L’asse Soros-Abedin e l’ombra dell’islam politico: quando la filantropia progressista incontra le reti dei Fratelli Musulmani. Mentre le inchieste del quotidiano Il Tempo svelano i fili che legano Open Society Foundations ai finanziamenti iraniani e alle reti dell’Islam politico in Europa, il matrimonio tra Alexander Soros e Huma Abedin assume contorni sempre più inquietanti. Non è solo un’unione sentimentale: è il sigillo di un’alleanza tra potere finanziario progressista e ambienti storicamente legati ai Fratelli Musulmani, con implicazioni dirette per l’Italia e l’Europa.
Il matrimonio che ha cambiato tutto
14 giugno 2025, tenuta Soros negli Hamptons. Mentre gli ospiti d’élite – Hillary Clinton, Kamala Harris, il gotha democratico americano – brindano alla coppia, pochi si interrogano sul significato profondo di quell’unione. Alexander Soros, 39 anni, erede di un impero filantropico da 25 miliardi di dollari, sposa Huma Abedin, 49 anni, consulente politica con un curriculum che intreccia la Casa Bianca e connessioni familiari con istituzioni dell’islam politico.
Non è gossip da rotocalco. È geopolitica che si fa carne, legami che ridisegnano equilibri. Come hanno documentato le recenti inchieste de Il Tempo sui flussi finanziari dall’Iran verso organizzazioni europee e sul ruolo delle fondazioni Soros nel facilitare network progressisti-islamisti, questa unione matrimoniale rappresenta il coronamento visibile di convergenze sotterranee che da anni alimentano preoccupazioni nei servizi di sicurezza occidentali.
I fili iraniani e le reti dormienti
Le rivelazioni de Il Tempo hanno squarciato il velo su meccanismi che funzionano da decenni. Finanziamenti iraniani che attraversano fondazioni apparentemente innocue, ONG che si presentano come paladine dei diritti umani ma operano secondo agende precise, network che collegano Teheran a Bruxelles passando per think tank progressisti e organizzazioni islamiche “moderate”.
In questo schema, Open Society Foundations non è attore marginale. È il braccio finanziario che legittiма, amplifica, normalizza. Con una differenza cruciale rispetto ad altri donatori: la capacità di vestire obiettivi politici con linguaggio dei diritti umani, trasformando agenda in valori universali incontestabili.
Alexander Soros ha assunto la presidenza OSF nel giugno 2023, promettendo continuità con la visione paterna ma imprimendo un’accelerazione politica. Meno filantropo, più attivista. Meno neutrale, più schierato. E proprio mentre assumeva le redini dell’impero filantropico, iniziava la relazione con Huma Abedin, resa pubblica nel febbraio 2024.
Chi è davvero Huma Abedin
Il curriculum ufficiale impressiona: vice capo di staff di Hillary Clinton al Dipartimento di Stato, vice chair della campagna presidenziale 2016, insider democratica con accesso ai massimi livelli. Ma è il curriculum non ufficiale a sollevare interrogativi mai del tutto chiariti.
Huma Mahmood Abedin nasce nel 1975 da genitori indo-pakistani, trascorre l’infanzia in Arabia Saudita, cresce in ambiente culturale dove islam e politica sono inscindibili. Il padre, Syed Zainul Abedin, fonda negli anni ’70 l’Institute of Muslim Minority Affairs, istituzione che intrattiene rapporti documentati con organizzazioni riconducibili ai Fratelli Musulmani.
La madre, Saleha Mahmood Abedin, dirige ancora oggi il Journal of Muslim Minority Affairs, pubblicazione che ha ospitato articoli dai contenuti inequivocabili: interpretazioni conservatrici sui ruoli femminili, letture della politica estera americana che echeggiano narrative jihadiste, attribuzione degli attacchi dell’11 settembre alle politiche occidentali piuttosto che al terrorismo islamista.
Huma stessa è stata assistant editor di quella rivista dal 1996 al 2008, proprio mentre scalava i vertici del Partito Democratico americano. Un doppio binario che critici conservatori hanno più volte denunciato come incompatibile, ma che l’establishment progressista ha sempre derubricato a “islamofobia” e teoria del complotto.
La convergenza che non possiamo ignorare
Quando Il Tempo ha documentato i 14,3 milioni di dollari erogati da OSF nel 2023 a gruppi israelo-palestinesi, i 3,3 milioni di fondo emergenza post-7 ottobre 2023, il sostegno continuativo a organizzazioni come Al-Haq (1,05 milioni tra 2020-2025) – gruppo accusato da Israele di legami con il Fronte Popolare per la Liberazione della Palestina – non stava riportando semplici transazioni finanziarie.
Stava mappando un ecosistema dove obiettivi dell’islam politico e agenda progressista convergono con precisione inquietante:
Immigrazione senza filtri: OSF finanzia sistematicamente ONG che si oppongono a controlli di frontiera, deportazioni, distinzioni tra rifugiati genuini e immigrazione economica. Esattamente ciò che favorisce infiltrazione di elementi radicali e trasformazione demografica dell’Europa.
Delegittimazione di Israele: il sostegno OSF a gruppi palestinesi replica narrative dei Fratelli Musulmani sulla “resistenza” e l'”occupazione”, normalizzando posizioni che fino a ieri appartenevano solo a frange estremiste.
Protezione dell’islam politico: sotto l’ombrello dei “diritti delle minoranze musulmane”, OSF finanzia organizzazioni che non distinguono tra fede religiosa e progetto politico, oscurando la natura totalitaria di movimenti come i Fratelli Musulmani.
Opposizione alla sicurezza nazionale: dai grant contro le politiche anti-terrorismo ai finanziamenti per proteste anti-ICE negli USA, OSF si configura come ostacolo sistematico alle misure di controllo che democrazie occidentali adottano per proteggersi.
L’Italia nella rete
Le inchieste de Il Tempo hanno mostrato come l’Italia sia nodo strategico in questa rete. OSF opera da anni finanziando progetti su “diritti rom”, “integrazione migranti”, “protezioni LGBTI”, “monitoraggio della retorica xenofoba” – formulazioni che traducono, in concreto, opposizione a qualsiasi politica sovranista.
I fondi OSF in Italia hanno sostenuto:
– ONG che operano nel Mediterraneo facilitando arrivi irregolari
– Organizzazioni che si oppongono a CPR e rimpatri
– Network che denunciano come “xenofoba” qualsiasi critica all’immigrazione islamica
– Progetti che presentano rom e migranti esclusivamente come vittime, mai come soggetti di responsabilità
Dal 2023, dopo la vittoria del centrodestra, OSF ha ridotto visibilità in Italia ma non attività. Ha semplicemente spostato finanziamenti su canali meno tracciabili, utilizzando organizzazioni intermediarie. Una tattica documentata dalle rivelazioni sui flussi iraniani: quando il controllo pubblico aumenta, la rete si adatta, non si ritira.
Alexander e Huma: più di un matrimonio
Il matrimonio Soros-Abedin del giugno 2025 non è coincidenza in questo quadro. È culminazione logica di convergenze che operavano già, ma che trovano ora sigillo istituzionale e simbolico.
Alexander porta 25 miliardi di dollari, una macchina filantropica globale, accesso a governi e media, capacità di influenzare elezioni attraverso finanziamenti “legali” a ONG e cause civili. Porta anche l’aura progressista che immunizza da critiche: chi attacca Soros rischia automaticamente l’accusa di antisemitismo.
Huma porta network nell’establishment democratico, connessioni con mondo islamico “moderato” (definizione sempre più ambigua), legittimazione culturale presso comunità musulmane occidentali. Porta anche quella zona grigia di legami familiari che non costituiscono prova definitiva ma neppure possono essere ignorati da chi prende sul serio la sicurezza nazionale.
Insieme, formano un ponte perfetto tra potere finanziario progressista e reti dell’islam politico. Un ponte che veicola influenza, risorse, legittimazione in entrambe le direzioni.
Le domande che nessuno vuole fare
Dal matrimonio a oggi, quali decisioni OSF riflettono questa nuova configurazione? Difficile dirlo: la fondazione non pubblica verbali, Abedin non ha ruolo formale, le influenze si esercitano in conversazioni private che non lasciano tracce.
Ma possiamo osservare continuità preoccupanti:
– Nessuna revisione dei finanziamenti a gruppi controversi in Medio Oriente
– Intensificazione dell’opposizione a politiche migratorie restrittive in Europa
– Silenzio assordante su persecuzioni di cristiani in paesi islamici
– Mancata distinzione tra protezione religiosa e islam politico
Quando Il Tempo ha chiesto a OSF commenti sui legami iraniani documentati, la risposta è stata il silenzio istituzionale che ormai caratterizza queste organizzazioni: né conferme né smentite, solo richiami generici a “società aperte” e “diritti umani”.
Il rischio italiano
Per l’Italia, questo asse rappresenta minaccia concreta. Un governo democraticamente eletto che tenti politiche di controllo dell’immigrazione si trova contro non solo opposizione interna, ma un’infrastruttura finanziaria globale che mobilita ONG, media, pressioni internazionali.
OSF può finanziare:
– Battaglie legali contro rimpatri e CPR
– Campagne mediatiche che dipingono politiche legittime come “xenofobe”
– Network di attivisti che occupano spazi pubblici e bloccano deportazioni
– Think tank che producono ricerche “scientifiche” favorevoli all’immigrazione
– Organizzazioni islamiche che gridano “islamofobia” contro qualsiasi controllo
Tutto legale, tutto coperto da retorica dei diritti. Ma l’effetto combinato è paralisi delle democrazie di fronte a trasformazioni che i cittadini non hanno votato e spesso non vogliono.
Conclusioni: difendere la democrazia significa fare domande scomode
Le inchieste de Il Tempo sui finanziamenti iraniani e sul ruolo OSF hanno aperto squarci su realtà che establishment progressista vorrebbe mantenere nell’ombra. Il matrimonio Soros-Abedin è tassello di questo mosaico: non prova definitiva di complotto, ma indicatore di convergenze che meritano scrutinio, non censura come “complottismo”.
Difendere democrazie occidentali significa rivendicare diritto di controllare frontiere, distinguere tra rifugiati genuini e immigrazione economica, separare protezione religiosa da islam politico, rifiutare trasformazioni demografiche imposte da élite contro volontà popolare.
Significa anche avere coraggio di guardare dove reti di potere, denaro e influenza si intrecciano, anche quando questo sfida narrative consolatorie su “filantropia” e “società aperte”.
Il Tempo continuerà a fare domande scomode. Perché il giornalismo o è inchiesta o è propaganda.
