Migranti e terrorismo: Europol conferma infiltrazioni jihadisti

L’allarme arriva dall’ultimo rapporto Tesat e dalla relazione dei nostri servizi segreti

farmacia di turno

Gli jihadisti si infiltrano nel flusso di migranti. Ancora una volta torna l’allarme che da anni rende potenzialmente pericolosi gli sbarchi sulle coste italiane e non solo. Secondo l’ultimo rapporto dell’Europol, contenuto nel documento Tesat, Terrorism situation and trend, relativo al 2018, numerose indagini svolte negli Stati membri dell’UE hanno evidenziato la stretta connessione tra il traffico di migranti e il finanziamento al terrorismo di matrice islamista.

Nel 2018 jihadisti hanno raggiunto l’Italia infiltrandosi tra i migrati illegali

In particolare, l‘Italia ha riferito che nel 2018 gli jihadisti, con particolare riferimento a quelli aderenti all’Isis nel teatro siro-irakeno e soggetti provenienti da “ambienti radicali libici”, sono riusciti a raggiungere le nostre coste infiltrandosi nei flussi di immigrazione illegale. Nel dettaglio, è stato rilevato che i “sospetti” utilizzano la rotta Tunisia – Sicilia e Libia Sicilia in quanto considerate rotte sicure per raggiungere le coste del continente europeo allo scopo di sfuggire, nella maggior parte dei casi, ai controlli delle forze di polizia e ricongiungersi con altri membri di cellule terroristiche allo scopo di compiere attacchi in Europa.

Il sostegno di Europol a Italia e Grecia

L’Europol ha fornito sostegno all’Italia (e alla Grecia) inviando esperti distaccati presso gli hotspot del sud Italia e nelle isole dell’Egeo orientale. Fino a 50 di questi funzionari sono stati impiegati a rotazione al fine di rafforzare i controlli di sicurezza sul flusso migratorio verso l’interno,  contribuendo ad identificare sospetti terroristi e criminali. Non ci sono prove concrete che gli aderenti ai grandi network del terrore, Isis e al Qaeda, utilizzino sistematicamente i flussi di rifugiati per entrare in Europa inosservati, ma è indiscutibile che alcuni terroristi siano entrati nell’UE fingendosi rifugiati, come è stato osservato negli attacchi di Parigi del 13 novembre 2015 e nell’ambito di molte inchieste giudiziarie delle varie procure italiane.

Un esempio lampante è rappresentato dagli arresti avvenuti nell’aprile a Napoli e nel giugno 2018 a Bari, di due richiedenti asilo provenienti dal Gambia che erano entrati illegalmente in Sicilia. Entrambi avevano prestato giuramento di fedeltà all’Isis e, dopo essersi sottoposti ad addestramento in Libia, erano stati inviati in Italia allo scopo di commettere un attacco contro la folla con l’utilizzo di un autoveicolo.

In altri Paesi come la Francia, i Paesi Bassi e il Regno Unito si è riscontrato il maggior numero di attacchi e di cellule terroristiche sventati con successo. La Francia, la Germania e l’Italia, inoltre, hanno scoperto la pianificazione di attentati anche con l’utilizzo di agenti chimici o biologici. Gli attacchi jihadisti completati (o sventati) sono stati compiuti usando coltelli e armi da fuoco in prevalenza contro bersagli civili. Tutti i piani di attacco che prevedevano l’uso di esplosivi sono stati sventati. La maggior parte dei responsabili agiva o stava pianificando di agire da solo, tuttavia, diversi attentati terroristici sventati, tra cui due nei Paesi Bassi, sono stati pianificati da cellule strutturate. 

Nel 2018, sono stati 51119 i soggetti tratti in arresto con l’accusa di appartenere o sostenere il terrorismo jihadista. La maggior parte degli arresti sono stati compiuti in Francia, Regno Unito e Belgio, seguiti da Paesi Bassi, Germania e Italia. 

La Relazione dei servizi segreti conferma legame Isis-migranti

L’ultimarelazione dei nostri servizi d’informazione, ha fatto rilevare che le due Agenzie d’intelligence hanno svolto un’opera di “serrata vigilanza” contro il rischio di infiltrazioni terroristiche nei flussi migratori, reiteratamente segnalato nelle attività di raccolta di informazioni. A conferma di quanto acquisito, le successive investigazioni hanno fornito un quadro esaustivo sull’utilizzo dell’immigrazione clandestina, seppur non sistematico, da parte di estremisti provenenti dalla zona sub-sahariana. Inoltre, in riferimento all’opera di prevenzione svolta dall’intelligence, viene sottolineato l’impegno profuso in chiave preventiva verso il fenomeno degli sbarchi occulti o fantasma, provenienti per lo più dalla Tunisia. Tale attività ha permesso di individuare i responsabili del traffico e le sue dinamiche e ha posto in risalto l’estrema operatività della ramificata rete criminale con basi e referenti anche sulla nostra Penisola.

In tale ottica, la ricerca informativa si è spostata anche sulle coste libiche dove analoghe dinamiche criminali vengono attuate anche con l’ausilio delle cosiddette “navi madre”, imbarcazioni capienti dalle quali vengono calati semplici canotti con decine di persone a bordo che vengono indirizzate verso le coste o le isole siciliane. Tale condotta viene attuata anche per quanto riguarda la tratta Algeria – Sardegna, meno utilizzata per la consistente distanza del tragitto via mare.

Ma la reale consistenza del fenomeno viene confermata anche nell’altra sponda della Penisola. Sarebbero, sempre secondo i nostri servizi segreti, sempre più frequenti anche gli attraversamenti dell’Adriatico e sempre più affollate le rotte terrestri dei Balcani che, oltremodo, presentano un elevato rischio di infiltrazione da parte di jihadisti provenienti dal Caucaso, dalla Bosnia o dalla Turchia.

Le reti terroristiche continuano la loro attività di reclutamento e indottrinamento in Europa anche nelle carceri 

Nella sola Spagna, nell’ottobre 2018, 25 detenuti sono stati identificati in ben 17 diverse prigioni in tutto il Paese poiché contigui alla rete jihadista. Tra questi, numerosi condannati per altre fattispecie di reati che, presumibilmente, si sono radicalizzati in prigione. 

Anche in Italia il fenomeno della radicalizzazione nelle carceri rimane motivo di preoccupazione. Nei penitenziari italiani nel 2018, è stato rilevato un aumento del numero di detenuti che hanno manifestato il proprio supporto allo Stato islamico. Minacce agli agenti di Polizia penitenziaria, provocazioni e mancanza di rispetto nei confronti del personale carcerario femminile e dei prigionieri musulmani non osservanti, sono stati i comportamenti più comuni rilevati dal Dipartimento di amministrazione penitenziaria, con particolare tasso di incisività nelle carceri della Sardegna.

Un capitolo a parte spetta ai foreign fighters di ritorno dai vari teatri di guerra

Un cospicuo numero di miliziani, partiti dall’Europa per associarsi allo Stato islamico, sono ritornati nei Paesi di appartenenza venendo accolti, dai locali islamisti, come mujahedin veterani, forti anche della loro indubbia esperienza nel maneggio di armi ed esplosivi che li rendono estremamente pericolosi per la sicurezza nel Continente.

Nel rapporto, Europol viene sottolineata la preoccupazione da parte delle autorità delegate alla sicurezza che questi soggetti possano perpetuarsi rinforzando le reti jihadiste a livello globale.

Nel contesto italiano, l’opera di controllo delle Agenzie di informazione e delle Forze di polizia ha permesso di individuare alcuni miliziani reduci dal Medio Oriente e i soggetti a loro contigui già stanziati nel nostro Paese. Pur non sottovalutando il fenomeno degli jihadisti di ritorno, anche in considerazione dell’esiguo numero (circa 120) dei soggetti partiti dall’Italia in direzione del Califfato, tra i quali alcuni deceduti nei vari teatri di guerra, i vertici della Sicurezza nazionale ritengono bassa la probabilità che i miliziani in fase di rientro intendano attivarsi autonomamente in Italia.

L’Isis in Libia

Dal monitoraggio di fonti aperte (Osint), è emerso che in Libia è operante, da tempo, un nutrito gruppo di miliziani dello Stato islamico che di recente si è riunito sotto l’egida della Wilayat Lybia, la provincia libica del Califfato. Nei giorni scorsi, la neonata entità ha realizzato e propagandato un video, intitolato “Il miglior risultato è per il pio” nel quale i terroristi hanno prestato giuramento di fedeltà e obbedienza ad Abu Bakr al Baghdadi. Le operazioni in Libia sarebbero dirette dal sedicente emiro Abdul Kader al Najdi, alias Abu Muaz al Tikriti mentre, i miliziani, sarebbero transfughi dell’esercito libico di Muhammar Gheddafi, dei servizi segreti del defunto Rais e, nella maggioranza, reduci dal conflitto contro l’alleanza anti-Isis combattutosi in Siria e Iraq.

Secondo alcune fonti, la potenza di fuoco del risorgente Isis in Libia, non sarebbe ancora ritenuta idonea a condurre azioni offensive mirate alla conquista di territori o, comunque, di azioni coordinate contro le truppe di al Serraj e Haftar. Al momento le attività dello Stato Islamico in Libia sono “limitate” all’approvvigionamento economico del gruppo attraverso la co-gestione del traffico di esseri umani in concorso con la criminalità locale.

Il rischio, sempre a parere dei contatti interpellati, è che il bacino di reclutamento del Daesh sia stato individuato proprio tra la massa di emigranti ammassati ai confini meridionali della Libia in attesa di essere condotti sulle coste del Paese africano per poi imbarcarsi alla volta dell’Italia. L’ipotesi renderebbe ancora più plausibile quanto riportato dall’Europol e dalle nostre Agenzie di sicurezza nei rispettivi rapporti.

E’ proprio di oggi la notizia della neutralizzazione di una cellula terroristica a Sabratha, ad ovest di Tripoli, in possesso di armi, munizioni ed esplosivi, in procinto di attivarsi con il compimento di un attentato in città.

Articoli suggeriti