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Acqua potabile: il veleno invisibile

L’acqua italiana è inquinata. Lo rivela l’edizione 2016 del Rapporto Nazionale pesticidi Nelle Acque, pubblicato dall’Ispra (Istituto superiore per la ricerca e la protezione ambientale) per gli anni 2013-2014, che ha portato alcuni dati preoccupanti sulla qualità dell’acqua utilizzata per bere, cucinare e per tutte le faccende domestiche. Secondo il documento, infatti, nel nostro Paese circa il 64% delle acque superficiali (fiumi, laghi, torrenti) monitorate contengono pesticidi (nel 2012 erano il 57%). Lo studio sottolinea anche la “diffusione elevata” (salita dal 31% al 32%) degli inquinanti nelle acque sotterranee, con pesticidi presenti nelle falde profonde protetti da strati geologici poco permeabili, che rendono i tempi di smaltimento di queste sostanze molto più lunghi. Dal 2003, l’aumento della percentuale di reflue è stato del 20% nelle acque superficiali e del 10% nelle sotterranee.

Ma questo non è un “privilegio” solo dell’Italia. Secondo un’analisi pubblicata dai ricercatori del Centro Helmholtz per la Ricerca ambientale (UFZ) e dall’Università di Koblenz-Landau insieme all’Università degli Studi di Milano, all’Università di Aarhus e all’Università di Aachen, il 40% delle terre del pianeta sono a rischio di inquinamento dai pesticidi derivanti da corsi d’acqua. A rischio sarebbero in particolare i flussi nel Mediterraneo, negli Stati Uniti, nell’America Centrale e nel Sud-Est asiatico.

Glifosato, il grande cattivo

Ma da dove viene tutto questo veleno? Globalmente, l’industria agro-alimentare utilizza più di 4 milioni di tonnellate di pesticidi l’anno come opzione per controllare insetti e parassiti potenzialmente pericolosi. Ma il loro effetto non si ferma qui. Secondo gli autori del Centro Helmholtz per la Ricerca ambientale, i residui di pesticidi nei corsi d’acqua potrebbero ridurre fino al 42% la biodiversità degli invertebrati in ecosistemi d’acqua dolce. Ed oltre ai diserbanti sono in aumento anche funghicidi e insetticidi come i neonicotinoidi, accusati di eliminare api ed altri insetti impollinatori (mettendo così a rischio una gran parte della diversità alimentare mondiale). In alcuni casi, un singolo campione riuniva fino a 48 sostanze diverse. “La tossicità di una miscela è sempre più alta di quella dei singoli componenti”, afferma l’Ispra.

Anche se lo stesso Ispra ha precisato che la copertura del territorio non è omogenea ed i campionamenti sono limitati, un componente è stato sempre presente in misura notevole nei risultati: il glifosato, insieme al suo prodotto di decadimento, l’Ampa. Sin dalla sua introduzione sul mercato nel 1970, il glifosato è stato ampiamente adottato, ed è diventato ancora più diffuso con lo sviluppo delle colture geneticamente modificate. Oggi è l’erbicida più utilizzato al mondo, con un consumo 140 volte più grande dal 1992 al 2012 solo negli Stati Uniti. In Italia, secondo l’Ispra, residui di glifosato ed Ampa sono presenti rispettivamente nel 40% e nel 71% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali, spesso con percentuali superiori ai limiti di qualità ambientale previsti dalle norme.

I suoi effetti sulla salute umana sono ancora controversi: nel marzo 2015 è stato considerato un “probabile cancerogeno per l’uomo” dell’Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro, organo dell’Organizzazione mondiale della sanità. A ottobre dello stesso anno, tuttavia, l’Efsa (l’Autorità europea per la Sicurezza Ambientale) ha pubblicato una nuova ricerca, definendo invece “improbabile” il rapporto fra l’erbicida e la malattia.

Discussione in Europa e nel mondo

 Mentre la scienza cerca consenso, le autorità politiche – ed economiche – cercano di raggiungere accordi pratici per quello che è diventato un business redditizio. In Europa, a seguito di sedute inconcludenti, l’UE dovrebbe decidere entro la fine di giugno se rinnovare o meno per altri nove anni l’autorizzazione al commercio del glifosato.

Nel frattempo, organizzazioni sociali ed ambientali si stanno mobilitando per il divieto definitivo della sostanza. In Italia, una petizione fatta da una coalizione di organizzazioni, prima della riunione della Commissione Europea sul tema a maggio, ha raccolto 1.400.000 firme per dire “no” all’erbicida. Ora, con la decisione dell’Unione europea di discutere la questione entro fine giugno, le mobilitazioni continueranno, così come le polemiche e gli additivi nelle nostre acque.

 

 

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