La Percezione Della Sicurezza

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Internazionale

Internazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale ed internazionale.

Gasdotto, sindaco di Melendugno: “Non ci fermiamo qui”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, non finirà qui”. Lo ha dichiarato a Ofcs Report il sindaco di Melendugno Marco Potì.

All’indomani della protesta dei NoTap a Melendugno,in provincia di Lecce, la situazione non sembra migliorare. La tensione è ancora alta tra le forze dell’ordine e i cittadini del Salento che manifestano
il proprio dissenso per la costruzione del gasdotto che porterà la fornitura di gas azero in Europa. Davanti ai cancelli, insieme al sindaco Marco Potì, anche altri 10 colleghi dei paesi vicini che sin dalla mattina presto
hanno protestato insieme ai manifestanti. I 10 sindaci sono stati portati via di peso dalla polizia insieme agli altri dimostranti. Ingente la presenza delle forze dell’ordine, circa un agente ogni due manifestanti , che hanno presidiato la zona per tutelare i lavori in corso di espianto degli ulivi.
Il presidio del comitato No Tap è presente sul posto da circa quattro giorni.  Intanto i camion che trasportano le piante continuano a uscire dai cancelli. Non si sa ancora quante persone rimarranno fuori a manifestare ma sembrerebbe certa la permanenza dei primi cittadini.

Congresso Pd nel Salento, denuncia irregolarità e viene attaccata

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Copertino

Nel grande dibattito attorno al Congresso del Pd e proprio durante i primi pronunciamenti delle assemblee locali ha destato un notevole scalpore il caso “Copertino”. Copertino è un piccolo comune del leccese dove, per motivi ancora non chiariti a livello ufficiale, i delegati sono stati decisi nientemeno che a tavolino col manuale Cencelli alla mano. A denunciare l’accaduto a Ofcs.report è Anna Inguscio, consigliera comunale del comune salentino che al nostro settimanale racconta l’episodio.

Consigliera Inguscio, questa sua denuncia ha destato l’attenzione di molti osservatori del mondo dei media. Cosa è successo? Si può parlare di congresso-farsa?
“Fino ad un certo punto il congresso si è svolto regolarmente, le mozioni sono state presentate secondo le procedure statutarie fino a mezzogiorno del 26 marzo. Poi, ad un certo punto, uscendo dalla stanza in cui si erano riuniti, due responsabili locali dichiarano all’assemblea che, essendo stato raggiunto un consenso unanime, si sarebbe deciso di dividere i voti nel seguente modo: 100 alla mozione di Renzi, 85 a quella di Emiliano e 65 a quella di Orlando. Il tutto per “non spaccare il partito” L’assemblea ha poi preso atto, con un solo voto contrario”.

E la reazione della platea?
“Molti militanti se ne sono andati, molti arrabbiati”.

All’indomani della sua denuncia a vari organi di informazione come hanno reagito i suoi colleghi di partito?
“In molti mi hanno attaccata. Ho solo ricevuto attacchi, come poi è facilmente riscontrabile su Facebook. Dicono che con queste mie dichiarazioni avrei diviso il partito”.

A livello istituzionale qualcuno si è espresso?
“Semplicemente per fatti concludenti, visto che il congresso si ripeterà sabato prossimo. La commissione di garanzia ha giustamente annullato i risultati. C’è da dire che mi aspettavo una reazione differente, almeno da parte degli organismi regionali”.

Possibile che tutta la platea fosse d’accordo?
“Affatto. Questa “spartizione” non è stata nemmeno votata”.

Trattati di Roma, così è avvenuta l’involuzione dei leader comunitari

in Internazionale/Relazioni Internazionali da
Trattati di Roma

Le celebrazioni del sessantesimo anniversario dei Trattati di Roma, hanno evidenziato, prima del forte simbolismo, la stanchezza e la ripetitività di certi riti comunitari, frutto di una lunga tradizione protocollare. Questa Europa malconcia, sempre meno resistente ai feroci attacchi da parte dei neo-nazionalismi imperanti, incensa se stessa, ricordando i tempi di una alleanza di ferro, a sei nazioni, che sì, allora, sembrò (e fu) preponderante, innovativa, lungimirante. Oggi di quella Europa intima e giovane, aperta, veloce non rimane nulla. Non è un caso, forse, che qualche giorno fa le agenzie di stampa a Bruxelles abbiano fatto trapelare la notizia della prossima “abolizione” della tradizionale foto di gruppo al termine dei summit. A parte la difficoltà oggettiva e lo scarso interesse nel ritrarre una platea di soggetti, sconosciuta alla maggioranza, e sempre più lunga, basta un semplice giochino di editing, ormai in voga sul web, per accostare quanto e chi immortalato in questi giorni con i vecchi leader del passato: Hollande al posto di Mitterrand, Merkel al posto di Kohl, Gentiloni al posto di Craxi e la May al posto della signora Thatcher rappresentano, plasticamente, l’involuzione politica e di peso specifico che la nuova Europa ha vissuto a scapito del suo, anche recente, passato.

La crisi del sistema partito classico

La crisi del sistema partito classico, di cui l’Italia è stata ed è tuttora protagonista, ha determinato, anche agli occhi dei meno acuti osservatori, un sostanziale abbassamento della qualità dei profili delle personalità che oggi sono chiamati nelle istituzioni parlamentari e governativi.
Ma allo stesso poco attento osservatore non sarà sfuggito, come, alla fine, neanche l’Europa se la passi meglio. L’involuzione, quasi paradossalmente contraria ai principi darwiniani, colpisce effettivamente tutto il vecchio continente. Ed ecco come alcuni motivi della crisi possano essere facilmente spiegati. Non possiamo nasconderci come molti dei fallimenti delle politiche comunitarie, anche a livello monetario, possano essere ascrivibili alla scarsa capacità dei leaders di turno. Brexit – solo per prendere come esempio una delle ultime catastrofi – è stata frutto di una scelta politica precisa, poco ponderata, di David Cameron che, alla fine, per ottenere sempre più agevolazioni dalla matrigna Bruxelles, ha ottenuto il nulla. Caduto nella stessa trappola che aveva architettato, per ricevere un nuovo, forte mandato dagli elettori britannici, Cameron non ha che decretato un pericoloso salto nel buio di una superpotenza mondiale oltre che, la sua, personale, rovinosa caduta. Da Tsipras a Podemos, da Grillo a Salvini, passando per Orban, la premier polacca Beata Szydło e i populisti alla Le Pen, Farage, Wilders: sono tutti frutto di una Europa che sotto i leader degli anni ’80, ad esempio, mai avrebbe potuto concedere tanto ascolto ai populismi e ai nazionalismi di ritorno. Sarà stata, forse, la necessaria burocratizzazione seguita ad un auspicabile, sì, ma forse troppo repentino, allargamento ad est o forse, un ampliamento dell’area del mercato monetario comune, utile a determinati soggetti ma dannoso ad altri, specialmente per gli ultimi, ma l’Unione Europea mai era parsa così irrilevante e marginale nel processo decisionale mondiale. E la poca capacità di leadership non può che incidere su questo stallo. In questa situazione non può che gioire, amaramente, tutta quella platea di – stavolta attenti – osservatori i quali non potranno non constatare come, in effetti, in buone mani non siano solo gli italiani ma un pò tutti. Mal comune, mezzo gaudio?

Medio Oriente, forze anti-Isis vicine a vittoria ma al Baghdadi non molla

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da

Sono lontani i giorni gloriosi del Califfato. Le truppe di Al Baghdadi potrebbero anche, difficilmente, convertire le sorti del conflitto, ma ora giocano una partita decisamente difensiva. Ma la gestione di queste fasi del conflitto ora vanno ben ponderate, infatti due interventi dal cielo, presumibilmente dalla mano occidentale, rischiano di minare l’appoggio all’avanzata della coalizione anti-Isis.

Su entrambi i fronti, quello iracheno a Mosul e quello siriano a Raqqa, gli jihadisti sono costretti a subire un martellamento da parte delle forze lealiste, appoggiate dalla coalizione.

Sul fronte siriano si avvicina il giorno del giudizio: le forze democratiche sono arrivate a meno di 60 chilometri dalla roccaforte dello Stato Islamico. Il luogo della linea d’avanzamento si sarebbe stabilito sulla diga di Tabqua, costruita nel 1973 e ora danneggiata da un raid alleato. Un bombardamento dal target poco preciso o una trovata della propaganda islamista? Non è dato saperlo, ma lo Stato Islamico non avrebbe tardato a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, nascondendosi all’interno dell’invaso. Secondo alcune fonti locali, è in quelle gallerie e in quei cunicoli che il Califfato starebbe organizzando la difesa della città siriana. Lì ci sarebbe anche il leader degli estremisti islamici: Al Baghdadi.

Le forze che starebbero circondando la città sanno che la struttura di Tabqua non va ulteriormente danneggiata. Si tratta di un invaso troppo importante strategicamente per l’area e un incidente con il coinvolgimento della diga minerebbe l’incolumità di migliaia di civili della zona. Un rischio già paventato dagli jihadisti che hanno avvertito la popolazione invitandola ad evacuare la zona per il pericolo inondazione e accusando gli Usa di aver messo in pericolo la popolazione.

In realtà la diga di Tabqa è stata alterata nel suo funzionamento già dal 2014, quando l’Isis ne prese possesso. Gli jihadisti infatti, non sapendo regolare l’impianto e non facendo alcuna opera di manutenzione, avrebbero manomesso il meccanismo di depurazione. Le conseguenze dell’incuria sarebbero state già provate dalla popolazione civile, colpita da malattie ed epidemie.

Una sorte diversa è toccata invece alla diga di Mosul, la cui manutenzione è affidata all’impresa italiana “Trevi”, ma si parla di un bacino dall’importanza e dalla capienza di gran lunga più grande.

Ed è proprio nella città irachena che lo scontro fra le forze lealiste e gli uomini neri del Califfato deciderà le sorti della guerra. La battaglia per Mosul va avanti da tempo e la vittoria sembra stia lentamente, ma con pochi dubbi ormai, transitando dalle parti delle forze controllate da Baghdad. Si combatte a ranghi serrati nella zona occidentale della città, nella parte storica di Mosul, città dalla quale partì il sogno scellerato di Al Baghdadi nel 2014, diventato una realtà da incubo per l’Occidente.

Sebbene la vittoria militare sia decisamente nelle mani delle forze irachene, anche a Mosul l’arma della propaganda resta quella più velenosa per colpire il nemico aiutato dall’occidente. Il 17 marzo scorso un bombardamento dell’aviazione alleata sulla zona ovest della città avrebbe prodotto 61 morti civili, stando al resoconto dell’esercito iracheno. Alcuni testimoni parlerebbero invece di 200 vittime.

Il Pentagono avrebbe confermato di aver seguito obiettivi jihadisti, presumibilmente mescolatisi con la popolazione civile, e di aver bombardato in quel punto. Intanto a Washington è stata aperta un’inchiesta. Se dovesse essere confermata la versione che circola a Mosul, il numero di caduti rappresenterebbe la quota più alta di morti tra la popolazione civile dal 2003.

Non sarebbe tra l’altro la prima volta che a fare le spese del conflitto fossero gli iracheni, già più volte lamentatisi per l’approccio troppo disinvolto nei bombardamenti aerei. Sebbene gli iracheni stessi pensino a una trappola esplosiva del Califfato che avrebbe colpito i civili, la versione dell’errore umano a Washington sarebbe quella più accreditata. Intanto per estrarre quei corpi innocenti si sono fermati gli scontri armati.

I numeri dell’offensiva di Mosul, in atto ormai da gennaio scorso, sono spaventosi. Basti pensare che sono 180mila gli sfollati e oltre 700 i caduti civili durante le ostilità. Una guerra lunga e logorante, quella contro lo Stato Islamica, che sebbene veda il successo dietro l’angolo sta mettendo a dura prova gli eserciti lealisti. Anche se le armate nere sembrerebbero ormai al collasso, continuano a reggere con le armi della propaganda. Il vero asso nella manica di Al Baghdadi.

Allerta Vesuvio: nell’ultimo anno sono stati registrati 731 eventi sismici

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Vesuvio

L’inizio della Primavera è stata salutata dal Vesuvio con uno sciame sismico iniziato alle 9.16 è terminato alle 20.53. Le scosse dello scorso 21 marzo, per fortuna di entità bassissima e percepibili solo a livello strumentale, sono state in tutto 16, distribuite tutte intorno al cratere. Una sorta di brivido “a fior di pelle” del vulcano partenopeo. Infatti, la profondità dello sciame sismico è variata tra 0,03 e 3,17 chilometri. Solo l’ultimo fenomeno, quello delle 20.53, è stato registrato a poco più di 16 chilometri di profondità.
I dati sono dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che, in base alle rilevazioni dell’Osservatorio vesuviano, da marzo del 2016 a oggi ha rilevato un totale di 731 eventi sul Vesuvio. Si tratta della normale attività vulcanica del gigante che sovrasta Napoli e il suo incantevole golfo, le rigogliose campagne e i profumati giardini. Ma la vitalità del Vesuvio tiene sempre gli studiosi in allerta e dovrebbe far riflettere costantemente gli amministratori e le popolazioni abitanti alle pendici del vulcano. Sterminator è più che mai attivo e fremente. Guai a ragionare come fecero gli antichi abitanti di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti che furono sterminati dalla drammatica eruzione del ’79 dopo Cristo. Un’esplosione di gas, cenere, lapilli e bombe dalla quale nessuno si salvò. Certo, a quei tempi non si poteva contare sugli attuali sistemi di preavviso e non si disponeva di mezzi di evacuazione. Ma la fitta è disordinata urbanizzazione del territorio vesuviano oggi rende difficoltoso ogni “piano di fuga”. E nonostante i frequenti convegni e tavoli di studiosi, su questo problema si continua a vivere serenamente, con lo stesso fatalismo dei pompeiani del ’79 dopo Cristo. Gli stessi abitanti di Pompei di cui sono esposti i calchi in gesso dei loro corpi contorti, così come li hanno riportati alla luce gli archeologi e che oggi dovrebbero rappresentare un monito per tutti, non solo un’attrazione turistica.

Elezioni, in Bulgaria vincono i conservatori: Borissov potrebbe allearsi con il “Trump di Sofia”

in Internazionale da

In Bulgaria il partito conservatore Gerb, dell’ex premier Boyko Borissov, ha vinto le elezioni. Con il 33% dei consensi si è confermato prima forza nel prossimo parlamento di Sofia. I socialisti ammettono la sconfitta. Queste elezioni, meno raccontate di quelle di altri Paesi europei, sono più importanti di quello che si pensa.

Socialisti fuori dai giochi

“Abbiamo la rara opportunità come Paese di ridiventare centrali e di creare un Governo stabile”, ha detto l’ex premier Borissov, che ora torna in primo piano dopo queste elezioni parlamentari anticipate rispetto alla data prevista. La leader del partito socialista, Kornelia Ninova, ha però sottolineato che con il 28% dei consensi il suo schieramento ha comunque raddoppiato i voti rispetto al 2014. In Bulgaria sia i conservatori che i socialisti sono entrambi su posizioni europeiste, è il rapporto con la Russia che fa la differenza. I socialisti infatti sono più morbidi con Mosca e auspicano l’abolizione delle sanzioni economiche contro la Russia.

L’alleanza con i nazionalisti e il Donald Trump di Sofia

In Bulgaria si vota con un sistema proporzionale, accompagnato da una quota maggioritaria e non basta il 33% per governare. I socialisti non vogliono formare una grande coalizione. La prospettiva più credibile per il prossimo governo è quella di una coalizione tra Gerb e i partiti nazionalisti, con l’opzione di coinvolgere anche il più populista dei movimenti: quello di Mareshkim. Il politico è stato definito dal New York Times il “Trump di Sofia”. Con il suo movimento “Volontà”, Mareshki punta a ritagliarsi un ruolo importante come potenziale partner di minoranza di un prossimo esecutivo (viene dato al 5-6%). Dopo aver costruito un impero con una catena di farmacie, Mareshki ha lanciato una sua battaglia personale contro i “cartelli che dominano l’economia bulgara”. La scelta dell’alleanza con questa forza sembra obbligata, ma appare piena di contraddizioni: il sostegno diretto di nazionalisti e populisti potrebbe complicare il rapporto di Borisov con l’Unione europea. Un elemento da non sottovalutare vista l’importanza dei fondi strutturali europei per la Bulgaria.

Le tensioni con la Turchia

Durante la campagna elettorale e il voto, la vicina Turchia ha avuto interferenze con il processo elettorale. Il Governo turco è stato apertamente accusato da Sofia di ingerenza nella campagna elettorale, attraverso la propria influenza sulla numerosa minoranza turca, ovvero il 10% della popolazione presente nel Paese. Dall’introduzione del sistema democratico, il voto dei turchi di Bulgaria normalmente è stato monopolizzato dal Movimento per i diritti e le libertà (Dps), partito più volte al governo, dominato dal suo primo segretario Ahmet Dogan e criticato da più fronti per la sua gestione opaca e oligarchica del potere. In questa tornata elettorale, però, per la prima volta il Dps sembra avere un concorrente nel movimento Dost, creato dall’ex leader del Dps Lyutvi Mestan. Movimento sostenuto direttamente dal presidente turco Erdogan. Il Governo di Ankara ha messo il proprio peso al servizio del nuovo partito, spingendo a votare i turchi bulgari. Un atteggiamento che ha provocato una reazione violenta del governo di Ankara, che ha cercato in tutti i modi di impedire il tradizionale “turismo elettorale” con cui una parte dei cittadini turco-bulgari residenti in Turchia torna, spesso in forma organizzata e pagata, nei propri luoghi d’origine per recarsi alle urne.

Elezioni problematiche

L’Agenzia di stampa “Sofia News Agency” denuncia una limitazione al numero di seggi elettorali nei paesi fuori dall’Ue e la proibizione di usare altri linguaggi oltre al bulgaro come alcuni dei problemi registrati dagli osservatori internazionali durante le elezioni in Bulgaria di domenica 26 marzo. Molte delle raccomandazioni del Consiglio d’Europa non sono state prese in considerazione all’interno del codice elettorale bulgaro. Durante la campagna elettorale alcuni partiti avrebbero, inoltre, utilizzato una retorica xenofoba e offensiva nei confronti delle comunità Rom e turca. La riflessione da fare è se si possano considerare delle elezioni così corrotte e problematiche veramente vicine a quelle europee.

Scuole, governo festeggia la rimozione delle barriere architettoniche da 5mila istituti

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
scuole

“In Italia il patrimonio immobiliare scolastico conta oltre 42 mila edifici costruiti in larga parte prima del 1970, che in questi decenni sono stati oggetto di scarsa manutenzione o dei cosiddetti interventi tampone”. Ad offrire una fotografia dello stato di salute delle scuole italiane è l’architetto Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di missione per l’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, parlando a Ofcs Report.

“Possiamo dire senz’altro che dal 2014 abbiamo invertito la tendenza, avviando oltre 7.000 cantieri, di cui quasi 5.000 sono già conclusi. Nel corso del 2016 solo con i fondi governativi sono stati costruiti oltre 100 nuovi complessi scolastici. Queste 5.000 scuole oggi rispettano finalmente i criteri di accessibilità e nel 10% dei casi sono nuove costruzioni. Edifici che, oltre a rispettare gli standard sulla sicurezza, non presentano barriere architettoniche e in alcuni casi si propongono come veri e propri esempi di architettura d’avanguardia”, spiega la responsabile della struttura di missione per l’edilizia scolastica di Palazzo Chigi.

 

Le parole  di Laura Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità

Numeri alla mano, in tema di abbattimento di barriere architettoniche le parole della Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità. Occorre ricordare, spiegano dalla Struttura di missione, che gli Enti locali (Comuni e Province) che richiedono i finanziamenti statali per la rimozione delle barriere architettoniche nelle scuole solitamente inseriscono questo intervento tra i lavori di ampliamento, messa in sicurezza, ristrutturazione, adeguamento sismico. Ecco perché, sostengono i tecnici, “non esiste una mappatura dedicata ai soli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche, ma è ovvio che gli oltre 7.000 interventi avviati dal 2014 che vedono la messa in sicurezza, l’adeguamento o la costruzione di nuove scuole, includono necessariamente l’abbattimento delle barriere”.

Negli ultimi anni comunque qualcosa si sta muovendo. A ricordarlo è stato proprio il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, intervenendo venerdì scorso al Cnr, in occasione del primo premio nazionale del Fondo “Vito Scafidi”, il fondo di “Benvenuti in Italia” per la sicurezza a scuola, conferito a tre tesi di laurea magistrale sul tema della sicurezza strutturale degli edifici scolastici: “per la sicurezza, l’innovazione, il controllo dei nostri edifici scolastici abbiamo investito, per il periodo 2014-2017, oltre 7 miliardi di euro. Cifre che non si erano mai sentite prima, soprattutto dopo decenni di tagli e sforbiciate miopi e irragionevoli”.

Il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative

Sul portale #ItaliaSicura il Governo ricorda che per la prima volta l’Italia si è dotata, a maggio 2015, di una programmazione nazionale triennale degli interventi di edilizia scolastica per il periodo 2015/2017. Oltre 6.000 gli interventi richiesti dalle Regioni, sentiti gli Enti Locali, per un fabbisogno totale di 3,7 miliardi di euro. I primi 1.300 interventi sono stati finanziati grazie a 905 milioni dei cosiddetti mutui Bei (Banca europea per gli Investimenti), mutui agevolati con oneri di ammortamento a carico dello Stato che potranno essere accesi dalle Regioni. Gli interventi riguardano la ristrutturazione, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico di scuole, immobili all’Alta formazione artistica, musicale e coreutica o adibiti ad alloggi e residenze per studenti universitari. Prevista la costruzione di nuovi edifici e realizzare palestre.

Nell’ambito delle politiche di edilizia scolastica il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative che saranno costruite in ogni regione, da Nord a Sud, grazie ad uno stanziamento complessivo di 350 milioni di euro previsto dalla “Legge Buona Scuola”. L’obiettivo del Governo è la sostituzione del patrimonio immobiliare scolastico più che la riqualificazione di quello esistente, non solo perché spesso è più conveniente nel rapporto “qualità prezzo”, ma perché le nuove costruzioni rispettano i criteri di accessibilità senza dover ricorrere ad adeguamenti su edifici esistenti, che spesso sono meno funzionali e anti estetici.
E sempre sulle infrastrutture il governo ha sbloccato lo scorso 15 marzo, con un decreto, 700 milioni di euro per investimenti dei Comuni finanziati con gli avanzi di amministrazione dell’anno scorso oppure con il ricorso al debito. Di questi oltre 400 milioni di euro serviranno all’edilizia scolastica, mentre il resto andrà ad altri interventi edilizi o alle opere contro il dissesto idrogeologico.

Numeri contestati dal Movimento 5 Stelle che in un’interrogazione al ministro Fedeli, presentata in aula venerdì 24 marzo, hanno definito “virtuali” gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che compaiono sul sito della “Buona scuola”. “In Italia servirebbero almeno 13 miliardi di euro per mettere a norma i nostri edifici scolastici. Per il 2017 non solo il governo ha stanziato una miseria, 20 milioni, ma questa cifra è stata ulteriormente tagliata e ridotta a 6 milioni”, ha detto la deputata grillina, Chiara Di Benedetto. “I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire, ma il governo gioca con i numeri sull’edilizia scolastica, cercando di camuffarli. In Italia il 60% delle scuole non ha il certificato di agibilità, eppure il governo ignora il problema e trucca gli importi sugli stanziamenti. Il governo – ha spiegato Di Benedetto – bara sui numeri, nasconde operazioni finanziarie e carica sulle Regioni i costi degli interventi. Occorrono ingenti risorse, ma vere”.

@PiccininDaniele

Crimine e favelas, un libro inchiesta sui padroni di Rio de Janeiro

in Internazionale da
favelas

Criminalità, violenza e povertà assoluta: il fallimento dell’esperimento sociale di pacificazione delle favelas all’indomani delle Olimpiadi. E’ quanto emerge da “Crimine e favelas”, opera del giornalista Luigi Spera (edito da Eiffel Edizioni), un saggio-inchiesta che ricostruisce in maniera dettagliata la realtà delle favelas di Rio de Janeiro. Un’interessante manuale di studio per addetti ai lavori ma anche per curiosi e neofiti del tema. Il testo è suddiviso in due parti. La prima di saggistica vera e propria e di ricerca storiografica, in cui si ricostruisce la nascita del fenomeno “favela” dal punto di vista storico, urbanistico, sociale ed economico, sottolineando le varie iniziative pubbliche portate avanti tra preconcetti e opportunismo della classe politica, razzismo ed esclusione sociale. La seconda parte invece, ascrivibile al giornalismo d’inchiesta, da un lato riporta la storia della formazione dei “comandos” criminali (Comando Vermelho su tutti), dall’altra racconta le dinamiche di occupazione delle favelas da parte delle organizzazioni criminali della zona, dedicando ampio spazio al fenomeno delle milizie, gruppi formati da militari, poliziotti, pompieri in servizio o riformati, che contendono spazio ai criminali “tradizionali”. Il testo analizza anche le delicate tematiche di pubblica sicurezza, affidando a dati, statistiche e interviste le ricostruzioni storiche della violenza istituzionale in quei territori, partendo dall’aggressività dei colonizzatori portoghesi e arrivando ai nostri giorni. E’ qui che i numeri vengono fuori in modo poderoso: i 60mila omicidi all’anno nel Paese, il profilo delle vittime (giovani e neri per l’80%), e la letalità della polizia: nel caso di Rio de Janeiro responsabile del 15 o del 20% delle morti totali. Le istituzioni con prerogativa di sviluppo delle politiche di pubblica sicurezza e le forze dell’ordine (polizia militare e polizia civile) vengono pesantemente esposte alla critica, grazie alla ricca documentazione riportata. Soprattutto per violenza, impunità, incapacità investigative e dilagante corruzione.

Pacificazione delle favelas: un complesso piano di riconquista

Uno dei punti chiave affrontati nel testo riguarda il delicato tema della “pacificazione” delle favelas. Un complesso piano di riconquista delle comunità attraverso lo strumento bellico e la militarizzazione delle stesse. Anche in questo caso sono numerosi gli episodi riportati, i dati statistici e le interviste: dai vertici della polizia ai comandanti delle Unità di Pacificazione, dagli attivisti ai residenti delle favelas. Ne viene fuori un quadro critico molto complesso nel quale l’autore prevede di fatto il fallimento del processo, cosa che avverrà effettivamente dopo le olimpiadi e a pochi mesi dalla pubblicazione del testo (maggio 2016). Grande interesse rivolto dall’autore, inoltre, alla speculazione economica portata avanti in occasione delle olimpiadi e che ha visto le favelas finire al centro di un processo di valorizzazione i cui effetti sono ancora evidenti per i residenti delle aree carenti della città, così come di tutti gli altri carioca. La denuncia della presenza del rischio corruzione dietro la costruzione e la sovrafatturazione di opere immobiliari e infrastrutturali legate o meno alle olimpiadi: tutti fenomeni confermati dai fatti successivi alla pubblicazione del testo. In particolare da indagini che solo dopo la fine dell’appuntamento olimpico hanno portato all’arresto di molti personaggi presenti narrati tra le pagine di questa inchiesta.

Presidenziali in Francia, meno di un mese per convincere gli elettori

in Internazionale da
presidenziali

Mancano meno di trenta giorni al primo turno delle elezioni presidenziali in Francia. Tra disoccupazione, degrado, periferie e radicalizzazione da gestire, l’unico grande vincitore sembra essere “il partito degli indecisi“.

La maggioranza silenziosa

“Non posso esprimermi, nessuno mi rappresenta. Sono di centro-destra ma Fillon mi ha davvero deluso con tutta la sua corruzione. Forse andrò a votare scheda bianca” confessa Johan, 60 anni, proprietario di un negozio di mobili nel centro di Parigi che non ha perdonato lo scandalo dei conflitti d’interesse al candidato conservatore. Come lui, il 40% dei francesi non sa ancora chi votare nei due turni per le presidenziali del 23 aprile e del 7 maggio. Secondi i sondaggi, qualcuno non sa neanche se andrà ai seggi per votare in bianco. Una situazione del genere non si è mai vista in Francia, a un mese dagli scrutini. I cittadini non si sono lasciati ammaliare neanche dal famoso dibattito del piccolo schermo.

Anatomia di un dibattito televisivo

“Le Grand Débat” ha riunito i cinque candidati francesi più quotati davanti a 10 milioni di spettatori. In questo ordine: Marine Le Pen, Emmanuel Macron, François Fillon, Benoît Hamon e Jean-Luc Mélenchon. In molti cercano di identificare un vincitore o un personaggio che ha spiccato nel dibattito. Sono molto pochi però quelli che si informano sul capro espiatorio che ha incassato colpi per tutto il tempo: l’Europa. A Marine Le Pen è bastato infatti 1 minuto e 30 per smontare l’Unione Europea. Mentre tutti gli altri candidati hanno delineato i loro progetti per la Francia, Marine Le Pen ha usato il suo momento conclusivo davanti alla telecamera per andare contro l’Ue. “Ci incanala, ci proibisce, ci esaspera e ogni volta che vogliamo far trionfare il buon senso non ci permette di farlo. Indipendenza non significa sottomettersi ai burocrati di Bruxelles. L’indipendenza è la possibilità di decidere per noi stessi”. Nonostante più di tre ore di diretta, ha commentato Le Monde, “i francesi non ci vedono più chiaro in questa campagna piena di colpi di scena”. Molti temi diversi sono stati affrontati in poco tempo e gli scandali giudiziari di cui si è tanto discusso nelle ultime settimane sono stati a malapena toccati. Un altro dato: mentre ci si aspettava che gli altri quattro candidati concentrassero i loro attacchi contro Emmanuel Macron, il candidato liberale di En Marche!, questo non è accaduto. Il leader di En Marche! non è stato particolarmente brillante: è andato bene sulle questioni economiche e fiscali, ma è uscito dal suo angolo solo per rispondere a qualche attacco di Marine Le Pen e Benoît Hamon che avevano a che fare con il suo rapporto con il denaro e con i donatori della sua campagna elettorale. Quindi ancora 1 a 0 per l’indecisione.

Cosa bisogna sapere a un mese dal voto

Il 23 aprile è la data del primo turno delle presidenziali. I seggi apriranno alle ore 8 e saranno chiusi alle 19. Entro il 26 aprile ci sarà la proclamazione ufficiale dei risultati del primo turno da parte del Consiglio Costituzionale. Il 7 maggio invece è il giorno del secondo turno delle presidenziali. Dopo pochi giorni, l’11 maggio, la proclamazione ufficiale dell’elezione del nuovo presidente della Repubblica, che segna anche la fine del mandato di Francois Hollande. L’ultima tappa sarà il 17 maggio con la proclamazione ufficiale dei risultati del secondo turno da parte del Consiglio costituzionale. Undici i candidati che hanno ottenuto le firme per correre per l’Eliseo, ma solo tre, secondo i sondaggi, davvero in corsa: per la destra dei Républicains Francois Fillon, per l’estrema destra del Fronte Nazionale Marine Le Pen, per il movimento social-liberale En Marche! del centrista Emmanuel Macron. Candidati di peso, ma considerati fuori gara, sono quello del Partito socialista Benoît Hamon e per la sinistra radicale di France Insoumise Jean-Luc Mélenchon: i loro voti saranno importantissimi al secondo turno. Ci sono poi il candidato di Debout la France Nicolas Dupont-Aignan (più a destra di Fillon, moderato rispetto a Le Pen), François Asselineau per la destra ultranazionalista dell’Unione popolare repubblicana, il ‘gollista di sinistra’ Jacques Cheminade di Solidarietà e Progresso, Nathalie Arthaud dell’estrema sinistra di Lotta Operaia, Jean Lassalle ex centrista virato a sinistra e per il Nuovo Partito Anticapitalista Philippe Poutou.

Un Renzi francese

I sondaggi prevedono un ballottaggio tra Emmanuel Macron e Marine Le Pen. Macron doveva essere “una bolla”, ma la sua candidatura non è scoppiata, tutt’altro. Ben piazzato al centro dello scacchiere politico, a un mese dal primo turno il 39enne Emmanuel Macron sembra in grado di vincere la grande sfida di arrivare all’Eliseo – sarebbe il più giovane leader della storia francese moderna – sulle ali di un movimento, En Marche! (In Movimento, ma le iniziali sono quelle del suo nome e cognome) nato solo alla fine della scorsa estate. La sua esperienza da ministro dell’Economia dal 2014 al 2016 è legata alla riforma del diritto del lavoro, la discussa Loi du Travail, che ha affrontato il tabù dell’orario di lavoro e dei licenziamenti facilitati. Molte, secondo i commentatori politici francesi, sono le somiglianze con Matteo Renzi: l’essere progressista e voler ottenere riforme a tutti i costi, le politiche liberali, la comunicazione e soprattutto la negazione della vecchia classe politica.

Le vere sfide d’oltralpe

Durante il dibattito televisivo, si è parlato poco di questioni internazionali e terrorismo, i veri punti fondamentali per l’Esagono. Marine Le Pen ha additato Macron di “vuoto assoluto”, Macron ha risposto accusando di “troppa vicinanza Le Pen con Putin” e parlando di “una Francia che deve ridiventare forte in Europa”. Tutti i candidati, tranne Mélenchon, hanno sottolineato la loro volontà di potenziare il budget di difesa entro il 2025 per un “assoluto bisogno di sicurezza”. E’ curioso vedere come ogni candidato abbia definito la propria linea presidenziale con una parola: Hamon “voto utile”, Fillon “alternanza”, Mélenchon “potere del popolo”, “rinnovamento” Macron e “indipendenza” Marine Le Pen. Anche le parole contano a un mese dalle elezioni.

Uranio impoverito, vedova militare Liguori: “Lo Stato non ci abbandoni”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
uranio impoverito

Enzo Liguori, sergente maggiore capo dell’esercito italiano, è morto a soli 42 anni per un adenocarcinoma polmonare. Era il 4 novembre del 2015 e quel giorno, tragico scherzo del destino, si festeggiava la festa delle forze armate. Sì, perché anche Enzo sembrerebbe essere un’altra delle numerose persone decedute a causa dell’esposizione all’uranio impoverito. Vittima inconsapevole di un nemico subdolo e all’apparenza innocuo.

Enzo Liguori, sergente maggiore capo dell’esercito italiano

A raccontarci la sua storia, molto simile a quella delle altre vittime, è la moglie

Mercedes Pacileo vive a Napoli insieme ai suoi tre figli di 13, 9 e 7 anniSola e senza un lavoro (quello da insegnante l’ha dovuto lasciare per accudire il marito durante la malattia) vive in una costante precarietà esistenziale. Sono infatti tante le spese a cui far fronte. La voglia di giustizia e il desiderio di tutelare i figli rimasti ingiustamente orfani del padre: ecco come Mercedes riesce a trovare la forza di andare avanti con soli 1000 euro al mese. Ma la pensione ereditata dal marito viene mutilata dalle 400 euro che occorrono ogni mese per pagare l’affitto di casa. Con ciò che resta è dura arrivare alla fine del mese.

Specializzato in missilistica, Liguori  ha fatto parte della fanteria, dei paracadutisti e dei bersaglieri.  Un uomo che aveva fatto del suo lavoro una vera e propria passione, come Mercedes stessa racconta: “Era il 1992, quando Enzo ha iniziato a lavorare nei paracadutisti. Poi nel 1993 la sua prima missione di pace all’estero, in Somalia, dove restò la prima volta due mesi, e  la seconda sei.  Due anni dopo, nel 1995, fu rimosso per esubero. Ma nel 1997 è rientrato ufficialmente in carica, questa volta nella fanteria, vincendo un concorso. Subito dopo partecipò ad altre due missioni, la prima sempre in  Somalia e nel 1998 in Bosnia. E ancora il sergente maggiore andò in Polonia per addestrarsi e, nel 2004, ripartì per quattro mesi in Iraq. Il militare è stato anche per due mesi nel poligono di Capo Teulada, in Sardegna. Poligono che, insieme a quelli di Salto di Quirra, Capo Frasca, Capo San Lorenzo sono ora sotto l’attenta osservazione da parte della commissione d’inchiestaAnche qui, infatti, si sta cercando di far luce sulle vicende che avvolgono non solo i militari ammalatisi nelle missioni all’estero, ma anche quelli che avevano prestato servizio all’interno delle basi militari sarde,  o nelle immediate vicinanze. Anche loro erano stati esposti all’uranio impoverito.

La carriera di Enzo e l’inizio della malattia

“La carriera di Enzo proseguiva come ogni militare si auspica – prosegue Mercedes –  e,  dopo la fatica delle missioni all’estero, nel 2007 fu trasferito nella caserma dei bersaglieri di Bologna, con l’incarico di fuciliere specializzato in missilistica. Poi dal capoluogo emiliano è stato trasferito a Forlì, sempre nei bersaglieri, dopodiché è passato alla scuola di addestramento di Cassino, e subito dopo a quella di Caserta, nella brigata Garibaldi”. Nel 2014 partecipò ad altri addestramenti, questa volta in Val d’Aosta e nuovamente in Sardegna. Dopodichè il militare è ripartito nel mese di luglio per una nuova missione all’estero, questa volta in Afghanistan. Rientrando in Italia dopo cinque mesi, i sintomi della malattia iniziavano a manifestarsi. “Quando tornò dall’ultima missione si sentiva sempre stanco, debilitato. Era il dicembre del 2014. Ad aprile 2015, dopo quattro mesi di tosse incessante, nonostante lui mi dicesse di non preoccuparmi, decisi di fargli fare degli accertamenti. Dai raggi x risultò una massa, ma la dottoressa ci disse che era solo un focolaio di polmonite da curare con una semplice terapia antibiotica. Non mi fermai a quella diagnosi e lo portai da un altro medico che, appena lo visitò, gli prescrisse d’urgenza una tac dal risultato inequivocabile e che lasciava davvero poco spazio alle speranze: adenocarcinoma polmonare con metastasi ai linfonodi del mediastino”. Subito dopo il militare fu ricoverato a Napoli, all’ospedale Monaldi, nel reparto oncologico di pneumologia. Venne eseguita una biopsia, dalla quale purtroppo risultò che l’adenocarcinoma polmonare era già del 4° stadio, in stato avanzato.

Il decorso della malattia e il calvario della famiglia

“Mio marito iniziò con una chemioterapia classica, per poi effettuarne un’altra, definita biologica.  Ma dopo due mesi le condizioni di Enzo, anziché migliorare peggiorarono. Si erano infatti create altre masse al fegato, ai linfonodi, alle ossa e più di 21 metastasi cerebrali. Enzo era a conoscenza solo del tumore al polmone e alle costole, non volevo che cadesse ancora di più in depressione ”. Non furono mesi facili.

“La malattia  progredì velocemente – continua Mercedes – A settembre dello stesso anno, era il 2015, abbiamo scoperto che mio marito aveva avuto anche un’embolia polmonare che peggiorò di netto la situazione. Dopo neanche due mesi Enzo è morto fra molteplici sofferenze. Non camminava più, aveva perso anche la voce e non riusciva più a mangiare, deglutire. L’uomo pieno di vita e forza che ho amato aveva perso la battaglia più importante, quella per la vita, ma non il coraggio mostrato fino alla fine”.

Il triste epilogo e l’invasività dei tumori che Mercedes ha documentato, ricalca in maniera quasi identica quella attestata negli altri militari, malati o deceduti. Anche loro, proprio come Enzo e la moglie, non pensavano minimamente al nesso causale da esposizione all’uranio impoverito, a cui il militare era stato esposto. Una vicenda sulla quale la vedova tenta ora di far luce attraverso gli esami nano diagnostici.

“Assolutamente non abbiamo pensato al nesso causale dell’esposizione all’uranio – racconta Mercedes – Anche se io gli chiedevo di fare la causa di servizio, perché insospettita da questo tumore ai polmoni in un uomo che non aveva mai fumato o fatto una vita irregolare, anzi tutt’altro. Mio marito correva tutte le mattine, era un amante della vita sana, per questo insistevo perché lui chiedesse qualche tutela in più. Ma lui niente, voleva tornare al lavoro. Lavoro che dopo 91 giorni di aspettativa non ha mai più ripreso, date le sue condizioni. Ho capito di avere ragione dopo aver letto un libro inchiesta che riportava non solo gli effetti dell’uranio impoverito, ma più di una testimonianza su vicende uguali a ciò che è accaduto a Enzo.  Da quel momento – continua – ho capito che era mio diritto richiedere ciò che mi spetta. Così nel 2016 mi sono messa in contatto con Domenico Leggiero, il responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio Militare, che ha preso in mano il mio caso insieme all’avvocato Tartaglia”.

E, anche se Mercedes non lo dice, la sua situazione da sola, con neanche 600 euro mensili, è veramente precaria. Nonostante l’aiuto delle sorelle e di un’associazione che sostiene gli orfani dei militari deceduti, la quotidianità per lei e i suoi figli è davvero dura. Mercedes non può lavorare perché deve occuparsi dei suoi figli. Per questo, tempo fa, gli stessi militari e i colleghi del marito avevano fatto una colletta per sostenere la famiglia del militare deceduto.

Anche Ofcs.report raccoglie l’appello divulgando la storia di Mercedes: “Ogni giorno è una battaglia per sopravvivere. Per me e miei figli non voglio una vita agiata, ma una vita normale, serena. Abbiamo già perso tanto e sofferto abbastanza”.

Per tutti coloro che vorranno sostenere Mercedes e i suoi ragazzi ecco di seguito il suo IBAN della postpay: IT81A0760105138229132329140

Tutto il ricavato andrà direttamente sul conto della vedova Liguori .

@MaryTagliazucch

 

 

 

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