Niger: dopo l’agguato ai berretti verdi l’islamismo infiamma il Sahel

Sotto la guida di Abou Walid al Sahraoui rinasce il progetto dello Stato Islamico del grande Sahara

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Il 5 ottobre scorso al confine tra Niger e Mali, 4 militari americani e 5 nigerini hanno perso la vita in un imboscata tesa da cinquanta miliziani, pesantemente armati, che hanno aperto il fuoco sul convoglio dopo averlo raggiunto e circondato a bordo di pick up. Solo il provvidenziale intervento di truppe francesi e di elicotteri Super Puma, presenti in zona nell’ambito dell’operazione Barkhane, che hanno provveduto ad evacuare i feriti, ha evitato che il bilancio si aggravasse ulteriormente.

L’attacco è avvenuto mentre una parte del team delle forze speciali dei berretti verdi si stava recando a incontrare alcuni capi villaggio nel sud-ovest del Niger, al confine con il Mali, mentre un altro gruppo era rimasto a presidio dei mezzi. Gli aggressori, con la probabile complicità di alcuni abitanti del villaggio di Tongo Tongo, avrebbero ottenuto le indicazioni sul tragitto del convoglio per poterlo intrappolare poco distante dal centro abitato.

La presenza dei contingenti americani in Niger

L’uccisione dei soldati americani ha svelato la presenza di piccoli contingenti statunitensi schierati in Niger allo scopo di assistere e addestrare le forze di sicurezza del Paese, chiamate a rispondere ai sempre più numerosi attacchi perpetrati dai miliziani di Al Qaeda nel Maghreb islamico a ovest e da Boko Haram nella parte orientale.

Si tratta delle prime vittime americane in una missione in cui le forze speciali statunitensi forniscono supporto logistico alle forze armate del Niger per contrastare le organizzazioni terroristiche nella regione, anche per prevenire l’insorgenza di gruppi ideologicamente affini allo Stato islamico che, sebbene militarmente sconfitto in Medio Oriente, ha visto crescere il consenso proprio nell’area del Sahel.

E’il caso dell’emiro Abou Walid al Sahraoui, un maliano di circa 40 anni, dissidente del movimento al-Murabitun, alleato con AQMI, che dal 2016 dopo aver prestato giuramento al Daesh, ha formato una sua organizzazione terroristica denominata Stato islamico nel grande Sahara, l’Isgs.

Non è nota la composizione numerica della fazione islamista di al Sahraoui, ma è certo che, almeno secondo fonti locali, dall’inizio del 2016 ci sono stati 46 attacchi simili nella zona di confine tra il Niger e il Mali e, solo pochi giorni dopo l’attacco contro gli americani, 13 poliziotti nigerini sono stati uccisi e cinque feriti a Ayourou, poco lontano dal luogo dell’attacco contro gli statunitensi.

Anche in questo caso le modalità dell’agguato hanno previsto che il gruppo di miliziani, provenienti dal Mali, giungesse a bordo di pick up e motociclette e circondasse il convoglio dei poliziotti facendone strage.

La recrudescenza del terrorismo di matrice islamista dal Sahel al Corno d’africa è un fenomeno sotto gli occhi di tutti. I gruppi insorgenti, pur frazionati in diverse sigle, hanno propositi similari, aumentare la pressione sui singoli stati allo scopo di rovesciarne i governi e creare le Wilayat (province) del Califfato, da governare instaurando la Sha’aria, e aumentare il fenomeno migratorio verso l’Europa, controllandone il traffico, allo scopo di distogliere l’attenzione dell’Occidente e prevenirne l’intervento militare sulla falsariga di quanto già tragicamente avvenuto in Siria e Iraq.

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