La Percezione Della Sicurezza

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Internazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale ed internazionale.

Amministratori locali sotto tiro: una minaccia ogni 19 ore

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Oltre 454 atti intimidatori che ogni anno vengono rivolti nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione o funzionari. È il Belpaese degli “Amministratori sotto tiro”, quello narrato tra le pagine del rapporto snocciolato da Avviso pubblico. La sesta edizione dell’analisi terziaria, basata sulle notizie emerse sugli organi di stampa, rappresenta la punta dell’iceberg di un fenomeno dalle proporzioni allarmanti. Dalla Sicilia all’Emilia Romagna, dai funzionari integerrimi ai politici che non mantengono “i patti con il diavolo” fatti in campagna elettorale. È un mondo grande e variegato quello fotografato dall’Associazione nata nel 1996 con l’intento di collegare e organizzare gli Amministratori locali che concretamente si impegnano a promuovere la cultura della legalità democratica nella politica, nella Pubblica Amministrazione e sui territori da essi governati. Gatti sgozzati lasciati sull’uscio delle abitazioni, cani impiccati agli alberi delle ville, auto incendiate, lettere contenenti minacce e proiettili, spari alle abitazioni ed esplosivi lasciati in bella vista. E ancora aggressioni verbali, fisiche e tentati omicidi. Da nord a Sud sono numerose le tipologie di minacce subite dagli amministratori italiani.

Le regioni più colpite

In testa alla classifica, come di consueto, c’è il Sud Italia e le immancabili Isole. Si tratta di 345 casi censiti, il 4% in più rispetto al 2015. “Il Mezzogiorno, quindi, come per gli anni scorsi, si conferma la parte d’Italia dove è più rischioso svolgere l’attività di amministratore pubblico”. Con 87 atti intimidatori è la Calabria la regione che nel 2016 ha fatto registrare il maggior numero dei casi: il 19% del totale delle minacce censite. Al secondo gradino dell’amaro podio c’è la Sicilia (86 casi), già ai vertici della classifica negli scorsi due anni. A differenza della Calabria, dove Reggio e Cosenza si impongono sulle altre città, in Sicilia la distribuzione delle minacce risulta essere maggiormente diluita tra le 9 provincie. Terzo e quarto posto: Campania (64 atti intimidatori) e Puglia (51 casi, la “Società Foggiana” fa sentire la sua voce). E ancora la Sardegna (42): “Una terra rischiosa per gli amministratori locali”. E mentre il Lazio vede affievolirsi il dato, l’Emilia Romagna passa da 9 a 19 casi, balzando alla settima posizione della classifica nazionale.

Identikit degli amministratori minacciati

“L’analisi dei dati sui 454 atti di intimidazione consente di tracciare una sorta di identikit dell’amministratore sotto tiro e del tipo di minaccia che subisce” si legge nel rapporto. Sono soprattutto i sindaci dei comuni medio-piccoli a entrare nelle mire degli aggressori. Specialmente nel sud Italia, nei paesi con meno di 50 mila abitanti. “Il sindaco intimidito governa generalmente un territorio a elevata densità criminale – spiegano da Avviso Pubblico – perlopiù in regioni in cui sono nate le mafie. Territori in cui organizzazioni malavitose, più o meno strutturate, possono contare sia sul consenso di certi strati della popolazione, soprattutto in zone dove il lavoro scarseggia e le condizioni socio – economiche sono sfavorevoli, sia su sponde politiche”. Del resto i 45 Comuni che, negli anni, sono stati sciolti a causa di infiltrazioni mafiose hanno raccontato già la storia di quanti, tra gli amministratori pubblici, hanno subito atti di intimidazione. Non esiste discriminazione di genere nel mondo delle aggressioni. I metodi utilizzati per minacciare le donne sono esattamente gli stessi con cui vengono messi “sotto tiro” gli uomini. “Circa il 10% delle intimidazioni censite da Avviso Pubblico nel 2016 è stato rivolto nei confronti di donne che rivestono il ruolo sia di amministratrici locali che di dipendenti della Pubblica amministrazione”.

L’attentato a Giuseppe Antoci: la “Mafia dei pascoli”

Il caso forse più estremo è rappresentato dall’attentato alla vita di Giuseppe Antoci, Presidente del Parco dei Nebrodi. Il 18 maggio 2016, mentre tornava da un incontro pubblico, alcune grosse pietre posizionate al centro della strafa avevano costretto l’auto blindata a fermarsi: “Il veicolo è stato preso a fucilate. Gli agenti di scorta, supportati da un’altra pattuglia di colleghi della Polizia di Stato, hanno risposto al fuoco. I killer sono fuggiti. Vicino all’auto sono state trovate tre molotov inesplose. Il Presidente del Parco dei Nebrodi è stato portato in salvo”. Una fotografia perfetta della “Mafia dei pascoli”.

Non solo mafia: le ragioni del fenomeno

Il disagio sociale e la crisi economica intervengono con prepotenza incrementando il fenomeno. “Sono 145 i casi di minaccia o aggressione rivolte ad amministratori locali, funzionari pubblici, agenti della Polizia Municipale che si possono ragionevolmente ritenere come non riconducibili alla criminalità, organizzata e non”.
In un caso su quattro, le intimidazioni e le minacce sono state messe in atto da semplici cittadini che hanno sfogato la propria rabbia per la situazione economica in cui versano. “Persone che individuano negli amministratori locali e nei dipendenti pubblici l’obiettivo da colpire, il più facilmente raggiungibile, per esprimere un disagio che è spesso rivolto alla politica nel suo insieme”. Contributi economici, un lavoro o semplicemente una casa in cui vivere: la precarietà esistenziale arma mani pronte a premere il grilletto sotto la sede di un municipio, di un comune o di altre istituzioni. “Un argomento molto delicato quello dell’abusivismo, che vede contrapporsi il concetto di legalità alla necessità di centinaia di famiglie di avere un tetto sulla testa”.

La mafia (non) minaccia solo d’estate

Tralasciando il periodo elettorale, per definizione il più “a rischio” per gli amministratori locali e per i candidati, è il mese di maggio quello in cui il fenomeno assume maggior vigore: “Nella distribuzione temporale del numero delle spicca il mese di maggio: sono state 60, praticamente due al giorno”, continua il rapporto. Proprio come nel 2015. Anche a gennaio vi è un’impennata: 51 casi. Poi febbraio e ancora ottobre. Minimo storico ad agosto: il caldo, specialmente nel sud Italia, scoraggia anche i criminali che, a quanto pare, godono di una sorta di “ferie da minacce”.

Le comunità che reagiscono

“La prima vera forma di protezione per gli “Amministratori sotto tiro” è quella della comunità di cittadini che si amministra”, si legge nel rapporto. Manifestazioni ed esposti raccontano l’altra faccia del Belpaese: persone comuni, lavoratori onesti che garantiscono l’altro lato della medaglia. Vi è un esercito di piccoli eroi che aumenta le proprie truppe permettendo al nostro paese di tenere la testa alta. Come a Polverara, in provincia di Padova, “dopo che una lettera minatoria su carta intestata dell’ASL locale è stata inviata al Sindaco, Alice Bulgarello, che aveva deciso di costituirsi parte civile nel processo a carico di due ex Sindaci del Comune”.  E ancora a Norbello (Or), “dopo l’intimidazione rivolta al Vicesindaco, Giacomo Angioni, a cui è stato decapitato un cavallo”. Una minaccia che ha portato 300 persone a partecipare al consiglio comunale straordinario convocato a seguito dell’atto intimidatorio. A volte le reazioni provocano una controreazione. Il paradosso si è visto a  Reggio Calabria, poche ore dopo un consiglio comunale aperto e organizzato per coinvolgere i cittadini nella discussione sui numerosi atti intimidatori che hanno perseguitato la città. Mentre i cittadini dibattevano le fiamme avvolgevano l’automobile di un agente della Polizia municipale.

Una legge per tutelare e monitorare

Mentre Avviso Pubblico stilava il rapporto, la Camera dei Deputati metteva in agenda una discussione relativa a una legge sulle intimidazioni ai danni degli amministratori locali, una legge già approvata dal Senato della Repubblica l’8 giugno 2016.
E oggi, nel giorno della presentazione del rapporto, il provvedimento è stato approvato: “Prevede di fornire maggiori strumenti investigativi agli inquirenti e sanziona in modo più pesante coloro che sono ritenuti responsabili di aver minacciato e intimidito un rappresentante delle nostre istituzioni”, affermano dall’associazione. “Il disegno di legge prevede la modica dell’articolo 338 del codice penale (Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario), estendendo l’applicazione della norma, che prevede una pena da 1 a 7 anni, agli atti di intimidazione nei confronti dell’organo – politico, amministrativo, giudiziario – o dei “suoi singoli componenti” e ai casi in cui essi sono finalizzati ad “ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi provvedimento, anche legislativo” oppure “a causa dell’avvenuto rilascio o adozione dello stesso”. Inoltre l’articolato prevede una forma di tutela anche nei confronti degli aspiranti amministratori locali: “si estendono infatti le sanzioni previste per la turbativa del diritto di voto (reclusione da 2 a 5 anni) anche a coloro che, con minacce o con atti di violenza, ostacolano la libera partecipazione di altri alle competizioni elettorali amministrative”. Dulcis in fundo: “la composizione e le modalità di funzionamento dell’Osservatorio sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali, già istituito con un apposito decreto nel luglio del 2015, con il compito di effettuare il monitoraggio degli atti di intimidazione anche mediante utilizzo di una banca dati, di effettuare studi e analisi su iniziative di supporto agli amministratori locali vittime di intimidazioni e di promuovere iniziative di formazione degli amministratori locali e di promozione della legalità”. Insomma, se le minacce non cessano di esistere, la parte sana del Paese reagisce. Del resto, come diceva Giovanni Falcone: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

Cyber security, è Israele il secondo mercato al mondo

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Cyber

Lo Stato di Israele nel biennio 2015-2017 ha raggiunto livelli sempre più avanzati in termini di efficienza e nuove tecnologie per la difesa dei propri sistemi e apparati di sicurezza per  proteggere l’ambiente cyber.

Attualmente continua a creare un grosso numero di start up specializzate nella cyber security

Già nel  2015, otto di queste hanno venduto a investitori stranieri i loro prodotti, per un totale di 700 milioni di dollari. Il mercato risulta essere dal 2017 sempre più in crescita. Le agenzie governative e le infrastrutture sono gli obiettivi più critici, in particolare il settore elettrico e le grandi reti commerciali, come ad esempio le linee aeree e le aziende alimentari .

Il mondo della cyber security, tuttavia, in Israele è in continua trasformazione ottenendo sempre più un ruolo chiave nel panorama industriale del paese e in quello internazionale. Molte aziende, infatti, oramai svolgono un ruolo di rilievo nella tecnologia della difesa della rete, nella ricerca e protezione dei dati. Israele resta infatti il secondo mercato cyber del mondo, dopo gli Stati Uniti.

La creazione della cyber defense authority

Risale agli inizi del 2015 la creazione della cyber defense authority fortemente voluta dal Primo Ministro del paese e i cui principali obiettivi hanno avuto, da aprile 2016 fino ad ora, quello di sviluppare una risposta efficiente agli attacchi cyber.

Le Forze di Difesa israeliane (IDF) hanno operato insime alla Cyber defense authority, rimanendo responsabili degli aspetti militari e di quelli concernenti la difesa. Non solo: l’obiettivo primario ha riguardato anche l’aspetto concernente il miglioramento dell’efficacia operativa e militare nell’ambiente cyber, utilizzando al meglio le risorse umane e tecnologiche del paese.

In concerto alla Cyber Security Defense agisce ILCERT, ovvero un’organizzazione professionale e civile che coordina le attività contro le varie minacce sui sistemi di informazione, concentrandosi su come prevenirle. A questo proposito l’istituto principale israeliano per la cooperazione pubblico-privata in materia di formazione sulla sicurezza in rete è a Beer-Sheva, sede della Ben Gurion University (BGU), nel sud del paese. Qui circa 1.000 dei 20.000 studenti che frequentano BGU sono iscritti a scienze informatiche. BGU è stata la prima università israeliana a offrire un programma di laurea in cyber security già diversi anni fa. La strategia di Israele infatti è quella di formare la prossima generazione di talenti informatici, interagendo con mondo accademico, con quello dell’industria high-tech e con quello militare.

Il reclutamento di giovani

In Israele il servizio militare, infatti, è obbligatorio per i giovani e crea un flusso costante di professionalità con esperienza sulla  cyber security. La Idf Unit 8200 è un incubatore tecnologico con una particolare attenzione sulla sicurezza del cyber. Essa  riesce a reclutare i suoi talenti migliori visitando le scuole superiori della nazione in modo da identificare i candidati ad alto potenziale. Studenti con capacità analitiche molto forti, in grado di saper prendere rapide decisioni e che riescono a lavorare bene in un ambiente di squadra. I tecnici della Unit 8200 lavorano direttamente con i propri clienti implementando prodotti innovativi. Proprio qui infatti sono nate diverse aziende attualmente leader.

Nel 2017 Israele resta infatti il secondo mercato cyber del mondo secondo solo agli Stati Uniti , aumentando così il ruolo di leader nel mondo della difesa contro le minacce virtuali, ma assolutamente pericolose quanto quelle fisiche.

Ofcs in volo con l’aviazione: ecco come si addestrano i militari italiani

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“Abbiamo una cosa per lei, da parte di tutti noi”. Ogni ambiente umano va vissuto almeno una volta per essere compreso. Quello militare, con le sue tradizioni e le sue sfaccettature, merita maggiore attenzione e un coinvolgimento professionale più ampio. Ecco allora che, in una calda settimana di giugno, ti ritrovi in Friuli a Casarsa della Delizia, provincia di Pordenone, lungo la pista di un aeroporto intitolato a “Francesco Baracca”, asso della caccia italiana. Niente aerei di linea nè Eurofighter pronti a decollare su allarme e elicotteri, tanti elicotteri e di ogni tipo: dagli A-129 “Mangusta” (per operazioni di supporto e attacco), ai multiruolo NH-90 (un pezzo di storia dell’aviazione), fino all’AB-205 “Huey”, reso celebre dalla filmografia sulla Guerra del Vietnam. Il presente, ricevuto dalle mani del maggiore pilota Corba, è una pregevole tavola con gli “eroi” dell’Aves disegnati dall’artista Giorgio Ciancia: AB-205 e A-129 Mangusta, accompagnati da una dedica del colonnello Stefano Angioni, comandante del 5° Rigel. Arte che segna l’epilogo di una due giorni intensa vissuta insieme alle unità che hanno preso parte all’Aeromobile Permanent Training I 2017.

La maxi esercitazione, in due settimane ha coinvolto 18 elicotteri e circa 600 soldati di vari reparti per “testare e validare le attuali tecniche, tattiche e procedure operative per la pianificazione e la condotta di diverse missioni aeromobili focalizzate principalmente all’impiego congiunto e sincronizzato di capacità operative espresse dalla sinergia tra assetti del 66° Reggimento Fanteria Aeromobile “Trieste” e gli elicotteri multiruolo NH-90 e da esplorazione e scorta A-129 Mangusta del 7° Reggimento AVES “Vega” e del 5° Reggimento AVES “Rigel”, come viene spiegato.

In volo, cinture strette in vita, spalla a spalla con un plotone pronto a entrare in azione, percorriamo in pochi minuti i 40 chilometri che separano Casarsa dal poligono di Osoppo. Siamo nella pancia di un Chinook CH-47, eli-trasporto tattico che ha scritto pagine gloriose nella storia dell’aviazione militare, rivelandosi macchina vitale per operazioni di ogni sorta: dalle giungle del sud-est asiatico, alle sabbie irachene fino all’Afghanistan. Un volo a bassa quota che, tuttavia, non impedisce all’occhio di godere dello spettacolo del grande fiume che scorre alcune centinaia di metri più in basso, in molti tratti ridotto a un rigagnolo dal forte caldo. Poi l’atterraggio in una radura, l’erba che si abbassa spinta in giù dalla potenza dei rotori e i soldati che corrono verso arbusti che fungono da riparo.

Il plotone avanza fino a un un blindato che, secondo lo schema del war game, è stato centrato da un colpo di RPG. Colpi di fucileria: è il contatto con le “forze ostili”, un nemico che non ha nome, né un paese d’origine. Perché i contesti nei quali le unità possono essere dispiegate sono molteplici, dalle emergenze internazionali a quelle circoscritte al territorio patrio. Termine generico per indicare l’avversario quindi, ma idee ben chiare sul da farsi: perimetro di sicurezza, tentativo di aprire le porte del veicolo, richiesta di soccorso. Nel cielo si muovono e danno copertura i Mangusta, mentre due NH-90 raggiungono il meeting point con la truppa: nessuno, dagli equipaggi ai comandanti di plotone, ha ricevuto dettagli sullo scenario di intervento, poiché per essere realistica l’esercitazione necessita che chi opera sappia gestire la situazione grazie alle competenze acquisite e all’addestramento ricevuto.

Tutto va per il meglio: il “ferito” è recuperato e trasportato alla base, dove staff di reparti diversi si coordinano per fornire il supporto alle operazioni. Fra loro, militari armati di Ipad dalla cover corazzata e con montata Safe Strike, app che ha dell’incredibile: “L’applicazione tattica militare per JTACs (Joint Terminal Attack Controller, ndr), osservatori a termine e operatori laser. Sul vostro smartphone o tablet” si legge sul sito di Rebel Alliance, l’azienda toscana che l’ha programmata. Ipad e app: strumenti semplici, d’uso comune. Ma in questo caso si rivelano anche essere piattaforme indispensabili per il coordinamento con le forze in campo. Strano vero? Ti aspetteresti di trovare chissà quale mega apparecchiature fra le tende comando e, invece, c’è quello che anche chiunque potrebbe avere nella sacca.

Una formazione hi tech, sotto l’egida attenta di ufficiali che sembrano manager aziendali ,come il comandante della Brigata Aerea “Friuli” Salvatore Annigliato, il quale, malgrado i tanti impegni, tiene a conoscere il giornalista che sta visitando la base: “I tempi che ho sono strettissimi ma, se ne ho occasione, non manco di scambiare due parole coi miei ragazzi. E’ quello che gli inglesi chiamano elevator speech, il discorso dell’ascensore: una manciata di secondi insieme e la capacità di uno di essere sintetico e dell’altro di cogliere il senso delle sue parole. Sono due settimane che ci addestriamo, con ritmi serrati e sotto stress. Uomini e donne che comando sono stanchi, vero, ma si sono comportati egregiamente: in fondo, il nostro compito è quello di educarli, intervenendo quando c’è qualcosa da correggere ma senza umiliare nessuno. E loro, sono stati davvero bravi!”. Professionalità condita da un’umanità che fa apparire Annigliato molto lontano dall’iconografia bellica sulla quale Hollywood ha costruito parte della sua fortuna: non un eccentrico e autoritario generale alla Patton e alla Mc Arthur, dunque, ma una persona in apparenza semplice, discreta e di basso profilo, capace poi di coinvolgerti e motivarti con parole ben indirizzate e con il sorriso stampato in faccia.

Il mondo del soldato Sì, perché per vivere e per capire il mondo militare si deve per prima cosa imparare a confrontarsi con il professionista della Difesa, cercando di cogliere gli elementi più importanti e significativi di quel processo di trasformazione che, nel corso di 20 anni, ha investito le Forze Armate spingendole a evolversi dalla coscrizione alla ferma volontaria. Lo studio e la preparazione di quadri e truppa, l’inclinazione a seguire e a non perdere mai di vista l’evoluzione continua della Societ. E ancora, un’autorevolezza che si costruisce più con l’esempio, con il lavoro, con la dedizione e con la preparazione che non con ordini gridati e punizioni paventate per ottenere obbedienza. Sono queste le fondamenta del mondo militare moderno.

I due giorni di APT sono stati, quindi, un’opportunità importante sia per descrivere il lavoro, duro e impegnativo, dei nostri soldati, sia per avvicinarsi un pò di più a una parte d’Italia che non si conosce ancora bene. E poi ci sono le riflessioni che vengono annotate in un taccuino appoggiato al muro colorato dell’asilo della caserma: “Il Rigel fu il primo reggimento in Italia ad avere un luogo per i figli del personale qui in servizio. L’asilo, nato nel 2008, dispone di circa 49 posti destinati anche ai militari di altri reparti e, in accordo col Comune di Casarsa, ad alcuni civili”, spiega il maggiore Corba, mentre una soldatessa varca l’uscio con il bimbo in braccio. Un’attenzione ai temi del sociale che non ci si aspetta di trovare fra le mura di una caserma. L’iniziativa garantisce equilibrio e serenità a chi ha figli e lavora.

Perchè non è stata mai pubblicizzata? Discrezione, potrebbero rispondere loro. Disattenzione dei media, viene da pensare ricordando quante volte gli organi di informazione tendano più ad evidenziare i difetti del comparto difesa, che non i suoi meriti. Asilo in testa.

HashtagDellaSettimana. Al Baghdadi spopola: “Abbiamo bombardato Lello Arena”

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A battere tutti su Twitter questa settimana è stato un argomento molto sentito dal popolo italiano: lo “ius soli”. Ma l’attenzione dei cinguettii si è concentrata anche su altro, come la richiesta del sindaco di Roma Virginia Raggi di non far più arrivare profughi nella Capitale, il drammatico incendio a Londra, l’ennesima morte presunta del leader dell’Isis al-Baghdadi e l’inchiesta su Donald Trump per intralcio alla giustizia.

“Soli” e fedeli

Il Parlamento sta tentando di modificare le norme sui criteri per ottenere la cittadinanza prima dei 18 anni, introducendo sia il cosiddetto #iussoli (diritto legato al territorio) temperato, che lo “ius culturae” (diritto legato all’istruzione). La discussione al Senato è stata “caldissima”, e il ministro dell’Istruzione Valeria Fedeli pare sia rimasta leggermente contusa cadendo. @sarettaa7 e @Virus1979C ne approfittano per ricordare la vecchia polemica sull’inesistente laurea vantata dal ministro. Scrive la prima: “L’infortunio della Fedeli è vero come la sua laurea”; aggiunge il secondo: “Al ministro Fedeli hanno messo tre cerotti in infermeria del Senato. Nel curriculum scriverà che si è laureata in medicina”. @ArsenaleKappa non perdona: “Per il Pd, Fedeli “è stata spinta”. Altrimenti col c..zo che diventava ministro”. @LaMuseP critica chi non vuole la legge (“No ius soli, poi c’hanno la badante romena, il filippino che pulisce casa, l’arabo che gli lavora le terre, il cinese che è sempre aperto”), al contrario di @intuslegens: “Mentre le seconde generazioni sbudellano mezza Europa in nome di Allah, per il Pd il problema è dar loro più diritti”. @ArsenaleKappa spiega così il “no” della Lega Nord: “La lega contro lo ius culturae. Hanno paura di perdere la cittadinanza”. Finale sottilissimo di @spinozait: “Ius soli, idranti contro i militanti di CasaPound. Sono nati un sacco di fiori”.

“Raggi” d’incoerenza

Il sindaco di Roma Virginia #Raggi ha scritto al prefetto e al ministro degli Interni per dire loro che, considerata la “forte presenza migratoria e il continuo flusso di cittadini stranieri”, sarebbe meglio una “moratoria sui nuovi arrivi”, ribadendo il suo “no” a nuove ondate di profughi e richiedenti asilo. Dal Viminale, però, si sono chiesti come mai questa inversione di rotta a fronte dei soldi già versati dallo Stato nelle casse del Comune di Roma proprio per affrontare l’emergenza immigrati. Parliamo di 2 milioni e 340mila euro dalla fine del 2016 all’inizio del 2017. @Marco_Casellato rammenta che la Raggi, nel dicembre del 2016, affermava ben altro. In un suo tweet, infatti, scrisse: “I rifugiati sono nostri fratelli e sorelle. Roma città accogliente farà la sua parte”. Memoria corta. @udogumpel, giornalista tedesco, la vede così: “Sorpresa! Grillo, in evidente difficoltà, liscia il pelo ai razzisti e la Raggi esegue: stop ai migranti e richiesta elemosina in metro”. @francescocro1, invece, esprime un desiderio: “Raggi: “Basta profughi a Roma” Quindi, dove ti trasferisci Virgi’?”.

Trump perseguitato?

Donald #Trump è sotto inchiesta, lo ha confermato lui stesso, per intralcio alla giustizia nell’ambito dell’inchiesta sul “Russiagate”. La notizia, che potrebbe avere conseguenze serissime nei prossimi mesi, non è stata presa bene da moltissimi internauti. Per @TweetinGio, ad esempio, si tratta di puro accanimento: “Donald Trump indagato per aver vinto le elezioni Usa. Potrebbe essere condannato a governare”, mentre che Trump sia perseguitato sembra pensarlo anche @spalumb: “Fra un po’ pure il nipotino di Trump finirà sotto inchiesta”.

Franchi “tiratori”

Rimanendo ancora in America, ha destato attenzione anche un episodio di cronaca avvenuto ad Alexandria, nei pressi di Washington. Durante l’allenamento della squadra di baseball composta da esponenti del Partito repubblicano, un deputato di spicco del Gop, Steve Scalise, e almeno altre quattro persone, sono state ferite da colpi di arma da fuoco. Scalise è ancora in gravi condizioni. L’assalitore è un feroce sostenitore di Bernie Sanders, sfidante, sconfitto, di Hillary Clinton alle primarie dei Democratici. Di curioso c’è che i giornali italiani si sono occupati ben poco della vicenda. E infatti @di_dioniso twitta: “Nessuno parla dell’attivista ammiratore di Sanders che, fomentato dall’odio mediatico contro Trump, ha sparato a Scalise”, mentre @GGDMM se la prende con l’inviata del Tg3 in America (non certo un simbolo di imparzialità): “Ascoltando la Botteri, sembra che Scalise sia stato colpito da un proiettile vagante”. Il giornalista @christianrocca, che pure è un anti-trumpiano doc, aggiunge: “Se a sparare contro i deputati fosse stato un pro-Trump o un anti-Obama, secondo voi i giornali italiani avrebbero dedicato così poco spazio?”. Decisamente no. Infine, @ArsenaleKappa strappa un bel sorriso: “Sparatoria in Virginia durante partita di baseball, ferito capogruppo dei Repubblicani. Hillary ha dei franchi tiratori seri”.

Al Baghdadi

Social scatenati sulla presunta morte del leader dell’Isis #Al-Baghdadi annunciata dal ministero della Difesa russo. Non è la prima volta, però, che i russi sostengono di aver ucciso il Califfo, che poi si ripresenta sempre vivo e vegeto. @RobVicaretti, infatti, è scettico: “Russia: “Forse abbiamo ucciso Al Baghdadi. Cerchiamo conferme”. Adesso chiamano a casa e vedono se risponde”. Ci crede poco anche @ArsenaleKappa: “Russia: “Forse abbiamo ucciso Al Baghdadi, cerchiamo conferme”. Al Baghdadi: “Sì, sì. Confermo. Sono morto”. @Kreactivo si pone un legittimo dubbio teologico: “Ogni due-tre mesi Al Baghdadi muore e dopo tre giorni risorge. Non avrà sbagliato religione?”. @pgba94 si mette nei panni dei russi: “Forse abbiamo ucciso Al Baghdadi, ma non ne siamo sicuri. Co’ quella cazzo de barba so’ tutti uguali”. Strepitoso @Labbufala che coglie una somiglianza innegabile fra il Califfo e un grande attore italiano che fu spalla di Massimo Troisi: “I russi chiedono scusa: “Abbiamo bombardato Lello Arena”…”.

Drammi londinesi

L’incendio al #grattacielo londinese, che si è portato via la vita di almeno 79 persone, fra cui due giovani italiani, Gloria Trevisan e Marco Gottardi, entrambi 27enni, ha commosso anche gli internauti ma scatenato i soliti complottisti. @Cambiacasacca, ad esempio, twitta: “Chissà come mai il grattacielo di Londra è bruciato tutto e non è caduto, mentre le Torri Gemelle son bruciate solo un pezzo ed entrambe giù”. Quei geni, si fa per dire, di @AlbaDoratait seguono la scia: “Quindi vogliono farci credere che in 12 minuti, a causa di un frigo difettoso, un grattacielo prende fuoco a Londra?”. E rimanendo a Londra, il 47enne che ha lanciato il suo furgone sui fedeli islamici della moschea di #FinsburyPark urlando “voglio uccidere tutti i musulmani”, ha ispirato @lefrasidiosho: “Mo’ ce mancano solo quelli che se la pijano co’ le moschee…in un periodo in cui dovremmo essere tutti uniti contro le zanzare”.

Da Kohl a Donnarumma

Hashtag in testa alla classifica anche quello sulla morte dell’ex Cancelliere Helmut #Kohl. Il commento perfetto è quello di @ferrarailgrasso: “Ricordatevi che Kohl era un corrotto, e che non ha mai parlato, dunque un grande uomo di Stato”. Anche l’annullamento del processo a #BillCosby, accusato di stupro (la giuria non ha raggiunto un verdetto unanime), ha incuriosito i “cinguettanti blu”. Soprattutto @Kotiomkin, che sul papà dei Robinson ha twittato: “Annullato il processo per stupro contro Bill Cosby. Lo vedi che non importa il colore della pelle se sei pieno di soldi?”. Balle, ovviamente. È solo che negli States il garantismo è una cosa seria. Quanto alla vittoria di Emmanuel Macron, il cui partito ha ottenuto la maggioranza assoluta nel secondo turno delle elezioni legislative, @RenatoVenditti1 piazza un promemoria: “Macron riceve dal popolo un assegno in bianco. Se fallisce, i francesi lo “ghigliottineranno” senza pietà”. È proprio così. Finale dedicato al giovanissimo portiere del Milan, Gianluigi Donnarumma, che dopo aver baciato la maglia rossonera a fine campionato non ha rinnovato il contratto ed è andato via verso qualche società che lo pagherà di più. La rete non lo ha perdonato. @GianniSolaroli, infatti, scrive: “La vicenda Donnarumma insegna che oggi nel calcio, già a 18 anni, contano solo i soldi”. Ma è @Kotiomkin che azzecca il motivo dell’addio: “Se si fosse chiamato Uomorumma non avrebbe fatto così il volubile”.

Turismo, Italia meta sicura: quinto posto per numero di visitatori

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L’Italia è considerata meta turistica sicura. Tra il 2015 e il 2016, infatti, c’è stato un incremento degli arrivi stranieri del 3,7%, attestandosi al quinto  posto in una classifica mondiale con 52,6 milioni di visitatori all’anno. Le regioni ad avere il primato sono il Veneto con oltre 42 milioni di presenze nel 2015, seguito dal Trentino Alto Adige con quasi 27 milioni. Non solo nord.  I turisti stranieri scelgono il mare della Campania, Sicilia e della Sardegna, portando la percentuale di presenze al 48%. Sono questi alcuni dei dati presentati alla Farnesina dal ministro degli Esteri Angelino Alfano e dal ministro dei Beni Culturali Dario Franceschini in occasione dell’evento “Italia. Paese per viaggiatori”.

Solo nel 2016 la Farnesina ha emesso oltre 1 milione e 800 mila visti

Di questi quasi 2 milioni sono per il turismo, il 12% in meno rispetto al 2015. Perché con la nuova politica adottata il visto che viene richiesto vale per 5 anni. Nonostante ciò l’Italia, secondo dati della ministero degli Esteri, è il Paese tra quelli appartenenti a Schengen che ha emesso più visti turistici. Diverso invece per i circa 52 mila visti rilasciati per motivi di studio, che hanno registrato un incremento del 2,7% rispetto al 2015.

Il turismo aumenta l’occupazione

Il settore vale in Italia 171 miliardi di euro, cioè l’11,8% del Pil. Il Consiglio dei Ministri ha approvato il piano strategico del turismo per gli anni 2017-2018. Il piano in questione ha come obiettivi fondamentali l’integrazione dell’offerta nazionale, innovazione del marketing del brand Italia, crescita della competitività e miglioramento della governance di settore. Questo avviene proiettando il nuovo turismo non solo verso le grandi città, ormai ben conosciute e stracolme di visitatori, ma verso i borghi italiani meno conosciuti ma considerati un bene prezioso per il nostro Paese. “Noi siamo la super potenza della bellezza, della cultura, del gusto e del design”, ha dichiarato durante l’evento il Ministro Angelino Alfano. “Con il Piano Strategico del Turismo vogliamo contribuire a rafforzare la crescita del Pil che abbiamo registrato in questi primi mesi del 2017. Vogliamo continuare ad attrarre i turisti nelle città e nei luoghi più famosi. Ma vogliamo anche promuovere destinazioni meno conosciute e pure ricche di potenzialità ancora inespresse. Per stare al passo con i tempi – ha continuato Alfano – nel Piano abbiamo dato molta attenzione alla digitalizzazione all’innovazione e alla sostenibilità”.

Dal ministro degli Esteri a quello dei Beni Culturali

“Abbiamo di fronte una grande sfida. Adesso con il turismo dobbiamo imparare a governare una crescita enorme”, ha dichiarato Dario Franceschini durante la presentazione del piano strategico del turismo. “Abbiamo tantissime nuove richieste da Paesi asiatici, dalla Cina soprattutto. Con questo piano strategico ognuno farà la propria parte. Sia il pubblico che privato – Alcuni luoghi conosciuti in tutto il mondo hanno problemi obiettivi di fragilità e grandissimi flussi turistici. La crescita va bene però con obiettivi strategici. Avere luoghi con troppe persone vuol dire che bisogna trovare soluzione. La soluzione – ha spiegato-  potrebbe essere avere nuove tecnologie e non come si è detto il pagamento di un ticket”. E ancora: “L’affollamento porta degrado e pericolo. Serve quindi un turismo sostenibile sotto tutti i punti di vista. Puntare a un turismo che porta ricchezza, e non mi riferisco alla nicchia ma bisogna scegliere in maniera intelligente il tipo di promozione che facciamo all’estero”.

Questo è l’anno dei borghi

Il Ministro Franceschini ha poi dichiarato: “Questo è l’anno dei borghi, il prossimo sarà l’anno dell’enogastronomia. La cultura ci da competitività con tutti. Italia è cultura. Cultura e turismo sono una coppia sinergica. Anche i Comuni vanno verso questa direzione ma  bisogna incrementare le infrastrutture. Non esiste che l’Alta Velocità si ferma a Salerno, deve arrivare fino a Palermo. C’è bisogno di migliorare treni e aerei per raggiungere tutte le parti d’Italia. Questa è una grande sfida – ha concluso –  ma è un grande veicolo per la crescita economica del Paese”.

Ludopatia, allarme Eurispes: la febbre da gioco d’azzardo costa 19 miliardi di dollari ogni anno

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
ludopatia

“Hai speso più denaro di quanto avevi stabilito, passi più tempo a giocare di quanto avessi deciso, non riesci a controllare l’impulso al gioco nonostante le conseguenze negative in aree importanti della tua vita”. Sono questi i campanelli d’allarme di una dipendenza da gioco d’azzardo, secondo la pagina giocareresponsabile.it . Da qualche anno la ludopatia cresce in maniera esponenziale in tutto il mondo. Un problema forte anche in Italia, dove l’Eurispes, in merito allo studio dei fenomeni che caratterizzano il nostro Paese, apre al dibattito sul tema dando vita a “Italia in gioco”, un enorme progetto sul gaming, diretto dagli avvocati Chiara Sambaldi e Andrea Strata.

Oltre 19 miliardi di dollari finiscono ogni anno dalle tasche degli italiani a quelle del gioco d’azzardo. Quello legale per la precisione. Peggio di noi solo Stati Uniti, Cina e Giappone, Stati con un gran numero di abitanti. Ma se per gli italiani andare al casinò non è abitudine condivisa, sono solo quattro in tutto il Paese, lo è invece passare le ore alle slot machine, scommettere online o giocare alla lotteria.
I dati del The Economist, per l’anno 2016, dicono che il giro di denaro del gioco d’azzardo in Italia arriva a 95 miliardi di dollari, di cui solo 10 arrivano nelle casse dello Stato. Più della metà degli italiani (il 70% della popolazione adulta) dichiara nel 2014 di aver giocato almeno una volta somme di denaro. Tra questi circa 2,5 milioni sono considerati “giocatori a rischio”. Come l’Eroe di Caparezza Luigi delle Bicocche, operaio che manda avanti a stento la famiglia e quotidianamente tentato dai videopoker. La sua battaglia contro le “macchinette succhiasangue” ha un lieto fine, ma non tutti riescono a tenersi lontani dall’azzardo e rischiano di sviluppare una pericolosa patologia. Una dipendenza paragonabile a quella dalle droghe, tant’è che le migliaia di ludopatici vengono accolti e curati nei Sert (Servizi per le Tossicodipendenze) delle Asl regionali. Il Governo, nella Legge di Stabilità 2016, ha inserito un fondo di 50 milioni per controllare i soggetti a rischio e riabilitare quelli patologici. Ma curare non è stato finora un rimedio abbastanza efficace per un fenomeno che continua a crescere.

L’Osservatorio giochi, legalità e patologie dell’Eurispes si inserisce nel dibattito con molteplici obiettivi: regolamentare il gioco (anche per rientrare nei binari richiesti dall’Unione Europea), controllare in maniera più efficace i luoghi dello stesso e prevenire le ludopatie, tramite l’educazione dei più piccoli. Un approccio che segue il dettame lanciato dall’Organizzazione mondiale della sanità: “Se ti curiamo oggi, ti aiutiamo oggi. Se ti educhiamo, ti aiutiamo per tutta la vita”. Da anni l’Oms riconosce la ludopatia come malattia, passo fatto dall’Italia solo nel 2012 attraverso il decreto Balduzzi, quando il numero dei giocatori a rischio era ancora sotto il milione di persone.
Oggi i fondatori del progetto “Italia in Gioco” richiedono la collaborazione di tutte le forze in campo, sia sotto l’aspetto legale, che relativamente al controllo e all’educazione. Un’iniziativa che arriva in un momento di particolare sensibilità verso i pericoli del gioco. Roma, sede di 50.000 slot machine, una ogni 57 abitanti, ha approvato lo scorso 9 giugno un nuovo regolamento per le sale da gioco che prevede una limitazione degli orari di esercizio (10-14 e 18-22 e chiusura nei festivi) e mette dei paletti anche sulla loro collocazione. Non potranno infatti essere più vicine di 350 metri ad alcuni punti definiti sensibili (quali scuole, luoghi di culto, strutture sanitarie).

Le regolamentazioni non hanno solo un principio legale ma anche economico. Le piattaforme di gioco e scommesse online illegali privano infatti lo Stato di esose entrate fiscali. 1,4 miliardi di dollari in Polonia, Stato che ha recentemente stretto la morsa sul gioco d’azzardo. Il bilancio tra costi sociali e guadagni è uno dei punti di attenzione intorno al gioco d’azzardo. Aspetti economici, culturali e sociali. Per questo l’iniziativa dell’Eurispes mira a coinvolgere tutti i rappresentanti del settore, pubblici e privati, delle Authority, delle associazioni di categoria, del no profit, delle Forze dell’ordine e della magistratura. Particolare attenzione è riservata al tema giurisprudenziale e al labile confine tra legale e illegale. Chiara Sambaldi, tra i direttori del progetto, è anche coordinatrice scientifica della piattaforma LexandGaming, prima piattaforma europea sul diritto dei giochi e delle scommesse. Il pericolo maggiore è quello delle infiltrazioni criminali, che fioriscono nei territori più devastati dalla crisi economica e fanno proseliti tra i giocatori a rischio. Come precisa Sambaldi, si tratta di criminalità comune o anche mafiosa, nei più alti livelli imprenditoriali, o nella gestione delle slot-machine e delle scommesse sportive. Intestazioni a prestanome delle sale da gioco, estorsione ai gestori. Un territorio pieno di insidie dovute anche all’uso più recente della rete e un settore in continua crescita che attira inevitabilmente le trame della criminalità. Anche per questo la richiesta portata avanti in Commissione parlamentare d’inchiesta nell’autunno 2016 è quella di usare strumenti nuovi per la gestione delle irregolarità dei luoghi di gioco autorizzati e legali (attraverso gli indici di criminalità o il monitoraggio degli apparecchi di gioco) e fronteggiare con maggiore collaborazione tra istituzioni le attività illegali, specialmente quelle online.

Seggiolino e sistemi di allarme: quando la tecnologia aiuta le mamme

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

L’estate, purtroppo, qualche volta porta con sé, oltre la fine della scuola e l’arrivo delle vacanze, la triste notizia di qualche bambino deceduto per ipertermia, perché dimenticato dai genitori nel seggiolino in automobile. Siamo appena agli inizi di giugno e in Italia abbiamo già una vittima.

Eppure non dovremmo meravigliarci

Numerosi studi sul sonno evidenziano che la privazione di quest’ultimo produce effetti negativi di ogni genere sul nostro corpo e sulla nostra mente, fra cui, perdita di memoria  e difficoltà di concentrazione. Uno studio dell’Università di Harvard evidenzia come disastri importanti, quali incidenti stradali ed errori in sala operatoria siano spesso causati da un inadeguato numero di ore di riposo.

Le mamme non sono immuni alle conseguenze della mancanza di sonno

Secondo la psicologa clinica Mia Scotland, autrice del libro “Why Perinatal Depression Matters” (Le cause della depressione perinatale), la nostra società sta sottoponendo le mamme a una vera e propria tortura, attraverso la privazione del sonno. In passato, quando le famiglie erano allargate, c’era sempre chi si prendeva cura del neonato e della madre, che poteva sempre contare su qualcuno per recuperare il sonno perso. Nelle attuali famiglie mononucleari il carico di lavoro relativo alla nascita di un bambino grava tutto sulle spalle della coppia genitoriale e, a causa della disparità di genere, soprattutto su quelle della madre. In più, quando si ripete un’azione quotidianamente, lo stress produce degli stati di black out e la mente può creare falsi ricordi: si ricorda di averla compiuta, anche se così non è.

Una strage che si potrebbe evitare

Se gli attuali assetti sociali non aiutano le mamme, la tecnologia è, invece, una preziosa alleata nella cura dei figli e nella gestione di attività quotidiane. Esistono supporti di vario genere per ricordare al genitore la presenza del bambino in auto.

Infant reminder è un’applicazione gratuita disponibile su apple store e google play. Si avvia prima di iniziare il percorso e si inserisce un indirizzo di arrivo. Si possono salvare le destinazioni di routine. L’applicazione produce allarmi sonori e visivi, dalla partenza fino a 10 minuti dall’arrivo, se l’applicazione non viene arrestata, sintomo di probabile dimenticanza.
Inoltre consente di inviare degli SMS o dei messaggi email, rispettivamente a un numero di telefono o a un indirizzo di posta elettronica precedentemente memorizzati.
Remmy è invece un dispositivo con un sensore di peso che, posto sulla seduta del seggiolino, emette segnalazioni acustiche sia per avvisare che se il bambino si sposta ovvero si slaccia la cintura, sia per ricordarti di prenderlo, quando l’auto viene spenta. Non necessita di attivazione.
Il cuscino salvavita è invece un cuscino che si inserisce nel seggiolino e che contiene un sensore di peso incorporato. Quando viene aperto lo sportello, se il bambino non è stato prelevato, suona un allarme.
Non si avvale, invece, della tecnologia Remove Before Landing. Si tratta, infatti, di un semplice portachiavi con nastro di sicurezza che collega le chiavi di accensione dell’auto direttamente alla base del seggiolino. C’è poi un kit per collegare il seggiolino alla portiera dell’auto, lato guidatore. E’ la connessione fisica in questo caso a fare da promemoria.

Il seggiolino che non c’è

La tecnologia per produrre un seggiolino allarmato c’è. Negli Stati Uniti è in commercio un prodotto della linea The First Years che dialoga con una app (iAlert).
Qui in Italia esistono vari brevetti. Il più “giovane” è Ricordati di me, depositato dall’Istituto Tecnico Enrico Fermi di Bibbiena.
Il Codacons ha progettato e brevettato, come ha spiegato in un’intervista a La Repubblica il presidente dell’associazione,  “un sistema che rileva la presenza di bambini o animali sui sedili posteriori delle autovetture e avvisa il guidatore attraverso un allarme acustico quando viene spento il motore dell’auto –. Non solo: il sistema prevede anche un sensore di peso collegato alla centralina elettronica dell’automobile che, in caso di presenza a bordo di un bambino a motore spento e vettura chiusa, mette in funzione dopo 2 minuti il climatizzatore dell’auto, garantendo così la perfetta areazione dell’abitacolo”.
C’è una proposta di legge che vorrebbe rendere obbligatorio l’uso del seggiolino dotato di un sistema di allarme. Ciò che viene da domandarsi è se sia proprio necessaria una legge per poter vedere finalmente in commercio un prodotto che può salvare la vita ai bambini da una morte così paradossale e i loro genitori da un dolore senza fine. E, fosse anche uno il bambino salvato, varrebbe la pena produrlo.

@SimonaRivelli

Israele, Jared Kushner in visita per la pace in Medio Oriente: “Un accordo richiede tempo”

in Internazionale da

E’ iniziata la visita in Israele del consigliere senior del presidente degli Stati Uniti Donald Trump, Jared Kushner. Il genero del leader Usa incontrerà il premier israeliano Benjamin Netanyahu a Gerusalemme e il presidente dell’Autorità nazionale palestinese (Anp) Mahmoud Abbas a Ramallah. Al suo fianco, anche se terranno incontri separati con i leader locali, il rappresentante speciale per i negoziati internazionali di Washington, Jason Greenblatt, già a Tel Aviv. La missione arriva a un mese da quella di Trump nella regione, durante la quale il presidente Usa si è impegnato con israeliani e palestinesi per lavorare insieme a un accordo duraturo per la pace.

Fonti della Casa Bianca hanno spiegato che Kushner e Greenblatt sperano di “continuare i colloqui” con entrambe le parti, ma ridimensionano le aspettative in relazione alla possibilità che un accordo possa essere raggiunto in breve tempo. “È importante ricordare – hanno precisato – che forgiare uno storico accordo di pace richiede tempo e probabilmente per giungere a un’intesa sostanziale ci vorranno molte missioni di Kushner e Greenblatt, insieme o separati, e forse sarà richiesta anche la presenza di negoziatori israeliani e palestinesi a Washington o in altre località”.

Questa volta, però, la missione di Kushner può essere utile anche per comprendere meglio le dinamiche della politica interna statunitense in quanto segnala, in primis, come il coinvolgimento del genero di Trump nell’inchiesta del Russiagate non ne abbia minimamente ridotto la vasta influenza all’interno della Casa Bianca. Il fatto che questa nuova missione sia stata affidata a lui e a Greenblatt, dimostra come Trump abbia delegato a loro – e non al segretario di Stato, Rex Tillerson – la guida degli sforzi Usa per la ripresa dei colloqui di pace. “Il presidente Trump ha reso chiaro che lavorare per una pace duratura tra israeliani e palestinesi è una priorità per lui – fanno sapere da Washington – e crede con forza che questa sia

Un maggior impegno per la pace in Medio Oriente è stato chiesto domenica anche da Netanyahu durante la riunione settimanale del governo, la prima dopo l’attacco terroristico avvenuto a Gerusalemme venerdì sera che ha causato la morte dell’agente di frontiera Hadas Malka, 23 anni. Poi, un duro attacco all’Anp. “La comunità internazionale dovrebbe esigere che l’Autorità palestinese – ha detto il premier di Tel Aviv – smetta di pagare le famiglie dei terroristi: è una pratica che incoraggia il terrorismo”. Netanyahu ha precisato che non solo l’Anp non ha condannato l’omicidio, ma che Fatah (il partito laico del presidente Abbas) ha emesso perfino una dichiarazione di profondo disappunto nei riguardi della polizia per aver ucciso i tre assalitori. “A quanto pare – ha commentato il leader israeliano – non esiste alcun limite alle bugie”. “Invito le nazioni del mondo – ha concluso – a condannare questo omicidio e chi lo

Intanto, sull’attacco di venerdì scorso a Gerusalemme i dubbi sulla rivendicazione restano. A contendersi la paternità dell’attentato, il sedicente Stato islamico da un lato e Hamas e il Fronte popolare per la liberazione della Palestina (Fplp), dall’altro. L’agenzia Aamaq, vicina all’organizzazione di Abu Bakr al-Baghdadi, ha attribuito “la benedetta operazione” a tre “soldati del Califfato” che ha identificato con i nomi di battaglia di Abu al-Baraa, Abu Hassan e Abu Rabah. Per il Fronte popolare e Hamas, invece, si tratta di propri militanti, tutti tra i 18 e 19 anni: Baraa Ibrahim Ata e Osama Mustafa Ata, entrambi ex detenuti Fplp nelle carceri israeliane, e Adel Ankoush, militante islamico.
Tuttavia, se dovesse essere confermata la rivendicazione dello Stato Islamico, si tratterebbe del primo attentato compiuto dai jihadisti in Israele. Due mesi fa, gli uomini di Abu Bakr al Baghdadi avevano rivendicato il lancio di un razzo atterrato in una fattoria nel sud del paese, senza però causare conseguenze. I “leoni”, dice lo Stato islamico, sono riusciti a “vendicarsi” degli ebrei, e “con l’aiuto di dio non sarà l’ultimo attacco”.

Malattie rare: oltre 3mila pazienti dedicano l’80% della giornata alle cure

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Le malattie rare hanno un impatto molto forte sulla vita quotidiana per oltre l’80% dei pazienti e delle famiglie. E il tempo dedicato alla gestione quotidiana dell’assistenza e al coordinamento delle cure per i malati rari rappresenta un fattore fondamentale. A sostenerlo è la prima indagine europea sull’impatto sociale delle malattie rare, “Destreggiarsi tra assistenza sanitaria e vita quotidiana: un atto di costante bilanciamento per la comunità dei malati rari”.

La ricerca è stata condotta tramite Rare Barometer Voices, una comunità di oltre 5mila malati rari che partecipano regolarmente alle indagini di Eurordis. Tradotta in 23 lingue e pubblicata in 42 paesi, la ricerca è stata realizzata nell’ambito di INNOVCare, il primo progetto europeo nel campo delle malattie rare, cofinanziato dal Programma europeo per l’occupazione e l’innovazione sociale (EaSI), guidato dal Ministero spagnolo della sanità e dei servizi sociali di cui Eurordis è partner. Oltre 3mila malati rari di tutta Europa hanno risposto all’indagine, fornendo per la prima volta dati concreti, a livello europeo, sull’impatto delle malattie rare sulla vita quotidiana.

I risultati

L’indagine ha affrontato anche altre questioni riguardanti l’impatto delle malattie rare sulla vita quotidiana, tra cui il coordinamento delle cure, la salute mentale, l’occupazione e l’impatto economico. Il 60% degli oltre 3mila intervistati è rappresentato da persone affette da malattie rare e la restante parte da membri della famiglia dei malati.

Il 42% del campione dedica più di due ore al giorno alla cura della propria malattia, il 62% di chi presta assistenza ai malati ha dichiarato di dedicare oltre due ore al giorno alla cura o all’assistenza di persone affette da una malattia rara, mentre circa un terzo degli intervistati dedica oltre sei ore della propria giornata alla cura di un malato. Ad accudire i propri cari sono principalmente le donne, il 64%, mentre 4 persone su 10 affermano di essersi dovuti assentare dal lavoro per oltre 30 giorni negli ultimi 12 mesi per problemi legati alla salute. Il 41% dei malati e degli assistenti ha risposto di aver richiesto un congedo speciale dal lavoro, ma di non averlo potuto ottenere.

Per Dorica Dan, membro del consiglio direttivo di Eurordis e presidente dell’Associazione romena Prader Willi, “come madre di una figlia colpita da una malattia rara, conosco fin troppo bene il peso che queste patologie hanno sulla vita quotidiana. Questo sondaggio conferma quanto già sapevamo, ovvero che l’onere delle cure è enorme, così come gli effetti di una malattia rara sulla vita sociale, lavorativa e scolastica. Le malattie rare rappresentano sfide reali non solo per la persona che ne è affetta, ma anche per la sua famiglia o per coloro che si assumono la responsabilità di prestare cure e assistenza. I malati e le famiglie hanno bisogno di un piano di cure centrate sulla persona e di integrazione tra i servizi sanitari e socio-assistenziali”.

La pubblicazione dei risultati di questa indagine arriva l’indomani della presentazione da parte della Commissione Europea di alcune proposte per un “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Un progetto fortemente voluto da Eurordis, come spiega Raquel Castro, responsabile delle politiche sociali dell’associazione: “I risultati di questo sondaggio mostrano chiaramente il grave peso in termini di tempo e di cure per le persone che vivono con una malattia rara e per chi presta loro assistenza. Purtroppo queste sfide non sono sempre considerate nell’ambito del sistema socio-assistenziale. Abbiamo bisogno di un pilastro europeo dei diritti sociali che promuova l’assistenza sanitaria e sociale integrata, nonché adeguate politiche di occupazione per rispondere alle esigenze delle persone affette da una malattia rara o da altre malattie croniche complesse”.

@PiccininDaniele

Bambini poveri in paesi ricchi: 1 su 5 vive in zone ad alto reddito

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Valutare il benessere dei bambini nel contesto dello sviluppo sostenibile in 41 paesi dell’Unione europea (Ue) e dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse). Questo l’obiettivo alla base dell’ultima Report Card elaborata dall’Unicef-Centro di Ricerca Innocenti.

“Costruire il futuro – I bambini e gli obiettivi di sviluppo sostenibile nei paesi ricchi” è il primo rapporto che valuta le condizioni dei bambini in 41 paesi ad alto reddito in relazione agli Obiettivi di sviluppo sostenibile (SDGs) identificati come i più importanti per il loro benessere. Stila una classifica degli Stati in base alla loro performance ed elenca le sfide e le opportunità che le economie avanzate affrontano per raggiungere gli impegni globali a favore dei bambini.

Un bambino su 5 vive in condizioni di povertà

Dalle statistiche emergono dati che meritano attenzione e riflessione. Innanzitutto viene alla luce il fatto che 1 bambino su 5, in paesi ad alto reddito, vive in condizioni di povertà e 1 su 8 vive una situazione di disagio o insicurezza alimentare. Insicurezza alimentare vuol dire che non ha un accesso garantito a cibo sufficiente, sicuro e nutriente. I tassi di insicurezza alimentare tra i bambini variano notevolmente: da 1 su 70 in Giappone a 1 su 3 in Messico e Turchia. Anche l’obesità è una forma di malnutrizione, e la sua incidenza è in aumento, con rare eccezioni, in tutti i paesi

“La Report Card 14 è un campanello d’allarme che ci ricorda che anche nei paesi ad alto reddito il progresso non va a beneficio di tutti i bambini – ha dichiarato Sarah Cook, direttrice dell’Unicef Innocenti – Redditi più alti non portano automaticamente a condizioni migliori per tutti i bambini, possono anzi aggravare le disparità. I governi di tutti i paesi devono agire per assicurare che le differenze vengano ridotte e che si effettuino progressi per raggiungere gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile per i bambini”.

Delicata anche la condizione delle famiglie in cui i minori vivono

Circa 1 bambino su 10 nei paesi ad alto reddito vive in famiglie in cui nessun adulto possiede un impiego. Un’analisi specifica è stata condotta sui giovani fra 15 e 19 anni. Emerge che proprio fra i giovani appartenenti a questa fascia d’eta, nei paesi cosiddetti “ricchi” 1 su 13 non lavora, non studia e non segue un programma di formazione. Inoltre, dato preoccupante, è che nel 2012 il suicidio è stato la principale causa di morte tra i giovani tra 15-19 anni di anni di entrambi i sessi, avendo provocato il 17,6% di tutti i decessi. Altro dato interessante riguarda le donne: Alla fine del 2013, le donne rappresentavano il 55% dei diplomati di scuola superiore e il 58% dei laureati con un titolo di primo livello nei paesi Ocse. Nonostante ciò, le donne guadagnano in media il 15,5% in meno rispetto agli uomini e detengono solo il 27,9% dei seggi nelle assemblee legislative nazionali. Discriminazioni di genere si registrano per quanto riguarda l’istruzione, In media, il 14% degli adulti nei paesi del campione ritiene che l’istruzione superiore sia più importante per i ragazzi che per le ragazze, seppur con un ampio ventaglio di opinioni: l’idea è sostenuta dal 3% degli intervistati in Svezia e dal 32% in Turchia.

I casi di violenza

Riflessione a parte meritano le statistiche che riguardano casi di violenza: sulle donne emerge che Il 6% delle donne europee fra i 18 e i 29 anni ha affermato di essere stata vittima di violenze sessuali da parte di adulti prima dei 15 anni. Danimarca, Francia, Regno Unito e Lussemburgo hanno riportato tutti tassi superiori alla media. Il fenomeno del bullismo ha un’incidenza elevata soprattutto nei Paesi baltici in cui almeno 1 bambino su 10 nei paesi esaminati è regolarmente vittima di bullismo.

La situazione in Italia

L’Italia è al 24° posto su 41 paesi Eu/Ocse nella tabella generale di confronto relativa a nove obiettivi di sviluppo sostenibile. Ricopre una posizione di eccellenza in “Pace, giustizia e istituzioni efficaci” : il 2° posto. Mentre ottiene il suo risultato peggiore nell’obiettivo “Eliminazione della povertà, in cui risulta essere al 31° posto. In Italia, inoltre, il 25,1% dei bambini vive in povertà reddituale relativa e il 51% in povertà multidimensionale (il quinto tasso più alto). Le prestazioni sociali riducono la povertà reddituale del 24%. Questo obiettivo vede l’Italia al 31esimo posto. Il nostro Paese è al 23esimo posto anche perchè l’8,8% dei bambini sotto i 15 anni vive con un adulto colpito da insicurezza alimentare, mentre il 18% è considerato obeso.

Assicurare la salute e il benessere per tutti e a tutte le età

L’Italia si colloca al 18esimo posto per questo obiettivo. Il tasso di mortalità neonatale è di 2,0 bambini su 1.000 (il decimo più basso in questo gruppo di paesi Tuttavia, l’Italia ha la più alta percentuale di bambini e adolescenti di età compresa tra gli 11 e i 15 anni che riferiscono di soffrire di due o più sintomi psicologici più di una volta alla settimana (36,5%).

Fornire un’istruzione di qualità, equa ed inclusiva e opportunità di apprendimento per tutti

Con il 66,6% dei quindicenni che ha raggiunto competenze di base per lettura, matematica e scienze e il 98% dei bambini che frequenta corsi di apprendimento di un anno prima dell’inizio della scuola obbligatoria, l’Italia presenta un ranking medio per questo obiettivo (19esimo posto). L’Italia ottiene una buona posizione relativamente alla percentuale di bambini dai 3 ai 6 anni che frequenta la scuola dell’infanzia almeno un’ora alla settimana (91%).

Raggiungere l’uguaglianza di genere ed emancipare tutte le donne e le ragazze

In Italia il 6,6% delle donne di età compresa tra i 18 e i 29 anni ha dichiarato di aver subito violenze sessuali prima dei 15 anni d’età, un dato che si colloca intorno alla media per il gruppo di paesi analizzato.

Incentivare una crescita economica duratura, inclusiva e sostenibile, un’occupazione piena e produttiva e un lavoro dignitoso per tutti

L’Italia si colloca nell’ultimo terzo della classifica per questo obiettivo (30esimo), con l’11,2% dei 15-19enni che non lavora, non studia e non segue un programma di formazione (NEET) e il 9,7% dei minorenni che vive in famiglie senza lavoro

Garantire modelli sostenibili di consumo e di produzione

L’Italia si colloca quasi a metà della classifica, 15esima su 37 paesi, per questo indicatore e obiettivo, con il 64,5% dei quindicenni che conosce almeno cinque problemi ambientali.

Promuovere società pacifiche e inclusive per uno sviluppo sostenibile, garantire a tutti l’accesso alla giustizia, e creare istituzioni efficaci, responsabili e inclusive a tutti i livelli

L’Italia ha il quinto tasso di omicidio infantile più basso della tabella (0,19 su 100.000). Il suo tasso di bullismo cronico auto-segnalato è il terzo più basso per questo gruppo di paesi (il 5,2% degli 11-15enni ha subito episodi di questo tipo)

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