Minori e reclutamento online: la nuova sfida della guerra ibrida.
La scorsa settimana nel Regno Unito, alcuni adolescenti sono stati arrestati con l’accusa di aver partecipato in modo diretto e strumentalizzato operazioni illecite riconducibili a Stati ostili. Lo ha confermato il comandante dell’unità antiterrorismo della Polizia Metropolitana di Londra, Dominic Murphy, a capo dell’unità antiterrorismo della polizia metropolitana, parlando apertamente di un’escalation “significativa e pericolosa” di attività ostili sul suolo britannico. L’allarme non riguarda solo le infrastrutture o la sicurezza nazionale, ma tocca invece un’altra sfera più inquietante ovvero il reclutamento di minori attraverso canali digitali, forum, chatbot e ambienti virtuali difficilmente tracciabili. Un modello operativo che conferma una nuova fase della guerra ibrida dove l’influenza si esercita non solo sul piano militare o informativo, ma anche attraverso dinamiche di manipolazione psicologica e sociale in un contesto oramai fragile della società attuale.
Reclutamento decentralizzato e sfruttamento dell’età
Secondo quanto riportato dal Guardian, i ragazzi coinvolti nei recenti casi britannici non erano militanti né ideologicamente schierati, ma adolescenti vulnerabili, attratti da promesse economiche, riconoscimento o senso di appartenenza. Come ha spiegato il comandante dell’antiterrorismo Dominic Murphy, molti di loro “non sono consapevoli fino in fondo di ciò in cui sono coinvolti”. Il fenomeno richiama una tendenza osservata già in altri scenari attori statali tra cui Russia e Iran che utilizzano minori come vettori inconsapevoli per azioni di spionaggio, sabotaggio o propaganda. I vantaggi, dal loro punto di vista, sono evidenti, i giovani sono più difficili da intercettare, meno sospettabili, e più manipolabili. Il dato più rilevante, però, riguarda la portata crescente del fenomeno, infatti, secondo la Metropolitan Police, le attività legate a Stati ostili sono aumentate di cinque volte rispetto al 2018, e oggi rappresentano circa il 20% del lavoro totale dell’unità antiterrorismo britannica. Un dato che rende evidente quanto il fronte psicologico e digitale sia ormai parte integrante della minaccia.
Chatbot, IA e propaganda generativa
Tra gli elementi più allarmanti emersi dalle indagini c’è l’uso di intelligenze artificiali e chatbot per stabilire il primo contatto con i minori. Lo ha dichiarato anche Jonathan Hall KC, revisore indipendente per la legislazione antiterrorismo, secondo cui “stiamo assistendo all’uso di chatbot per indurre all’odio e incitare alla violenza giovani utenti online”. Non si tratta più di filmati di martiri o di predicatori estremisti infatti, oggi bastano algoritmi, parole chiave e una relazione simulata, capace di intercettare fragilità e fornire “risposte” ideologicamente orientate.
Casi emblematici sono emersi anche fuori dal Regno Unito, come l’attacco a una scuola in Finlandia nel maggio di quest’anno, dove l’aggressore era stato esposto a contenuti estremisti generati via IA. Questo conferma che la radicalizzazione può nascere da un’interazione digitale, automatizzata e mirata. È un mutamento che chiama in causa non solo la polizia, ma anche la scuola, la famiglia e le stesse piattaforme di comunicazione.
Il rischio per l’Europa
Il caso britannico non è isolato, anche in Europa continentale sono stati segnalati episodi riconducibili a dinamiche simili, adolescenti sono stati coinvolti in azioni di vandalismo ideologizzato, diffusione di contenuti radicali o attività ricognitive nei pressi di obiettivi sensibili, spesso coordinati attraverso Telegram, Discord o reti anonime.
Un caso altamente significativo si è verificato in Svezia nel 2024, dove secondo fonti di media internazionali ragazzini tra i 13 e i 16 anni sono stati reclutati da operatori affiliati all’Iran tramite Telegram, TikTok e WhatsApp. Gli adolescenti avrebbero ricevuto istruzioni per compiere atti ostili contro obiettivi israeliani sul suolo europeo, tra cui sparatorie nei pressi dell’ambasciata israeliana a Stoccolma e il tentato piazzamento di esplosivi presso un sito industriale collegato all’azienda israeliana Elbit Systems attiva nello sviluppo di tecnologie per la difesa. In uno dei casi, un quindicenne è stato arrestato poiché trovato in possessi di un’arma da fuoco carica mentre si dirigeva verso l’ambasciata a bordo di un taxi.
Il governo britannico, nel frattempo, ha promesso un ampliamento del programma Prevent, per intercettare segnali precoci di radicalizzazione e migliorare la collaborazione con scuole e servizi sociali. Ma come suggeriscono anche i dati del Foreign Office, che ha recentemente sanzionato 18 membri del GRU russo per attività di guerra ibrida e operazioni cibernetiche, la sfida resta innanzitutto culturale e strategica
Una guerra silenziosa
Il quadro che emerge è quello di una guerra silenziosa, ma tutt’altro che invisibile. Dove la minaccia non arriva più solo dai confini, ma attraversa i dispositivi, si insinua nelle routine quotidiane e trova terreno fertile in una gioventù iperconnessa ma disorientata. Comprendere questa dinamica non significa criminalizzare i giovani, ma interrogarsi seriamente sul tipo di società, sicurezza e informazione che vogliamo costruire. Perché, se un tredicenne può diventare, anche inconsapevolmente, parte di un’operazione ostile, il problema non è solo di intelligence, è anche nostro.
Come intervenire: oltre la cultura, anche l’operatività
Se da un lato la risposta deve essere dal punto di vista culturale investendo in educazione digitale, alfabetizzazione informativa e sostegno psicologico dall’altro è necessario agire concretamente anche sul piano operativo. Uno schema propositivo sulle forme di intervento può essere così delineato:
Costante monitoraggio OSINT mirato ai canali a rischio, potenziare le unità che analizzano forum, chat criptate e piattaforme alternative frequentate da minori; un’infiltrazione e disruption preventiva attuata con tecniche “undercover”nei canali Telegram, Discord o darknet per identificare early warning signals; una collaborazione strutturata tra intelligence, forze dell’ordine e scuole, attivando protocolli di allerta condivisi per situazioni di vulnerabilità; un uso difensivo dell’intelligenza artificiale utilizzando strumenti predittivi per individuare pattern di radicalizzazione; un presidio fisico degli spazi urbani sensibili laddove si sia già verificata una presenza operativa giovanile (ricognizioni, atti vandalici) ed urge una sorveglianza costante.
Conclusione
Il reclutamento digitale di minori da parte di attori ostili non è solo un segnale di degrado morale nei conflitti contemporanei, ma il sintomo di una trasformazione profonda della minaccia. In un contesto in cui la tecnologia consente di influenzare, formare e attivare un giovane senza mai incontrarlo fisicamente, il confine tra crimine, spionaggio e manipolazione ideologica si fa sempre più sottile. L’’uso dell’intelligenza artificiale generativa rischia di amplificare la portata delle campagne di radicalizzazione. Tra i contenuti più insidiosi resi possibili dalla Gen AI si segnalano: i giochi a sfondo razzista basati sul conteggio delle uccisioni, il deepfake in cui leader terroristici o assassini noti vengono “resuscitati” e proposti all’interazione con il pubblico, battaglie realistiche montate su musiche accattivanti, immagini d’archivio trasformate in meme virali, fino a contenuti terroristici rielaborati sotto forma di cartoni animati o associati a personaggi popolari. La vera domanda da porre non è se questi episodi si ripeteranno, ma quanto siamo pronti a riconoscerli in tempo, prima che un adolescente diventi inconsapevolmente uno strumento nelle mani di un nemico invisibile pronto a rovinare la propria vita e quella altrui.
Sources:
https://www.foxnews.com/world/iran-recruiting-children-attack-israeli-targets-europe-setbacks-report
https://gnet-research.org/2025/06/12/prompted-to-harm-analysing-the-pirkkala-school-stabbing-and-its-digital-manifesto/
https://www.europol.europa.eu/cms/sites/default/files/documents/EU_TE-SAT_2025.pdf?
