Tunisia: rotte criminali e non solo, Salvini non ha torto

Gli itinerari dei trafficanti di esseri umani utilizzati come autostrada per la jihad

In questo periodo, dove le polemiche pre e post elettorali sull’immigrazione clandestina hanno costituito il tema di maggior risalto sulle cronache nazionali e non solo, le parole del neo ministro degli interni Matteo Salvini non hanno mancato di suscitare clamore e commenti, anche sarcastici, da parte delle opposizioni. In particolare, l’affermazione relativa alla Tunisia quale paese “esportatore di criminali”, ha avuto una larga eco internazionale, pur essendo corroborata da dati di fatto indiscutibili che non possono essere sottovalutati in tema di sicurezza del Paese.

E’ chiaro che la frase del leader della Lega non si riferisse alla Tunisia in quanto Stato, piuttosto a una realtà legata all’immigrazione clandestina verso il nostro Paese, dove a farla da padroni sono le bande criminali del paese nordafricano e, non in ultimo, da elementi connessi all’eversione islamica interessati a usufruire dei traghettatori per infiltrare in Europa operativi legati a entità terroriste.

Il fenomeno non è nuovo e, sebbene le rotte marine siano diventate il fulcro delle attività di smistamento di jihadisti solo negli ultimi anni, il fatto sembra essere stato ampiamente sottovalutato dagli apparati di sicurezza, tant’è che in più di un’occasione le cronache hanno riportato l’approdo di barconi sulle coste sarde e siciliane, di soggetti segnalati per terrorismo che, successivamente ai controlli, sono  comunque riusciti a fare perdere le proprie tracce. 

E’ il caso dello sbarco a marzo di quest’anno, quando nell’agrigentino approdò un barcone carico di clandestini che si diedero subito alla macchia. Il natante era registrato a Monastir, località della Tunisia non lontana da Sousse, dove opera un consistente numero di fiancheggiatori dell’Isis che, in qualche caso, sono giunti a recitare sermoni infuocati nelle moschee cittadine a scopo reclutativo.  Nelle città costiere della Tunisia, in particolare a Sfax, Sousse, Mahdia e Gabes le organizzazioni criminali operano di concerto con quelle libiche che si occupano, per lo più, di  condurre oltre i confini tra i due Stati i gruppi di clandestini intenzionati a compiere la traversata alla volta del nostro Paese.

L’attività dei trafficanti di esseri umani

Una volta raggiunte le mete costiere, i trafficanti tunisini si occupano di smistare i gruppi in edifici sotto il loro controllo in attesa della data di partenza. È a questo punto che intervengono gli inviati dei network jihadisti che, a seconda della provenienza e della lingua dei soggetti, provvedono ad inserire alcuni miliziani pre-selezionati tra i candidati al viaggio. Tra le fazioni più impegnate nel traffico di esseri umani, di concerto con i criminali comuni, spicca Ansar al Sharia, gruppo originariamente legato ad al Qaeda che negli ultimi anni ha visto i suoi membri transitare nei ranghi del Daesh, migrazione che in Libia ha provocato lo scioglimento dell’organizzazione confluita in toto nell’Isis.  La gestione dei traffici di clandestini , seppure operata in cooperazione, fornisce nuova linfa alle entità in odore di jihad, sia per i non trascurabili introiti economici, sia anche per la possibilità di usufruire delle rotte in chiave logistica. 

La rinascita dello jihadismo nel Maghreb e in Tunisia

Abbiamo già ipotizzato che dietro il fenomeno della rinascita dello jihadismo nel Maghreb e in Tunisia in particolare, ci possano essere figure chiave dell’organizzazione terrorista già note alle cronache giudiziarie italiane. 

Passati indenni dalle carceri nostrane al caos provocato dalle cosiddette primavere arabe, in nord Africa le personalità dei mujaheddin formatisi nelle madaris pakistane ed afghane e successivamente inviati in Occidente, hanno assunto ruoli guida nell’ambito dei gruppi islamisti operanti nel nord del continente nero. Le conoscenze e l’esperienza maturate in Italia e, soprattutto, durante il periodo della loro detenzione, hanno forgiato dei veri e propri capi-bastone per gli adepti e, in chiave prospettica, non si può escludere a priori una loro ricomparsa come già avvenuto nel 2012 a Tunisi durante un comizio del defunto leader di Ansar al Sharia, Seifallah ben Hassine, alias Abu Iyad, che durante la manifestazione apparve affiancato da Essid Sami ben Khemais e Mehdi Kammon, due vecchie conoscenze dell’anti terrorismo italiano di cui si sono perse le tracce.

Secondo alcune fonti i rapporti tra le cellule operanti in nord Africa e il continente europeo sarebbero mantenuti tramite il ben noto circuito carcerario e, non escluso, dall’interno dei centri di accoglienza, da dove le “antenne” jihadiste aggiornano i loro contatti sulle iniziative da attuare allo scopo di rinforzare i ranghi dei gruppi che operano in Europa. 

In quest’ottica si pone la necessità di porre un deciso freno alle attività dei trafficanti di esseri umani che, con le polemiche nostrane innescate in modo spropositato e, francamente irresponsabile, troverebbero terreno fertile per continuare le attività criminali che ben presto potrebbero riportare alla ragione anche chi, in Italia, sottovaluta la problematica.

 

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