L’annuncio del ministro della Difesa israeliano, Israel Katz, fatto lo scorso novembre e ribadito nelle ultime ore, sulla chiusura imminente di Galei Tzahal lascia sconcertati e preoccupati. In gioco c’è una qualità che distingue Israele dai suoi vicini: la libertà di stampa e la circolazione delle idee e delle opinioni.
La radio militare di Tsahal nacque nel 1950, quando la nazione si era appena costituita, ed è diventata un patrimonio fondamentale del Paese. Non a caso, quando si arriva all’aeroporto Ben Gurion e si sale su un taxi o sull’auto di un amico, spesso le due emittenti più ascoltate sono proprio Galei Tzahal e Kol Israel, la “voce di Israele”. In 75 anni di storia Galatz ha dato spazio ai militari, alle famiglie e all’opinione pubblica: non si è limitata a essere il canale informativo dell’esercito, ma è stata anche un media a tutto tondo, dove – oltre a musica e intrattenimento – si sono confrontati opinionisti e analisti, ciascuno con il proprio pensiero.
La decisione del governo lascia perplessi e amareggiati per la funzione formativa e divulgativa che la radio militare ha esercitato e continua a esercitare. Dal 1° marzo 2026, infatti, rischia di non poter più trasmettere. Sarebbe un deficit culturale e di dibattito per un Paese assetato di notizie e di strumenti per elaborare e pensare.
Galatz è stata preziosa anche negli ultimi due anni e mezzo: ha dato voce ai soldati e alle famiglie degli ostaggi rapiti e deportati a Gaza dai nazi-islamisti di Hamas, contribuendo all’elaborazione di un lutto collettivo dopo le stragi del 7 ottobre e riducendo l’isolamento di chi attende il ritorno dei propri familiari.
L’annuncio di Katz ha suscitato un ampio dibattito in Israele. L’idea che una radio militare, in un Paese democratico, possa “influenzare negativamente” l’opinione pubblica e diventare uno strumento illiberale appare fragile, soprattutto in un Paese in cui l’esercito è di popolo e ogni famiglia ha soldati arruolati. Una motivazione che rischia di attirare ulteriori critiche al governo Netanyahu, già contestato su dossier legati al perimetro delle libertà individuali.
La radio militare è un presidio indispensabile. E da quella redazione sono uscite, negli anni, alcune delle firme più prestigiose del giornalismo israeliano. La speranza è che, con un’azione concertata tra opinione pubblica e commissione che sta lavorando sulla proposta di chiusura, questa decisione divisiva venga bloccata e la radio prosegua la sua attività storica.
La chiusura di un media è sempre un segnale brutto e preoccupante per un Paese: in Israele non deve accadere. Si può discutere la linea editoriale e stabilire vincoli necessari alla sicurezza dello Stato, ma non metterne a rischio l’esistenza. Israele è una democrazia forte e vera anche grazie alla pluralità di opinioni che passa, prima di tutto, dalle sue fonti giornalistiche.
Dal 24 settembre 1950, con lo squillo di trombe e l’Hatikva in uno studio improvvisato a Ramat Gan, la radio Galatz non ha smesso di fornire servizio ai soldati e alla gente. Aver ricevuto critiche, nei decenni, dalla destra e dalla sinistra, dai religiosi e dai laici, dai soldati e dai civili, dovrebbe essere un vanto. Quando un organo di informazione suscita contestazioni da angolazioni diverse, significa che ha mantenuto autonomia e capacità di disturbare i conformismi. Galei Tzahal è dalla parte di Israele: questo rimane il dato incontrovertibile.
