Referendum autonomia: più Veneto che Lombardia

Tra errori sull’affluenza e rischi di catalanizzazione del nord è partita la campagna elettorale per il 2018

Con il voto di questa domenica è ufficialmente partita, almeno al Nord, la campagna elettorale per le elezioni politiche del 2018. Proprio come in tutta Europa, l’elemento particolaristico-regionalistico giocherà, ora come non mai, un ruolo determinante per gli equilibri del futuro parlamento.

Da questo voto, assolutamente non determinante e obiettivamente poco indicativo rispetto alle velleità di una certa parte della politica del Nord nel prendere le distanze, soprattutto a livello amministrativo ed economico, da Roma emerge innegabilmente una diversa sensibilità politica tra le due regioni economicamente più forti d’Italia.

Le ambizioni autonomistiche venete più radicate nel tempo hanno dimostrato, nei diversi dati sull’affluenza al voto tra le due regioni, quanto la mobilitazione anche politica, che nel 2014 destò una certa ilarità nel Paese, fosse tutt’altro che estemporanea ed effimera. Al di là del seguito che avrà questa consultazione non può essere ignorato come, per la prima volta nella storia, la maggioranza degli aventi diritto di una regione abbia dato credibilità e partecipato, con oltre il 50% in Veneto e il 30% il Lombardia, ad un passaggio elettorale comunque fortemente impregnato dagli storici cavalli di battaglia della Lega Nord, un partito sì forte e radicato nel nord-est ma mai comunque maggioritario ed autosufficiente sotto il punto di vista dei consensi.

Certo, non siamo di fronte alla situazione catalana, non essendo l’indipendenza il tema del referendum ma semplicemente un apparente banale mandato a trattare condizioni economiche più favorevoli. Pur tuttavia, proprio come in Catalogna, il fattore che investe direttamente le tasche dei contribuenti più ricchi è e sarà centrale in caso di successivi sviluppi, sia in caso di accettazione, da parte di Roma, di condizioni effettivamente più favorevoli e sia, ancora di più, in caso di diniego. Per ora rimane il commento della recente cronaca, quella relativa ai dati sull’affluenza diffusi piuttosto maldestramente, quella di un quesito referendario troppo blando e generico per apparire dirimente e gli oltre 50 milioni di euro spesi per l’allestimento di questa macchina.

Che la gestione delle risorse pubbliche provenienti da certe regioni, obiettivamente virtuose, possa essere più accorta e più partecipata è certamente ambizione legittima. Ma la possibilità che a condizionare una richiesta politica possa essere la democrazia diretta potrebbe creare, in un prossimo futuro, un precedente-boomerang per gli stessi promotori i quali, nonostante tutto, sono destinati, a meno di clamorosi scossoni, a rimanere influenti sì ma comunque minoritari all’interno dello scacchiere politico locale. Un vulnus che forse impedirà una catalanizzazione dell’Italia del Nord ma che, certamente, è destinata a rafforzare la permanenza della sempre più complessa questione settentrionale.

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