Erdogan, il paradosso del genocidio contro Netanyahu
É notizia di qualche giorno fa. La “giustizia turca” (sembra un ossimoro ma in realtà esisterebbe una Corte di Giustizia anche lì ad Ankara), ha emesso un mandato di arresto per il Primo Ministro di Israele Benjamin Netanyahu e per alcuni Ministri del suo governo. Se non ci fosse da piangere ci sarebbe da ridere. La Turchia, paese che ha commesso il genocidio degli armeni con milioni di morti nel secolo scorso, crimine mai riconosciuto dal governo turco e per il quale non si è mai addossato le proprie responsabilità, accusa Israele di genocidio nei confronti dei palestinesi.
Erdogan, il bullo di Ankara che approfittò del tentato golpe più scalcagnato della storia, teoricamente ordito nei suoi confronti, per liberarsi di magistrati, avvocati, politici, giornalisti e persone di cultura a lui ostili, sbattendoli in carcere senza dibattimenti ed equi processi. Erdogan che ha stravolto i connotati di una Turchia laica e moderna, come era quella lasciata in eredità da Ataturk, per trasformarla ideologicamente nell’ennesima enclave fondamentalista islamista dell’area che difende, protegge ed entra in affari con organizzazioni terroristiche come Hamas, cavalcando l’onda del fanatismo.
Erdogan che viene accolto con grandi onori nelle sedi di governo europee, ma non in Europa perché l’Unione Europea non ci pensa proprio ad assorbire nel suo club un elemento scomodo e aggressivo come il leader turco. Erdogan che rimane il socio pericoloso e inaffidabile del Patto Atlantico, la mina vagante della Nato.
Esaltato da Trump come elemento determinante per la tregua di Gaza, fiero difensore della causa islamista a fini propagandistici con mero e astuto calcolo, Erdogan insiste nel provocare Israele e i suoi leader per ergersi a paladino della causa panislamista. Idealmente una sorta di Nasser 2.0, il rais egiziano che provocò guerre e lutti pur di divenire il moderno Saladino della causa araba, alla fine sconfitto e umiliato. Confronto improponibile, però, quello tra l’Egitto degli anni ’60/’70 e il paese del Bosforo, comunque attanagliato da crisi economiche interne e tentativi di proteste e ribellioni come quelle ormai decennali dei curdi.
La Turchia è un grande paese, un crocevia naturale tra Oriente e Occidente, tanto geograficamente quanto culturalmente. Paese di straordinaria bellezza e culla di varie culture, erede di quell’impero ottomano che ha lasciato un segno nella storia e nella geografia dell’umanità e che con Ataturk divenne un paese proiettato a principi democratici ,pur rimanendo ancorato a tradizioni non esattamente tali, con un esercito forte ed equipaggiato, sempre pronto a mobilitarsi all’interno e all’esterno dei confini. Con l’astuto Erdogan grandi sono stati i passi indietro nel rispetto dei diritti e delle libertà individuali. La stampa libera messa a tacere e la restante in mano al regime. La magistratura completamente asservita al giogo del leader di Ankara. L’opinione pubblica timorosa e gli intellettuali ostacolati nel dissenso. Curioso e paradossale, quindi, che proprio dalla Turchia e dal suo apparato giuridico arrivino accuse e sentenze nei confronti di Israele, unica democrazia del Medio Oriente e ai suoi leader. Nel caso di Erdogan, il bullo di Ankara, con le sue sortite provocatorie contro Israele e spesso al limite dell’antisemitismo, per dirla con il poeta “un bel tacer non fu mai scritto”.
