La Percezione Della Sicurezza

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Internazionale

Internazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale ed internazionale.

Scenarieconomici: “Fascismi per cambiare e fascismi per mantenere lo status quo”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Il titolo è eloquente, si spiega da solo. Infatti i fascismi, quelli storici, volevano inizialmente cambiare le cose a vantaggio di nobili ideali e per il bene comune, cosa che in una certa misura, almeno inizialmente, è davvero accaduta. Oggi vediamo invece una nuova forma di fascismo, quello finalizzato a mantenere lo status quo a vantaggio di soliti noti, magari con interessi sovranazionali. E, aggiungo – non è una novità – degli stranieri, la famosa plutocrazia da sempre combattuta da Mussolini. Tale percorso è tipico dei paesi sottomessi: fascismo – meglio, dittatura – per tenere le cose come sono, per evitare che il popolo voglia cambiare, per evitare di fare il bene della propria popolazione. Ed allo stesso tempo per avvantaggiare qualcun altro (…). E’ la stessa storia che abbiamo visto spessissimo nelle repubbliche centro africane dove i francesi hanno grande esperienza, quelle in cui il dittatore di turno si è messo d’accordo con gli stranieri che vogliono le risorse e dunque fa leggi assurde, contro gli interessi della propria popolazione e del proprio paese, mentre dietro a tale solo apparente follia governativa ci sono le tangenti e le residenze future del dittatore e/o dei politici cooptati nello stesso paese interessato ad accaparrarsi le risorse del paese colonizzato. L’Africa è davvero piena di esempi di questo tipo: Niger, Mali, Ciad, Burkina Faso… I governi di tali paesi sono stati appunto “governi fantoccio”. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Immigrati, Unhcr: “14.500 rifugiati individuati solo nella zona di Sabratha”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Oltre 20mila persone individuate solo nella zona di Sabratha. Migliaia in tutta la Libia e altrettante in movimento dall’Africa centrale per arrivare in Europa. La rotta dell’immigrazione clandestina che dal Nordafrica arriva nel nostro paese non accenna a diminuire. Dalla Libia arriva l’allarme lanciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che, in una sola settimana, ha individuato e fornito assistenza a 14.500 persone.

A Sabratha 20.500 migranti detenuti

Il problema dei migranti in Africa,, dunque, è sempre più ampio. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono 20.500 i migranti detenuti a Sabratha, in Libia. In questo conto sono compresi quelli che vivono in centri di detenzione ufficiali e clandestini. Rifugiati tenuti in varie strutture sotto ricatto dei contrabbandieri in condizioni terribili e ad alto rischio. Fattorie, case e magazzini come luoghi di torture.

L’Unchr ha affermato che in una settimana ha lavorato giorno e notte per aiutare circa 14.500 migranti, poi trasferiti dalle autorità nei centri di detenzioni ufficiali dove le agenzie umanitarie forniscono assistenza e provvedono al riconoscimento. Sempre secondo l’organizzazione, le autorità libiche stimano che ci sarebbero altri 6000 migranti e rifugiati ancora detenuti dai contrabbandieri.

“Dall’inizio di questa crisi umanitaria gli agenti dell’Unhcr sono stati in loco a fornire assistenza di emergenza in tutti i luoghi dove sono stati trasferiti rifugiati e migranti e stanno conducendo valutazioni per determinare le necessità e le vulnerabilità. L’Unhcr ha consegnato più di 15 camion con provviste, tra cui materassini, materassi, coperte, kit di igiene e giacche invernali”, spiega in una nota l?alto commissariato delle Nazioni Unite.

Unhcr aiuta migranti abusati dai contrabbandieri

Tra i rifugiati e i migranti che hanno subito abusi dai contrabbandieri, ci sono donne in gravidanza e neonati. Quasi tutti bisogno di urgenti cure mediche, alcuni per ferite da arma fuoco e altri con segni visibili di abuso. Inoltre, “molti rifugiati e migranti affermano di essere stati picchiati e costretti a lavorare per lunghe ore senza cibo e acqua e sono stati tenuti in condizioni critiche, spesso senza servizi igienici o ventilazione”. Nella relazione, inoltre, si parla di un numero preoccupante di bambini non accompagnati che hanno perso i genitori durante il viaggio in Libia . “I centri di detenzione e i punti di assemblaggio sono ora in piena capacità e non dispongono di servizi di base come serbatoi d’acqua e strutture sanitarie. Molte persone – conclude Unhcr – tra cui i bambini, devono dormire all’esterno”.

Scandalo traffico esseri umani in Niger

Nel frattempo in Nigeria è scoppiato lo scandalo sul traffico di esseri umani che ha coinvolto l’ex primo ministro del Niger, Hama Amodou, e sua moglie Hazida Hama. La conferma è arrivata da Julie Okah-Donli, direttore generale dell’Agenzia nazionale per il divieto di traffico di persone (Naptip).

Dalle indagini è emerso che la coppia ha adottato due bambini che sono stati fermati in Nigeria, e arrestati a Sokoto pochi giorni fa dal Servizio Immigrazione della NigeriaDonli ha spiegato che il Naptip era a conoscenza dell’arresto e della detenzione dei due figli adottati da Amodou. Il direttore generale ha poi affermato: “Naptip è consapevole della questione, ma non parlerò più perché c’è un’ inchiesta e il responsabile dell’immigrazione in Nigeria sta investigando sulla questione. Al momento opportuno, parleremo. Per noi la prevenire è meglio che curare. Noi intendiamo impedire che accada. Andremo nelle comunità – ha spiegato Donli – stiamo coinvolgendo tutta la società e tutti i governi. Non è solo una lotta del governo federale, che include i media e per questo siamo qui oggi. Abbiamo intenzione di collaborare con tutti per continuare a educare la gente. A volte, il traffico di esseri umani avviene a causa della mancanza di conoscenza, di ignoranza e di povertà. È un pacchetto completo che coinvolge tutti i cittadini, i governi locali, le donne leader, i governatori e tutti gli altri “, ha sottolineato.

Secondo l’Independent il Governo era stato avvisato

Una fonte avrebbe dichiarato che il contrabbando dei bambini in Nigeria è stato oggetto di indagini, ma non c’era volontà di fermarlo. Secondo l’Independent il ministro dell’Interno, il generale Abdulrahman Dambazau, aveva presentato formalmente il problema al presidente Muhammadu Buhari per una soluzione diplomatica, ma né il ministro dell’Interno né Babandede hanno indetto nuove indagini. Il capo del Naptip è convinto che il traffico di esseri umani “non è solo un disastro nazionale, ma è anche un’epidemia internazionale”.

Malta, opposizione:” Ultimi cinque anni polizia ci ha fatto sembrare un Paese delle Banane”

in Internazionale da

“I commissari di polizia che ci sono stati negli ultimi 5 anni hanno fatto sembrare Malta un Paese delle banane”. Questo l’affondo portato dall’ex leader dell’opposizione Simon Busuttil in Parlamento contro il premier maltese Joseph Muscat. “Dovrebbe dimettersi. Chi è responsabile? Senza dubbio per me lo è il primo ministro. Nessuno dice chi abbia fatto il delitto o che lo abbia commissariato, Dio mi proibisce di pensarci, ma come leader è responsabile di tutto quello che succede in questo Paese e a dove ci ha portato adesso”, ha continuato.

Cinque giorni sono trascorsi dall’assassinio della blogger Daphne Curuana Galizia e sono ancora troppi i dubbi e le incertezze che avvolgono il delitto e le responsabilità. Che cosa sapeva? Perchè ucciderla in maniera così teatrale? Quanti avevano interesse ad eliminare Daphne? Queste e altre domande si pongono investigatori, stampa e cittadini maltesi.
Per placare le acque non poco agitate nel Paese, la polizia ha indetto una conferenza stampa durante la quale il commissario di polizia Lawrence Cutajar ha risposto a qualche domanda, senza però sbilanciarsi su quello che “potrebbe influenzare negativamente le indagini in corso”. Durante l’incontro con i giornalisti è stato sottolineato che le indagini sono guidate dalle autorità locali in collaborazione con quattro agenti dell’Fbi e quattro funzionari olandesi che assistono alle indagini forensi. Cutajar ha spiegato che per la risoluzione del caso i maltesi si stanno avvalendo anche dell’unità informatica e della polizia divisoria.

Un’atmosfera tesa e caotica quella della conferenza, dove più volte è stato chiesto di fare silenzio. Tante le domande rivolte alle autorità da parte dei giornalisti, ma il commissario ha affermato di non poter commentare gli aspetti più rilevanti,  se ci siano stati filmati della casa o dell’area circostante o in merito al tipo di materiale utilizzato per l’autobomba nè tanto meno se siano stati recuperati documenti appartenenti a Galizia. Cutajar ha però specificato che l’arrivo dell’Fbi non era previsto per questo caso ma per un altro inerente al traffico di esseri umani ma, vista la difficoltà del caso,  hanno chiesto un supporto. “Abbiamo chiesto assistenza straniera perché una volta arrivati sul posto abbiamo notato ci sarebbero state diverse difficoltà”, ha detto il commissario. “Stiamo facendo del nostro meglio per risolvere questo caso e tutte le nostre risorse sono concentrate nella sua soluzione”, ha concluso Cutajar. All’incontro erano presenti anche il vice commissario Silvio Valletta e i commissari Kevin Farrugia e Martin Sammut.

Il leader dell’opposizione Adrian Delia non è affatto soddisfatto del lavoro della polizia maltese e chiede le dimissioni del commissario perché ” Il meglio che possono fare non ci offre il conforto che le cose siano state fatte nel miglior modo possibile”, riferendosi anche alla sfiducia dimostrata dai cittadini del Paese nei confronti di Cutajar. Ha così proposto che venga nominato un altro commissario votato dalla maggioranza dei due terzi del Parlamento.

 

 

Scenarieconomici: Il Consiglio d’Europa dell’assurdo va contro la Svizzera

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Siamo alla follia. Adesso il Consiglio d’Europa, nell’ambito del dilagante fascismo comunitario finalizzato ad autoreferenziare l’essenza europea anche all’estero (a breve ci attendiamo l’esercito EU impegnato in scorribande militari neocoloniali in giro per il globo, ndr) oltre che a scaricare i costi del fallimento europeo – voluto, vista l’asimmetricità degli interessi in gioco – sui paesi più deboli dell’eurozona, si scaglia anche contro la solida Svizzera. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI

Caduta Raqqa si apre un nuovo fronte: dal Sinai Isis punta a Israele

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Circa 16 milioni di sterline egiziane, l’equivalente di 1 milione di euro, è l’ammontare della somma portata via la scorsa settimana da miliziani della Wilayat Sinai, alleati dell’Isis, in una rapina perpetrata in danno della filiale della Banca nazionale egiziana a Al Arish il 15 ottobre. L’azione è stata condotta seguendo una precisa strategia che ha previsto l’attacco diversivo da parte di un gruppo armato ai posti di blocco, dislocati nella zona dell’istituto di credito e la chiesa copta di San Giorgio, mentre un secondo commando compiva l’irruzione in banca e la presa di ostaggi. Seguiti dalla fuga con il bottino a bordo di un fuoristrada predisposto all’uscita posteriore dell’edificio. Il bilancio è di 13 morti, tra cui 7 agenti di polizia e 6 civili.

Nella stessa giornata i miliziani del Daesh hanno compiuto un raid contro un posto di blocco dell’esercito egiziano in località Karm al Qawadis, nel Sinai settentrionale in prossimità del confine con Israele. Attacco rivendicato con un comunicato postato su Telegram che ha anche annunciato la morte del comandante dell’unità, Abu Yousef al Masry, avvenuta durante il blitz.

Ma la dimostrazione dell’estrema vitalità della Wilayat Sinai si è avuta in serata quando due razzi sono stati sparati dal nord della penisola egiziana e sono caduti nella regione di Eshkol in Israele, vicino alla Striscia di Gaza, senza comunque provocare vittime. Anche in questo caso è apparsa subito la rivendicazione da parte dello Stato islamico che ha inteso dedicare l’attacco al defunto Abu Muhammad al Adnani.

Non è la prima volta che gli islamisti del gruppo che ha prestato giuramento ad al-Baghdadi nel novembre 2014, tentano di colpire lo Stato ebraico. Già noto come Ansar Bayt al Maqdis e rinominatosi in Wilayat Sinai, si mostra come il più tenace e strenuo difensore del territorio della penisola, nonostante i reiterati sforzi di riconquista da parte dell’esercito di al-Sisi che ha già pagato un duro prezzo in termini di vite umane nel confronto armato con i jihadisti.

A seguito degli avvenimenti le autorità egiziane hanno annullato la decisione di riaprire per motivi umanitari il valico di Rafah, alla frontiera con la striscia di Gaza

Le reiterate minacce da parte dei vari portavoce dell’Isis di un appoggio incondizionato alla lotta degli arabi-palestinesi contro Israele, se da una parte non hanno trovato riscontri sul terreno dello scontro militare, dall’altra non devono scadere nella sottovalutazione. La presenza di cellule attive di miliziani del Califfato, infatti, è una costante rilevata a partire dalle alture del Golan, a Gaza, sino alla penisola del Sinai.

Il canale 2 della televisione israeliana, ultimamente, è riuscito ad ottenere alcune immagini di un’enclave islamista sul Golan, in territorio siriano, controllata dall’Isis poco lontano dal confine con Israele. Il video ha documentato la presenza di un campo di addestramento con circa 300 jihadisti intenti a ricevere istruzioni da parte dei capi militari, tra i quali figurerebbe anche Abu Hamam Jazrawi, uno dei reclutatori più noti dello Stato islamico.

Nonostante la caduta di al Raqqa, capitale dell’autoproclamato Califfato islamico, i vertici dell’Isis non sembrano affatto essersi rassegnati alla sconfitta. Anzi, rilanciano quotidianamente i loro appelli alla mobilitazione contro i miscredenti fornendo le istruzioni per il reclutamento nelle varie zone sotto il loro controllo. Dai confini con Israele, sia la formazione “Khalid ibn al-Walid”, affiliato all’Isis, sia Jabhat Fateh al-Sham, già Fronte al-Nusra, legato ad al-Qaeda, diffondono via web i loro slogan contro l’Occidente e i vertici dell’Israel Defence Forces, non sottovalutano le minacce e si dicono convinti di un inevitabile e risolutivo scontro in risposta a eventuali attacchi transfrontalieri da parte dei jihadisti che li porti a eliminare definitivamente la minaccia incombente.

La situazione nella Striscia di Gaza

E se sul Golan la minaccia è quantomeno visibile, nella Striscia di Gaza è più infida, celata tra gli accampamenti arabi e le poche strutture in grado di mimetizzare la presenza di campi di addestramento dei miliziani legati al Daesh. Il gruppo denominato Alwiyah Naseer Salahuddin, con qualche centinaio di aderenti, è uno dei più popolari tra i sostenitori del Califfato nella striscia di Gaza. Nella piazza al-Katibah della città i miliziani sono soliti esibirsi in parate militari e fare proselitismo porta a porta nelle abitazioni degli arabi-palestinesi, mentre la parte addestrativa viene svolta in quartieri periferici al di fuori degli sguardi indiscreti, pur potendosi avvalere di una diffusa omertà tra la popolazione che vede i guerrieri del Califfo più come dei liberatori da Israele piuttosto che come degli oppressori.

Isis nella Penisola del Sinai

La presenza dell’Isis nella penisola del Sinai, a differenza degli insediamenti nel Golan e a Gaza, è più appariscente, legata al mantenimento del controllo delle principali vie di comunicazione tra Egitto e Israele e, soprattutto, alla città di al Arish, dove il Daesh mantiene costante la sua presenza e respinge gli attacchi delle forze di sicurezza egiziane che da mesi tentano di riappropriarsi di quella parte di territorio. La diffusione del Daesh nella penisola sinota è il pericolo più imminente per Israele, avendo in comune centinaia di chilometri di confine non sempre impermeabile alle sortite dei miliziani e, soprattutto, il valico di Rafah, tasto dolente per il passaggio di islamisti camuffati da civili in transito e di armamenti per la Striscia di Gaza introdotti a mezzo delle decine di cunicoli sottostanti i reticolati.

Quelle che si possono considerare le enclavi chiave del Daesh, dopo la caduta di Raqqa, il sud della Libia e il Sinai, che continuano a mantenere costante l’insidia con blitz condotti contro le forze regolari di Haftar e al Sisi, rappresentano concretamente come l’ideologia instillata da al-Baghdadi nell’animo dei suoi adepti sia ben lungi dall’essere stata sconfitta.

Se si possono escludere contrattacchi dei miliziani del Daesh su vasta scala, così non è per il pericolo derivante dalle centinaia di cellule dormienti di jihadisti sparse tra il nord dell’Africa, il Medio Oriente e il continente europeo che autonomamente potrebbero decidere di innescarsi e continuare a seminare il terrore. Senza contare la variante fornita dai dettami di Hamza bin Laden che vorrebbe un’unità dei gruppi jihadisti che dall’Isis si allargherebbe ai gruppi africani di Boko Haram, Shaabab e Al Qaeda nel Maghreb Islamico, costituendo un’organizzazione del terrore nuovamente dedita a una visione mondialista della jihad, così come profetizzato dal defunto Oussama.

Malta, dalla mafia italiana a quella russa: tutti i nemici di Daphne Galizia

in Internazionale da

Daphne Curuana Galizia è senza dubbio morta per mano mafiosa. Resta da capire da quale organizzazione in particolare, ma di mafia si tratterebbe.Questa è la convinzione degli investigatori locali che stanno indagando sull’uccisione della giornalista maltese avvenuta nei giorni scorsi.

Le piste che si seguono

Passano le ore e le piste seguite dagli investigatori aumentano. D’altronde, la cronista uccisa aveva ficcato il naso un po’ ovunque e aveva denunciato un difuso sistema di corruzione. Governo e opposizione, nessuno risparmiato. E dunque le ipotesi di infiltrazioni mafiose sono numerose: quella italiana, in particolare la mafia e la ‘ndrangheta, quella libica per gli interessi petroliferi e quella russa per lo strozzinaggio di alto bordo.

Come era prevedibile, dopo il cordoglio iniziale, è iniziato lo scambio di accuse. Mentre il primo ministro, Joseph Muscat ha fatto un lungo intervento in diretta tv dove ha parlato di ricerca di verità per la morte della blogger, dichiarandosi pronto a offrire una ricompensa a chiunque avesse notizie utili, è arrivata puntuale la risposta del leader dell’opposizione Adrian Delia che ritiene il premier incapace di condurre le indagini.

Malta centro nevralgico nel Mediterraneo

Ma perché Malta? La risposta Galizia l’aveva trovata nella conveniente tassazione del Paese. Solo l’8% di iva e la privacy come garanzia. Infatti nel Paese de La Valletta tutti i nomi possono essere nascosti. Motivo? Nelle company act possono risultare solo i nomi degli imprenditori locali. Ma non solo. Malta, piccola isola europea del Mediterraneo vicina all’Italia, è un punto di snodo strategico per l’Europa e per l’Africa, pare indispensabile per il passaggio di droga, prostituzione e traffico di esseri umani.
“Malta si sta trasformando in un circo. L’unica cosa che dobbiamo sapere sul leader dell’opposizione è se sia in grado di correre con il suo Paese e di come ha intenzione di farlo. Non abbiamo bisogno di vederlo una domenica mattina con la giacca pronto a mangiare hamburger in un barbecue”. Così ha scritto Garizia in uno dei tanti post del suo blog dedicati al leader dell’opposizione, anche lui nel mirino della cronista. Questo però non sembra aver toccato così tanto Delia che un giorno, prima della morte della donna, dichiarava che “Malta era il posto più sicuro del mondo tanti anni fa, oggi sta diventando il centro per il traffico di droga, prostituzione e traffico di esseri umani”. Proprio a questo faceva riferimento la blogger uccisa quando nell’ultimo periodo aveva parlato nelle sue inchieste di qualcosa di molto scomodo e delicato: la mafia nell’isola.

L’esplosivo utilizzato per uccidere Garizia proveniva dall’Italia

Alcune fonti locali ritengono che l’esplosivo utilizzato per l’autobomba della Galizia provenga dall’Italia. Un testimone ha parlato di due esplosioni, una a distanza di pochi secondi dall’altra. E per noi italiani non è nulla di nuovo. Giovanni Falcone e Paolo Borsellino sono morti nel medesimo modo.

I Malta Files considerati dal Governo  ‘fake news’

A maggio di quest’anno  grazie a un poll di giornalisti, tra cui anche l’Espresso, scoppia lo scandalo dei MaltaFiles  dal quale è emerso che “Malta è un obiettivo per le imprese legate alla mafia italiana, agli squali di prestito russo e ai più alti livelli dell’elite turca”.
A tutto questo, ai Malta Files e alle denunce dei giornalisti, il Governo maltese ha risposto definendo tutto una ‘fake news’ e anche se il processo sembrava legale, Malta non avrebbe soddisfatto tutti i requisiti per controllare eventuali casi di frode. I leader maltesi hanno sostenuto che il controllo della politica fiscale sia l’unico strumento che rimane per i piccoli Stati dell’Ue di rimanere competitivi.

I giornali di tutto il mondo parlano di lei

Intanto nel mondo tutte le testate giornalistiche parlano di lei. Il The Indipendent ha titolato: “La giornalista assassinata per aver fatto vedere la corruzione”. Il New York Times, invece, crede che dopo la morte della cronista ci sia una minaccia globale. E Le Figaro scrive:” Un’impavida blogger assassinata”. El Pais parla di una giornalista assassinata per le indagini sulla corruzione del Governo maltese.

 

New York Times agli italiani del nord: volete più autonomia da Roma?

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Prima la Scozia, poi la Catalogna e adesso tocca anche a Milano e Venezia? A chiederselo è il New York Times che in un articolo pubblicato ieri racconta la strana (per loro) tranquillità e rilassatezza che contraddistingue il pre-referendum.

“Se non fosse per qualche cartellone e qualche taxi con la pubblicità un visitatore non si accorgerebbe nemmeno che si celebrerà un voto”, rileva il quotidiano della grande mela. In America, questa recente ondata di spinte autonomiste, ha creato un certo interesse. Vista come la terra dell’immutabilità e della storia millenaria, l’Europa, negli ultimi anni, ha ricominciato a suscitare curiosità  per il particolare e frammentato quadro politico, completamente differente dal rigidissimo bipolarismo che connota il sistema degli Stati Uniti.

Nell’articolo ci si interroga, poi, sull’effettiva concretezza di un referendum, quello sulla maggiore autonomia di Lombardia e Veneto da negoziare con Roma che essendo di tipo consultivo rischia, secondo gli osservatori, di non sortire gli effetti sperati, sia per la sua natura meramente consultiva e sia per il pericolo di una bassa affluenza alle urne che potrebbe inficiare il valore politico generale dello stesso referendum. Un po’ quanto in tutta Italia ci si domanda da tempo, anche a fronte dei costi esorbitanti, circa 64 milioni di euro per una tornata elettorale che, anche a detta del New York Times, somiglia più ad un sondaggio privo di risvolti concreti. Sul risultato plebiscitario, in termini di Sì, dubbi non ce ne sono. Come per ora non sembra che le intenzioni dei governatori Maroni e Zaia siano quelle di accelerare una qualche sorta di autonomia politica sulla falsariga di quanto messo in atto dalla Catalogna. Ma c’è chi ricorda che anche a Barcellona, anni fa, si era cominciato così…

Venezuela, un Paese allo sbando dopo le elezioni farsa

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

I risultati delle ultime elezioni tenutesi in Venezuela lo scorso 15 ottobre sono stati messi in forte dubbio da numerosi analisti ed esperti che reputano sospetto tutto l’iter elettorale, dalla campagna di avvicinamento al voto allo spoglio delle schede.

La Mesa de Unidad Democrática (MUD) ha denunciato numerosi brogli rilevati ai seggi elettorali e ha respinto gli esiti della consultazione. I risultati, scontati, hanno visto la conquista di 17 seggi sui  23 disponibili da parte del Psuv, il Partito Socialista Unido del Venezuela del Presidente Maduro.

Il portavoce del Mud, Gerardo  Blyde, a fronte degli esiti del voto, ha invitato i venezuelani a scendere nuovamente nelle strade per continuare le proteste che da mesi sconvolgono il Paese sudamericano e hanno provocato circa 130 vittime.

Fonti della stampa locale hanno posto in risalto numerosi rapporti che trattano dell’utilizzo intimidatorio  dei Los colectivos“, gruppi armati paramilitari coinvolti nei traffici del crimine organizzato, in combutta con funzionari di alto rango appartenenti al “Cartel de los Soles” e sostenitori del governo Maduro.

Il  Cartel de los Soles, secondo fonti accreditate presso la stampa, comprenderebbe centinaia di elementi appartenenti alle forze armate venezuelane e alla Guardia Nazionale (GNB) dediti al traffico internazionale di stupefacenti provenienti dalle regioni di Apure e Zulia e dai confini con la Colombia.

La svalutazione della moneta locale, il Bolivar, avrebbe condotto i trafficanti a pagare i carichi di cocaina con spedizioni di armi o con l’offerta di partnerariato  commerciale con i gruppi colombiani nei traffici transnazionali con l’Honduras, Santo Domingo o il Suriname, selezionati come teste di ponte per le spedizioni in Europa e Africa.

In Venezuela le persistenti gravissime condizioni economiche e della sicurezza hanno provocato un fenomeno di emigrazione convulsa di moltissimi cittadini verso Stati Uniti,  Spagna e Italia, fornendo, inoltre, ai gruppi criminali della regione un’inaspettata offerta di lavoro a basso costo che ha alimentato il contrabbando di benzina e il traffico di esseri umani, soprattutto sul confine colombiano e fino a poco tempo fa quello brasiliano. Le scorrerie delle bande di confine hanno addirittura portato la città brasiliana di Pacaraima a essere sottoposta a assedio per impossessarsi dei beni locali, ricercatissimi in Venezuela.

 

Morte Galizia, Malta attende Fbi. Il figlio: “Governo di corrotti”

in Internazionale da

Le indagini continuano e Malta aspetta l’arrivo dell’Fbi per l’omicidio di Daphne Caruana Galizia, la giornalista fatta esplodere a Malta nella sua auto, una Peugeot 108 presa in affitto. Conosciuta ai più per le sue inchieste considerate scomode ai poteri alti, ha lavorato per anni al caso delle Panama Paper , nel particolare nei Malta files. Secondo la denuncia fatta dalla Galizia proprio nella piccola isola del Mediterraneo ci sarebbe il paradiso (pirata) fiscale europeo

Minacce di morte, l’ultima 15 giorni prima di morire

Le denunce però non sono bastate. Alle quindici del 16 ottobre la blogger é uscita di casa mettendosi in macchina ed è morta qualche secondo dopo. Alcune fonti locali parlano di un dispositivo fatto esplodere a distanza, forse con un telefono cellulare. Il primo a chiamare i soccorsi sarebbe stato uno dei suoi tre figli che era in casa in quel momento.
Tra i primi a condannare l’atto é stato il premier maltese Joseph Muscat, considerandolo un gesto barbaro e imperdonabile. “Caruana Galizia era fortemente critica nei miei confronti – ha detto – sia dal punto di vista politico che personale, ma nessuno può giustificare questo atto barbaro”. Poi ha annunciato: “Non mi fermerò finché non verrà fatta giustizia”.
Secondo le indagini e le notizie riportate dalla giornalista, Muscat era tra i nomi del Malta Files ed era in affari, tramite la moglie, con gli Emirati Arabi. Fondi e tangenti in cambio di accordi in ambito energetico.
Il premier si è sempre detto convinto di poter dimostrare la sua innocenza ed è stato lui a chiedere l’apertura di un’inchiesta. Ma lo scandalo che lo travolse fu molto grande costringendolo e  elezioni anticipate. In quell’occasione Garizi dichiarò che avrebbe lasciato il Paese qualora avessero vinto di nuovo i laburisti perché per lei sarebbe stato troppo pericoloso. E così di fatto è stato. L’ultimo post pubblicato dalla giornalista risale a qualche minuto prima della morte scrivendo che nel Paese c’era una situazione disastrosa e che era pieno di criminali.

Le parole del figlio: “Governo di corrotti”

“Mia madre è stata assassinata perché si è trovata in mezzo tra la legge e coloro che cercano di violarla, come molti altri giornalisti coraggiosi”, ha scritto su Facebook Matthew Caruana Galizia, figlio di Daphne, che fa parte del Consorzio di giornalismo investigativo che ha scoperto lo scandalo dei Panama Papers e il successivo filone maltese. “Ma è stata colpita anche perché era l’unica a farlo. Ecco cosa accade quando le istituzioni dello Stato sono incapaci: l’ultima persona che rimane in piedi spesso è un giornalista. E quindi – ha continuato- è la prima persona che deve morire. Il governo di Malta ha permesso che si alimentasse una cultura di impunità. E’ di poco conforto sapere che il premier di questo Paese ora dica che non avrà pace fino a quando gli assassini non saranno trovati, quando è lui a guidare un governo che incoraggia la stessa impunità. Prima – ha concluso- ha riempito il suo ufficio di corrotti, poi ha riempito la polizia di corrotti e imbecilli, infine ha riempito i tribunali di corrotti e incompetenti”. Un messaggio duro riferito anche a ciò che ha scritto sui social uno dei poliziotti addetto alle indagini e che ha esultato della morte della blogger, sottolineando come ognuno alla fine abbia ciò che merita.

 

Una storia che sembra essere un film che gli italiani conoscono bene

Negli ultimi 30 anni sono stati tanti a morire per aver denunciato sistemi corrotti e criminali come la mafia. Giornalisti e magistrati fatti esplodere come giocattoli e molti altri che vivono nella paura e in attesa di pagare il loro conto per aver fatto il proprio lavoro. Tra i messaggi di cordoglio anche quello del giornalista italiano Paolo Borrometi, anche lui conosciuto per essersi messo contro la mafia in Sicilia e per questo scortato dalla polizia. “Cara Daphne: i nostri Paesi hanno bisogno del giornalismo libero di denuncia. Hai la mia stima e, dovunque Tu sia, sono certo continuerai a fare inchieste…Tu donna Libera, continuerai ad essere tale. Malta, però, ha l’obbligo di dare spiegazioni: ha perso, abbiamo perso, una collega straordinaria, una donna libera, un esempio per tutti coloro credono nel giornalismo libero”, ha scritto Borrometi.

E se quello che vediamo somiglia a un film non sarebbe sbagliato sperare in un lieto fine per la sua memoria, per quella delle altre vittime e per chi ogni giorno continua a fare lo scomodo lavoro di raccontare le verità seppellite, nascoste e invisibili nel mondo.

Somalia: l’ombra di al-Shaabab sulla strage di Mogadiscio

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Sono trascorsi tre giorni dalla strage compiuta nel centro di Mogadiscio da due camion carichi di esplosivo e il bilancio continua ad aggravarsi. Sarebbero più di trecento i morti e 450 i feriti, ma la conta delle vittime non accenna a fermarsi.

Secondo una tecnica consolidata, alla prima esplosione, avvenuta vicino al ministero degli Esteri somalo, è seguito l’innesco del secondo camion imbottito di esplosivo, probabilmente tritolo, fatto detonare poco distante dal primo, all’arrivo dei primi soccorritori e dei mezzi per il trasporto delle vittime. Gli ospedali di Mogadiscio sono al collasso. Sono stati lanciati numerosi appelli per la donazione del sangue e sono stati inviati aiuti anche da parte dell’Onu e dell’Unione africana.

Le esplosioni hanno fatto strage tra le centinaia di venditori ambulanti che durate la giornata affollano le strade centrali del quartiere Hodan, nella capitale somala, ma anche di uno scuolabus carico di alunni. L’hotel Safari, devastato dall’esplosione, è crollato, e tra le sue macerie sono ancora in corso le ricerche dei corpi delle vittime. Anche la prospiciente ambasciata del Qatar è rimasta seriamente lesionata, così come tutti gli edifici della zona centrale, colpiti dall’onda d’urto dell’esplosione.

Principali indiziati per l’attentato sono i fondamentalisti islamici al-Shaabab che avrebbero compiuto la strage con l’appoggio di al-Qaeda, indispensabile per la fornitura dell’enorme quantità di esplosivo utilizzato per armare i 2 camion.

Da alcuni mesi, infatti, gli jihadisti somali si avvalgono di consiglieri e tecnici appartenenti all’organizzazione terroristica guidata da Hamza bin Laden, nell’ottica di un radicamento della presenza di al-Shaabab in Somalia e di espansionismo territoriale in Africa orientale. La strategia sarebbe stata concordata con i gruppi di Al Qaeda nel Maghreb islamico, operante nella zona centro – nord del continente africano e di Boko Haram, la cui infiltrazione nella zona occidentale è in costante crescita.

L’obiettivo dei terroristi era, probabilmente, proprio il ministero degli Esteri, preso di mira poiché simbolo della politica filo – occidentale del governo e del presidente somalo Mohamed Abdullahi Mohamed, eletto nel mese di febbraio che, a seguito dell’attentato, ha proclamato tre giorni di lutto nazionale.

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