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Salute, la dieta mediterranea per combattere il dolore

In Europa i costi per combattere la patologia rappresentano il 2,3% del Pil

Quattro milioni di italiani soffrono di osteoartrosi, due milioni patiscono la cefalea, e numerosi sono i pazienti costretti a vivere con dolori neuropatici periferici. Sono 15 milioni gli italiani che accusano dolori cronici, una patologia che interessa il 20% della popolazione del nostro Paese e che comporta una spesa, tra costi diretti e indiretti, pari a 3,2 miliardi di euro, secondo gli ultimi dati Istat a disposizione. I costi del dolore in Europa rappresentano il 2,3% del PIL.
È molto importante, quindi, combattere il dolore non solo da un punto di vista clinico, negli interessi del paziente, ma anche da un punto di vista farmaeconomico. Anche perché, con l’aumentare dell’età il rischio di riportare dolore cronico cresce esponenzialmente, soprattutto quello osteoarticolare. Ma i casi di mal di schiena, in generale la lombalgia, coinvolgono anche tante fasce di giovani adulti in stato attivo.
L’unione della dieta di tipo mediterraneo, l’unica su cui siano stati registrati risultati scientifici positivi e comprovati, e la nutraceutica, disciplina nata dalla fusione dei termini nutrizione e farmaceutica, può essere un valido aiuto per i terapisti del dolore e per chi soffre di malattie croniche. I principali cibi di tale regime alimentare, infatti, contribuiscono positivamente non solo a combattere le più diffuse patologie, ma anche a prevenirle.

Infiammazione e dolore

La dieta mediterranea, infatti, offre un ottimo bilanciamento di proteine, lipidi e carboidrati. Avere un giusto rapporto di questi tre macroelementi tutti i giorni va ad aggiungere un fattore importante nel combattere l’infiammazione e il dolore stesso. L’argomento è stato il fulcro del Congresso Internazionale di Anestesiologia Simpar-Isura, organizzato e presieduto dal professor Massimo Allegri, ricercatore presso l’Università di Parma e specialista in anestesia rianimazione e terapia del dolore. Al simposio, che si è svolto a Firenze, hanno preso parte 1.200 medici e ricercatori, sia italiani che provenienti dall’estero, per confrontarsi sulle nuove scoperte scientifiche e tecnologiche e su tutte le tematiche relative allo studio e alla gestione del dolore cronico. Simpar (Study In Multidisciplinary Pain Research) è la prima rete in Italia di specialisti in grado di migliorare la gestione dei pazienti con dolore acuto cronico. Isura (International Symposium of Ultrasound in Regional Anesthesia) è un appuntamento dedicato all’applicazione degli ultrasuoni per l’anestesia locale e per la medicina del dolore.
“Un congresso speciale, due simposi in uno: la Società Mondiale di Ecografia e Terapia del dolore acuto cronico presente, contestualmente al nostro congresso, con un suo evento – spiega il presidente Massimo Allegri – Tre gli argomenti principali del duplice congresso. Innanzitutto il dolore acuto post operatorio, perché il 2017 è l’anno ad esso dedicato. Abbiamo dato tantissimo spazio alle nuove tecniche per controllarlo, con la consapevolezza che occorre ancora lavorare tanto in questa direzione. Il secondo tema ha trattato il dolore in condizioni particolari, ovvero ciò che può sembrare di nicchia, come quello che riguarda il bambino, l’alimentazione o la componente cognitiva. Il terzo focus ha riguardato il dolore neuropatico, sia nel trattamento farmacologico che nel trattamento interventistico”.

Il dolore è generalmente sintomo di qualcosa che non va bene: un effetto di una patologia in corso

Quando invece non c’è una causa scatenante, e quindi il dolore diventa cronico, occorre parlare di terapia del dolore. Con tale termine si intendono tutti quegli atti farmacologici, interventistici, chirurgici e cognitivo-comportamentali mirati a ridurre il dolore inutile, cioè quella sofferenza che non ha nessuna utilità nell’esserci. In altre parole, si parla di terapia del dolore quando dobbiamo trattare sia il dolore come sintomo che come malattia. “La dieta mediterranea – spiega la dottoressa Manuela De Gregori, biologa nutrizionista della Fondazione Irccs Policlinico San Matteo di Pavia – può essere utilizzata sia per le terapie cronico oncologiche che per quelle benigne, ma anche per i pazienti che devono sottoporsi a un intervento chirurgico o per chi ha già subito un intervento. Gli sbagli alimentari dovuti alla mancanza di un’educazione alimentare influiscono tantissimo sulla gestione del dolore stesso”.
“La tendenza attuale, per chi non rispetta un piano nutrizionale programmato e attento, è quello di incorrere in un accumulo di calorie e grassi. Questi hanno una correlazione con l’infiammazione e con lo sviluppo del dolore – aggiunge il dottor Maurizio Marchesini, anestesista e terapista del dolore presso l’Azienda Ospedaliero -Universitaria di Parma – Quindi il dolore nelle ginocchia non è causato solo dal sovrappeso, ma dalla quota di sostanze infiammatorie causata dalla cattiva alimentazione, che danneggia le articolazioni stesse. Lo dimostra il fatto che persone in sovrappeso hanno dolori anche alle piccole articolazioni, come le mani, in cui il peso non ha nessun ruolo”.
Non avere la giusta attenzione a tavola può causare un peggioramento di una condizione geneticamente predeterminata di dolore cronico o peggiorare quelli che possono essere degli insulti esterni come un intervento chirurgico, una patologia neoplastica e/o benigna. In questo modo non si può avere una risposta naturale di autoconservazione come l’evoluzione vuole, ma si avvia una deriva verso una cronicizzazione di questi stati.

Cosa mangiare e cosa evitare

Gli specialisti consigliano una dieta più variegata possibile, senza escludere determinati alimenti, ma cercando di abbinarli correttamente agli altri e soprattutto di cucinarli in modo corretto. “Sicuramente – chiarisce la dottoressa De Gregori – una dieta ricca di frutta e di verdura è una dieta antinfiammatoria, ma questo non significa che bisogna escludere tutti gli altri alimenti, come carne e pesce. Serve scegliere ponderatamente tutti gli alimenti presenti in natura. Una cosa fondamentale è bilanciarli ogni giorno con tutto quello che viene acquisito dal paziente. Non è solo una questione di quantità, ma anche di qualità”. Sconsigliati alimenti pro-infiammatori quali quelli con le farine raffinate, meglio quelle integrali. Limitare il consumo di carni rosse, conservate come salumi e insaccati. È bene ponderare anche l’utilizzo dello zucchero raffinato e quello del sale. Meglio sostituire questi aromatizzanti a delle spezie che hanno anche proprietà antinfiammatorie.

Alimentare la mente

Esiste un legame anche tra alimentazione e malattie psicologiche: bisogna quindi stare attenti a ciò che si mangia anche in caso di malattie neurodegenerative. “La componente di patologia del sistema nervoso – spiega il dottor Maurizio Marchesini – possono essere influenzate dal trattamento alimentare. Basti pensare che un paziente che ha un dolore è anche un paziente che è depresso. Anche in questo caso ridurre la quota di introito calorico, quella di zuccheri e di acidi grassi aiuta a limitare qualche degenerazione dell’età, sia in senso fisico che per lo sviluppo di malattie neuro-generative”.

Le sostanze che aiutano: no alla medicina non convenzionale

In merito alle singole sostanze, uno studio dimostra come l’assunzione di un derivato della curcuma da parte di un paziente con osteoartrosi dia un risultato riconducibile all’assunzione di paracetamolo. Ne esiste uno anche sugli acidi grassi Omega3, con risultati analoghi. Risultati positivi anche per lo zenzero, frutta e verdure. “Attenzione – allertano gli specialisti – però a non cadere nella medicina non convenzionale, nell’esoterismo, nella naturopatia a tutti i costi. La terapia medica non va sostituita con l’integrazione di un alimento. Questo può provocare un miglioramento, più energie, meno insonnia, più benessere, ma non deve essere assolutamente l’unica via per risolvere il problema. Il fai da te in alcune patologie può essere più dannoso che altro”.

La legge in Italia

Infine, un occhio alla legge che in Italia si propone di tutelare chi soffre in maniera cronica. Si tratta della normativa 38/2010, ma solo un medico su tre ne conosce l’esistenza. “L’Italia – dichiara il professor Massimo Allegri – è stato il primo Paese al mondo ad aver accolto le indicazioni dell’Organizzazione Mondiale della Sanità. Queste indicazioni affermano che è un diritto di ogni cittadino non soffrire. La legge, pertanto, istituisce un percorso tale che permette al paziente di avere una rete istituzionale clinica per la gestione del proprio dolore. Purtroppo però questa norma viene applicata a macchia di leopardo. La 38/2010, inoltre, istituisce dei percorsi formativi specifici per i medici e consente un accesso semplificato ad alcuni farmaci”.
Secondo un recente studio europeo, la terapia del dolore in media viene insegnata 6 ore in 6 anni. L’Università di Parma in Italia spicca in fatto di preparazione, è stata infatti dichiarata “l’Università senza dolore”. In questa non solo si insegna la terapia del dolore, ma la si lega ad altre discipline, in un contesto multidisciplinare. Uno dei grandi impegni degli specialisti è esportare questo modello anche nelle altre città, così che si possa avere una maggiore preparazione a livello teorico e pratico.

I bambini

Un’ultima riflessione va dedicata ai bambini. Il dolore nei bambini ha soprattutto una natura procedulare: manifestano cronicità coloro che entrano nel circuito delle cure palliative, causa tumore, ossia 14mila bambini italiani all’anno.

A chi rivolgersi

Se c’è una patologia che si può risolvere, occorre rivolgersi allo specialista di riferimento. Se invece si tratta di un dolore cronico, e quindi non più risolvibile, ci si rivolge al terapista del dolore. “Si trovano in tutta Italia – precisa il professor Massimo Allegri – e possono migliorare la vita anche dei più sofferenti”.

@roxybeng

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