Uranio impoverito, vedova militare Liguori: “Lo Stato non ci abbandoni”

“Mille euro al mese non bastano. Per i miei figli voglio una vita dignitosa”

farmacia di turno

Enzo Liguori, sergente maggiore capo dell’esercito italiano, è morto a soli 42 anni per un adenocarcinoma polmonare. Era il 4 novembre del 2015 e quel giorno, tragico scherzo del destino, si festeggiava la festa delle forze armate. Sì, perché anche Enzo sembrerebbe essere un’altra delle numerose persone decedute a causa dell’esposizione all’uranio impoverito. Vittima inconsapevole di un nemico subdolo e all’apparenza innocuo.

Enzo Liguori, sergente maggiore capo dell’esercito italiano

A raccontarci la sua storia, molto simile a quella delle altre vittime, è la moglie

Mercedes Pacileo vive a Napoli insieme ai suoi tre figli di 13, 9 e 7 anniSola e senza un lavoro (quello da insegnante l’ha dovuto lasciare per accudire il marito durante la malattia) vive in una costante precarietà esistenziale. Sono infatti tante le spese a cui far fronte. La voglia di giustizia e il desiderio di tutelare i figli rimasti ingiustamente orfani del padre: ecco come Mercedes riesce a trovare la forza di andare avanti con soli 1000 euro al mese. Ma la pensione ereditata dal marito viene mutilata dalle 400 euro che occorrono ogni mese per pagare l’affitto di casa. Con ciò che resta è dura arrivare alla fine del mese.

Specializzato in missilistica, Liguori  ha fatto parte della fanteria, dei paracadutisti e dei bersaglieri.  Un uomo che aveva fatto del suo lavoro una vera e propria passione, come Mercedes stessa racconta: “Era il 1992, quando Enzo ha iniziato a lavorare nei paracadutisti. Poi nel 1993 la sua prima missione di pace all’estero, in Somalia, dove restò la prima volta due mesi, e  la seconda sei.  Due anni dopo, nel 1995, fu rimosso per esubero. Ma nel 1997 è rientrato ufficialmente in carica, questa volta nella fanteria, vincendo un concorso. Subito dopo partecipò ad altre due missioni, la prima sempre in  Somalia e nel 1998 in Bosnia. E ancora il sergente maggiore andò in Polonia per addestrarsi e, nel 2004, ripartì per quattro mesi in Iraq. Il militare è stato anche per due mesi nel poligono di Capo Teulada, in Sardegna. Poligono che, insieme a quelli di Salto di Quirra, Capo Frasca, Capo San Lorenzo sono ora sotto l’attenta osservazione da parte della commissione d’inchiestaAnche qui, infatti, si sta cercando di far luce sulle vicende che avvolgono non solo i militari ammalatisi nelle missioni all’estero, ma anche quelli che avevano prestato servizio all’interno delle basi militari sarde,  o nelle immediate vicinanze. Anche loro erano stati esposti all’uranio impoverito.

La carriera di Enzo e l’inizio della malattia

“La carriera di Enzo proseguiva come ogni militare si auspica – prosegue Mercedes –  e,  dopo la fatica delle missioni all’estero, nel 2007 fu trasferito nella caserma dei bersaglieri di Bologna, con l’incarico di fuciliere specializzato in missilistica. Poi dal capoluogo emiliano è stato trasferito a Forlì, sempre nei bersaglieri, dopodiché è passato alla scuola di addestramento di Cassino, e subito dopo a quella di Caserta, nella brigata Garibaldi”. Nel 2014 partecipò ad altri addestramenti, questa volta in Val d’Aosta e nuovamente in Sardegna. Dopodichè il militare è ripartito nel mese di luglio per una nuova missione all’estero, questa volta in Afghanistan. Rientrando in Italia dopo cinque mesi, i sintomi della malattia iniziavano a manifestarsi. “Quando tornò dall’ultima missione si sentiva sempre stanco, debilitato. Era il dicembre del 2014. Ad aprile 2015, dopo quattro mesi di tosse incessante, nonostante lui mi dicesse di non preoccuparmi, decisi di fargli fare degli accertamenti. Dai raggi x risultò una massa, ma la dottoressa ci disse che era solo un focolaio di polmonite da curare con una semplice terapia antibiotica. Non mi fermai a quella diagnosi e lo portai da un altro medico che, appena lo visitò, gli prescrisse d’urgenza una tac dal risultato inequivocabile e che lasciava davvero poco spazio alle speranze: adenocarcinoma polmonare con metastasi ai linfonodi del mediastino”. Subito dopo il militare fu ricoverato a Napoli, all’ospedale Monaldi, nel reparto oncologico di pneumologia. Venne eseguita una biopsia, dalla quale purtroppo risultò che l’adenocarcinoma polmonare era già del 4° stadio, in stato avanzato.

Il decorso della malattia e il calvario della famiglia

“Mio marito iniziò con una chemioterapia classica, per poi effettuarne un’altra, definita biologica.  Ma dopo due mesi le condizioni di Enzo, anziché migliorare peggiorarono. Si erano infatti create altre masse al fegato, ai linfonodi, alle ossa e più di 21 metastasi cerebrali. Enzo era a conoscenza solo del tumore al polmone e alle costole, non volevo che cadesse ancora di più in depressione ”. Non furono mesi facili.

“La malattia  progredì velocemente – continua Mercedes – A settembre dello stesso anno, era il 2015, abbiamo scoperto che mio marito aveva avuto anche un’embolia polmonare che peggiorò di netto la situazione. Dopo neanche due mesi Enzo è morto fra molteplici sofferenze. Non camminava più, aveva perso anche la voce e non riusciva più a mangiare, deglutire. L’uomo pieno di vita e forza che ho amato aveva perso la battaglia più importante, quella per la vita, ma non il coraggio mostrato fino alla fine”.

Il triste epilogo e l’invasività dei tumori che Mercedes ha documentato, ricalca in maniera quasi identica quella attestata negli altri militari, malati o deceduti. Anche loro, proprio come Enzo e la moglie, non pensavano minimamente al nesso causale da esposizione all’uranio impoverito, a cui il militare era stato esposto. Una vicenda sulla quale la vedova tenta ora di far luce attraverso gli esami nano diagnostici.

“Assolutamente non abbiamo pensato al nesso causale dell’esposizione all’uranio – racconta Mercedes – Anche se io gli chiedevo di fare la causa di servizio, perché insospettita da questo tumore ai polmoni in un uomo che non aveva mai fumato o fatto una vita irregolare, anzi tutt’altro. Mio marito correva tutte le mattine, era un amante della vita sana, per questo insistevo perché lui chiedesse qualche tutela in più. Ma lui niente, voleva tornare al lavoro. Lavoro che dopo 91 giorni di aspettativa non ha mai più ripreso, date le sue condizioni. Ho capito di avere ragione dopo aver letto un libro inchiesta che riportava non solo gli effetti dell’uranio impoverito, ma più di una testimonianza su vicende uguali a ciò che è accaduto a Enzo.  Da quel momento – continua – ho capito che era mio diritto richiedere ciò che mi spetta. Così nel 2016 mi sono messa in contatto con Domenico Leggiero, il responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio Militare, che ha preso in mano il mio caso insieme all’avvocato Tartaglia”.

E, anche se Mercedes non lo dice, la sua situazione da sola, con neanche 600 euro mensili, è veramente precaria. Nonostante l’aiuto delle sorelle e di un’associazione che sostiene gli orfani dei militari deceduti, la quotidianità per lei e i suoi figli è davvero dura. Mercedes non può lavorare perché deve occuparsi dei suoi figli. Per questo, tempo fa, gli stessi militari e i colleghi del marito avevano fatto una colletta per sostenere la famiglia del militare deceduto.

Anche Ofcs.report raccoglie l’appello divulgando la storia di Mercedes: “Ogni giorno è una battaglia per sopravvivere. Per me e miei figli non voglio una vita agiata, ma una vita normale, serena. Abbiamo già perso tanto e sofferto abbastanza”.

Per tutti coloro che vorranno sostenere Mercedes e i suoi ragazzi ecco di seguito il suo IBAN della postpay: IT81A0760105138229132329140

Tutto il ricavato andrà direttamente sul conto della vedova Liguori .

@MaryTagliazucch

 

 

 

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