La normalizzazione dell’odio: come l’antisemitismo erode i diritti fondamentali.
Negli ultimi anni l’Italia ha registrato una crescita costante degli episodi di antisemitismo, un fenomeno che intreccia dinamiche interne e pressioni internazionali e che si è progressivamente riappropriato di un ruolo nel discorso pubblico.
I dati dell’Osservatorio antisemitismo della Fondazione CDEC mostrano come il 2023 abbia segnato un netto incremento rispetto all’anno precedente, con 454 episodi rilevati e un picco immediatamente successivo all’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre. Nel 2024 il quadro si è ulteriormente aggravato: a fronte di oltre mille segnalazioni, gli episodi registrati sono stati 877, distribuiti tra ambiente digitale e spazio fisico.
Nei primi giorni del mese di dicembre 2025 gli episodi registrati nel corso dell’anno e riportati dall’Osservatorio superano gli 850.
A emergere non è soltanto una crescita quantitativa, ma anche un cambiamento nella natura: dalle provocazioni verbali e simboliche si è passati con più frequenza a situazioni di intimidazione diretta.
Un’indagine pubblicata dalla European Union Agency for Fundamental Rights (FRA) nel 2024 restituisce un’immagine ancora più inquietante: il 76% degli ebrei europei sceglie occasionalmente di non rendere riconoscibile la propria identità nello spazio pubblico. Questa percentuale non fotografa soltanto un sentimento di insicurezza diffusa, ma evidenzia una compressione concreta della libertà personale, dell’autodeterminazione e del diritto a vivere pienamente la propria appartenenza culturale e religiosa.
L’attacco del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra a Gaza hanno accelerato processi già in atto, offrendo un nuovo impulso a contenuti ostili e permettendo alle narrazioni antiebraiche di infiltrarsi in ideologie e movimenti eterogenei. Stereotipi antisemiti antichi si sono intrecciati con teorie complottiste, dinamiche di radicalizzazione e modalità comunicative tipiche della politica digitale, dove l’impatto emotivo conta più dell’analisi e la viralità sostituisce spesso il confronto.
Il quadro normativo italiano e la governance del contrasto.
L’Italia dispone di un impianto giuridico articolato per prevenire e sanzionare i reati motivati da odio etnico, religioso o razziale. Accanto alle norme del codice penale che prevedono aggravanti specifiche, un ruolo centrale è svolto dalla legge Mancino, approvata negli anni Novanta, che punisce la propaganda e le condotte violente di matrice xenofoba o antisemita. Tuttavia, la stessa esperienza istituzionale evidenzia come la sola repressione penale non sia sufficiente a contenere un fenomeno complesso e in continua evoluzione.
Nel 2020 è stata istituita la figura del Coordinatore nazionale per la lotta contro l’antisemitismo, con funzioni di raccordo tra ministeri, scuole, università, enti locali e comunità ebraiche. L’adozione della Strategia italiana di contrasto all’antisemitismo nel 2021 si è unita agli strumenti preesistenti, si tratta di un documento organico che integra prevenzione, sicurezza e formazione. La sua ultima edizione nel 2025 ha aggiornato gli obiettivi e le linee di intervento, rafforzando l’attenzione al digitale, alla tutela degli spazi ebraici e alla cooperazione interistituzionale.
A ciò si affianca l’azione dell’Osservatorio per la sicurezza contro gli atti discriminatori (OSCAD), struttura interforze che favorisce l’emersione dei reati d’odio, assiste le vittime e contribuisce alla definizione di linee operative per le forze dell’ordine.
Nel loro insieme, questi strumenti rappresentano un tentativo di costruire un approccio integrato, capace di unire monitoraggio, prevenzione, educazione civica e interventi repressivi. Si tratta di un modello necessario, ma ancora insufficiente se non accompagnato da una strategia culturale profonda.
La strategia europea contro l’antisemitismo.
Questo quadro nazionale si inserisce in un contesto più ampio in cui anche l’Unione Europea si pone in prima linea per combattere l’odio antisemita. Negli ultimi anni si è costituito un sistema articolato che affronta questa nuova ondata di odio attraverso mezzi operativi e strumenti avanzati di monitoraggio, elaborando politiche dedicate alla prevenzione culturale e alla tutela della vita ebraica.
Il punto di riferimento centrale è la Strategia europea per il contrasto all’antisemitismo e la promozione della vita ebraica 2021–2030, documento che definisce un approccio comune per tutti gli Stati membri. Una pianificazione che non si limita a considerare misure repressive, ma promuove un modello di cooperazione tra istituzioni europee e governi nazionali, coinvolgendo la società civile e le comunità ebraiche.
Sul piano politico e istituzionale, un ruolo fondamentale è svolto dal Coordinatore europeo per la lotta contro l’antisemitismo, figura incaricata di raccordare le iniziative comunitarie e sostenere gli Stati membri nello sviluppo delle proprie strategie nazionali attraverso una collaborazione continua.
Un supporto essenziale è fornito dall’European Union Agency for Fundamental Right (FRA) che attua, attraverso indagini periodiche e raccolta di dati, un costante monitoraggio. Questa agenzia permette inoltre la valutazione di come l’antisemitismo si presenta nei vari Paesi dell’Unione ed elabora politiche di contrasto sulla base dell’andamento registrato.
L’approccio operativo resta tuttavia uno dei pilastri del contrasto e della prevenzione, fondato su un lavoro di cooperazione internazionale in cui il controllo dello spazio digitale è prioritario. L’UE dispone infatti di un’infrastruttura avanzata attraverso Europol, che ospita l’EU Internet Referral Unit (EU IRU), un’unità dedicata alla rilevazione e segnalazione dei contenuti di propaganda estremista e terrorista. Questa unità specializzata si è dotata di uno strumento che coinvolge attivamente i provider di servizi digitali, i Referral Action Days, giornate dedicate all’individuazione e alla rimozione coordinata di contenuti d’odio tematici. Il quadro normativo con il Digital Services Act ha introdotto obblighi vincolanti per le piattaforme digitali nella moderazione dell’hate speech, rafforzando così la capacità dell’UE di intervenire sulla dimensione online della radicalizzazione e della propaganda.
Le misure europee si estendono anche alla protezione fisica degli spazi ebraici attraverso reti di cooperazione tra autorità nazionali, forze dell’ordine e comunità religiose, con programmi dedicati alla sicurezza dei luoghi di culto e alla prevenzione dei crimini d’odio.
Anche gli interventi di prevenzione culturale ed educativa fanno parte dell’azione europea per il contrasto all’antisemitismo, la collaborazione con organismi internazionali, come l’International Holocaust Remembrance Alliance, contribuisce a creare standard condivisi e mira a costruire una comunità consapevole che si propone di unire le forze nella stessa direzione.
Memoria e contemporaneità
L’antisemitismo di oggi non è una semplice eredità del passato: si alimenta dei linguaggi della rete, sfrutta le dinamiche del dibattito pubblico e si innesta sulle fragilità sociali. Il contrasto richiede dunque un impegno che va oltre il diritto penale e l’azione operativa: implica educazione, competenze digitali, narrazioni alternative e pratiche che normalizzino la presenza ebraica nella vita quotidiana del Paese.
In questo quadro la memoria gioca un ruolo decisivo. Per essere efficace, deve essere resa accessibile attraverso linguaggi che parlino alle generazioni cresciute nell’ecosistema digitale. Ciò significa costruire percorsi comunicativi capaci di trasformare il ricordo della Shoah e delle persecuzioni in strumenti di comprensione del presente, affinché la memoria non resti confinata ai riti istituzionali, ma diventi un elemento vivo, condiviso e interiorizzato.
