Sigonella: la storia e gli errori che si perpetuano. Non fu una prova di forza e non lo è oggi.
All’epoca rappresentò il momento in cui l’Italia scoprì il limite della propria forza. Nell’ottobre 1985, sulla pista della base siciliana, il governo guidato da Bettino Craxi impose agli Stati Uniti il rispetto della giurisdizione nazionale sul caso del dirottamento della Achille Lauro. Militari italiani circondarono le forze speciali americane. Washington venne indotta a cedere. L’immagine che ne uscì fu quella di un Paese capace di opporsi all’alleato. Ma il controllo della scena non coincise con quello degli esiti.
I quattro membri del commando furono arrestati e processati in Italia. Youssef Majed al-Molqi, autore materiale dell’omicidio di Leon Klinghoffer, un disabile ebreo-americano, venne condannato all’ergastolo. Bassam al-Asker, Ibrahim Fatayer Abdulatif e Ahmed Marrouf al-Assadi ricevettero pene pesanti per sequestro e terrorismo. La giustizia italiana, dunque, si attivò con pienezza di strumenti. Ma nel tempo la tenuta del sistema si incrinò. Al-Molqi evase dal carcere di Rebibbia nel 1996, in circostanze assai ambigue, si nascose (incredibilmente!) in alcune grotte di tufo nella zona di Roma nord, riuscì ad espatriare e non fu più riportato stabilmente in Italia. Gli altri, dopo aver scontato parte delle condanne, uscirono dal circuito detentivo tra fine pena, benefici e rimpatri. In definitiva, liberi di tornare a uccidere ed accanirsi contro Israele.
L’esito complessivo fu una parabola giudiziaria incompiuta, dove la severità iniziale non si tradusse in una definitiva esecuzione della pena.
Il punto politico si concentrò però su un altro nome, quello di Abu Abbas, ritenuto il regista dell’operazione. Era sull’aereo fermato a Sigonella. Gli Stati Uniti ne chiesero la consegna immediata. L’Italia scelse di non arrestarlo e di consentirne la partenza. La motivazione ufficiale richiamò l’assenza di un titolo immediato, un’assurdità legittimata solo dalla politica, considerando che sul piano procedurale Abu Abbas doveva essere immediatamente arrestato per associazione terroristica dirottamento e, quantomeno, concorso in omicidio volontario. Ma sul piano giuridico, il quadro era già delineato. Il dirottamento e l’omicidio erano reati perseguibili anche dall’ordinamento italiano, con elementi sufficienti a giustificare un fermo e un approfondimento giudiziario. La scelta fu quindi politica. Si preferì evitare una rottura con il mondo palestinese, scelta quanto mai attuale considerato che l’inutile missione UNIFIL, dai costi esasperati, non esercita secondo i canoni del mandato ONU ma si limita ad “osservare” (non si sa bene cosa, forse i terroristi di Hezbollah che scavano tunnel come talpe sotto gli occhi dei nostri militari) e preservare un equilibrio costruito negli anni, in continuità con quella linea fallimentare attribuita a Aldo Moro, fondata sulla gestione negoziata del rischio terroristico. Un fattore che verrà a pesare nel prossimo futuro anche in considerazione della saldatura in atto tra movimenti antagonisti e pseudo rivoluzionari nostrani e la galassia del terrorismo palestinese, incarnato dai “propal”. Una legatura dalle conseguenze disastrose per la nostra sicurezza interna, già messa duramente alla prova da manifestazioni di piazza dal carattere violento che, a stento, vengono controllate dalle Forze dell’ordine, in osservanza di un incredibile principio di “contenimento” e non di rispetto dei divieti imposti dalle leggi vigenti.
La continuità del fattore Sigonella dal 1985 ad oggi
La distanza tra principio e risultato emerse con il tempo. I responsabili materiali del dirottamento dell’Achille Lauro e dell’omicidio di un cittadino ebreo-americano furono condannati, ma non trattenuti fino alla fine. Il presunto mandante lasciò il Paese e venne catturato solo anni dopo dagli Stati Uniti, nel 2003, in Iraq. Sigonella non si chiuse sulla pista, ma si spostò nelle conseguenze. La sovranità difesa nell’immediato non produsse un controllo duraturo degli esiti giudiziari e strategici.
Quella vicenda ha fissato un modello. L’Italia tende a muoversi lungo una linea che combina rigidità formale e flessibilità sostanziale. Difende il perimetro giuridico, ma evita lo scontro strategico. Mantiene canali aperti, anche con attori ostili, e privilegia la stabilità interna rispetto alla proiezione esterna. Il rapporto con gli Stati Uniti riflette questa dinamica. Washington agisce in termini di rapidità operativa e interesse strategico. Roma filtra attraverso mediazione e legalismo. Non è una differenza di stile, ma di capacità.
La scelta recente del ministro della Difesa Guido Crosetto, e purtroppo non solo sua, di limitare l’uso delle basi italiane in un contesto di tensione con l’Iran, si colloca nella stessa traiettoria. L’obiettivo dichiarato è evitare escalation e preservare spazi diplomatici. Ma nei conflitti ad alta intensità la diplomazia senza leva operativa rischia di ridursi a testimonianza. La neutralità diventa percezione di distanza, e la distanza si traduce in riduzione del peso nei processi decisionali.
Non è certo la forza militare ad essere carente, considerando che la Marina militare italiana nelle principali analisi internazionali (Global Firepower, IISS, think tank NATO) si pone come tra le prime 12 a livello globale e tra le prime tre a livello europeo con la Royal Navy e la Marine Nationale ed in alcuni segmenti specifici (Mediterraneo, proiezione anfibia, qualità tecnologica), l’Italia è ritenuta tra le più avanzate in assoluto. Un impegno a fianco dell’alleato americano e ai Paesi del Golfo Persico, a noi così cari, non stonerebbe agli occhi di qualsiasi analista, anche in funzione di una riapertura verso Israele, ultimo baluardo contro l’arroganza islamista che rischia di travolgere l’Occidente.
Sigonella, riletta oggi, non è il simbolo di una sovranità pienamente esercitata. È il punto in cui emerge una costante: l’Italia afferma il principio, ma fatica a governarne le conseguenze. La linea che va dal Lodo Moro alla gestione di Abu Abbas fino alle scelte contemporanee, mostra una continuità. Evitare lo scontro non elimina il costo, lo rinvia. E quando riemerge, lo fa in un contesto meno controllabile. Come ricordava Carl von Clausewitz, “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi”. A Sigonella accadde l’inverso: fu la politica a rinunciare agli strumenti necessari per chiudere davvero il conflitto che aveva appena gestito.
