Terrorismo: lo Stato Islamico rinasce

All’orizzonte la minaccia di un’imponente riorganizzazione

Lo Stato islamico rinasce. Secondo il parere dell’esperta di riciclaggio di capitali devoluti al finanziamento al terrorismo, l’economista Loretta Napoleoni, vi è all’orizzonte la minaccia di un’imponente riorganizzazione dello Stato islamico. Intervistata dal magazine spagnolo “El periodico”, l’esperta italiana ha espresso la sua preoccupazione sul rischio di una rinascita dell’Isis, inteso come sigla del terrore islamista che, seppur vedendo ridotto in modo considerevole il controllo di larghe porzioni di territorio in Siria ed Iraq, continua a rappresentare una grave minaccia alla sicurezza globale. Questo anche e soprattutto in forza della capacità di finanziarsi, dapprima attraverso le attività tipiche di un’entità statale e, dopo la sconfitta militare, come un network dedito alle più disparate attività che vanno dal traffico di esseri umani al contrabbando di armi e di azioni criminali in genere.

Per la Napoleoni, l’Isis ricopriva un ruolo primario nella gestione del traffico di esseri umani in fuga dalla Siria e la medesima attività era svolta durante il periodo del controllo del Daesh di parte delle coste libiche. A Sirte in particolare, da dove avvenivano le partenze verso l’Italia di folti gruppi di clandestini, questi venivano preventivamente sottoposti all’indottrinamento jihadista che ne avrebbe fatto dei potenziali terroristi una volta giunti sul territorio europeo. Sebbene indebolito, l’Isis continuerà quindi a rappresentare un pericolo. La sigla dello Stato islamico incarna la figura di un nemico acerrimo della cultura e dei valori occidentali che, per gli islamisti, rappresenta un punto di riferimento certo per continuare a fomentare lo jihadismo nella sua forma globale.

Per l’economista italiana, anche la neutralizzazione del leader Abu Bakr al Baghdadi, così come in passato quella di Oussama bin Laden, non è da ritenersi fondamentale. Sebbene questi vengano ritenuti figure eroiche e martirizzate, l’organizzazione terroristica è condotta da altri cervelli che lavorano nell’ombra e costituiscono la vera leadership dello jihadismo mondiale. 

Armi chimiche per Daesh

In una recente intervista al Post, l’ex agente della Cia Tracy Walder ha rivelato che fino dall’epoca in cui emergeva la figura del giordano Abu Musab al Zarqawi, primo vero architetto di un’entità di Stato islamico, si era manifestato l’interesse da parte di questi di procurarsi armi chimiche da utilizzare in attacchi terroristici sul suolo europeo. La ricerca di acquisizione da parte di Al Zarqawi riguardava per lo più l’antrace con cui cospargere con l’uso di droni, assemblati con istruzioni ottenute con semplici indicazioni reperibili sul web, gli obiettivi selezionati. Dopo la neutralizzazione del terrorista giordano, il progetto è stato trasferito allo stato maggiore del neonato Stato islamico nel 2014, i cui vertici, sempre secondo Walder, avrebbero provveduto a contattare emissari della Corea del Nord, Paese munito di un arsenale chimico-batteriologico di prim’ordine.

Pyongyang, nel corso degli anni, ha accumulato grandi quantità di aggressivi chimici e, sul mercato mondiale, si presenta come il maggior offerente, anche e soprattutto ai gruppi jihadisti ritenuti meno tracciabili a differenza di acquisizioni da parte di entità nazionali. Inoltre, le preoccupazioni dell’ex agente della Cia riguardano il commercio di piccole quantità di sostanze, acquistate in maniera frammentata, così come i componenti scomposti di droni artigianali, tale da non costituire un segnale d’allarme per le reti informative dell’intelligence. 

Lo Stato islamico nel grande Sahara: un pericolo crescente

Nel giugno 2014, successivamente alla proclamazione del Califfato da parte di Abu Bakr al Baghdadi, seguirono progressivamente le nascite delle cosiddette Wilayat, le province del Califfato, in una gemmazione amplificatasi in diverse  porzioni di territorio nel continente africano e asiatico. Nell’area geografica che comprende il Mali, il Niger e il Burkina Faso, nel marzo del 2015 fu instaurato il sedicente Stato islamico nel grande Sahara (Isgs), capeggiato da Adnan Abu Walid al Sahraoui, nativo di El Aaiun ma creciuto nel campo profughi algerino di Tindouf. Inizialmente unitosi al Fronte Polisario poi transitato nel Movimento per l’unità e la jihad in Africa occidentale, successivamente passato ai Murabitun di Moktar bel Moktar, fedele ad Al Qaeda, decise di giurare fedeltà all’Isis creando un proprio sistema statuario governato dalla Sha’aria e indipendente dagli altri gruppi jihadisti del Sahel e riconosciuto dal califfo al Baghdadi nel 2016.

A tutt’oggi, lo Stato Islamico nel Grande Sahara rappresenta la principale minaccia jihadista nel zona del Sahel, dove ha collezionato una lunga serie di sanguinose azioni contro i militari dei Paesi africani impegnati a contenerne l’espansione, ma anche delle forze straniere di sostegno, tra le quali quelle francesi e statunitensi. Proprio a seguito dei continui attacchi contro le forze regolari dimostratesi inadeguate alla protezione delle popolazioni locali, hanno condotto queste ultime a un senso di frustrazione ed abbandono che le hanno rese un ampio bacino di reclutamento per i gruppi jihadisti, in primis, lo Stato islamico.

Ma nel Sahel la peculiarità principale è rappresentata dalla collaborazione tra le formazioni islamiste, da al Qaeda allo stesso Stato islamico, rappresentata dal reciproco supporto logistico, informativo e nella spartizione delle aree di rispettiva influenza. Il rischio di una fusione tra le due fazioni jihadiste è una realtà latente e comporterebbe un innalzamento del livello di allerta anche, e soprattuto, per gli interessi economici occidentali nella zona.

Le continue incursioni dei miliziani jihadisti nei complessi militari degli eserciti della coalizione saheliana, condotte per ovvie motivazioni di approvvigionamento di armamenti e munizioni, costituiscono un ulteriore fattore di allerta per il consolidamento del movimento islamista nel Continente Nero anche in considerazione delle componenti, non certo indifferenti, del Boko Haram nigeriano e degli Sha’abab nel Corno d’Africa la cui instabilità nelle alleanze e nelle sinergie operative con altri gruppi non inducono comunque a pensare ad un loro indebolimento.

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