L’Europa sotto osservazione: il conflitto che paralizza e inganna
Una serie di analisi internazionali rivela come la guerra in Ucraina congela le contraddizioni interne del continente, nasconde fragilità finanziarie e istituzionali, e mette a nudo la differenza tra visibilità mediatica e autonomia strategica in quanto i conflitti rivelano più di quanto creino.
Negli ultimi due anni, la guerra in Ucraina è stata raccontata in Europa principalmente come una frattura morale e strategica: una linea di demarcazione tra diritto e forza, tra ordine e revisionismo. Questa lettura non è falsa, ma è incompleta. Ridurre il conflitto a una prova di valori rischia di oscurare dinamiche più profonde, che riguardano non solo la sicurezza europea, ma la struttura stessa del potere occidentale.
La serie di articoli che segue parte da una tesi semplice e scomoda: la guerra in Ucraina non è soltanto un evento esterno che colpisce l’Europa, ma un meccanismo interno di stabilizzazione. Congela contraddizioni finanziarie, rinvia scelte politiche difficili e sospende una resa dei conti istituzionale che la pace renderebbe inevitabile.
Ne abbiamo parlato diffusamente in un saggio pubblicato su OFCS Report il con il significativo titolo “Atlantismo, Hybrid Warfare e capitali opachi: il nuovo inconfessabile nodo strategico della EU “dal quale emerge come le sanzioni ed il conflitto stesso hanno aumentato temporaneamente la rilevanza internazionale dell’UE, ma al costo di dipendere dalla prosecuzione della guerra in quanto una pace improvvisa potrebbe esporre vulnerabilità sistemiche, oltre a scatenare contenziosi legali e determinare oltremodo pericolose turbolenze finanziarie.
Centrale in questa visione delle cose è la presa in esame della permeabilità storica dell’Europa ai capitali opachi, inclusi fondi russi e transnazionali: una permeabilità resa possibile da lacune normative e da una supervisione alquanto debole anche perché surrettiziamente voluta per tutto quanto recentemente dibattuto in un testo analitico intitolato “La trappola della leva invisibile: capitali opachi e declino dell’Occidente finanziarizzato” che ha il pregio di portare alla luce come la pluriennale sostituzione della produzione con il credito, della crescita reale con l’espansione finanziaria e della stabilità sociale con il consenso a debito, sta trascinando l’Europa verso una dipendenza sistemica sempre più pericolosa da quella leva finanziaria denominata “Leva 10x geopolitica” che la guerra ha in qualche modo messo in crisi nonostante il congelamento pro tempore dei flussi pregressi di origine russa al solo scopo di evitare che il loro repentino smantellamento potesse scatenare una alquanto pericolosa, ancorché doverosa e necessaria, “resa dei conti” interna.
Una leva che da supporto necessario per ovviare a quelle incongruenze generate da una globalizzazione che ha assurdamente condotto alla trasformazione dell’intero Occidente in un’area economicamente basata pressoché sul solo terziario, –con gli ovvi opportuni distinguo, ancorché parziali–, oggi si rivela foriera di una dipendenza sistemica che rischia di produrre effetti devastanti tanto per quello che riguarda la tenuta istituzionale della EU, quanto di quella di moltissimi suoi Stati membri.
Tanto dicasi poiché in questo contesto la finanza ha finito per rivelarsi uno strumento strategico anche dal punto di vista offensivo, che le élite russe hanno sfruttato grazie al sapiente uso del capitale opaco per aumentare il costo delle sanzioni e limitare l’autonomia europea. La prosecuzione del conflitto in queste condizioni ha finito per riflettere incentivi divergenti tra EU, Stati Uniti e Russia, con benefici indiretti anche per altri attori globali interessati ad indebolire pesantemente l’Occidente: un qualcosa che le Cancellerie europee hanno, a quanto pare, decisamente mancato di cogliere.
Da ciò discende che la guerra in corso, guerra che al momento risulta al tempo stesso offensiva, difensiva, finanziaria e geopolitica, non risolverà affatto tutte le debolezze strutturali dell’Europa. Di quell’Europa per la quale la vera sfida arriverà con la pace, ovverosia quando sarà necessario affrontare la riforma dei sistemi finanziari e istituzionali per tentare di evitare le conseguenze di un caos destabilizzante di proporzioni inimmaginabili, a quanto pare, per i più anche tra gli addetti ai lavori.
Per comprendere davvero la portata di questa strana dinamica posta in essere da anni dalla EU, in senso lato, e da diversi Stati membri –tra cui l’Italia–, in senso stretto, è necessario cambiare punto di osservazione. Non chiedersi, quindi, come l’Europa vede la guerra, ma come la guerra rende visibile l’Europa agli altri.
I quattro articoli che seguono adottano, infatti, prospettive esterne e strategiche: quella dell’India di Narendra Modi, della Cina di Xi Jinping, della Turchia di Recep Tayyip Erdoğan, dell’Arabia Saudita del Principe Mohammed bin Salman e degli Emirati Arabi Uniti. Non si tratta di esercizi di stile, ma di ricostruzioni coerenti con le rispettive dottrine di potere. In ciascun caso, la guerra in Ucraina non appare come una battaglia per l’ordine internazionale, bensì come un segnale di fragilità sistemica, una leva geopolitica o uno spazio negoziale.
Il quarto articolo chiude la serie riportando lo sguardo sull’Europa stessa. Non per giudicare, ma per evidenziare il suo punto cieco: la difficoltà di immaginare una pace che non sia destabilizzante, e la tendenza a confondere centralità con autonomia.
Nel loro insieme, questi contributi non offrono soluzioni immediate né prescrizioni morali. Offrono qualcosa di più raro nel dibattito contemporaneo: una diagnosi esterna. Perché spesso non è lo sguardo del nemico a rivelare le nostre debolezze, ma quello dei partner che osservano, attendono e si preparano al dopo.
La domanda implicita che attraversa l’intera serie non è se l’Europa abbia ragione o torto, ma se sia pronta a sopravvivere alla fine della guerra senza delegare ad altri il proprio futuro strategico.
ART. I
L’Europa congelata vista da Nuova Delhi
Come Narendra Modi leggerebbe la guerra in Ucraina
Se il testo introduttivo descrive la guerra in Ucraina come un meccanismo di congelamento delle contraddizioni europee, una lettura, per così dire, “alla Narendra Modi” non potrebbe che trarne una conclusione netta: l’Europa non è un pilastro dell’ordine globale, ma un sistema in gestione difensiva.
Per l’India, questa constatazione non è una rivelazione, bensì una conferma. Da almeno un decennio, Nuova Delhi considera l’Occidente come un insieme di potenze mature, finanziariamente complesse e politicamente vincolate, incapaci di sostenere a lungo un ruolo egemonico coerente, ma nel contempo essenziale per la costruzione di quel complesso insieme di relazioni volte a mantenere aperto, tra le altre cose, un canale primario per il libero scambio, in senso lato, tra la regione dell’Indo-Pacifico e l’Europa, via Medio Oriente (IMEC).
Un concetto, questo, ribadito –ad esempio– nella dichiarazione congiunta rilasciata il 25 Novembre 2024 al termine dell’incontro tra Modi ed i vertici europei a Bruxelles. Una dichiarazione che ha assunto una importanza cruciale in vista della assunzione, nel 2026, da parte dell’India della Presidenza dei BRICS, nonché in chiusura di quello che forse è stato l’anno più complesso che il Premier Modi abbia affrontato dal suo insediamento nel 2014.
Ed infatti un attacco terroristico nel Kashmir amministrato dall’India in Aprile è stato seguito da un conflitto di quattro giorni tra India e Pakistan in Maggio. Pur essendo breve, il conflitto ha segnato il peggior periodo di ostilità tra i due Paesi da decenni.
L’Europa come attore fragile
Dal punto di vista indiano, la guerra in Ucraina non rafforza l’Europa: la sospende. Le sanzioni congelano capitali opachi, rinviano crisi bancarie e mascherano la mancanza di riforme strutturali. Questo rende l’Unione Europea un partner utile ma instabile, incapace di offrire una cornice prevedibile nel medio-lungo periodo.
Per Modi, l’errore sarebbe scambiare la centralità mediatica europea con solidità strategica, la forma con la sostanza
La legittimazione del non-allineamento
La lettura indiana vede nel conflitto una giustificazione piena della propria postura di autonomia strategica. Se la guerra funziona anche come strumento di stabilizzazione interna europea, allora nessun appello morale può giustificare sacrifici economici o geopolitici indiani.
La neutralità attiva dell’India non è opportunismo, ma realismo strutturale.
Prepararsi al dopo-guerra
L’elemento più rilevante per Nuova Delhi è il rischio di una pace improvvisa. Lo scongelamento degli asset, i contenziosi legali e le tensioni politiche interne potrebbero trasformare la fine del conflitto in un fattore di instabilità continentale.
Per l’India, questo implica:
- la riduzione dell’esposizione finanziaria in Europa,
- il rafforzamento della resilienza interna,
- il posizionamento come polo di stabilità per il Sud Globale.
In definitiva è lecito pesare che per Modi l’Europa resti un mercato e un interlocutore, ma non un architetto dell’ordine futuro. L’India deve crescere mentre altri rimandano la resa dei conti.
ART. II
Beijing: la guerra come lente di decadenza sistemica
Perché i conflitti rivelano più di quanto creino
Una lettura “alla Xi Jinping” del testo introduttivo sarebbe più profonda e più fredda. Per Beijing la guerra in Ucraina non è solo un congelamento europeo: è una prova empirica della fragilità strutturale dell’ordine occidentale.
L’Occidente come sistema finanziarizzato
Xi vedrebbe nell’analisi dei capitali opachi una conferma di una tesi centrale del pensiero strategico cinese: l’Occidente non produce più potere reale, ma gestisce flussi finanziari complessi e instabili che, come già detto altrove, la guerra attualmente in corso in Ucraina, agendo da lente, rende visibile imponendo di toccare con mano un errore strutturale sistemico dell’Occidente protrattosi per oltre 35 anni a partire dalla Caduta del Muro di Berlino.
Dal punto di vista di Pechino, la globalizzazione occidentale è stata interpretata in modo ideologico e non strategico. Il peccato originale non è la globalizzazione in sé, ma la delocalizzazione sistemica del primario e del secondario, cioè dei settori che:
- producono valore reale,
- generano surplus commerciale,
- sostengono la sovranità fiscale e industriale dello Stato.
Xi (e più in generale il pensiero strategico cinese) ragiona in termini molto lineari:
chi controlla produzione ed esportazioni controlla il flusso di ricchezza reale, non solo finanziaria. Purtroppo l’Occidente ha fatto l’opposto spezzando una ineludibile catena virtuosa. In questo senso il modello qui descritto è esattamente quello che la Cina ha cercato di preservare, mentre l’Europa (e in parte gli USA) ha smontato. Un modello basato sulla presa in considerazione del fatto che un settore primario e secondario forti permettono di esportare beni e servizi che promuovono la realizzazione di quel surplus commerciale che in parte resta alle imprese, in parte viene tassato dallo Stato, in parte va ai salari.
In un tale contesto lo Stato ha la possibilità di finanziare opere di importanza infrastrutturale, la logistica, la sanità pubblica, il comparto della formazione (scuola ed università), la ricerca di base ed il comparto della difesa, mentre le masse lavoratrici (intese in senso lato) con i consumi contribuiscono ad incrementare le entrate erariali, ad incrementare il risparmio, nonché a alimentare un terziario privato sano (ristorazione, servizi, tempo libero…). Un tale modus operandi punta evidentemente a realizzare e migliorare un ecosistema autosostenuto, ovverosia un qualcosa che, pur tra mille distinguo, la Cina ha in qualche modo replicato ed adattato approfittando dello smantellamento dello stesso operato dall’Occidente.
Il passaggio fatale: economia dei consumi a debito
Purtroppo delocalizzare significa rinunciare alla produzione e vivere di consumo.
Ma un’economia dei consumi funziona solo se chi la promuove è il centro unico del sistema o se non vi sono competitor sistemici.
All’inizio degli anni ’90 questo sembrava vero si più in quanto l’URSS era crollata e la Cina sembrava essere un mero serbatoio atto a fornire “manodopera a basso costo” (come del resto i Paesi dell’ex-cortina sovietica) che ad un certo punto ha dato forma, corpo e sostanza ad un prevedibile “imprevisto strategico”: la Cina non è rimasta una periferia produttiva diventando un centro industriale completo ovvero, come si è detto da un certo punto in poi, la vera e propria fabbrica del mondo per antonomasia.
Purtroppo da quel momento in poi l’Occidente non solo non ha preso atto del proprio grossolano errore, ma ha pure pervicacemente insistito nel porre in essere tutto quanto ha, erroneamente, ritenuto essere in suo potere per “mettere al proprio posto Beijing”, ad esempio cercando di imporle quanto era impossibile imporle, a cominciare dalla rivalutazione della sua divisa: una mossa non andata a buon fine per ovvie ragioni.
A tale proposito si consideri quanto avvenuto e documentato nel 2019 allorché, correva il Maggio di quell’anno ed il contesto internazionale era gravato dalle dinamiche della guerra commerciale USA-Cina, il Presidente Xi Jinping rispose alle pressioni dell’establishment statunitense guidato da Trump, che premeva per una rivalutazione della divisa cinese, recandosi in vista ad una fabbrica di terre rare nella provincia di Jiangxi per… ‘richiamare’ l’attenzione, con un gesto simbolico, sul fatto che il mercato delle fondamentali terre rare era di fatto controllato per il 90% dalla Cina in un momento in cui, scriveva Asia Times “Gli Stati Uniti si affidano alla Cina per circa l’80% delle sue importazioni di terre rare, rendendola una potenziale merce di contrattazione”
Vale qui la pena di ricordare che proprio a Maggio del 2019 il Dipartimento del Tesoro USA nel rapporto semestrale non designò formalmente la Cina come manipolatrice, ma criticò la mancanza di trasparenza e mise lo Yuan sotto stretta sorveglianza mentre la valuta cinese si indeboliva nel contesto dei dazi crescenti.
In questo contesto un aggiornamento successivo (Agosto 2019) fece sì che dopo ulteriori oscillazioni dello Yuan e l’escalation dei dazi, l’amministrazione Trump etichettasse la Cina come “manipolatore di valuta”, un passo considerato simbolico ma significativo nella guerra commerciale.
Ora ciò che maggiormente stupisce è che nonostante tutto questo da quel momento l’Occidente ha continuato a consumare, ma purtroppo senza più produrre abbastanza per finanziare quei consumi.
Il risultato è stato strutturale:
- deficit commerciali cronici,
- debito pubblico e privato crescente,
- finanziarizzazione forzata dell’economia, da cui la degenerazione bancaria.
La degenerazione bancaria e i capitali opachi
Le banche occidentali, private del ruolo classico di intermediazione del risparmio al precipuo scopo di finanziare l’economia reale, si sono trasformate in banche d’investimento divenendo macchine speculative e fabbriche di derivati.
Questo ha prodotto due effetti:
- un inquinamento sistemico dell’economia occidentale (instabilità, bolle conclamate o in fieri, crisi ricorrenti)
- l’accettazione crescente di capitali opachi per soddisfare le sempre maggiori richieste di liquidità, rendimenti, nonché per poter sostenere un modello ormai sempre più fragile. Ed è a questo punto che entra in gioco Mosca.
Appendice analitica – Finanza, vulnerabilità sistemica e conflitto: formalizzazione di una lettura sinologica della guerra in Ucraina alla luce del pensiero economico–strategico di Xi Jinping
Quanto segue propone un’interpretazione della guerra in Ucraina non come evento causale di una crisi sistemica, ma come meccanismo rivelatore di vulnerabilità strutturali preesistenti nei sistemi occidentali attraverso una lettura sinologica ancorata al pensiero economico e strategico di Xi Jinping.
L’analisi si concentra sul ruolo della finanziarizzazione, come vista da Beijing, sulla perdita di centralità dell’economia reale e sulla conseguente esposizione del processo decisionale politico a vincoli esterni. In tale prospettiva, nella visione cinese la penetrazione dei capitali russi in Europa appare non come anomalia morale, bensì come esito funzionale di un ordine finanziario liberalizzato di fronte al quale la posizione cinese emerge come strategia di sopravvivenza sistemica piuttosto che di vittoria geopolitica immediata.
Oltre la lettura morale del conflitto
Nel dibattito occidentale, la guerra in Ucraina è spesso interpretata attraverso categorie normative o morali: aggressione, violazione del diritto internazionale, scontro tra democrazia e autoritarismo.
Tuttavia, tale approccio risulta inadeguato se applicato alla prospettiva analitica propria del pensiero politico cinese contemporaneo, che privilegia invece una lettura strutturale e sistemica (结构性分析).
Nel lessico ufficiale della Repubblica Popolare Cinese, i conflitti armati non sono generalmente concepiti come eventi isolati, bensì come manifestazioni di contraddizioni accumulate all’interno di un ordine internazionale in trasformazione, spesso descritto come “grande cambiamento mai visto in un secolo” (百年未有之大变局)
Finanziarizzazione e vulnerabilità sistemica
Un nodo centrale del pensiero economico di Xi Jinping riguarda la critica alla separazione tra finanza ed economia reale. Secondo la linea ufficiale, la finanziarizzazione eccessiva conduce a una situazione in cui la finanza smette di servire lo sviluppo produttivo e diventa fonte autonoma di rischio sistemico (系统性风险)
In tale quadro, la penetrazione dei capitali russi in Europa non appare come una deviazione patologica del sistema, bensì come un esito coerente di un modello che ha privilegiato:
- la liquidità rispetto alla produzione,
- l’apertura finanziaria rispetto alla sovranità economica,
- la crescita nominale rispetto alla stabilità strutturale.
La leadership cinese ha più volte sottolineato che un sistema finanziario non guidato politicamente tende a incorporare capitali esterni senza valutarne le implicazioni strategiche
Il capitale come vincolo politico latente
Quando il conflitto armato scoppia, i capitali precedentemente integrati nel sistema europeo si trasformano da risorsa economica in vincolo politico latente. Essi non possono essere facilmente rimossi né pienamente utilizzati, ma agiscono come fattori di:
- paralisi decisionale,
- ambiguità normativa,
- pressione indiretta sui processi politici.
Dal punto di vista sinologico, ciò conferma una tesi centrale del pensiero di Xi Jinping: la sicurezza finanziaria è una componente essenziale della sicurezza nazionale (金融安全是国家安全的重要组成部分). La guerra, in questo senso, non crea la vulnerabilità, ma la attiva, rendendo manifeste contraddizioni strutturali già presenti.
Differenze di modello: la “via finanziaria cinese”
Il Partito Comunista Cinese definisce esplicitamente una “via di sviluppo finanziario con caratteristiche cinesi” (中国特色金融发展之路), distinta dal modello occidentale⁵.
Tale via si fonda su tre pilastri:
- guida politica della finanza,
- subordinazione della finanza all’economia reale,
- prevenzione prioritaria dei rischi sistemici.
In questa prospettiva, la guerra in Ucraina rappresenta un caso empirico che rafforza la critica cinese ai modelli finanziari liberalizzati, confermando che l’assenza di controllo politico sulla finanza può trasformarsi in fragilità strategica.
È interessante notare che a prima vista questa impostazione sembra incompatibile con il pensiero liberista di Friedrich von Hayek, ma l’analisi mostra che il rapporto è più complesso.
Hayek non elimina la politica: le attribuisce un ruolo essenziale di arbitro tra le parti sociali e di garante dell’ordine giuridico. Esiste quindi, anche in Hayek, un primato della politica, ma limitato alle regole e non agli esiti. La politica deve fissare norme astratte e impedire la prevaricazione di gruppi o interessi particolari, non dirigere l’economia né orientarne i risultati.
La divergenza fondamentale emerge sul tema del tempo. I mercati operano strutturalmente su orizzonti brevi o medio-brevi: incorporano il futuro solo nella misura in cui è monetizzabile. Elementi cruciali come resilienza strategica, coesione sociale, autonomia produttiva o sicurezza nazionale restano fuori dal loro calcolo. La globalizzazione è l’esempio paradigmatico di questa miopia: ha ottimizzato l’efficienza nel breve periodo, ma ha prodotto nel medio-lungo dipendenze strategiche e vulnerabilità geopolitiche, rivelandosi un boomerang sistemico.
Qui emerge il limite di Hayek: il suo schema presuppone un contesto relativamente stabile e non conflittuale, mentre nel mondo contemporaneo mercati, finanza e interdipendenze sono diventati strumenti di potere politico. In questo scenario, il tempo lungo non può essere lasciato al solo mercato.
La via cinese può allora essere letta non come ritorno al marxismo o allo statalismo classico, ma come un correttivo politico alla temporalità corta dei mercati. La Cina non abolisce il mercato né il profitto: li utilizza, ma li subordina a obiettivi di stabilità, sviluppo e sicurezza di lungo periodo. In questo senso, la sua diagnosi — che l’assenza di controllo politico sulla finanza generi fragilità strategica — coglie un punto reale.
Il nodo critico non è dunque la necessità del correttivo, bensì la sua forma. Nella versione cinese, il correttivo è concentrato in un unico centro di potere, privo di contropesi, con il rischio che ciò che nasce come regolazione diventi dominio permanente e rigidità strutturale. Qui l’avvertimento hayekiano resta valido, non come rifiuto del correttivo, ma come monito contro la sua assolutizzazione.
Riassumendo abbiamo che il totale rigetto dei rilievi cinesi è sbagliato soprattutto perché questo atteggiamento manca di cogliere che
- I mercati ottimizzano il presente.
- La politica deve custodire il futuro.
- La globalizzazione ha mostrato cosa accade quando questa funzione politica viene abdicata.
Ed in questo senso la “via cinese” segnala correttamente la fine dell’illusione del mercato autoregolato e del liberalismo finanziario puro, quantunque non costituisca un modello normativo esportabile, configurandosi, piuttosto, come un indicatore storico della necessità di ripensare il rapporto tra politica, mercato e tempo lungo. La questione aperta, pertanto, non è se serva un correttivo, ma come costruirne uno che non sia autoritario.
Sopravvivere alla fine del conflitto: la razionalità strategica cinese
Un elemento chiave della lettura “alla Xi Jinping” è l’assenza di una logica, di fatto infantile, di vittoria immediata. Nel pensiero strategico cinese, l’obiettivo primario non è prevalere in una singola crisi, ma attraversare cicli di instabilità preservando continuità sistemica.
In questo senso, la Cina non deve “vincere” la guerra in Ucraina; deve piuttosto:
- evitare l’esposizione a rischi finanziari incontrollati,
- mantenere autonomia strategica,
- emergere dalla fase post-bellica in condizioni strutturalmente migliori rispetto ad altri attori
Letta attraverso una lente sinologica, la guerra in Ucraina conferma un’intuizione ricorrente nel pensiero strategico cinese contemporaneo: i conflitti tendono a rivelare vulnerabilità preesistenti più che a crearne di nuove, funzionando come stress test per sistemi economici, politici e finanziari. In questo senso, come già sottolineato –repetita iuvant– l’evento bellico rende visibili gli squilibri accumulati nel tempo, soprattutto nei modelli fortemente finanziarizzati e nelle architetture di interdipendenza non governata.
Da questa prospettiva discende, detto per inciso ed a conferma di quanto sin qui proposto– anche una lettura più prudente del dossier Taiwan. L’insistenza su un imminente ricorso alla forza appare poco analitica se si considera che molte delle manovre militari e politiche poste in essere da Pechino possono essere interpretate come strumenti di verifica e di pressione sistemica, più che come segnali di un’immediata escalation. La postura cinese, infatti, si caratterizza meno per opportunismo contingente o slancio ideologico e più per una logica strutturale orientata alla gestione degli shock.
In tale logica, la priorità non è reagire emotivamente alle crisi, bensì assicurare la capacità del sistema di attraversarle e di sopravvivere alla loro conclusione. È questa attenzione alla resilienza di lungo periodo, più che alla vittoria nel breve termine, a costituire il tratto distintivo della razionalità strategica cinese contemporanea. Una lettura dei fatti, un modo di porsi, quello di Beijing, che per converso rende oltremodo agevole comprendere come l’establishment cinese vede L’Europa.
L’entrata in campo di Mosca vista da Beijing
Dal punto di vista “alla Xi Jinping”, la penetrazione dei capitali russi in Europa non è stata solo corruzione o opportunismo, bensì un’operazione sistemica di inserimento favorita dalle vulnerabilità occidentali, e resa possibile dalla finanziarizzazione.
Paradossalmente lo scoppio della guerra, e la conseguente prevedibile entrata in campo delle sanzioni, ha fatto sì che quel capitale non più utilizzabile, e nel contempo non confiscabile, abbia finito per paralizzare qualsiasi decisione producendo impliciti ricatti: un corpus di fatti che possono essere letti come la presentazione del conto da parte di quella guerra che ha assunto improvvisamente il ruolo di attivatore della fragilità sistemica pregressa.
Per meglio comprendere questo passaggio occorre dare un peso a tutte le espressioni qui presenti avendo ben chiaro che dal punto di vista russo, ma ancor più da quello cinese, non si è mai trattato di aggirare le regole, bensì di sfruttarle coerentemente al fine di creare una crescente esposizione dell’Europa alle proprie stesse architetture finanziarie e giuridiche, fondate sulla tutela della proprietà privata e sulla neutralità presunta del capitale.
Con l’invasione dell’Ucraina, la risposta occidentale sotto forma di sanzioni era politicamente inevitabile. Tuttavia, la struttura giuridica europea consentiva con relativa facilità il congelamento degli asset, ma rendeva estremamente complessa la loro confisca. Ne è derivata una situazione peculiare: grandi masse di capitale non più utilizzabili, ma neppure eliminabili.
Questi capitali congelati non sono rimasti inerti. Al contrario, hanno assunto la forma di passività sistemiche: asset che restano nei bilanci, non generano flussi, aumentano l’incertezza legale, appesantiscono la gestione del rischio e incidono indirettamente sui requisiti prudenziali. In altri termini, non hanno colpito direttamente l’avversario, ma hanno iniziato a gravare sul sistema che li ospita.
Da qui ha preso il via una paralisi decisionale con correlata rigidità finanziaria in quanto l’Europa si è così trovata intrappolata in un ventaglio di opzioni tutte costose: confiscare avrebbe minato la credibilità dello Stato di diritto e la fiducia finanziaria globale; sbloccare era politicamente impraticabile; mantenere il congelamento ha prodotto un logoramento progressivo. Questa indecisione strutturale ha generato una forma di ricatto implicito, non intenzionale ma reale, in cui l’incertezza stessa diventa fattore di instabilità.
La conseguenza è stata, come detto, una crescente rigidità del sistema bancario: maggiore avversione al rischio, riduzione della capacità di erogazione del credito, priorità assegnata all’autoprotezione rispetto all’intermediazione. Il sistema finanziario, già esposto, è entrato in una modalità difensiva.
In parallelo, lo shock energetico ha prodotto un’inflazione prevalentemente da costi e non da domanda. In alcuni contesti, come quello statunitense, tale dinamica può essere più correttamente interpretata come una forma di stagflazione accettata – se non deliberatamente gestita – dalla Federal Reserve, nella misura in cui la restrizione monetaria è stata utilizzata non tanto per rimuovere le cause dell’inflazione, quanto per ristabilire disciplina finanziaria e drenare liquidità dal sistema.
In questo quadro, il rialzo dei tassi da parte della BCE – avvenuto in larga misura in allineamento forzato con la politica monetaria statunitense – ha svolto una funzione che va oltre la narrazione ufficiale anti-inflattiva. L’aumento dei tassi ha operato anche come strumento di razionamento del credito, raffreddando la domanda, riducendo l’esposizione del sistema bancario e contenendo il rischio sistemico in un contesto di elevata incertezza finanziaria.
L’effetto finale è stato una compressione dell’attività economica: famiglie e imprese hanno visto restringersi l’accesso al credito, sono state spinte ad attingere ai risparmi accumulati e hanno subito un impoverimento reale. Il costo sistemico dello shock non si è dunque trasferito prevalentemente all’esterno, ma è stato in larga misura internalizzato.
Su questi meccanismi –che la Cina ha pienamente colto– si è tuttavia stesa una coltre di silenzio nel dibattito pubblico. In diversi Paesi europei, e in particolare in Italia, (un aspetto questo particolarmente importante per capire la strategia cinese una volta che Beijing ha acquisito consapevolezza del tutto) l’inflazione da costi ha generato un incremento del gettito fiscale derivante dalle imposte sui consumi, contribuendo a un aumento nominale del PIL che è stato spesso presentato come miglioramento della situazione economica complessiva. Si è trattato, in realtà, di un effetto contabile, non di un rafforzamento strutturale.
Analogamente, la temporanea riduzione del debito pubblico è stata favorita dall’immissione nel ciclo economico di risorse provenienti dai risparmi privati e dagli accantonamenti delle imprese, piuttosto che da una crescita reale o da una riorganizzazione virtuosa della spesa pubblica. Anche questo risultato è stato in parte attribuito a una presunta buona gestione politica ed economica, mentre riflette più propriamente un trasferimento silenzioso di risorse dal settore privato allo Stato
Razionalità russa, osservazione cinese ed impotenza europea
È non solo plausibile, ma ampiamente documentato, che Mosca si aspettasse le sanzioni e ne avesse incorporato i costi/benefici nel proprio calcolo strategico. Non necessariamente come obiettivo primario, ma come evento accettabile e, in parte, decisamente sfruttabile. Ancora più rilevante, tuttavia, è la posizione cinese: Beijing osserva senza intervenire direttamente, analizzando come l’Occidente utilizzi le sanzioni e, soprattutto, quali effetti produca su se stesso.
Nella lettura cinese, le sanzioni sono un’arma a doppio taglio. Nel breve periodo possono essere efficaci, ma nel medio-lungo termine tendono a erodere la centralità del sistema che le emette, incentivano la ricerca di alternative, rendono visibile la politicizzazione della finanza e accelerano la frammentazione dell’ordine economico globale — una critica coerente con l’interpretazione ufficiale di Pechino secondo cui le sanzioni unilaterali sono illegittime o destabilizzanti per l’economia mondiale e non risolvono le crisi.
Per la Cina, tutto ciò rappresenta una lezione strategica di valore: non è necessario colpire direttamente l’avversario; è spesso sufficiente lasciarlo utilizzare fino in fondo i propri strumenti e osservare come essi si rivelino vulnerabili in un contesto di fragilità sistemica
Bilancio cognitivo “alla cinese” dell’Europa
In un bilancio cognitivo condotto secondo una logica cinese, l’Europa emerge come un sistema:
- altamente sofisticato, ma eccessivamente finanziarizzato;
- normativamente coerente, ma strategicamente rigido;
- potente negli strumenti, ma debole nella gestione del tempo lungo;
- incline a reagire moralmente agli shock più che a governarli strutturalmente.
La lezione che Beijing pare aver tratto non è che l’Europa sia destinata al declino (mai vendere la pelle del lupo prima di averlo cacciato), bensì che essa fatica a trasformare la propria forza normativa in resilienza strategica. La dipendenza da architetture finanziarie complesse, unite a una difficoltà nel prendere decisioni costose ma risolutive, rende il sistema vulnerabile a shock che non ne minano immediatamente l’esistenza, ma ne erodono progressivamente la solidità.
In altre parole, è lecito ritenere che in termini cinesi il giudizio sia probabilmente questo: l’Europa non perde perché viene sconfitta, ma perché attraversa le crisi consumando il proprio futuro. Da ciò deriva che la strategia cinese, come del resto, fatti i debiti distinguo, è necessariamente attendista in quanto punta tutto sullo sfruttamento delle debolezze strutturali che, se adeguatamente sollecitate, non possono che portare a un’implosione non tanto dei singoli Stati membri della EU quanto piuttosto di quella che potrebbe definirsi l’Unione Europea come centro decisionale strategico, in coerenza con la logica del “multipolarismo contro l’egemonia” sostenuta da Pechino.
È interessante notare che, da questo punto di vista, il congelamento degli asset russi non rappresenta una vittoria morale, ma la testimonianza di una incrinatura della visione liberista occidentale, quella di von Hayek, tanto per intenderci, poiché reintroduce di fatto un primato del potere politico sull’economia, in contraddizione con la pretesa neutralità del mercato proprio del liberalismo occidentale. Esso si configura infatti come una dimostrazione del fatto che:
- la proprietà privata è condizionata dal potere politico,
- il sistema giuridico è strumentale,
- la sicurezza finanziaria è relativa.
Alla fine dal punto di vista cinese, la guerra si configura come una autodipendenza occidentale, un qualcosa che non indebolisce l’Occidente per mano russa in quanto lo rende dipendente dal proprio conflitto per mantenere coesione e centralità. Questa dipendenza è una vulnerabilità strutturale, ed infatti un sistema che necessita di una guerra per restare stabile è palesemente un sistema in declino.
La lezione che possiamo ragionevolmente presumere Beijing abbia tratto da questa sequenza di eventi emerge con chiarezza se si valuta il grado di attualizzazione di tre indicazioni strategiche fondamentali, che impongono di:
- accelerare la de-dollarizzazione e rafforzare la protezione degli asset cinesi all’estero;
- evitare forme di integrazione finanziaria profonda con sistemi normativi occidentali;
- presentare la Cina come polo di stabilità post-bellica, pragmatico e non ideologico.
In questa prospettiva, come già osservato, la Cina non deve vincere il conflitto, ma sopravvivere alla sua conclusione in condizioni migliori rispetto agli altri attori. Per Xi Jinping, l’Europa “congelata” non rappresenta un nemico, bensì un caso di studio: un esempio di come l’eccessiva finanziarizzazione e la rigidità strategica possano trasformare strumenti di potere in fattori di vulnerabilità.
L’obiettivo cinese non è dunque la vittoria attraverso lo scontro diretto, ma la promozione di un ordine internazionale capace di mantenere l’equilibrio senza ricorrere sistematicamente alla guerra tradizionale, facendo leva sulla resilienza strutturale e sulla gestione del tempo lungo.
Si badi bene che questo non vuol dire che la Cinarifiuta il conflitto in assoluto, ma punta a:
conflitti asimmetrici,
- pressione sistemica,
- competizione strutturale.
- Non è pacifismo, è gestione non cinetica della competizione
ART. III
Tra guerra e leva geopolitica
Come Recep Tayyip Erdoğan legge il conflitto europeo
Una lettura “alla Erdoğan” del conflitto in Europa non è teorica: è strumentale. Per Ankara, la guerra è una valuta politica.
La guerra come spazio negoziale
Erdoğan vede un’Europa congelata, incapace di affrontare i propri problemi senza intermediari. Questo apre spazi notevoli per potenze regionali di medio calibro o aspiranti tali, capaci di muoversi tra i blocchi. Potenze molto utili per evitare di impegnarsi direttamente per tutta una serie di comprensibilissime ragioni che, però, fanno sì che alla fine la EU sia dipendente da chi, poi, offre i suoi servigi, ma alla fine presenta il conto.
In questo senso la Turchia si colloca in una posizione unica:
Membro NATO
- Aspirante membro BRICS
- Aspirante membro EU
- Partner energetico della Federazione Russa
- Mediatore regionale tra MENA e Asia, cruciale su flussi energetici e migratori
- Nodo di spinte jihadiste, sia religiose che politiche
- Competitor regionale di Arabia Saudita e Iran
- Ponte tra gli universi sciita e sunnita, ma con rapporti anche con attori laici come il Gen. Haftar
ed in un tale contesto è ovvio che Erdoğan giochi secondo necessità la carta dell’indispensabilità regionale. L’indebolimento europeo, acuito dalle contraddizioni interne e dal conflitto ucraino, rende la Turchia un reggitore del fronte sud della NATO e un hub energetico centrale — la principale fonte del suo potere negoziale, almeno finché la guerra si protrae.
Il valore dell’ambiguità e la leva balcanica
La lezione è chiara per Ankara: chi resta ambiguo guadagna leva. La Turchia non cerca né la vittoria totale russa, né un’Europa pienamente stabile. La tensione controllata incrementa il proprio peso negoziale su difesa, migranti, energia e accesso finanziario.
Un esempio concreto per meglio comprendere la lettura di Erdogan del conflitto ucraino è il ruolo della Turchia nella prospiciente regione dei Balcani, dove il Kosovo rappresenta una polveriera pronta a esplodere: un Paese islamico laico, ma non troppo; religioso, ma non troppo. Questa ambiguità culturale e politica lo rende terreno ideale per confronti di tipo proxy tra est ed ovest, dove Ankara può giocare la carta del mediatore o del sostegno strategico, rafforzando la propria influenza nella regione. La tensione balcanica è così trasformata in un’opportunità geopolitica: un piccolo territorio diventa leva negoziale tra grandi potenze.
Prepararsi al caos europeo
Erdoğan legge così il rischio di una pace in Ucraina non gestita come un qualcosa foriero di un’Europa sede di una crisi post-bellica che si traduce in
pressioni migratorie crescenti,
- instabilità nei Balcani e nel Mediterraneo, da cui
- maggiore bisogno di contenimento regionale
Tutti fatti questi che giocoforza impongono ad Ankara di::
rafforzare l’autonomia militare,
- controllare i corridoi logistici e i punti chiave come il Kosovo, nonché di
- monetizzare il proprio ruolo di stabilizzatore imperfetto, tra Europa e MENA.
In conclusione per Erdoğan, la guerra non è una tragedia astratta, ma una condizione geopolitica da amministrare. Chi sa muoversi nel disordine — tra Balcani instabili, crisi migratorie e scacchi energetici — può trasformarlo in potere concreto, anche se va notato che, come ha giustamente rilevato Nicolas Bourcier in un suo articolo del 22 Maggio 2025, “Sebbene la ricerca di un mondo multipolare da parte di Recep Tayyip Erdogan possa essere comprensibile in un momento in cui le grandi potenze si dimostrano sempre meno affidabili, la sua diplomazia transazionale non è riuscita a far avanzare nessuno degli interessi nazionali più urgenti del Paese”.
Un aspetto, questo, che rappresenta un indubbio fattore di debolezza per quell’Occidente che a lui si affida perseguendo logiche di breve, o al più medio–breve, periodo.
ART. IV
Tra energia, sovranità e multipolarità
La lettura geopolitica del Principe Mohammed bin Salman
Una lettura “alla MbS” del mondo non parte dalla pace o dalla guerra, ma dalla scarsità gestita e dalla sovranità negoziale. Per il Principe ereditario dell’Arabia Saudita, il disordine non è un fallimento dell’ordine internazionale, ma una condizione strutturale da governare e da trasformare in leva strategica.
In questo senso Mohammed bin Salman ha fatto della trasformazione interna del Regno –sintetizzata nel progetto Vision 2030– un pilastro della politica estera saudita. Con l’obiettivo di ridurre la dipendenza dai petrodollari e costruire un’economia diversificata, Vision 2030 funge da strumento di autonomia strategica e di riorientamento delle relazioni internazionali oltre l’Occidente tradizionale
Ora, per meglio comprendere la posizione strategica assunta da MbS, va debitamente tenuto presente che l’Arabia Saudita attuale non è più semplicemente il primo esportatore di petrolio al mondo, ma il regolatore politico della scarsità energetica: attraverso il ruolo guida in OPEC+, Riyadh influisce sui prezzi e sugli equilibri del mercato globale del petrolio, includendo cooperazione con Mosca e gestione delle quote produttive, e questo potere contrattuale rende il Regno uno dei principali arbitri delle dinamiche energetiche internazionali e, di riflesso, della stabilità economica mondiale.
Coerentemente con questo modus operandi MbS ha spinto l’Arabia Saudita verso una strategia multi-allineata, cosicché, pur mantenendo una relazione storica con gli Stati Uniti, Riyadh ha rafforzato legami economici e politici con Cina, Russia e altri Paesi del Sud globale, cercando di non dipendere esclusivamente dall’Occidente.
In questo schema:
- la Cina rappresenta un partner strutturale soprattutto nell’energia e negli investimenti infrastrutturali;
- l’alleanza energetica con la Russia nella cornice OPEC+ dimostra una cooperazione pragmatica pur in presenza di rivalità geostrategiche;
- l’integrazione diplomatica e commerciale con paesi emergenti amplia lo spettro di opzioni saudite, non legate a una sola sfera di influenza.
In questo contesto la relazione con l’Europa, contrariamente a quanto sistematicamente affermato da più esponenti politici europei, è pressoché solo utilitaristica e asimmetrica in quanto per Riyadh, l’Unione Europea è solamente:
- un mercato importante per energia, tecnologia e investimenti;
un interlocutore commerciale e industriale;
- ma non un garante di sicurezza né un attore unitario coerente.
L’EU rappresenta, in questo senso, un partner economico significativo, ma la sua capacità di imporre condizioni geopolitiche o di influire sulle scelte strategiche del Regno rimane limitata rendendo la relazione funzionale e non strutturale, basata su interessi specifici piuttosto che su valori condivisi.
Diplomazia pragmatica e ruolo regionale
L’Arabia Saudita del nuovo corso esercita, per tanto, una diplomazia non ideologica ma pragmatica, motivo per il quale si segnala per:
- aver intrapreso progetti di normalizzazione delle relazioni nella regione, compresi tentativi di dialogo con l’Iran;
- aver ospitato negoziati internazionali su crisi come quelle in Yemen o tra attori regionali; nonché per
- l’uso fatto della propria influenza anche attraverso piattaforme che uniscono economia, tecnologia e cooperazione culturale.
Questa capacità di essere mediatore condizionato e non neutralmente super partes distingue la politica estera saudita da quelle normative tradizionali dell’Europa.
Per MbS, la stabilità non è un fine in sé, ma un mezzo per massimizzare il potere contrattuale. In questo senso la scelta strategica di un ordine globale frammentato e multipolare fa sì che l’Arabia Saudita gestisca rivalità interne al Golfo e tensioni regionali come parte di una strategia di influenza; mantenga la capacità di cooperare simultaneamente con più grandi potenze, senza cercare un “sistema stabile” imposto dall’esterno, ma un equilibrio negoziato tra interessi divergenti.
Da questo discende che l’ambiguità strategica –ossia la capacità di non legarsi esclusivamente a un blocco– è essa stessa una risorsa politica.
Se Erdoğan legge la guerra come moneta negoziale, Mohammed bin Salman legge il mondo come sistema di scarsità da gestire e dominare, cosicché mentre l’Europa cerca ordine, Riyadh costruisce opzioni, e mentre l’Unione Europea parla di valori, MbS parla di leverage preparandosi a quello che potremmo definire un mondo post-occidentale in cui le opzioni valgono più delle certezze.
ART. V
Gli Emirati Arabi Uniti: la potenza invisibile del mondo post-occidentale
Chiudiamo questo giro di letture con la presa in esame della visione prospettica degli Emirati Arabi Uniti (EAU) in quanto essi rappresentano un terzo modello di potenza post-occidentale, diverso sia da Erdoğan sia da MbS: meno ideologico, meno conflittuale, più ingegneristico e finanziario.
Se, come abbiamo visto, Erdoğan trasforma la guerra in leva ed MbS governa la scarsità energetica, gli Emirati Arabi Uniti hanno scelto una terza via, ovverosia quella che passa per il controllo dei nodi, e non dei conflitti visto che gli EAU non cercano visibilità strategica, ma centralità funzionale: tanto in ossequio al giusto principio che ravvisa in questo la maggiore efficacia nel mondo post-occidentale.
In ossequio a tale tipo di approccio gli Emirati Arabi Uniti non propongono un modello politico esportabile, né una visione normativa alternativa, preferendo trarre la propria forza dalla assenza di una qualsivoglia ideologia preconfezionata in quanto è da ciò che derivano la fattiva assenza di una missione civilizzatrice, come pure di una retorica religiosa espansiva, e di un progetto di leadership regionale dichiarata.
Questa scelta di neutralità operativa, ancorché non morale, non a caso rende gli UAE partner accettabili tanto per l’Occidente quanto per la Cina, la Russia, l’India e l’Africa orientale.
A tale proposito si consideri quanto riportato da un interessante documento intitolato “Risk Perception and Appetite in UAE Foreign and National Security Policy”: una brillante analisi elaborata da Chatham House, uno dei think tank più riconosciuti al mondo, che descrive ottimamente, oltretutto da un punto di vista accademico, la natura pragmatica e multilaterale della politica estera degli Emirati, la loro neutralità rispetto alle ideologie estremiste e come questa influisca sulle scelte diplomatiche multilaterali pragmatiche (idonee, come tali, ad evitare gli allineamenti rigidi con blocchi preferendogli la costruzione di relazioni basate su interessi condivisi e stabilità regionale), e di sicurezza.
Di fatto una visione strategica che combina sicurezza, economia e cooperazione pratica, frutto della fondamentale comprensione del fatto che il potere contemporaneo non risiede tanto nel controllo dei territori, quanto nel controllo dei nodi critici quali: porti, hub logistici, aeroporti, corridoi commerciali e snodi finanziari.
In definitiva Dubai e Abu Dhabi funzionano come infrastrutture geopolitiche, più che come capitali politiche, che come tali non disdegnano di utilizzare la finanza come strumento geopolitico, ed infatti i fondi sovrani emiratini –ADIA, Mubadala, ICD– non sono meri strumenti finanziari, ma leve strategiche che, come tali:
investono in infrastrutture occidentali,
- acquisiscono partecipazioni in tecnologia e difesa,
- penetrano nei mercati emergenti.
- Il tutto in ossequio al principio che consente alla finanza di diventare una presenza senza bandiera, capace di influenzare senza esporre.
Questo non vuol dire che gli Emirati rifiutino per principio l’uso della forza, ma che lo applicano in modo chirurgico operando interventi limitati (Yemen, Libia), dando supporto a partner locali, ovvero cooperando militarmente potenze occidentali, ma sempre e comunque cercando di evitare l’escalation del confronto puntando al controllo dell’ambiente operativo.
Fatta questa premessa è evidente il perché la relazione con l’Occidente sia una sorta di simbiosi pragmatica: a differenza di Ankara e Riyadh, gli Emirati Arabi Uniti mantengono un rapporto strutturalmente positivo con l’Occidente fatto di basi militari, cooperazione di intelligence ed integrazione finanziaria, ma sempre senza subordinazione politica in quanto, per somma, l’Occidente è visto come un partner funzionale, e giammai un riferimento identitario.
Interessante, a tale proposito, risulta essere una pagina ufficiale del Dipartimento di Stato USA, –pagina del 20 Gennaio 2025 significativamente intitolata “U.S. Security Cooperation With the United Arab Emirates”–, che descrive la cooperazione in materia di sicurezza e difesa tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti evidenziando:
- la presenza di accordi formali di cooperazione in materia di sicurezza, incluse formazioni congiunte, trasferimenti di equipaggiamenti e collaborazione tecnica
- Il riconoscimento degli EAU come partner strategico per la difesa degli USA, e non ultima
- la presenza di basi americane e relazioni militari decennali, a dimostrazione della profondità dell’alleanza militare.
Non è un caso, e questo è il motivo della citazione, che nulla del genere esista con l’Unione Europea: a differenza della relazione strutturata di sicurezza tra Stati Uniti ed Emirati Arabi Uniti, non esiste un equivalente meccanismo di cooperazione militare tra gli EAU e quell’Unione Europea che resta un attore economico e normativo che nulla ha a che vedere con quella sicurezza regionale che continua ad essere garantita da relazioni bilaterali con Washington o con singoli Stati membri, come nel caso della Francia (che qui ha –ma in un contesto strettamente bilaterale– la base militare di Camp de la Paix, accordi di difesa e di cooperazione industriale), dell’Italia –dal 2025–, e del Regno Unito.
La marginalità della EU nella visione geostrategica emiratina ha trovato, poi, ulteriore conferma negli ultimi anni, ed in particolar modo per tutto quanto ha sin qui caratterizzato i rapporti tra l’Europa e Kyiv.
La gestione europea della guerra in Ucraina ha, infatti, non poco rafforzato in modo sostanziale la già limitata considerazione strategica che gli Emirati Arabi Uniti nutrivano nei confronti dell’Unione Europea, non tanto per le scelte di campo in sé, quanto per ciò che esse hanno rivelato sul funzionamento profondo della EU come attore geopolitico.
Agli occhi di Abu Dhabi, l’Europa si è mostrata essenzialmente come un soggetto reattivo, incapace di anticipare la crisi e privo di una strategia autonoma di gestione del conflitto, dipendente in larga misura dalla cornice decisionale statunitense. Questo ha consolidato la percezione dell’UE come spazio normativo ed economico, ma non come centro di potere strategico.
Particolarmente rilevante, nella valutazione emiratina, è stata la gestione della dimensione energetica: l’auto-imposizione di sanzioni e la rapida ristrutturazione delle catene di approvvigionamento hanno esposto l’Europa a shock sui prezzi, vulnerabilità industriali e perdita di leva negoziale, trasmettendo l’immagine di un attore che subisce la scarsità anziché governarla.
Per un Paese come gli EAU, che fonda la propria influenza sulla gestione razionale della scarsità e sulla trasformazione delle crisi in opportunità di posizionamento, questo comportamento ha rappresentato un contro-modello. A ciò si è aggiunta una forte dissonanza tra la retorica valoriale europea e la sua capacità effettiva di incidere sugli esiti del conflitto: l’UE ha sostenuto economicamente e politicamente l’Ucraina, ma è rimasta sostanzialmente assente dal tavolo della sicurezza globale, dove le dinamiche reali sono state definite dal confronto tra Stati Uniti, Russia e — indirettamente — Cina.
In questa cornice, l’Europa non è apparsa come un produttore di ordine o di mediazione, ma come un moltiplicatore dei costi della guerra sul proprio spazio interno.
Dal punto di vista emiratino, questo ha avuto anche un effetto reputazionale: l’Europa post-Ucraina è percepita come regione meno prevedibile, più esposta a instabilità prolungate e politicamente più polarizzata, dunque come un ambiente da attraversare e utilizzare economicamente, ma non come partner strategico su cui ancorare scelte di sicurezza o di lungo periodo, e questo nonostante l’ottimismo mostrato da una certa narrativa Occidentale.
In sintesi, la guerra in Ucraina ha funzionato, per Abu Dhabi, come una cartina di tornasole: non ha cambiato la valutazione dell’UE, ma l’ha cristallizzata, confermando che la sicurezza si negozia con Washington, la stabilità con attori regionali affidabili, mentre con Bruxelles si continua a fare commercio — senza attribuirle un ruolo decisivo nell’architettura del potere globale.
La nomina di Luigi Di Maio vista dagli UAE
La nomina di Luigi Di Maio a Inviato speciale dell’Unione Europea per il Golfo è stata accolta dagli Emirati Arabi Uniti e dagli osservatori regionali con un misto di attenzione formale e perplessità pragmatica, segnando una valutazione non tanto personale quanto sull’effettivo peso strategico e operativo della diplomazia europea nella regione.
Ed in questo senso ben poco ha pesato sulla valutazione globale che Di Maio abbia enfatizzato la volontà della EU di rafforzare i legami con i paesi del Golfo su temi come stabilità, commercio, energia e deescalation dei conflitti, magari, ad esempio, dichiarando che la partnership con gli stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo (GCC) è di “massima importanza” e che si lavora per espandere cooperazioni su energia, trasporti e innovazione.
Tanto in quanto se è vero che il ruolo dell’inviato è chiaramente quello di stimolare dialogo politico e cooperazione multilaterale tra UE e GCC, è altrettanto vero che detto dialogo è già parte di una strategia istituzionale europea formalizzata nel lontano 2022 per dare maggiore visibilità esterna all’azione dell’Unione, e non una novità strategica del momento.
Non stupisce affatto, quindi, che nel contesto emiratino la reazione sia stata osservata con realismo critico: la nomina non è stata unanimemente percepita come un colpo d’ala strategico dell’Unione, bensì come l’ennesimo segno della natura più politica che geopolitica dell’azione europea nella regione.
Commentatori della stampa regionale e analisti locali hanno ironizzato sulla scelta, citando dichiarazioni di esperti di politica regionale secondo cui essa mostrerebbe “un profondo senso dell’umorismo europeo”, evocando la percezione di un coinvolgimento senza poteri tangibili di sicurezza o di deterrenza.
Tale percezione si innesta su preesistenti dinamiche di rapporto: gli Emirati guardano all’azione europea come partner commerciale e dialogante, ma non come garante di sicurezza o come interlocutore decisionale autonomo rispetto a Washington o Pechino, dove decisioni e capacità di influenza hanno basi materiali più solide (militari, energetiche, infrastrutturali).
Inoltre, nonostante Di Maio abbia sottolineato alcuni progressi nei dialoghi e l’importanza della EU nella deescalation di crisi come quella di Gaza — affermando che i paesi del Golfo vedono l’Unione come partner per contribuire a stabilità e soluzione dei conflitti regionali— questo tipo di interlocuzione resta di natura politica e consultiva, piuttosto che strategica o vincolante nel senso tradizionale di sicurezza.
Agli occhi di Abu Dhabi e degli altri governi del GCC, la EU continua infatti a essere percepita come un attore centrale nel commercio e nella regolazione internazionale, ma non un soggetto che possa guidare o determinare decisioni critiche in materia di sicurezza collettiva o gestione di squilibri globali.
In ultima analisi, la presenza di Di Maio è stata accolta come un segno di interesse e rispetto istituzionale, ma non ha modificato significativamente la percezione della posizione europea nel Golfo come secondaria rispetto alle relazioni di sicurezza strutturali con gli USA e rispetto alle partnership economiche e tecnologiche con altri attori globali.
Per gli Emirati Arabi Uniti, la nomina dell’inviato ha quindi confermato un quadro già noto: l’Unione Europea è un interlocutore importante, ma non un partner di primo piano nelle questioni che contano di più nella regione (sicurezza, deterrenza, potere contrattuale multilaterale), e ciò riflette una più ampia valutazione delle capacità strategiche europee nel mondo postoccidentale.
Per meglio comprendere il peso di questa valutazione emiratina vale non poco la pena di osservare che essa giunge da un Paese che da tempo e per tempo si è mosso grazie alla consapevolezza che il petrolio non è eterno, e che per questo occorre prevenire e non farsi sorprendere dal futuro investendo in logistica globale, in finanza, in tecnologia ed in soft power selettivo, in ossequio alla consapevolezza della necessità di una transizione non ideologica, ma anticipatoria.
Gli UAE, in definitiva, non guidano il caos, ma lo attraversano ed il loro modus operandi si staglia nel firmamento del mondo post-occidentale in quanto se Erdoğan è il gestore del conflitto, ed MbS è il regolatore della scarsità, gli Emirati Arabi Uniti sono gli ingegneri del sistema come si conviene a coloro che non cercano visibilità, ma indispensabilità.
Quella indispensabilità silenziosa che spesso, nel XXI secolo, è la forma più solida di potere.
ART. VI
Ciò che l’EU non vede, o non può permettersi di vedere, di sé
La guerra in Ucraina osservata dal resto del mondo
Visti da fuori, i due anni di guerra in Ucraina appaiono meno come una battaglia per l’ordine internazionale e più come un meccanismo di sospensione. Non della violenza, ma delle contraddizioni interne europee. Se per l’Europa il conflitto è una prova morale e strategica, per gran parte del mondo è soprattutto un processo di gestione della fragilità occidentale.
Le letture di Nuova Delhi, Pechino e Ankara –ché dell’Arabia Saudita e degli UAE abbiamo già detto a parte– convergono, come visto, su un punto essenziale: l’Europa non sta solo reagendo a un’aggressione esterna, sta rimandando un confronto interno.
L’illusione della centralità
Dal punto di vista esterno, l’Europa confonde la propria visibilità con il proprio potere. L’intensa attività diplomatica, le sanzioni e la retorica dei valori creano l’immagine di un continente nuovamente centrale. Ma questa centralità è derivata, non autonoma: dipende dal conflitto, dal sostegno statunitense e dalla permanenza di uno stato di emergenza.
Modi vede un’Europa che non può permettersi la pace.
Xi vede un sistema che non può permettersi la normalizzazione.
Erdoğan vede un attore che ha bisogno di intermediari per reggere l’equilibrio.
Tre letture diverse, una diagnosi comune: la stabilità europea è condizionata e la guerra gioca il ruolo di copertura sistemica: un ruolo che l’Europa tende a non riconoscere, se non altro ufficialmente, nonostante che il conflitto:
congeli flussi di capitale opaco,
sospenda i contenziosi legali,
- neutralizzi scandali politici e
- riduca lo spazio per l’opposizione interna,
- il tutto in un contesto di mobilitazione permanente che fa sì che la complessità finanziaria diventi un dettaglio tecnico e non una questione politica.
Agli occhi esterni, questo non è eroismo strategico ma pura e semplice amministrazione del rischio in un contesto caratterizzato dal fatto che poiché il
conflitto non risolve le fragilità europee, ma solo le mette in pausa, fa sì che alla fine il punto cieco più grave sia la pace stessa, ovverosia quella fine delle ostilità che molte capitali non occidentali leggono come un qualcosa che l’Europa appare strutturalmente impreparata ad affrontare in quanto comporterebbe:
lo scongelamento di asset,
una resa dei conti regolatoria,
- crisi bancarie potenziali, ed
- instabilità politica interna.
- Da qui la percezione, difficilmente confessabile, ma ampiamente condivisa, che una pace rapida sarebbe più destabilizzante della guerra controllata, come del resto già evidenziato, sia pure summa capite, in precedenti pubblicazioni, ma mai precedentemente presentato come lettura propria di quelle capitali extraeuropee che palesemente, propio a motivo di ciò, non mostrano alcun interesse immediato a forzarne la conclusione.
A tale proposito ritengo oltremodo pertinente quanto qui di seguito riportato circa la posizione attendista (e cauta) della Cina rispetto alla causa intentata dalla Banca Centrale russa (CBR) contro Euroclear, ed al contesto politico–finanziario in cui questa azione si inserisce.
La denuncia della CBR contro Euroclear: un nuovo capitolo della guerra economica
Come noto la CBR ha recentemente avviato formalmente una causa legale contro la società finanziaria belga Euroclear, chiedendo alla stessa un risarcimento pari a circa 18,2 trilioni di RUB (equivalenti a circa 230 Mld di USD), ovverosia una cifra pari al valore delle riserve russe congelate nell’Unione Europea dopo l’invasione dell’Ucraina e detenute dalla summenzionata istituzione.
La denuncia –presentata davanti a un tribunale arbitrale di Mosca– sarebbe stata ufficialmente inoltrata alla autorità competente in quanto la Banca Centrale russa ha ritenuto Euroclear responsabile della violazione dei propri diritti di proprietà essendole stato impedito di gestire i propri fondi e titoli immobilizzati per effetto dell’applicazione delle sanzioni europee. Queste riserve, che ammontano a circa 210 Mld di EUR, sono state infatti congelate in Europa fin dal 2022, e in larga parte ancora oggi custodite da Euroclear a Bruxelles.
La mossa è giunta, non a caso, nel contesto degli intensi dibattiti interni alla EU su come utilizzare gli asset congelati, dibattiti che hanno avuto per oggetto anche la proposta di impiegare gli stessi fondi indirettamente tramite strumenti quali un “prestito di riparazione” a favore dell’Ucraina, senza configurare una confisca diretta.
Lungi dal ritenere che una qualsivoglia sentenza favorevole alla CBR possa avere un qualche effetto pratico, viene spontaneo chiedersi come mai la stessa abbia ritenuto di adire tale via. La risposta è oltremodo agevole in quanto il tutto si configura come una mossa foriera di ricadute tanto legali ad uso e consumo interno, quanto politiche essendo un tentativo strategico volto ad aumentare i costi politici e legali per Bruxelles e per i soggetti europei coinvolti, in particolare:
Euroclear, come depositario centrale dei titoli e delle riserve russe in Europa;
- gli stati membri della EU, qualora gli stessi decidessero di spingersi verso una confisca totale o un uso diretto dei fondi.
In questo senso che la decisione di un tribunale russo dichiaratosi competente non possa avere immediata efficacia in Europa, ma introduca incertezza e dia a Mosca un argomento per creare pressioni legali e diplomatiche importanti è qualcosa che va adeguatamente preso in considerazione se solo si pone l’accento sul fatto che già il contestato blocco degli asset russi si configura come una violazione del diritto di proprietà .
La Cina e la questione degli asset congelati
La Repubblica Popolare Cinese ha assunto una posizione cauta ma significativa di fronte a questa controversia. Secondo dichiarazioni ufficiali, Pechino continua a opporsi a sanzioni unilaterali che violano il diritto internazionale e non sono approvate dal Consiglio di sicurezza dell’ONU. Il portavoce del Ministero degli Esteri cinese ha espresso giudizi critici sull’uso dei fondi russi congelati a scopi politici o militari, sottolineando la necessità di un clima favorevole al dialogo e a una soluzione pacifica del conflitto.
La Cina in pratica non ha preso posizione apertamente a favore della causa russa, ma:
- non ha sostenuto le misure che renderebbero gli asset congelati di fatto confisca permanente; ed
- ha –astutamente– richiamato l’attenzione sul rischio di minare la fiducia degli investitori internazionali nei mercati occidentali, sostenendo che ciò possa avere effetti negativi sulla stabilità finanziaria globale.
Una posizione, quella di Beijing, che riflette una valutazione prudente e, come sua consuetudine, alquanto attenta a bilanciare:
i propri rapporti strategici con Mosca; con
- il desiderio di mantenere una relazione economica stabile con l’Unione Europea e altri partner globali.
Dal punto di vista strategico, che poi è quello che a noi più preme di prendere in considerazione. La causa contro Euroclear non mira principalmente a recuperare i fondi congelati –cosa che Mosca sa essere poco probabile nel contesto giuridico europeo– quanto piuttosto a:
mandare un segnale politico forte all’UE;
- dissuadere l’uso di questi asset per scopi contrari agli interessi russi; ma soprattutto
- creare danni reputazionali e incertezza giuridica per i mercati finanziari occidentali, ben sapendo la condizione di bisogno di capitali da parte di chi ha puntato tutto, promuovendo la globalizzazione, su assetti economici domestici per lo più basati sui consumi. In altri termini la scelta del Cremlino può essere letta come un ulteriore esempio di guerra ibrida.
In definitiva per l’Unione Europea, la causa rappresenta un rischio aggiuntivo in un dossier già complesso, perché:
mette sotto pressione gli stati membri che detengono gli asset (in particolare il Belgio);
- complica piani di impiego dei fondi congelati per sostenere l’Ucraina;
- potrebbe innescare ulteriori contenziosi o tentativi di ritorsione legale/finanziaria cui non potrebbe opporsi in alcuno modo, ma delle cui conseguenze dovrebbe farsi carico per ovvie ragioni
La denuncia della CBR contro Euroclear è, in questo senso, più di una semplice causa legale: è un elemento di pressione geopolitica e finanziaria che colpisce i punti sensibili dell’architettura europea di gestione delle riserve estere.
In questo contesto, la posizione prudente della Cina –che critica le sanzioni unilaterali e invita al dialogo– contribuisce a uno scenario in cui la EU deve contemperare la difesa di principi legali e di affidabilità del proprio sistema finanziario con le esigenze geopolitiche di sostenere l’Ucraina e gestire la risposta a Mosca.
Il rischio concreto di una frattura con il Sud Globale
Mentre l’Europa parla di diritto internazionale e deterrenza, gran parte del mondo legge il conflitto in termini di asimmetria e doppio standard. Il congelamento selettivo degli asset, l’uso politico del diritto finanziario e la strumentalizzazione delle regole rafforzano una convinzione diffusa: l’ordine basato sulle regole è negoziabile per chi ha potere, dando luogo ad una percezione dei fatti tanto più pericolosa, quanto più non genera ostilità ideologica, ma prudenza strategica.
I Paesi emergenti non vogliono distruggere l’Occidente; vogliono evitarne le vulnerabilità: una posizione che lascia a chi di dovere un certo margine di tempo per prendere atto dei mutamenti avvenuti in questi anni, ed adottare le misure necessarie per evitare il tracollo sistemico, a patto di operare quanto prima le scelte opportune.
Europa: soggetto o oggetto della storia?
Il nodo finale è, in ultima analisi, il seguente: l’Europa si percepisce come soggetto morale della storia, ma viene sempre più letta come oggetto di dinamiche sistemiche. Non guida il conflitto, lo gestisce. Non definisce l’ordine, lo amministra in difesa.
Finché la guerra continua, questa ambiguità resta sostenibile. Quando finirà, emergerà la domanda fondamentale: l’Europa saprà trasformare il congelamento in riforma, o subirà lo scongelamento come shock?
Purtroppo tutto lascia intendere che ciò che l’Europa non vede di sé è ciò che il resto del mondo ha già compreso, e cioè che la guerra in Ucraina non è solo una crisi geopolitica, ma una moratoria sistemica. Rinvia scelte, sospende conflitti interni, preserva equilibri fragili.
La vera prova non sarà la vittoria o la sconfitta sul campo, ma la capacità di sopravvivere alla pace senza delegarla, subirla o temerla.
ART. VII
Epilogo prospettico: tre scenari per l’Europa quando la guerra finirà
L’epilogo prospettico che qui proponiamo è stato concepito come la naturale chiusura dell’intera serie di articoli sin qui proposta: non conclusivo in senso narrativo, ma orientato al futuro, è stato concepito e proposto ipotizzando tre scenari chiari, realistici e strategicamente leggibili.
Ogni guerra crea vincitori e vinti, ma alcune guerre producono soprattutto sistemi sospesi, ed il conflitto in Ucraina appartiene a questa categoria: più che risolvere l’ordine europeo, lo ha per lo più congelato. La vera prova per l’Europa non sarà quindi la gestione della guerra, ma la capacità di affrontare ciò che essa ha rinviato.
Quando il conflitto terminerà –per negoziato, esaurimento o trasformazione– l’Europa entrerà in una fase di scongelamento sistemico. Da come verrà gestita dipenderà il suo ruolo nel mondo. I tre scenari che seguono non sono previsioni, ma traiettorie plausibili.
Scenario 1 – La riforma gestita: l’Europa usa la pace per ricostruire se stessa
In questo scenario, l’Europa anticipa la fine della guerra preparando il terreno politico, finanziario e istituzionale. Lo scongelamento degli asset avviene in modo coordinato, dando corso:
a riforme profonde della supervisione finanziaria,
- ad una armonizzazione reale dei regimi antiriciclaggio, e
- ad una salutare trasparentizzazione quanto alle responsabilità pregresse.
- La pace in un tale contesto non verrebbe subita ma incorporata. I costi di una tale scelta sarebbero elevati—tanto politicamente, quanto economicamente parlando—ma distribuiti e narrati come prezzo della maturità strategica.
In questo caso, l’Europa conseguirebbe una serie non trascurabile di vantaggi consistenti in:
una salutare riduzione della dipendenza strategica dagli Stati Uniti, ed
- un consistente recupero di credibilità presso il Sud Globale, che giocoforza non potrebbero non tradursi in
- una salvifica trasformazione di una crisi rinviata in un salto istituzionale di notevole impatto.
Un tale scenario, purtroppo, quantunque di alto impatto geopolitico, risulta essere tanto auspicabile quanto improbabile visto che la conditio sine qua non è la presenza in campo di una leadership politica disposta a perdere consenso nel breve termine.
Scenario 2 – Lo scongelamento caotico: la pace arriva prima della preparazione
Questo scenario –altamente probabile– prevede che la guerra finisca senza un piano europeo condiviso, ovvero grazie ad un accordo imposto dall’esterno. Lo scongelamento degli asset in questo caso finirebbe per generare
ondate di contenziosi legali,
instabilità bancaria,
crisi politiche nazionali, ed una
- esplosione di narrazioni populiste.
- L’Europa in questo caso emergerebbe divisa, lenta, reattiva. Le istituzioni europee finirebbero per gestire l’emergenza, ma non la direzione, cosicché alla fine la EU, se anche non crollasse, finirebbe per patire un deciso ridimensionamento che vedrebbe:
gli Stati Uniti riprendere il pieno controllo della politica continentale,
- le potenze medie ( dove per potenze medie si intendono Stati che non sono superpotenze –USA, Cina–, ma che hanno peso regionale o settoriale rilevante come, ad esempio, Francia, Germania, Italia, Polonia, Spagna, ma anche Turchia o Regno Unito) negoziare bilateralmente.
Una frase, questa, che va doverosamente letta in chiave geopolitica e istituzionale, non economica in senso stretto, e dove con il riferimento ad una negoziazione bilaterale abbiamo inteso riferirci ad un contesto in cui gli accordi saltano o aggirano il quadro europeo comune, qualora esistente; ovvero giungono senza più attendere la definizione di una linea EU condivisa; avendo per fine ultimo la ricerca di accordi diretti Stato–Stato su: energia, sicurezza, commercio, difesa e politica estera, in particolare per tutto quanto attiene ai rapporti con USA, Russia e Cina.
In pratica l’Unione Europea smette di essere il luogo in cui si decide, e diventa solo un contesto caratterizzato da una decisa frammentazione della sin qui, ad onor del vero, presunta sovranità di una EU ridotta a coordinatore debole deprivato di qualsivoglia soggettività politica.
- il Sud Globale entrare in una fase di ulteriore allontanamento dal modello europeo. È questo il dato più rilevante in quanto quel Sud Globale (Africa, America Latina, Medio Oriente, parte dell’Asia) che fino a non molto tempo fa ha guardato all’Europa non solo come partner economico, ma anche –sia pure, come visto, con le dovute riserve– come modello politico-normativo: stato di diritto, multilateralismo, regole, diritti, governance, finirebbe per apparire ulteriormente incoerente, divisa, ipocrita (regole per gli altri, eccezioni per sé), incapace di gestire le proprie crisi e quindi quale soggetto perdente ulteriormente autorità morale e attrattività sistemica.
Dove quell’ulteriormente sta a sottolineare l’aggravamento progressivo di una crisi di immagine che ha già fatto sì che l’Europa non venga più vista come “futuro possibile”, ma come “caso di studio in declino” da non imitare preferendole la Cina per via della sua efficienza senza condizionalità), gli USA per la potenza, la Russia quale disruptor per la sua capacità di smontare il vecchio ordine mondiale, anche se a questa non si accompagna la capacità di generarne uno nuovo. Una capacità che indubbiamente va riconosciuta alla Cina.
Una Cina in grado di costruire infrastrutture, istituzioni parallele, interdipendenza economica, regole “cinesi”. Un qualcosa che fa sì che molti Paesi del Sud Globale guardino alla Russia per usarla come leva, ovvero appoggiarla elevandola al rango di mero alleato tattico per ridurre la pressione occidentale, negoziare meglio con USA ed UE, affermare autonomia.
Tre punti che, con riferimento a questo secondo scenario, ci permettono di descrivere quell’effetto domino caratterizzante uno clima ulteriormente incrudelito da eventi che già ci mostrano una EU scarsamente capace di governare la pace, e Stati membri che sempre più tendono a muoversi da soli in un mondo esterno che ha pressoché già smesso di considerare l’Europa un polo autonomo a causa della sempre più marcata perdita di coesione interna (quantunque non ancora tradottasi in una perniciosa serie di generalizzati bilateralismi); della già ampiamente percepibile perdita di influenza esterna (Sud Globale); nonché del ritorno, ancorché non ancora in blocco, alla dipendenza strategica dagli USA.
Non è una catastrofe immediata, ma un ridimensionamento strutturale.
Scenario 3 – Il congelamento permanente: la guerra finisce, ma la sospensione resta
Nel terzo scenario, figlio della conclamata preferenza politica per una stabilità apparente, il conflitto si chiude formalmente ma viene sostituito da una instabilità cronica: sanzioni parziali, tensioni latenti, regimi eccezionali che diventano normalità.
L’Europa in questo caso evita la resa dei conti, ma al prezzo di:
una stagnazione strategica,
una dipendenza strutturale dagli Stati Uniti,
- una erosione lenta della propria capacità decisionale.
- Questo scenario è certamente il più rassicurante nel breve periodo, ma per certo il più corrosivo nel lungo: l’Europa non affronta il caos, ma ne viene lentamente assorbita.
Il fattore decisivo: la scelta del tempo
In tutti e tre gli scenari, la variabile chiave non è la Russia, né l’Ucraina, né gli Stati Uniti. È il tempo. Più a lungo l’Europa rimanda la preparazione alla pace, più riduce il ventaglio delle opzioni disponibili. Il paradosso è evidente: la guerra ha restituito all’Europa visibilità e coesione, ma rischia di sottrarle il futuro se non viene trasformata in riforma.
Il mondo non attende che l’Europa risolva le proprie contraddizioni. Le osserva. Le incorpora nei propri calcoli. Le sfrutta, quando necessario. Quando il congelamento finirà, l’Europa scoprirà se ha usato il tempo della guerra per preparare la pace—o solo per rimandarla.
La differenza tra le due scelte non determinerà soltanto il suo ruolo geopolitico, ma la sua sopravvivenza come attore strategico autonomo mentre il mondo resta a guardare.
Sources:
2
4 https://theloop.ecpr.eu/indias-sovereignty-paradox-neutrality-oil-and-the-price-of-multi-alignment/
5https://www.eurasiareview.com/11062025-indias-strategic-autonomy-in-the-russia-ukraine-war-analysing-challenges-and-opportunities/?utm_source=chatgpt.com ; https://indianexpress.com/article/india/india-strategic-autonomy-mea-us-envoy-remarks-9464246/?utm_source=chatgpt.com, ; Indian Ministry of External Affairs – Foreign Policy Priorities: https://www.mea.gov.in ; Times of India – India’s Strategic Autonomy: https://timesofindia.indiatimes.com/ ; https://foreignpolicy.com/2025/11/26/india-end-strategic-autonomy/#:~:text=Nothing%20captures%20India’s%20long%2Dstanding,Trump%20could%20also%20visit%20India.
6 https://en.wikipedia.org/wiki/India%E2%80%93Middle_East%E2%80%93Europe_Economic_Corridor
7 “Joint Press Release on the 11th India – EU Foreign Policy and Security Consultations and the 6th India-EU Strategic Partnership Review Meeting in Brussels” https://www.mea.gov.in/press-releases.htm?dtl/40336/joint+press+release+on+the+11th+india++eu+foreign+policy+and+security+consultations+and+the+6th+indiaeu+strategic+partnership+review+meeting+in+brussels
9 Financial Times – Sanctions on Russia and Global Implications: https://www.ft.com/ ; Brookings Institution – India and the Ukraine conflict: https://www.brookings.edu
10 Observer Research Foundation – India’s Non-alignment 2.0: https://www.orfonline.org/ ; Carnegie India – India’s response to the Ukraine crisis: https://carnegieindia.org/ ; https://economictimes.indiatimes.com/news/india/our-position-consistent-dialogue-and-diplomacy-way-forward-india-on-russia-ukraine-conflict/articleshow/118456065.cms
11 Reuters – Europe post-war financial risks: https://www.reuters.com/; European Council on Foreign Relations – Economic consequences of war in Ukraine: https://ecfr.eu/ ; https://apnews.com/article/309ab4795ad0206b66fe20bef5ca9a92
Tradotto con DeepL (https://www.deepl.com/app/?utm_source=ios&utm_medium=app&utm_campaign=share-translation)
15 https://home.treasury.gov/system/files/206/2019-05-28-May-2019-FX-Report.pdf?utm_source=chatgpt.com
16 https://home.treasury.gov/news/press-releases/sm751?utm_source=chatgpt.com
17 “La trappola della leva invisibile: capitali opachi e declino dell’Occidente finanziarizzato”
18 Xinhua, documenti sul concetto di 百年未有之大变局, 2023–2024.
19 Xi Jinping, discorsi sul lavoro finanziario, People’s Daily, 2025.
20 《求是》 (Qiushi), articoli sulla via finanziaria con caratteristiche cinesi, 2024.
21 People’s Daily, Xi Jinping sul rapporto tra sicurezza finanziaria e sicurezza nazionale, 2025.
22 Qiushi, 中国 特色 金融 发展 之 路, 2024.
23 gov.cn, direttive centrali su sicurezza economica e resilienza sistemica, 2024.
24Analisi cinesi e internazionali mostrano come la narrativa ufficiale di “sanzioni imponibili” sia vista da Pechino come strumento coercitivo e ingiustificato che crea instabilità globale, minando la credibilità e la cooperazione internazionale. https://www.brookings.edu/articles/beijings-sanctions-dilemma-chinese-narratives-on-economic-coercion/?utm_source=chatgpt.com
25 https://issuu.com/progessionalglobaloutreach.com/docs/julymagazine da pag. 144
26 Fonti cinesi criticano apertamente le sanzioni unilaterali occidentali come esercizio di “potere egemonico” che porta più danni che benefici sul piano globale https://sceeus.se/en/publications/chinas-and-russias-narratives-on-ukraine-examining-the-boundaries-of-political-alignment/?utm_source=chatgpt.com ; https://www.ui.se/globalassets/ui.se-eng/publications/sceeus/chinas-and-russias-narratives-on-the-war-against-ukraine.pdf
27 Pechino ha formalmente espresso opposizione alle sanzioni che coinvolgono imprese cinesi e ha denunciato ciò come un esempio di doppi standard, mettendo in evidenza il rischio che tali misure danneggino la cooperazione economica internazionale. https://www.reuters.com/world/china/china-opposes-eus-russia-related-sanctions-its-firms-2025-05-21/?utm_source=chatgpt.com
28 Ruolo dello Stato e proprietà privata: In molte analisi cinesi contemporanee, si critica apertamente la presunta neutralità occidentale della legge come strumento di protezione assoluta della proprietà privata, sottolineando che la legge stessa è sempre un prodotto di rapporti di potere politico e non un meccanismo neutrale autosufficiente. Studi cinesi e comparativi mostrano che la concezione occidentale di rule of law non è universalmente condivisa e viene trattata come una narrativa culturale e politica piuttosto che come norma neutrale applicabile in tutti i contesti. https://www.cambridge.org/core/books/abs/cambridge-handbook-of-china-and-international-law/chinese-and-western-perspectives-on-the-rule-of-law-and-their-international-implications/ED79AD093621AB92B7E5DBD8B49E7A00?utm_source=chatgpt.com
29 Strumentalità del sistema giuridico: La letteratura giuridica cinese evidenzia apertamente le differenze tra la concezione occidentale di “rule of law” e quella cinese, in particolare nel modo in cui i critici sottolineano che nei sistemi occidentali il diritto è spesso usato come strumento funzionale alla preservazione di ordini economici e politici di potere, più che come garanzia assoluta di diritti individuali. https://papers.ssrn.com/sol3/papers.cfm?abstract_id=4068502&utm_source=chatgpt.com
30 Relatività della sicurezza finanziaria: Dal punto di vista strategico cinese, soprattutto dopo la guerra in Ucraina e le sanzioni, la nozione occidentale di sicurezza finanziaria assoluta (ad esempio la stabilità dei mercati e delle banche come condizione data) è oggetto di critica come un mito liberale. I critici sostengono che quest’idea ignora la natura politica intrinseca delle istituzioni finanziarie e la loro vulnerabilità a shock geopolitici e decisioni politiche – un tema ampiamente discusso negli studi cinesi sulla trasformazione dei rapporti stato-mercato nella finanza internazionale. “Chinese and Western Perspectives on the Rule of Law and Their International Implications.
from Part II – Interfaces between National and International Law”. https://www.cambridge.org/core/books/abs/cambridge-handbook-of-china-and-international-law/chinese-and-western-perspectives-on-the-rule-of-law-and-their-international-implications/ED79AD093621AB92B7E5DBD8B49E7A00?utm_source=chatgpt.com
31 Brookings Institution – Chinese narratives on sanctions and economic coercion
Analizza come Pechino interpreti le sanzioni occidentali come strumenti di coercizione politica che minano la stabilità dell’ordine economico globale.
http://www.brookings.edu/articles/beijings-sanctions-dilemma-chinese-narratives-on-economic-coercion/ ; Reuters – “China opposes EU sanctions on Chinese firms over Russia” Documento diretto della posizione ufficiale cinese contro le sanzioni UE, viste come abuso extraterritoriale del diritto.
http://www.reuters.com/world/china/china-opposes-eus-russia-related-sanctions-its-firms-2025-05-21/ ; Jamestown Foundation – “Beijing Learning Lessons from Russia’s Response to Financial War” Mostra come la Cina stia studiando l’esperienza russa sotto sanzioni per rafforzare la propria resilienza finanziaria.
http://www.jamestown.org/program/beijing-learning-lessons-from-russian-response-to-financial-war/ ; CSIS – “Chinese Assessments of Countersanctions Strategies” Analisi delle riflessioni strategiche cinesi sulle sanzioni come arma a doppio taglio e sulla politicizzazione della finanza globale. http://www.interpret.csis.org/chinese-assessments-of-countersanctions-strategies/ ; The Diplomat – “US Sanctions Boost China’s Cross-Border Currency Use” Evidenzia come le sanzioni occidentali stiano accelerando l’uso del renminbi e processi di de-dollarizzazione. http://www.thediplomat.com/2024/10/us-sanctions-boost-chinas-cross-border-currency-use/ ; DGAP – “Promoting the RMB Will Limit China’s Vulnerability to US Currency Power” Studio sulla strategia cinese di riduzione della dipendenza dal dollaro come risposta strutturale al rischio sanzioni. http://www.dgap.org/en/research/publications/promoting-rmb-will-limit-not-quash-chinas-vulnerability-us-currency ; Foreign Policy – “China’s De-risking and Financial Decoupling Strategy” Analisi del perché Pechino evita un’integrazione finanziaria profonda con sistemi normativi occidentali.
http://www.foreignpolicy.com/2024/02/01/china-decoupling-derisking-technology-sanctions-trade-us-eu-west ; Wall Street Journal – “China Studies Russia’s Sanctions Evasion to Prepare for Taiwan Scenario” Conferma che Pechino osserva il caso russo come stress test sistemico. http://www.wsj.com/world/china/china-is-studying-russias-sanctions-evasion-to-prepare-for-taiwan-conflict-5665f508 ; Cambridge “University Press – Chinese and Western Perspectives on Rule of Law” Testo accademico che mostra la critica cinese alla neutralità del diritto occidentale e alla separazione tra diritto e politica. http://www.cambridge.org/core/books/cambridge-handbook-of-china-and-international-law/ ;SSRN – “Rule of Law vs Rule by Law in Western and Chinese Perspectives” Articolo accademico che sostiene la tesi della strumentalità del diritto nei sistemi liberali sotto stress geopolitico. http://www.ssrn.com/abstract=4068502 ISPI – “Il pragmatismo cinese nella crisi ucraina” Analisi italiana che conferma la postura non ideologica e attendista di Pechino. http://www.ispionline.it/it/pubblicazione/lillusione-dellamicizia-senza-limiti-nella-cooperazione-tra-cina-e-russia-200240 ; ANSA – “Cina e Russia contro le sanzioni unilaterali” Fonte giornalistica che documenta la cooperazione sino-russa sul piano valutario e finanziario. http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/asia/2022/02/03/putin-con-cina-per-contrastare-le-sanzioni-unilaterali_b92b7a2b-1fd4-4f91-9f08-7fc19c1ad2f5.html
32La Turchia, nella NATO dal 1952, svolge un ruolo fondamentale come porta d’ingresso tra Europa e Medio Oriente. https://en.wikipedia.org/wiki/Turkey%27s_membership_of_international_organizations?utm_source=chatgpt.com
33 Ankara ha avviato discussioni su un possibile ingresso nei BRICS e ha ricevuto lo status di partner, pur senza piena adesione, nel tentativo di diversificare le proprie relazioni internazionali. https://eur-lex.europa.eu/legal-content/EN/TXT/HTML/?uri=CELEX%3A52025SC0756&utm_source=chatgpt.com
34 Il processo di adesione della Turchia alla EU è iniziato ufficialmente nel 2005, ma è da anni sostanzialmente stagnante a causa di divergenze politiche e di diritti umani. Turchia–UE: relazioni e adesione (profilo istituzionale)
35 I legami energetici con la Russia sono profondi: la Turchia importa una quota significativa di gas russo e mira a essere hub energetico regionale. https://en.wikipedia.org/wiki/Russia–Turkey_relations?utm_source=chatgpt.com
36 La gestione dei flussi migratori è un elemento chiave nelle relazioni UETurchia, con milioni di rifugiati siriani presenti in Turchia e accordi di cooperazione con Bruxelles. https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-10-2025-0067_IT.html?utm_source=chatgpt.com
37 La presenza e l’influenza di gruppi jihadisti e milizie nella regione mediorientale e nordafricana, con legami politicamilitari nella sfera turca, è ripetutamente documentata da fonti giornalistiche e analitiche. “Turkey and the armed Syrian opposition: Salafi jihadist groups” — analisi sulle connessioni di Ankara con varie milizie e gruppi salafiti/jihadisti in Siria, incluse dinamiche complesse con HTS e altri gruppi armati.
http://www.clingendael.org/pub/2019/strategies-of-turkish-proxy-warfare-in-northern-syria/3-turkey-and-the-armed-syrian-opposition-salafi-jihadist-groups/ ; “Hay’at Tahrir al-Sham” (Wiki ufficiale) — pagina dedicata a HTS, con sezioni su rapporti con attori esterni, inclusa la Turchia. http://www.wikipedia.org/wiki/Hay%27at_Tahrir_al-Sham
38 La competizione turca con Arabia Saudita e Iran per influenza su religione, politica e mercati energetici è parte della nuova geopolitica regionale emersa dal 2011. (link esemplificativi. “Regional Politics: Middle East and North Africa (CFR)” — analisi di lungo periodo sulle rivalità regionali, tra cui Saudi Arabia, Iran e Turchia. http://www.cfr.org/regional-politics-middle-east-and-north-africa/ ; Articolo Reuters (AP) sulle tensioni diplomatiche tra Turchia e Iran, che riflette competizione più ampia anche sul fronte delle milizie. http://www.apnews.com/article/83bedc11ffb961d80940ccbca775f5de ;
Per una mappatura più ampia del “concorrente” Riyadh vs Ankara vs Teheran si guardino pure le analisi strategiche di think tank come INSS o International Crisis Group..
39 Ankara mantiene rapporti tattici con figure e leader laici e semilaici nel MENA,, incluso il Gen. Haftar in Libia nel contesto della guerra civile libica. https://it.wikipedia.org/wiki/Seconda_guerra_civile_in_Libia?utm_source=chatgpt.com
40 Il Kosovo continua ad essere un punto di tensione nei Balcani, con recente tornata elettorale, crisi politica ed etnica e relazioni instabili con la Serbia sostenuta da attori esterni. “Serbia–Kosovo conflict” (Britannica) — contesto storico e dinamiche di instabilità tra Kosovo e Serbia. http://www.britannica.com/event/Kosovo-conflict ; “Kosovo political developments” (Reuters) — esempi delle recenti tensioni politiche, elezioni e rapporti con la Serbia, che sottolineano la difficoltà di stabilizzazione. http://www.reuters.com/world/kosovos-political-earthquake-election-sees-kurti-resurgent-2025-12-29/
41 Le pressioni migratorie verso l’Europa rimangono elevate a causa dei conflitti regionali e delle dinamiche di migrazione irregolare. https://www.europarl.europa.eu/doceo/document/A-10-2025-0067_IT.html?utm_source=chatgpt.com
42 L’instabilità nei Balcani e nel Mediterraneo è un fattore di rischio cruciale per la sicurezza europea, con implicazioni per la politica di difesa e integrazione UE. https://www.clingendael.org/pub/2025/geopolitically-mapping-the-western-balkans/relations-amongst-the-western-balkan-countries/?utm_source=chatgpt.com
43 La Turchia è osservata come partner strategico nella sicurezza regionale e nella cooperazione, ad esempio attraverso la partecipazione alla Three Seas Initiative e alle dinamiche di sicurezza mediterranee. “Turkey welcomes strategic transit corridor after Azerbaijan-Armenia peace deal” — dimostra l’interesse turco verso corridoi logistici e sicurezza regionale, che si connettono anche alla cooperazione con partner strategici regionali. http://www.reuters.com/world/middle-east/turkey-welcomes-strategic-transit-corridor-after-azerbaijan-armenia-peace-deal-2025-08-09/ ; “Türkiye’s role as a key energy corridor for Europe and beyond” — non è direttamente “sicurezza militare”, ma sottolinea l’importanza strategica turca per la sicurezza energetica e geopolitica regionale ed europea. http://www.trtworld.com/article/18203335
44 Ankara ha investito significativamente nell’autonomia militare, inclusi droni e armamenti, ed è un partecipante chiave nelle industrie di difesa regionali. A nostro avviso una fonte generalista autorevole è quella fornita da AP/Reuters sulle operazioni anti-ISIS e sui problemi di sicurezza interna turca, che riflettono anche il quadro di capacità militari e lotta al terrorismo: “Turkey detains 357 Islamic State suspects nationwide after deadly clash” — articola recenti operazioni della polizia turca e la gestione di reti jihadiste interne. http://www.reuters.com/world/middle-east/turkey-detains-110-suspects-operation-targeting-islamic-state-after-deadly-clash-2025-12-30/ Per una più specifica disamina su armamenti e/o industria della difesa turca si guardino i report di istituti come SIPRI o IISS.
45 La Turchia ha interesse strategico nel controllo di corridoi logistici e rotte energetiche che collegano Medio Oriente, Asia centrale ed Europa. “Türkiye’s role as a key energy corridor for Europe and beyond” — descrive come pipeline, infrastrutture energetiche e corridoi Euro-asiatici passino per la Turchia.
http://www.trtworld.com/article/18203335 ; “Geopolitical developments place Middle Corridor route at center of world trade” — parla del ruolo hub logistico di Ankara nel “Middle Corridor” che collega Asia ed Europa. http://www.aa.com.tr/en/economy/geopolitical-developments-place-middle-corridor-route-at-center-of-world-trade/3522598
46 Il ruolo della Turchia come attore regionale “stabilizzatore imperfetto” è dibattuto in studi di politica estera e analisi strategiche sulle sue capacità di negoziazione multilaterale. https://www.lemonde.fr/en/opinion/article/2025/05/22/turkey-faces-limits-to-its-balancing-act-in-diplomacy_6741541_23.html?utm_source=chatgpt.com
49 Vision 2030 come leva strategica e diversificazione economica: https://www.vision-gt.eu/societa-italiana-di-geopolitica/the-new-strategic-role-of-the-kingdom-of-saudi-arabia/
50 OPEC+ come strumento di influenza energetica e coordinazione con la Russia: https://www.reuters.com/business/energy/opec-maintain-oil-output-policy-amid-saudi-uae-tensions-over-yemen-sources-say-2026-01-02/
51 Dettagli su esportazioni e ruolo chiave nel mercato energetico globale: https://www.mdpi.com/2673-4060/6/2/65
52 Multipolarismo e multi-allineamento strategico saudita: https://www.chathamhouse.org/2025/03/competing-visions-international-order/07-saudi-arabias-goals-rest-managing-multipolarity
53 Legami con la Cina e proiezione economica globale: https://www.csactu.fr/vision-2030-ambitious-reforms-and-strategic-shifts/
54 OPEC+ come strumento di influenza energetica e coordinazione con la Russia: https://www.reuters.com/business/energy/opec-maintain-oil-output-policy-amid-saudi-uae-tensions-over-yemen-sources-say-2026-01-02/
55 Multipolarismo e multi-allineamento strategico saudita: https://www.chathamhouse.org/2025/03/competing-visions-international-order/07-saudi-arabias-goals-rest-managing-multipolarity
56 Vision 2030 come leva strategica e diversificazione economica: https://www.vision-gt.eu/societa-italiana-di-geopolitica/the-new-strategic-role-of-the-kingdom-of-saudi-arabia/
57 Multipolarismo e multi-allineamento strategico saudita: https://www.chathamhouse.org/2025/03/competing-visions-international-order/07-saudi-arabias-goals-rest-managing-multipolarity
58 Ruolo diplomatico pragmatica in Medio Oriente e come mediatore globale: https://it.euronews.com/2025/03/07/da-potenza-economica-ad-attore-diplomatico-larabia-saudita-e-emersa-come-mediatore-globale
59 Ruolo diplomatico pragmatica in Medio Oriente e come mediatore globale: https://it.euronews.com/2025/03/07/da-potenza-economica-ad-attore-diplomatico-larabia-saudita-e-emersa-come-mediatore-globale
60 Neutralità operativa e diplomazia multilaterale emiratina: https://www.chathamhouse.org/2020/07/risk-perception-and-appetite-uae-foreign-and-national-security-policy-0/summary
62 Ruolo di Dubai e Abu Dhabi come hub globali: https://qcclgroup.com/2025/08/15/why-dubai-is-a-leading-global-logistics-hub/?utm_source=chatgpt.com ; https://hls-global.ae/uae-a-global-trade-and-business-hub/?utm_source=chatgpt.com ; https://www.thenationalnews.com/news/uae/2025/02/03/uae-unveils-dh200-billion-transport-logistics-strategy-to-drive-global-trade/?utm_source=chatgpt.com ;
63 https://www.ft.com/content/007541e5-74cf-4e70-911f-fea444994886 ;
64 https://www.crisisgroup.org/middle-east-north-africa/gulf-and-arabian-peninsula/united-arab-emirates
65 https://www.state.gov/u-s-security-cooperation-with-the-united-arab-emirates?utm_source=chatgpt.com
66 https://www.state.gov/u-s-security-cooperation-with-the-united-arab-emirates?utm_source=chatgpt.com
67 https://www.state.gov/u-s-security-cooperation-with-the-united-arab-emirates?utm_source=chatgpt.com
68 https://www.congress.gov/crs-product/RS21852?utm_source=chatgpt.com
69 https://en.wikipedia.org/wiki/United_Arab_Emirates–United_States_relations?utm_source=chatgpt.com
71 https://en.wikipedia.org/wiki/Camp_de_la_Paix
73 Trattasi di un accordo relativo a cooperazioni militari e di sicurezza di carattere più operativo o multilateralmente condiviso, incluse esercitazioni congiunte nel Golfo e nella regione. A questo si affianca la Joint Expeditionary Force (JEF) guidata dal Regno Unito, un partenariato regionale di Paesi nord-europei, ma non istituzionale con gli UAE, che rappresenta un esempio di cooperazione militare tra europei che può integrarsi con altri partner in ambiti specifici. https://en.wikipedia.org/wiki/Joint_Expeditionary_Force?utm_source=chatgpt.com
75 https://en.wikipedia.org/wiki/REPowerEU?utm_source=chatgpt.com
77 https://www.ft.com/content/45d4962d-b4d7-49ac-959a-82a1dbee059f?utm_source=chatgpt.com
78 https://www.chathamhouse.org/about-us/our-departments-and-programmes/middle-east-and-north-africa-programme?utm_source=chatgpt.com ; https://www.chathamhouse.org/regions/middle-east-and-north-africa/gulf-states?utm_source=chatgpt.com ; https://www.chathamhouse.org/about-us/our-departments-and-programmes/middle-east-and-north-africa-programme/engaging-effectively?utm_source=chatgpt.com ; https://www.eeas.europa.eu/united-arab-emirates/european-union-and-united-arab-emirates_en?utm_source=chatgpt.com ; https://www.reuters.com/world/europe/european-leaders-say-us-peace-plan-ukraine-needs-work-2025-11-22/?utm_source=chatgpt.com
83 https://mail.ofcs.report/analisi-ofcs/atlantismo-hybrid-warfare-e-capitali-opachi/#google_vignette&gsc.tab=0 ; https://www.europarl.europa.eu/RegData/etudes/ATAG/2024/766241/EPRS_ATA%282024%29766241_IT.pdf?utm_source=chatgpt.com ; https://www.nuovogiornalenazionale.com/index.php/articoli-recenti/geopolitica/26350-the-war-must-go-on.html
90 https://tass.com/world/2059769?utm_source=chatgpt.com
93 Un disruptor in geopolitica non è un modello da imitare (come l’EU vorrebbe essere), né una potenza che offre ordine stabile (come gli USA cercano di fare). Un disruptor è un attore che non propone un sistema alternativo coerente, ma indebolisce quello esistente, sfrutta fratture, incoerenze e risentimenti, e rende più costoso per gli altri mantenere regole comuni. Nel caso della Federazione Russa la qualifica di disruptor discende dal fatto che essa non offre un modello economico esportabile, non offre un ordine istituzionale globale, e non ha la capacità di sostituire l’Occidente come polo sistemico. Ma è molto efficace nel delegittimare il discorso occidentale su diritto internazionale, sovranità, regole e sanzioni. Ma pure sostenere (politicamente, mediaticamente, militarmente) regimi anti-occidentali, élite revisioniste e narrazioni “anti-doppio standard”.
