La Percezione Della Sicurezza

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Internazionale

Internazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale ed internazionale.

ESCLUSIVA. Terrorismo, l’esperto: “Attacco in Italia è possibile”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da
Al Qaeda

“Nella lotta al terrorismo l’analisi strategica è uno strumento fondamentale. Ciò significa che per essere in grado di prevenire gli attacchi o di mitigarli, se già accaduti, la migliore prevenzione avviene solo attraverso un’analisi accurata. Questo tipo di analisi è realizzata dall’intelligence, ma l’efficacia è nelle mani dei decision makers, cioè dei politici”. Abbiamo condiviso alcuni aspetti dell’intelligence, della  lotta al terrorismo e delle sfide che attendono l’Europa con il Tenente Colonello della Riserva delle forze armate israelianeUri Ben Yaakov.  Esperto senior analista e ricercatore, è specializzato nelle questioni della lotta al terrorismo, il cyber-terrorismo, le fonti di finanziamento di esso e le minacce alla sicurezza sull’esempio della Siria. Attualmente, inoltre, è un esperto dell’Istituto internazionale per la lotta al terrorismo di Herzliya, nel Parlamento israeliano. Ha contribuito alla preparazione del disegno di legge contro il terrorismo.

 

Qual è la  sua versione della  definizione di terrorismo? E come devono essere raccolte le informazioni per essere effettivamente utili alla lotta?

“Stabilire un’efficiente cooperazione internazionale, una corretta e comune definizione di terrorismo è uno dei passaggi fondamentali. Diverse sono le definizioni proposte, molte delle quali utilizzate da diversi stati e organismi internazionali.  Possiamo riscontrare alcune tipologie comuni nelle diverse definizioni, ove taluni temi ed elementi si ripetono, molte definizioni includono le attività violente aventi per obiettivo quello politico. Secondo il prof. Boaz Ganor, dovremmo distinguere tra la violenza contro i civili e quella contro le forze armate. Nel primo caso, ci troviamo di fronte al terrorismo (militanti che cercano di influenzare i governi attraverso l’uccisione di civili), mentre nel secondo non lo è (può essere considerato in alcuni casi come rivolta). Pertanto, la giusta definizione del terrorismo secondo professor Ganor è “l’uso deliberato della violenza contro i civili, al fine di conseguire finalità politiche”. Un’altra distinzione deve essere fatta per le organizzazioni terroristiche. Prendiamo ad esempio organizzazioni come Hamas o Isis. Queste organizzazioni hanno ovviamente i principali militanti che commettono atti terroristici, chiamiamo tali organizzazioni come principali cui si aggiungono altre entità che sostengono le organizzazioni terroristiche principali. Parliamo in questo caso di un organo che fornisce all’organizzazione terroristica “principale”  armi, intelligence, supporto finanziario o religioso. In tal caso, sarà ancora più difficile decidere quale entità dovrebbe essere considerata un’organizzazione terroristica (secondo il tipo di supporto e del suo legame). Inoltre, anche se concordiamo su tutto questo, ci si chiede se le attività di questi organi di supporto dovrebbero essere combattute alla stessa maniera che il terrorismo. Tutto ciò riflette l’importanza di una definizione unica per gli Stati e le agenzie d’intelligence: cosa è il terrorismo, l’organizzazione terroristica, e quando parliamo di un attacco terroristico.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, penso che lei faccia riferimento al “Dilemma Democratico” del Terrorismo. Ovviamente, non esiste una risposta “black or white” a questa domanda.  Da un lato, vorremmo mantenere i nostri valori democratici liberali, dall’altro lato dovremmo anche fornire alle nostre agenzie d’intelligence strumenti efficaci per contrastare il terrorismo. Ogni Stato dovrebbe trovare un giusto equilibrio nel modo più efficace di raccogliere informazioni, con un “ danno “ davvero minimo alla nostra privacy, mantenendo nello stesso tempo intatta la nostra sicurezza. Il mio punto di vista personale è che già la nostra privacy, in un certo qual modo, è nelle mani di entità aziendali che operano nel mondo informatico, cito ad esempio le piattaforme di social media che raccolgono informazioni private su di noi per fini commerciali, ecco queste informazioni dovrebbero essere utilizzate anche dalle agenzie d’intelligence. Questo potrebbe essere il modo più efficace per raccogliere utili informazioni per combattere il terrorismo”.

Quanto è importante la cooperazione tra le forze armate e le agenzie di sicurezza nell’efficacia del controterrorismo?

“Come ho già detto e in tutta umiltà, il più importante modello di lotta al terrorismo è la cooperazione internazionale tra i vari stati. Ad esempio in passato, gli eserciti proteggevano il nostro paese dai nemici e solitamente lo facevano lungo i confini della nazione. Ora che i nemici operano all’interno delle nostre città, i nostri eserciti dovrebbero essere pronti a combatterli in questi luoghi. Ecco perché la cooperazione tra le forze di polizia, l’esercito, le altre  agenzie d’intelligence, assume un significato più importante oggi. Il problema è che in alcuni casi “l’ego organizzativo” prevale rispetto alle effettive esigenze di sicurezza. La condivisione delle informazioni tra gli organi di sicurezza interessati è un elemento importante e necessario per analizzare le informazioni e per una migliore comprensione del quadro nazionale e internazionale.  Certo, le forze investigative continueranno a occuparsi delle loro attività e le forze armate delle loro, ma per quanto riguarda le attività concernerti la lotta al terrorismo, ripeto la cooperazione tra tutti gli organi di sicurezza è fondamentale”.

L’analisi strategica è utile alla prevenzione del terrorismo?

“Nella lotta al terrorismo l’analisi strategica è uno strumento fondamentale. Ciò significa che per essere in grado di prevenire gli attacchi o di mitigarli, se già accaduti, la migliore prevenzione avviene solo attraverso un’analisi accurata. Questo tipo di analisi è realizzata  dall’intelligence, ma l’efficacia è nelle mani dei “decision makers”, cioè dei politici. Nei vari Stati, dunque, nel momento in cui  viene pianificato il budget  per le diverse aree della lotta al terrorismo è necessario  prendere in seria considerazione  l’importanza dell’analisi strategica, qualcosa che non sempre viene fatto.  Ad esempio, i  cittadini ed elettori  possono incontrare fisicamente gli uomini delle forze armate ed essere rassicurati,  ma non gli analisti che siedono dietro le loro scrivanie  negli  uffici. Per essere chiari, non sto cercando di sminuire l’importanza della valutazione tattica delle minacce, una minaccia specifica, in un luogo specifico, in un determinato giorno, risultato di un’analisi tattica. Ma dobbiamo anche ricordare che questo tipo di analisi non può essere fatta a meno che l’analisi strategica non sia già in atto”.

L’Europa deve affrontare nuove sfide nella lotta al terrorismo,  nuove regole e competenze, già da qualche settimana, è stato annunciato che  a partire dal 2020 verrà lanciato  il fondo europeo per la  difesa che  coordinerà e amplificherà lo sviluppo dell’ industria nel settore  della difesa, totale investimento circa 1, 5 miliardi l’anno.  Gli attacchi terroristici in Europa sono stati prevalentemente effettuati nella forma di  “terrorismo urbano”, senza particolari tecnologie o sistemi tecnologici, ora assieme alla ricerca industriale,  quali investimenti debbono essere fatti nelle città per proteggerle da futuri ed eventuali attacchi?

“Sono d’accordo sul fatto che gli attacchi terroristici in Europa, non hanno beneficiato di importanti sistemi tecnologici avanzati. Tuttavia, gli investimenti nel settore industriale e tecnologico della difesa costituiscono  una parte importante dei vari processi di studio e pianificazione alla lotta del terrorismo. Considerato che la maggior parte di questi attacchi in Europa non sono stati messi a segno dall’organizzazione terroristica in quanto tale, almeno non l’aspetto operativo di esso e che l’alta tecnologia non faceva parte dell’operativo  quotidiano dei militanti terroristi, come  ad esempio in Siria, non è detto che nel futuro non affronteremo attacchi terroristici avanzati, in particolar modo da organizzazioni che sono sostenute da altri paesi (un esempio Hezbollah o altre). Attualmente, ci troviamo di fronte a una guerra asimmetrica, in cui i terroristi stanno approfittando dei nostri valori liberali democratici. L’ alta tecnologia nelle nostre mani resta un modo per contrastare il terrorismo (impedendo loro di utilizzare il web per scopi operativi , ad esempio)”.

L’ultimo importante attacco terroristico in Italia è avvenuto durante gli anni ’80,  pensa che l’Italia possa essere a rischio?

“Dovremmo considerare  il terrorismo ed il suo contrasto come una specie di equazione: la motivazione e le capacità (una parte dell’ equazione) determineranno l’attacco terroristico (l’altro parte dell’equazione). Una motivazione generica per il  terrorista sarebbe considerare  l’Italia un luogo simbolico. Ad esempio sulla propria rivista Isis mostrò la propria bandiera in Vaticano. Non credo che il fatto che l’Italia, essendo un ponte tra l’ Africa e l’Europa, riduca questa motivazione. Rispondo alla sua domanda, dunque, pur non essendoci di recente nessun attentato sul suolo italiano, sappiamo che la motivazione è lì,  pertanto bisognerebbe essere comunque pronti al fatto che un attacco futuro potrebbe essere possibile, seguendo appunto gli standard motivazionali. Tuttavia l’intelligence italiana ha gestito abbastanza bene sia le organizzazioni terroristiche che i lupi solitari”.

Sicurezza informatica: quali sono le sfide più importanti  in Europa?

“Nei nostri giorni, le organizzazioni terroristiche sono attive in paesi come Siria, Iraq, Yemen, Libia, Sinai e paesi africani. Inoltre,  talune organizzazioni terroristiche stanno ricevendo un importante supporto da paesi come l’Iran e la Corea del Nord, questa realtà  dovrebbe essere presa in considerazione sulla base delle relazioni multilaterali della comunità internazionale.  Il mondo dell’informatica è un altro di questi luoghi in cui i terroristi operano. Poiché il terrorismo è un fenomeno globale e poiché il web è un modo per entrare nelle nostre “stanze” senza cancelli o porte, ritengo che il principale obiettivo della lotta al terrorismo dovrebbe essere quello di prevenire l’uso della rete da parte delle organizzazioni terroristiche. Attualmente, il dibattito in corso sulla libertà nel mondo informatico è se la rete debba essere regolata o meno. È interessante notare che nessun paese cosiddetto democratico è a favore della regolamentazione di Internet . I manuali di Tallinn suggeriscono alcune di queste regolamentazioni ma non sono obbligatorie. Come tale, la sfida globale più importante  dal mio punto di vista è quella di regolare le attività nel mondo cyber. Ciò ovviamente amplificherà il dilemma democratico (limitare alcune libertà per una migliore sicurezza), nonché il problema della definizione concordata del terrorismo”.

 

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Lt. Col. (Res.) Uri Ben Yaakov is an experienced analyst and researcher. He specializes in the issues of combating terrorism, cyber-terrorism, sources of financing of terrorism and the issues of security threats on the example of Syria. He is an expert in on behalf of the ICT, among others, in the Israeli Parliament; he contributed to preparation of Counter-Terrorism Bill.

Mr  Ben Yaakov how would you define terrorism? How the information must be collected to be useful to the counterterrorism? 

The definition of terrorism is one of the most important toll of  counter terrorism, in order to be able to establish an efficient international cooperation.

There are hundreds of proposed definitions, many of which were used by different states and international entities. We can find some common typologies in the different definitions – repeating themes and elements. As such, many definition includes “violent activity”, aiming “to achieve political goals”. The problem is that most definitions don’t refer to the identity that this such violent activity is targeting. According to Professor Ganor, we should differentiate between violence aimed against civilians, to violence that aimed against Governmental officials, like police \ army. The first one is terrorism (activists that are trying to influence governments through civilians), while the second one isn’t (can be consider in some cases as insurgency). Therefore, the right definition of terrorism according to Professor Ganor is “the deliberate use of violence aimed at civilians, in order to achieve political ends.

Furthermore, from this definition we should also derive the definition of terror organization. Let’s take for example organizations like Hamas or ISIS. Those organizations have obviously the core activists which are committing terror acts and there is no doubt therefore that they should be consider as terror organizations (let’s call those organizations as the “main” ones). But there are also other entities which are not “shooting” on one side but supporting the main terror organizations on the other side. This can be an entity that provides arms to the “main” terror organization, financial support or even religious justification. In such case, it will be even more difficult to agree which entity should be consider as a terror organization (depending on the kind of support? Its, depth?). Furthermore, even if we will agree on this, should we counter those entities activity with the same means we are countering regular terrorism? Is targeting killing should be accepted tool under such terms?

This reflects the importance of a unified definition for states as well as security agencies: what is terrorism, terror organization, terrorist and terror act.

As for your second question,I think that it points out the Democratic Dilemma in Counter Terrorism.  Obviously, there is no a black or white answer to this question. On one side, we would like to keep our liberal democratic values, while on the other side we should also provide our security agencies with efficient tools to counter terrorism. Each state need to find the right balance between those 2 sides, the most efficient way to collect information, with minimum harm to our human rights, in order to keep our security. My personal point of view is that nowadays, when we are giving upour privacy to business entities that are operating in the cyber world (like social media platforms that are collecting private  information on us for business purposes), the balance should tend a bit to our security needs. As such, I would like to argue that this kind of information which is used for business purposes should be used by security agencies as well. This could be the most efficient way to collect useful information for counter-terrorism purposes.

How important is the cooperation between the  armed forces and the intelligence  in the effectiveness of the counterterrorism?

As I mentioned before, in my humbled opinion, the most important field in counter-terrorism is the cooperation among states, international one, but also among different security agencies in the same country. In the past, armies used to be the entity protecting our country from enemies, usually along the country’s borders. Now days, when the enemies are operating inside our countries, our armies should to be ready to fight them there. This is also why the cooperation between those entities becomes so important. The problem is that in some cases the “organizational ego” is dictating the level of cooperation, rather than the actual security needs. Sharing the information among the involved security entities is a major element needed in order to analyze the information and for better understanding of the  picture. Police units will continue dealing with crime and army unties will do their part in fighting others but as for counter-terrorism activities, the cooperation between all security entities is vital.

How could a strategic analysis be useful to prevent future hypothetical attacks?

The strategic analysis is a fundamental tool in counter terrorism, important part preparedness aspects. That means that in order to be able to prevent terror attacks, or to mitigate such attacks if happened or even to be able to have better recovery later on, best practices that can be learned only from strategic analysis.

This kind of analysis is done by the intelligence bodies but the outcome policies are in the hands of decision makers, i.e. politicians.

While allocating the budget between different fields of counter terrorism, countries need to consider the importance of strategic analysis, something that not always is being done, especially in places where politicians need to show their voters investment in security. Voters can see those that are wearing uniforms or holding weapons but not the intelligence analysis officers that are seating behind tables in their offices.

Just to be clear, I am not trying to undermine the importance of tactical threat assessment, a specific threat, on a specific place, on a specific day, result of a tactical analysis. But we should also remember that this kind of analysis can’t be done unless strategic analysis is in place already.

Europe is facing new challenges about organizing  counterterrorism new rules and skills, earlier this month it has been announced that starting from 2020 a Defense Fund will coordinate, supplement and amplify national investments in defense research, in the development of prototypes and in the acquisition of defense equipment and technology. My question is: in Europe we have had  only urban terrorist attacks,  no particular high technology or systems have been used. What is in your opinion is the best strategic planning we could afford to protect our cities from these events coupled to the above mentioned Industrial research growth?

I agree with you that terror attacks at the moment are not so advanced. Moreover, most attacks  faced recently in Europe were not organized by terror organization, at least not the operational aspect of it. I may even accept that experienced terrorist inflating Europe with the wave immigration won’t change this situation, as high technology wasn’t part of their daily operation in place where they were fighting, like Syria.

Saying that, I am not suggesting that we won’t face in the future advanced terror attacks, especially by organizations that are being supported by countries (i.e. Hezbollah and others) and definitely can’t suggest that high technology isn’t important tool in the hands of our security agencies. In fact, we are facing asymmetric warfare, in which terrorist are taking advantage of our liberal democratic values. High technology in our hands is a way in which we can reduce terrorism from doing it (preventing them of using internet for their operational purposes for example). I can definitely say that investments in technology is an essential part of counter terrorism.

May I ask you what is your opinion about the fact Italy has not witnessed a major terrorist attack since 1980’s? What do you think about this important topic we have at the moment concerning the huge arrivals of immigrants we are facing in my country?

We should look at terrorism and counter terrorism as a kind of equation: motivation plus capabilities(one side of the equation), will determine if terror attack will occur (the other side of the equation).

We can assume the existence of general terrorist motivation to commit terror attack in Italy. Italy is a very symbolic place to terrorist, as we can see in ISIS magazine for example where their flag is being show on the Vatican. I don’t think that Italy being a bridge from Africa to Europe is reducing the motivation of all terrorist organization, as well as loan wolfs, to attack the country, although I heard such a claim. But I do believe that the Italian security agencies are handling quite well the terrorism capabilities, both terror organizations or lone wolfs.

So to your question. There hasn’t been any major terrorist attack on the Italian soil recently. We know that the motivation is there and that capabilities, at least low ones, are there as well. The fact that we didn’t encounter major attack should alarm us, suggesting that we might face such attack in the future.

Cyber security: which are the highest challenges we must face in EU?

Terror organization are operating mainly in what we call nongovernmental places. In fact, all places where major terrorist organizations are operating now days are nongovernmental places, like Syria, Iraq, Yemen, Libya, Sinai and African countries. The cyber world is another none governance arena in which the terrorist are operating, mainly operational use but also low scale cyber-attacks. As terrorism is a global phenomenon and since the internet is a way to penetrate our bedrooms with no gates or doors, I believe that the main counter terrorism focus should be on preventing terrorism use of internet.

Actually, the main obstacle in this concern is the ongoing debate regarding the freedom in the cyber world, whether the internet should be regulated or not. Interestingly, none democratic countries preferred the internet to be regulated, we can only assume that for better control, rather than counter terrorism. Tallinn manuals are suggesting some regulations but are not mandatory. As such, the highest global challenge in my point of view is regulating the activities in the cyber world. This will obviously rise the democratic dilemma in counter terrorism (limiting some liberties for better security) as well as the problem of agreed definition of terrorism.

A “sub” challenge the world is facing in my opinion is the support that terror organizations are getting from countries like Iran and North Korea. Although the present abilities of terror organizations in the cyber world are limited to operational use and low attacks level, high level abilities can be obtained easily and with no time from countries sponsored terrorism. This should be considered on multilateral relations of the international community.

La notte di Ankara: il reportage a un anno dal tentato golpe /VIDEO

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Sui marciapiedi di Ankara la maggior parte delle ragazze camminano senza velo, con un jeans e una maglietta, proprio come le coetanee occidentali. Intanto da alcune auto di fianco al mio taxi spuntano mani di uomini dai finestrini aperti che scorrono il Tasbeeh, il tipico rosario dei musulmani. Qui laicismo e religione si fondono, convivono liberamente perché la Turchia ha rappresentato per anni tra i pochi Paesi arabi in grado di separare culto e secolarismo. È un Paese a parte anche nella cultura araba perché il vecchio padre della patria, Ataturk, ha sempre rivendicato la laicità dello Stato.

Mentre il taxi prosegue la sua corsa (“corsa” è la parola più appropriata perché qui si raggiungono velocità da Formula 1) tra l’aeroporto e l’hotel, osservo le gigantografie che ricoprono molti dei palazzi e dei grattacieli di Ankara che ritraggono il nuovo padre della patria: Recep Tayyip Erdogan. Sono i giorni che precedono l’anniversario del tentato colpo di Stato dello scorso anno, quando il ponte che a Istanbul collega l’Asia con l’Europa fu occupato da soldati e carrarmati, mentre ad Ankara gli elicotteri sganciarono bombe sul Parlamento. Era la notte tra il 15 e il 16 luglio del 2016, una data che Erdogan ha intenzione di scolpire nella memoria collettiva grazie ad un’attività di propaganda che ha poco da invidiare ai vecchi regimi sovietici o alla Cuba castrista: Ankara e l’Havana in questo caldo luglio turco sembrano due città gemelle, se qui i cartelli e i disegni disseminati in ogni angolo ritraggono Ataturk ed Erdogan, nella capitale centroamericana ci sono il Che e Fidel. La costruzione del culto è in fondo simile ad ogni latitudine, prevede uguali meccanismi. La celebrazione di una vittoria – come quella di aver sventato un golpe – è il fulcro di questo genere di propaganda.

Per l’occasione dell’anniversario il governo turco ha invitato ad Ankara oltre 350 giornalisti da tutto il mondo

Quasi tutti i Paesi sono rappresentati: ci sono colleghi da Bolivia e Venezuela, da Kirghistan e Vietnam, da Regno Unito e Francia. Probabilmente si tratta di una dimostrazione di forza da parte di Erdogan, vuol far vedere agli altri Paesi di avere il pieno controllo della Turchia a soli pochi giorni da una delle più grandi manifestazioni tenute dalle forze di opposizione. Infatti, tra la fine di giugno e i primi giorni di luglio i membri del Chp, il partito repubblicano del popolo, ha organizzato una marcia da Ankara a Istanbul, culminata lo scorso 5 luglio con un sit-in di piazza in cui erano presenti oltre un milione di persone. Un evento che Erdogan non poteva reprimere a pochi giorni dall’anniversario del golpe perché la comunità internazionale sta monitorando con preoccupazione le evoluzioni dittatoriali del suo governo.

A un anno dal golpe oltre 100mila persone sono state arrestate, 50mila sono in carcere con l’accusa di aver partecipato al colpo di stato

In cella ci sono anche 150 giornalisti tacciati di aver fatto propaganda per i golpisti. Secondo il governo ad ordire il putsch è stato Fetullah Gulen, un miliardario islamista che da circa 20 anni risiede negli Stati Uniti. Eppure sul suo effettivo intervento non sono mai state raccolte prove certe. Tra le ipotesi apparse sui media internazionali c’è pure la teoria che sia stato lo stesso Erdogan a favorire il tentato golpe proprio per avere la possibilità di imporre con più forza la propria autorità nel Paese e procedere alle “purghe” contro i suoi avversari. Il presidente ha infatti proposto in questi giorni di eliminare l’immunità parlamentare (così da poter avere la possibilità di far arrestare anche i leader delle opposizioni) e ha manifestato l’intenzione di ripristinare la pena di morte. Una piega autoritaria che allontana sempre di più la Turchia dall’Occidente e vanifica l’altalenante percorso di questi ultimi anni che doveva portare il Paese della Mezzaluna rossa a fare il proprio ingresso nella Comunità europea.

I rapporti internazionali della Turchia sono complessi

Da un lato ci sono le “vecchie ruggini” con la Russia, dopo che il 24 novembre del 2015 nei cieli del confine turco-siriano venne abbattuto l’aereo russo Su-24. Ma da quella crisi i rapporti tra i due Paesi sono stati in parte ricomposti anche per l’identità di vedute e interessi che i due governi hanno in Siria e Libia. Più deteriorati appaiono le relazioni tra Usa e Turchia perché Erdogan ha chiesto più volte agli Usa l’estradizione del presunto golpista Gulen. Una crisi di rapporti complessa perché la Turchia è pure tra i Paesi aderenti alla Nato. E turbolenti sono i rapporti con l’Europa, soprattutto con la Germania. La deriva autoritaria di Erdogan è mal vista dalla Ue e le relazioni hanno raggiunto probabilmente il loro minimo storico

In tv, scorrendo tutti i canali turchi, scorrono solo e soltanto immagini di Erdogan

Persino le aziende che hanno comprato la pubblicità devono omaggiare l’anniversario del 15 luglio, marchi famosi come la compagnia telefonica Vodafone celebrano pomposamente la storica data “15 Temmuz”, 15 luglio, è scritto ovunque. Il rosso del marchio Vodafone si mischia perfettamente al rosso della bandiera turca. Al telegiornale e nei programmi non si parla d’altro che della grande vittoria del popolo turco che scendendo in piazza ha sventato il golpe militare e gli opinionisti attaccano il “terrorista” Gulen.  Ecco, qui la parola “terrorismo” è stata sdoganata da Erdogan per indicare i golpisti. Un termine necessario a far presa sul fronte interno e sulla comunità straniera. «Dopo l’11 settembre negli Usa, dopo gli attentati al Bataclan in Francia, dopo le uccisioni in Inghilterra – spiega Erdogan in un suo discorso tenuto il 14 luglio nel palazzo dei congressi di Ankara a cui siamo invitati – loro hanno proclamato uno stato di emergenza e hanno adottato nuove misure per sconfiggere il terrorismo. Perché noi non possiamo far questo?». Il gioco di parole in una propaganda di semi-regime è fondamentale: inquadrare i presunti golpisti come terroristi può avere un effetto convincente. Eppure da un anno, da quel 15 luglio 2016, in Turchia vige ancora lo stato di emergenza e tutti i poteri sono accentrati nelle mani del presidente. Uno stato di emergenza che avrebbe dovuto terminare il 19 luglio di quest’anno, ma che è stato prorogato per altri tre mesi. E siamo alla quinta proroga.

I tg, tra le poche altre notizie che non riguardano le celebrazioni del golpe sventato, riportano la notizia dell’accordo con Italia e Francia

I due Paesi europei supporteranno la Turchia nel programma di costruzione di alcuni missili all’avanguardia con altissima capacità e potenza. Uno dei segnali che spingerebbe a far pensare che anche l’Italia ha mutato atteggiamento nella propria politica estera. Se il nostro Paese non può appoggiare la svolta autoritaria di Erdogan, almeno stringe accordi economici con il “Sultano”. Siamo pur sempre il terzo partner commerciale della Turchia con un interscambio di oltre 18 miliardi di dollari. E la Turchia può essere un player strategico sullo scacchiere libico perché ha una fortissima influenza su Tobruk e sul generale Haftar, che ancora ostacola l’accordo di unità nazionale che ha portato Sarraj a Tripoli. Per l’Italia è necessario imprimere in tempi rapidi una svolta in Libia sia per l’emergenza migranti che sta investendo il nostro Paese, sia per riprendere il filo degli investimenti commerciali con la Libia. Due obiettivi che solo attraverso una pax libica possono essere raggiunti. E se la Turchia, con la sponda della Russia, acconsentisse a fare dei passi avanti, l’Italia ne trarrebbe giovamento. Manna dal cielo. Quindi il nostro governo ha intenzione di stringere solidi accordi economici con la Turchia lasciando da parte le reprimende sull’operato autoritario di Erdogan. Perché la diplomazia si sviluppa anche (e soprattutto) attraverso i rapporti commerciali.

Siamo al 15 luglio, si sta in piazza come in moschea: uomini da una parte e donne dall’altra

Erdogan ha convocato i cittadini dinanzi alla piazza del Parlamento di Ankara alle 2.32 della notte. L’orario è simbolico, è lo stesso in cui piombarono le bombe nei pressi dell’edificio un anno prima quando il golpe sembrava essere riuscito. Ad essere maligni è un orario comodo anche per il fuso orario, per mostrare le immagini oltreoceano, negli Usa, lì dove risiede il “nemico” Gulen. Quando compare Erdogan sul palco, negli Stati Uniti sono infatti le 9 di sera. A pensar male  – si dice – a volte ci si prende.

È una notte importante, probabilmente quella che mette fine al secolarismo in Turchia o che, almeno, lo insidia moltissimo. Le immagini sono eloquenti e se la forma è spesso sostanza, qui di sostanza ce n’è molta per capire che di qui in poi la Turchia non sarà più il Paese che abbiamo conosciuto negli ultimi anni. In piazza le donne – quasi tutte con il burqa – sono separate dagli uomini. Si sta in piazza come in moschea: donne e bambini da una parte, uomini dall’altra. Tutte inneggiano al presidente, ma tanta parte della claque è venuta pure per il rappresentante dell’estrema destra, alleato di Erdogan. Ai piedi del palco ci sono poi i familiari delle 250 vittime che sono morte lo scorso 15 luglio nel corso del tentato colpo di stato. Ogni famiglia mostra un cartello con la foto del proprio familiare.

Sulla folla ci sono alcuni droni a riprendere le scene, per elaborazione della scenografia non c’è proprio nulla da invidiare ai concerti dei più famosi gruppi rock mondiali. Almeno fino a quando uno dei droni nel corso della notte cade sulla folla provocando 11 feriti.

Ad indicare la svolta islamista del Paese, oltre alla separazione tra donne e uomini, la prima parte della manifestazione vede per protagonisti i capi religiosi. Il muezzin di Ankara, la più alta autorità religiosa del Paese, intona canti e preghiere per circa un’ora. Dopo, solo dopo, arriva Erdogan. «Taglieremo la testa ai traditori, li schiacceremo come serpenti, Allah è grande» – alcune delle sue frasi. A pochi giorni dalla presunta uccisione del capo del Califfato, al Baghdadi, sulla schiena corre il brivido che l’Islam più estremo abbia trovato un nuovo capo spirituale. La differenza è che Erdogan ha un vero e proprio Stato alle sue spalle.

Un Paese contraddittorio che ancora mischia, talvolta in forme estreme, laicismo e religione

Ad Ankara un turista può scegliere di andare in uno dei centri commerciali nei grattacieli della città e sentirsi come a Londra o a Parigi. Nei ristoranti si può mangiare un ottimo fish&chips oppure gustare un tipico mercimek. Un Paese che vuole mantenere la propria identità senza però rinunciare ad avere rapporti con l’Occidente. Non fosse altro che oltre il 70% dell’economia turca è strettamente dipendente dall’Europa. Se quella del 15 luglio sia stata una prova di tentata democrazia o il principio dell’ennesima svolta per portare la Turchia ad una deriva autoritaria, ancor più incisiva sotto il regime di Erdogan, lo dirà soltanto il tempo.

La folle corsa del taxi riprende velocissima per portarmi in aeroporto. Dall’aereo, a 5 mila metri di altezza, tutto sembra più piccolo, non più chiaro come spesso accade a guardare le cose da una prospettiva lontana. E Istanbul con i suoi ponti sul mare sembra bella e confusionaria come sempre. Qui neppure la distanza fa chiarezza, tutto sembra sempre in movimento. È proprio un Paese a parte, ma ad uno snodo decisivo per la sua storia.

Ofcs va in vacanza: torniamo a fine agosto

in Internazionale da

Cari lettori,

da oggi Ofcs va in vacanza. L’appuntamento è per fine agosto con grandi novità! Per i mesi di luglio e agosto, infatti, lavoreremo per ristrutturare il sito e la logistica. Il tutto per offrire un prodotto sempre più interessante e leggibile. Ofcs.report, inoltre, cambierà editore. In questo periodo vi proporremo le inchieste più interessanti anche attraverso i nostri social network. Seguiteci per leggere quello che avete perso nel corso dell’anno.

Per informazioni, candidature e contatti con la redazione è possibile inviare una mail a info@ofcs.report

Buone vacanze

La direzione

 

Diritti d’autore, Soundreef: “La Siae gode di protezioni molto importanti”/VIDEO

in Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Video Report da

La guerra dei diritti d’autore. Da quando Soundreef è entrata sul mercato lo scontro con Siae è aperto. Molti autori, tra cui Fedez, hanno scelto di passare al gestore indipendente. La vera battaglia, dunque, si combatte su un monopolio di fatto che negli anni ha visto la Siae come unico attore in scena. Da qualche tempo, però, il competitor è una startup tutta italiana, nata in Gran Bretagna e rientrata nel nostro Paese. Ofcs.report ha intervistato Davide d’Atri, Ceo di Soundreef, che ha spiegato come funziona la gestione dei diritti d’autore e le regole (assenti) di un mercato milionario.

Abbiamo provato più volte a contattare la Siae, ma al momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta. 

Esercito, Generale Leverano: “La scherma insegna il rispetto per gli altri”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

“La scherma insegna il rispetto per gli altri, conoscenza dell’avversario, capire quali sono i propri limiti e condizionamenti, il rispetto delle regole”. La descrizione ci viene fornita dal Generale di Corpo d’Armata Luigi Francesco De Leverano, Comandante delle Forze Operative Sud, con il quale abbiamo approfondito le peculiarità del progetto “Una stoccata per la vita” il 21 giugno scorso a Bari, presso la Caserma Domenico Picca, sede del Comando Militare Esercito Puglia. L’attività è stata organizzata dal Comando forze Operative Sud in collaborazione con la Conferenza Episcopale Pugliese, l’Università Aldo Moro di Bari, l’ Ufficio Regionale Scolastico Regione Puglia e la Federazione italiana Scherma Puglia. Si è dato così impulso all’attuazione del protocollo di intesa stipulato tra ministero della Difesa ed il Pontificio Consiglio della Cultura, promuovendo lo sport come veicolo di convivenza civile, come già indicato il 17 maggio scorso quando Ofcsreport ha pubblicato un breve resoconto del progetto.

Generale De Leverano, come nasce l’idea di siglare un protocollo di intesa tra il ministero della Difesa e il Vaticano?

“Nasce nel 2014, quando in occasione del centenario del Coni, il Cardinale Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, incontrando il ministro della Difesa, la senatrice Roberta Pinotti, espresse l’ idea di far si che i nostri uomini e le nostre donne in divisa che partecipano ai gruppi sportivi a carattere internazionale dando lustro al tricolore e conseguendo una serie di successi, con medaglie d’oro, di argento e di bronzo, fungessero da testimonial facendo sì che lo sport non fosse solo un valore sportivo in sé ma avesse quella valenza di carattere educativo e formativo che consente di abbattere le barriere sociali, di promuovere la disciplina, il rispetto delle regole e la legalità. Inoltre, data la caratteristica ecumenica e umanitaria del progetto, di essere un mezzo di attenzione verso i giovani, specie coloro che hanno dei disagi, ovvero vivono situazioni a rischio o come pure verso i diversamente abili, per renderli alla stessa stregua degli altri. Così nasce l’intesa che il 29 ottobre 2014 fu suggellata nell’ ambito della Ambasciata Italiana presso la Santa sede in Roma”.

Qual è lo scopo principale a cui ambisce il progetto?

“Più dreniamo giovani tirandoli via dalle strade, dalle eventuali influenze di carattere delinquenziale o dall’uso di un determinato tipo di sostanze poco inclini ad un rispetto sociale e democratico e civile dell’umanità, più li portiamo verso quei valori positivi di cui lo sport è un portatore sano: questo è il successo. Si misurerà sulla base di quanta gente toglieremo dalle strade, la manderemo a scuola abbattendo la dispersione scolastica e miglioreremo il rendimento scolastico. Ho detto già che a Napoli abbiamo registrato in questi ultimi tre mesi dell’anno scolastico, da marzo fino a giugno, un aumento del rendimento scolastico del 20% . C’è stata una partecipazione massiva nei giorni del martedì e giovedì in cui partecipavano tre istituti scolastici napoletani, di cui due dei quartieri a rischio, un aumento delle presenze giornaliere e in parallelo registrando un miglioramento delle attività didattiche degli stessi partecipanti. Queste sono le unità di misura sulle quali stiamo misurando la validità di questo protocollo”.

Con il progetto “Una stoccata per la vita” la scherma diventa un mezzo “nobile” di integrazione e inclusione sociale. Che ne pensa a riguardo?

“La scherma è stata sempre una disciplina affine a noi altri, ricordiamo tutti che nell’ambito delle forze armate parecchi anni fa esisteva la scuola militare di scherma che era ubicata a Roma, dove è attualmente l’aula bunker dei tribunali, in corrispondenza del foro italico. Qui veniva formato non solo il personale istruttore ma anche il personale schermitore. Allora non vi erano le schermitrici per svolgere l’ attività della disciplina sportiva. Qual è il valore della scherma? La scherma insegna il rispetto per gli altri conoscenza dell’ avversario, capire quali sono i propri limiti e condizionamenti, il rispetto delle regole. Lei può immaginare, già il fatto stesso di mettere questi giovani ad arbitrare se stessi ha una grande importanza. L’arbitro è un’assunzione di responsabilità, colui che ad esempio gestisce una partita di calcio, cito un’altra pratica sportiva, ha una responsabilità importante. Il fatto di abituarli dunque ad avere il rispetto delle regole, della legalità (in questo hanno visto le nostre divise come qualcosa di inclusivo, non di barriera attraverso la quale non passare ma interloquire con le nostre istruttrici e istruttori) ha fatto sì che si abbattessero, anche da questo punto di vista, le barriere di cui citavo prima”.

Medio Oriente, le vite degli occidentali sono legate a quelle di palestinesi e israeliani

in Internazionale da

La religione divide i popoli? Tutti gli Ebrei si identificano con Israele? Le domande rivolte ai lettori da Salvatore Falzone, autore del libro “L’ Intreccio del Medio Oriente: Israele- Libano- Palestina”, necessitano una risposta. Così abbiamo chiesto allo stesso Falzone, educatore professionale che ha prestato la sua attività presso l’Istituto Testasecca (nell’ambito del progetto “ RI.VI.TA”  del Fondo europeo per i rifugiati) di spiegare il senso dei suoi interrogativi.

Dottor Falzone, come da lei accennato “pochi  si accorgono che le vite di noi occidentali sono fortemente legate a quelle degli uomini che vivono in Palestina e in Israele”.  Quali sono i punti di contatto?

“La questione israelo-palestinese è centrale nel panorama politico in Medio Oriente, non è un caso che tutte le organizzazioni terroristiche la usino come “cavallo di battaglia” per autolegittimarsi e fare da collante, da fronte unito e con il messaggio: “Israele è l’Occidente piantato in Medio Oriente”. Ogni evento, ogni crisi tra israeliani e palestinesi ha dei riflessi sia a livello regionale che internazionale. Ricordo che all’inizio dell’operazione americana ‘giustizia duratura’, a seguito dell’11 settembre, Ayaman al Zawahairi, vero ideologo di Al Qaeda, nel discorso di risposta all’attacco americano ai Talebani elencò una serie di questioni: dal Libano all’Iraq fino alla questione israelo-palestinese. Mi colpì il fatto che Al Zawahairi lasciava in certi punti libera interpretazione per poi ricompattarsi in unico fronte, come sulla questione di Gerusalemme: “E’ meglio, ed è facile per noi, che questa comunità perisca tutta assieme piuttosto che vedere le moschee di al Aqsa demolite o la Palestina giudeizzata e la sua gente buttata fuori”.  Questo passo può essere interpretato in ogni momento o fase storica del Medio Oriente: dalle crociate, alle guerre arabo-israeliane, alla questione palestinese, alla vicende di Gerusalemme nei vari processi di pace, fino allo scoppiò della seconda intifada. Ovviamente per Al Zawahiri la colpa è dell’America e dell’Europa. E’ una chiamata per il mondo musulmano a unirsi alle varie organizzazioni terroristiche per combattere contro l’Occidente. Bisogna aggiungere che nei vari messaggi seguiti dopo, ed esternati da Bin Laden, le critiche vertevano anche sui Paesi arabi moderati, considerati di “cartapesta” e lacchè dell’Occidente. La stessa Autorità Nazionale Palestinese fu fortemente criticata e secondo Bin Laden occorreva un rovesciamento di quel governo. Va anche detto che la questione israelo-palestinese è molto sentita in Occidente per via dei legami religiosi, in quanto le tre religioni monoteiste (ebraismo, cristianesimo e Islam) vedono Gerusalemme come parte essenziale della loro identità religiosa. Questo a causa dei legami o delle alleanze politiche con una delle parti, o ancora per l’interesse geopolitico classico, o per quel ponte di sviluppo interculturale, ove si arrivasse alla pace”.

La questione arabo-palestinese e la fragilità libanese. Lei ne affronta le fasi e l’evoluzione storica fino ai giorni nostri. Qual è la situazione attuale?

“I palestinesi sono divisi con due governi, con due autorità, da un lato l’Anp del Presidente Abu Mazen in Cisgiordania, mentre a Gaza governa Hamas. Le varie piattaforme politiche finora raggiunte, nei vari incontri nei diversi Paesi arabi, non hanno prodotto quell’unità politica necessaria per affrontare i vari problemi e arrivare a un negoziato con gli israeliani che contempli tutti i punti del contenzioso: dalla sicurezza, agli insediamenti, ai confini, ai profughi, alla capitale per la soluzione “due popoli per due Stati”.   La mancanza di unità indebolisce la stessa Autorità palestinese, fa ritenere e mantenere Hamas come organizzazione terroristica e aiuta chi desidera la stasi del processo di pace. Dai Paesi arabi nel frattempo si ribadisce l’appoggio del “Piano di Pace Arabo” patrocinato dall’Arabia Saudita. Se si vuole la pace nell’ambito della formula “due Stati per due popoli”, occorre che ognuno svolga la sua parte anteponendo i problemi della gente, delle popolazioni, e non i soliti interessi e convenienze politiche. Continuare a rimandare evitando di affrontare il nodo tra israeliani e palestinesi non risolve il conflitto, ma lo rende nel breve periodo apparentemente gestibile, anche se ciclicamente pronto a nuove violenze. Per quanto riguarda la “fragilità” del Libano, la situazione oscilla in un apparente equilibrismo intercomunitario raggiunto – dopo due anni circa di vuoto istituzionale – con l’elezione alla Presidenza della Repubblica di Michel Aoun. Poi ci sono i riflessi della guerra in Siria. Nel Paese dei Cedri sono affluiti, dall’inizio della guerra, oltre 1 milione di persone. Se si tiene conto che l’intera popolazione libanese oscilla intorno ai 4,5 milioni di abitanti, e considerando i profughi palestinesi intorno ai 400 mila, si può capire come le Istituzioni libanesi siano sotto una forte pressione politica, sociale ed economica. In definitiva il Paese rischia la propria apparente stabilità, in un quadro assai frammentato e con un conflitto “congelato” tra Hezbollah e Israele. Ancora una volta il Libano rischia di essere risucchiato dalle varie tensioni interne e regionali”.

Lo chiede lei ai lettori nel libro: la religione divide i popoli? Crede che tutti gli Ebrei si identifichino con Israele, ad esempio, cosi come chi è di fede islamica o cristiana, nella Palestina?

“La religione intesa come fede no, non provoca divisioni, ma occorre riconoscere alcune cose: dai Dieci Comandamenti, ai due Comandamenti della Carità, ai Cinque Pilastri dell’Islam si parla di rispetto, di fratellanza, di aiuto, si parla del bene e non del male. Tuttavia alcune interpretazioni o l’estrapolazione di alcuni passi nei vari testi possono essere strumentalizzati per assumere, conservare o raggiungere il potere. Tutto dipende dalla forma di Stato, con la divisione dei poteri. Non tutti gli Ebrei si identificano con lo Stato di Israele, Israele non è uno Stato che si fonda sulla religione, ma sulla aspirazione nazionale. Certo la religione fa parte della propria identità, ma non è il solo elemento. Nel popolo palestinese anteporrei prima le strutture claniche, tribali e familiari. In Libano invece l’equilibrio di potere si mantiene sulle comunità storiche del paese, in cui le figure religiose sono un punto di riferimento. Non si tratta di uno Stato religioso, ma un sistema che porta a priori l’appartenenza alla comunità rispetto alla comune cittadinanza”.

Spesso si ritiene che i territori del 1967 siano l’unica via per la pace. Come mai ancora oggi non si è trovato un accordo?

“Dal ‘48 al ’67 i territori di Gaza e Cisgiordania, compresa Gerusalemme Est con la parte vecchia della città, erano in mano agli arabi, i quali non proclamarono la nascita di uno Stato Palestinese. Gaza era sotto occupazione e amministrazione egiziana, mentre la Cisgiordania fu occupata e poi annessa dalla Giordania, che riconobbe  il diritto di cittadinanza ai profughi palestinesi. Annessione che non fu riconosciuta da nessuno Stato arabo. Dopo la guerra dei sei giorni quei territori passarono sotto l’occupazione israeliana, ma sin dalla fine del terzo conflitto arabo-israeliano il generale Allon propose un piano di restituzione in cambio del riconoscimento di Israele. La risposta fu data con i tre no: no alla pace, no al riconoscimento, no al negoziato con Israele. Oggi si parla di ritornare ai confini del 4 giugno ’67, ovvero alle linee di armistizio del primo conflitto del ’48, ognuno delle parti interpreta uno spostamento della Linea Verde”.

L’intreccio del Medio Oriente, Israele, Libano e la Palestina. Potrebbero essere fattori collaterali alle crisi che viviamo dal Maghreb al Mashrek?

“La mancanza di uno Stato palestinese, il mancato riconoscimento di Israele, la messa in discussione dell’indipendenza del Libano, la presenza di attori aventi sia apparati politici e paramilitari, come Hezbollah e Hamas, innescano quel gioco di alleanze esterne secondo il principio di “guerra per procura”. Tutto ciò permette alle classi dirigenti di crearsi un “cavallo di battaglia” per mantenersi in sella al potere. Davanti ai vari problemi economici, sociali, politici hanno sempre invocato la presenza di un nemico esterno rendendo il quadro politico interno ed esterno in perenne instabilità”.

Israele guarda alla Libia? Nel passato taluni analisti paventarono già la presenza dello Stato di Israele nell’area, ad esempio nello stesso Nfsl (Fronte Nazionale per la salvezza della Libia). E secondo alcuni analisti ci fu la presenza dei servizi israeliani coaudivati dalla Cia. Non crede che una presenza Israeliana nell’area darebbe l’opportunità a Israele di entrare in contatto con altri Stati Arabi, ad esempio con il Qatar?

“Israele come tutte le nazioni del Mediterraneo monitora la situazione, la stabilità dell’area è un fattore di sicurezza per tutti. Tuttavia non credo che Israele si possa rendere visibile in un teatro, quello libico, dove non esiste più la Libia intesa come entità statuale. Ai tempi di Gheddafi vi era la Jamahiriya, ovvero “Stato delle masse”. Oggi il Paese è diviso sia territorialmente (tra Tripolitania, Cirenaica e Fezzan), che socialmente (in famiglie, clan e tribù). Ognuno ha le sue alleanze e i suoi referenti. Penso che Israele possa seguire la situazione allineandosi agli egiziani: guardare al generale Haftar come uomo forte che possa riportare ordine e stabilità. Tutto ciò salderebbe la vicinanza politica con l’Egitto del generale Al Sisi, nonché la Russia di Putin, altro sponsor di Haftar. Inoltre credo che Israele punti sul comune interesse, seppure con motivazioni differenti: contenere l’Iran con l’Arabia Saudita”.

Sarà mai possibile l’auspicata “pace calda” (come da lei definita)  tra Anp, Israele e lo Stato libanese’

“Nel breve, e forse, medio periodo no. Troppe questioni sono aperte e non c’è unità sia tra le diverse parti interessate che a livello della Comunità internazionale. Troppe divisioni non favoriscono una piattaforma concordata sulla quale lavorare. Occorrono dei leader capaci di parlare ognuno alla propria gente e spiegare che bisogna proiettarsi al futuro e non guardare solo al passato, per un futuro di speranza verso la prosperità. Occorre che ognuno faccia la sua parte, sia i leader politici che economici. Occorre mettere al centro la centralità delle persone e non dei freddi numeri o degli interessi di Stati. Occorre rompere quella barriera anche psicologica per cui si deve solo essere nemici e non amici”

HashtagdellaSettimana. Dopo i ballottaggi il web infierisce sul Pd: “Renzi non twitta. Ha finito i giga”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Gli hashtag in voga nella settimana alle nostre spalle non potevano che essere quelli relativi al secondo turno delle elezioni amministrative, seguiti dal probabile rinvio a giudizio del sindaco di Roma Virginia Raggi e dalle chat nelle quali l’ex capo del Personale del Campidoglio Raffaele Marra, in carcere per corruzione, esprime pareri poco lusinghieri sul Primo cittadino. Successo su Twitter anche per il salvataggio delle banche venete, quindi per l’indagine a carico del pm napoletano Henry John Woodcock, il nuovo contratto di Fabio Fazio e la sospensione, da parte dell’Ordine dei giornalisti, di Filippo Facci.

Cercasi Pd

#Elezioni, dunque, che hanno fatto segnare, nei #ballottaggi di domenica, la netta sconfitta del Pd, dunque di Matteo #Renzi e il trionfo del centrodestra che ha vinto a Genova, Verona, Catanzaro, Pistoia e Sesto San Giovanni, mentre a Trapani, dove correva solo il candidato democrat per la rinuncia dello sfidante (alle prese con serie grane giudiziarie), il quorum non è stato raggiunto e arriverà il commissario.  @Kotiomkin la vede così: “La situazione del Pd la riassume il risultato di Trapani, non hanno vinto manco dove correvano da soli”.@GianniCuperIoPD, fake del vero Cuperlo, aggiunge: “Renzi non twitta. Ha finito i giga”. Anche @GrouchoMac infierisce sul segretario Pd: “Tre anni e mezzo per radere al suolo un partito. Non male questo nuovo che avanza”. Così pure @ArsenaleKappa che contesta la conta fatta da Renzi sui Comuni amministrati: “Renzi: “Siamo 67 a 59 per noi”. Va oltre gli aforismi, lui vede pieno il bicchiere vuoto”. E visto che l’ex premier dice che il risultato elettorale è a macchia di leopardo, @Soppressatira twitta: “Bersani voleva smacchiare il giaguaro, Renzi parla di macchie di leopardo. Invece ha vinto quello che punta sugli agnellini”, e cioè Silvio Berlusconi, immortalato, durante la Santa Pasqua, mentre dà il latte proprio a un agnellino. La chiosa è ancora di @Kotiomkin, che prima di conoscere i risultati ha scritto: “Stasera sapremo a quale partito appartengono i sindaci che saranno arrestati l’anno prossimo”.

Marra – Meo

Il rinvio a giudizio, quasi certo, del sindaco #Raggi per abuso d’ufficio e falso nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma sulle nomine di Renato #Marra, fratello di Raffaele, alla testa del dipartimento Turismo del Campidoglio, e di Salvatore Romeo a capo segreteria del Primo cittadino, hanno stimolato gli internauti, che si sono dedicati anche alle chat di Raffaele Marra sul sindaco. In un messaggio, ad esempio, Marra dice che la Raggi “ha paura e scappa” perché “quando lei parla con me è in soggezione”. In una seconda chat, già celebre, lo stesso ex capo del Personale parla così del sindaco: “Non c’ha le palle? E allora che cazzo lo fai a fa’ il sindaco, scusami?”. E ancora: “Sta facendo la principessa che… l’hanno fregata”. Ce n’è abbastanza per provocare i cinguettanti. @illustrartura punzecchia il sindaco: “Del resto, aveva anche detto “Marra è il migliore, garantisco io”. È sempre stata di manica larga”, mentre @claudiocerasa, direttore del Foglio, mette alla berlina Alessandro Di Battista: “Quando hanno arrestato Marra fui contento perché in qualche modo c’eravamo tolti un peso” dice Di Battista, a proposito di spremute d’umanità”. @danielecina segue a ruota: “Quando arrestarono Marra, io fui contento”. Prima li nominano e poi sono contenti che li arrestano. Grande Di Battista! @alinomilan, giornalista di Radio24, cita un sms imperdibile che Marra ha inviato a un’amica a proposito del M5S: “Han fatto il pensatoio. Per fare il pensatoio devi porta’ gente pensante, se porti cerebrolesi…”

Banche o sanguisughe?

Il governo ha salvato due #banchevenete ormai fallite, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, spendendo subito 5,5 miliardi di euro e offrendo garanzie per altri 12 miliardi. Un mucchio di soldi. Chi paga? Ovviamente i cittadini-contribuenti. @udogumpel, giornalista tedesco, afferma: “Delle banche venete fallite che scavano un buco di 31 miliardi di euro, mi piace un aspetto: che siano venete, del mitico Nord-Est, terra dei leghisti”. L’ex direttore del Corriere della Sera, @DeBortoliF, ironizza: “I contribuenti italiani erano tutti azionisti senza saperlo”. Infine, @ArsenaleKappa incalza: “Bruciata la ricchezza di un anno dell’Italia per salvare le banche venete. Se questi non li mandiamo a casa tutti è sindrome di Stoccolma”.

Paperon-Fazio

Ha infastidito non poco gli internauti anche la decisione del Cda Rai di approvare la proposta di contratto per Fabio #Fazio che, dopo aver minacciato più volte l’abbandono di viale Mazzini, passerà su Rai1 per condurre 32 prime serate e 32 seconde serate l’anno prendendo circa 11,2 milioni di euro per 4 anni, cioè 2,8 milioni l’anno, uno in più di prima.@ValentinaMeis insinua: “Fazio lavorerà 64 giorni l’anno per 2,8 milioni. Lezione del giorno: l’organo più importante non è il cuore, ma la lingua”. @Soppressatira tira in ballo il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai e demolisce il Pd: “Roberto Fico attacca Fazio: “Un comunista con il portafoglio a destra”. Non faceva prima a dargli del Piddino?”. Incavolato, anche per via della cancellazione dell’Arena di Massimo Giletti, è pure @PChiambretti: “Povera Rai, non ne azzecca più una. Cancella Giletti, premia Fazio che un giorno sì e un giorno no se ne vuole andare. Perche?”. Vallo a capire”! Infine, un promemoria da parte di @AugustoMinzolin: “Santoro se ne andò dalla Rai per i soldi, Fazio è rimasto per i soldi. Dove sono i principi a sinistra? Follow the money…”.

“Facci” di bronzo

Il Consiglio di disciplina dell’Ordine lombardo dei Giornalisti ha deciso di sospendere Filippo Facci, giornalista di Libero, dalla professione e dallo stipendio. Per due mesi, se la sentenza non sarà ribaltata in appello, Facci non potrà né scrivere né prendere lo stipendio. Motivo? Un articolo pubblicato il 28 luglio 2016 con un titolo cristallino: “Perché l’Islam mi sta sul gozzo”. Nel corpo del pezzo, Facci ne diceva di ogni sugli islamici, il Corano e simili. Insomma, odio puro, non celato. Ma opinioni, solo opinioni. Sul caso twitta @antonio_bordin: “Facci sospeso dall’Ordine dei Giornalisti per aver attaccato l’Islam. Perché puoi bestemmiare tutto, ma non la nuova religione di Stato”. Così pare stiano le cose. Infine @fazzogb: “L’articolo di Facci è un capolavoro. Grazie all’Ordine dei Giornalisti per la nuova pubblicità”. Chiamasi boomerang.

Woodcock indagato

Per concludere, l’indagine della procura di Roma a carico del pm napoletano Henry John Woodcock nell’ambito dell’inchiesta Consip, non poteva lasciare indifferenti i “twittaroli”, soprattutto perché c’è chi, da molto tempo, aveva previsto che prima o poi, fra toghe, se le sarebbero date di santa ragione. E infatti @christianrocca scrive: “Era chiaro che sarebbe finita che si sarebbero arrestati da soli”, mentre @ArsenaleKappa pronostica: “Woodcock indagato dai colleghi della procura di Roma per violazione di segreto d’ufficio. Ora lui indagherà loro per depistaggio”. Sembra quasi una barzelletta.

Pesticidi, allarme Federconsumatori: “Contaminano il 63% delle nostre acque”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Salute da

Le acque superficiali del nostro Paese risultano contaminate da pesticidi nel 63,9% dei punti controllati, con punte del 95%, ad esempio in Umbria”. A lanciare l’allarme è la Federconsumatori, che riporta i dati recenti del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’Ispra. Il trend di crescita della concentrazione di pesticidi dal 2012 al 2016 si aggira su un +20% per le acque superficiali e su un +10% per quelle sotterranee, con gli erbicidi che la fanno da padrone. In alcune zone l’acqua è così inquinata da non poter essere utilizzata per irrigare l’orto e neanche per lavare i piatti, spiegano da Federconsumatori. Dati alla mano e vista la crisi idrica che sta colpendo il nostro Paese a causa della siccità di questi mesi, è evidente che ci troviamo di fronte a “un’emergenza ambientale a livello nazionale” a cui bisogna trovare urgenti risposte.

Il tema del razionamento dell’acqua pubblica avviato da vari sindaci in queste ore, non ultima Virginia Raggi che ha emesso un’ordinanza contro gli sprechi nella Capitale, tocca anche la questione dell’acqua in bottiglia: “prima di fermare l’uso potabile e rischiare di bloccare la filiera agroalimentare forse sarà il caso di affrontare il problema dell’imbottigliamento e il controllo sulle concessioni, che spetta alle Regioni”, dicono i consumatori. “Non è ammissibile che i cittadini restino senza acqua potabile e che le concessioni arricchiscano le aziende private”. Il fatturato del settore delle acque minerali in Italia è di 2,7 miliardi all’anno.

Quanto all’inquinamento nella maggior parte del territorio italiano è causato dall’utilizzo intensivo in alcune zone di prodotti per l’agricoltura come diserbanti, pesticidi e concimi, unitamente ai materiali di scarto prodotti dalle industrie, soprattutto le lavanderie a secco, le industrie del tessile e le industrie metalmeccaniche, dove in molti casi gli stessi imprenditori ignorano la pericolosità delle loro azioni. Altrettanto pericolose le discariche, costruite o gestite male: in questi casi, sostiene Federconsumatori, è urgente intensificare il controllo sulle autocertificazioni delle imprese per il rilascio a valle da parte delle discariche e sugli effetti dell’interramento dei rifiuti industriali.

Inquinamento ma anche dispersione di acqua in una rete nazionale che definire “colabrodo” è un eufemismo. Ogni anno, secondo i dati Istat, il 38,2% di quanto immesso nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia viene disperso. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone.

Nonostante le falle del sistema, attacca Federconsumatori, “i cittadini pagano in ogni bolletta una quota per gli investimenti, cioè una percentuale per l’ammodernamento della rete. Si tratta però di un servizio mai erogato: come stabilito da recenti sentenze, il cittadino non è tenuto a ripagare gli interventi straordinari e tantomeno l’eventuale approvvigionamento straordinario di acqua tramite autocisterne. A ciò si aggiunga che se la rete è colabrodo, in realtà raccoglie anche forme inquinanti. Perché l’acqua non solo si disperde, ma durante il percorso raccoglie prodotti inquinanti che poi finiscono nell’acquedotto: tutto questo è gravissimo, anche perché il cittadino paga in bolletta per il costo della fognatura e della depurazione”.

Da qui l’appello alle Istituzioni per la difesa della biodiversità e dell’ambiente affinché “realizzino il monitoraggio ferreo dei minimi vitali (il minimo della portata che dà la possibilità di sopravvivenza alla flora e alla fauna propria di un bacino, ndr) di fiumi, torrenti e sorgenti previsti dalla normativa vigente. Serve inoltre un controllo più severo delle concessioni e che si inizi a pensare ad una riconversione delle produzioni agricole, passando per l’ammodernamento degli impianti di rete, ad esempio, durante la ricostruzione delle zone terremotate, dividendo finalmente le acque piovane dalle acque reflue, perché la depurazione delle acque piovane è un costo inutile”.

“E’ urgente – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori – realizzare un piano nazionale di investimento sull’ammodernamento degli acquedotti, che potrebbero avere tre effetti positivi: si evitano dispersione e inquinamento, si crea occupazione, perché si realizzano investimenti di cui tra l’altro si recupera il costo dalla mancata dispersione, utilizzando tecniche innovative e si introduce legalità, perché in molte zone l’acqua, tramite le cisterne, viene controllata da organizzazioni illegali”.

@PiccininDaniele

Israele, sale la tensione: l’aviazione ebraica risponde al fuoco

in Internazionale da

Tra Israele e Siria è di nuovo tensione. Nella giornata di sabato l’aviazione israeliana ha attaccato le posizioni delle forze governative siriane distruggendo due carri armati e una mitragliatrice pesante in risposta a una dozzina di granate vaganti che sono esplose nella parte delle alture del Golan controllata dallo Stato ebraico. Il bombardamento pur essendo stato riconosciuto dai militari israeliani come non intenzionale, è stato considerato “una violazione inaccettabile della sovranità di Israele.” Da entrambe le parti non sono state registrate vittime.

I militari di Tel Aviv hanno riferito che i proiettili e le granate hanno sorvolato la linea di demarcazione durante i combattimenti nei pressi di Quneitra, a sud-ovest di Damasco, tra le forze governative e le unità dell’opposizione siriana. Successivamente l’ufficio stampa delle Forze di Difesa israeliane (Idf) ha pubblicato il video degli attacchi aerei mirati in cui si vede la distruzione di 2 tank e di un mezzo armato con una mitragliatrice pesante, che secondo i militari d’Israele avevano sparato oltre la linea di demarcazione, sulle alture del Golan.

In risposta all’incidente, il primo al confine con la Siria negli ultimi due mesi, il ministro della Difesa, Avigdor Lieberman, ha detto che Israele non avrebbe tollerato attacchi contro la sua sovranità e la sicurezza, anche con fuoco non intenzionale. “A nostro avviso – ha avvertito il ministro – il regime di Assad è responsabile di ciò che accade nel proprio territorio e continuerà a subire le conseguenze se eventi simili si ripeteranno”.

Israele e Iran

Dello stesso parere anche il primo ministro, Benjamin Netanyahu, che aprendo domenica la riunione settimanale di governo è tornato anche sulla questione Iran. “Israele – ha spiegato il leader dello Stato ebraico – considera gravi i suoi tentativi di stabilire una presenza militare in Siria e di trasferire a Hezbollah (gruppo sciita libanese, ndr) armi sofisticate attraverso la Siria e il Libano”. “La nostra politica è chiara – ha continuato Netanyahu –  e non accetteremo nessuno stillicidio di colpi di mortai né di razzi né di spari legati alla guerra civile siriana. Risponderemo con determinazione a ogni attacco sul nostro territorio e contro i nostri cittadini”.

Netanyahu fa riferimento, in particolare, all’intervento iraniano in Siria del 18 giugno scorso, quando Teheran ha attaccato il campo petrolifero di Tanak e la città di Mayadin. È stato quello il primo intervento iraniano nel Paese, avvenuto in risposta all’attentato rivendicato dal sedicente Stato Islamico, che il 7 giugno aveva colpito il parlamento iraniano e il mausoleo dell’ayatollah Khomeini.

In aggiunta, secondo quanto si legge sul quotidiano newyorkese “The Wall Street Journal”, Israele avrebbe timore per la formazione di una presenza sciita nelle alture del Golan e, proprio per prevenirla, starebbe stringendo rapporti con i ribelli siriani.

Nelle ultime settimane, Tel Aviv aveva inviato messaggi a Teheran tramite diversi Stati europei che hanno rapporti diplomatici con la Repubblica Islamica. Diplomatici del Vecchio Continente a conoscenza delle comunicazioni, citati dal quotidiano locale “Haaretz”, hanno riferito che per Israele la creazione di fabbriche di armi iraniane “a vantaggio dei miliziani terroristi sciiti in Libano non è tollerabile”. Un alto ufficiale di Tel Aviv ha confermato la notizia, aggiungendo che per lo Stato ebraico il sostegno dell’Iran a Hezbollah è un tema cruciale che, secondo Israele, dovrebbe essere posto al centro dell’attenzione della comunità internazionale perché potrebbe avere effetti destabilizzanti sul paese e nella regione.

“Il governo libanese non è in grado di fronteggiare la situazione in modo autonomo – ha detto l’ufficiale, citato da “Haaretz” – quindi a occuparsene devono essere i Paesi terzi coinvolti nella questione”. Secondo il capo dell’intelligence militare israeliana, Herzl Halevi, le industrie stabilite a Beirut per la produzione di armi a vantaggio di Hezbollah producono missili con un raggio di circa 500 chilometri, missili anticarro e missili terra-mare.

Tortura, oltre 30 anni di dibattiti in attesa di una legge

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Per un italiano su due nel nostro Paese la tortura non esiste. Allo stesso tempo, una percentuale che sfiora l’80% crede che i diritti umani siano potenzialmente violati in tutto il pianeta, mondo occidentale compreso. I numeri della ricerca di Amnesty International (pubblicati in occasione della Giornata internazionale per le vittime di tortura, il 26 giugno) ci dicono come intorno al dibattito sul reato di tortura nel nostro Paese ci sia ancora molta confusione. I casi di violazione più noti (secondo le procure italiane, anche se non sempre confermati dai rispettivi tribunali) sono quelli del G8 di Genova (scuola Diaz e caserma di Bolzaneto), la morte di Stefano Cucchi e l’omicidio di Giulio Regeni, avvenuto però in Egitto. Tre eventi distanti e diversi che hanno in comune una sola cosa: le vittime e i loro parenti continuano a chiedere giustizia.
Proprio per le torture della scuola Diaz, l’Italia ha ricevuto pochi giorni fa l’ennesima multa dall’Unione Europea per non aver ancora regolamentato il reato di tortura. Il disegno di legge passato in Parlamento è infatti risultato inadatto all’esame della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il testo, già contestato dalle Ong, tra cui Amnesty International e Antigone in prima fila, e dai favorevoli all’introduzione del reato di tortura, contiene una definizione del reato considerata inadeguata agli standard internazionali. Secondo il Ddl, può essere accusato di tortura chi ha compiuto atti di grave violenza e crudeltà, o ha perpetrato trattamenti inumani e degradanti. La tortura psicologica sussiste solo nel caso, accertato, in cui la vittima abbia subito un trauma psicologico. Ma a preoccupare il commissario per i diritti umani Nils Muisnieks, firmatario della lettera indirizzata a Roma, è il fatto che per essere processati bisogna aver commesso il fatto più di una volta. Una postilla che a qualcuno suona come una scappatoia.

Ma perché è così difficile il dibattito intorno al reato di tortura nel nostro Paese?

Come dimostra la ricerca di Amnesty, dobbiamo confrontarci con un’ignoranza di base che, associata alle posizioni di alcuni partiti politici, crea un corto circuito. La discussione del ddl, in Parlamento da mesi, è stata caratterizzata da numerose fasi animate, incentrate soprattutto sul termine sicurezza. Tra i ferventi contrari all’approvazione, l’ex ministro Giovanardi, che l’ha sempre definita una “micidiale arma contro le forze dell’ordine”. Proprio Giovanardi è stato autore di un acceso intervento nello scorso luglio contro l’avvocato Fabio Anselmo (legale di numerose famiglie, tra cui quella Cucchi, Aldrovandi e Magherini), accusato di voler inventare un reato che non esiste e di una “criminalizzazione preventiva delle forze dell’ordine”. Ad essere punite dalla Corte di Strasburgo, però, sono proprio le pene per i colpevoli dei fatti del G8, ritenute essere inadeguate.
D’altra parte, sarebbe ingenuo far finta che la tortura non sia un affare di Stato. Nel discusso decreto, se il reato è commesso da un pubblico ufficiale in servizio, la pena minima sale da 5 a 12 anni (invece che da 4 a 10). Lo sottolinea anche la Camera penale di Firenze sull’ultima ipotesi di riforma: “E inaccettabile, poiché non abbandona il concetto individualistico del rapporto tra autore del reato e persona offesa, ignorando che la tortura non è un fatto tra due soggetti, ma tra Stato e cittadino”.
Lo scorso aprile l’Italia aveva patteggiato, proprio alla Corte di Strasburgo per i fatti del G8, ammettendo i maltrattamenti e versando 45mila euro a sei cittadini coinvolti nelle vicende di Bolzaneto. Un tentativo di mediazione a sostegno di un vuoto normativo che a fatica si cerca di riempire. In Senato, in occasione dell’approvazione del ddl, era presente anche la madre di Federico Aldrovandi , dimenticato, come altri, dagli intervistati di Amnesty International. Ma la maggioranza del Paese sembra essere cosciente del problema. Ben sei intervistati su 10 chiedono all’Italia di dotarsi, dopo 30 anni di dibattiti, di una legge che punisca il reato di tortura. E 25 milioni di italiani vorrebbero che il Governo si impegnasse nella condanna delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.

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