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Vladimir Putin: il grande vincitore post crisi subprime

Grazie agli errori di Obama, a partire dal Medio Oriente

a cura di Marco Rocco

Oggi vediamo Vladimir Putin imporre la sua agenda in Medio Oriente, certamente sarà un game changer. Il perdente è il dominus in via di progressiva sostituzione: gli Usa. Ma gli Usa di chi, di Trump o di Obama?

Per i danni che ha fatto non solo al proprio Paese, ma a tutti gli alleati occidentali sono portato a pensare che, visti i tali e tanti errori compiuti, dal quasi raddoppio del debito federale in soli 8 anni, alla liquidazione degli alleati storici americani nel mondo, alla fine ormai prossima del petrodollaro ovvero del dollaro come valuta globale, ci sia stato addirittura del dolo nelle azioni di Barack Hussein Obama. Quasi una vendetta da parte di un nero contro il Paese che – secondo alcuni metri di valutazione tipicamente razziali ma ultimamente molto di moda – può non aver nei secoli “rispettato” una fetta della propria popolazione, appunto quella di colore. Le tensione scoppiano solo oggi.

Chiaro, chi ha approfittato di questa “angloflagellazione” è il paese più ricco di risorse naturali e militari dopo Washington, forte di una leadership esperta e consolidata: la Russia di Vladimir Putin.

Resta il danno, fattuale: Obama ha messo in pericolo il dominio globale Usa ed oggi ne subiamo tutti i contraccolpi. Sì, perchè nessuna caduta del dominus del tempo è avvenuta in pace, nessuna. La storia insegna. Ed anche in questo caso non si farà eccezione. Anche perchè i concorrenti, i nemici, restano; ma per arrivare al suicidio di un paese dominante sono necessarie le tensioni interne. Appunto, gli Usa eredi di Obama, non sono mai stata così divisi dai tempi della guerra civile.

 

Oggi c’è Donald J. Trump, che ha ereditato una situazione esplosiva, una crisi economica irrisolta nonostante l’enorme sperpero di denaro, un debito enorme, una supremazia militare non più lampante, la sparizione progressiva dei propri alleati, il caos interno spesso di matrice razziale a seguito di una elezione presidenziale vinta in modo democratico ma non accettata dai perdenti. Solo le borse tengono, semplicemente per il fatto che il primo presidente nero degli States ha contrabbandato la perdita di potere globale Usa con l’accumulo senza precedenti di ricchezza da parte delle elites, ovvero uccidendo la classe media, la vera spina dorsale del benessere americano. Ed ha fatto questo grazie ad artifizi finanziari stile tassi zero e QE, non interrotti anche quando le banche erano state salvate, che poi era il motivo per qui QE e tassi a zero furono imposti al mondo. Non a caso Obama è il darling delle elites, che ha contribuito ad arricchire a dismisura. La storia ci dirà se si sarà trattato di vero tradimento, doloso.

Il risultato più evidente – oltre alle attese di tracollo del dominus – è stata la bolla finanziaria più grande della storia, con obbligazioni ed azioni ai massimi senza sapere veramente il perchè. O meglio, solo perchè con tassi a zero tanto vale rischiare non avendo nulla da perdere rispetto a lasciare i soldi sul conto corrente dovendoci pagare i tassi negativi. Inevitabile che i tassi siano – più prima che poi – destinati a salire. E tale salita può avvenire solo come conseguenza di un macro evento, ad esempio una fiammata inflattiva, fattore tutt’altro da escludere in presenza di un petrolio talmente basso da far letteralmente fallire i paesi produttori, a partire dall’Arabia Saudita.

Quindi prevedere un macro evento che coinvolga il petrolio – piuttosto che in Nord Corea – è abbastanza scontato, ossia grandi eventi in Medio Oriente e dintorni, mai così caldi dai tempi della guerra del Kippur. E petrolio in salita significa appunto inflazione, ossia tassi in salita per combattere la salita dei prezzi.

Siamo veramente sicuri che gli Usa vogliano questo, parlo della salita dei tassi?

Chi scrive non ne è assolutamente certo, soprattutto all’inizio. Il prossimo anno Trump sceglierà il suo governatore della Fed e dunque avrà mano libera anche sul mercato dei tassi. E se la Fed non volesse – almeno all’inizio – sterilizzare l’inflazione, sulla base dell’assunto che un po’ di salita dei prezzi per un paese indebitato come gli Usa potrebbe essere molto positivo, cosa succederebbe? Semplice, il dollaro crollerebbe, dando spunto all’economia Usa per via di una valuta svalutata. A quel punto ci sarebbe la concretizzazione della fine del dollaro globale con una svalutazione epocale, magari temporanea, tempo di far fallire i paesi esportatori globali ossia gli avversari di Washington esclusa la Russia. Cui prodest? Nel breve all’economia Usa, che finirebbe per esportare di più ed a importare di meno. Ovvero sarebbe l’equivalente di un missile termonucleare per i conti dei paesi esportatori, in primis Germania e Cina che vedrebbero il deficit commerciale Usa azzerarsi o quasi. Dunque deflazione per eccesso di produzione ma in un contesto di prezzi in salita, magari a causa di una nuova – l’ennesima – guerra per il petrolio. In una parola, stagflazione in Europa e Cina con annessa instabilità interna.

Per questa ragione sono convinto che Washington ancora una volta abbia tutti gli assi in mano. Infatti gli Usa finirebbero comunque per trarne beneficio, per i danni arrecati ai paesi esportatori: non va infatti dimenticato che gli States sono una grande nazione, il primo o secondo produttore di petrolio al mondo. Hanno tutte le risorse naturali di cui necessitano, grandi banche, finanza, tecnologia, armamenti. Oltre ad essere i consumatori di ultima istanza del mondo. E soprattutto – solo a volerlo – avrebbero ingerenza diretta su tutto il doppio continente Usa, nord e sud, un mercato di un miliardo e oltre di consumatori (infatti i leaders sudamericani stanno perendo come mosche).

Ma, meditiamo, gli altri paesi, gli avversari che puntano a sostituirsi a Washington, che potrebbero fare a fronte di un crollo del dollaro ovvero della fine del dollaro globale? La Cina dovrebbe sviluppare il proprio mercato interno e vicinale per compensare 500 miliardi di dollari annui di consumi persi lato anglosassone, ma sarebbe dura senza export e senza capitali in eccesso. E contando che almeno tre paesi nell’area pacifica resteranno comunque ed indissolubilmente legati agli Usa, parlo di Giappone, Australia e Nuova Zelanda.

E l’Europa, con le sue divisioni e la sua austerità? Se molla con il rigore la Germania scoppia ideologicamente, soprattutto con i governi attuali di destra in Austria e Germania. Se persevera o  aumenta l’Italia ed i periferici scoppiano, a maggior ragione in presenza di tensioni separatiste interne, che non tarderanno a trasformarsi in esterne ovvero contro l’Ue. Resta la terza opzione, che i paesi centrali Europei usino la forza a proprio uso e consumo – ossia per sopravvivere alla svalutazione del dollaro – ossia per imporre “con la forza” (di un crack pilotato piuttosto che con l’arma militare) i loro interessi ai periferici.

E lì entrano in ballo le basi Usa disseminate soprattutto in sud Europa ed in Italia in particolare.

Dunque non resta che il vincitore in pectore: la Russia, con cui Trump – è inutile negarlo – non ha un brutto rapporto come fu per Obama ed Hillary Clinton. Anzi, quello che terrorizza i globalisti – infatti lo stanno combattendo da anni – è un asse Trump-Putin per ridisegnare gli equilibri mondiali come ai tempi di Yalta. Per loro sarebbe finita. Dunque lo combattono, tutti giorni sulla stampa.

Resta la possibilità di una guerra in Europa? Ad oggi resta improbabile. Va comunque considerato che non siamo mai stati così vicini a tale tragica “soluzione” negli ultimi 75 anni.

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