Conflitto in Yemen, le bombe dell’Occidente sui civili

Le inchieste giornalistiche: 4000 ordigni sarebbero partiti dall’Italia

Quasi 19 milioni di persone in Yemen vivono in condizioni di bisogno umanitario. Sono circa il 68% della popolazione. Il Paese da anni è ferito da una guerra civile nella quale due gruppi lottano per affermare il legittimo governo dello Yemen, supportata da due grandi potenze mediorientali: Iran e Arabia Saudita. Una crisi che non ha ancora l’attenzione dell’informazione, concentrata sulla tragedia siriana ma che, nel primo anno di conflitto, ha provocato più di 10.000 vittime, tra cui 4.000 civili, la maggior parte delle quali causate dai bombardamenti sauditi (Yemen Data Project).

Le bombe arrivano dall’Occidente

Gli Stati Uniti riforniscono di carburante gli aerei sauditi, ma le bombe arrivano da tutta Europa, anche dall’Italia. Sardegna, fabbrica RWM di Domusnovas. Qui, come rivelato da diverse inchieste giornalistiche, viene prodotta una grande quantità di ordigni diretti in Yemen. Nel novembre del 2015, il deputato Mauro Pili firma il caricamento degli ordigni in partenza per l’Arabia Saudita. Prima da Olbia, poi mesi dopo dal porto di Cagliari. Circa 4000 ordigni sarebbero partiti dall’Italia, nonostante la legge 185/1990, che sancisce il divieto di vendita di armi a Paesi in guerra. Proprio nel 2015 però, secondo la relazione annuale sull’export militare italiano, si registra un incremento delle vendite del 200%. Un dato possibile anche grazie all’utilizzo di escamotage che permettono la vendita a Paesi attori di conflitti attivi, come scrive il 4 maggio del 2016 Il Fatto Quotidiano. L’aumento più eclatante (48%) riguarda, guarda caso, l’Arabia Saudita.

In meno di due anni 8.600 attacchi aerei hanno fatto più di 10.000 vittime, quasi metà delle quali sono civili. Un crimine di guerra che non resta solo impunito, ma anche pericolosamente poco noto, visto che i media occidentali sembrano non interessarsi della guerra yemenita. Ad un anno dallo scoppio del conflitto, nel marzo 2016, Amnesty International e Human Right Watch denunciano 119 violazioni di guerra da parte dell’Arabia Saudita: bombe a grappolo e obiettivi civili, tra cui le scuole. Chiedono anche ai Paesi occidentali di interrompere la vendita di armi al governo di Ryhad. Un appello che rimane ancora oggi inascoltato.

Come scrive il Manifesto, le armi continuano ad arrivare, dagli Stati Uniti, Camp Darby, con scalo a Livorno, sulle tre navi sorelle Liberty Passion, Liberty Freedom e Liberty Pride. Centinaia di veicoli militari diretti ad Aqaba, pochi giorni prima del nuovo incontro a Washington tra il presidente Trump e il re Abdallah.
Il giorno dopo la bomba Moab sganciata dagli Stati Uniti in Afghanistan, sul sito del Corriere della Sera è comparso un video di una bomba analoga: risale al 2015 ed è stata sganciata proprio in Yemen.
Il World Food Program ha annunciato venerdì un incentivo delle attività alimentari d’emergenza in Yemen. Oggi il Paese è sull’orlo della carestia. Una tragedia di proporzioni bibliche della quale solo ora il mondo inizia ad accorgersi.

L’inizio della guerra civile

Lo Yemen è un Paese povero, la cui economia si fonda per il 20% su petrolio e gas, con una fiorente agricoltura (esistono 32 varietà di uva) e un turismo diffuso nei 2.000 chilometri di costa. Dopo trent’anni di governo assolutista del dittatore Saleh, nel 2012 la primavera araba porta al potere il suo ex vice Mansur Hadi. Ma il nuovo governo dura appena tre anni. Nel gennaio 2015 gli Huthi, un gruppo armato di prevalenza sciita tenta il colpo di Stato, iniziando l’invasione del Paese. Supportati dall’appoggio del governo iraniano di Ahmadin conquistano la capitale Sana’a, destituendo il nuovo governo. Pochi mesi dopo, l’Arabia Saudita entra nel conflitto in appoggio ai filo-governativi. Dopo il blocco navale saudita intorno al Paese, iniziano i bombardamenti.

@CastoldiSimona

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