Da relatrice ONU a figura simbolo della frattura geopolitica. Il sedicente avvocato Francesca Albanese è al centro di un vortice di critiche, sanzioni e atteggiamenti controversi. Negli ultimi giorni, la sua figura ha suscitato reazioni dirompenti: sanzioni (finanziare e di viaggio) dagli Stati Uniti, condanne da parte di isole diplomatiche occidentali, ma anche manifestazioni di aperto sostegno da parte di Hamas e dell’Iran. Il suo messaggio, definito “èlite ideologica”, solleva domande su conflitto di ruoli e neutralità.
Sanzioni “senza precedenti” dagli USA
L’8 luglio scorso il segretario di Stato Marco Rubio ha annunciato dure sanzioni contro Albanese, accusata di “campagna di guerriglia politica ed economica” nei confronti di Israele e USA, “antisemitismo sfacciato”, e complicità nel promuovere procedimenti giudiziari contro israeliani e americani presso la Corte Penale Internazionale.
Il congelamento dei suoi beni e il divieto di ingresso negli USA sono presentati come “gesti dovuti” per tutelare interessi strategici; per i critici, il tutto evidenzia che una funzionaria ONU può agire come attivista partigiana, mentre una buona parte dell’opinione pubblica e istituzionale percepisce Albanese come arbitro distorto, se non subdolo strumento di lotta politica.
Sostegno pubblico da Hamas e Iran: la resa dei conti diplomatica
La relatrice è stata applaudita da Hamas e dal regime iraniano, che l’hanno definita “voce legittima della lotta palestinese”. Ricevere appoggio da attori riconosciuti come “sponsor del terrorismo” o dotati di agende geopolitiche contrapposte all’Occidente, solleva interrogativi inquietanti sul suo ruolo “neutrale” e professionale, dato il suo mandato ONU.

Un sostegno che non sorprende: fonti vicine a Hamas avrebbero elogiato Albanese, presentandola come una voce chiave nella denuncia contro Israele. Nello scenario mediorientale, Teheran le ha esplicitamente concesso un riconoscimento politico, caricando le sue posizioni di risonanza geopolitica.
Questa solidarietà non fa che rafforzare le accuse di schieramento pro-Hamas/anti-Israele, avanzate dai suoi critici. Secondo fonti, il legame cresce attorno all’uso di linguaggio come “genocidio” e “regime di apartheid” , e all’azione diplomatica di stampo attivistico che richiama appelli all’embargo e alla responsabilità legale.
Messaggi forti o proclami divisivi?
Albanese ha definito le operazioni israeliane a Gaza come “genocidio” e “apartheid”, invitando alla sospensione dei legami economici e militari verso Israele. Per molti questo va oltre il mandato dell’ONU: le parole diventano strumenti di pressione e divisione internazionale, non contributi al dialogo o alla riconciliazione.
Un bilancio politico per la credibilità ONU
La supposta neutralità ONU è stata infranta dalle posizioni ideologiche radicali sostenute dalla Albanese che sancisce la “responsabilità morale verso i diritti palestinesi” bypassando gli accordi del passato proposti e rifiutati dalla leadership della Striscia di Gaza nel corso degli anni. Troppo spesso la paladina propala ha proposto una serie di rivendicazioni come forma di libertà di espressione e verità, anche in ciò sottovalutando e impunemente ignorando il prologo agli eventi odierni del 7 ottobre 2023.
Oltremodo, la paladina dei propagandisti palestiniani, è palesemente schierata su posizioni apertamente antisemite e, sebbene indirettamente, fornisce un supporto pubblico non certo indifferente alle voci estremiste che si levano in favore degli arabi-palestinesi.
Vi è poi il breve capitolo dell’insostenibilità istituzionale della figura della Albanese, con le accuse rivoltele di aperte violazioni del codice ONU, dei ripetuti viaggi finanziati da lobby pro-Hamas coperti da un più che presunto “cover up” interno.
Un “rapporto” sconclusionato e propagandistico
Inoltre, nel rapporto “From Economy of Occupation to Economy of Genocide” (A/HRC/59/23) pubblicato il 30 giugno 2025, analizza la complicità economica di circa 48 aziende (oltre una banca di dati con oltre 1000 entità) nel supporto all’occupazione israeliana e alle operazioni militari a Gaza, sostenendo che il conflitto sia economicizzato, generando redditi da guerra e quindi incentivando la sua perpetuazione. Nel report, la redattrice, perpetua le definizioni di “atti di genocidio” quelli indicati nella Convenzione ONU del 1948: omicidi, danni, condizioni di vita deteriorate intenzionalmente.
Il tutto laddove si abusa intenzionalmente del termine “genocidio” (57 volte), sproporzionato al contesto storico e politico e dolosamente ignorando le scelte degli arabo-palestinesi dell’uso della violenza per fini politici il cui culmine, il 7 ottobre 2023, è stato la principale causa della reazione di Israele.
Questo in aggiunta ad un “biased” storico e all’ignoranza di contesti complessi il cui culmine nelle dichiarazioni è l’accusa diretta a Israele di essere uno “Stato creato militarmente” e definito “regime apartheid” e “macchina genocidaria” .
La Albanese, con l’utilizzo sistematico del termine “genocidio”, la costruzione di responsabilità economica generalizzata fino a includere grandi aziende globali, la reiterata decontestualizzazione storica del conflitto e, al contempo, il carattere unilaterale delle sue dichiarazioni con l’appello finale a una campagna BDS (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni) verso lo Stato di Israele è stata oggetto di forti critiche anche da UNWATCH, che ha definito il suo rapporto come “unprecedented”.
Una “pedina” in cerca di notorietà
Francesca Albanese è oggi il fulcro di uno scontro globale che, probabilmente, è il reale target dalla stessa anelato: da una parte, si palesa come campionessa della giustizia e difesa degli arabo- palestinesi; dall’altra, viene accusata di avere da tempo immemore abbandonato l’equilibrio, mettendosi in gioco in prima persona in una lotta politica che supera i confini del suo mandato ONU.

Trad: “L’imposizione di sanzioni da parte degli Stati Uniti alla relatrice speciale delle Nazioni Unite sulla situazione dei diritti umani in Palestina, Francesca Albanese, è una cruda espressione della palese propensione dell’amministrazione statunitense nei confronti dei crimini di guerra sionisti e del suo disprezzo per le istituzioni internazionali, i loro rappresentanti e i loro rapporti che documentano la catastrofe umanitaria causata dall’occupazione nella Striscia di Gaza”
Il fatto che trovi sostegno da regimi controversi come Hamas e Iran, mentre riceve sanzioni dagli USA, non aiuta a stemperare le tensioni: ne rafforza invece l’immagine di “schierata” più che di esperta imparziale. Il supporto pubblico di Hamas e del regime teocratico iraniano (fonti imprescindibili in fatto di rispetto dei diritti umani, dell’eguaglianza e dell’inclusione…), la colloca al centro di una contestazione che trascende la dimensione umanitaria, rimarcando la figura della Albanese come platealmente strumentale e foriera di sentimenti anti-semiti e potenzialmente anti-occidentali. Una posizione non solo inutile, ma assai dannosa per i delicati equilibri che dovrebbero essere raggiunti nella regione mediorientale. Una semplice pedina in un gioco più grande, dove le realtà dell’estremismo islamista godono assai nel rilevare come un’occidentale “miscredente” possa sostenere le loro posizioni improponibili, intransigenti e folli. In aggiunta, il senso di repulsione verso una degna rappresentante dei sinistrati italiani votati a schierarsi perennemente dalla parte sbagliata, senza la minima considerazione che tra loro sono presenti anche figure eminenti delle varie comunità ebraiche della Penisola che terranno in debito conto in futuro, quanto possa loro risultare deleterio sostenere l’insostenibile leggerezza dell’essere rappresentati da tali figure. Più in generale, un’altra vittoria di Pirro degli stolti contro la civiltà.
A corredo: una breve carrellata di alcuni video tratti da @Palliwood
