#veganamanontroppo. Il mio senso di colpa a targhe alterne…

farmacia di turno

Qualche giorno fa mi sono svegliata di notte, in preda ad un incubo. Ero nel bel mezzo di una guerra tra due tribù: vegani puri e vegani, ma non troppo. Non ricordo chi ha vinto, sicuramente entrambe lottavano con ferocia, una contro l’altra, ma anche contro un nemico più grande: il terribile senso di colpaEd è quella la sostanziale differenza tra il vegano doc e il vegano ma non troppo. Il vegano “con il bollino” ha estirpato il problema a monte. È la monaca di clausura del “veganesimo”. Colui o colei che ha formattato il computer di bordo, ha cambiato sistema operativo, seppellendo sotto una coltre di verdure i suoi sensi di colpa. Come Dante insegna, però, esiste il contrappasso: io di notte sogno le tribù in guerra, il vegano doc sogna di mangiare una bistecca alla fiorentina o un ragù di cinghiale. Date a Cesare quel che è di Cesare, date ai doc quello che è dei doc. 

Il vegano ma non troppo è l’eterno indeciso. Quello che vede il grigio tra il bianco e il nero, quello che si districa tra un cannolo e una mozzarella di bufala, quello che fa la spesa al supermercato armato di occhiali e impiega le ore per leggere tutte le etichette, ma alla fine non resiste alle patatine e ai biscotti con zucchero bianco o olio di palma: sono troppo buoni! E allora fa uno strappo alla regola, ragionando tra sé e sé: “Per una volta non succederà nulla, per l’olio di palma il nostro corpo ha una soglia di tolleranza”. Ma la vocina interiore è sempre in agguato. Arrivato alla cassa, il vegano ma non troppo è combattuto. A sinistra l’angioletto: “Sono morti degli oranghi per quell’olio di palma, sai?”. A destra il diavoletto: “Credi che se non compri quei biscotti, li salverai? Povero illuso!”. Mentre il codice a barre passa allo scanner, a esser scannerizzata è anche la coscienza, mentre la vocina interiore incalza: “Sei ancora in tempo per lasciarli!”. La cassiera interrompe la guerra interiore: “Vuole una busta?”. Una volta imbustato tutto e usciti dal supermercato, il senso di colpa, si potenzia triplicandosi e smistandosi in senso di colpa animalista, salutista ed estetico.

Il senso di colpa animalista è più “puro” e “innocente”. Il senso di colpa salutista, invece, è quello intermedio, quello che ricorda continuamente i danni che può provocare uno strappo alla regola. Il senso di colpa estetico è il più bastardo di tutti. Il vegano – ma soprattutto la vegana – immagina che ogni strappo alla regola si posizioni perfettamente all’altezza del giro vita o del gluteo, mostrandosi in tutta la sua fierezza agli occhi dei curiosi e non.

Per questo mi sento vegana ma non troppo. Il mio senso di colpa è a targhe alterne: a giorni è salutista, a giorni è animalista e talvolta è estetico. Per fortuna non mi capita spesso di concedermi cannoli. Alla fine dell’incubo, una sola cosa mette tutti d’accordo, anche le due tribù dei vegani doc e dei vegani, ma non troppo. È il cioccolato. Santo cioccolato, ammazza tutti i nostri sensi di colpa. Così sia. Ma non troppo.


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