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La Percezione Della Sicurezza

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Internazionale

Internazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale ed internazionale.

Attentato a Manhattan: alla faccia delle fake news

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

L’attentato che oggi ha riportato New York in una situazione di panico indiscriminato, avrà sicuramente colto di sorpresa alcuni redattori di quotidiani pronti a tacciare di fake tutte quelle notizie basate su analisi reali, se ritenute sconvenienti, inopportune e, soprattutto, scomode.
Ma tant’è. Come, purtroppo, avevamo largamente anticipato, qualcuno si è sentito in dovere di porre una atto le minacce che da tempo pervadono il web, dirette all’Occidente e, nella maggioranza dei casi agli Stati Uniti.

A seguito della decisione del presidente Trump di dare un riconoscimento di Gerusalemme quale capitale dello Stato di Israele, le tensioni si sono fatte sentire in ogni parte del Globo e gli incidenti scoppiati in Medio Oriente sono apparsi come un prologo a qualcosa di più grosso che ad una vera e propria reazione.

Il 27enne bengalese Ullah Akayed, si è probabilmente fatto portatore di un messaggio di morte contro il Paese che da 8 anni lo ospita, ma la fortuna non è stata dalla sua parte. Con il ventre squarciato da una pipe-bomb artigianale, di cui è esploso il solo detonatore, ha dovuto rimandare l’atteso incontro con le 72 vergini e, presumibilmente, nei prossimi anni (se verranno) avrà anche modo di riflettere sulle ragioni che lo hanno indotto a compiere un gesto che avrebbe potuto avere conseguenze ben più tragiche.

Il bilancio dell’atto terroristico parla di soli 4 feriti lievi e di una città che è ripiombata nella paura di altri gesti eclatanti e drammatici, non certo frutto della sola iniziativa diplomatica pro-Israele di Donald Trump, ma di un odio radicato nelle folli menti dei jihadisti che, fino dal primo attentato alle Twin Tower nel 1993 ad opera di Ramzi Youcef, avevano promesso di non dare tregua all’America e al suo popolo.
Ma al pari degli Stati Uniti, che stanno esaminando la possibilità di elevare il livello di allerta contro possibili altri attentati, anche in Europa le Autorità preposte alla sicurezza studiano i piani per rendere sicure le prossime festività.

Nel mirino degli jihadisti, per lo più di quelli affiliati all’Isis, gli obiettivi sarebbero molteplici, ma Roma rimane sempre il target preferito, almeno secondo la propaganda web che, sebbene non rappresenti un elemento di prova certa, dovrebbe comunque rappresentare un punto di partenza per sondare gli umori della comunità dei frequentatori della rete. Proprio New York e Times Square ricorrevano spesso nei deliranti messaggi spalmati sulle varie piattaforme dei social network e, non a caso, una in particolare, rappresentava un babbo natale dell’Isis immortalato con a fianco alcuni candelotti di dinamite. Alla faccia della fake news. Un’immagine peraltro segnalata anche da Site, la società americana diretta da Rita Katz, che si occupa di monitorare proprio la propaganda sul web degli jihadisti.

E’ evidente che davanti al rischio rappresentato dall’Isis dopo la sconfitta in Siria e Iraq, la partita si giocherà altrove. Anche la possibilità che esista un centro direzionale del Califfato che possa impartire ordini ai miliziani sparsi nel mondo appare improbabile. Possibile, invece, è che gli jihadisti operino in modo autonomo, anche sul web, continuando a rilanciare minacce verso l’Occidente che, quasi puntualmente, vengono poi raccolte dal “lone Wolf” di turno. Più che parlare di fake news, in questo caso occorrerebbe una presa in carico seria di tutti gli “addetti ai lavori”, che possa finalmente considerare i veri pericoli a cui il mondo è esposto. Bollare alcune notizie come bufale, in taluni casi equivale a sottovalutare il problema.

Esplosione nella metropolitana di New York: fermato un bengalese di 27 anni

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Un’esplosione ha sconvolto New York nelle prime ore della mattinata alla fermata della metropolitana Port Authority, tra la 42nd street e l’8th Avenue. Un bengalese di 27 anni, identificato come Ullah Akayed, avrebbe azionato il detonatore di un bomba artigianale indossata sotto il giubbotto provocando un’esplosione che ha causato 4 feriti lievi, oltre all’attentatore stesso.
Il soggetto, residente da 8 anni nel quartiere di Brooklyn, secondo quanto riferito da alcuni media locali, avrebbe agito ispirandosi all’Isis. Le autorità della sicurezza stanno procedendo alla perquisizione della casa dell’attentatore e alla ricerca di eventuali altri ordigni che potrebbero essere stati disseminati nelle gallerie della metropolitana newyorkese. L’uomo, secondo quanto riferito dalla polizia di New York, dopo il fermo non avrebbe ancora reso alcuna dichiarazione sul gesto

Il sindaco di New York, Bill de Blasio, parlando in una conferenza congiunta a poche ore dall’accaduto, ha spiegato che quanto accaduto in metropolitana “è un attentato terroristico, ma grazie a Dio l’autore non ha raggiunto il suo obiettivo massimo”.

“Ho agito per vendetta”

Dopo l’arresto Ullah Akayed, incalzato dalle domande dell’Fbi, avrebbe spiegato i motivi del suo gesto. “Hanno bombardato il mio Paese e volevo fare del male qui. Ho agito per vendetta”, riportano alcuni media americani. Il 27enne, ex tassista con la licenza scaduta, al momento è in ospedale per le lesioni riportate a causa dell’esplosione.

 

 

 

Reati informatici: operazione internazionale contro rete Avalanche

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Una task force internazionale formata dalle polizie di 15 Paesi tra cui l’Italia, a seguito di un indagine iniziata nel 2016, ha smantellato un’infrastruttura criminale informatica denominata Avalanche utilizzata per lanciare, gestire e quindi diffondere pericolosi malware globali, tra cui Andromeda.

L’acquisizione, l’analisi e la successiva condivisione delle informazioni ottenute dalle singole unità di polizia, ha consentito di sviluppare un’azione coordinata di spegnimento simultaneo dei sistemi informatici infettati, consentendo la disarticolazione della struttura dedita al crimine.

In Italia, la Polizia Postale e delle Comunicazioni, diretta dalla Procura della Repubblica di Roma, in stretta collaborazione con l’FBI, ha provveduto allo smantellamento della sezione italiana della struttura Avalanche, una delle più attive a livello mondiale.
La rete criminale funzionava infettando centinaia di migliaia di computer allo scopo di prenderne il controllo all’insaputa dei loro proprietari e utilizzandoli per veicolare il compimento di numerosi reati informatici.
La lentezza del computer, rilevata dall’utilizzatore quotidiano, avrebbe rappresentato solo il primo sintomo dell’infezione propagata dagli hacker, che, successivamente, sfruttavano il pc dell’ignaro utente per fini criminali, sfruttando le potenzialità di malware globali, compreso il potentissimo Andromeda.

Le “botnet”, così vengono definite in gergo informatico le reti infette, vengono sfruttate dagli hacker per consumare reati che vanno dal semplice furto dei dati personali, alle carte di credito, ai conti correnti, sino ad arrivare al lancio di attacchi informatici su vasta scala anche contro le reti delle pubbliche amministrazioni e quelle connesse con i servizi di sicurezza dei Paesi.

 

Nasce la rete dei Musei del mare e della Marineria d’Italia

in Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale da

Cinquantotto musei del mare e della marineria insieme in un comune progetto per valorizzare il patrimonio culturale marittimo italiano. È nato così il Museo Navigante – una iniziativa promossa dal Mu.MA-Galata di Genova, il Museo della Marineria di Cesenatico, l’associazione La Nave di Carta della Spezia e l’AMMM-Associazione Musei marittimi del Mediterraneo – che ha riunito musei, pubblici e privati.

Da oggi il Museo Navigante è on line – sul sito www.museonavigante.it con le schede dei musei del mare italiani e a gennaio 2018, con l’inizio dell’Anno del patrimonio culturale Europeo, salperà a bordo della goletta Oloferne e farà rotta dall’Adriatico al Tirreno, con tappe in tutte le regioni costiere, per arrivare infine a Sète (Francia) in occasione della manifestazione Escale à Sète in rappresentanza dei musei italiani.

All’iniziativa hanno aderito musei di tutta Italia che adesso hanno un “porto” nel sito www.museonavigante.it dove sono consultabili, regione per regione, le schede informative e dove sono raccolte molte notizie sui tesori e sulle memorie che custodiscono.

Il primo censimento dei musei del mare

“Finalmente abbiamo un primo censimento dei musei del mare e della marineria italiani, privati e pubblici, ad arricchire la rete dei Musei Marittimi del Mediterraneo e le reti regionali che si stanno costituendo, dalla Catalana alla Ligure, dal Golfo del Leone alla Campania – ha detto Maria Paola Profumo, presidente dell’AMMM di cui il Galata è capofila – “Sono stati catalogati per quattro grandi categorie: storico-navale, archeologico, naturalistico ed etnografico. Ne è emerso un panorama molto ricco, diversificato e molto attivo. Il nostro obiettivo è far scoprire e promuovere il patrimonio marinaro, materiale e immateriale: barche, reperti, cimeli ma anche, e soprattutto, memorie di lavoro, di migrazioni, di comunità che di mare hanno vissuto e vivono”.

Il Museo Navigante ha l’adesione della Marina Militare – custode di gran parte del patrimonio navale e marittimo nazionale – della Guardia Costiera, oltre che di Assoporti, l’associazione che riunisce le Autorità di Sistema Portuale, del Registro italiano navale (Rina), Assonautica, Federcoopesca-Confcooperative, Assonat. RTVSan Marino è media partner dell’iniziativa alla quale hanno aderito molte aziende del settore: Contship Italia, Ricci Federico Forniture Navali, La Dragaggi, OPA assicurazioni e Mursia, editore del mare in Italia. Collaborano al Museo Navigante: Lega Navale, ANMI, UVS-Unione Italiana Vela Solidale.

“C’è un grande bisogno di recuperare e rivendicare l’identità marinara di questo Paese – ha spiegato Marco Tibiletti, presidente della Nave di Carta, associazione di promozione di cultura del mare che in oltre vent’anni ha imbarcato e fatto navigare più di seimila ragazzi – I valori del mare sono solidarietà, cooperazione, rispetto, tolleranza, lavoro, e coraggio: una grande scuola di formazione per le nuove generazioni”. A bordo del Museo Navigante ci saranno anche gli allievi degli Istituti Nautici d’Italia.

“Quello che vogliamo evidenziare con il Museo Navigante – ha dichiarato Davide Gnola, direttore del Museo della Marineria di Cesenatico, premiato nel 2017 tra i migliori musei italiani (Premio ICOM-Italia) – è che i musei marittimi sono fattori di sviluppo nei territori. Se vogliamo migliorare la nostra offerta di turismo culturale, in un Paese che ha otto mila chilometri di coste e una tradizione marittima secolare, non possiamo trascurare i nostri musei e le nostre barche storiche”.

Passato, presente e futuro si fondono nel Museo Navigante che, in attesa di mollare gli ormeggi, è anche sui social network: su FB, su Twitter, su Instagram e su Youtube. @museonavigante.it

Comunicato stampa

Venezuela-Hezbollah: le infiltrazioni e gli accordi con i cartelli del narcotraffico

in Internazionale da

Il vice presidente della Repubblica bolivariana del Venezuela è la seconda più alta carica politica nel governo del Paese e diretto collaboratore del Presidente della Repubblica, secondo la Costituzione, nella quale l’incarico è stato conferito nel 1830 con rivisitazioni nel 1858 e nel 1999.

Dal 4 gennaio 2017, la carica di vicepresidente di Nicolàs Maduro è ricoperta da Tareck El Aissami Maddah, personaggio noto al mondo dell’intelligence americana poiché, alcuni mesi addietro, era entrato nella lista dei sospettati di fare parte della fitta rete di traffico di droga in Venezuela e di mantenere, in contemporanea, stretti  legami con l’Iran, la Siria e il partito politico  libanese Hezbollah, iscritto nella lista nera dei gruppi terroristici internazionali.

Aeroterror

Chavez e l’ex presidente iraniano, Mahmoud Ahmadinejad, definirono “Aeroterror” un programma di voli nato nel 2007 e rimasto in vigore fino ad almeno tutto il 2010, dedicato a funzionari governativi con un “permesso speciale”. Un dossier del magazine brasiliano Veja e alcune fonti accreditate del governo degli Stati Uniti, interpellate in merito, rivelano che i voli avrebbero trasportato ingenti quantitativi di droga, armi, denaro e terroristi, lungo rotte interne e internazionali.

Sempre secondo il Veja e le testimonianze di alcuni ex lealisti di Chavez, durante il mandato come ministro degli Interni del governo appunto di Chavez, El Aissami avrebbe partecipato a un “programma clandestino per fornire passaporti venezuelani ai terroristi a Damasco”. L’ex governatore dello Stato di Aragua, in Venezuela, sul Wall Street Journal disse di lui: “E’ un maestro del network mediorientale, da una parte fedele alla ‘rivoluzione cubana’ e dall’altra un ambizioso chavista. El Aissami è un sogno diventato realtà per Teheran e l’Avana, che lo considerano come un personaggio molto influente in Venezuela “.

L’ipotesi di una estesa rete intessuta dai cartelli della droga con Hezbollah

Secondo l’autorevole esperto di contrasto al terrorismo Joseph Humire, autore del libro Iran’s stategic penetration of Latin American,  “nel corso degli anni, El Aissami  avrebbe sviluppato una rete finanziaria sofisticata e multistrato che funziona come un oleodotto criminale-terrorista che avrebbe portato militanti in Venezuela e nei paesi circostanti, e che avrebbe inviato fondi e droghe dall’America Latina al Medio Oriente”. La rete si sarebbe integrata con quella più estesa dedita al riciclaggio di milioni di dollari e al traffico di tonnellate di cocaina per conto di cartelli della droga colombiani, messicani e Hezbollah.

Proprio nel 2016, infatti,  venne divulgata la notizia secondo cui la Drug Enforcement Administration (DEA) ipotizzava che il partito politico libanese Hezbollah, attraverso la sua la rete di traffico di droga internazionale, si sarebbe legato ai cartelli sudamericani e i proventi degli affari illeciti avrebbero finanziato l’acquisto di armi per le attività del gruppo in Siria.

La Oficina de Envigado

L’organizzazione con cui Hezbollah avrebbe organizzato questi traffici  si individuerebbe nel cartello  “Oficina de Envigado”. Erede dell’impero di Pablo Escobar in Colombia, la Oficina nacque negli anni ottanta e per volontà di Escobar stesso e venne costituita da un insieme di giovani criminali provenienti dai quartieri operai, trasferitisi di seguito a Envigado, un piccolo comune adiacente a Medellin. E’ attualmente composta da un insieme di bande più piccole che alleatesi con quelle “di strada” manterrebbe il controllo del territorio. La complessa rete di affari attraverserebbe l’Europa, da dove milioni di euro di profitti derivanti dalla vendita di droga verrebbero trasportati verso il Medio Oriente attraverso una rete di corrieri. I fondi verrebbero poi re-inviati ai narcotrafficanti in Colombia attraverso i metodi Hawala o Hundi, sistemi di trasferimento informale di valori nei quali le operazioni dei brokers, localizzati principalmente in Medio Oriente, Nord Africa e Corno d’ Africa, si basano unicamente sulla “fiducia” rendendo pressoché impossibile il tracciamento delle operazioni. La DEA ha ipotizzato che una grande quantità di questi proventi avrebbe attraversato  il Libano e una “percentuale più che significativa” sarebbe poi rimasta nelle casse di Hezbollah.

Hezbollah e analisi di studio su possibili infiltrazioni in Sud America

Nel febbraio 2015, durante una conferenza della National Defense University (NDU) degli Stati Uniti intitolata “Oltre la convergenza: un mondo senza ordine”, venne divulgata la notizia secondo cui Hezbollah aveva già infiltrato quasi tutto il territorio latino-americano e in parte proprio gli Stati Uniti. In realtà, già il 31 ottobre 2014,  l’unità antiterrorismo del Perù  trasse in arresto il 28enne Muhammad Amadar,  sospettato della pianificazione di un atto terroristico in danno di siti ebraici ed altri obiettivi  israeliani, tra i quali l’ambasciata e i consolati. Nell’abitazione del sospetto terrorista, legato ad Hezbollah, le forze di sicurezza sudamericane  rinvennero detonatori, polvere da sparo, tritolo ed altri materiali per l’assemblaggio di ordigni esplosivi. Il ministro degli Interni del Perù dell’epoca, Daniel Urresti, emise un comunicato ufficiale sostenendo che “un uomo collegato ad una organizzazione terroristica internazionale” era stato arrestato in base ai rapporti dell’intelligence che avevano rivelato la presenza di una cellula terroristica attiva guidata da Amadar legata alla vasta rete di Hezbollah operante nella zona di confine tra Argentina, Paraguay e Brasile ( la triple frontera ) dove, tra l’altro, è presente un insediamento di popolazione di origine araba.

La “Triple frontiera”

L’area geografica denominata “Triple frontiera”, ospita  comunità arabe che costituiscono uno dei più grandi gruppi etnici del TBA e, nel contempo, il flusso migratorio più rilevante del Sud America. Un cospicuo numero di persone di origine araba aveva già ha cominciato ad affluire al TBA nel corso del 1960, soprattutto a Foz do Iguaçu e Ciudad del Este, dove hanno fondato scuole, club e organizzazioni.

Si stima che circa il 90% degli arabi a Foz do Iguaçu e Ciudad del Este sia di origini libanesi, per il restante 10% si tratta principalmente di palestinesi, egiziani e giordani. In quest’area molti immigrati arabi intraprendono attività commerciali in particolare a Ciudad del Este, spesso concentrandosi sull’ importazione ed esportazione di prodotti. La maggior parte della popolazione araba in TBA è di fede musulmana, con una maggioranza di sciiti e una minoranza di musulmani sunniti, a questi  si aggiungono gli arabi cristiani del Libano e della Siria, i copti egiziani e i cristiani palestinesi emigrati nella TBA oltre cinquant’anni fa.

L’estremismo islamico da decenni ha messo le proprie radici nei Paesi latino americani e i prossimi anni serviranno ad avallare o meno le ipotesi paventate dalle varie intelligence sul reale ruolo ricoperto dalle organizzazioni estremiste in America Latina.

Riaperta la pagina web ‘Caccia allo sbirro’. Coisp: “Chiudere immediatamente il portale”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non una bravata, non una banale farneticazione di qualche sciroccato. Le minacce che continuano a imperversare sul web contro gli appartenenti alle forze dell’ordine sono una cosa seria non possono essere sottovalutate, perché rappresentano un rischio grave e serio per la vita dei colleghi. E quanto si fa contro questi fenomeni non è abbastanza, se a distanza di pochi mesi torna come nulla fosse a comparire un portale finalizzato a dare la caccia agli sbirri. Bisogna chiuderlo immediatamente, e identificare subito i criminali che si nascondono dietro questa iniziativa per perseguirli severamente”. E’ quanto chiede, in una nota, Domenico Pianese, segretario generale del Coisp, Sindacato indipendente di Polizia, dopo la notizia della riapertura della pagina web ‘Caccia allo sbirro’, già oscurata qualche mese fa dalla polizia postale, per rilanciare messaggi e propositi violenti contro poliziotti.

Minacce esplicite rivolte ai rappresentanti delle forze dell’ordine, spiega il Coisp, un vero e proprio schedario che si propone di individuare, identificare e rintracciare uomini e donne in divisa per mettere alla gogna gli agenti che imperversano contro le masse popolari. “Tra gli sbirri che difendono i fasci – questo si legge sulla pagina – vengono indicati poliziotti con nome e cognome, alla ricerca di ulteriori informazioni su di loro”. L’obiettivo è chiaro, denuncia il Coisp, “si chiede a chiunque abbia notizie sulla vita privata, sui luoghi che frequenta e persino sull’indirizzo privato dell’abitazione di indicare informazioni utili ad identificare l’obiettivo. Nella schermata si legge infatti di indicare Corpo, unità, grado del poliziotto, ed ancora la zona operativa di competenza e persino l’abitazione in cui risiede attualmente”.

Infine Pianese conclude: “Abbiamo raccolto troppo sangue versato da appartenenti alle forze dell’ordine nella storia per prendere alla leggera fenomeni striscianti come questo. Ci aspettiamo il massimo impegno e la massima attenzione contro questa vergognosa e criminale attività. Perché gli sforzi in difesa dell’incolumità dei poliziotti e delle loro famiglie non possono che essere pari ai sacrifici che essi compiono ogni giorno per il Paese”.

Formazione e esami truccati: Guardia costiera arresta colleghi

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Rilasciavano certificazioni false a seguito di esami ai marittimi che, successivamente, avrebbero ricoperto funzioni delicatissime a bordo di navi da crociera o mercantili, come quelle di responsabili di guardia in coperta e in macchina durante la navigazione. Per questo motivo, su delega della Procura della Repubblica di Palermo, dopo circa un anno di indagini, i militari appartenenti alla Capitaneria di Porto – Guardia Costiera di Palermo, insieme al Nucleo di Polizia Tributaria della Guardia di Finanza, hanno portato a termine una complessa operazione di polizia giudiziaria che ha permesso di “far luce su un articolato contesto criminale”, nel quale operavano, tra gli altri, dieci pubblici ufficiali (tra cui quattro dipendenti del Corpo delle Capitanerie di Porto e tre dipendenti dell’Istituto Nautico di Palermo). Secondo l’accusa gli indagati hanno agito “in concorso con il titolare della scuola di formazione internazionale marittima denominata ‘Studio De Santis’, abilitata dal ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti a svolgere corsi di formazione marittima propedeutici all’imbarco su unità navali”. L’inchiesta, inoltre, ha portato al sequestro di beni, denaro e società – in Italia e nella Repubblica di San Marino – per un valore complessivo di circa 1.250.000 di euro.

Gli indagati

All’alba di oggi, dunque, circa 100 militari dei due Comandi “hanno eseguito misure cautelari nei confronti di 12 indagati, di cui 5 posti agli arresti domiciliari, 4 fatti oggetto dell’applicazione del provvedimento di divieto di dimora nel comune di Palermo e 3 dell’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria”. Tra questi ci sono un 1° Maresciallo Luogotenente del Corpo delle Capitanerie di Porto, addetto all’ufficio direzione Marittima della Capitaneria di Porto di Palermo, oggi in pensione; un Capitano di Vascello del Corpo delle Capitanerie di Porto, presidente della commissione esaminatrice e un Sottotenente di Vascello Corpo del Corpo delle Capitanerie di Porto – segretario della commissione esaminatrice, oltre che un Capitano Superiore di Lungo Corso, componente della medesima commissione.

In totale gli inquirenti contestano 59 episodi per i reati di “corruzione, induzioni indebite a dare o promettere utilità, rivelazioni di segreto d’ufficio e falsi ideologici in atto pubblico”.  Sono stati inoltre sottoposti a sequestro la sede dello ‘Studio de Santis’ – Centro internazionale di formazione marittima s.r.l. di Palermo, in via Francesco Crispi, il campo di addestramento per marittimi, in contrada Bellolampo del Comune di Palermo (facente parte del compendio aziendale della società), diversi conti correnti, nonché beni mobili e immobili per un valore complessivo di 1.250.000 euro. E’ stato inoltre disposto il sequestro di una società con sede nella Repubblica di San Marino, intestata allo stesso amministratore del ‘Centro De Santis’.

I militari coinvolti nell’indagine

In giro di affari e illeciti che ha coinvolto anche alcuni esponenti della guardia costiera. “Con soddisfazione si apprende la notizia dell’importante attività di polizia svolta dal personale della guardia costiera di Palermo – dichiara Antonello Ciavarelli, delegato Cocer MM Guardia Costiera – Ciò non è solo espressione di grande professionalità. Il fatto che si sia proceduto agli arresti dei colleghi è sopratutto espressione che per il personale al primo posto c’è l’onorabilità della guardia costiera e l’onesto servizio alla Nazione”.

Intercettazioni e pedinamenti

Le indagini, grazie anche a intercettazioni telefoniche e ambientali oltre che pedinamenti e acquisizione di atti ed accertamenti bancari, hanno permesso agli investigatori di accertare che “i marittimi che formulavano istanza per partecipare agli esami – il cui superamento era necessario per ottenere le abilitazioni professionali e le certificazioni previste dalla normativa internazionale al fine di svolgere delicate e importanti mansioni a bordo di navi mercantili e da crociera, in alcuni casi legate alla sicurezza – venivano ‘avvicinati’ da taluni degli indagati che, in collegamento con il Centro internazionale di formazione marittima, promettevano il facile superamento delle prove, previa frequenza di ‘pre-corsi’ a pagamento in effetti tenuti dagli stessi pubblici ufficiali che in seguito avrebbero fatto parte della commissione esaminatrice”.

Oltre 50 candidati sarebbero stati avvicinati e una parte di questi, spiegano gli investigatori, hanno “effettivamente pagato somme non inferiori ai 1.000 euro per beneficiare di corsie preferenziali per un agevole superamento degli esami; in alcuni casi, si è anche accertato che, in occasione dei ‘pre-corsi’ i candidati venivano puntualmente resi edotti sugli argomenti che sarebbero stati oggetto di esame”.

Ma non solo. Il sistema prevedeva anche la possibilità per i candidati di ottenere “anticipazioni in merito alle tracce che sarebbero state loro sottoposte in occasione della prova scritta di inglese, preparandoli alla traduzione del testo che poi sarebbe stato oggetto della prova”.

Il rischio per la sicurezza dei trasporti marittimi

Un articolato sistema di illeciti che, per la portata e la rilevanza della questione affrontata, “ha enormi ripercussioni su un aspetto di primaria importanza nazionale e internazionale, ovvero la sicurezza dei trasporti legata ai traffici marittimi mercantili e crocieristici”. Le condotte illecite accertate nel corso delle indagini sono infatti sfociate nel rilascio di titoli professionali marittimi legittimanti lo svolgimento di funzioni delicatissime, a bordo di navi da crociera o mercantili, come quelle di responsabile di guardia in coperta e in macchina durante la navigazione.

Romanzo Brexit: quel confine d’Europa che rischia di far crollare tutto

in Economia/Internazionale da

Giustificare 55 miliardi di euro di costi di uscita per poi attuare Brexit tramite una sistema di zone franche a macchia di leopardo, al solo scopo di tenere a bada le sacche di resistenza pro-Europa, potrebbe sembrare un azzardo perfino per una politica navigata come Theresa May. Eppure è esattamente l’exit strategy più accreditata dalle parti di Downing Street.

Ancora una volta, insomma, a Londra regna l’assoluto caos e il fragilissimo governo che si regge solamente grazie ad una sparuta ma battagliera componente unionista nordirlandese, non pare essere in grado di trovare un accordo che soddisfi tutti i partners interni ed esteri.

La proposta della May, quella cioè di mantenere l’Ulster all’interno dell’unione doganale ed evitare così che i 400 chilometri che dividono l’Irlanda in due rappresentino un confine sia statale che continentale, è infatti al centro del dibattito a Westminster e un paventato diverso trattamento giuridico per i cittadini di Sua Maestà sta creando non poche tensioni nella maggioranza conservatrice. A ciò si aggiunga che l’Irlanda del Nord, che gode di una relativa autonomia, è senza un governo da gennaio 2017 e i due principali partiti, il Dup alleato della May a Londra e il partito repubblicano Sinn Féin, che ha fatto dello scontento su Brexit il proprio successo, sono ancora lontanissimi da un accordo che prevede, di fatto, il mantenimento delle normative comunitarie da parte dell’Irlanda del Nord e il riemergere di quelli che nella tradizione giuridica medievale venivano chiamati “iura propria“, una sorta di legislazione parallela nei confronti di alcuni nuclei urbani individuati in base alla loro collocazione geografica. Insomma, un vero e proprio caos al quale rischia di aggiungersi anche la questione della grande capitale Londra, che in stragrande maggioranza al referendum su Brexit aveva deciso per rimanere ancorata a Bruxelles. Non è un’ipotesi peregrina.

La City è una delle città più aperte e plurali al mondo e ha sfruttato al meglio, in questi ultimi trent’anni, le opportunità di un’Europa comunitaria. Gran parte del core business londinese è frutto di una legislazione che non tiene più conto di fiscalità e cittadinanze diverse, e il recente abbandono di alcune istituzioni comunitarie e bancarie è solo l’inizio di una lunga serie di addii che Londra dovrà fare da qui al 29 marzo 2019, la data scelta dal Governo per l’uscita ufficiale dall’Unione Europea.

La proposta del sindaco laburista Kahn è quella di applicare le stesse differenziazioni ipotizzate per l’Ulster a Londra, creando così una città-Stato sulla falsariga di quanto già sperimentato con altri grandi hub internazionali del recente passato, come Casablanca ai tempi della dominazione francese e spagnola e Hong Kong, sospesa tra un impianto normativo di common law, ma assoggettata a livello costituzionale alle leggi cinesi, pur con alcune e complesse eccezioni. E’ certamente un piano scivoloso per il Governo May: mai come in questa fase l’Inghilterra è tremendamente isolata dai sue storici partners all’interno dell’Unione che dal 1707 tiene insieme Gran Bretagna ed Irlanda legate a doppio filo. E mentre i tempi si fanno ancora più stretti, sullo sfondo, rimane il grande interrogativo: la May riuscira nell’ardua impresa o sarà costretta a mollare e lasciare il passo? 

Mozambico: nuovo sanguinoso raid di al-Shaabab

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Nuova offensiva degli al-Shabaab in Mozambico. Nel nord del Paese, a Mocimboa da Praia, 2 persone sono rimaste uccise ed altre 2 ferite a seguito di un raid degli integralisti islamici durante il quale sono state date a fuoco decine di abitazioni nei vicini villaggi di Mitumbate e Makulo.
Il raid degli Shaabab in territorio mozambicano fa seguito a quelli dell’inizio del mese di ottobre, dei quali avevamo riferito, e dove i miliziani islamisti avevano attaccato sia la popolazione del distretto di Mocimboa da Praia, sia i militari e gli agenti accorsi per tentare di arginare gli attacchi.

Il governatore del distretto, Julio Parruque, ha dichiarato che i Mujahid hanno espanso la loro zona d’influenza al distretto di Nangade e che dalle foreste circostanti si muovono per condurre gli attacchi.
Le autorità del Mozambico hanno dichiarato che dall’inizio di ottobre sono stati effettuati 308 arresti nei confronti delle bande degli integralisti e, tra questi, 208 sono stati perseguiti penalmente e successivamente rilasciati per insufficienza di prove. Nelle operazioni delle forze di sicurezza sono stati sequestrati sei veicoli utilizzati per condurre gli attacchi. Il governatore Júlio Paruque ha esortato la popolazione a continuare nella collaborazione con le forze dell’ordine nel segnalare ogni movimento di persone sospette per contribuire alla sicurezza del Paese.

Il nuovo attacco condotto dagli Shaabab non fa che acuire le preoccupazioni per il fenomeno jihadista ritenuto non più solo allo stato latente. La segnalata presenza di “stranieri” tra le milizie islamiste è un ulteriore indicatore delle funesta influenza che i reclutatori dimostrano di saper riversare sui neofiti e rappresenta un segnale allarmante  per l’espansionismo dell’Islam radicale nel Continente africano, dove un’eventuale congiunzione tra Boko Haram e al-Shaabab avrebbe effetti deleteri soprattutto sulla disastrata economia dei Paesi coinvolti dalla follia jihadista.

Malta, tre i principali sospettati per la morte della giornalista Galizia

in Internazionale da

I responsabili della morte della giornalista Dapnhe Curuana Galizia, uccisa nell’esplosione della sua macchina il 16 ottobre scorso, potrebbero essere tre. Questo è al momento il sospetto degli investigatori a seguito di diverse indagini.
Dopo l’arresto di 10 persone, 7 di queste sono state rilasciate e 3 messe in custodia cautelare. I principali sospettati sono i fratelli Alfred e George Degiorgio e Vincent Muscat, già noti alle autorità locali per presunti legami con la criminalità organizzata.

Tutti e tre i fermati sono disoccupati e abitano tra la zona di St Paul’s e Msida. I fratelli Degiorgio, conosciuti come ‘ic-Ciniz’ e ‘il-Fulu’ e Muscat noto come ‘il-Kohhu’, sono stati deferiti alle Autorità  con l’accusa di omicidio, collusione con la criminalità organizzata, cospirazione criminale con l’aggravante della recidiva specifica per l’utilizzo criminale di esplosivi. I sospettati durante tutta la seduta in tribunale  sono rimasti calmi e impassibili di fronte alle accuse dichiarandosi innocenti.

Settimane di lavoro per individuare il numero di telefono che ha fatto detonare l’autobomba

Secondo MaltaToday gli uomini sono stati identificati dagli investigatori grazie a settimane di lavoro dedicate a setacciare le migliaia di telefonate connesse al numero utilizzato per da innescare e far  detonare la bomba nell’auto di Caruana Galizia. Le analisi effettuate sul traffico telefonico hanno, quindi, ridotto la forbice del numero di sospettati, permettendo di identificare i soggetti ritenuti più “a rischio”.
Un lavoro certosino che ha consentito di collegare le chiamate partite da una particolare numerazione alla bomba che, tra l’altro, risultava essere stata assemblata in varie località di appoggio, tra cui Zebbug e Mosta.

La natura del caso e le sue innumerevoli sfaccettature sono tali da aver portato al rifiuto del mandato difensivo da parte dei principali avvocati penalisti di Malta che hanno rinunciato all’incarico per non essere in alcun modo associati al caso, pur nella considerazione dell’alto profilo del processo e della vetrina internazionale offerta dal procedimento che si va delineando.

 

 

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