Venezuela 2026: un evento locale, una frattura sistemica.
Egemonia statunitense, strategia cinese e guerra ibrida nel nuovo disordine globale.
L’attacco statunitense al Venezuela del 3 gennaio 2026 ha rappresentato molto più di un’operazione militare regionale o di un cambio di regime mascherato da azione di sicurezza. Esso si colloca piuttosto come evento-soglia, capace di rendere visibili dinamiche geopolitiche già in atto ma fino ad allora parzialmente occultate: la crisi dell’ordine liberale internazionale, la trasformazione delle forme di competizione tra grandi potenze e la progressiva erosione delle categorie classiche di guerra, alleanza e sovranità.
La reazione internazionale — sorprendentemente contenuta sul piano formale, ambigua su quello politico e quasi indifferente su quello finanziario — suggerisce che l’evento sia stato percepito non come una rottura improvvisa, bensì come un passaggio “atteso” all’interno di un confronto sistemico di lungo periodo. In questo senso, il Venezuela non è causa ma teatro, non obiettivo finale ma caso esemplare.
Con questo articolo, che fa seguito all’ottima analisi del Dr. Armando Johan Obdola, noto Geopolitical Risk & Security Advisor intitolato “From Regime to Vacuum: The Real Battle is Control of Territory, Revenue, and Coercion” che si segnala per il taglio professionale ed affatto apologetico o detrattivo essendo basato sui fatti ed i dati oggettivi e volto a fornire una prima valutazione strategica dell’operazione statunitense in Venezuela, con un occhio attento al suo significato, ed a cosa potrebbe succedere in futuro e come dovrebbe essere la stabilizzazione nei primi 30-90 giorni, desideriamo analizzare l’attacco del 2026 al Venezuela come nodo di convergenza di tre dinamiche principali:
- la riaffermazione dell’egemonia statunitense nell’emisfero occidentale (Dottrina Monroe aggiornata);
- la centralità delle risorse strategiche in un contesto di transizione energetica e competizione sistemica;
- la strategia indiretta della Cina, fondata su guerra ibrida, pazienza strategica e sfruttamento delle reazioni dell’avversario.
L’obiettivo non è attribuire colpe morali, bensì valutare razionalmente la pericolosità, l’efficacia e i limiti delle strategie in campo, inserendo l’evento venezuelano in una cornice globale che include l’Ucraina, il Sud globale e il futuro dell’ordine internazionale.
Il “backyard” americano: la Dottrina Monroe nel XXI secolo
Per prima cosa vogliamo qui sottolineare che quanto è avvenuto il 3 Gennaio si inserisce in un contesto di continuità storica più che di ritorno al passato.
Come noto la cosiddetta Dottrina Monroe, formulata nel 1823, viene spesso evocata come reliquia del passato. In realtà, essa non è mai stata formalmente abbandonata, ma progressivamente riformulata attraverso dottrine successive (Roosevelt Corollary, Guerra Fredda, lotta al narcotraffico, sicurezza emisferica), sicché è in questo senso che ci sentiamo di affermare che l’attacco al Venezuela del 2026 non rappresenta un ritorno, bensì una continuità adattiva.
Il principio fondamentale resta invariato: l’emisfero occidentale non deve ospitare potenze rivali in grado di influenzarne gli equilibri strategici. Ciò che cambia sono i mezzi e le giustificazioni. Nel 2026, la minaccia non è ideologica (comunismo), ma sistemica: la presenza economica, finanziaria e tecnologica di Cina e Russia in America Latina.
Alla luce di queste considerazioni è lecito domandarsi perché il tutto abbia preso le mosse a partire dal Venezuela: di fatto un legittimo quesito cui è oltremodo agevole fornire una risposta richiamando l’attenzione sul fatto che il Venezuela presenta una combinazione rara di fattori quali:
- il collasso istituzionale;
- un isolamento diplomatico;
- la presenza di risorse energetiche e minerarie straordinarie;
- una integrazione profonda con partner extra-occidentali; ed
- una limitata capacità di deterrenza convenzionale.
In altri termini perché il Venezuela era un bersaglio “accettabile”: sufficientemente importante da mandare un segnale, sufficientemente debole da ridurre i costi di escalation. Questo spiega perché una simile azione sarebbe stata, ed ancora sarebbe impensabile contro il Brasile, il Messico o la Colombia, ma politicamente e militarmente praticabile contro Caracas.
L’operazione del 3 gennaio 2026 va dunque letta come una dimostrazione di forza selettiva, volta a ristabilire linee rosse regionali senza innescare una guerra globale.
Per somma ha sicuramente giocato un ruolo non secondario la presenza di risorse strategiche quali petrolio e sovranità economica. Merita, tuttavia qui porre l’accento sul fatto che sebbene il Venezuela detenga le maggiori riserve petrolifere certificate al mondo, ridurre l’interesse strategico statunitense al solo petrolio sarebbe fuorviante. Il paese è al centro di un più ampio complesso di risorse critiche, tra cui:
oro, coltan, bauxite, terre rare, nonché un potenziale litifero ancora sottosviluppato.
Nel contesto della transizione energetica e della competizione tecnologica, poi, il controllo delle filiere estrattive e logistiche assume un valore pari, se non superiore, al controllo dei giacimenti stessi, ed in questo senso non stupisce affatto che gli Stati Uniti, al momento, pur non necessitando affatto urgentemente del petrolio venezuelano, siano oltremodo interessati a sciogliere il nodo riguardante il chi controlla e controllerà da qui in avanti la valorizzazione, la monetizzazione e la destinazione delle risorse. Un nodo questo affatto secondario visto che gli accordi sin qui in essere tra Caracas e Beijing/Mosca prevedevano:
- concessioni a lungo termine;
- pagamenti in valute alternative allo USD;
- integrazione delle risorse venezuelane in catene del valore non occidentali
e che questo rappresenta una doppia minaccia: materiale, perché sottrae risorse a circuiti controllati dall’Occidente; sistemica, perché indebolisce il ruolo dello USD come valuta di riferimento.
Qui si apre un capitolo particolarmente interessante relativo alla Cina ed alla sua pericolosità senza alleanze simil NATO, che palesemente non rientra negli obiettivi di Beijing per tutta una serie di ragioni, tra le quali è lecito ritenere spicchi il rigetto per le alleanze rigide in quanto queste, ad onor del vero:
- limitano la flessibilità strategica;
- generano obblighi automatici, ed
- espongono a escalation indesiderate.
Tutte criticità che la strategia cinese consente di evitare adottandone una relazionale e modulare basata su investimenti, infrastrutture, credito, tecnologia, cooperazione selettiva. Una strategia che crea dipendenze strutturali, ma non alleanze formali.
La Cina, infatti opera prevalentemente “di rimessa”, secondo una logica che privilegia l’attesa, l’asimmetria e lo sfruttamento degli errori altrui. In questo quadro, l’attacco statunitense al Venezuela costituisce un’opportunità, non una minaccia immediata. Pechino non ha bisogno di reagire militarmente: le basta osservare e capitalizzare politicamente.
La rinuncia alle opzioni militari da parte di Beijing non va intesa, però, nei termini di un rigetto di qualsiasi forma di conflitto. A tale proposito si consideri la questione del fentanyl, di cui molto si è parlato anche ai tempi della Presidenza Biden come di un’arma sistemica in un contesto di Guerra Ibrida.
La crisi del fentanyl negli Stati Uniti ha infatti effetti devastanti tanto sul piano sanitario quanto su quello sociale, come pure su quello politico ed istituzionale.
Attribuire, tuttavia, a Pechino una “regia diretta” sarebbe improprio e indimostrabile, anche se, in termini di Guerra Ibrida, non è necessaria una catena di comando esplicita essendo sufficiente una tolleranza selettiva, un enforcement intermittente, come pure una ben calibrata ambiguità normativa.
Questo consente di esercitare pressione sistemica senza assumersene formalmente la responsabilità. È una forma di guerra per saturazione, perfettamente coerente con la dottrina cinese, che di fatto ha in qualche modo operato in due direzioni complementari: quella della erosione della fiducia interna, e quella della induzione alla reazione, dove la prima punta ad
- indebolire la coesione sociale e la fiducia nella leadership statunitense, aumentando polarizzazione e instabilità; e la seconda a
- spingere Washington verso risposte assertive e talvolta sproporzionate, da utilizzare come prova della sua natura imperiale.
Il Venezuela come potenziale trappola narrativa
L’attacco statunitense, al di là delle facili letture della prima ora, necessita di una attenta lettura in quanto non pochi potrebbero essere i risvolti negativi in quanto, tanto per cominciare, l’attacco statunitense al Venezuela è facilmente leggibile, nel Sud globale, come: interventismo, neocolonialismo e violazione della sovranità.
Tutte letture foriere di un potenziale compattamento del Sud Globale in quanto anche Paesi che non sostengono Caracas sono costretti a prendere le distanze, quantomeno sul piano retorico, assumendo una posizione che di fatto conduce ad un rafforzamento del BRICS, delle piattaforme multilaterali alternative nonché della narrativa di un ordine multipolare.
Per somma il punto cruciale su cui riflettere è che il Venezuela non può diventare un precedente generalizzabile. Un’azione simile contro altri paesi latinoamericani: sarebbe politicamente insostenibile, provocherebbe reazioni regionali, ed accelererebbe l’allontanamento dall’orbita statunitense.
Di fatto tocca constatare come, a conti fatti, Beijing benefici di questa asimmetria in quanto ogni eccesso statunitense aumenta il valore dell’opzione cinese, senza costringerla a esporsi.
Ed in questo senso il silenzio di Pechino e Mosca all’ONU, come pure l’assenza di pronunciamento duro in Consiglio di Sicurezza non indica debolezza. Al contrario, segnala:
- assenza di sorpresa;
- volontà di non legittimare l’evento con una risposta eccessiva;
- scelta di utilizzare l’episodio sul piano politico e narrativo.
Così dicasi pure della pacata reazione delle borse asiatiche: un qualcosa che suggerisce che: in nessun momento si è temuta una escalation; l’evento era in parte prezzato, e non è stato percepito come un attacco diretto agli interessi cinesi immediati.
Per la Russia, poi, l’attacco al Venezuela rappresenta un assist strategico. Non perché le due situazioni siano identiche, ma perché:
- rafforza la narrativa della selettività occidentale;
- normalizzano l’uso della forza fuori mandato ONU;
- indeboliscono l’argomento morale dell’Occidente.
Di fatto la legalità internazionale non viene negata, ma relativizzata. Ed è sufficiente questo per ridurne l’efficacia.
Volendo trarre un bilancio viene da dire che l’attacco al Venezuela del 2026 non inaugura per certo una nuova guerra fredda, né segna l’inizio di un conflitto diretto tra grandi potenze. Esso rappresenta piuttosto un episodio di erosione sistemica, in cui:
- gli Stati Uniti riaffermano la forza ma ne pagano il costo reputazionale;
- la Cina rafforza la propria posizione senza esporsi;
- il Sud globale osserva, valuta, e prende nota.
In ultima analisi, e questo va debitamente tenuto presente, la pericolosità della Cina non risiede nella capacità di colpire frontalmente, ma nell’abilità di lasciare che l’egemone si comporti da impero, accelerando la perdita di consenso che ogni egemonia, storicamente, non può evitare.
Note
- John Lewis Gaddis, Strategies of Containment (New York: Oxford University Press, 2005).
- Hal Brands, The Twilight Struggle (New Haven: Yale University Press, 2022).
- Graham Allison, Destined for War (Boston: Houghton Mifflin Harcourt, 2017).
- Henry Kissinger, On China (New York: Penguin Press, 2011).
- Michael Mazarr et al., Understanding the Emerging Era of International Competition (RAND Corporation, 2018).
- Fareed Zakaria, The Post-American World (New York: W. W. Norton, 2008).
- Barry Buzan and George Lawson, The Global Transformation (Cambridge: Cambridge University Press, 2015).
- Carl von Clausewitz, On War, ed. Michael Howard and Peter Paret (Princeton: Princeton University Press, 1976).
- Donald Trump, dichiarazione su Truth Social relativa all’operazione militare in Venezuela, Euronews, 4 gennaio 2026. https://it.euronews.com/2026/01/04/trump-annuncia-il-controllo-del-venezuela-ma-mancano-molti-dettagli?utm_source=chatgpt.com
- “U.S. strikes Venezuela and says leader Maduro has been captured,” PBS NewsHour, 3 gennaio 2026. https://www.pbs.org/newshour/world/us-strikes-venezuela-and-says-its-leader-maduro-has-been-captured-and-flown-out-of-the-country?utm_source=chatgpt.com
- “Brazil says US crossed ‘unacceptable line’ over military strikes on Venezuela,” Reuters, 3 gennaio 2026. https://www.reuters.com/business/aerospace-defense/brazil-says-us-crossed-unacceptable-line-over-military-strikes-venezuela-2026-01-03/?utm_source=chatgpt.com
- “Allerta globale: l’ONU avverte che l’attacco al Venezuela stabilisce un ‘pericoloso precedente’,” CiberCuba, 3 gennaio 2026. https://it.cibercuba.com/noticias/2026-01-03-u1-e208574-s27061-nid317793-alarma-global-onu-advierte-ataque-venezuela-sienta?utm_source=chatgpt.com
- “Cuba, Colombia and Iran condemn US military strikes on Venezuela,” Turkiye Today, 3 gennaio 2026. https://www.turkiyetoday.com/world/cuba-colombia-and-iran-condemn-us-military-strikes-on-venezuela-3212343?utm_source=chatgpt.com
- “World reacts to US strikes on Venezuela,” El País, 3 gennaio 2026. https://english.elpais.com/international/2026-01-03/world-reactions-to-the-us-strikes-on-venezuela.html?utm_source=chatgpt.com
- “US Strikes Venezuela, Says it Will ‘Run’ Country,” Human Rights Watch, 3 gennaio 2026. https://www.hrw.org/news/2026/01/03/us-strikes-venezuela-says-it-will-run-country?utm_source=chatgpt.com
- Analisi operazione “Absolute Resolve,” The Washington Post, 3 gennaio 2026. https://www.washingtonpost.com/national-security/2026/01/03/venezuela-maduro-capture-inside-raid/?utm_source=chatgpt.com
- “From Regime to Vacuum: The Real Battle is Control of Territory, Revenue, and Coercion” https://www.linkedin.com/pulse/from-regime-vacuum-real-battle-control-territory-revenue-obdola-iernc?utm_source=share&utm_medium=member_ios&utm_campaign=share_via
