Forze armate e di polizia: è allarme suicidi

Sinafi e Fsn Cisl scrivono ai politici: “Serve indagine conoscitiva e specifici interventi”

È allarme suicidi tra le forze armate e di polizia. Dal 2010 al 2018 sarebbero almeno 250 i casi di suicidio tra gli operatori di polizia e del soccorso. Ben 69 quelli  “censiti” nel 2019 e nell’anno appena iniziato già se ne contano numerosi. Un fenomeno spesso dimenticato o forse sottovalutato? Negli ultimi anni, però, il problema che riguarda le forze armate e di polizia, ha cominciato ad avere un peso non indifferente. La cronaca ha portato alla ribalta, sempre più spesso, le vicende di uomini e donne in divisa che decidono di compiere il gesto estremo, di frequente usando la pistola d’ordinanza e sul posto di lavoro. Stress da lavoro correlato, patologie psicosomatiche, disagi relazionali: le motivazioni possono essere molteplici.  “I motivi affettivi che portano il l’operatore di Polizia militare a scelte estreme sono da osservare nelle situazioni di affettività legate all’ambiente sociale, lavorativo, familiare, affettivo amicale e di coppia, in cui si intravvedono forti sentimenti di inadeguatezza, di solitudine dove il noi diventa io, di frustrazione nell’affrontare la realtà che si allontana sempre di più ed ogni giorno appare più estranea – spiega a Ofcs.report la dottoressa Giovanna Ezzis, psicologa e psicoterapeuta che da anni nel suo studio accoglie esponenti delle forze di polizia e armate – Se gli ambienti lavorativi risultano poveri del sentimento di appartenenza e tradiscono tutto ciò che i militari o gli operatori di Polizia hanno appreso durante la formazione, si sentono abbandonati, esclusi. Se quando all’esterno della caserma vengono insultati, sputati, picchiati, screditati su tutto ciò in cui credono e li chiamano sbirri augurando loro la morte, e vedono intorno a loro l’indifferenza totale dei potenti, mentre i cittadini comuni a cui dedicano la loro vita gli urlano contro fascisti, e gli stessi che li aggrediscono non sanno che qualcuno di loro potrebbe essere cresciuto orfano perché il proprio padre era un partigiano! Se la famiglia li squalifica perché non guadagnano abbastanza perché ‘sei solo uno sbirro’! Se le partner fanno capire chiaramente che è meglio non pubblicizzare troppo la loro professione, perché non è motivo d’orgoglio! Se tu militare, finanziere o poliziotto non vai a prendere tuo figlio a scuola perché non hai fatto in tempo a cambiarti la divisa e non vuoi essere oggetto di pregiudizi, etc! Come si può sentire un militare? Comincerà a pensare di aver creduto ad una favola che non esiste e si insinua in lui il sentimento di non appartenere a niente e nessuno, che i valori di giustizia, dovere, libertà e il ‘noi’ sono pura follia tanto da perdersi in un deserto senza fine di solitudine in cui annaspa”. 

Nel 2019 è nato l‘Osservatorio permanente interforze sui suicidi tra gli appartenenti alle forze di polizia creato dal capo della Polizia, Franco Gabrielli. L’organismo, ha l’obiettivo di monitorare il fenomeno e creare iniziative a sostegno del personale. Un passo verso la consapevolezza che un problema esiste. Nel testo redatto proprio in occasione della nascita dell’Osservatorio, si legge: “I dati attualmente disponibili sulla prevalenza del suicidio nelle Forze della Polizia sono ancora limitati ed i risultati appaiono controversi. Nonostante il personale di Polizia sia una categoria professionale psicologicamente testata, i casi di suicidio dovrebbero perciò essere più bassi rispetto a quelli della popolazione generale, è stato dimostrato come ogni 17 ore un agente di polizia commetta suicidio ed è stato stimato che, negli Stati Uniti, i suicidi degli ufficiali di Polizia potrebbero presumibilmente arrivare a 300+ all’anno e, nell’80-90% dei casi è stata utilizzata l’arma in dotazione”. 

Ma il fenomeno è talmente sentito tra gli addetti ai lavori, al punto che esistono pagine Facebook e osservatori indipendenti che monitorano il fenomeno e cercano di offrire supporto a chi ne ha bisogno. O semplicemente provano a tenere alta l’attenzione. La politica, infatti, a volte appare disinteressata e anche i media (che spesso si limitano a riportare il caso tra le notizie di cronaca nera) non sempre approfondiscono un fenomeno che riguarda chi si occupa della nostra sicurezza. 

Un altro passo importante per tenere alta l’attenzione sul tema che scuote l’equilibrio e la serenità delle Amministrazioni e non solo, è stato compiuto dal Sindacato nazionale finanzieri e dalla Fsn Cisl, i cui segretari generali, Eliseo Taverna e Pompeo Mannone, si battono da anni per i diritti e la difesa degli operatori. Il 22 gennaio scorso hanno inviato una lettera alle Commissioni Difesa di Camera e Senato per rappresentare questo e altri problemi. In particolare, riguardo l’allarme suicidi tra le forze armate e di polizia “tenuto conto dell’importanza e della gravità del fenomeno” chiedono un’indagine conoscitiva e “specifici interventi negli ambienti di lavoro del comparto sicurezza e del soccorso pubblico finalizzati ad attivare un’indagine parlamentare conoscitiva volta ad individuare l’esatta portata del fenomeno, anche mediante l’audizione delle Amministrazioni e delle Organizzazioni Sindacali; emanare una specifica legislazione di settore per il supporto psicologico ed il sostegno degli operatori del comparto sicurezza e soccorso pubblico, che preveda peraltro istituti giuridici ed economici di protezione e recupero idonei a porre l’operatore che versa in situazioni di stress, di poter accedere ad un percorso dedicato, mantenendo inalterata la retribuzione e gli istituti connessi, anche oltre i termini previsti dall’attuale legislazione; la creazione di un fondo per la prevenzione dello stress e per il supporto degli operatori, da alimentare ad esempio con risorse attinte dal 5 per mille dell’Irpef o dal bilancio dello Stato; creare un centro di studio mirato all’elaborazione di modelli d’intervento che racchiudano non solo il potenziale ascolto degli individui, ma mirino allo sviluppo di una formazione/informazione specifica; implementare i presidi di supporto psicologico, quali osservatori diretti e privilegiati, per tenere sotto controllo il fenomeno delle patologie sopra descritte”. 

La pistola d’ordinanza rende più facile il suicidio?

Un ulteriore elemento di analisi sulla questione dei suicidi tra forze armate e forze di polizia, riguarda la disponibilità di un’arma (pistola d’ordinanza) che renderebbe in qualche modo più facile il compimento del gesto. “Che sia la pistola, una corda, un ponte, andare a schiantarsi con la macchina o con la moto – spiega ancora la dottoressa Ezzis – quando annaspi e vuoi cancellarti perché la tua vita ha perso il senso della realtà e non significa più niente per te, non fa nessuna differenza la modalità che usi, ciò che conta è l’intenzione. Anche se gli tolgono la pistola d’ordinanza troverà un altro modus operandi”. 

Ma quali sono (se ci sono) i fattori di rischio tra gli esponenti delle forze di polizia e forze armate in merito al suicidio? 

“Quando una persona è esposta per un lungo periodo a numerose situazioni di vita stressanti quali relazioni interpersonali al limite; ambienti di lavoro ostili; caduta dei valori come l’identità, l’appartenenza e la solidarietà di gruppo; problematiche familiari diverse, separazioni dal coniuge e dai figli, perdita della propria casa, difficoltà economiche durante il cambio di status, gravi malattie di uno o più familiari – aggiunge la psicologa – ci troviamo sempre in presenza e comunque di fronte a persone sottoposte per un lungo periodo a eventi stressanti di tipo acuto o addirittura cronico che possono essere la causa del mancato benessere psicosociale con compromissione della propria salute. I fattori di rischio dunque ci sono e sono da imputare all’ambiente relazionale fortemente impoverito dove domina l’individualismo, come se uno vivesse nel proprio mondo e non lo comunicasse all’altro se non con i protocolli da trasmettere ai superiori, perché rinnega la formazione ricevuta dove veniva esaltato il ‘noi’ con conseguenza di perdita del sentimento di appartenenza, perdita dei valori quali la giustizia, la famiglia, incremento del sentimento di solitudine ed isolamento, crescita del sentimento di abbandono”. 

Esistono fattori predittivi del rischio suicidio?

“Certamente sì. Quando si osserva il sentimento di solitudine, di abbandono, di appartenenza, perché è vero non sono malattie, ma possono portare l’individuo a considerare la realtà un buco nero dove si sente attratto e non ne vede la fine, dove vuole immergersi consapevolmente per cancellare quello che è. Può capitare a chiunque. Si manifesta sempre con una disaffezione al proprio lavoro, indifferenza verso i colleghi ed i superiori. Distacco dall’ambiente circostante sia affettivo che lavorativo. Assenza di valori, di interessi etc”. 

È possibile che esista una sottovalutazione del problema suicidi nelle forze armate e di polizia? 

“Sì c’è una sottovalutazione da parte di alcuni Corpi Militari. La Finanza per la verità è da anni che fa dei tentativi di venirne a capo con indagini che danno numeri che non si trasformano quasi mai in modalità operative utili per arginare il problema, ma si trasformano in informazioni fine a sé stesse. Forse è arrivato il momento di intervenire in modo concreto con centri di ascolto psicologico all’interno nelle caserme per cambiare la mentalità di alcuni comandanti che ripudiano una soluzione del genere perché hanno paura di essere oggetto di valutazioni da parte dei professionisti, e non si preoccupano del benessere del personale di cui sono responsabili. Purtroppo alcuni comandanti giustificano in modo elementare la loro avversione all’ingresso nelle caserme degli psicologi perché a loro dire potrebbero ‘turbare i militari’. In realtà i militari sentono il bisogno di comunicare ad un estraneo il loro malessere senza nascondersi perché fanno la differenza tra ciò che è un disagio psicologico e ciò che è psichiatrico. La prevenzione si fa prima che avvengano accadimenti luttuosi, facendo sentire i militari gli operatori vivi e necessari per la sopravvivenza del gruppo di appartenenza, al centro della vita della caserma e del loro comandante e non il contrario. Anche perché il ruolo di comandante ha ragione di essere soltanto in funzione del gruppo da comandare, con un esercito fantasma comanderebbe soltanto il vento. I tempi sono maturi per cambiare la mentalità nelle caserme e parlare di prevenzione a 360° senza stereotipi e tabù, che impediscano la crescita personale e professionale del militare salvaguardando la sua salute”. 

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