Il Fronte meridionale e non il mero rafforzamento della presenza russa nel Mediterraneo: quando il fattore tempo è parte attiva della geopolitica attuale e le maggiori minacce arrivano da personaggi a dir poco ambigui come il Presidente francese Macron e quello stesso Donald Trump che sarebbe il caso di cominciare a non sottovalutare come fatto da fin troppi osservatori occidentali.
I recenti commenti del Presidente del Consiglio Giorgia Meloni sull’emergere di un “rischio concreto che la Russia possa sfruttare l’attuale instabilità per rafforzarsi ulteriormente in Libia e quindi nel Mediterraneo” vengono letti come una rivelazione strategica, quando in realtà tutto sembrerebbe suggerire che vi sia il rischio dell’apertura di un vero e proprio “nuovo fronte sud” seppur atipico e ancora per procura. Nello specifico il tema di cui nel titolo, o per meglio dire ciò che ad esso promette di conduce, ha fatto la sua timida comparsa nel discorso che Giorgia Meloni ha tenuto il 23 Giugno alla Camera, un discorso che, come ha sottolineato il quotidiano il Foglio in un articolo intitolato “La Russia in Libia, la minaccia che si finge di non vedere”, avrebbe meritato più attenzione di quella che ha ricevuto.
Per certo, infatti, ha continuato giustamente il Foglio il 25 Giugno, il tema “non è stato il più citato nelle agenzie, non aprirà i telegiornali, non mobiliterà i sentimenti dei pacifisti da salotto. Eppure è probabilmente uno dei punti più rilevanti delle comunicazioni in vista del Consiglio Europeo del 26 e 27 Giugno” considerato che, come detto in apertura, “riguarda la Libia, e il ruolo crescente della Russia nel Mediterraneo”.
La Meloni lo ha detto, ancorché in modo sibillino, a margine del ragionamento su instabilità e migrazioni, come se volesse gettare il classico sasso nello stagno per mettere giustamente alla prova la capacità dell’aula – e dei suoi avversari – di ascoltare anche se su tutto grava il peso del mai sciolto nodo del Lodo Moro alle cui regole non scritte ha recentemente palesemente dimostrato di essere fedele, con buona pace delle dichiarazioni rese in aula.
Dichiarazioni volte a lasciare intendere a “chi di dovere” di voler continuare la solita, tutto sommato, ben poco pagante politica del piede in due scarpe che rende ambigua qualsiasi sua affermazione giacché poco e male si conciliano affermazioni come le due che qui desidero proporre al giudizio del lettore e, a mente serena, alla stessa Premier, sempre se vorrà e potrà avere la bontà di leggere questo scritto:
- “Approfitto, in primo luogo, per confermare quanto è già stato dichiarato dal Ministro degli Esteri Tajani e dal Ministro della Difesa Crosetto, in questi giorni, circa il fatto che nessun aereo americano è partito da basi italiane e che la nostra Nazione non ha in alcun modo preso parte all’operazione militare” e
- “Sulla crisi, la posizione del governo italiano rimane una posizione chiara. Noi consideriamo molto pericolosa l’ipotesi che l’Iran si doti dell’arma nucleare. Un Iran come potenza nucleare non rappresenterebbe solamente un pericolo vitale per Israele, ma avvierebbe una rincorsa a dotarsi di armi atomiche da parte degli altri attori dell’area, innescando un effetto domino che sarebbe molto pericoloso anche per noi”
Tanto a maggior ragione dopo quanto espresso da Medvedev a proposito del programma militare nucleare iraniano del quale ha confermato, motu proprio, l’esistenza senza se e senza ma.
Per somma, e questo sia detto senza spirito polemico, il triplice diniego non richiesto quanto al non coinvolgimento delle basi italiane nel recente attacco israelo-statunitense ai siti nucleari iraniani non può non essere letto come una conferma ufficiale dell’esatto contrario in ossequio a due consolidati principi ascrivibili, nell’ordine, agli antichi Romani e -secondo tradizione non confermata- ad Otto von Bismark, che testualmente recitano: “Excusatio non petita, accusatio manifesta” e “Non credo a nulla finché non è ufficialmente smentito”.
Tornando all’oggetto del presente articolo, redatto con l’intento propositivo di chi auspica che possa finalmente prendere forma e sostanza un vero dialogo chiarificatore tra le Cancellerie europee, e quindi tra queste e Washington, merita per certo dare risalto ad una interessante considerazione della Premier Meloni allorché la stessa ha sottolineato che “l’Est e il Sud della Libia sono già le principali teste di ponte della proiezione militare russa in Africa”: una considerazione che non poca forza imprime alla sottolineatura da parte della stessa Meloni di quel “rischio concreto che la Russia possa sfruttare l’instabilità attuale per rafforzarsi ulteriormente in Libia e quindi nel Mediterraneo” che impone all’Unione europea di prendere atto del fatto che se il fronte ucraino è il punto più visibile dello, a suo dire, scontro fra Europa e Russia, quello libico potrebbe presto diventare il più insidioso.
Dove, detto per inciso, quell’a suo dire sta a sottolineare il mancato distinguo tra il conflitto russo-ucraino è quello che per vie traverse pare prospettarsi in un non troppo lontano futuro tra la EU, come tale, e la Federazione Russa nell’area Mediterranea: un conflitto che a differenza del precedente vede in primis come contendenti l’Europa come tale e non solo come parte della NATO. Tanto dicasi in ossequio al fatto che mentre in quello ucraino la EU vi è entrata trascinata dagli USA, in quello in fieri nel Mediterraneo pare essere entrata di propria iniziativa per tutta una serie di ragioni strategiche che la contrappongono, tra gli altri, ad Ankara.
Il distinguo che qui si é voluto operare non è puramente formale in quanto le scelte strategiche che l’Europa é chiamata a fare in questo secondo caso sono altro da quelle in qualche modo derivanti dal fatto che l’attacco russo all’Ucraina ha avuto fin dall’inizio il preciso scopo di indebolire la NATO, in senso lato, e la leadership statunitense, in senso stretto:
- o grazie alla facilmente prevedibile, ancorché non scontata, defezione dal fronte sanzionatorio imposto da Washington, in primo luogo della Germania, legata da anni a Mosca anche per quanto riguarda le vitali forniture energetiche via Nord Stream; così come di quell’Italia cui le sanzioni a Mosca era parimenti prevedibile avrebbero portato un pesante aggravio dei conti pubblici, di fatto insostenibile, per la lievitazione della spesa energetica;
- ovvero a causa dell’emersione di tutta una serie di distinguo continentali che avrebbero portato a stressare l’Unione Europea facendo esplodere, cosa di fatto avvenuta, le contraddizioni interne ad una EU incapace di superarle. Contraddizioni che, per somma, avrebbero fatto emergere la ben scarsa voglia dei popoli europei di immolarsi su un improbabile campo di battaglia soprattutto per conto terzi;
e che solo ora é diventato un reale confronto tra la EU e Mosca visto il concreto mutato atteggiamento degli Stati Uniti del dopo Biden che si sono bellamente ritirati lasciando che a sbrogliare l’intricata questione se la vedano in qualche modo i soli Europei.
Quegli Europei la cui difficile posizione rispetto al MENA è, comunque la si voglia mettere, una diretta conseguenza anche delle macchinazioni di una Francia che per lo più ha brigato fin dai tempi della Prima Guerra Libica per giocare, di fatto con ben scarsi risultati, le sue carte truccate, a cominciare dal suo ben poco opportuno apparentamento al multigiochista Gen. Khalifa Haftar, per cercare di sopravanzare la leadership tedesca nella Unione Europea, o per meglio dire quel che ne è via via rimasto.
A tale proposito merita ricordare che gli ambigui rapporti dell’Eliseo con Haftar sono iniziati nel lontano 2015, anno in cui Parigi ha incominciato a fornirgli con discrezione supporto militare (includendovi forze speciali e consiglieri, come reso noto alla fine di Febbraio 2016 da una fonte militare rimasta anonima che in questo senso si era espressa con i giornalisti del quotidiano francese Le Monde), e per certi versi solennizzati nel Febbraio del 2019 allorché il Presidente Macron lo ha ricevuto all’Eliseo riconoscendolo come attore chiave del processo di stabilizzazione della regione –concetto ribadito da Macron il 26 Febbraio del 2025 in occasione di un ulteriore incontro avuto con Haftar a Parigi.
Detto per inciso, per tutto quanto concerne Parigi si ha che Haftar è stato preso in esame da tempo come stabilizzatore contro gli estremismi islamici e garante degli interessi energetici francesi in Libia/Sahel adottando una duplice politica –sostegno pubblico al GNA ed appoggi non palesi a Haftar– che non poco ha incrinato l’unità europea, con Berlino che accusa a ragione Parigi di ambiguità strategica.
Una ambiguità confermata dalla piattaforma libica “Fawasel Media” che, citando fonti vicine al Comando generale di Haftar, ha riferito che i colloqui del Febbraio 2025 si sono concentrati non poco su dossier strategici affrontando tematiche i temi principali, “la crescente influenza russa e i recenti accordi militari con la Bielorussia”, il caso di Mahmoud Saleh – leader dell’opposizione nigerina arrestato in Libia, la cui mancata estradizione ha generato frizioni regionali – e “il ruolo della Francia nella gestione della base di Al Wigh”, situata nel sud della Libia, il tutto in un contesto che ha visto “il riavvicinamento militare tra Haftar, Russia e Bielorussia suscitare non poca preoccupazione nell’Unione Europea e nell’Italia, che vedono questa influenza come una minaccia alla stabilità della Libia e alla sicurezza del Mediterraneo”.
Una preoccupazione legittima fatta propria anche dagli Stati Uniti la cui USAF ancora il 26 Febbraio 2025 ha condotto attacchi aerei in collaborazione con le forze libiche per rafforzare l’integrazione militare tra Oriente e Occidente e quindi limitare, o per lo meno cercare di limitare, l’influenza russa monitorando i movimenti dei militari russi in Libia.
La domanda sul tappeto ancora a Febbraio 2025 era, premesso che “le visite all’estero di Haftar riflettono i suoi sforzi per assicurarsi sostegno militare e politico alla luce del crescente conflitto internazionale sulla Libia” mentre “la sua alleanza con la Russia e la Bielorussia rafforza l’influenza russa in Cirenaica”, “gli Stati Uniti si stanno muovendo per contenere questa espansione attraverso la cooperazione militare” e “la Francia cerca di stabilizzare la sua presenza”, “riuscirà Haftar a bilanciare e gestire il conflitto russo-americano-europeo? Riuscirà Washington a limitare la presenza militare della Russia in Libia?”
Purtroppo di lì a poco la risposta, decisamente negativa, non ha tardato molto a congelare i facili entusiasmi di una, a quanto pare, alquanto impreparata Premier Meloni che, tuttavia, a ben guardare, sembra stia pagando di suo un prezzo politico decisamente alto anche per le evidenti carenze del sistema informativo italiano di supporto all’attività del Governo del Paese.
Di un sistema che pare incontrare difficoltà notevoli sia per quello che riguarda la decrittazione in tempo reale delle informazioni, che per tutto quanto attiene all’OSINT istituzionale, al punto che è lecito supporre che il comparto necessiti di una decisa e salutare ricalibrazione da attuare in tempi brevi se solo consideriamo quanto emblematicamente emerso, ahimè fin troppo tardivamente, relativamente alla questione cruciale della base Al Wigh, di cui sopra, ed alla questione libica in senso lato se solo si considera che la questione del controllo di tale base è di fondamentale importanza essendo la stessa collocata, come del resto altre analoghe strutture, a guardia di una via d’accesso alla Libia di migranti provenienti dall’interno del continente africano e del cui flusso verso la costa libica e da questa verso le coste meridionali dell’Europa potrebbe avvantaggiarsi chi volesse militarizzarlo par farne un’arma non convenzionale con cui destabilizzare l’intero sub-continente europeo, quindi la EU ed in definitiva la NATO.
Tanto, ovviamente, per non parlare, date le circostanze, della al momento assurda aspettativa della Premier Meloni quanto al successo del ripescato Piano Mattei. Assurda a causa della oggettiva perdita di credibilità e vulnerabilità non solo dell’Italia, ma anche dell’intera EU, e ciò nonostante il canale diplomatico e politico aperto da Roma con Haftar. Un canale troppo penalizzato dal carattere da sempre eccessivamente ondivago della politica estera di Roma che non può certamente, al momento, essere compensato dalle fattive collaborazioni attivate nel digitale, nella Sanità e nella formazione.
Ed infatti, nello specifico della or ora summenzionata base, il declino della presenza militare francese nella regione ha fatto sì che l’ipotesi formulata dall’Agenzia Nova a Febbraio del 2025 circa il surrettizio passaggio di mano della stessa dalla Francia alla Federazione Russa (un passaggio supposto formalmente in via di attuazione grazie al reclamo della stessa da parte del Gen. Haftar al fine di rafforzare il proprio controllo, e conseguentemente quello di Mosca, su un’area –quella del Fezzan– di notevole importanza strategica sia per le sue risorse che per il controllo delle rotte sahariane di grande importanza dirette verso Sudan, Mali, Ciad e Repubblica Centrafricana) diventasse di fatto realtà, oltretutto in un contesto già caratterizzato da una ampia penetrazione dei Russi nel Paese, come ampiamente rendicontato da un articolo di Sophia Yan pubblicato sul The Telegraph il 3 Dicembre 2024 ed intitolato “Pictured: How Russia is expanding its military foothold in Africa”.
E dico “di fatto realtà” poiché, anche se al momento non esistono conferme ufficiali né da parte libica né da Mosca, fonti come Military Africa e Blue News –a quanto sembra non ancora prese adeguatamente in considerazione– riportano che a Maaten al-Sarra, prossima ad Al Wigh (come del resto Al Jufra, Barak al-Shanti, al-Khadim, al-Qardabiya, e Tamanhint in varie zone del Paese) appare essere una struttura ripristinata, su concessione del Gen. Haftar, da forze russe costituite esclusivamente da mercenari di quella che fu la Wagner, ovvero facenti capo ad un più ampio sistema operativo russo, è lecito supporre, a maggior ragione ora che la caduta di Bashar al-Assad in Siria ha costretto il Cremlino a riconsiderare i propri obiettivi strategici nel Mediterraneo ed in Africa, con buona pace dell’Unione Europea e della NATO, che la porta di Al Wigh sia in mano russa, con tutto ciò che da questo può conseguirne.
Alla luce dei fatti sin qui presi in esame e delle correlate ipotesi, personalmente ritengo che per logica quel “di fatto realtà” di cui sopra dovrebbe imporre a chi di dovere di agire cautelativamente come se la formula dubitativa fosse stata sciolta in senso affermativo, e questo per ovvie ragioni di sicurezza, promuovendo per somma un confronto schietto e finalmente chiarificatore tra i partner europei, nonché tra questi e gli Stati Uniti, in quanto i giochi di potere e le prese di posizione non coordinate dei vari Governi in questione al momento possono solo dare un ulteriore supporto alle mire della Federazione Russa e di Ankara indebolendo ulteriormente la già non in buona salute EU e la stessa NATO.
Tanto a maggior ragione se a questo aggiungiamo che la visita del generale Khalifa Haftar a Parigi dello scorso Febbraio si è inserita in un contesto di particolare rilievo per due ragioni:
1)l’essere giunta dopo il non sereno incontro tra Macron e Trump, incontro durante il quale il presidente statunitense ha pubblicamente elogiato Giorgia Meloni davanti ai giornalisti, attribuendo alla Premier italiana, ma alla luce dei fatti non è dato capire su quali basi, un ruolo guida in Europa a discapito di quel Macron che le parole di Trump ha sicuramente indebolito. Il tutto con uno spirito che riporta alla mente quanto caratterizzò la politica statunitense in quell’Indocina dalla quale l’alleato francese venne estromesso a seguito della famosa battaglia di Dien Bien-Phu vinta dai Vietnamiti sicuramente non utilizzando armamenti di provenienza americana, ma per certo con un atteggiamento da parte statunitense di non troppo rammarico visto il ben scarso accoglimento delle mai sopite mire neocolonialiste francesi che molti decenni dopo ne hanno determinato la messa alla porta dalla Francafrique;
2)l’essere avvenuta dopo i significativi sviluppi militari nel Fezzan che hanno rafforzato il controllo di Haftar sul confine libico-nigerino, consolidando la sua influenza regionale ed il suo ruolo interlocutorio che finisce per essere tanto più strategico quanto maggiore risulta essere la presenza russa nel Sahel, dove Mosca opera attraverso gli “Africa Corps”, ovverosia per mezzo dell’entità statale russa nata dal fulmineo rebranding del 2023 della Wagner posto da subito alle dirette dipendenze del GRU (il servizio segreto militare russo), e per tanto direttamente gestita dal Ministero della Difesa di Mosca, avente l’obiettivo di ufficializzare e riorganizzare la presenza e gli interessi russi nel continente, allontanandoli dall’influenza occidentale.
In definitiva, poiché così stando le cose appare evidente che quello degli Africa Korps, come pure il tema della frammentazione europea direttamente correlato a quel doppio gioco francese che oltre a ridurre l’efficacia delle politiche comunitarie finisce per accentuare le divisioni tra Parigi e Berlino –(tanto per non parlare delle ambiguità della stessa White House che sommandosi a quelle francesi indeboliscono non poco la linea ONU, così come l’appoggio occulto o ambiguo di Francia e USA ad Haftar intacca direttamente quella leadership tedesca che vede Berlino rimanere impegnata in un ruolo mediatico multilaterale totalmente inficiato dalla unilateralità strategica di Parigi e dal non-allineamento USA)– sono aspetti tutt’altro che secondari della questione qui affrontata, la domanda che sorge spontanea è per quale ragione nulla di tutto questo compaia tanto nella prolusione della Meloni in previsione del Consiglio Europeo del 26 e 27 Giugno, quanto nel documento conclusivo dei lavori.
Una duplice mancanza che finisce per incrinare non poco l’immagine pubblica della Meloni, la reale fondatezza del suo Piano Mattei, nonché il reale peso politico del suo esecutivo reso a parole da Trump.
Una mancanza per somma ancora meno comprensibile se solo si osserva che certi concetti dovrebbero essere stati ampiamente acquisiti da molto tempo a questa parte per poter predisporre il tempestivo arginamento tanto dell’ambiguità statunitense, quanto della controproducente proiezione strategica di quella Francia che negli anni passati ha giocato partite divergenti su Tripoli, tradendo inutilmente ogni velleità di coesione strategica in quanto alla fine divenne oggetto e vittima a sua volta di quel medesimo modus operandi che, poi, segnò l’inizio del suo declino.
Un qualcosa di cui stranamente, a quanto pare, nessuno, nemmeno l’intelligence nazionale, si rese conto a suo tempo per non é dato capire quali arcane ragioni visto che chiunque avesse competenze OSINT avrebbe potuto scriverne come perfino io stesso feci diffusamente, pur operando al di fuori dei circuiti istituzionali, già nel lontano Agosto 2023. A tale proposito si leggano:
- 1)“Parigi brucia, ma l’incendiario chi é?” recentemente integrato da una disamina della strategia ambigua di uno dei protagonisti del momento ancora attivo su piazza:
- 2)“Gen. Khalifa Haftar: il multigiochista venuto dal freddo”.
Dato il momento storico credo che porsi certe domande, anche e soprattutto a livello istituzionale, sia oltremodo doveroso oltre che necessario sicché é in questo senso che mi sono permesso queste autocitazioni.
Una possibile risposta ai quesiti proposti, reputando poco attendibile l’ipotesi secondo la quale tutto sarebbe da ascrivere all’incompetenza dei Servizi, é quella che ci porta ad ascrivere il tutto a quell’area trasversale, che va dalla sinistra pacifista alla destra isolazionista, che si ostina da anni a leggere quella libica come una mera questione migratoria, o peggio, solo come un problema “degli altri”, cosa che di fatto non è.
Come é oramai più che evidente se é vero che una Libia frammentata è stata in passato il luogo ideale per l’espansione russa nel continente, al punto che la Wagner prima e l’esercito regolare russo poi hanno trovato sponde solide nell’Est del Paese, é altrettanto vero che una Libia unificata quale quella che si sta profilando all’orizzonte, saldamente in mano al Gen.Haftar è pure peggio, ed in questo senso bene ha fatto la Premier Meloni a cercare di far comprendere, in qualche modo, che chi si rifiuta di vedere in Libia una frontiera avanzata della sfida tra l’ordine internazionale e le autocrazie revisioniste, è parte egli stesso del problema, visto che mentre l’Italia cerca –con tutti i limiti del caso – di tenere insieme il dialogo, il sostegno all’Onu, e il contenimento dei traffici, la Russia occupa spazi, rafforza milizie, e punta dititto al cuore del Mediterraneo.
Meloni fa bene, dunque, a legare la stabilità libica non solo al contrasto delle migrazioni irregolari, ma anche alla sicurezza europea. È nei “vuoti di potere”, dice, che si radicano i traffici e le reti criminali.
Ma, purtroppo, è anche in quei vuoti che si infiltrano le potenzialità ostili, cosicché alla fine il messaggio che dovrebbe essere fatto proprio da tutte le forze politiche italiane, ma pure da tutte le Cancellerie europee, e perfino dal Governo degli Stati Uniti, è quello per il quale non si può parlare di “autonomia strategica europea” continuando a ignorare il Fonte Sud, essendo che l’Europa non è un’isola, che l’Italia non può più permettersi un’Unione dormiente, e perfino gli Stati Uniti devono comprendere che voler essere una potenza leader dell’Occidente oltre che della NATO impone un deciso cambio di passo epocale.
Quel cambio di passo che faccia sì che finalmente la White House, poco importa che sia Repubblicana o Democratica, veda gli Alleati non essere tali solo alla bisogna, e servi compiacenti a tempo pieno, assumendosi in prima persona il ruolo di chi riporta alla ragione comune il Macron o lo Starmer di turno nell’interesse di tutti, poiché non può esistere alcun MAGA senza un MEGA (Make Europe Great Again) che poggi finalmente su basi nuove.
Basi che per certo non possono più essere quelle imperialiste di una certa America degli anni che furono, e men che mai quelle neocolonialiste della Francia o quelle vetero nazionaliste di una Germania malata ad intervalli regolari di tempo delle retoriche nazionaliste che ancora sembrano voler edificare l’antico Reich millenario nato dal sogno di un Carlo Magno che ha da molto fatto il suo tempo.
E poiché, come si suole dire, l’appetito vien mangiando, vi è anche un ulteriore passaggio, più sottile ma altrettanto cruciale, in cui Meloni chiede una coesione leale degli Stati membri a sostegno dell’azione ONU che auspico non sia stato solo un appello alla diplomazia multilaterale, ben una frecciata rivolta agli europei che, per anni, hanno sabotato ogni possibilità di stabilizzazione per calcoli energetici o, come più volte ribadito, nostalgie coloniali e neo coloniali.
In questo senso in questo quadro, l’insistenza del governo italiano sul dossier libico ha per certo un merito: quello di ricordare all’Europa che la minaccia non arriva solo da est, ma anche da sud. E che se non vogliamo trovarci tra cinque anni con basi militari russe a poche centinaia di chilometri dalle coste italiane, è ora che il Consiglio europeo smetta di voltarsi dall’altra parte.
Un merito, ma anche un evidente limite che si palesa allorché la proponente non tiene conto che sarebbe ora di prendere in esame e rimuovere la pesante trave che grava nel proprio occhio: quella evidente perdurante piena adesione a quel Lodo Moro che a più riprese ha reso l’Italia un pessimo alleato. Ed arriviamo al nodo rappresentato dal fin troppo timido approccio al dossier libico: un timido approccio che va analizzato in quanto la messa in sordina di cui nel titolo può avere una duplice genetica o essere la conseguenza di un mix di entrambe.
In altri termini può essere:
- 1)Il frutto di una inefficienza strutturale dell’intelligence italiana che vede le cose solo quando sono palesi a chiunque;
- 2)Il frutto di una precisa scelta politica che ha inteso privilegiare la sicurezza nazionale infischiandosene bellamente dei partner e degli alleati (da qui il Lodo Moro), salvo, a minaccia incombente non più arginabile alla vecchia maniera ricordarsi che é quanto mai fondamentale avvalersi del supporto di chi in precedenza é stato lasciato a sbrigarsela da solo; e
- 3)Il frutto combinato di entrambi I comportamenti: da qui il dire e non dire, il sollecitare ed il prendere tempo che ad oggi, alla fine di questo Giugno 2025 ci fa apprezzare là tutto sommato timida proiezione in avanti del Governo Meloni
A quale di queste tre possibili chiavi di lettura sia ascrivibile quanto sin qui detto non compete certamente a me, trattandosi di una delicata questione politico–istituzionale che dovrebbe essere affrontata in tempi oltremodo brevi per più che evidenti ragioni.
Per quanto di mia competenza non posso che concludere questo scritto, concepito per certi versi come una lettera aperta al Governo, sottolineando senza mezzi termini che I fatti dimostrano un atteggiamento reattivo inadeguato nei confronti di problemi evidenti da mesi. La tempistica di questa “scoperta” solleva serie preoccupazioni sul livello di consapevolezza di coloro che forniscono consulenza al governo in materia di sicurezza nazionale.
Ed infatti il 15 Maggio e il 2 Giugno ho pubblicato due analisi che puntano proprio a questi sviluppi:
- 1)”L’apertura di un nuovo fronte meridionale? Nuovi possibili scenari di guerra”
- 2)”Mediterraneo: Un possibile secondo fronte meridionale… E se mai ci fosse bisogno di conferme…”
Non si trattava di commenti speculativi. Si trattava di valutazioni fondate dei rischi di escalation regionale, dell’armamento migratorio, dei punti di strozzatura dell’energia e del vuoto geopolitico lasciato dall’impegno inconsistente dell’Europa nel Mediterraneo.
Allora perché ora? Perché questo riconoscimento emerge nel discorso politico solo settimane dopo, allineato in modo sospetto con la rinnovata promozione del cosiddetto “Piano Mattei”?
Siamo sinceri. Il Piano Mattei non è una dottrina strategica in quanto senza lo scioglimento dei nodi di cui sopra risulta essere solo una narrazione politica interna riconfezionata come politica estera. Non offre alcun quadro operativo per rispondere ai rischi sistemici che l’Italia deve affrontare sul fianco meridionale. Semmai, riflette un tentativo di sostituire le pubbliche relazioni con la postura strategica.
Non si tratta di una critica al Primo Ministro in sé, ma al sistema di consulenza che lo circonda. Se i responsabili della tutela degli interessi nazionali dell’Italia non hanno colto – o peggio, hanno ignorato – i segnali di allarme di analisti indipendenti, dobbiamo chiederci: chi ha veramente in mano la sicurezza del Paese? Chi quella dell’Europa? Chi quella dell’Intero Occidente, ma non solo?
Non si tratta, ci tengo a ribadirlo in totale onestà intellettuale, di ego, previsioni o date di pubblicazione. Si tratta dell’integrità del processo decisionale in materia di sicurezza nazionale e delle pericolose conseguenze della cecità istituzionale nei confronti dell’intelligence open-source. Quando coloro che hanno accesso agli strumenti in tempo reale, alle risorse delle agenzie e alle reti diplomatiche sono in ritardo rispetto alle analisi disponibili pubblicamente, non stiamo operando da una posizione di forza. Stiamo reagendo a minacce evitabili.
L’Italia non può permettersi di confondere l’ottica mediatica con la strategia. Se questo governo vuole davvero essere leader nel Mediterraneo, deve iniziare ad ascoltare coloro che hanno visto la tempesta prima dei titoli dei giornali.
E lo stesso invito mi sento in dovere di rivolgerlo, con il dovuto rispetto, anche agli altri Governi coinvolti.
Fonti:
https://www.telegraph.co.uk/world-news/2024/12/03/russia-expands-military-presence-libya-pictures/
https://www.military.africa/2025/02/russia-shifts-focus-to-libya-following-setbacks-in-syria/
https://www.military.africa/2025/02/russia-shifts-focus-to-libya-following-setbacks-in-syria/
https://www.military.africa/2025/02/russia-shifts-focus-to-libya-following-setbacks-in-syria/
https://www.nigrizia.it/notizia/wagner-africa-corps-cosa-sta-cambiando-africa-russia
https://ofcs.report/internazionale/gen-khalifa-haftar-il-multigiochista-venuto-dal-freddo/#gsc.tab=0
https://ofcs.report/internazionale/mediterranean-a-possible-second-south-front/#gsc.tab=0
