Morte di al Baghdadi: la jihad continua

La definitiva neutralizzazione di Abu Bakr al Baghdadi se da una parte pone uno stop definitivo all’instaurazione di un Califfato islamico in Medio Oriente, non altrettanto si può affermare per la continuità del folle ideale jihadista. Perseguita dai seguaci del fu-Califfo, dai miliziani del principe del terrore Oussama bin Laden, così come da una miriade di gruppi islamisti sparsi per tutto il mondo, la Jihad fi-sabiliIlah (intesa come lotta/battaglia per la causa di Dio), rappresenterà il fine ultimo dell’esistenza per migliaia di individui ancora per decenni.

L’ideale di una definitiva affermazione dell’Islam come credo planetario è ciò che guida i pensieri e le azioni di una moltitudine di predicatori, i Tabligh.  Con le loro parole, tese a ottenere nuove conversioni o un mutamento di abitudini proibite da parte dei fedeli dell’Islam, altro non fanno che radicare nelle menti già deviate di soggetti emarginati una ferrea volontà di rivincita contro un mondo che li ha rifiutati o come sempre più spesso accade, creano un pericoloso consenso da parte di molti che si riconoscono in “un simbolo”, in questo caso, la Sha’aria.

L’iniziale successo dell’Isis, acronimo di Islamic State of Iraq and Syria, anche noto come Daesh (Al Dawla Al Islamiya fi al Iraq wa al Sham), è un dato inconfutabile. Nel giro di pochi anni ha dapprima raccolto intorno a se migliaia di individui disposti ad immolarsi nel nome del credo islamista, ha poi esportato l’ideale jihadista in tutto l’Occidente, compiendo atti efferati al fine di ampliare il bacino di consensi tra gli estremisti anche più riluttanti all’azione, infine, creato le basi per un rilancio delle azioni da parte di cellule autonome.

In fondo, l’Isis altro non ha fatto che ricalcare le orme di al Qaeda, partendo da presupposti completamente agli antipodi. Se l’organizzazione di bin Laden riteneva prematura la creazione di uno Stato islamico subordinandola all’ottenimento di una base di consenso popolare, il Daesh ha voluto imprimere una proprio “marchio di fabbrica” sul controllo di porzioni di territorio sottoponendole al proprio dominio. Un fenomeno di islamizzazione dall’alto proprio dell’Islam salafita che antepone il presunto obbligo sharaitico della conversione a qualsiasi altro compromesso, in barba al Corano dove si sottolinea che “non c’è costrizione nella religione. La retta via ben si distingue dall’errore. Chi dunque rifiuta l’idolo e crede in Allah, si aggrappa all’impugnatura più salda senza rischio di cedimenti. Allah è audiente, sapiente.” (Corano 2:256).

I rischi a breve termine sono molteplici. La vendetta sarà la parola d’ordine dei mujaheddin rimasti orfani della loro guida e non è escluso che già nelle prossime ore qualche lupo solitario si auto-inneschi in nome del defunto al Baghdadi. Ma il pericolo latente viene anche da al Qaeda e dai gruppi alleati che certamente intenderanno colmare il vuoto lasciato dall’Isis che, pur continuando ad esistere quale organizzazione locale, dovrà riformare completamente i ranghi per tornare ad essere pienamente operativa a livello internazionale.

La Jihad è rappresenta  un network in continua evoluzione poiché le perdite economiche ed umane vengono facilmente colmate dall’afflusso di capitali ottenuti da innocue donazioni così come da finanziamenti di Stati contigui all’ideologia islamista, mentre nuove leve di mujaheddin vengono allevate dai campi asiatici alle banlieue europee.

Un network in ricostituzione, quindi, che agirà secondo specifiche strategie dettate dalle esperienze di al Qaeda e dell’Isis, basandosi sugli errori commessi nella pianificazione dell’espansione islamista: da parte di al Qaeda è risultato letale intraprendere azioni delocalizzate da una specifica base di comando, in ciò divenendo un target facilmente individuabile; da parte del Daesh, l’enormità dei territori inizialmente conquistati ha portato a un tracollo militare come conseguenza diretta dell’impossibilità di presidiare in forze le zone sotto il suo controllo. Da qui la necessità di esportare la guerriglia anche in Europa, a scopo soprattutto di propaganda e reclutamento, pur esponendosi al parziale fallimento in termini di organizzazione logistica e comunicazione. Un dato che, come evidenziato, non può allarmare le leadership jihadiste poichè il loro seguito è, purtroppo, destinato a crescere.

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