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La Percezione Della Sicurezza

Yemen, la guerra dimenticata: in due anni 7 mila morti

Morelli: “Situazione molto più intricata di quella siriana”

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

C’è la guerra siriana e c’è la guerra yemenita.  E se della prima se ne parla sempre, della seconda poco o niente.  Ma nello Yemen, silenziosamente si continua a morire, in un conflitto incessante che dura ormai da quasi due anni e che ha fatto più di 7mila morti, innescando una gravissima crisi umanitaria. Una situazione più volte denunciata da Amnesty International, e dalla Human Rights Watch, che a suo tempo ha documentato 119 violazioni delle leggi di guerra della coalizione a guida saudita, oltre le gravissime trasgressioni del diritto internazionale da parte dell’esercito di Riyad.

L’ultimo cessate il fuoco è stato quello del 17 ottobre, annunciato dalle Nazioni Unite su tutto il territorio dello Yemen.  Solo una breve tregua a questa interminabile carneficina, che vede protagonisti moltissimi bambini, vittime indifese e inconsapevoli. Dagli ultimi rapporti dell’Unicef, dall’inizio del conflitto sono morti 505 bambini, 702 sono rimasti feriti e 1,7 milioni sono a rischio malnutrizione.  A causa dei continui bombardamenti sono più di 1,4 milioni le persone che sono state costrette ad abbandonare le loro case.

E nonostante queste cifre preoccupanti e significative, a tutt’oggi di questa guerra “dimenticata” non si sa quasi nulla.  In molti la liquidano come un semplice “disaccordo” tra Arabia Saudita ed Iran. Ma le cose non sono così semplici come sembrano.

Partiamo dall’inizio.  Come in Siria, anche in Yemen, la guerra civile è nata come diretta conseguenza della primavera araba.  Dopo gli scontri e le proteste di piazza i paesi del Golfo si accordarono per rimuovere il presidente “dittatore” yemenita, Ali Abdullah Saleh. Al suo posto, come nuovo presidente, la scelta ricadde su Abdrabbuh Mansour Hadi.  Ma Saleh non aveva nessuna intenzione di abdicare e  si alleò immediatamente con i ribelli sciiti Houthi, armati dall’Iran.  In breve non solo riuscì a riconquistare la capitale Sanaa, ma anche a cacciare e spodestare Hadi, che fu costretto a fuggire nel 2014 in Arabia Saudita.

L’Arabia Saudita è una nazione a maggioranza sunnita (circa il 90%), che da sempre discrimina la popolazione sciita (circa il 60%). Dall’altro canto l’Iran, paese a maggioranza sciita, mal digerisce la presenza sunnita sul territorio.

Parliamo di due potenze regionali che hanno vedute ed interpretazioni diverse dell’Islam. Ognuna però ha un denominatore comune: esportare il proprio chiamiamolo “brand” nel mondo musulmano.  In gioco, infatti, c’è la supremazia non solo sulla popolazione musulmana ma anche su tutto il Medio Oriente.

I sauditi dicono che l’instaurazione di un regime sciita nello Yemen sostenuto dall’Iran costituirebbe una minaccia per l’islam sunnita. Persino per i luoghi sacri come la Mecca e la Medina. Questo perché lo spauracchio sciita è utile a Ryad per avere l’appoggio della popolazione sunnita. Così facendo infatti si motiva la manovalanza contro il” nemico eretico” sciita.

Un “gioco di potere”, mascherato da religiosità, che ha avuto inizio a partire dal 25 marzo scorso, dove l’Arabia Saudita – sostenuta da diversi paesi arabi, tra cui l’Egitto, gli Usa e alcuni paesi europei – ha avviato un’offensiva militare contro diverse cittadine yemenite ormai disastrate e al collasso.

Il fattore religioso che sembra imperare, altro non è che un catalizzatore per innescare una reazione geo militare per interessi geostrategici e geo economici riguardanti la regione del Medio Oriente.  In gioco sono scesi chi più, chi meno palesemente, non solo l’Arabia Saudita e l’Iran, ma anche altre potenze mondiali come la Russia e gli Usa.

E che i motivi di questa “guerra silenziosa” sono più che altro economici che religiosi, ne è convinto anche Marco Morelli, italiano convertito sciita:” Gli interessi economici e geopolitici che ci sono nello Yemen fanno gola a molti e non solo nel territorio Medio Orientale. La questione yemenita – prosegue –  Per quanto inascoltata e dimenticata,  vive una situazione molto più intricata di quella siriana. In essa si possono ritrovare molte più controversie: politiche, economiche e  geo militari che vedono lottare,  in uno scontro asimmetrico,  Arabia Saudita e Iran e ‘partecipare’ (per propri ritorni economici) paesi come gli Usa, Francia, Regno Unito, Italia e altre nazioni occidentali che vendono e forniscono armi all’Arabia Saudita” .

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Morelli cita anche l’Italia fra i fornitori di armamenti e anzi riporta l’attenzione su un fatto che proprio in questi giorni è balzato nuovamente alle cronache, dopo un servizio delle “Iene” dove l’inviato faceva vedere come le armi siano assemblate dalla succursale italiana del colosso tedesco Rheinmetall Defence, che ha sede operativa a Domusnovas, nel cagliaritano. Da qui, come riportato sull’Espresso del 23 agosto 2016, sembrerebbe che siano partite 5000 bombe. Un quinto rispetto all’anno precedente. La fabbrica ha prodotto armamenti per 41 milioni di euro contro i 27 milioni del 2014. A conferma che è nei momenti di tensioni globali che i guadagni nel settore militare crescono.

“La guerra in Yemen sarà anche dimenticata da tutti, ma non di certo da chi ha interessi a lucrare su di essa – dichiara Morelli – persino Ban Ki-moon, l’ex ministro degli Esteri della Corea del Sud che dal 2007 è segretario generale della Nazioni Unite ha dovuto ‘ritrattare’ il suo punto di vista, riguardo la relazione consegnatagli dai suoi osservatori in Yemen, dove si scopriva che la guerra aveva già ucciso 785 bambini. Morti attribuite alle incursioni aeree della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, oltre Egitto, Quatar, Kuwait, Emirati Arabi, Giordania, Senegal e Sudan.  Ma seppur tutto certificato dai rapporti il segretario della Nazioni Unite, durante una conferenza stampa ha ritrattato. La causa?  La casa reale dell’Arabia Saudita ha minacciato di non versare più fondi all’Onu. Gli interessi economici ancora una volta hanno prevalso”.

Sembrerebbe, dunque, che la stessa mano che arma e uccide i bambini e la stessa che poi grazie alle sue donazioni li sostiene.

E con le elezioni presidenziali Usa alle porte, chiediamo a Morelli quale vittoria fra i due candidati americani in lizza sia più auspicabile, quella di Hillary Clinton o di Donald Trump. Questo anche per quanto riguarda le future sorti del conflitto yemenita in corso: “Tra i due la più pericolosa è la Clinton. La sua nomea di guerrafondaia ha preso ancora più credito dalle ultime mail rivelate in cui venivano riportate sue personali affermazioni di come e perché la Siria doveva essere indebolita. Anche a scapito di gravi perdite umane, persino di bambini.  Inoltre – prosegue Morelli – Hillary ha da sempre e ora ancor di più, rapporti più chiusi e tesi con la Russia. Questo al contrario di Trump che, pur avendo atteggiamenti da giullare di corte, ha rapporti più distensivi con la politica del presidente Putin. C’è da dire che fra i due la scelta è comunque ardua”.

E mentre l’attenzione dell’opinione pubblica occidentale è tutta concentrata su questo imminente “duello presidenziale” o come sempre su ciò che accade sul fronte siriano, in Yemen si continua a morire.

Eppure come rivelato tempo fa da un ex agente della Cia, la guerra in Yemen terminerebbe all’istante se solo potenze come gli Usa lo volessero. Ma il conflitto yemenita non finirà e il motivo è semplice: lo Yemen è un affare troppo grande. Per tutti.

 

Giornalista freelance e fotoreporter. Collabora con la Stampa e diverse testate giornalistiche. Da sempre si occupa di cronaca e giornalismo d'inchiesta. La passione per questo lavoro e la ricerca della verità sono il motore che mi accompagnano da sempre.

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