Fallimento Thomas Cook: al via i rimpatri dei turisti

 Il management dell’azienda é finito sotto inchiesta

É già stata definita la più grande operazione di rimpatrio in tempo di pace, ma il fallimento di Thomas Cook é la storia di un crac finanziario pesante. Il colosso inglese dei viaggi chiude i battenti dopo quasi 200 anni, mettendo così a rischio 22.000 lavoratori e più 150 mila persone in vacanza nel mondo che devono rientrare.  Un pugno in faccia a tutti quelli che credevano nella rinascita della Cook e di un rafforzamento dopo la crisi di maggio scorso, ma così non è stato. L’azionista numero uno dell’azienda, Fosun Tourism, non è riuscito a portare nuovi finanziamenti per cercare di salvare il salvabile. Dopo il versamento di 450 milioni di sterline lo scorso mese, ne sarebbero serviti altri 200. E così, dopo il fallimento, l’intero management dell’azienda é finito sotto inchiesta. 

Aiutare a tornare a casa i 150 mila vacanzieri britannici che hanno prenotato con Thomas Cook é la priorità. Secondo le prime stime, questa operazione costerà 600 milioni di sterline e sarà finanziata dal fondo di garanzia Atol, il sistema di protezione amministrato dall’ente dell’aviazione civile britannica. Ma non sono solo britannici quelli che hanno affidato le vacanze alla Cook, si sono contati circa 350 mila viaggiatori stranieri che avranno bisogno di tornare a casa. La maggior parte di loro sono tedeschi (140 mila), seguiti da 35 mila scandinavi e 10 mila francesi.

Intanto, Londra é riuscita già a rimpatriare 14.700 turisti britannici coinvolti, mentre altri 74 aerei charter saranno messi a disposizione per riportare a casa altri 16.500 inglesi.

 Era una crisi che andava avanti da diverso tempo e che a maggio aveva raggiunto il suo picco massimo quando la svalutazione di MyTravel ha influito nella perdita per 1,45 miliardi di sterline. La stessa azienda che nel 2017 si era fusa alla Cook per circa 1 miliardo di euro. Tra i motivi del fallimento anche la Brexit e la propensione delle persone a organizzare i viaggi autonomamente. “Non c’é ormai alcun dubbio che abbia spinto molti clienti britannici a rinviare i piani per le loro vacanze”, aveva spiegato il ceo Peter Frankahauser a maggio, riferendosi alla Brexit e confessando di avere venduto “soltanto il 57% dei pacchetti di viaggio per l’estate 2019, con un calo del 12% sull’anno precedente”.

 Un problema serio che secondo il premier britannico, Boris Johnson, dipende anche da quanto i dirigenti di questa società fossero incentivati a risolvere i loro problemi. “É una situazione molto difficile e ovviamente i nostri pensieri sono rivolti ai clienti di Thomas Cook, i vacanzieri che ora potrebbero avere difficoltà a tornare a casa. Faremo del nostro meglio per riportarli a casa. In un modo o nell’altro lo Stato dovrà intervenire per aiutare le persone bloccate “, ha concluso.

 

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