Non ce ne voglia il cardinale in khefia monsignor Pizzaballa per il titolo del pezzo, che può sembrare a prima vista irriverente, ma quanto accaduto ieri a Gerusalemme, in concomitanza con il permesso negato alla sua piccola delegazione di entrare al Santo Sepolcro e celebrare la messa per la Domenica delle Palme che precede di una settimana la Pasqua cristiana, è stato soprattutto frutto di un grande equivoco. E in serata lo ha ammesso anche il cardinale a Tv2000, canale dei prelati. Quanto l’incidente sia stato voluto dal Patriarca dei Latini Terra Santa fa parte del processo alle intenzioni. Diceva un uomo di grande e professata fede, molto legato alla Chiesa di Roma come era Giulio Andreotti, che “a pensare male si fa peccato ma spesso si coglie nel segno”. I precedenti dei rapporti tra Pizzaballa e il governo di Israele, le sue dichiarazioni spesso fortemente ostili verso lo stesso e il suo ostentare i simboli della causa palestinese, non giocano certo a favore. Sta di fatto che il caso ha costretto il presidente di Israele Herzog e il Primo Ministro, Benyamin Netanyahu, a porgere le scuse per l’increscioso malinteso ma anche a ribadire fatti essenziali. Israele, per la sicurezza dei suoi cittadini, ha dovuto chiudere ormai da settimane l’accesso ai luoghi di culto delle tre grandi religioni per garantire la sicurezza di tutti. Nel caso in cui fosse stato concesso un permesso speciale al cardinale Pizzaballa, sicuramente avrebbero potuto accampare le stesse pretese i Rabbini della muro occidentale e gli Imam delle mosche della spianata.
Come spiegato perfettamente dall’ambasciatore di Israele a Roma, Jonathan Peled, l’impedimento al cardinale è stato soprattutto il modo per proteggerne l’incolumità dai pericoli incombenti degli attacchi iraniani su Gerusalemme, che già nei giorni scorsi hanno fatto piovere frammenti di missili sulla Città Vecchia.
In ogni caso, tutto questo provoca un grande dispiacere e rammarico pensando soprattutto che in questo momento Israele riceve tante critiche dal mondo intero, ma si dimentica che il paese, dal 1967 anno in cui ha conquistato e riunito Gerusalemme, ha garantito e garantisce ai fedeli di ogni religione la possibilità di andare a pregare nei propri luoghi santi.
Nessuno più del popolo ebraico conosce il valore della libertà di culto e la possibilità di poterlo professare in sicurezza ovunque e questa regola deve essere osservata nella maniera più sacra e conforme possibile.
La sensibilità ebraica in Italia sul tema è acuita anche dai secoli in cui gli ebrei della penisola, a Roma e non solo, sono stati rinchiusi nei ghetti dai papi e costretti ad assistere alle messe coatte e alle predicazioni farneticanti di chi voleva convertirli a forza, come nelle Case dei Catecumeni di vaticana invenzione.
Ecco perché il disagio e il dispiacere degli ebrei italiani, perché Israele sia stata costretta a chiudere la possibilità di recarsi nei luoghi dí preghiera, è grande. Allo stesso tempo si rinnova l’auspicio che si possa tornare, proprio in questi giorni che vedono convergere la festa ebraica di Pesach con la Pasqua cristiana, a pregare in serenità al Kotel, il Muro occidentale ebraico, al Santo Sepolcro e nelle Moschee musulmane della Vecchia Gerusalemme. Significherebbe aver ridotto se non debellato la minaccia dell’Iran, vero pericolo pubblico mondiale. In ogni caso la libertà di culto rimane un bene prezioso da tutelare, ma conservare la protezione per le vite umane ancor di più.
