2.000 foreign fighters non sono schedati: ecco i buchi nella sicurezza europea

Frammentata, vulnerabile, poco decisa e lenta. L’Europa, all’indomani degli attacchi terroristici di Parigi e Bruxelles, si scopre impreparata ad affrontare la minaccia jihadista e non solo. Lo scambio di informazioni tra gli Stati membri stenta a decollare, lasciando enormi spazi di manovra  all’Isis. Basti pensare che su 5000 foreign fighters partiti dall’Europa per combattere con lo Stato islamico, meno di 3000 risultano schedati nei database di Europol e nel Sistema informativo di Schengen. Allo stato attuale solo cinque Stati membri risultano attivi e costanti nell’aggiornamento. È la prova che la “Eu intelligence community”, che dovrebbe essere il centro di incontro e fusione dei servizi informativi e di intelligence europei, rimane un’entità che continua a scambiare informazioni su base di reciprocità.
Non è escluso che nei prossimi mesi la presidenza di turno Ue, in collaborazione con la Commissione europea possa presentare una roadmap che individui a breve/medio termine le azioni necessarie per l’attuazione di misure che portino al conseguimento della cooperazione oggi mancante. Probabilmente non servirebbe aggiungere nuovi pezzi per risolvere le lacune. Le strutture in realtà già esistono e si chiamano Europol, Intcen (Intelligence center nell’ambito del servizio per l’azione esterna dell’Ue – Eeas), l’intelligence militare che fa capo all’Eu military staff e non ultimo un coordinatore antiterrorismo dell’Ue istituito nel 2007 in seno al Consiglio. L’attuale livello di cooperazione, però, ha mostrato i suoi limiti e non ha consentito di contrastare sufficientemente un fenomeno complesso come quello del terrorismo jihadista, che è riuscito a trarre vantaggio proprio dalle zone grigie esistenti nella cooperazione tra Stati membri, anche geograficamente vicini, come nel caso di Francia e Belgio.
Il Centro europeo antiterrorismo presso Europol mostra, purtroppo, evidenti limiti nel processo di raccolta dati che non consentono di considerarlo, a tutti gli effetti, un “centro di intelligence” a causa della carenza di autonomia funzionale e l’impossibilità di procedere alla raccolta diretta delle informazioni. Inoltre, l’Eu intelligence analysis centre non riceve e non produce operational intelligence.
Da aprile 2015 la Commissione europea ha indicato, in un’ampia agenda sulla sicurezza, alcuni piani d’azione per incrementare in maniera efficace la capacità collettiva di combattere un nemico che nasce e si sviluppa all’interno delle nostre stesse società.

Ecco alcune delle tappe fondamentali previste nell’Agenda europea.

Dall’attacco alla redazione del giornale francese Charlie Hebdo in poi, quando l’Europa ha finalmente realizzato di essere nel mirino del fondamentalismo islamico, sono stati fatti progressi nell’attuazione dell’Agenda Europea sulla sicurezza sin dalla sua adozione. Innanzitutto sono stati adottati piani d’azione per gli aspetti che richiedono un’attenzione prioritaria, ossia le armi e gli esplosivi (dicembre 2015), l’intensificazione della lotta contro il finanziamento del terrorismo (febbraio 2016), e il 6 aprile 2016 è stata adottata la Comunicazione relativa a sistemi di informazione più solidi ed intelligenti per le frontiere e la sicurezza.
La responsabilità della sicurezza interna, però, rimane in primo luogo in capo agli Stati membri. Tuttavia, la minaccia terroristica che incombe sui cittadini europei ha un carattere sempre più diversificato che supera le frontiere. Per questo l’Europa pensa allo sviluppo di nuove forme di cooperazione permanenti, al fine di avvicinare quanto più possibile l’attività di Europol, Eurojust, servizi di intelligence, forze di polizia ed autorità giudiziarie. Questo in sintesi il contenuto della comunicazione della Commissione adottata recentemente (20 aprile 2016), laddove partendo dall’identificazione delle lacune e delle carenze riscontrate in occasione degli attacchi che hanno coinvolto Bruxelles, si è cercato di individuare quali azioni si rendono ancora necessarie per dare attuazione in maniera concreta alla lotta contro il terrorismo secondo un approccio comune.
La Comunicazione, che giunge a circa un anno di distanza dall’adozione dell’Agenda europea per la sicurezza, tende essenzialmente a fare il punto della situazione e sui progressi compiuti nell’attuazione del contributo dell’Ue agli sforzi nazionali per contrastare il terrorismo.
Gli attacchi a Parigi e Bruxelles, ad esempio, sono stati perpetrati da individui radicalizzati, noti alle forze di polizia, spesso con un’esperienza nella criminalità organizzata, che presentavano un elevato rischio per la sicurezza a causa della loro capacità di circolazione, priva di ostacoli a livello nazionale e tra Stati membri. Alcune delle persone coinvolte negli attentati, inoltre, erano attenzionate dai servizi di intelligence. Nonostante questo hanno potuto beneficiare del supporto logistico delle reti locali, che hanno consentito loro di rimanere nascoste e pianificare gli attacchi.

Il 1 gennaio 2016, Europol ha istituito il Centro europeo antiterrorismo quale piattaforma attraverso cui gli Stati membri possono incrementare la condivisione delle informazioni e la cooperazione operativa in materia di sorveglianza e di indagine di potenziali terroristi, monitorare il fenomeno dei foreign fighters, il traffico illecito di armi da fuoco ed il finanziamento del terrorismo. Il Centro dovrebbe fungere da punto nodale dello scambio di informazioni tra le autorità di contrasto in materia di lotta al terrorismo negli Stati membri dell’Ue e fornire supporto operativo, il coordinamento e le competenze per le indagini degli Stati membri, nonché una capacità di sostegno strategico e proattivo nel contrasto alla radicalizzazione. Al di là degli intenti e della buona volontà manifestati in occasione dei vari Consigli europei, allo stato attuale soltanto sei Stati membri hanno effettivamente contribuito alla costituzione del predetto Centro antiterrorismo con il distacco di propri esperti. L’attività di info-sharing, presenta ancora forti debolezze ed ostacoli. Gli Stati membri difficilmente rinunciano alla loro sovranità nazionale, l’approccio funzionale adottato è anche in questo caso a geometria variabile e sono pochi quei Paesi che hanno adattato la metodologia in termini di raccolta informativa e di analisi alla minaccia jihadista contemporanea.
A questo si aggiunge il cosiddetto “Club de Berne”, un forum dove i direttori dei servizi d’intelligence e di sicurezza degli Stati membri dell’Unione Europea, più la Norvegia e la Svizzera, s’incontrano regolarmente per discutere argomenti d’intelligence e di sicurezza e scambiano informazioni attraverso il CTG, il Gruppo per il Contro-Terrorismo (appositamente istituito all’indomani dell’11 settembre 2001).
Negli ultimi tempi si è più volte invocata la necessità di un’intelligence europea, se non addirittura di una comune agenzia di intelligence per l’Europa. Si tratta, però, di un’ipotesi poco adattabile alla realtà europea per una serie di motivi. Sotto il profilo formale è noto il rapporto esclusivo che esiste da sempre fra apparati informativi ed autorità politiche nazionali. Sotto il profilo pratico, visti i meccanismi interni alle Istituzioni comunitarie, si rischierebbe di bloccare l’operato della potenziale struttura nelle more di quella burocrazia amministrativa che caratterizza i palazzi dell’Ue. Per non parlare poi del livello di sicurezza nell’ambito delle istituzioni per quanto attiene al trattamento delle informazioni che ha visto negli ultimi anni più casi di fughe di notizie.
Le difficoltà nella cooperazione traspaiono chiaramente nel caso dei foreign fighters. Su circa 5000  soggetti partiti dall’Europa e adesso a servizio dell’Isis, meno di 3000 risultano schedati nei database di Europol e nel Sistema informativo di Schengen. Si tratta di cittadini europei, per lo più immigrati di seconda generazione, che decidono di andare a combattere nelle file jihadiste per poi rientrare a casa sfruttando la libera circolazione alle frontiere Ue per i cittadini comunitari.

 

 

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