
L’unione della dieta di tipo mediterraneo, l’unica su cui siano stati registrati risultati scientifici positivi e comprovati, e la nutraceutica, disciplina nata dalla fusione dei termini nutrizione e farmaceutica, può essere un valido aiuto per i terapisti del dolore e per chi soffre di malattie croniche. I principali cibi di tale regime alimentare, infatti, contribuiscono positivamente non solo a combattere le più diffuse patologie, ma anche a prevenirle.

Infiammazione e dolore

La dieta mediterranea, infatti, offre un ottimo bilanciamento di proteine, lipidi e carboidrati. Avere un giusto rapporto di questi tre macroelementi tutti i giorni va ad aggiungere un fattore importante nel combattere l’infiammazione e il dolore stesso. L’argomento è stato il fulcro del Congresso Internazionale di Anestesiologia Simpar-Isura, organizzato e presieduto dal professor Massimo Allegri, ricercatore presso l’Università di Parma e specialista in anestesia rianimazione e terapia del dolore. Al simposio, che si è svolto a Firenze, hanno preso parte 1.200 medici e ricercatori, sia italiani che provenienti dall’estero, per confrontarsi sulle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche e su tutte le tematiche relative allo studio e alla gestione del dolore cronico. Simpar (Study In Multidisciplinary Pain Research) è la prima rete in Italia di specialisti in grado di migliorare la gestione dei pazienti con dolore acuto cronico. Isura (International Symposium of Ultrasound in Regional Anesthesia) è un appuntamento dedicato all’applicazione degli ultrasuoni per l’anestesia locale e per la medicina del dolore.
“Un congresso speciale, due simposi in uno: la Società Mondiale di Ecografia e Terapia del dolore acuto cronico presente, contestualmente al nostro congresso, con un suo evento – spiega il presidente Massimo Allegri – Tre gli argomenti principali del duplice congresso. Innanzitutto il dolore acuto post operatorio, perché il 2017 è l’anno ad esso dedicato. Abbiamo dato tantissimo spazio alle nuove tecniche per controllarlo, con la consapevolezza che occorre ancora lavorare tanto in questa direzione. Il secondo tema ha trattato il dolore in condizioni particolari, ovvero ciò che può sembrare di nicchia, come quello che riguarda il bambino, l’alimentazione o la componente cognitiva. Il terzo focus ha riguardato il dolore neuropatico, sia nel trattamento farmacologico che nel trattamento interventistico”.

Il dolore è generalmente sintomo di qualcosa che non va bene: un effetto di una patologia in corso

Quando invece non c’è una causa scatenante, e quindi il dolore diventa cronico, occorre parlare di terapia del dolore. Con tale termine si intendono tutti quegli atti farmacologici, interventistici, chirurgici e cognitivo-comportamentali mirati a ridurre il dolore inutile, cioè quella sofferenza che non ha nessuna utilità nell’esserci. In altre parole, si parla di terapia del dolore quando dobbiamo trattare sia il dolore come sintomo che come malattia. “La dieta mediterranea – spiega la dottoressa Manuela De Gregori, biologa nutrizionista della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia – può essere utilizzata sia per le terapie cronico oncologiche che per quelle benigne, ma anche per i pazienti che devono sottoporsi a un intervento chirurgico o per chi ha già subito un intervento. Gli sbagli alimentari dovuti alla mancanza di un’educazione alimentare influiscono tantissimo sulla gestione del dolore stesso”.
“La tendenza attuale, per chi non rispetta un piano nutrizionale programmato e attento, è quello di incorrere in un accumulo di calorie e grassi. Questi hanno una correlazione con l’infiammazione e con lo sviluppo del dolore – aggiunge il dottor Maurizio Marchesini, anestesista e terapista del dolore presso l’Azienda Ospedaliero -Universitaria di Parma – Quindi il dolore nelle ginocchia non è causato solo dal sovrappeso, ma dalla quota di sostanze infiammatorie causata dalla cattiva alimentazione, che danneggia le articolazioni stesse. Lo dimostra il fatto che persone in sovrappeso hanno dolori anche alle piccole articolazioni, come le mani, in cui il peso non ha nessun ruolo”.
Non avere la giusta attenzione a tavola può causare un peggioramento di una condizione geneticamente predeterminata di dolore cronico o peggiorare quelli che possono essere degli insulti esterni come un intervento chirurgico, una patologia neoplastica e/o benigna. In questo modo non si può avere una risposta naturale di autoconservazione come l’evoluzione vuole, ma si avvia una deriva verso una cronicizzazione di questi stati.

Cosa mangiare e cosa evitare

Gli specialisti consigliano una dieta più variegata possibile, senza escludere determinati alimenti, ma cercando di abbinarli correttamente agli altri e soprattutto di cucinarli in modo corretto. “Sicuramente – chiarisce la dottoressa De Gregori – una dieta ricca di frutta e di verdura è una dieta antinfiammatoria, ma questo non significa che bisogna escludere tutti gli altri alimenti, come carne e pesce. Serve scegliere ponderatamente tutti gli alimenti presenti in natura. Una cosa fondamentale è bilanciarli ogni giorno con tutto quello che viene acquisito dal paziente. Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità”. Sconsigliati alimenti pro-infiammatori quali quelli con le farine raffinate, meglio quelle integrali. Limitare il consumo di carni rosse, conservate come salumi e insaccati. È bene ponderare anche l’utilizzo dello zucchero raffinato e quello del sale. Meglio sostituire questi aromatizzanti a delle spezie che hanno anche proprietà antinfiammatorie.

Alimentare la mente

Esiste un legame anche tra alimentazione e malattie psicologiche: bisogna quindi stare attenti a ciò che si mangia anche in caso di malattie neurodegenerative. “La componente di patologia del sistema nervoso – spiega il dottor Maurizio Marchesini – possono essere influenzate dal trattamento alimentare. Basti pensare che un paziente che ha un dolore è anche un paziente che è depresso. Anche in questo caso ridurre la quota di introito calorico, quella di zuccheri e di acidi grassi aiuta a limitare qualche degenerazione dell’età, sia in senso fisico che per lo sviluppo di malattie neuro-generative”.

Le sostanze che aiutano: no alla medicina non convenzionale

In merito alle singole sostanze, uno studio dimostra come l’assunzione di un derivato della curcuma da parte di un paziente con osteoartrosi dia un risultato riconducibile all’assunzione di paracetamolo. Ne esiste uno anche sugli acidi grassi Omega3, con risultati analoghi. Risultati positivi anche per lo zenzero, frutta e verdure. “Attenzione – allertano gli specialisti – però a non cadere nella medicina non convenzionale, nell’esoterismo, nella naturopatia a tutti i costi. La terapia medica non va sostituita con l’integrazione di un alimento. Questo può provocare un miglioramento, più energie, meno insonnia, più benessere, ma non deve essere assolutamente l’unica via per risolvere il problema. Il fai da te in alcune patologie può essere più dannoso che altro”.

La legge in Italia

Infine, un occhio alla legge che in Italia si propone di tutelare chi soffre in maniera cronica. Si tratta della normativa 38/2010, ma solo un medico su tre ne conosce l’esistenza. “L’Italia – dichiara il professor Massimo Allegri – è stato il primo Paese al mondo ad aver accolto le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Queste indicazioni affermano che è un diritto di ogni cittadino non soffrire. La legge, pertanto, istituisce un percorso tale che permette al paziente di avere una rete istituzionale clinica per la gestione del proprio dolore. Purtroppo però questa norma viene applicata a macchia di leopardo. La 38/2010, inoltre, istituisce dei percorsi formativi specifici per i medici e consente un accesso semplificato ad alcuni farmaci”.
Secondo un recente studio europeo, la terapia del dolore in media viene insegnata 6 ore in 6 anni. L’Università di Parma in Italia spicca in fatto di preparazione, è stata infatti dichiarata “l’Università senza dolore”. In questa non solo si insegna la terapia del dolore, ma la si lega ad altre discipline, in un contesto multidisciplinare. Uno dei grandi impegni degli specialisti è esportare questo modello anche nelle altre città, così che si possa avere una maggiore preparazione a livello teorico e pratico.

I bambini

Un’ultima riflessione va dedicata ai bambini. Il dolore nei bambini ha soprattutto una natura procedulare: manifestano cronicità coloro che entrano nel circuito delle cure palliative, causa tumore, ossia 14mila bambini italiani all’anno.

A chi rivolgersi

Se c’è una patologia che si può risolvere, occorre rivolgersi allo specialista di riferimento. Se invece si tratta di un dolore cronico, e quindi non più risolvibile, ci si rivolge al terapista del dolore. “Si trovano in tutta Italia – precisa il professor Massimo Allegri – e possono migliorare la vita anche dei più sofferenti”.

@roxybeng

Attività fisica in sicurezza, ecco gli alimenti fondamentali per gli sportivi/VIDEO

in Alimentazione/Salute/Video Report da

L’alimentazione nell’attività fisica è fondamentale e a dirlo è proprio il ministero della Salute. E’ lo stesso Dicastero, infatti, che differenzia il modo di mangiare e il fabbisogno di una persona sedentaria e di una che fa sport. La diversità sta nella quantità calorica, ma anche nella qualità dell’alimento. Sembrerebbe però che non sia possibile fare una dieta uguale per tutti gli sportivi, perché ogni individuo ha precise caratteristiche, obiettivi e necessità.
Quello che però risulta certo è che esistono degli alimenti fondamentali per le fasi dell’allenamento. Secondo il Ministero, “la maggior parte dell’apporto calorico giornaliero (55-65% a seconda del tipo di pratica) deve essere costituito dai carboidrati, soprattutto quelli contenuti nei cereali, nei tuberi e nei legumi e, in misura minore, negli zuccheri semplici, come lo zucchero comune, miele, marmellate, dolci, frutta e bevande zuccherate”. Nella stessa relazione c’è una parte dedicata anche alle proteine che “devono, a seconda del tipo di pratica motoria e sportiva, rappresentare il 10-15% delle calorie totali assunte nella giornata e dovrebbero preferibilmente essere una combinazione di alimenti di origine animale e vegetale”. Le proteine sono una variabile importante perché la loro assunzione dipende dal tipo di obiettivo che lo sportivo vuole raggiungere. Se ad esempio si vuole aumentare e sviluppare la forza muscolare e l’attività sportiva è intensa, il fabbisogno di proteine aumenta.
Nonostante questo sono molti i nutrizionisti che ne consigliano un apporto giornaliero non oltre i 2 grammi. Un’altra esigenza importante per chi pratica lo sport è rappresentata dalla necessità di assumere abbondante acqua nell’arco della giornata, questo perché più sono i liquidi persi durante l’attività sportiva più sarà il bisogno di reintegrarli.
Sono sempre di più gli sportivi o praticanti di diversi livelli che ricorrono agli integratori nutrizionali. Sembrerebbe però non essere scritto ufficialmente da nessuna parte la loro reale funzionalità, ciò nonostante è un fenomeno in forte crescita in tutto il mondo.

“L’assunzione di singoli nutrienti sotto forma di integratori, in dosi massicce e per periodi prolungati – scrive il Ministero della Salute – necessita di attento controllo per i potenziali rischi legati all’utilizzo, in particolar modo quando associata a comportamenti dietetici squilibrati”.
Tra i praticanti del body building sembrerebbe essere diffusa la convinzione che una dieta iperproteica, costituisca il fattore fondamentale per lo sviluppo delle masse muscolari. Il sovraccarico proteico è un fattore di rischio nei soggetti con problemi renali e può procurare, a tutte le persone, importanti danni a carico di fegato e reni. Infatti, secondo la circolare del Ministero della Sanità del 1999 si consiglia un apporto giornaliero di aminoacidi a catena ramicata non superiore a 5 grammi, e per quanto riguarda la creatina consigliano un apporto giornaliero non superiore ai 6 grammi e per un tempo di somministrazione non superiore a 30 giorni.
Ma non ci sono solo gli integratori naturali. Sono nati gli steroidi anabolizzanti, che servono per malattie come l’osteoporosi per stimolare la sintesi proteica, ma è noto oramai che vengano presi, illegalmente, da molti sportivi. L’assunzione di questi farmaci da parte degli atleti, oltre a essere antisportivo e illegale, può risultare pericoloso per la salute. Infatti, come rivela l’enciclopedia online Zanichellise presi in dosi massicce e senza regolare richiesta medica, possono creare seri disturbi ai reni e al cuore aumentando il rischio di tumori e, per finire, nelle donne potrebbe portare alla sterilità.

Dalle arance dei Piromalli all’olio di Messina Denaro: la mafia è servita

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Dalle infiltrazioni nel settore ortofrutticolo del clan Piromalli, all’olio extra vergine di oliva di Matteo Messina Denaro. Ristoranti inclusi. La prepotenza mafiosa rafforza il controllo su uno dei motori dell’economia italiana, l’agroalimentare, con un giro d’affari che nel 2016 è salito a 21,8 miliardi di euro con un aumento del 30 per cento rispetto al 2015. E’ quanto emerge dal Rapporto Agromafie2017 elaborato da Coldiretti, Eurispes e Osservatorio sulla criminalità nell’agricoltura e sul sistema agroalimentare, presentato nella giornata di ieri a Roma.

I più noti clan della criminalità si dividono il business della tavola mettendo le mani sui prodotti simbolo del Made in Italy. Nel febbraio scorso, i carabinieri del Ros hanno smascherato le attività criminali in Calabria della cosca di ‘ndrangheta dei Piromalli, che controllava la produzione e le esportazioni di arance, mandarini e limoni verso gli Stati Uniti, oltre a quelle di olio attraverso una rete di società e cooperative. Nello stesso mese, gli uomini dell’Arma hanno confiscato 4 società siciliane operanti nel settore dell’olivicoltura riconducibili a Matteo Messina Denaro e alla famiglia mafiosa di Campobello. Sempre agli inizi di febbraio, manette ai polsi anche per Walter Schiavone, secondogenito del capoclan dei Casalesi Francesco Schiavone, meglio noto come “Sandokan”. Secondo l’accusa avrebbe imposto la fornitura di mozzarella di bufala Dop prodotta da un caseificio di Casal di Principe a distributori casertani e campani, ma anche in altre parti d’Italia, come in Calabria.

“I personaggi di primissimo piano della mafia che hanno deciso di investire ed appropriarsi di vasti comparti dell’agroalimentare e dei guadagni che ne derivano – precisa Coldiretti – distruggono la concorrenza e il libero mercato legale, soffocando l’imprenditoria onesta”. Il risultato è la moltiplicazione dei prezzi che per il settore ortofrutticolo possono addirittura triplicare. Da non sottovalutare anche i pesanti danni di immagine inferti al Made in Italy in Italia e all’estero, oltre ai non meno importanti rischi per la salute dei consumatori.

Nella top ten delle province italiane interessate dal fenomeno prima di tutto c’è il Mezzogiorno. Ma ci sono anche realtà del nord come Genova e Verona, rispettivamente al secondo e terzo posto dopo Reggio Calabria. Nella città veneta, l’intensità dell’agromafia risulta significativa soprattutto per il fenomeno dell’importazione dei suini dal nord Europa indebitamente marchiati come nazionali. Rilevante è anche l’adulterazione di bevande alcoliche e di superalcolici come nel caso della rinomata grappa di Verona. A Genova, invece, degno di nota è “il diffuso sistema di contraffazione e adulterazione della filiera olearia che interessa – spiega Coldiretti – le fasi di lavorazione industriale e approvvigionamento dall’estero di oli di minore qualità da spacciare come italiani”.

Nessuna Regione è esente. E non c’è pace neppure per la Capitale. Lo scorso maggio i carabinieri hanno sequestrato a quattro imprenditori beni per 80 milioni di euro: bar, ristoranti e pizzerie. Tutti locali della “Roma bene”, nel cuore della Città Eterna. Le persone raggiunte dal provvedimento di sequestro, secondo i magistrati di piazzale Clodio, erano coinvolte in traffici gestiti dalla Camorra. “Di fronte a questa escalation senza un adeguato sistema di regole penali e di strumenti in grado di rafforzare l’apparato investigativo, l’enorme sforzo messo a punto dalla macchina dei controlli apparirà sempre insufficiente”, ha commentato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo. “E’ necessario al più presto – ha continuato – portare all’esame del Parlamento i lavori della Commissione Caselli che mirano a riformare i reati agroalimentari oppure valutare l’ipotesi di una decretazione di urgenza per fermare la rete criminale che avvolge da Nord a Sud tutte le filiere agroalimentari”.

Il rapporto di Coldiretti segnala, quest’anno, anche “un’evoluzione delle mafie 3.0″Le attività delle forze dell’ordine e della magistratura “raccontano degli intrecci delle mafie che fanno conseguire enormi guadagni”, ha dichiarato il presidente dell’Eurispes Gian Maria Fara. “Sono mafia silente – ha aggiunto – e operano con straordinaria capacità di mimetizzarsi, riuscendo a tessere quella rete di interessi che consente loro di espandersi”. “La nuova mafia – ha concluso Fara – non taglieggia autosaloni o supermercati, ma ne diventa socia. Le mafie si sono fatte imprenditrici”.

@RosariaSirianni

Ecco il pensionato che cucina per i senzatetto della Capitale/Video

in Alimentazione/Difesa e Sicurezza Nazionale/Video Report da

C’è voglia di solidarietà per le strade della Capitale. Gratuita e concreta. E il desiderio di non sprecare il cibo invenduto nei mercati e supermercati di Roma. Un sorriso, un pasto caldo, vestiti puliti. L’impegno viene dal cuore. La grinta è quella di Dino Impagliazzo, dirigente in pensione di 86 anni, che per quattro sere a settimana, insieme ai suoi 350 volontari, distribuisce centinaia di pasti a clochard e immigrati nei pressi delle stazioni Ostiense e Tuscolana. “E’ iniziato tutto dieci anni fa”, racconta Dino ai microfoni di Ofcs.report. “Un euro donato una domenica mattina a un senzatetto ha acceso in me una scintilla che non si è più spenta”. “Le prime settimane – spiega Impagliazzo – eravamo solo io, mia moglie Fernanda e la nostra cucina”.

Oggi, invece, i pasti distribuiti in settimana da Dino e dai suoi volontari sono più di 800. “E si tratta di pasti completi – precisa il dirigente in pensione – composti da primo, secondo, frutta, tè e perfino i dolci se ci sono”. “Del resto – continua – non siamo noi a decidere il menù della serata, ci pensa la provvidenza. Ogni giorno. Nel rispetto di tutte le culture”. Le persone che ogni settimana contano su Dino e i suoi amici per ricevere assistenza sono più di 300, un esercito silenzioso e invisibile che popola le principali stazioni della Capitale. Stranieri, ma non solo. “Molte delle persone a cui offriamo aiuto sono africani – precisa Impagliazzo – alcuni sono musulmani, ma quasi la metà sono italiani. C’è chi il giorno prima aveva una famiglia e poi ha divorziato ritrovandosi per strada. Ma c’è anche chi ha perso il lavoro e non può più permettersi affitto o beni di prima necessità”.

Così, per rispondere al crescente bisogno di aiuto dei meno abbienti, è nata la onlus RomAmoR, di cui Dino è presidente, che per il recupero dei generi alimentari si avvale principalmente degli aiuti del Banco Alimentare del Lazio e della Comunità di S. Egidio. Ma sono sempre di più anche i panifici, i singoli negozi e i mercati ortofrutticoli che hanno deciso di donare ai volontari tutti gli alimenti invenduti. “Ho preso i contatti con ogni fornaio del quartiere – racconta Dino – e la sera passo per i forni e ritiro il pane in eccedenza che serve per il giorno dopo. Altrettanto accade con i mercati rionali: prima facevo tutto da solo, ora invece, insieme ai miei amici, facciamo il giro in orario di chiusura e raccogliamo tutta la frutta e la verdura che il giorno dopo non sarebbe più possibile vendere. Uno spreco senza fine”.

E in effetti, secondo gli ultimi dati forniti dal WWF, ogni anno, un terzo del cibo del mondo (circa 1,3 miliardi di tonnellate) viene sprecato senza arrivare neppure sulle nostre tavole perché marcisce direttamente in azienda, diventa immangiabile durante la distribuzione oppure viene gettato via nei negozi alimentari al dettaglio, ristoranti e cucine. Si tratta di circa 4 volte la quantità di cibo necessaria a sfamare le quasi 800 milioni di persone sul pianeta che sono denutrite. “Un’enormità”, per il pensionato romano. E anche se l’Italia, grazie alla recente legge contro lo spreco alimentare, approvata nel 2016, appare tra le realtà che sta facendo i passi avanti più importanti, due degli aspetti principali da migliorare, per il nostro paese, riguardano proprio lo “spreco domestico” degli alimenti e “lo spreco legato alla produzione e distribuzione di cibo” da parte delle aziende produttrici.

Tuttavia, per Dino e i suoi volontari, la rete di aiuto e solidarietà non si ferma alla distribuzione di un pasto caldo. “Una nostra priorità è quella di riuscire a salvare dalla strada qualcuno dei nostri amici meno fortunati – ci racconta Impagliazzo – e per questa ragione abbiamo messo su una casa di accoglienza ai Castelli Romani che al momento ospita 20 persone, tutti nigeriani scappati dalla violenza di Boko Haram (organizzazione terroristica nata in Nigeria, ndr)”. “Stiamo lavorando – continua – con l’intento di reperire altre strutture come questa e ci auguriamo che qualcuno che ne abbia la possibilità possa metterle a disposizione della nostra causa”. Insieme si può.

@RosariaSirianni

Gli italiani e lo sport, quando a vincere è la pigrizia

in Alimentazione/Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute/Wellness da
sport

Italiani “popolo di poeti, artisti, eroi, pensatori, scienziati, navigatori, trasmigratori”. Ma non di sportivi. Secondo una recente pubblicazione dell’Eurostat, che si riferisce all’anno 2014, nel Vecchio Continente un cittadino su due pratica sport, mentre nel Belpaese, complice forze anche la pigrizia italiana, sono meno del 18% le persone che dedicano tempo all’attività fisica.

Mentre quasi la metà (49,8%) della popolazione di età superiore ai 18 anni nell’Unione europea (UE) non ha mai praticato sport, quasi un terzo (29,9%) ha trascorso almeno due ore e mezzo a settimana di tempo libero facendo attività fisica nel 2014.

La percentuale di coloro che esercitano per almeno due ore e mezzo a settimana è più alta negli uomini (34,5%) rispetto alle donne (25,6%). Mentre la percentuale di tempo dedicata agli esercizi tende a diminuire con l’età, il dato aumenta proporzionalmente al grado d’istruzione dei cittadini. Nel complesso in Europa, il 40,5% delle persone altamente istruite impegnano almeno due ore e mezza a settimana in attività fisica, rispetto al 19,2% di quelli con hanno un basso livello di istruzione.

Due ore e mezza a settimana di moderata intensità per l’attività fisica rappresentano il livello minimo di attività fisica raccomandato dall’Organizzazione mondiale della sanità (OMS) per gli adulti di età superiore ai 18 anni.

Dando uno sguardo ai dati si scopre che i paesi del nord Europa sono quelli in cui si fa più sport: in Finlandia a praticarlo è il 54,1% dei cittadini, a seguire Danimarca (53,4%), Svezia (53,1%), Austria (49,8%) e Germania (47,3%). All’estremità opposta della scala, Romania (7,5%) e Bulgaria (9,0%) hanno registrato le percentuali più basse mentre l’Italia è 21sima in questa speciale classifica con appena il 18% degli individui che dedica settimanalmente tempo all’attività fisica.

@PiccininDaniele

Carni avariate e formaggi ammuffiti: Federconsumatori e Nas lanciano l’allarme/VIDEO

in Alimentazione/Difesa e Sicurezza Nazionale/Video Report da
alimenti scaduti

Così si cerca di evitare la crisi, così si evita di sprecare cibo. Quante volte capita di trovare negli scaffali dei supermercati cibi scaduti da giorni? Quante volte vengono venduti prodotti alimentari che si rivelano poi esser scaduti o conservati in modo inadeguato?

Ofcs.report ha fatto un giro all’interno di grandi e piccoli supermercati. Il risultato? Prodotti scaduti esposti in prima fila, soprattutto per quanto riguarda i cibi freschi come la carne, i formaggi o la verdura. Attenzione quindi a fare la spesa: guardate sempre la scadenza perché ne vale della vostra salute.

ECCO ALCUNE INDICAZIONI CHE ARRIVANO DAI NAS, I NUCLEI ANTISOFISTICAZIONI E SANITA’ DEI CARABINIERI

I CIBI A CUI PRESTARE MAGGIOR ATTENZIONE: I SUGGERIMENTI DI FEDERCONSUMATORI

Federconsumatori spiega: “In genere arrivano segnalazioni soprattutto durante la settimana, perché il fine settimana ci sono gli scarichi ai supermercati e di conseguenza gli alimenti nel week end sono più freschi. Ci arrivano segnalazioni per quanto riguarda non solo i cibi scaduti, ma soprattutto per gli alimenti mal conservati. La carne è il prodotto che può rovinarsi facilmente – spiegano dall’associazione – Molto spesso i clienti ci chiamano per segnalare carne scaduta o avariata o non ben conservata. Questo avviene soprattutto nelle stagioni più calde, perchè le alte temperature facilitano la proliferazione di batteri che intaccano la freschezza dell’alimento. La carne in genere viene scaricata nei magazzini durante il fine settimana, motivo per cui già dal lunedì può trovarsi in scaffale scaduta o mal conservata”. Il consiglio da seguire è di prestare attenzione all’acquisto controllando la data di scadenza e la freschezza del prodotto osservandone l’aspetto.

“Poi ci sono le vere e proprie truffe – denuncia ancora Federconsumatori- come ad esempio accade per i formaggi che vengono esposti ai banconi dei salumi e imbustati direttamente dal supermercato. Gli stessi formaggi che, alcune volte, vengono di nuovo riaperti e rimbustati, ovviamente con la nuova data di scadenza. E’ quasi impossibile accorgersi di questa truffa, di solito i consumatori se ne rendono conto quando arrivano a casa e dopo un paio di giorni il formaggio è già completamente muffo. Il prodotto più vicino alla scadenza si trova in genere più in vista sugli scaffali o nel banco frigo, per riuscire a smaltire la merce più velocemente”.

Ovviamente con l‘estate arrivano sempre più denunce quando gli alimenti, soprattutto quelli più freschi, si rovinano più facilmente.

SCADENZE E SMALTIMENTO DEGLI ALIMENTI: NE PARLA IL MINISTERO DELLA SALUTE

Qual è la nuova normativa che regola la conservazione degli alimenti all’interno dei supermercati?
“La conservazione degli alimenti è da tempo normata dai regolamenti comunitari che costituiscono il cosiddetto “Pacchetto igiene”. Sono tre i regolamenti principali. Il primo, che risale al 28 gennaio 2002, è il numero 178, stilato dal Parlamento e dal consiglio Europeo: stabilisce i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, istituisce l’Autorità che si occupa della legislazione alimentare, quella (europea) per la sicurezza alimentare, e fissa le procedure per rendere sicuri cibi e bevande. Poi c’è  il regolamento numero 852/2004 della Comunità Europea, che detta norme relative all’igiene dei prodotti alimentari. Infine il regolamento 853/2004  che stabilisce norme specifiche in materia di igiene per gli alimenti di origine animale”.

Cosa prevede la legge per gli alimenti prossimi alla scadenza?
“Innanzitutto occorre distinguere tra data di scadenza e termine minimo di conservazione, così come prevede l’articolo 2 della Legge 166/2016. Per termine minimo di conservazione si intende la data fino alla quale un prodotto alimentare conserva le sue proprietà specifiche in adeguate condizioni di conservazione. Gli alimenti che hanno superato tale termine possono essere ceduti (ai sensi dell’articolo 4), garantendo l’integrità dell’imballaggio primario e le idonee condizioni di conservazione. Per data di scadenza si intende invece la data che sostituisce il termine minimo di conservazione nel caso di alimenti molto deperibili dal punto di vista microbiologico. Oltre quella data gli alimenti sono considerati a rischio e non possono essere trasferiti né consumati. Inoltre l’articolo 4 della legge prevede che: le cessioni degli alimenti scaduti sono consentite anche oltre il termine minimo di conservazione, purché siano garantite l’integrità dell’imballaggio primario e le idonee condizioni di conservazione”.

Cosa cambia con la nuova legge?
“La legge 166/2016 semplifica le procedure relative alle donazioni di cibo, perseguendo l’obiettivo della riduzione degli sprechi alimentari. Infatti l’articolo 10 prevede che il Ministero della Salute, con l’intesa in sede di Conferenza unificata, predisponga linee di indirizzo rivolte agli enti gestori di mense scolastiche, aziendali, ospedaliere, sociali e di comunità, al fine di prevenire e ridurre lo spreco connesso alla somministrazione degli alimenti. Viene inoltre istituito, secondo l’articolo 11, un fondo nazionale per progetti innovativi finalizzati alla limitazione degli sprechi e all’impiego delle eccedenze”.

Quali sono le leggi che regolano lo smaltimento di alimenti scaduti?
“La destinazione di un alimento ritenuto non più idoneo al consumo umano è subordinata alle previsioni del regolamento (CE) 1069/2009 e del regolamento (UE) 142/2001, che sancisce un accordo tra Governo, Regioni, Province Autonome e Autonomie locali, e contiene le norme sanitarie relative ai sottoprodotti di origine animale e ai prodotti derivati non destinati al consumo umano”.

ha collaborato Veronica Poto

Animali, gli italiani spendono 2 miliardi l’anno per il cibo

in Alimentazione/Ambiente/Salute da

Gli italiani, si sa, amano gli animali, cani e gatti su tutti, e per nutrirli spendono ogni anno oltre 2 miliardi di euro in cibo. È quanto emerge da uno studio della Coldiretti elaborato sulla base dei dati Eurispes, presentato in occasione di S. Antonio Abate, il patrono degli animali che si festeggia il 17 gennaio con benedizioni e cerimonie in tutte le parrocchie italiane.

Secondo il dossier ben 4 italiani su 10 (43,3%) ospitano nella propria casa un animale con una netta prevalenza di cani (60,8%) e gatti (49,3%) ma ci sono anche pesci e tartarughe (8,7%), uccelli (5,4%) fino agli animali esotici (2,1%).

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Fonte: buongiorno.lol

Quest’anno, per salvare la “Fattoria Italia”, arriva a piazza San Pietro una vera e propria Arca di Noè con mucche, asini, pecore, maiali, capre, cavalli, galline e conigli delle razze più rare e curiose, salvate dal rischio di estinzione dagli allevatori italiani che, in migliaia da tutta la Penisola, giungeranno nella Capitale per l’iniziativa dell’Associazione italiana Allevatori (AIA) e della Coldiretti.

“L’accresciuta sensibilità degli italiani per gli animali domestici – sottolinea la Coldiretti – è confermata dalla spesa mensile a loro dedicata. Più del 35% degli italiani contiene le spese sotto i 30 euro al mese, il 38,6% che si mantiene sotto la media dei 50 euro mensili, ma anche il 19% che spende fino a 100 euro mensili per cibare, tenere pulito o curare il proprio animale.

Una minoranza coloro che possono permettersi di spendere ancora di più: il 4,3% che dedica al proprio pet un budget da 101 a 200 euro mensili, l’1,6% fino a 300 euro e un esiguo 1,4% che affronta una spesa di oltre 300 euro mensili, secondo l’Eurispes. L’alimentazione è certamente la voce più importante del budget, con la grande maggioranza del 57% degli italiani che si prendono cura di un animale e che acquistano cibi specifici per le esigenze nutrizionali. Mentre sono solo il 24% quelli che li nutrono con gli avanzi della tavola, secondo una indagine realizzata dal sito www.coldiretti.it, dalla quale emerge anche che c’è un 5% che cucina ad hoc per i propri animali, mentre il restante 14% fa scelte diverse.

 

Consumi, Rapporto Coop 2016: telefonino in testa desideri italiani

in Alimentazione/Economia/Salute/Wellness da
Rapporto Coop 2016

Speranza, Cambiamento, Timore. Tre sostantivi che sembrano uno spot elettorale ma in realtà sono la fotografia dell’Italia 2017 scattata con il sondaggio di fine anno e le previsioni sui consumi 2017 del “Rapporto Coop”, redatto dall’Ufficio Studi di Ancc-Coop (Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori) con la collaborazione scientifica di Ref. Ricerche, il supporto d’analisi di Nielsen e i contributi originali di GFK, Demos, Doxa, Nomisma e Ufficio Studi Mediobanca.

Un appuntamento annuale, quello del dossier Coop, che restituisce l’immagine di un Paese ancora alle prese con la crisi economica, che fatica ad immaginare un futuro per le proprie generazioni, ma che continua a sperare in un cambio di rotta.

Una tendenza, quella raccolta dal sondaggio Coop, confermata dalla scelta delle parole con cui gli italiani descrivono l’anno che è appena iniziato, ricalcando quelle scelte per il 2016 ovvero “speranza” (la usa il 33% del campione, era il 33,8% un anno fa), “cambiamento” (12% a fronte di un 14,3%), “timore” (10% rispetto a un più robusto 14,2% del 2016).

La speranza come aspettativa positiva nell’anno appena entrato raccoglie il gradimento del 75% degli uomini e del 70% delle donne. Analogamente sono più i giovani a inseguire il sogno del rilancio, il 78% dei Millennials (la Generazione Y, ovvero i nati tra il 1980 e il 2000), contro il 74% dei Baby Boomers (la classe nata tra il 1946 e il 1964).

Sfogliando il dossier si scoprono alcuni dati su gusti e interessi degli italiani molto interessanti: è il caso, a proposito di nuovi prodotti e servizi, del supermercato senza casse, senza file che sfrutti il riconoscimento automatico (è interessato il 74%), seguito dalla casa domotica (73%) e dal maggiordomo virtuale (lo vorrebbe testare il 43%). Quanto al Made in Italy nel carrello della spesa, a preferirlo sono il 20% degli italiani, che cercano anche il low cost (14%) e il tipico/tradizionale (14,9%).

Le previsioni sui consumi 2017. Cosa sale e cosa scende. I desiderata degli italiani si scontrano tuttavia con la realtà del potere d’acquisto delle famiglie che nel 2017 farà segnare un rallentamento, con il risultato che il ciclo dei consumi, dopo un biennio a ritmi superiori all’1%, subirà una battuta d’arresto (la stima si attesta su uno 0,7%) dovuto al blocco dei redditi e soprattutto alla ripresa dell’inflazione.

In cima alla lista dei desideri degli italiani figura sempre la telefonia (+8%), gli acquisti tecnologici di computer e altri accessori (+ 7,3%), i servizi ricreativi (+2,8%); tra le voci che scivolano invece sempre più in basso nel gradimento degli italiani le spese per la manutenzione della casa, i giornali, i libri.

Le utenze, il carburante e le spese sanitarie sono i comparti dove il numero di famiglie che prevedono di spendere di più superano quelle che immaginano di risparmiare. Questo è vero anche per la spesa alimentare dove, per la prima volta dopo molti anni, gli italiani che contano di aggiungere valore al carrello alimentare (+13%) sono quasi il doppio rispetto a quelli che pensano di comprimere ulteriormente la spesa (+8%).

Il 2017 porterà probabilmente anche nuovo dinamismo nel mercato immobiliare e nei comparti ad esso collegati (arredamento ed elettrodomestici): in tempi di bassi tassi d’interesse e di turbolenza dei mercati finanziari ritorna prepotentemente la casa come sogno nel cassetto degli italiani.

Rimarrà in crescita la spesa per i viaggi (la indica come spesa sicura o possibile l’80% degli italiani). I Millennials sono quelli che con più probabilità affronteranno questa spesa in futuro (85% contro il 73% dei Baby Boomers), insieme a chi ha maggiori disponibilità di spesa in generale (90% delle famiglie con redditi elevati contro il 71% delle famiglie con redditi più bassi).

Si spenderà per viaggi e vacanze con più probabilità al Nord e al Centro rispetto al Sud (80% e 85% contro il 78% di Sud e Isole).  E sono ancora i Millennials a spingere per l’acquisto di servizi legati a benessere e svago: iscrizione in palestra (prevista dalla metà dei giovani), abbonamento per il teatro o lo stadio (il 36% dei Millennials indica questa voce di spesa, contro il 27% della cosiddetta “Generazione X”), così come la sottoscrizione di abbonamenti di Pay TV (39% dei giovani contro 30% degli adulti e il 19% degli over 50) sono le tre dimensioni di consumo a cui i giovani non intendono rinunciare.

E la grande distribuzione che nel 2016 ha sofferto una lunga stagione deflattiva chiude l’anno in perfetta parità rispetto all’anno precedente beneficiando comunque di un piccolo miglioramento delle vendite registrato nelle ultime due settimane del 2016 e comunque non tale da non superare un +2% concentrato peraltro fortemente concentrato nei giorni prenatalizi.

A conferma dei dati raccolti dal dossier Coop ci sono anche le rilevazioni trimestrali dell’Istat secondo cui “il 2016 è stato un anno di deflazione, il primo dopo oltre mezzo secolo, e l’effetto sul potere d’acquisto e il reddito disponibile delle famiglie si vede”.

Nel terzo trimestre dell’anno, complici i prezzi bassi e un lieve calo della pressione fiscale, gli italiani si sono ritrovati in tasca qualche euro in più ed hanno deciso di spendere anche qualcosa in più, facendo salire l’asticella dei consumi. Secondo i dati Istat, tra luglio e settembre il potere d’acquisto delle famiglie, ovvero il reddito reale, è aumentato dello 0,1% sul trimestre precedente e dell’1,8% su base annua. Nello stesso periodo, il reddito disponibile è aumentato in termini tendenziali dell’1,9% e in termini congiunturali, cioè rispetto al trimestre precedente, dello 0,2%.

Da qui la spinta ai consumi, cresciuti dello 0,3%, a cui fa da contraltare la diminuzione, seppur lieve, della cosiddetta “propensione al risparmio”, tradizionalmente alta tra le famiglie italiane rispetto a quelle di gran parte d’Europa. I dati, tutti sostanzialmente positivi, confermano dunque l’inversione di tendenza rispetto agli anni di crisi più nera e si sommano a quello, poco significativo per l’anno nel suo complesso ma comunque incoraggiante, sul peso del fisco. Nel trimestre, la pressione misurata rispetto al Pil (rimbalzato nei mesi estivi a un importante +0,3% rispetto alla crescita zero dei tre mesi precedenti) è stata pari al 40,8%, segnando una riduzione di 0,2 punti percentuali rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

Dal naso elettronico alla pastiglia intelligente: ecco come prevenire le intossicazioni alimentari

in Alimentazione da

Si chiama FoodSniffer ed è una invenzione destinata a rivoluzionare il concetto di conservazione degli alimenti e a contribuire a migliorare la sicurezza alimentare dei consumatori. Nonostante sembri uscito direttamente dal laboratorio di Archimede Pitagorico questo naso elettronico, così lo hanno ribattezzato in molti, è in realtà frutto di un lavoro durato due anni e finanziato quasi completamente dall’Unione Europea. Oggi il prodotto è presentato come proprietà di una società lituana. Il FoodSniffer, grande come un normale telecomando per la televisione, in Italia costa circa 120 euro. E’ in grado di comunicare dati precisi su come siano stati conservati gli alimenti, con particolare attenzione alla carne e al pesce che rappresentano le categorie merceologiche più a rischio.

Una app per lo smartphone e si azzera rischio intossicazione.
Scaricando gratuitamente l’App sullo smartphone, e avvicinando FoodSniffer agli alimenti, saremo in grado di sapere se la conservazione è stata buona e corretta o se invece quell’alimento è a rischio. Un modo questo per evitare piccole e grandi intossicazioni soprattutto quando si acquista cibo crudo di cui si ignora la provenienza. Avvicinando il naso elettronico al cibo esso trasmetterà odori e altre informazioni ad un cloud che fornirà i risultato sulla salubrità dell’alimento preso in esame.

Guai a pensare che questo naso elettronico sia un gadget per fissati. Esso rappresenta un valido aiuto soprattutto per chi lavora nella filiera alimentare di qualità, che può quindi ora contare su un prezioso alleato in grado di fornire informazioni sicure o quantomeno affidabili.

La casistica di quello che può accadere ad un alimento quando arriva nel banco del supermercato è ampia: catene del freddo che si interrompono (accade nei surgelati o negli alimenti congelati), esposizioni prolungate alla luce del sole o semplicemente prodotti che vengono messi in commercio con le date di scadenza contraffatte.

Prendiamo la carne: a volte il processo di contaminazione batterica inizia proprio in fase di macellazione, prosegue se il processo di impacchettamento non è eseguito in modo corretto. Anche piccole abitudini quotidiane possono rovinare in maniera pericolosa la salubrità di un prodotto: pesce e carne possono guastarsi nel giro di un’ora se lasciate all’interno di un automobile sotto il sole.

La pastiglia intelligente che segue gli alimenti
Dodici milioni di investimento e anni di ricerche. Così è nata Topcryo, una pastiglietta termosensibile che interpreta e analizza i parametri della filiera degli alimenti. Incrociando tempi, spostamenti, durata delle interruzioni ed eventuali sbalzi di temperatura questo strumento ricostruisce in modo affidabile le tappe del trasporto e anche degli stoccaggi. All’interno della pasticca ci sono dei batteri che diventano verdi o rossi in base allo stato della conservazione. Questo permette di far conoscere al distributore e al cliente finale se il surgelato è stato trasportato mantenendo la catena del freddo o se ci sono stati sbalzi pericolosi o se invece è arrivato a destinazione perfetto.

Lo scanner che trova i pesticidi
In Israele stanno per lanciare sul mercato uno scanner che sarà in grado di rivelare l’identità molecolare degli alimenti in pochi secondi. Questo strumento, che arriverà in Europa nel 2017, sarà in grado di dirci se quel determinato prodotto è ascrivibile alla categoria degli OGM o se si trovano in esso tracce anche minime di pesticidi , inquinanti e batteri. Fin qui la ricerca e le buone intenzioni. Ora si tratta solo di vedere come risponderà il mercato di fronte a dei prodotti che senz’altro faranno felici i consumatori ma che certamente faranno luce sulle grandi e piccole forzature dell’industria alimentare.

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