Interferenze estere, crisi sistemiche UE e geopolitica delle energie tra Gaza e Kyiv.
Un’analisi integrata degli anni 2011–2025 –fra Libia, Sovranismi, Nord Stream 2, Frammentazione dell’Unione Europea, conflitto ucraino, crisi politica a Kyiv e l’affaire Gaza– foriera di una fattiva chiave di lettura strategica che ci consenta di leggere gli eventi correnti e pregressi come facenti parte di un ben preciso piano d’azione posto in essere da USA, Federazione Russa e Cina al solo scopo di dare vita ad un Nuovo Ordine Mondiale lontano anni luce dal multilateralismo auspicato dai più, con l’unica eccezione dell’India.
La sola grande realtà politico-strategica globale attualmente genuinamente interessata alla realizzazione di progetto politico che finalmente chiuda con le logiche e le dinamiche che hanno, pur tra mille risultati positivi, devastato il pianeta sotto tutti i punti di vista, nonché disseminando il cammino di decine e decine di milioni di morti sacrificati in nome della affermazione dell’unico valore realmente dominante realmente condiviso: il danaro.
Il seguente contributo unifica ed estende due analisi complementari sulle interferenze esterne e sulle vulnerabilità strutturali dell’Unione Europea (UE) nel periodo 2011–2024. Il paper esamina simultaneamente: (1) la destabilizzazione mediterranea post-2011, con particolare attenzione al dossier libico e alla figura di Khalifa Haftar; (2) il ruolo delle operazioni di informazione legate all’ecosistema mediatico russo nel contesto delle proteste dei Gilet Gialli in Francia; (3) l’emergere del discorso sovranista transatlantico promosso dall’Amministrazione Trump e da figure come Robert F. Kennedy Jr.; (4) la sequenza delle pressioni statunitensi, sotto Trump e Biden, contro la Germania e il progetto energetico Nord Stream 2, culminate nella sospensione del gasdotto e nei successivi eventi del 2022; (5) il fallimento politico del progetto di integrazione franco–tedesca rilanciato con il Trattato di Aquisgrana del 2019.
L’obiettivo non è sostenere l’esistenza di una regia occulta, bensì mostrare come la fragilità interna della EU abbia amplificato gli effetti di strategie esterne spesso tra loro indipendenti, ma convergenti nell’indebolire l’autonomia europea. L’articolo evidenzia come l’incompletezza istituzionale dell’EU, unita alle divisioni energetiche e alle divergenze strategiche tra gli Stati membri, abbia consentito a potenze esterne (Stati Uniti, Russia, Cina, attori regionali) di sfruttare shock politici, sociali ed economici interni al continente.
Introduzione
Dal 2011, l’Unione Europea attraversa una delle fasi più complesse della sua storia recente. Una combinazione di crisi interne ed esterne — dalle primavere arabe al conflitto russo-ucraino, dalle ondate migratorie alla crisi energetica — ha messo in luce una vulnerabilità sistemica che non può essere compresa attraverso analisi parziali o compartimentate. La EU, priva di una politica estera e di un sistema difensivo realmente integrato ed autonomo, si è trovata in una condizione di permeabilità senza precedenti: un’Europa forte dal punto di vista economico, ma istituzionalmente fragile nei settori tradizionali della sovranità.
Il primo nucleo di fragilità emerge nel Mediterraneo con il crollo del regime di Gheddafi nel 2011. La guerra civile libica produce un effetto domino su migrazioni, sicurezza, energia e rapporti tra Stati membri. Si afferma, nel contempo, la figura controversa del generale Khalifa Haftar, militare libico con un passato significativo negli Stati Uniti e protagonista della ricomposizione, spesso violenta, degli equilibri di potere nel Paese.
Parallelamente, all’interno del continente europeo esplode, nel 2018, la protesta dei Gilet Gialli in Francia, movimento spontaneo che subisce però una forte amplificazione da parte dei media russi RT e Sputnik. Nonostante non esista alcuna prova che Mosca abbia creato il movimento, la dinamica informativa mostra come l’ecosistema mediatico esterno possa strumentalizzare tensioni sociali preesistenti per erodere la legittimità dei governi europei. Un modus operandi che, oltretutto, non è affatto prerogativa esclusiva di Mosca, avendola vista posta brillantemente in essere pure da Washington (si pensi a quanto ha fatto da sfondo alla vicenda Brexit), da una Beijing maestra nel giocare di rimessa sfruttando gli errori tattici altrui, e persino da certi aggregati jihadisti che hanno promosso e cavalcato non poco la tigre della indignazione popolare per la questione umanitaria di Gaza sorta a margine della recente guerra israelo–palestinese.
Sul fronte transatlantico, il ciclo politico inaugurato da Donald Trump nel 2016 introduce un nuovo paradigma: non più un’America promotrice del multilateralismo europeo, ma una potenza che guarda alla EU come competitor economico e ostacolo alla libertà strategica statunitense. La nomina di Robert F. Kennedy Jr. a Segretario della Salute nel 2025, figura vicina a movimenti anti-establishment europei, conferma la transnazionalità del discorso sovranista.
Infine, tra il 2017 e il 2022, l’asse energetico europeo subisce una pressione crescente da parte degli Stati Uniti, decisi a impedire il completamento del gasdotto Nord Stream 2, accusato di rafforzare la dipendenza tedesca dal gas russo. La cronologia delle minacce, sanzioni e pressioni diplomatiche mostra un quadro di frizione euro-americana raramente esplicitato con tale radicalità.
Il sabotaggio del Nord Stream nel settembre 2022, evento che ancora oggi non ha un responsabile accertato, conclude simbolicamente un decennio di tensioni energetiche transatlantiche, incrinando irreversibilmente il progetto europeo di autonomia energetica e mettendo fine al tentativo di rilancio franco-tedesco iniziato con il Trattato di Aquisgrana del 2019.
Dal punto di vista teoretico il quadro complessivo si trova sintetizzabile a partire dalla presa in considerazione di quanto attinente in senso lato alla relazione intercorrente tra interferenze esterne e vulnerabilità sistemica in un contesto fortemente caratterizzato da multiformi convergenze non intenzionali, ovverosia da quel qualcosa che a tratti risponde alla logica spicciola contenuta nel ben noto aforisma che testualmente recita: il nemico del mio nemico è mio amico. Un aforisma che dovrebbe essere tenuto ben presente nel momento in cui si vanno a valutare certe realtà come quella dei rapporti tra Mosca e Beijing allorché la controparte è Washington.
In questo contesto il capitolo “interferenze”, –che nella letteratura sulle relazioni internazionali ci mostra la differenza che passa tra le tre forme di interferenza, ovverosia tra la Interferenza diretta (ovverosia quella che presuppone atti materiali che includono le operazioni coperte, il sostegno finanziario a fazioni locali, nonché le operazioni di intelligence e la fornitura di armamenti); l’Influenza indiretta (ovverosia quella che presuppone l’attuazione di operazioni psicologiche, campagne mediatiche, come pure la diplomazia coercitiva) e, per finire, la cosiddetta Interferenza strutturale (ovverosia quella che si manifesta attraverso eredità coloniali, dipendenze economiche e la presenza militare di potenze esterne)–, ci fornisce gli strumenti per comprendere pienamente uno dei pilastri su cui poggia la esterna vulnerabilità della EU.
Ovverosia di quella EU che rappresenta un caso limite in quanto non essendo uno Stato, non disponendo di un’unica intelligence, né di un esercito, né di un sistema energetico unificato, è tanto impossibilitata ad avvalersi di questo strumento strategico, quanto terreno sistematicamente vulnerabile alle azioni esterne che non è in grado di fronteggiare essendo impossibilitata a rispondere ad esse in modo unitario: da qui il susseguirsi delle dinamiche centrifughe che vediamo caratterizzare il traballante assetto comunitario. Quell’assetto che vediamo essere il perfetto campo in cui il concetto di convergenza non intenzionale trova la sua manifestazione operativa per antonomasia in quanto descrive la situazione in cui più attori, pur non coordinandosi tra loro, producono effetti che si sommano e/o si rafforzano reciprocamente.
Nel caso europeo, infatti, si possono toccare con mano gli effetti della convergenza non intenzionale di:
- Stati Uniti, che cercano di evitare l’autonomia strategica della EU e di contenere l’influenza russa e cinese.
- Federazione Russia, che mira a frammentare il fronte europeo e a ridurre la coesione dell’Occidente.
- Cina, che trae vantaggio da un’Europa divisa, soprattutto nei settori industriali e tecnologici.
- Attori regionali (Egitto, Turchia, Emirati, Qatar), che sfruttano la debolezza europea per ridefinire le gerarchie nel Mediterraneo.
La convergenza, infatti, non dipende da un progetto unitario ma dalla combinazione di strategie differenziate che trovano nella EU un terreno propizio.
La crisi libica e il “fattore Haftar” come riflesso della competizione globale nel Mediterraneo
Il Generale Khalifa Haftar, protagonista centrale della frammentazione libica post-2011, presenta un profilo geopolitico che ha alimentato letture divergenti ma convergenti su un punto: la sua posizione strategica nel Mediterraneo allargato. La sua biografia (due decenni negli Stati Uniti, residenza in Virginia, vicinanza sospetta con elementi dell’intelligence USA) è ampiamente documentata.
Allo stesso tempo, Haftar riceve sostegno — militare, finanziario o politico — da Egitto, Emirati e Russia, assumendo quindi un ruolo “ibrido”: un attore locale multigiochistacon relazioni transnazionali eterogenee.
La destabilizzazione libica ha storicamente prodotto tre effetti diretti:
- una crisi migratoria verso l’Italia. L’assenza di una capacità europea di gestione unitaria delle frontiere esterne ha trasformato il Mediterraneo Centrale in un vettore di crisi politica interna.
- Il riaccendersi della competizione franco-italiana sul dossier libico. Parigi e Roma hanno sostenuto attori diversi, indebolendo non solo la capacità europea di intervento, ma anche la credibilità della EU come attore mediterraneo.
- Una crescente presenza strategica degli Stati Uniti e di attori regionali: la EU, priva di strumenti militari o diplomatici adeguati, ha subìto passivamente l’ingresso di potenze esterne che hanno occupato il vuoto europeo.
In questo senso la figura di Haftar ha evidenziato come la Libia sia diventata un “campo di interferenza multilivello”. L’impossibilità europea di definire una linea comune ha trasformato la crisi libica in un acceleratore della perdita di autonomia strategica del continente, favorendo l’apertura di un secondo fronte ibrido potenzialmente utile a Mosca nel suo confronto con gli Stati Uniti e la NATO.
I Gilet Gialli e la guerra informativa russa
La protesta dei Gilet Gialli, esplosa in Francia nel 2018 come risposta, ferma ma pacifica, all’aumento del costo dei carburanti, in poche settimane si mutò in una contestazione contro l’intero sistema politico francese e, soprattutto, contro la figura di Emmanuel Macron, percepito come espressione delle élite tecnocratiche europee. Analisi indipendenti mostrano come RT e Sputnik abbiano dedicato una copertura sproporzionata agli eventi, enfatizzando la violenza, la repressione e la fragilità dell’esecutivo francese.
È interessante notare come la radicalizzazione della protesta ha finito per rappresentare una opportunità geopolitica. Di fatto non esistono prove che Mosca abbia “creato” i Gilet Gialli, ma per certo ha sfruttato la protesta per indebolire un presidente francese che negli stessi mesi promuoveva una autonomia strategica europea, la creazione di un esercito europeo, nonché una revisione dell’architettura NATO. A conti fatti la crisi sociale interna francese è diventata un vettore di vulnerabilità per l’intera UE.
Resta, comunque la si voglia mettere, l’incognita relativa a chi abbia in qualche modo stimolato il viraggio, da pacifica e violenta, della protesta, visto che il tutto è passato per tramite di messaggi inviati tramite social. E che il quesito non sia peregrino è documentato dal rimpallo surrettizio di accuse indirettamente mosse a tale proposito da Mosca a Washington e viceversa.
Il discorso sovranista transatlantico: Trump, Kennedy e la vulnerabilità europea
L’ascesa della figura politica di frontiera Robert F. Kennedy Jr. negli Stati Uni, culminata con la sua nomina a Segretario della Salute (HHS) nell’amministrazione Trump del 2025, costituisce un caso emblematico di intersezione fra dinamiche politiche interne statunitensi e narrativa sovranista europea.
Kennedy, infatti, noto per il suo posizionamento critico verso i sistemi scientifico-tecnocratici, per il sostegno ai movimenti anti-establishment e per la retorica anti-burocratica, viene per lo più percepito come una figura-ponte tra la contestazione populista statunitense, il nuovo sovranismo europeo, e le forze politiche critiche verso l’integrazione europea e il multilateralismo.
In questo senso la sua nomina, fortemente criticata nel mondo medico-scientifico per le ben note posizioni di Kennedy sui vaccini, riflette la crescente ibridazione fra movimenti “anti-sistema” dei due lati dell’Atlantico, ibridazione che in Kennedy ha trovato un simbolo del vento politico che punta a dare ‘spontaneamente’ forma ad una “internazionale sovranista” priva di struttura formale, ma collegata da una narrativa comune che della sua diffidenza verso le istituzioni sovranazionali intende fare l’arma per antonomasia di contrasto della globalizzazione, e conseguentemente dei BRICS e della stessa EU.
In questo senso uno degli aspetti più interessanti del New Deal trumpiano e della sua Amministrazione risiede nella ridefinizione dei rapporti transatlantici a partire da un punto di rottura nella storia politica americana. Ed infatti per la prima volta dalla fine della WWII un Presidente degli Stati Uniti d’America:
- ha definito la EU un competitor economico;
- ha criticato apertamente la NATO;
- ha promuosso un’agenda commerciale aggressiva;
- ha sostenuto movimenti populisti europei tramite endorsement informale o formale;
- ha fattivamente ostacolato in chiaro i tentativi della EU di sviluppare un’autonomia strategica.
L’agenda trumpiana si articola, infatti, lungo tre direttrici principali che puntano da tempo a realizzare un:
- Ribilanciamento della NATO
Gli Stati Uniti, secondo Trump, sostengono un peso finanziario eccessivo rispetto agli europei. Questo discorso di fatto delegittima l’Alleanza come strumento di coesione occidentale, anche se manca di cogliere che l’atteggiamento assunto dalle precedenti amministrazioni ha continuato pervicacemente ed ostinatamente a perseguire l’affermazione di una sudditanza dei Paesi europei. A tale proposito si consideri quanto avvenuto a seguito della dichiarazione di non convertibilità dello USD, allorché il peso della mala gestione della politica estera ed interna statunitense venne fatto per lo più ricadere sulle spalle degli alleati Occidentali, ed europei in particolare. - Indebolimento dell’integrazione europea
La narrativa anti-EU, spesso rilanciata da alleati ideologici populisti europei, è diventata parte integrante del discorso politico americano. - Promozione del sovranismo nazionale
La logica America First si inserisce in un quadro globale in cui gli USA diffidano dei grandi blocchi economici integrati, preferendo negoziare da una posizione bilaterale di forza.
Di fatto non si tratta di una agenda ascrivibile al solo Trump se solo si pensa a quanto posto in essere dal suo predecessore, il Democratico Biden, che si è bene inserito, per quanto riguarda la sua politica estera verso la EU nel solco tracciato dal suo predecessore che è stato lo stesso attuale 47° Presidente statunitense.
Gli effetti sulle dinamiche europee sono state, e promettono di diventare pesantissime in quanto, di fatto, veicolate dalla convergenza retorica fra il trumpismo ed il sovranismo europeo che da anni ha operato il sistematico rafforzamento:
- della polarizzazione della politica interna della EU
- dello scetticismo verso Bruxelles presentato dalla narrativa sovranista come la fonte di tutti i mali anche a costo di ricorrere alla menzogna: a tale proposito si veda quanto accaduto nella Gran Bretagna all’epoca del referendum sulla BREXIT. In questo contesto dimenticare il significato dello scandalo che ha coinvolto la Cambridge Analityca significa negare l’evidenza più lampante dei fatti.
- della narrativa anti-multilateralista;
- della delegittimazione delle istituzioni europee; nonché
- della percezione di un’Europa irreversibilmente debole e frammentata.
Il ciclo politico transatlantico del periodo 2016–2025 alimenta quindi un contesto in cui ogni shock, dal dossier libico alle proteste dei Gilet Gialli, risulta più difficilmente governabile per la EU: una EU per somma al centro di un attacco di tipo cognitivo posto in essere, per parte sua, anche dal Cremlino che ha operato, ed ancora opera in un contesto che tecnicamente potremmo definire di surrettizia collaborazione visto che quella di una Europa Stato federale è una ipotesi che poco aggrada da sempre ad entrambi, sia pure in un contesto di costante contrasto e contrapposizione ibrida.
La geopolitica del Nord Stream 2: pressioni, sanzioni e minacce USA alla Germania (2017–2022)
La vicenda del Nord Stream 2 costituisce forse il caso più emblematico della tensione transatlantica emersa nell’ultimo decennio. La costruzione del gasdotto, pensata come estensione strategica del Nord Stream 1 per raddoppiare il flusso di gas dalla Russia alla Germania, è diventata rapidamente uno dei dossier più contestati d’Europa.
Gli Stati Uniti, sia sotto Trump che sotto Biden, hanno adottato una linea bipartisan ostile al progetto, ritenendolo un rischio geopolitico per l’Occidente e, pretestuosamente, un indebolimento dell’Ucraina.
Per comprendere la complessità dell’intera vicenda, è necessaria una ricostruzione cronologica dettagliata.
2017–2018: L’avvio delle tensioni (Amministrazione Trump)
- Dicembre 2017 — CAATSA
Trump firma il CAATSA (Countering America’s Adversaries Through Sanctions Act), che autorizza sanzioni contro progetti energetici russi come Nord Stream 2. Le implicazioni sono immediatamente percepite in Europa come un’ingerenza diretta nella politica energetica della EU. - Luglio 2018 — Vertice NATO di Bruxelles
Trump accusa la Germania di essere “totally controlled by Russia” a causa della sua dipendenza dal gas russo. La dichiarazione, senza precedenti nella storia dell’Alleanza, segna l’ingresso ufficiale del dossier energetico nella narrativa geopolitica anti-UE.
2019: Pressioni e minacce dirette
- Dicembre 2019 — NDAA 2020
Il Congresso USA approva il National Defense Authorization Act 2020, con sanzioni mirate contro le navi posatubi coinvolte in Nord Stream 2. - 20 dicembre 2019 — Entrata in vigore delle sanzioni
La società svizzera Allseas sospende immediatamente i lavori. Il gasdotto si blocca per mesi, mostrando la capacità effettiva degli USA di fermare un progetto europeo strategico.
2020: L’escalation delle minacce (Amministrazione Trump)
- Estate 2020
Washington minaccia sanzioni secondarie contro: compagnie assicurative; società di ingegneria;porti tedeschi. Si crea un clima di pressione diplomatica senza precedenti fra due alleati storici. - Agosto 2020 — Estensione sanzioni CAATSA
Il Segretario di Stato Mike Pompeo annuncia l’estensione formale delle sanzioni, includendo ogni attore coinvolto nel progetto. Le imprese europee si ritirano progressivamente.
2021: L’Amministrazione Biden eredita il dossier
- Gennaio 2021 — Biden definisce Nord Stream 2 “a bad deal for Europe”
La continuità con Trump sul tema è sorprendente. - Febbraio 2021 — Sanzioni contro la nave Fortuna
Gli USA colpiscono la nave russa impegnata nel completamento del gasdotto. - 19 maggio 2021 — Sospensione parziale delle sanzioni
Il Segretario di Stato Antony Blinken sospende temporaneamente alcune misure contro Nord Stream 2 AG per evitare una crisi diplomatica con Berlino. Ma la tregua dura pochi mesi. - Fine 2021 — Ultimatum USA alla Germania
Biden e Blinken avvertono pubblicamente:
“Se la Russia invade l’Ucraina, Nord Stream 2 non entrerà mai in funzione.”
2022: L’anno decisivo
- 7 febbraio 2022 — Conferenza Biden–Scholz
Biden dichiara:
“If Russia invades… then there will be no Nord Stream 2. We will bring an end to it.” - 22 febbraio 2022 — La Germania sospende Nord Stream 2
Poche ore dopo il riconoscimento russo delle repubbliche separatiste, Berlino blocca la certificazione del gasdotto. - 23 febbraio 2022 — Sanzioni finali USA
Washington impone sanzioni totali contro Nord Stream 2 AG e i dirigenti dell’azienda.
Il progetto è politicamente morto. - 26 settembre 2022: Il sabotaggio dei Nord Stream e l’apice del caos energetico europeo Il 26 settembre 2022, tre esplosioni sottomarine distruggono parti dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nel Mar Baltico. A oggi, non esiste un responsabile accertato.
Questa incertezza è aggravata da dichiarazioni e fughe di notizie provenienti dagli stessi Stati Uniti, che nell’arco di un anno attribuiscono la possibile responsabilità a: gruppi filo-ucraini; attori ucraini indipendenti; unità militari non meglio identificate; potenze terze; oppure scenari multipli non esclusivi.
Il Washington Post a tale proposito ha a suo tempo riportato che l’intelligence americana sarebbe stata informata preventivamente dell’esistenza di piani, attribuiti ad attori ucraini cui di fatto tacendo avrebbe dato supporto con riferimento ad una azione di vera e propria guerra contro un Paese ufficialmente amico, volti non solo a danneggiare l’infrastruttura, ma anche l’economia del Paese europeo forse più autorevole in ambito comunitario, è più fortemente interessato alla nascita di uno Stato federale europeo dotato di capacità geopolitica vera e propria. Allo stesso tempo, fonti del Pentagono riferite da Politico e CNN hanno sottolineato a più riprese che non esistevano prove conclusive contro un unico responsabile, che oggi non tanto stranamente pare essere stato individuato binomio Kyiv e nelle sue FFAA.
Comunque sia, nonostante le ultime ‘rivelazioni’, la questione cruciale rimane:
È credibile che un sabotaggio di tale scala avvenga senza che più servizi di intelligence — statunitensi, polacchi, scandinavi — abbiano percepito anomalie preventive e, quel che più conta, senza aver per lo meno chiuso non uno, ma entrambi gli occhi dinanzi a quanto stava per accadere?
Una risposta definitiva non esiste, ma la domanda rimane centrale per comprendere la vulnerabilità energetica dell’Europa e le ragioni che hanno fatto da corollario e sfondo al fallimento geopolitico del Trattato di Aquisgrana.
Il fallimento geopolitico del Trattato di Aquisgrana (2019–2022)
Come noto il 22 gennaio 2019, il presidente Emmanuel Macron e la cancelliera Angela Merkel hanno firmato in tutta fretta, con ben cinque anni di anticipo sul programma, il Trattato di Aquisgrana, concepito per: rilanciare il motore franco-tedesco; rafforzare l’integrazione europea e coordinare le politiche di difesa, industria e energia. Obiettivi che si configuravano come parte integrante del tentativo più avanzato degli ultimi decenni di ricostruire l’asse politico della EU.
Un trattato la cui sottoscrizione anticipata è apparsa la naturale conseguenza di una serie di eventi che hanno preso le mosse dalla crisi libica del 2011 e che poi hanno portato al susseguirsi di una serie di eventi che hanno visto al centro di tutto Parigi ed il suo ennesimo tentativo fallito di acquisire la leadership europea soppiantando la Germania, una serie di eventi riassunti in tre articoli analitici apparsi sul Nuovo Giornale Nazionale con il significativo titolo “Parigi brucia, ma chi è l’incendiario?”
La domanda di cui nel titolo dei tre pezzi summenzionati è oltremodo legittima in quanto l’esplosione del Nord Stream nel 2022 non è stato un evento isolato: ed infatti essa è non a caso intervenuta proprio nel momento in cui Parigi e Berlino stavano elaborando:
- una politica industriale comune;
- una strategia per l’autonomia energetica europea;
- un’agenda di difesa coordinata;
- un progetto di riforma dell’UE post-Brexit.
Il sabotaggio — insieme alle pressioni diplomatiche USA — rappresenta de facto l’epilogo del tentativo franco-tedesco di uscire dall’orbita strategica statunitense: un fatto questo che rende poco plausibile un attacco motu proprio di Kyiv senza il beneplacito d’Oltreocaeano , ovverosia di quegli Stati Uniti di cui il Presidente Volodymir Zelenskyy è il prestanome in questa Proxy War con Mosca.
In questo senso non stupisce che con il crollo del Nord Stream e l’esplosione dei prezzi energetici la Germania abbia perso il suo modello economico basato sul gas russo a basso costo, la Francia abbia visto svanire il progetto di una “Europa potenza”; la EU si sia ritrovata senza una politica energetica comune; e gli Stati Uniti siano emersi come fornitori di LNG all’Europa, rafforzando la dipendenza energetica transatlantica. Un qualcosa il cui risultato finale è stato l’indebolimento strutturale della EU e la fine del progetto politico avviato con Aquisgrana.
Un progetto ambizioso gravato da criticità che per anni ed anni non si sono volute affrontare quali quelle recate in dote, si fa per dire, all’intera EU da una Francia poco consapevole di quanto il suo potere economico derivasse dal controllo di quella Francafrique dalla quale è stata estromessa, come pure da una Germania che ora deve fare i conti con il suo essere stata una potenza economica, non geopolitica: un Paese che dopo il 1990 ha adottato una strategia basata su una industria export-led; sulla possibilità di disporre energia a basso costo dalla Russia; sull’accesso ai mercati in fase di espansione in Cina e su una sicurezza garantita dagli USA.
Questo ha fatto sì che Berlino ignorasse a lungo le implicazioni geopolitiche e che, di conseguenza, i suoi Governi, convinti che la prosperità potesse essere separata dalla strategia, scegliessero una postura “mercantilistica” priva a tal segno di una qualsivoglia vera strategia da dover subire, senza nulla poter dire o fare allorché si è trovata a dover affrontare le conseguenze delle sanzioni USA; della guerra in Ucraina; del sabotaggio del Nord Stream e della contrazione dell’import-export cinese. Tutti fattori che hanno generato un trauma economico e politico a tal segno profondo da costringere la Germania a ripensare tutta la sua trentennale politica estera.
Una necessità che l’Eliseo non pare aver compreso, e che proprio per questo ci ha regalato un Macron che nel 2017 si è segnalato per aver proposto una articolata ambiziosa pianificazione strategica (pianificazione consistente dei seguenti punti: rilancio dell’UE; autonomia strategica; politica industriale comune; rafforzamento della difesa europea ecooperazione rafforzata con Berlino) che ha dovuto confrontarsi con tutta una serie di ostacoli quali:
- la scarsa comprensione da parte dell’opinione pubblica francese;
- la resistenza tedesca su diversi dossier (difesa, tecnologia, energia);
- la oggettiva fragilità politica interna (Gilet Gialli, riforme contestate);
- le pressioni geopolitiche esterne che hanno impedito qualsiasi margine di autonomia reale.
Ostacoli che di lì a poco hanno fatto sì che il progetto nato con la sottoscrizione del Trattato di Aquisgrana venisse a maggior ragione travolto dagli ulteriori eventi geopolitici, dalla pandemia, dal ritorno della guerra in Europa e dalla distruzione del Nord Stream, rendendo Macron l’emblema vivente una leadership tanto visionaria quanto impotente.
La convergenza degli shock, l’indebolimento sistemico della EU e la nuova competizione multipolare
è non a caso il titolo intermedio di questa parte del presente lavoro che vuole analizzare il disallineamento strategico dell’UE nella competizione multipolare
L’Unione Europea si trova oggi al centro di una trasformazione epocale: la dissoluzione del paradigma geopolitico post-1989, segnato da un ordine internazionale basato sulla preminenza americana, il compromesso economico sino-occidentale e il contenimento della potenza russa: tutti elementi che concorrono a definire il nuovo contesto multipolare emergente con dinamiche che hanno palesemente colto l’UE impreparata.
Il decennio 2011–2022 può essere interpretato come una sequenza di shock concatenati — Libia, Siria, Ucraina 2014, migrazioni, Gilet Gialli, pandemia, Nord Stream — che ha progressivamente eroso la capacità europea di agire come soggetto geopolitico, relegandola al ruolo di oggetto delle strategie altrui, e tra queste persino di quelle di alcune potenze regionali, o aspiranti tali, come la Turchia. Il tutto in un contesto di non sempre facile interpretazione a causa di convergenze non intenzionali come la triangolazione USA–Russia–Cina.
Un elemento centrale della vulnerabilità europea risiede, infatti, proprio nella dinamica derivante dalle tre maggiori potenze, le cui azioni, pur prive di un coordinamento formale, concorrono a un risultato convergente sintetizzabile per tramite dei seguenti tre punti:
- Washington mira, da diversi cicli politici, a evitare l’emergere di una “superpotenza europea” autonoma.
- Mosca percepisce l’UE come piattaforma avanzata della NATO e quindi come minaccia.
- Pechino vede nell’unità europea un potenziale ostacolo alla sua espansione economica e tecnologica.
che sono caratterizzati da un comune denominatore, consistente del palesemente sistematico perseguimento dell’indebolimento strutturale del processo di integrazione europea per lo più sfruttando la leva della dipendenza della EU per tutto quanto attiene alla propria prosperità dai seguenti tre pilastri:
- energia a basso costo;
- mercati aperti e globali;
- protezione di sicurezza fornita dagli Stati Uniti.
Pilastri che nel periodo considerato hanno visto
- il comparto energetico caratterizzato dal repentino crollo del modello industriale tedesco dopo il sabotaggio del Nord Stream;
- il comparto mercantile penalizzato dalla guerra commerciale USA–Cina, dall’incertezza del commercio globale, e dalla pandemia; nonché
- il comparto sicurezza indebolito dal riposizionamento di quegli Stati Uniti che ad un certo punto hanno preso a trattare la NATO come uno strumento negoziale, e non come garanzia indefettibile:
tutti cambiamenti che la politica europea, non riconoscendo per tempo l’emergenza del nuovo ordine multipolare, ha pensato bene di affrontare in modo tardivo e decisamente incongruo a causa di carenze, oltre che politiche, anche identitarie e informative che si configurano, complessivamente come altrettanti fattori di debolezza strutturali che non poco ancora finiscono per amplificare gli shock provenienti da Russia, Cina o Stati Uniti.
Fattori che hanno dato luogo ad un indebolimento della democrazia a causa:
- della polarizzazione politica interna alimentata dalla sfiducia verso le élite, dalla stagnazione economica in molte aree, dalla crescita delle disuguaglianze, nonché dalle narrazioni complottiste o antisistema, che hanno creato un terreno fertile per campagne di interferenza, manipolazione informativa e radicalizzazione.
- della dipendenza informativa. Come noto dal fatto che l’Europa non possiede piattaforme digitali globali comparabili a quelle statunitensi o cinesi, deriva che la cittadinanza europea comunica per mezzo di infrastrutture digitali americane; subisce algoritmi e modelli commerciali non europei; è esposta a campagne di manipolazione che sfruttano vulnerabilità culturali e politiche. Da ciò consegue che, essendo la sovranità informativa una dimensione essenziale di ogni strategia geopolitica, la EU –poiché priva di strumenti propri fino agli anni 2020– si trova nella condizione di chi è sistematicamente costretto a reagire tardivamente.
- del ruolo delle identità nazionali.L’integrazione europea resta incompleta sotto il profilo identitario. Mancando una narrativa europea condivisa, le popolazioni degli Stati membri interpretano ogni crisi attraverso coordinate nazionali. Questo impedisce una risposta comune a minacce ibride come:interferenze elettorali; crisi energetiche; attacchi informatici; migrazioni massicce; shock economici.
Ne deriva un quadro in cui ogni crisi accentua le divisioni interne, anziché favorire una convergenza.
Dal caos (apparente) al profilarsi di una chiara strategia
Alla luce dei fatti si qui narrati emerge la necessità di prendere in esame gli eventi più significativi degli anni 2011–2022 poiché non tanto gli stessi come tali, quanto piuttosto la loro concatenazione affatto casuale ci consentono di evidenziare la progressiva emersione di una struttura narrativa coerente che descrive un decennio caratterizzato da una progressiva, nonché pianificata, erosione, posta in essere dai principali attori geopolitici – gli USA, la Federazione Russa e la Cina–, della capacità della EU di produrre stabilità ad oltre 80 anni dalla fine della WWII, e a presto 100 dalla fine della Grande Guerra.
Tanto appare doveroso per meglio poter inquadrare i recenti eventi caratterizzanti la regione mediorientale, con particolare riferimento a quanto accaduto all’ONU il 18 Novembre 2025: mi riferisco al via libera dato dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU alla seconda fase del cosiddetto piano di pace del Presidente Trump per Gaza. (Un via libera che, detto per inciso, non a caso è giunto grazie al mancato esercizio del diritto di veto da parte di Russia e Cina in ossequio alla logica strategica qui evidenziata, e non certo per le ragioni ufficialmente dichiarate).
L’iniziativa proposta da Trump sembra rispondere principalmente a obiettivi di politica interna statunitense e alla necessità di mantenere un equilibrio con gli Stati arabi che sostengono alcune posizioni statunitensi nella regione. L’impressione è che il piano tenti di integrare le condizioni di questi attori, più che di proporre una soluzione strutturale al conflitto.
Un elemento che contribuisce alla tempistica dell’iniziativa è il recente sostegno della Cina all’ingresso della Palestina nei BRICS. Tale mossa può essere interpretata come un segnale dell’interesse di Pechino per un ruolo più visibile in Medio Oriente. Ciò genera inquietudini sia nei Paesi arabi del Golfo sia negli Stati Uniti e in altre potenze coinvolte (Russia e Turchia), poiché un maggiore radicamento cinese in un’area sensibile potrebbe alterare equilibri consolidati.
La questione centrale rimane il disarmo di Hamas. La probabilità che Hamas accetti di deporre le armi è estremamente bassa, così come è improbabile che una forza araba di interposizione si assuma tale compito, che comporterebbe rischi elevati di fratture interne nel mondo arabo. Questo punto rappresenta il principale ostacolo operativo a qualunque piano di stabilizzazione.
L’evoluzione futura della situazione è difficile da prevedere con precisione. Tuttavia, le condizioni preliminari — frammentazione politica interna palestinese, divergenze tra attori regionali e internazionali, assenza di garanzie operative — non suggeriscono un percorso rapido verso la stabilità.
L’astensione di Russia e Cina nella votazione ONU può essere collegata a una clausola significativa: la possibilità che i membri permanenti del Consiglio di Sicurezza partecipino alla futura forza di garanzia, il Board of Peace, nella Striscia. Tale previsione aprirebbe potenzialmente lo spazio per una presenza cinese nella missione, opzione che potrebbe essere negoziata attraverso intese informali con gli attori locali, incluso Hamas. Questa prospettiva spiegherebbe parte della prudenza di Mosca e Pechino, interessate a mantenere margini di manovra senza assumere impegni rigidi. Comunque sia Trump è quello che rischia di più e l’astensione può essere dettata anche meramente da questioni strategiche spicciole, un po’ come ritengo che avvenne allorché nel 2011 l’attacco alla Libia beneficiò di una analoga astensione.
Per quanto riguarda l’Unione Europea, l’ipotesi di contribuire alla formazione delle forze di polizia palestinesi appare controversa. Sul piano politico, essa può essere percepita come un tentativo di aumentare la propria presenza nella Striscia tramite un mandato tecnico, con il rischio di essere interpretata come un’estensione degli interessi statunitensi.
La posizione degli Emirati Arabi Uniti si distingue per chiarezza: nelle condizioni attuali considerano troppo ambigui i termini della missione ONU e non intendono parteciparvi. Questa scelta riflette una linea di cautela, coerente con la volontà di evitare coinvolgimenti in operazioni ad alto rischio politico e militare.
Una possibile conseguenza del mancato avanzamento del piano — qualora non si giunga a un accordo interno palestinese o a un quadro di sicurezza più definito — è l’aumento di episodi di violenza o attentati, anche al di fuori della regione, con lo scopo di influenzare il comportamento delle potenze coinvolte. Tale scenario non è inevitabile, ma rappresenta un rischio plausibile in assenza di progressi politici.
Un ulteriore elemento critico riguarda la situazione sociale a Gaza. Il conflitto ha intensificato la polarizzazione interna, rendendo difficile tracciare confini netti tra sostegno, opposizione o neutralità nei confronti di Hamas. La popolazione è stata coinvolta in modo estensivo nelle dinamiche di guerra e sopravvivenza, creando un contesto in cui le distinzioni politiche tradizionali tendono a sfumare. Senza una riconciliazione interna tra le diverse componenti della società palestinese, qualsiasi piano internazionale rischia di rimanere inefficace.
In conclusione, la fattibilità del piano appare limitata per ragioni strutturali: la resistenza di Hamas a processi di disarmo, le rivalità regionali e globali, la complessità della governance palestinese e la mancanza di un consenso minimo tra gli attori direttamente coinvolti. In assenza di progressi su questi punti, l’iniziativa rischia di produrre un impatto marginale.
Tornando a noi vi è da dire che la sequenza dei fatti occorsi nell’arco di tempo 2011–2022 può essere suddivisa in tre fasi:
Fase I — La crisi mediterranea e il fallimento della politica estera europea (2011–2014)
La guerra di Libia del 2011 rappresenta il primo grande shock.
La Francia, senza coordinamento europeo, trascina la NATO in un intervento che:
- rovescia Gheddafi senza una strategia post-bellica;
- apre le porte al caos;
- permette a potenze esterne (Russia, Turchia, Egitto, Emirati) di entrare nel gioco;
- destabilizza il Sahel;
- innesca, con la complicità del Gen. Haftar, flussi migratori massicci.
L’Unione Europea in questa fase si dimostra incapace di:
- coordinare la propria politica estera;
- sostenere la stabilizzazione della Libia;
- limitare la penetrazione russa.
Il caso Haftar — inizialmente trattato come un attore marginale, poi centrale nel conflitto — rivela la totale assenza di visione strategica europea che ad onor del vero era stata fatta propria, piaccia o non piaccia, dal solo Premier italiano Silvio Berlusconi. Ovverosia dall’unico Premier europeo consapevole dell’importanza, pur tra mille contraddizioni, dell’importanza per il suo Paese e per l’intera Europa, della necessità di stabilire rapporti equilibrati tanto con Mosca, quanto con la sponda meridionale del Mediterraneo per guadagnare non solo all’Italia, ma all’intera Unione Europea, quella autonomia decisionale che tanto Mosca quanto Washington hanno fatto di tutto contrastare.
Come noto –anche se la questione è controversa per la mancanza di documenti che esplicitamente affermino la cosa– Silvio Berlusconi fu fatto oggetto di notevoli pressioni da parte della White House e dalla Presidenza della Repubblica italiana che, alla fine, costrinsero il Governo italiano ad appoggiare l’attacco alla Libia che decretò non solo la fine della politica italiana nella intera regione, ma anche quella di Parigi unitamente a non pochi problemi per gli stessi Stati Uniti.
Fase II — Crisi ucraina, shock migratorio e nascita del sovranismo europeo (2014–2017)
L’annessione russa della Crimea nel 2014 e il conflitto nel Donbass hanno prodotto una frattura profonda tra:
- il “blocco orientale” dell’UE (Polonia, Baltici), orientato alla postura anti-russa; ed
- il “blocco occidentale” (Germania, Francia), ancora legato agli interessi economici con Mosca.
Contemporaneamente, la crisi migratoria del 2015 ha esasperato le tensioni interne e favorito la crescita dei movimenti e partiti populisti europei con
- FN/RN in Francia;
- AfD in Germania;
- Lega in Italia;
- Fidesz in Ungheria;
- PiS in Polonia.
Da tutto ciò emerge come il progetto europeo non sia riuscito a proporre una risposta identitaria forte, generando spazi politici che hanno alimentato ed ancora alimentano la frammentazione.
Fase III — Le crisi a catena del ciclo 2017–2022
Il quinquennio 2017–2022 è stato caratterizzato da eventi che hanno finito per sommare i loro effetti in modo esplosivo:
- Amministrazione Trump e crisi transatlantica:
pressioni su NATO, Nord Stream 2, UE. - Proteste dei Gilet Gialli:
destabilizzazione interna della Francia, amplificata da info-operazioni. - Crisi energetica e dipendenza dal gas russo:
fallimento della politica energetica tedesca. - Nord Stream 2 e pressioni USA (2017–2021):
sanzioni, minacce e blocchi. - Invasione russa dell’Ucraina (febbraio 2022):
shock geopolitico, umanitario ed economico. - Sabotaggio dei gasdotti (settembre 2022):
fine definitiva dell’interdipendenza energetica Europa–Russia. - Aumentata dipendenza dal GNL statunitense:
riorientamento della politica energetica europea sotto sicurezza USA.
Il risultato finale è sotto gli occhi di chiunque visto che alla fine il tutto si è tradotto in una contrazione dello spazio strategico dell’intera Europa Unita: un tema che merita una riflessione a parte per tutta una serie di ragioni che lo fanno oscillare tra il mito e la necessità, prima ancora che tra il mito e la realtà.
Autonomia strategica: mito o necessità?
L’idea di autonomia strategica europea, un concetto centrale del Trattato di Aquisgrana, si trova attualmente in una fase a dir poco critica in primo luogo a causa della totale dipendenza dagli Stati Uniti per intelligence strategica; sorveglianza satellitare; capacità di trasporto a lungo raggio; difesa missilistica; interoperabilità nonché per capacità nucleare come deterrenza.
Di fatto nessuna operazione militare significativa può essere condotta senza il supporto statunitense.
In questo senso il caso libico del 2011 lo ha dimostrato senza ombra di dubbio alcuno: dopo pochi giorni, Francia e Regno Unito hanno esaurito le scorte essenziali di munizioni e si sono visti costretti a chiedere aiuto a Washington.
La Germania, cuore industriale d’Europa, ha costruito la sua competitività sula disponibilità di energia russa a basso costo ed il florido mercato cinese quanto alle proprie esportazioni, cosicché la fine della possibilità di disporre del gas russo ed il rallentamento economico cinese hanno generato un duplice shock per il modello tedesco. E la transizione energetica, pur strategica, non compensa ancora i costi per quello che riguarda il comparto industriale.
Alla fine l’impressione che si ha è che l’intera Green Revolution sia solo un pretesto per poter fare immettere sul mercato danaro fresco, non a debito ma proveniente dagli accantonamenti di privati ed aziende per finanziare gli ammodernamenti richiesti dalle varie normative, come pure per poter creare posti di lavoro e domanda in misura significativa se non per far crescere il PIL, per non farlo crollare a causa della lievitazione dei costi energetici ed in calo delle esportazioni per la crescita dei costi fissi, oltre alla contrazione della domanda di certi Paesi per effetto delle guerre commerciali in atto.
Se a questo aggiungiamo che la EU non controlla, come detto in precedenza, nessuna delle infrastrutture tecnologiche che definiscono il XXI secolo (social network; motori di ricerca; sistemi operativi; piattaforme cloud; semiconduttori avanzati), ecco che la dipendenza da USA e Cina limita ogni ambizione di sovranità digitale, e quindi di qualsivoglia sovranità si desideri parlare.
Uno degli ambiti in cui più forte si fa sentire tale mancanza di sovranità è quello valutario. Ufficialmente l’Euro è una moneta forte, ma la finanza dipende da fattori, sui quali la EU non ha il controllo, quali:
- le clearing houses. Con il termine clearing house si intende un’istituzione che fa da garante negli scambi finanziari (derivati, futures, transazioni tra banche) ed il cui fine è quello di evitare rischi e favorire l’andata a buon fine degli scambi. Purtroppo molte delle clearing house più grandi e usate in Europa non solo non sono solitamente in Europa, ma anche quando lo sono non sono sotto piena giurisdizione EU (in genere UK/USA). In altri termini l’Europa usa sistemi critici che non controlla, quindi non è totalmente indipendente nel gestire i suoi mercati finanziari
- i flussi in USD. Come noto lo USD è la valuta dominante nei mercati globali. Molti: scambi commerciali (energia, materie prime), prestiti internazionali, riserve delle banche, transazioni interbancarie avvengono in dollari, anche tra Paesi europei. Ora poiché questo significa che: le banche europee devono avere accesso ai dollari; la Federal Reserve (banca centrale USA) ha grande influenza sui mercati europei; ed ogni crisi di liquidità in dollari si traduce in un problema immediato anche per l’UE, anche se la moneta europea è l’EUR, il “sangue” che scorre nei mercati globali è ancora il dollaro, con tutto ciò che da questo consegue
- la dipendenza da SWIFT. SWIFT, come noto, è un sistema mondiale usato dalle banche per scambiarsi messaggi di pagamento. Non sposta soldi, ma senza SWIFT nessuna banca può pagare o essere pagata a livello internazionale. Anche se formalmente è un consorzio europeo, la sua governance risente molto della pressione degli Stati Uniti, Stati Uniti possono influire sulle sanzioni, sui blocchi o sulle esclusioni dal sistema. Questo vuol dire che chi controlla SWIFT può “scollegare” un Paese o una banca dal mondo finanziario. L’UE usa SWIFT, ma non lo controlla pienamente
Tempo di bilanci: un decennio che ha cambiato l’Europa 2011-2025
La domanda che a questo punto sorge spontanea riguarda le lezioni strategiche che emergono dalla analisi degli eventi caratterizzanti l’arco temporale preso qui in esame.
La ricostruzione integrata degli eventi libici, delle proteste dei Gilet Gialli, del sabotaggio dei gasdotti, delle pressioni statunitensi sul Nord Stream 2 e del fallimento del Trattato di Aquisgrana, ai quali vanno doverosamente aggiunti i conflitti in Ucraina ed in Medio Oriente (Gaza), mostra che l’Europa ha vissuto dal 2011 al 2025 un decennio di ridefinizione profonda. Una ridefinizione che ha comportato la presa in seria considerazione del fatto che l’insieme degli shock ha determinato l’emersione di una fragilità politica, economica e strategica della EU spesso e volentieri ignorata dalle stesse élite europee.
Dalla periferia al cuore: come le crisi esterne diventano crisi interne
Il caso libico dimostra che l’Europa non può più illudersi che una crisi esterna rimanga confinata fuori dalle proprie frontiere. L’intervento del 2011, condotto senza una strategia post-bellica, ha generato effetti sistemici rilevanti quali:
- destabilizzazione del Sahel;
- migrazioni incontrollate;
- rafforzamento di attori regionali ostili;
- ritorno della Russia come potenza del Mediterraneo;
- frammentazione interna all’UE su sicurezza e frontiere.
Un fatto, questo, che ci impone di prendere in debita considerazione il fatto che ogni volta che l’Europa rinuncia a una politica estera coerente, il costo collettivo è elevatissimo.
Le crisi sociali interne come vulnerabilità strategica
Le proteste dei Gilet Gialli hanno mostrato la profonda intima interconnessione tra politiche sociali interne; polarizzazione del confronto politico; identità nazionale; possibili interferenze esterne e vulnerabilità delle democrazie occidentali.
La protesta, nata da fratture sociali reali strettamente correlate al sensibile declino del potere d’acquisto, da una generalizzata percezione dell’ingiustizia fiscale, nonché dalla distanza tra periferie e centri urbani, è diventata un caso di studio su come attori esterni possano amplificare, quand’anche non abbiano pilotato la cosa, tensioni genuine per ottenere vantaggi geopolitici. Il dato strategico è chiaro: non esiste sovranità geopolitica senza coesione sociale interna. Ed in questo senso le proteste pro-Gaza che hanno agitato le piazze di parecchi Paesi europei, rendono conto di quanti e quali possono essere i canali utilizzabili, in un contesto di Guerra Cognitiva, come leve politiche utili a destabilizzare un qualsiasi Paese caratterizzato da una ampia e diffusa libertà di accesso ai più disparati canali di informazione, nonché ai social networks.
Il caso Nord Stream e la fine dell’illusione economica europea
Il gasdotto Nord Stream 2 ha rappresentato per lungo tempo, nella visione tedesca, il pilastro di un modello economico fondato sui pilastri strategici più volte, a vario titolo, richiamati quali energia russa a basso costo; accesso privilegiato ai mercati globali ed esportazioni industriali ad alta intensità energetica.
La sequenza degli accadimenti che hanno avuto luogo negli anni che vanno dal 2017 al 2022 ha di fatto smantellato questa visione. Le sanzioni americane, l’instabilità politica dell’Ucraina, la crescente ostilità di Washington verso ogni forma di interdipendenza energetica con Mosca, e infine il sabotaggio dei gasdotti nel Baltico, hanno mostrato che:
- non esiste più spazio per interdipendenze economiche dense nei contesti geopolitici ostili;
- ogni infrastruttura strategica può diventare bersaglio di attacchi ibridi;
- la sicurezza energetica diventa parte integrante della sovranità.
Da qui il crollo non solo del progetto tedesco, ma pure di quello europeo.
Aquisgrana e la fine dell’illusione post-bipolare
Il Trattato di Aquisgrana avrebbe dovuto segnare il rilancio dell’integrazione franco-tedesca, in un mondo sempre più competitivo. Il sabotaggio del Nord Stream 2, la guerra in Ucraina e la dipendenza energetica emergente dal LNG statunitense dimostrano però che la finestra storica per l’autonomia strategica europea si è chiusa prima che questa potesse aprirsi davvero.
Ed in questo contesto a nulla sono valsi il tentativo tutto francese di introdurre nel dibattito una visione geopolitica, come del resto è accaduto al tentativo tutto tedesco di sostenerne una economica, visto che alla fine la somma delle due non ha sortito alcuna strategia comune.
La triangolazione USA–Russia–Cina come fattore strutturale
Le dinamiche descritte mostrano che, nel mondo multipolare, l’Europa è divenuta un teatro di competizione più che un attore. La convergenza non intenzionale dei tre grandi attori (Washington, Mosca, Pechino) ha prodotto un effetto cumulativo già introdotto precedentemente il cui risultato è consistito in una compressione della capacità autonoma della EU e un ritorno a un paradigma geopolitico classico, in cui l’Europa diventa campo di influenza anziché fonte di influenza.
In questo senso i Paesi BRICS sono avvisati, come del resto è possibile leggere in un ampio saggio dedicato al tema in questione pubblicato integralmente come Special Report il 17 Ottobre 2023 sulla rivista statunitense Inner Sanctum Vector 360 con il significativo titolo “ BRICS Between Third World Myths and Reality”.
Verso quale Europa? Cinque possibili scenari
La ricostruzione integrata qui proposta suggerisce che la EU si trova davanti a cinque possibili percorsi.che presuppongono che l’Europa scelga quanto prima quale ruolo assumere nel prossimo futuro, ovverosia se essere attore protagonista ovvero accettare di interpretare il ruolo che altri hanno deciso di assegnarle preso atto del fatto che allo stato attuale gli eventi hanno decretato la fine del mito europeo post–Cold War.
Alla luce dei fatti cinque sono gli scenari possibili che abbiamo preso in considerazione:
Scenario 1– Europe as a Fortress (ritiro difensivo)
La EU accetta la perdita di capacità offensiva e costruisce una strategia difensiva basata su:
- protezione delle frontiere;
- politiche industriali di resilienza;
- rafforzamento della NATO;
- dipendenza tecnologica dagli USA.
È un’Europa più chiusa, meno globale.
Scenario 2 – Europe as a Market (declino geopolitico)
La EU rinuncia a ogni ambizione geopolitica, diventando:
- un grande mercato regolamentato;
- un attore economico potente;
- un soggetto politicamente dipendente dagli USA.
È di fatto la prosecuzione del modello attuale, ma con perdita progressiva di peso.
Scenario 3 — Europe as a Player (autonomia strategica reale)
Richiede:
- un esercito europeo;
- un bilancio federale;
- politiche energetiche integrate;
- piattaforme tecnologiche sovrane.
È lo scenario più ambizioso, ma anche il più difficile.
Scenario 4 – Europe as a Fragment (implosione controllata)
La EU sopravvive come mercato, ma perde coesione politica:
- mini-Schengen;
- alleanze variabili;
- progetti industriali a “geometria variabile”.
Già oggi visibile nella divergenza nazionale su Russia, Cina, energia, migrazioni.
Scenario 5 – Europe as a Subsystem (integrazione nella strategia USA)
Gli Stati Uniti considerano l’UE come alleato chiave contro
- la Russia;
- la Cina;
- l’instabilità globale.
La EU diventa il pilastro per antonomasia della NATO e consumatore privilegiato di tecnologia, energia e armamenti americani.
Bibliografia e fonti web
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- RAND Corporation, “Addressing the rise of Russia in Libya”
https://www.rand.org/blog/2019/10/addressing-the-rise-of-russia-in-libya.html - Reuters, varie analisi sul ruolo russo nel conflitto libico
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https://www.brookings.edu
B. Gilet Gialli, manipolazione informativa, Russia
- Center for Strategic and International Studies (CSIS), “Beyond the Yellow Vests”
(discussione su Russia, populismo, eco-sistemi informativi)
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D. Nord Stream 2: cronologia completa, pressioni USA, sanzioni
2017–2021: normativa USA, sanzioni e dichiarazioni
- CAATSA – testo e analisi
https://www.congress.gov/bill/115th-congress/house-bill/3364 - NDAA 2020 – misure su Nord Stream 2
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https://www.state.gov - Reuters – cronologia sanzioni
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2022: sospensione, invasione, sabotaggio
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https://www.reuters.com/article/world/chiding-macron-putin-says-i-dont-want-yellow-vests-in-russia-idUSKCN1V91CY/ ; IFRI – “I gilet gialli francesi e i troll russi che li incoraggiano” (analisi dell’IFRI sul ruolo dei troll/social). https://www.ifri.org/fr/presse-contenus-repris-sur-le-site/frances-yellow-vests-and-russian-trolls-encourage-them
https://www.hhs.gov/about/news/2025/02/13/robert-kennedy-jr-sworn-26th-secretary-hhs-president-trump-signs-executive-order-make-america-healthy-again.html ; https://www.medscape.com/viewarticle/us-senate-confirms-rfk-jr-run-hhs-2025a10003u0
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https://issuu.com/progessionalglobaloutreach.com/docs/finalworksept-merged da pag 360 in avanti.
