A fronte delle ridondanti rivendicazioni sulla paternità dell’operazione e della relativa rivendicazione dei correlati “scoop” da parte di alcuni addetti alla carta stampata, senza nulla togliere alle Forze di Polizia che hanno finalmente scoperchiato il vaso di Pandora dei traffici illeciti di Hannoun & C, occorre comunque affrontare alcune riflessioni sfuggite ai più.
Le indagini sull’allegra combriccola di sedicenti benefattori del popolo palestinese, non sono nate nel 2023, a seguito dei tragici fatti del 7 ottobre in Israele, bensì all’alba del nuovo millennio. Esattamente nel 2000 allorquando l’Antiterrorismo della Capitale ebbe modo di localizzare alcuni punti nevralgici di ritrovo di soggetti della galassia jihadista palestinese e non solo, anche avvalendosi di Agenti conoscitori di lingua ed immersi nella neonata realtà della comunità islamista.
Il quartiere di romano di Centocelle, già all’epoca, era inflazionato di call centers, negozi di telefonia, Money transfer, moschee abusive, macellerie halal e quant’altro potesse evidenziare un moto di progressiva espansione ed occupazione dello storico quartiere capitolino.
Le operazioni di investigazione, iniziate nel 2000, portarono all’identificazione di numerosi soggetti segnalati a livello globale per appartenenza, sostegno o contiguità con i movimenti all’epoca in voga, da Al Qaeda ad Hamas, e nacque, negli investigatori, la volontà di seguire tracce e connessioni dei sospettati.
La contemporanea nascita di varie associazioni di sostegno alla “causa palestinese” diede vita a nuove entità correlate ai medesimi obiettivi, questa volta di matrice italica ed europea, quali il movimento BDS (boicottaggio-disinvestimento-sanzioni) contro Israele ed in concomitanza ebbero luogo le prime manifestazioni unitarie delle realtà consociate.
In quei frangenti emerse la figura di Mohammad Hannoun, l’architetto giordano, che in forza dei suoi continui contatti con i vertici della “resistenza”, quali Khaled Meshaal, Ismail Hanyieh ed altri membri eminenti stanziati a Beirut, assunse il ruolo di “capopolo”, intestandosi la carica di imam non solo a Roma, ma trasferendo dapprima a Genova, poi a Milano ed in ultimo a Carmagnola (TO) le sue attività di raccolta fondi da destinare alla “martoriata” popolazione di Gaza. Notizie e informazioni raccolte in Italia, trasmesse a Gerusalemme, per le debite competenze, e ritornate a noi per corroborare le tesi degli inquirenti.
Ma torniamo per un attimo a Centocelle. I numerosi riscontri investigativi emersi nel corso delle indagini portarono all’apertura di un fascicolo da parte della DDA di Roma e, in contemporanea, ad informare le autorità statunitensi nel frattempo colpite degli attentati dell’11 settembre 2001 giunti a Roma per improntare una fattiva collaborazione in relazione ai collegamenti internazionali tra gli affiliati ad Al Qaeda e al loro braccio operativo-logistico nella nostra Penisola.
Si giunse quindi a delineare una struttura articolata che comprendeva ben cinque moschee della Capitale, una rete di falsari, alcune agenzie di viaggio gestite da affiliati, money transfer che operavano con il sistema Hawala e, addirittura, un parcheggio sotterraneo gestito da un maghrebino residente a Centocelle, situato proprio dietro l’ambasciata USA di via Veneto. Il garage si chiamava “911”…
Negli anni a seguire, nel 2005, si arrivò all’arresto di tale Omar Hussein 27enne etiope, membro di una cellula jihadista protagonista di un attentato fallito a Londra il 21 luglio di quell’anno. Un fermo eseguito proprio nelle vicinanze della moschea di via dei Frassini, frequentata dal fratello del ricercato.
Nel 2008 sorsero altri elementi a sostegno della tesi di una proliferazione delle attività a sostegno della “resistenza” propal. Durante un convegno organizzato nel contesto del “X Festival della Solidarietà al-Aqsa”, organizzato, per la prima volta a Roma, dall’Associazione Benefica di Solidarietà con il Popolo Palestinese, nata nel 1994 e capeggiata da Mohammad Hannoun, si rilevarono le presenze di numerose personalità del mondo arabo-islamico e della politica italiana: il dott. Ahmad Nofal, docente all’università di Giordania; shaikh Riyad al-Bustanji, giordano; l’onorevole Hamdi Hasan, membro del Consiglio del Popolo Egiziano; il rappresentante dell’ambasciata palestinese a Roma, Rebhi; Mastrantonio Roberto, presidente del VII Municipio; Vargas Maria, italo – peruviana, presidente dell’Associazione Peruviane e candidata consigliere comunale nelle liste del PD; Maurizio Rodolfo, del Centro d’Iniziativa Popolare; Francesco Rodolfo, segretario locale PDCI; Pagnini Mario, candidato consigliere comunale per il PDCI al VII Municipio. Nulla da eccepire da un punto di vista etico, se non la consapevolezza di un’unità di intenti tra varie entità eterogenee riunite sotto un’unica bandiera.
Nel 2010, nell’ambito della fattiva collaborazione con gli USA, gli stessi inserirono l’ABSPP ed altri soggetti segnalati dagli investigatori italiani nella prima Black list, recepita a livello globale che fruttò decine di arresti e successive condanne dei soggetti inseriti dell’elenco ufficiale.
Nel 2012, in occasione del 64° anniversario della Nakba, la rete di solidarietà con il popolo palestinese, organizzava un convegno a Roma, il 5 maggio, presso il Centro Frentani, in via di Porta Tiburtina 42. All’evento intervennero Isma’il Haniyeh, allora premier del governo di Gaza, in video-collegamento, Umm Kamel El Kurd e Imam Raed Da’ana, rappresentanti di organizzazioni gerosolimitane, Mohammad Amru, direttore dell’Accademia dei Rifugiati palestinesi, Mohammad Hannoun, Api – Associazione dei Palestinesi in Italia – che promuoveva l’evento, Wajih Salameh, presidente della Comunità dei Palestinesi di Roma e del Lazio, Amin Abu Rashed, della Campagna Europea rimozione del muro e degli insediamenti. Come “moderatrice” venne nominata Angela Lano, allora direttore di InfoPal.it.
Nel contempo, i dati di fatto raccolti e debitamente trasmessi all’Autorità giudiziaria romana, in merito alle innumerevoli segnalazioni di transazioni finanziarie sospette nate con la raccolta fondi a fini di beneficenza, ed in concomitanza con il trasferimento di Hannoun a Genova, vennero trasmessi alla Procura genovese che diede mandato alla Guardia di Finanza locale di sequestrare tutti i conti correnti intestati all’architetto giordano. Seppur in presenza di consistenti prove, il procedimento venne inaspettatamente archiviato.
A tal punto sorge spontaneo il dubbio che in questa e altri vicende il fantasma del “lodo Moro” faccia la sua apparizione nei momenti topici, allorquando ci si appropinqui a smantellare realmente quella ragnatela di terrorismo, di malaffare e di consenso all’antisemitismo che da 50 anni imperversa nel nostro Paese.
In tempi più recenti, sempre ben prima dell’ottobre 2023, gli USA inseriscono nuovamente Mohammad Hannoun nella Black list, e questa volta le Autorità italiane non possono più rimanere inerti, sebbene aleggi il sospetto che l’immunità del soggetto non sia poi del tutto scevra da una probabile sua collaborazione con qualche Agenzia che abbia tratto un vantaggio non ben definito né evidente dalle sue eventuali rivelazioni.
Il resto è storia più che recente, con la magistratura che chiede venia per avere infranto un tabù tanto caro alla sinistra e ai milioni di “nuovi arrivati” tanto indesiderati quanto utili come potenziale bacino di elettori.
Tutto il narrato diviene l’espressione in chiave critica anche per alcuni sedicenti giornalisti autoreferenziali che nelle ultime settimane hanno inteso appropriarsi di uno scoop che tale non è mai stato. Il Tempo, Il Giornale, Libero ed altre testate nazionali avevano sviscerato l’argomento in tempi non sospetti e le recenti “rivelazioni” altro non sono che una riproposizione di una storia già scritta. Certo, i lettori poco attenti possono aver colto i titoloni, gli articoli proposti come una new entry nel panorama della sicurezza ma, certamente, gli analisti un pò più avanti con gli anni devono aver sorriso del candore di rivelazioni che tali non sono.
Se poi a qualcuno potessero interessare alcuni aggiornamenti, possiamo rivelare che alcuni amici hanno riferito che l’indagato Hannoun era diretto a Istanbul transitando da Roma, e dalla Turchia passare a Beirut per ottenere il beneplacito dell’attuale leadership di Hamas per una sua candidatura quale “governatore” di Gaza, in concorrenza con Khaled Meshaal e altri due “moderati.
Da questi Hannoun si differenzierebbe per un elemento fondamentale, una politica di continuità nel conflitto con Israele anche con il sostegno della cosiddetta “globalizzazione dell’intifada”. Un particolare che lo distingue da Meshaal che avrebbe, invece, adottato una linea di pacificazione progressiva, anche grazie ad un “inaspettato” aiuto degli USA che proprio ieri hanno scarcerato il fratellastro, Mofid Abdul Qadir Meshaal, condannato nel 2009.
