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La Percezione Della Sicurezza

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Benessere

Benessere: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report su come condurre un corretto stile di vita.

Endometriosi, ricercatori Yale University: “Può creare ansia e depressione”

in Benessere/Salute da

 a cura di Sara Novello 

 

Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità, 150 milioni di donne in età fertile soffrono di endometriosi. Di queste, 14 milioni si trovano in Europa e 3 milioni in Italia. I sintomi più comuni e frequenti sono la dismenorrea, mentre dolore pelvico e ovulatorio sono sottovalutati. Recentemente questi dati sono stati rivisitati stimando l’incremento a 176 milioni il numero di donne colpite. La U.S. Food and Drugs Administration informa che la metà delle pazienti, prima di avere una diagnosi certa, incontra in media dai 5 ai 6 ginecologi. Nonostante questi dati allarmanti, dell’endometriosi sappiamo ancora molto poco.

Nuovi studi clinici evidenziano una netta correlazione tra l’endometriosi e i disturbi dell’umore

Per definizione l’endometriosi èuna malattia cronica in cui del tessuto, simile a quello endometriale che riveste la parete interna dell’utero, viene a trovarsi in sedi anomale come ovaie, tube, legamenti utero-sacrali, vescica, retto, ureteri, reni e qualunque organo del corpo”. Essa è stata riconosciuta come una malattia invalidante (in Italia inserita nei livelli essenziali di assistenza permette il diritto all’esenzione).

Secondo il dottor H. Taylor della Yale University, l’endometriosi “agisce sul cervello” causando ansia e depressione. Studi clinici effettuati dal suo team indagano sull’origine di disturbi dell’umore diagnosticati in donne affette da endometriosi  e si chiedono se va o meno a influenzare il comportamento a livello celebrale o se ansia e depressione sono la normale conseguenza del dolore provocato dalla malattia.

Lo studio eseguito su topi ha evidenziato una stretta correlazione tra endometriosi e ansia

Animali privi di endometriosi posti in uno spazio aperto esploravano con serenità l’ambiente attorno a loro, mentre quelli che presentavano la patologia “erano ansiosi e depressi” dice Taylor. Quando il team ha confrontato il cervello dei due gruppi di animali ha scoperto che in quelli con endometriosi l’attività dei geni legata all’ansia e al dolore, nella regione celebrale coinvolta nell’umore era differente, aveva quindi subito dei cambiamenti. “Stiamo dimostrando che l’endometriosi agisce anche sul cervello”, dice Taylor, che ha presentato le sue scoperte al meeting annuale dell’American Society for reproductive Medicine in Texas nel mese di ottobre 2017.

La tesi contraria

Dall’altra parte, non essendo ancora noto come l’endometriosi possa avere questi effetti, la dottoressa E. Greaves presso l’Università di Edimburgo, Regno Unito, non sostiene appieno questa tesi. Il suo team di scienziati ha scoperto che tale condizione causa cambiamenti nel cervello e nei midolli spinali dei topi rendendoli più sensibili al dolore, ma secondo la sua opinione la depressione e l’ansia su donne con endometriosi hanno più a che fare con l’infertilità che esse sperimentano relegando gli sbalzi di umore a qualcosa di piu’sociologico che patologico.

Di certo da questi nuovi studi sappiamo che ci sono cambiamenti al sistema nervoso centrale causati dall’endometriosi, malattia invalidante non solo da relegare come problema di infertilità. 

Resistenza agli antibiotici: in Europa causa 37.000 decessi

in Benessere/Salute da

a cura di Sara Novello 

Secondo recenti stime dell’Oms i superbug saranno, nel 2050, la principale causa di morte. Le infezioni da germi antibiotico-resistenti rappresentano una emergenza sanitaria, soprattutto quelle derivanti dalle infezioni intra-ospedaliere (HAIs) che riguardano l’8-12% dei pazienti ricoverati. In Europa si stimano annualmente circa 4 milioni di infezioni da germi antibiotico-resistenti, che causano oltre 37.000 decessi e sono responsabili di un significativo assorbimento di risorse (sanitarie e non) che ammontano a circa 1,5 miliardi di euro l’anno. Negli Stati Uniti sono 2 milioni i soggetti colpiti da un’infezione resistente agli antibiotici, con circa 50.000 morti e una spesa che supera i 20 milioni di euro. Le più comuni infezioni sono polmonite (24%) e infezioni del tratto urinario (21%).

L’antibiotico-resistenza riguarda anche i batteri che causano le infezioni più comuni

L’infezione da Staphylococcus aureus meticillino-resistente (MRSA), ad esempio, è la principale causa al mondo di infezioni comunitarie e di cure sanitarie. Colpisce oltre 150.000 pazienti ogni anno nella sola Europa, che costano al sistema sanitario europeo in spese extra-ospedaliere 380 milioni di euro. Solo le setticemie da MRSA variano negli Stati membri dall’1% a più del 50%, sebbene negli ultimi 5 anni i tassi di batteriemia da MRSA siano calati in modo significativo nei 10 Paesi europei con le maggiori percentuali di endemicità per questa pericolosa infezione.

Quale soluzione?

La resistenza agli antibiotici, dunque, è una delle più grandi crisi di salute pubblica dei tempi moderni. L’uso responsabile degli antibiotici resta una priorità, ma spesso può non bastare. La scienza rivolge lo sguardo alla batteriofagia, trattamento centenario in grado di fornirci un’arma nuova a difesa della salute.

A Tbilisi, in Georgia, si studia e si approfondisce un trattamento presso l’Istituto Eliava, basato proprio sulla terapia fagica. Essa fu scoperta all’inizio del XX secolo da Frederick W.Twort nel Regno Unito  (1915) e Felix d’Herelle (1917). In seguito D’Herelle conio’ il termine “batteriofago”, fondando l’Istituto Eliava con il microbiologo georgiano, George Eliava (1923), con l’obiettivo di renderlo un centro mondiale per ricerca batteriofagi.

La terapia fagica comporta l’uso di virus particolari che possono attaccare i batteri. Sostanzialmente si utilizzano batteriofagi naturali per il trattamento delle infezioni batteriche (ossia virus “buoni”) che infettano e si replicano all’interno dei batteri nocivi sconfiggendoli.

Attualmente l’Istituto offre sei preparati di batteriofagi sotto il marchio Eliava. I validi risultati clinici condotti nei paesi dell’Est consentono di essere ottimisti, e sono complementari alle recenti ma limitate sperimentazioni sugli animali condotti in Occidente.

L’8 giugno 2015 l’Agenzia europea del farmaco (Ema) ha organizzato il suo primo workshop su tale tematica con l’obiettivo di “discutere con le parti interessate, possibili sviluppi delle terapie batteriofagiche per il trattamento delle infezioni batteriche”.

In tale documento l’Ema afferma che alcune aziende farmaceutiche stanno esplorando la possibilità di formulare “cocktail di batteriofagi” da utilizzare con sperimentazioni cliniche, in condizioni di buone pratiche di fabbricazione (Good Manufacturing Practice) in linea con le linee guida vigenti per i medicinali biologici. L’Ema, pur continuando a “intraprendere misure per facilitare lo sviluppo di tali prodotti”, sottolinea la necessità di studi clinici più ampi per dimostrarne la sicurezza e l’efficacia prima dell’approvazione al commercio.

Lo studio finanziato dalla Commissione europea

Uno studio sulla terapia fagica, già in esecuzione, è il Phagoburn Clinical Trial finanziato dalla Commissione europea. La ricerca mira a valutare la terapia fagica per il trattamento delle ferite da ustione in seguito infettate da batteri quali Escherichiacoli e Pseudomonas aeruginosa. Nel gennaio 2017 il National Institute for Health and Care Excellence (NICE) ha pubblicato una linea guida intitolata “la gestione antimicrobica: il cambiamento dei comportamenti correlati al rischio nella popolazione generale”. 

La linea guida mira a “individuare misure per prevenire e controllare le infezioni evitandone la diffusione rendendo le persone consapevoli di come utilizzare correttamente i farmaci antimicrobici (in primis gli antibiotici) spiegando i pericoli connessi con il loro uso eccessivo”. Ad esempio, razionare in base alla patologia presente il numero delle compresse di antibiotico, evitando che vi sia un disavanzo pronto da prendere nel cassetto dei medicinali al primo malessere senza l’approvazione medica, ridurebbe senz’altro la resistenza antimicrobica e la diffusione di microbi resistenti.

Dunque, il cambio di abitudini sembrerebbe la soluzione più lungimirante da intraprendere per evitare future resistenze e un irreversibile danno alle nostre difese contro le infezioni. Nel frattempo la scienza guarda avanti riproponendo cose dimenticate che potrebbero fare la differenza.

Che cos’è l’antibiotico resistenza

Viene definito come un fenomeno per cui alcuni microrganismi divengono inattacabili all’azione dei farmaci che dovrebbero modificarli ed ucciderli. Alla base del fenomeno c’è un uso inadeguato di farmaci antimicrobici e anche di disinfettanti, in modo particolare negli allevamenti animali dove gli antibiotici vengono impiegati massicciamente a basso dosaggio anche a scopo preventivo.

Nel 2013 il professor Davies definì la resistenza antimicrobica come “una minaccia catastrofica” che potrebbe portare al ricovero, anche per interventi chirurgici minori, per una infezione ordinaria che non può essere più trattata con la somministrazione di semplici antibiotici. Nel 2015, l’Organizzazione mondiale della sanità pubblicò il piano d’azione globale sulla resistenza antimicrobica evidenziando come “essa mina il nucleo stesso della medicina moderna e la sostenibilità di una risposta efficace della sanità pubblica alla minaccia permanente di malattie infettive…”.

A seguito di questo allarme venne ideato e creato lo Stretegic and technical advisory group (Stag), gruppo di consulenza strategico e tecnico il cui scopo è riesaminare e contribuire a formare una strategia globale contro la crescente resistenza antimicrobica.

Nel 2016, sempre l’Organizzazione mondiale della sanità affermò nuovamente che “…la resistenza agli antibiotici è una delle principali minacce per la salute globale, la sicurezza alimentare e lo sviluppo di oggi. La resistenza antimicrobica si verifica quando i microrganismi (batteri, funghi, virus e parassiti) mutano una volta esposti a farmaci antimicrobici  (antibiotici, antimicotici, antivirali). I microrganismi che sviluppano la resistenza antimicrobica, chiamati “superbugs”, posseggono una incredibile resistenza. L’inefficacia della medicina e le infezioni, aumentano il rischio di diffusione di tali microrganismi resistenti…”.

Il Consiglio dell’Unione europea ha sollecitato gli Stati membri ad adottare, entro il 2017, un piano d’azione nazionale contro la resistenza antimicrobica, sulla base dell’approccio ‘one health’ e in linea con gli obiettivi del Piano di azione globale dell’Organizzazione mondiale della sanità.

Rapporto medico-paziente: addio visite lampo. La salute passa attraverso il dialogo

in Benessere/Salute/Wellness da

a cura di Sara Novello

 

Buona parte della medicina occidentale si focalizza sul corpo, sull’organo, e la malattia spesso assume un linguaggio numerico e di statistiche. Il paziente é visto soggetto passivo limitandolo a essere presente quando serve e a rispettare le prescrizioni che gli vengono date.

Ma i pazienti sono persone tutte intere, non corpi né pezzi di organi affetti da qualcosa. In questo ruolo passivo come automobili portate in officina per essere aggiustate, è facile cadere nello scetticismo verso il sistema salute.

La malattia ha sempre un vissuto personale: emozioni, convinzioni, paragoni con simili situazioni accadute a conoscenti o parenti. Si porta nello studio del dottore – che sia il medico di base o lo specialista – tutto il nostro vissuto, comprese le “nostre certezze”, le paure e il bisogno di rassicurazioni, la nostra personale interpretazione su quello che ci sta accadendo. E dall’altra parte troviamo un medico che di solito è poco o nulla interessato a tutto questo, che spesso ha la fila di pazienti fuori in attesa, che è incalzato dalla fretta, che nemmeno ci guarda in faccia mentre parliamo perché è impegnato a registrare le nostre riposte sul computer.

E se medici e pazienti imparassero a parlarsi meglio?

Con il termine di medicina narrativa (mutuato dall’inglese narrative medicine) si intende una metodologia clinico-assistenziale basata su una specifica competenza comunicativa. La narrazione è lo strumento fondamentale per acquisire, comprendere e integrare i diversi punti di vista di quanti intervengono nella malattia e nel processo di cura. La narrazione del paziente e di chi se ne prende cura è un elemento imprescindibile della medicina contemporanea, fondata sulla partecipazione attiva dei soggetti coinvolti nelle scelte. Le persone, attraverso le loro storie, diventano protagoniste del processo di cura

Questa la definizione di medicina narrativa elaborata nel corso del  II congresso internazionale ‘Narrative medicine and rare disease’, organizzato dall’Istituto superiore di sanità con il Cnmr (Centro nazionale malattie rare) nel 2014.

La medicina narrativa permette di sviluppare un percorso personalizzato ed in linea con le indicazione dell’evidence based medicine. Inoltre, contribuisce a migliorare l’alleanza terapeutica e la partecipazione del paziente. L’idea di base é che ciascuna interazione tra esseri umani comporti uno scambio di narrazioni. Cos’è quindi una narrazione?  E’ il riferire a qualcun altro qualcosa che accaduto mediante un processo cronologico: prima stavo bene, poi ho iniziato a stare male, così mi sono curato e infine sono guarito. Ma anche la “storia clinica” è una narrazione fatta dal medico costruendo una trama partendo delle sue competenze mediche e scientifiche. I fatti narrati nella cartella clinica non sono gli stessi fatti narrati dal paziente, ma non sono più o meno veri di questi. La narrazione del medico, generalmente, si concentra sulle informazioni biomediche. La malattia raccontata dal medico è fatta di organi, di cellule, di atomi e molecole. La narrazione del paziente include anche altri aspetti oltre a quelli biologici, aspetti psicologici, sociali, culturali, esistenziali (talvolta è fatta principalmente di questi), biografici.

Il concetto di medicina narrativa nasce negli anni 90 grazie a Rachel Naomi Remen e Rita Charon

Tale studio ha avuto come scopo principale quello di sensibilizzare il mondo medico ad utilizzare un approccio narrativo nella relazione con il paziente. La medicina narrativa, quindi, vuol essere un modello empatico in grado di aumentare la capacità del medico di comprendere in modo immediato i pensieri del paziente. Uno dei pregi  é l’arricchimento delle cure prescritte attraverso l’utilizzo anche in senso terapeutico dei racconti dei pazienti, dei medici, degli infermieri e di quanti operano nel sistema sanitario, valorizzando in particolare la prospettiva e la visione della malattia del soggetto e dei suoi familiari.

In contrapposizione all’acronimo Ebm (Evidence based medicine) nasce l’acronimo Nbm (Narrative based medicine), dove la narrazione della patologia del paziente al medico è considerata fondamentale al pari dei segni e dei sintomi clinici della malattia stessa.

L’ascolto del racconto di malattia, delle vicende e dell’intero contesto in cui si inserisce, obbliga a ricomporre, a integrare in modo critico e in una visione di insieme, molti particolari elementi che l’analisi tende a scindere. Il paradigma narrativo diventa poi indispensabile quando ci si accosta a chi è affetto da patologie croniche e con vari gradi di disabilità. In questi casi il soggetto e la sua famiglia entrano a pieno titolo come protagonisti e co-autori del percorso di cura.

La cartella clinica parallela

Nella letteratura scientifica esiste una pluralità di strumenti proposti in rapporto a differenti contesti, obiettivi e attori. Non esistono prove che uno strumento sia migliore dell’altro. La cartella parallela, ad esempio, è uno strumento sviluppato alla Columbia University dalla dottoressa Rita Caron che incoraggia gli operatori sanitari a scrivere in un linguaggio non tecnico l’esperienza del paziente e i propri vissuti rispetto all’esperienza di cura. La cartella parallela si affianca alla classica cartella clinica, senza sostituirla ma completandola con tutte le informazioni che non hanno spazio nella cartella clinica. Si é avuto modo di dimostrare come l’utilizzo della cartella parallela contribuisca a migliorare la capacità di condurre i colloqui clinici e la raccolta dell’anamnesi, applicando le procedure e le linee guida mediche e sviluppare un’alleanza terapeutica con e per il paziente.

I dati degli studi americani

Negli Stati Uniti, l’ U.S. Department of Health & Human Services, publica annualmente delle importanti statistiche inerenti le risposte fornite da migliaia di pazienti circa le loro esperienze, nel corso del relativo anno, non solo dal punto di vista qualitativo del servizio medico ma anche la valutazione del tipo di approccio adottato per la cura dell’affezione. I dati statistici acquisiti dal 2002  mostrano delle significative percentuali di soddisfazione non solo per la corretta diagnosi ma l’aumento dell’empatia tra paziente e medico favorendone il dialogo

I dati mostrano come circa il 65% degli intervistati confermano come le iniziali distanze comunicative e la classica posizione sbilanciata medico-paziente si sia ridotta grazie a situazioni confortevoli per un dialogo privo di ostacoli comportamentali.  La condivisone dei sintomi con l’esposizione cronologica ha favorito nel 75% dei casi anche superflue indagini diagnostiche favorendo direttamente anche il servizio pubblico riducendone costi e liste di attese. Significativi sono anche i dati inerenti a trattamenti attigui alle cure mediche propedeutici ad una narrazione rilassata come ad esempio lo yoga (5%), chiropatrica (7%), esercizi respiratori (12%).

Questi studi attestano che le remore nell’esporre dettagliatamente lo stato di salute principalmente dovuto da comprensibili stati di animo ricadono nella formulazione della diagnosi. E dunque, non é bravo solo quel medico che prescriverà la corretta cura ma anche colui che riuscirà ad instaurare un rapporto empatico offrendo ambientazione e tranquillità per la narrazione medica.

Sognare ad occhi aperti? Migliora la nostra produttività

in Benessere/Salute da

a cura di Sara Novello

Capita di viaggiare con la mente mentre si è intenti a far altro, magari rilassandoci sulla sedia con la testa tra le mani, la scrivania affolata di fogli, matite, computer e telefonino che lampeggia a ogni messaggio. Pregio o difetto della personalita’? “Una mente distratta” può essere una eccellente arma nel nostro arsenale cognitivo. Basta solo saperla usare!

In psicologia, infatti, l’attenzione viene identificata come un processo mentale che attira la mente stimolandola istintivamente magari verso un suono, un oggetto. La concentrazione, invece, é un processo volontario rivolto verso una predeterminata azione elaborata precedentemente dalla mente.  La psicologa americana Caroline Williams ha condotto svariati test e studi arrivando a conclusioni innovative. Per la studiosa, sognare ad occhi aperti aiuta a migliorare la concentrazione e l’attenzione indipendentemente da una maggiore o minore pulsione del subconscio. Di recente la Williams ha anche pubblicato il libro “My plastic brain”.

L’accezione dominante secondo cui l’attività di concentrazione si incrementa eliminando i rumori esterni tipici della distrazione andrebbe rivista in quanto, secondo vari studi, il distrarsi deliberatamente, per intervalli brevi durante un incarico, permetterebbe alla mente di rigenerarsi e di ottenere nuova concentrazione sull’attività che si sta svolgendo: studio, lavoro, sport o altro. La soglia di concentrazione che il cervello può raggiungere é limitata e sforzarsi di andare oltre la normale capacità cognitiva non permette di raggiungere l’obiettivo portando spesso a infastidirsi e allo scoramento. Da qui la considerazione che il famoso detto “sognare ad occhi aperti” porta benefici mentali ed umorali.

Chi non ha mai sognato ad occhi aperti magari pianificandolo anche nei minimi dettagli?

Questo “sciocco” esercizio allevia paradossalmente la fatica e permette di focalizzare meglio l’attenzione sul da farsi. Un gesto apparentemente semplice, come scarabocchiare qualcosa in un foglio, permette non solo di distrarsi volontariamente ma anche di focalizzare visivamente quello che si sta cercando fornendo indicazioni su come ottenerlo. L’abitudine di pensare che una massiccia dose di caffeina possa aiutare a migliorare la concentrazione non è scientificamente provabile, se non come momentaneo stimolo per il sistema nervoso centrale agendo sul recettore della adenosina. Lo stress libera svariati ormoni, tra cui le noradrenaline che vanno a legarsi ai recettori del “circuito del controllo cognitivo”. Tutte queste sostanze aumentano l’ “ansia da prestazione” non permettendo alla mente di staccare la spina neppure per un momento dallo studio o dal lavoro da svolgere. Risultato? La mente sarà completamente bloccata.

Dormire prima di un esame fa bene

La ricerca ha dimostrato che una sana dormita prima di un esame aiuta a memorizzare le informazioni acquisite organizzandole molto meglio nel cervello. Ripetere centinaia di volte la stessa lezione, ponendosi sempre il solito quesito per dare la giusta risposta, comporta uno stress cognitivo enorme in quanto se venisse posta la stessa domanda sullo stesso argomento ma parafrasandolo, si andrebbe in shock mnemonico nonostante la conoscenza della risposta. Non affaticare la mente con tour de force per conseguire un auspicato risultato, così come spingere oltre i limiti naturali le proprie facoltà mentali, sono accorgimenti utili in aggiunta a ponderati ma necessari svaghi.

Tutte queste indicazioni che appaiono scontate, in realtà non lo sono affatto e migliorare la concentrazione significa migliorare le funzioni cognitive associate all’incremento del cosidetto problem solving, all’intuizione e alla creatività personale.

Rifugiarsi in un sogno, anche solo per un momento, dunque non è una perdita di tempo e non mina l’efficacia e l’efficienza del proprio essere e neppure la produttività risentirebbe di questo break, anzi esso permette di sfruttare al meglio tutte le nostre energie e capacità mentali.

A dimostrazione di questa ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica New Sciense, ulteriori studi scientifici debbono essere effettuati ma non costa nulla provare a distrarsi consapevolmente testando questa teoria!

Vacanze, il 66% delle mamme italiane pianifica la partenza sei mesi prima

in Benessere da
vacanza

Se siete fra coloro che, mentre attaccano una pallina all’albero di Natale e mettono una statuetta nel presepe, pensano alle vacanze estive, siete in buona compagnia: secondo una ricerca condotta da Airbnb e Fattore Mamma, infatti, che ha indagato i programmi delle famiglie per la prossima stagione estiva su un campione di 1.426 mamme italiane, la pianificazione della vacanza comincia per il 66% delle intervistate 5-6 mesi prima della partenza, o comunque almeno 3-4 mesi prima. Una donna su tre, invece, è una mamma last-minute: aspetta la chiusura della scuola per organizzarsi.

Chi decide cosa?

Anche le vacanze, spiega Carla Facchini, professore ordinario di sociologia della famiglia, Dipartimento di sociologia e ricerca sociale, Università degli Studi di Milano-Bicocca, sono oggetto del “processo di democratizzazione dei processi decisionali famigliari: a un modello autoritario tradizionale, si è sostituito un modello di co-decisione dapprima entrambi i componenti della coppia, poi, e in misura crescente anche i figli, anche piccoli”.

Che siano interpellati o meno, i bambini finiscono comunque per influenzare la scelta: il 37% ha dichiarato che il criterio principale è che la destinazione sia di gradimento per tutta la famiglia, bambini compresi, e il 25% che l’alloggio deve essere funzionale ai bisogni della famiglia (il prezzo non eccessivo orienta il 23% del campione, mentre che il viaggio consenta di visitare posti nuovi è fondamentale per il 14%). Anche l’intrattenimento dei figli gioca un ruolo nella scelta: il 30% dichiara di preoccuparsi che in vacanza possano interagire con i coetanei, anche affidandosi a strutture che prevedano attività organizzate per i più piccoli (16%) o per tutta la famiglia (13%). Il restante 37% organizzerà personalmente le attività di intrattenimento dei figli. Qualunque sia la scelta, la prenotazione finale spetta alla mamma: il 75% dichiara di provvedere all’acquisto del viaggio, mentre solo il 23% lascia l’incombenza al partner oppure delega qualcun altro (2%).

Prepararsi per la partenza

Molti bambini sono restii ai cambiamenti. Le mamme sembrano saperlo, perché il 51% spiega loro (anche quando hanno meno di 3 anni) dove si andrà e quale saranno i ‘giochi’che troveranno, mentre il 16% mostra loro foto della destinazione o comunque tiene conto dei loro desideri. Solo il 34% non li coinvolge perché li ritiene troppo piccoli.

L’Italia è la meta preferita da 3 famiglie su 4, mentre il 25% andrà all’estero. Trascorreranno le vacanze in Emilia-Romagna 13% degli intervistati, in Puglia il 12% , in Sardegna 11%, in Toscana il 10% e, per finire, in Sicilia il 9%.

Poco inclini a girare con prole al seguito, il 67% delle mamme italiane viaggia solo per raggiungere la località prescelta, dove rimarrà per tutto il periodo di ferie.

L’agosto deserto in città è ormai un ricordo: per l’85% degli intervistati le vacanze dureranno 1-2 settimane; solo una minoranza (15%) si permetterà fino a 3 o 4 settimane fuori casa.

E, se non avete ancora deciso dove andare, consultate gli amici: il 54% sceglie le vacanze lasciandosi ispirare dal loro consiglio. Se al ritorno non sarete soddisfatti potrete sempre levare loro l’amicizia dai social, così non potranno avere un ricordo della vostra vacanza. WhatsApp , Instagram e fb hanno, infatti, preso il posto delle cartoline. Certo ritrovarne una dimenticata in un libro con il suo carico di ricordi aveva un suo fascino, ma, non disperate: magari, in futuro, ci sarà una funzione facebook anche per questo.

@SimonaRivelli

Tumori, il 50% dipende da cause evitabili

in Ambiente/Benessere/Salute da
tumori

“Negli ultimi anni c’è stato un incremento dei malati di cancro, ma anche una maggiore sopravvivenza. Al nord fino a 30 anni fa c’era una grande influenza negativa, oggi il sud ha apparato i dati, avendo più o meno gli stessi casi. Prima ci si ammalava di meno ma si moriva di più, oggi ci si ammala di più e si guarisce di più”. Lo dice a Ofcs Report il professore Stefano Giordani, medico responsabile dell’oncologia territoriale di Bologna.

Parliamo dei numeri. Qual’è il trend?
I dati attuali dicono che solo nel 2015 ci sono stati circa 360 mila casi di tumori. Non c’è un andamento omogeneo nelle regioni perché all’interno delle stesse ci sono variazioni per provincia. In Emilia Romagna, per esempio, nella parte più a sud ci sono più casi di cancro allo stomaco e al colon e verso il nord di tumori alla mammella e alla prostata”.

C’è una correlazione tra l’inquinamento e la presenza di malati oncologici?
Bisogna distinguere i tumori con cause evitabili e cause non evitabili. I primi dipendono senza dubbio dall’ambiente e dallo stile di vita, gli altri dipendono da fattori genetici e/ o ormonali. Le cause evitabili sono quelle più incidenti, il 50% dei tumori dipende da questo”.

Quali sono le cause evitabili?
Sono di tre tipi: professionale, stile di vita e rischi ambientali. Quelli professionali contano il 4% e coinvolgono tutti quei soggetti che lavorano in situazioni di pericolo respirando amianto, benzene e polveri sottili. Lo stile di vita, che conta il 50%, racchiude tutte le cattive abitudini responsabili della malattia come il fumo, mala alimentazione e sedentarietà. I rischi ambientali incidono sul 4% dei malati. Dipendono ad esempio dalle ciminiere, da un erroneo smaltimento dei rifiuti e dallo smog. Detto questo è importante dire che i tumori non riconoscono cause lineari ma sono la concausa di molti di questi fattori. Non sono questi fattori che vivono da soli, spesso si incontrano e fanno si che l’insorgere dei tumori sia favorito”.

Ci sono delle persone che si ammalano più di altre?
Ci sono fattori psicosociali come il reddito basso. Abbiamo potuto notare che nelle fasce più disagiate c’è una maggiore incidenza dei tumori e minori risposte alle terapie, cioè si curano peggio”.

Ma perché tra il nord e il sud Italia vi erano differenze adesso scomparse?

Prima di tutto l’alimentazione. Il sud si difendeva con la dieta mediterranea, il buon cibo, poi anche i suoi abitanti hanno cominciato a comprare le cose al supermercato. Detto questo c’è da dire che in 30 anni le cose sono cambiate in positivo. C’è una maggiore consapevolezza delle cause, si cucina meglio, si sta attenti alla cottura, ci si muove di più e così via”.

Lei cosa si sente di consigliare alle persone per evitare di ammalarsi?
Poiché non possiamo sempre scegliere dove vivere, non è possibile andare tutti in montagna, consiglio però di limitare i fattori di rischio evitabili. L’ambiente è quello che è, noi dobbiamo difenderci con una buona alimentazione, con l’attività fisica, con l’assenza di fumo e limitare lo stress, affinché possiamo aiutare il nostro dna e proteggerci. Puntiamo sullo stile di vita, abbiamo questo potere”.

 

 

 

Malnutrizione, in Congo riguarda il 31% dei bambini: tra le cause anche le credenze popolari

in Alimentazione/Benessere/Salute/Wellness da

La malnutizione nel 2016 è ancora un problema annoso. Basti pensare che in Congo, il 31% dei bambini tra 0 e 5 anni, presentano un’insufficienza ponderale globale, ovvero uno scompenso nel rapporto tra peso e età. Il contraltare è rappresentato dal ricco Occidente, che spreca oltre il 30% del cibo prodotto in Europa. In Italia, circa 1/3 dei bambini è in sovrappeso e conduce una vita sedentaria.

La malnutrizione affligge soprattutto i cosiddetti PvS (Paesi in via di Sviluppo) e l’Occidente dovrebbe pensare a soluzioni importanti per sovvertire statistiche sempre più allarmanti. Se n’è parlato a Roma, durante il meeting “Malnutrizione e sicurezza alimentare: dalla teoria alla pratica”, organizzato dalla onlus Amka e dalla fondazione “Roma Sapienza”, in collaborazione con l’area didattica di Cooperazione e sviluppo.

Se nei Pvs la malnutrizione è una piaga che condiziona le prospettive di vita e lo scenario quotidiano, in Europa, è invece necessario ripristinare un corretto stile di vita, cambiando le proprie abitudini.

Nei PvS invece, le ragioni della malnutrizione molto spesso sono legate a diverse credenze locali. Secondo alcuni studi, in specifiche aree rurali della Repubblica democratica del Congo le mamme, spesso anch’esse malnutrite, legano alla stregoneria la malnutrizione dei figli. Secondo altre credenze, solo il latte non basta al neonato, a cui già dai due mesi e fino ai 18 dello svezzamento, viene data anche acqua e questo causa malnutrizione. Genitori e pargoli soffrono sovente di marasma, deficit di tipo calorico, di kwashiorkor, malnutrizione proteico energetica o hanno la pancia gonfia. Sintomi e malattie in costante aumento, contro i quali esiste un unico rimedio: variare la dieta e aumentare la quantità di cibo ingerita. In determinate aree, gli unici alimenti a disposizione sono farina di mais e manioca: troppo poco per sfamare intere famiglie. Uno dei rimedi naturali è però rappresentato dalla moringa, integratore alimentare derivante da una pianta che contiene 17 volte il calcio che si trova nel latte.

“Da non sottovalutare anche i fattori economici” sottolinea ad Ofcs.report dalla dottoressa Emanuela Castellano, coordinatrice del progetto di Amka Onlus, che evidenzia i dati allarmanti legati alla disponibilità di cibo nei paesi di sviluppo emersi da uno studio sul territorio. “Abbiamo impiegato un anno di tempo e tre fasi di lavoro per fare le interviste – ha spiegato – Sono emersi diversi aspetti, sia socio-culturali che influenzano lo stato nutrizionale dei bambini e la sicurezza alimentare, sia i fattori economici locali, legati alla produzione di una quantità e qualità di cibo non sufficiente per le famiglie. Se consideriamo i possedimenti delle famiglie, si coltiva soltanto il 30% dei terreni. Questo accade sia per un problema di investimenti da parte delle famiglie stesse, ma anche per l’influenza della vita di città, che spinge gli abitanti delle aree rurali a voler creare attività commerciali e non ad investire sulla terra”.

Le conseguenze di una situazione così drammatica sono presto dette: si coltiva il terreno senza le conoscenze per farlo, causando un progressivo impoverimento. Si produce mais per l’80% del totale, che copre solo il 30% dei fabbisogni. Le soluzione proposte per cambiare questa situazione di emergenza costante e continua, sono varie: foreste commestibili nel mondo, una struttura di filiera e una propaganda. Per migliorare la situazione basterebbe destinare il 20% del profitto dei campi ai contadini.

#veganamanontroppo. Un crudo al giorno…leva lo strutto di torno…

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Ebbene sì, lo ammetto. Sono affetta dalla sindrome ossessivo-compulsiva:  “Se non conosco gli ingredienti  non mangio”. Ma…anch’io sono caduta nella trappola. Una collega pugliese ha portato in redazione i taralli. Una vera leccornia e una salvezza durante le lunghe ore di desk per preparare il nuovo numero del magazine. E così, dopo mesi passati a rifiutare la gentile offerta, ieri presa dal languorino mi sono fiondata sui taralli. Ne addento uno, due, tre. Placata la mia golosità mi viene in mente di non aver fatto il mio solito sopralluogo. Leggo, l’etichetta e… Disfatta!!! Cavoli. C’è lo strutto. “Nooo! Ragazzi c’è lo strutto!”.

Ma poi ho pensato che in fondo non era un gran problema. E poi…chi lo ha detto che per mangiare in maniera corretta bisogna privarsi dei piaceri del palato? Ogni tanto si può cadere in tentazione senza diventare paranoici. E comunque bisogna tenere presente che esistono un’infinità di alternative vegetali per sostituire anche nutrizionalmente gli alimenti che siamo abituati a mangiare, quanto meno per ridurre l’apporto di proteine animali. La natura ci offre innumerevoli varietà, molte delle quali non abbiamo mai conosciuto prima. Certo, avere quest’approccio non è semplice. Vivo a contatto tutti i giorni con un branco di onnivori che mi tentano in ogni modo!! L’importante, però, è rispettare le scelte dell’altro e magari perché no?…riderne ogni tanto.

Ad esempio…quanti conoscono il termine alcalinizzare?

Si tratta dell’approccio all’alimentazione dei crudisti. I cibi crudi mantengono maggiormente le loro proprietà nutrizionali. La cottura, infatti, a volte ne causa la perdita. Io non sono crudista. Sarebbe eccessivamente limitante. Bilanciare è un passo in avanti. Bisognerebbe mangiare almeno un pasto al giorno crudo. Insalatone una volta al giorno e mangiare un frutto dopo i pasti cotti. Alcuni studi hanno dimostrato che questo previene il cancro.  Mangiando crudo le cellule si ossigenano e perdono l’acidità. Ci sono varietà infinite di insalate. Oggi voglio proporvi una ricetta alternativa alle classiche insalate.

Insalata di spinaci con pere noci e cipolline

Chi lo ha detto che gli spinaci si mangiano solo cotti e che l’insalata deve essere la classica lattuga? Questo piatto, oltre ad alcalinizzare, ha numerose proprietà nutrizionali, molte delle quali fondamentali nelle diete vegane. Vediamole insieme.

Ingredienti:
Spinaci : sono ricchi di ferro, circa 3,0 mg per 100 gr. Sfatiamo il falso mito che la maggior parte del ferro è contenuto nella carne. Gli spinaci contengono molto più ferro di alcuni tipi di carne come il vitello, il maiale, il tacchino e la gallina che ne contengono dai 2,3 mg agli 1,6 mg per 100 gr

Noci: anch’esse contengono ferro, circa 2,7 mg per 100 gr. E smettiamola di dire che sono grasse. Le noci fanno bene, sono ricche di “grassi buoni”, magnesio, calcio e vitamine.

Cipolline borettane in agrodolce: contengono pochi grassi e sono ricche di fibre e potassio

Una pera williams: ricche di potassio, calcio e fosforo.

Valerianella: ricca di ferro, potassio e acido folico

Olio extravergine d’oliva : contiene omega 3

Procedimento:
Lavate gli spinaci, privandoli del gambo. Aggiungete la valerianella, sminuzzando i ciuffetti e dividendo le foglie. Tagliate le cipolline borettane in 4 parti e la pera a cubetti. Aggiungete le noci. Condite con olio extravergine d’oliva, sale, aceto balsamico.

 

Top ten delle farine, l’esperta: “Quelle bianche? Il più grande veleno della storia”

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Il frumento è il cereale più coltivato al mondo, vista l’enorme varietà dei suoi derivati. La farina è la forma con cui il frumento si presenta con maggior facilità. A differenziare i vari tipi di farina è la macinazione. Ma quali sono le farine più sicure e quali danneggiano la nostra salute? Abbiamo stilato una top ten con la nutrizionista Elena Lombardi.

Flop delle farine, le peggiori da evitare:
In pole position le farine più lavorate.

Farina 00:  È la forma più raffinata del frumento. Viene ottenuta mediante un procedimento che sottopone il chicco ad alte temperature, con conseguente perdita di nutrienti e sapore. Questo procedimento, chiamato abburattamento, consiste nella divisione dei diversi elementi di cui è composto il chicco. La legge italiana definisce con la dicitura farina 00 quella che ha subito abburattamento al 50%.

Farina 0: processo di abburattamento, ovvero lavorazione al 72%

Farina 1: abburata all’80%

Dietro il loro apparente innocuo aspetto, il colore candido e la consistenza vaporosa e leggera si nasconde un vero e proprio pericolo per la salute umana. La farina bianca è stata infatti definita, il più grande veleno della storia. Nel tempo hanno ripercussioni devastanti per l’organismo come l’ aumento della glicemia con conseguente incremento dell’insulina. Oltre ad aumentare l’accumulo di grassi nell’organismoindebolisce l’organismo che diventa maggiormente esposto ad ogni tipo di malattia.

Top, le farine buone, che fanno bene alla salute:

Farina di farro: In cima alla classifica non può non esserci il farro dalle sue innumerevoli proprietà. Introdurre il farro nella propria dieta può rappresentare un’interessante variante per quanto riguarda il consumo di cereali. Il farro presenta un maggior contenuto proteico rispetto ad altre tipologie di frumento. Si tratta di un cereale ricco di vitamine, in particolare vitamine ABB2B3; di sali minerali come fosforopotassio e magnesio, di proteine ma povero di grassi e ricco di ferro, quindi adatto per gli anemici. Le maggiori proprietà nutrizionali vengono conservate nel farro integralericco di fibre, più scarne rispetto a quello perlato. Le fibre aiutano a favorire il transito intestinale e a proteggere la salute dell’intestino, contribuendo all’eliminazione delle scorie. Contiene poche calorie, circa 340 chilo calorie per 100 grammi di prodotto, è infatti consigliato nelle diete dimagranti. Dà senso di sazietà e aiuta a limitare le quantità di cibo e di calorie introdotte durante i pasti. Chi soffre di stitichezza può trarre beneficio dalle proprietà lassative di questo antico cereale: protegge l’apparato digerente da malattie come le gastriti e da disturbi come il ristagno della bile nell’intestino e aiuta la depurazione dell’organismo.
Per facilitare l’assimilazione di proteine, si consiglia di accompagnare al farro, meglio se integrale, ai legumi. Ad esempio potete fare un’ottima pasta al farro con fagioli o con ceci.
Ulteriori benefici del farro riguardano la riduzione del rischio di aterosclerosi. Inoltre, il contenuto di niacina di questo cereale contribuirebbe ad abbassare i livelli di colesterolo LDL e il rischio cardiovascolare. Il consumo di farro è considerato utile per ridurre il rischio di diabete di tipo 2. Il suo elevato contenuto di fibre e di elementi nutritivi benefici contribuisce alla prevenzione di insulino-resistenza, ischemie e obesità.

Farina macinata a Pietra: La macinazione tradizionale a pietra conserva intatte le proprietà del frumento, conferendo alla farina proprietà rimineralizzanti e rinfrescanti.

Farina integrale: Ha subito solo il primo processo di macinazione senza ulteriori buratti.

Farina di Kamut: Erroneamente si crede che questo termine denoti un certo tipo di cereale, ma altro non è che un marchio registrato da parte della società americana Kamut International. Rispetto al grano possiede una maggior quantità di sali minerali, come selenio e zinco, vitamine e proteine. Inoltre è molto più digeribile del grano. il Kamut® contiene glutine e per la medesima ragione il suo consumo potrebbe non essere adatto a coloro che soffrono di intolleranza ad esso. La scelta di acquistare comunque prodotti a base di Kamut® più che da ragioni di salute può dipendere dai gusti personali o dalla decisione di acquistare prodotti provenienti da agricoltura biologica.

Farinad’ Orzo al III posto. La farina integrale, conserva meglio le proprietà originali. L’orzo è ricco di sali come potassio e ferro, grazie ai quali è considerato un rimineralizzante ed energizzante, ma anche antinfiammatorio e ottimo per chi soffre di acidità di stomaco, gonfiori addominali e colite. Buona soluzione anche in caso di stitichezza e inoltre avendo un basso indice glicemico, si presta molto bene per l’alimentazione di anziani e bambini.

Farina di segale: si ottiene dalla macinazione dei chicchi di segale, un cereale ormai sottovalutato che andrebbe riscoperto. Anch’essa conserva le proprietà tramite la macinazione a pietra. Quella integrale mantiene le proprietà e i benefici del chicco di cereale da cui viene ricavata. In cottura la segale ha proprietà differenti rispetto alla farina di grano, per la presenza minore di glutine. Per questo spesso la farina di segale viene abbinata a farine con maggior contenuto di glutine.
Ricca di lisina, un componente importante per un’alimentazione equilibrata, le caratteristiche della segale hanno attirato l’attenzione della scienza per la presenza dei pentosani, sostanze che potrebbero avere un effetto anticancerogeno.
La farina di segale integrale è da prediligere se volete arricchire la vostra alimentazione di fibre vegetali. Esse contribuiscono al senso di sazietà, aiutano l’organismo ad espellere le tossine e permettono di tenere sotto controllo il colesterolo.
La segale inoltre aiuta a tenere sotto controllo i livelli di zuccheri nel sangue, è a basso indice glicemico e questo la rende adatta anche ai diabetici.

Farina di grano saraceno è una fonte di sali minerali come ferrozinco e selenio. I suoi semi contengono il 18% di proteine, con valore di bioassorbibilità superiore al 90%. Apportano amminoacidi essenziali, tra cui troviamo soprattutto la lisina, la treonina e il triptofano. Si tratta inoltre di una fonte di antiossidanti, come rutina e tannini.
In particolare la rutina 
tonifica le pareti dei vasi capillari, riduce il rischio di emorragie ed è considerata benefica per le persone affette da ipertensione o da insufficienza venosa cronica, dato che aiuta a migliorare la microcircolazione. Il suo contenuto di D-chiro-inositolo, legato alla produzione di insulina, lo rende interessante per il trattamento del diabete.
La ricerca scientifica sta progredendo nei propri studi, sull’utilità del grano saraceno per abbassare il colesterolo, per la presenza di una proteina in grado di legarsi saldamente ad esso.
Non contiene glutine. Questa caratteristica rende adatto il consumo, (sia di grano saraceno in chicchi che di farina di grano saraceno), a chi soffre di celiachia e di intolleranze al glutine. Come tutti gli alimenti di origine vegetale, non contiene colesterolo. Nell’alimentazione naturale il grano saraceno viene considerato un cereale adatto al consumo in particolare durante la stagione invernale, per le sue proprietà rimineralizzanti e fortificanti e perché è in grado di fornire molta energia al nostro organismo.
Il suo consumo è inoltre consigliato durante l’allattamento e nel corso della crescita dei bambini, dato che favorisce lo sviluppo e la protezione dell’apparato circolatorio in queste fasi delicate della vita. Utile a chi soffre di pressione alta.
Non è consigliato soltanto a chi deve evitare il glutine per motivi di salute, ma a tutti coloro che desiderano apportare più varietà nella propria alimentazione. Raccomandato soprattutto in caso di stanchezza e di affaticamento, per ritrovare energia e per fornire all’organismo le sostanze di cui ha bisogno per rigenerarsi, come amminoacidi e sali minerali.


Sicurezza alimentare, oli buoni e cattivi: ecco la top ten dei più sani

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Quale olio fa bene e quale fa male? Qual è il più indicato per la frittura? Per provare ad orientarsi nella galassia dei condimenti abbiamo stilato una classifica con l’aiuto del professor Francesco Orio, docente di Endocrinologia dell’Università Parthenope di Napoli. Prima di parlare degli oli “buoni”, partiamo dalla lista di quelli “cattivi”.

Oli cattivi

Al primo posto tra gli oli peggiori c’è l’olio di palma. Orio lo considera un olio pericoloso e dannoso. È un acido palmitico, quindi un grasso saturo che non può essere idrogenato. Negli articoli scientifici è correlato con lo sviluppo del diabete, perchè gli effetti dannosi di questo acido incidono sulle cellule betapancreatiche che producono l’insulina, danneggiandole. Esperimenti condotti sia sui topi che negli uomini lo hanno dimostrato.

Al secondo posto troviamo l’olio di colza. È un olio che viene fatto passare come olio vegetale, però non è un olio spremuto a freddo (come l’olio extravergine d’oliva). L’olio di colza, anch’esso ampliamente usato dall’industria alimentare, comincia la sua diffusione nel XIX secolo ed era usato come olio per le lampade e come carburante ecologico. Contiene l’acido erucico, che è un lipide cardiotossico, che può causare dei danni al fegato e alla salute in generale. Diffuso perchè molto economico, bisogna star attenti perchè molti punti di ristorazione lo usano per la frittura.

Oli “buoni”

Il re degli oli e dei condimenti è l’olio d’oliva. Sicuramente il migliore per le sue caratteristiche, con un’acidità non superiore allo 0,8%. Protegge dal rischio cardiovascolare. È il più consigliato per le sue proprietà e costituisce una parte fondamentale nella dieta mediterranea. Contiene gli omega 3, i grassi “buoni” presenti negli alimenti più pregiati come il pesce e le noci, che riducono il rischio di malattie cardiovascolari.

Al secondo posto tra gli oli buoni c’è l’olio di arachidi: è molto grasso ma ha caratteristiche simili all’olio d’oliva classico. Ha 900 calorie ogni 100 gr. Non contiene glutine nè carboidrati. Contiene la vitamina E è che un antiossidante. Indicato per le fritture. Il suo punto di fumo è a 230°. Questa caratteristica ne consente l’utilizzo in alternativa all’olio d’oliva.

Olio di semi di lino: ha una buona quantità di omega 3, abbassa il colesterolo e protegge dalle malattie cardiovascolari. Ideale per i condimenti.

Olio di canapa: è un olio di più difficile conservazione. Tra i 20° e i 30° è a rischio. Oltre i 40° perde le sue proprietà. Irrancidisce facilmente. Agisce positivamente sul sistema immunitario come antinfiammatorio. Contiene sia omega 3 che omega 6. Si chiama olio di canapa perchè contiene il cannabidiolo. È della famiglia della cannabis.

Olio di semi di girasole: ideale per le fritture. Contiene l’acido linoleico che è un grasso insaturo e molti grassi. Anch’esso contiene in piccola parte l’acido palmitico, è però molto ricco di vitamina E e vitamina B ed è un potente antiossidante, quindi fa bene al sistema immunitario e ai muscoli. Il suo punto di fumo (ovvero il punto di ebollizione dell’olio) è 170°.

Olio di mais: Contiene 900 kl e acidi grassi polinsaturi come gli omega 6. Zero colesterolo. Consigliato per le fritture insieme a olio di mais e di girasole.

Olio di riso: usarlo crudo. In oriente lo chiamano olio della salute perchè contiene i fitosteroli (ipocolesterolizzanti) sostanze che riducono clesterolo e trigligeridi.

Ultimo posto: Olio di soia: è un olio che non va utilizzato per la frittura nè per la cottura, ma per i condimenti. Contiene vitamine, omega 6 e la vitamina K, che aiuta il sangue nel processo di coagulazione. Bisogna star attenti che non sia ogm, e che sia utilizzato solo a crudo per i condimenti, altrimenti sprigiona sostanze tossiche.

 

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