La Percezione Della Sicurezza

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Internazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale ed internazionale.

Terrorismo, a Manchester la strage dei teenager: attacco all’Arena durante concerto

in Internazionale da

La Gran Bretagna ripiomba nella paura. Il 22 maggio un kamikaze si è fatto esplodere nel foyer del palazzetto del Manchester Arena
poco dopo le 22.30 ora locale , subito dopo la fine del concerto di Ariana Grande. Il bilancio è di ventidue morti, tra cui bambini, e 60 feriti. Questa volta, come nel Bataclan di Parigi, gli attentatori hanno scelto i più giovani.
L’Isis ha rivendicato l’attacco.
“A quanto pare le bombe dell’aviazione britannica sui bambini di Mosul  e Racca sono tornate al mittente”. Secondo il sito americano ‘Site’ a scriverlo  sui social network sarebbe stato il gruppo Facebook ‘Stato Islamico’ (Is). Sempre secondo il sito di analisi poche ore prima l’attentato di Manchester circolava su Telegram un video che raffigurava un uomo minacciare il Regno Unito e altri Paesi occidentali. Ancora non è confermato se a parlare fosse poi lo stesso che qualche minuto dopo si è fatto esplodere. Nella rivista ufficiale dell’Isis, Rumiya, viene scritto:” Uno non dovrebbe addolorarsi per l’uccisione collaterale di donne e bambini miscredenti”.

Non è stato accertato  quante siano state le esplosioni, ma le autorità inglese parlano di un solo kamikaze morto durante lo scoppio della bomba “chiodata”. La stessa sera è stata fatta evacuare anche la stazione metropolitana Victoria per pacco sospetto. Allarme poco dopo rientrato. L’indomani all’attacco, fanno sapere su Twitter gli agenti di polizia, è stato arrestato un uomo di 23 anni che sembrerebbe essere legato all’attentato alla Manchester Arena. Un altro allarme è scattato poche ore dopo in un centro commerciale che è stato evacuato dopo un’esplosione. La polizia inglese ha così arrestato un uomo che però non avrebbe collegamenti con l’attentato fatto durante il concerto.

Theresa May ha sospeso le elezioni previste tra poche settimane e ha convocato per l’indomani all’attentato il comitato Cobra per incontrare tutti i ministri. E’ proprio il primo ministro britannico a temere ulteriori attacchi al Paese ritenendo  che “il livello della minaccia grave” e che ” un nuovo attentato è altamente probabile”. La Regina Elisabetta scrive un messaggio al popolo inglese parlando di “terribile evento” elogiando “lo spirito con il quale i cittadini di Manchester hanno reagito di fronte a questo “atto barbaro” con umanità e compassione.

Sono stati diversi i messaggi di solidarietà arrivati da parte di tutti i leader mondiali. Il presidente russo Vladimir Putin scrive in una nota: “condanniamo con forza questo crimine cinico e disumano. Speriamo che gli attentatori non sfuggano alla punizione che meritano” . Si affida invece a Twitter il presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni che esprime vicinanza al popolo inglese e alle famiglie che hanno perso i loro cari. Non si è fatto attendere neanche il presidente americano Donald Trump che, in visita a Betlemme, ha scritto:” così tanti giovani magnifici e amanti della vita sono stati uccisi da dei perdenti malvagi. Costoro non li chiamerò mostri, perché a loro piace essere definiti così”.

Intanto in Europa la paura sale dopo l’ennesimo attentato e in Italia il ministro dell’Interno Marco Minniti ha convocato una riunione straordinaria del comitato di analisi strategica antiterrorismo.

Iran, le sfide di Rohani: confermare i progressi interni e nei rapporti internazionali

in Internazionale da

Com’era largamente prevedibile Hassan Rohani succede a se stesso alla guida del governo dell’Iran, in un turno di elezioni contrassegnato, come da tradizione, da una cospicua affluenza da parte del corpo elettorale. Circa 15 punti percentuali hanno distanziato i due principali concorrenti, il presidente uscente e il candidato del fronte conservatore Ebrahim Raisi confermandosi così la tradizione che vede rarissima l’ipotesi del ricorso al ballottaggio.

Ben ventisei milioni di elettori hanno partecipato a quello che, nell’area medio-orientale, è certamente il più stabile sistema politico il cui processo elettorale, nonostante mille criticità e la costante ed abnorme influenza del clero, rimane il più vicino agli standard occidentali. Il riformista Rohani si troverà dunque, dopo la seconda ed ultima investitura, a dover proseguire il corposo programma di riforme avviato durante il suo primo mandato con notevoli difficoltà aggiuntive rispetto a quattro anni fa.
Alla Casa Bianca l’inquilino, come è noto, è cambiato e il clima di distensione della stagione Obama, seguito soprattutto ai notevoli progressi sul controllo dell’arsenale nucleare, non è dei migliori. Pur in presenza di una autentica svolta, specialmente nei rapporti commerciali con le potenze occidentali, in particolare quelle europee, l’Iran rimane ancora una spina nel fianco di molte amministrazioni che non hanno intenzione di compromettersi con l’ibrido e sui generis regime di Teheran che, tuttavia, ha impresso un notevole cambiamento rispetto alle tensioni diplomatiche che avevano contraddistinto il doppio mandato di Mahmud Ahmadinejad, escluso, obtorto collo, da questa competizione elettorale.
La sfida di Rohani è ora quella di confermare i progressi, lenti ma costanti, dei suoi primi anni di guida del Paese, pur in presenza di un equilibrio geopolitico senz’altro meno favorevole rispetto a quello di un tempo. Ma gli avversari del presidente non saranno solo al di fuori dei confini nazionali: questa netta riconferma, infatti, pone il capo dello Stato come unica reale alternativa al partito dei conservatori. Una frattura evidente tra il nord, ancora massicciamente schierato con il presidente uscente grazie all’appoggio del mondo dell’imprenditoria, delle professioni e del mondo “laico” e il sud del paese, più povero e decisamente più incline alle sirene populiste che pure in Iran si stanno ritagliando uno spazio sempre maggiore. Un equilibrio, questo, mai come oggi simile a quello emergente nelle democrazie occidentali le quali, dopo Brexit e la vittoria di Trump, sembrano essersi avviate verso la vittoria dei fronti populisti e sovranisti.

Iran, Rouhani di nuovo presidente della Repubblica Islamica

in Internazionale/Relazioni Internazionali da

Gli iraniani hanno scelto di nuovo lui. Confermando la tradizione che vede i mandati presidenziali procedere a gruppi di due. Hassan Rouhani è, di nuovo, il presidente della Repubblica Islamica dell’Iran. Lo spoglio, ancora non del tutto completato, ha dato ragione al candidato riformista. Con un’affluenza del 70% degli elettori giunti alle urne, un dato di 6 punti percentuali più basso rispetto alla pima elezione di Rouhani, il programma di apertura all’Occidente inaugurato dal presidente ha battuto l’ala radicale.

I dati sul voto

Guardando i dati diffusi dal Ministero, il risultato appare chiaro: Rouhani si è attestato al 56,3%, guadagnando una forbice di 4 milioni di voti su Raisi, fermatosi al 38,9%. E, come nelle elezioni del primo mandato del capo dei riformisti, il voto di Teheran è stato decisivo per la vittoria finale. I flussi di voto appaiono illuminanti in questo senso: professionisti, giovani e donne sembrerebbero aver scelto il cammino di apertura nei confronti del mondo al di là dei confini. E la topografia elettorale di Teheran conferma questo dato.

Divisa da una linea che separa i liberali dai quartieri più poveri, la capitale iraniana è stata la spia dell’andamento del voto, che ha visto prevalere la fiducia dei professionisti del nord della città sulla rabbia delle zone meridionali della metropoli. Sono le città, infatti, ad aver scelto per il Rouhani-bis. Nella notte gli exit poll davano Raisi in testa su 5 province, quelle rurali, mentre il pragmatico-riformista guidava la contesa elettorale in 13 distretti della nazione sciita.

Una percentuale dei votanti così alta era un altro dei segnali attesi da Rouhani, in quanto la grande partecipazione al voto sarebbe stata vincente per i liberali, storicamente più impegnati a scegliere che a delegare le funzioni di comando del Paese.

Non a casa il neo-presidente aveva commentato nel pomeriggio: “La partecipazione entusiasta degli iraniani rafforza la potenza e la sicurezza nazionale”. E la partecipazione è una molla su cui Rouhani aveva fatto leva per ottenere il suo secondo mandato.

Nel pomeriggio, fra i votanti, c’era stata passerella anche per la Guida Suprema del paese, l’Ayatollah Khamenei. Il capo spirituale dell’Iran aveva invitato gli oltre 50 milioni di aventi diritto a votare “in modo massiccio e il prima possibile”.

 

 

 

 

Terrorismo, Isis si espande nel Sinai e l’Egitto dialoga con Hamas

in Internazionale da
Isis

L’Isis opera solo a livello militare contro le forze di sicurezza egiziane, resistendo agli attacchi dell’esercito di Al Sisi. Almeno stando a quanto assicurano alcune fonti che parlano di un Daesh intenzionato ad estendere la sua influenza anche nel campo sociale e politico dell’Egitto.

La presenza dell’Isis in Egitto

I capi della Wilayat Sinai rappresentano il Daesh sul territorio e sono capaci di imporre la propria volontà sui residenti per istituire un regime islamico secondo la sua particolare visione religiosa. L’organizzazione gestisce un dipartimento Hisba, la polizia religiosa, incaricato di imporre la Sha’aria e di mettere in atto le misure di coercizione e di punizione imposte dalla stretta osservanza della dottrina radicale secondo il principio di “promuovere la virtù e prevenire il vizio”.

Il capo del dipartimento dell’Isba Sinai ha dichiarato in un’intervista che i suoi uomini si impegnano nell’attività quotidiana di educare e predicare la difesa dei dettami dell’Islam, di evitare pratiche proibite e di applicare rigorosamente i divieti. Tuttavia, fino a poco tempo fa l’organizzazione raramente ha fornito prove evidenti del suo predominio. La propaganda dell’Isis, costituita soprattutto da video, immagini e comunicati, si concentra quasi interamente su questioni militari, attacchi, formazione e vita quotidiana dei suoi combattenti. Il 28 marzo 2017, la Wilayat Sinai ha pubblicato il video, “La Luce della Sha’aria”, che per la prima volta ha presentato le sue attività. Il filmato mostra l’applicazione dei divieti di fumo e droghe e la punizione dei contrabbandieri di tali merci, ed inoltre, la distruzione di televisori, antenne satellitari e tombe. I contenuti del filmato ricalcano quelli di altre aree in cui l’organizzazione ha un sostanziale controllo. In queste province espone le sue attività sociali tra cui la carità, la restaurazione di infrastrutture, il proselitismo religioso, come le lezioni di Corano per i bambini e le classi di religione e teologia per gli adulti, sottolineando come la routine quotidiana si svolga in maniera estremamente pacifica.

Va rilevato che, mentre in altre province del Califfato i contatti dell’organizzazione con la popolazione locale, comprese le attività legate a religione, società, legge, infrastrutture e benessere, sono condotte da membri facilmente riconoscibili, nel Sinai i miliziani sono generalmente mascherati e armati, indicando che l’Isis ancora tratta i locali con diffidenza e considera rischioso agire a volto scoperto per i rischi legati ad una identificazione da parte del Mukhabarat egiziano.

Daesh alla conquista del Sinai

L’Isis cerca di presentare la penisola del Sinai come parte integrante del Califfato ed in questo senso, sul profilo Telegram associato alla provincia ‘Isis Sinai’, si legge: “Sia lode ad Allah, ci sono diversi villaggi [nel Sinai settentrionale] in cui vengono attuati Sha’aria e hudud [punizioni coraniche], Dio e la Hisba operano in modo meraviglioso. Grazie a Allah, non c’è oppressione e le orde dell’esercito [egiziano] non possono entrare [in questi villaggi], grazie ai leoni del Sinai”.

Abu Hajer Al-Shami, il governatore di ‘Isis Sinai’, ha dichiarato, in un’intervista al magazine web Al-Naba, che l’organizzazione ha già realizzato l’applicazione totale della Sha’aria estendendola a tutto il Sinai.

Il direttore della polizia religiosa, sempre di ‘Isis Sinai ‘, ha anche rilasciato un’intervista ad Al-Naba in cui ha descritto la provincia come una vera e propria entità amministrativa composta da dipartimenti con diverse responsabilità, simili alle altre province Isis. Gli attivisti del Daesh, ha affermato, attuano e applicano severamente la legge islamica: “Uno dei doni concessi da Allah ai suoi adoratori, i mujahideen nella provincia del Sinai, è di permettere a tutti di fare propria la Sua parola per combattere allo scopo di imporla e resistere agli attacchi degli ebrei e degli infedeli. Dopo tutti i complotti, la provincia del Sinai è cresciuta sempre più forte e più dura. I soldati sono aumentati, continuano a combattere come un solo uomo contro tutti gli infedeli e attuano la legge del Signore di tutti i Mondi dovunque la loro mano possa raggiungere e quanto più possibile”.

Nel suo video, “La Luce della Sha’aria”, l’Isis Sinai ha pubblicato le immagini della sua guerra contro sigarette e droghe. L’imam Abu Al-Miqdad Al-Masri, tramite un altoparlante, ha annunciato alla popolazione di Al Arish che “le sigarette sono vietate nella legge islamica in quanto provocano sprechi di denaro e perdita di vite umane”. Il video mostra, inoltre, i miliziani dell’Isus mentre trascinano alcuni contrabbandieri di sigarette fuori dalle loro case e li fucilano.

Anche il profilo Telegram “Ajel min Sina” ha comunicato che ad Al-‘Arish i membri della polizia islamica avrebbero effettuato veri e propri raid nelle tabaccherie del quartiere “Al-Samran”, confiscando sigarette ed ammonendo i giovani a non fumare. Avrebbero, inoltre, confiscato i dischi rigidi delle telecamere di sicurezza dei negozi ed avvisato i commercianti di non puntarle sulla strada principale.

Le limitazioni alle donne nel nuovo dominio del Califfato

I membri dell’Isis hanno recentemente cominciato ad imporre un rigoroso codice relativo all’uso di abiti islamici per le donne. Il 22 febbraio, l’Isis ha istituito un posto di blocco sulla strada Al-‘Arish-Rafah, fermando un autobus pieno di insegnanti ed alunne per contestare il loro modo di vestire. Hanno chiesto alle donne e alle ragazze di indossare un abito islamico, coprire i loro volti con un niqab e avvertito loro di non esporre i loro visi in pubblico. Si sarebbero presentati come membri dell’organizzazione per la promozione della virtù nella provincia del Sinai. Secondo una testimonianza, avrebbero fissato un ultimatum di due giorni dopo il quale tutti gli insegnanti che non avrebbero indossato il niqab sarebbero state punite.

Le difficoltà dell’Egitto di riprendere i territori caduti in mano all’Isis

Negli ultimi giorni, ad ogni buon conto, il Daesh ha continuato nella sua guerra contro le forze egiziane distruggendo numerosi veicoli ed uccidendo almeno un centinaio tra soldati e guardie di confine in numerosi agguati lungo la direttice Il Cairo-Al Arish-Rafah.

L’esercito di al Sisi sembra incapace di riconquistare i vasti territori caduti in mano ai miliziani di Al Baghdadi, e solo un’offensiva con un massiccio impiego di uomini e mezzi renderebbe possibile un effettivo controllo della penisola del Sinai. Da contro, il Daesh sfrutta a dovere le potenzialità logistiche soprattutto della città di al Arish. Un luogo che gioca un ruolo chiave per lo spostamento di migliaia di miliziani provenienti dalla Siria e diretti ai fronti del nord Africa, con i rischi legati ai viaggi dei barconi verso l’Europa, che durante la stagione estiva si moltiplicano e possono essere sfruttati al meglio per approdare nell’indifeso Occidente.

L’asse Egitto-Hamas

Di recente si è assistito ad una crescita dei segnali di ravvicinamento tra l‘Egitto e Hamas, iniziati con una visita dei funzionari dell’organizzazione mediorientale a Il Cairo i primi giorni di febbraio.

Toni decisamente concilianti, rispetto al passato, sono stati adottati dai funzionari di Hamas nei confronti dell’Egitto in cambio di un allentamento delle restrizioni al passaggio dei palestinesi attraverso il valico di Rafah. Allo stesso tempo, Izzat Al-Rishq, funzionario di Hamas, ha voluto chiarire che un rinsaldamento delle relazioni Hamas-Egitto non andrebbe a discapito dei rapporti del movimento con altri elementi, altri paesi arabi o l’Iran. L’Egitto, da parte sua, non ha comunque assicurato alcuna concessione nella sua guerra contro le gallerie per il contrabbando sul confine di Gaza e continua a inondarle e distruggerle.

Dopo la scoperta di numerosi cunicoli da parte dell’esercito egiziano, il quotidiano indipendente Al-Masri Al-Yawm, ha pubblicato diversi articoli che hanno condannato Hamas per l’utilizzo dei tunnel per il contrabbando di armi, terroristi e fondi, che compromettono la sicurezza dell’Egitto anche, e soprattutto, in favore dello Stato Islamico che si avvale, già da tempo, dei passaggi tra la Striscia di Gaza ed il Sinai per lo spostamento di uomini e materiali verso la penisola egiziana.

Terrorismo, la famiglia bin Laden si riprende Al Qaeda

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Il nuovo messaggio di propaganda di Al Qaeda, teso a reclutare nuove leve per l’organizzazione ringiovanendone i ranghi, è stato emanato non a caso da Hamza bin Laden, figlio del defunto Oussama. In piena sintonia con Ayman al Zawahiri, del quale ricalca alcuni passi proprio nel nuovo messaggio, Hamza sprona i miliziani ad attaccare senza tregua, e con mezzi di facile reperibilità, gli interessi americani, giudei, russi ed i membri della Nato. “Se siete in grado di reperire ed utilizzare armi da fuoco, molto bene, in caso contrario le opzioni sono tante”.

Il profilo di Hamza bin Laden

Dopo una serie di video, volti a caratterizzare il personaggio, gli esperti affermano che il profilo di Hamza bin Laden all’interno del gruppo terroristico sarebbe in costante aumento.

Ha cercato di imitare il padre, anche nel tono di voce, ed anche di copiare e ripetere i messaggi e le terminologie utilizzate da Oussama in passato”, ha dichiarato Ali Soufan, ex agente dell’FBI che da anni si occupa di studi ed analisi di al Qaeda. “Aveva un sacco di carisma ed enormi abilità di eloquio già in giovane età”, ha detto Soufan.

Alcune voci riferiscono dell’implicazione di Hamza bin Laden nell’assassinio del primo ministro pakistano, Benazir Bhutto, nel 2007. Ma Hamza, all’epoca dei fatti, era detenuto in Iran, ove rimase sino al 2010. In una registrazione del 2015, il leader di al Qaeda Ayman al-Zawahiri aveva presentato Hamza bin Laden come uno dei leoni dell’organizzazione terroristica ed il discorso di Hamza, registrato e propagandato sul web, era inteso ad una chiamata internazonale dei miliziani di Al Qaeda per continuare il jihad a Washingot, Londra, Parigi e Tel Aviv.

Hamza dovrebbe avere circa 25 anni ed è familiare a un pubblico militante perché incluso, già dal 2005, nei video propagandistici di Al Qaeda imbracciando il fucile automatico di suo padre, recitando una poesia o seguendo una formazione militare con altri ragazzi. Già in tenera età aveva seguito studi inerenti l’ideologia di Al Qaeda è si è sempre detto pronto a prendere le armi e marciare nell’esercito dei mujaheddin a fianco del padre Oussama.

A questo punto Hamza bin Laden sembra abbastanza maturo per assumere la leadership di Al Qaeda e riuscire nell’intento dell’unificazione dei movimenti islamisti internazionali. Il periodo sembrerebbe purtroppo propizio poiché, a fronte di un declino dell’Isis, il Califfato ha intrapreso la strada della riconciliazione con Al Qaeda, ottenendo incontri con intermediari tesi a stabilire una linea comune in vista di una futura alleanza tra i due gruppi. Proprio Hamza bin Laden avrebbe sostenuto questa linea allo scopo di fare fronte comune con il Daesh contro l’Occidente. E di certo, la combinazione Al Qaeda – Isis potrebbe avere conseguenze letali per gli interessi degli alleati, anche nei rispettivi confini territoriali.

Tratta delle schiave: il viaggio di Ofcs.report nel mercato del sesso internazionale

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Sono milioni le donne oggetto di tratta e di predazione, dalle sponde nord-orientali del Mar Nero a quelle calde e soleggiate del Golfo Persico. Moldova, Ucraina, Romania e ancora Dubai, Qatar, Siria e Libano: paesi nei quali il mercato del sesso batte cassa sulla pelle di persone finite nelle mani di trafficanti, di profughe, di chi era in cerca di un approdo sicuro, nel tentativo di fuggire dalla miseria e dalla fame. Un illecito, lo schiavismo, vecchio come il mondo, ma che trova nuova linfa negli scarsi controlli e nella corruzione di una piccola repubblica nata all’indomani della dissoluzione dell’Unione Sovietica, la Moldova, oggi fra i paesi più poveri del Vecchio Continente e la cui economia, in larga misura, si regge sul denaro che i lavoratori emigrati inviano alle famiglie, in particolare donne che lasciano la propria terra con la speranza di trovare un impiego in Europa, negli Usa e, talvolta, in Medio Oriente, non di rado incappando in reti criminali.

Il business della prostituzione

Un rapporto del Dipartimento di Stato americano sulla prostituzione in Libano stima in circa diecimila gli arrivi dall’Europa orientale (anni 2014-2015) di ragazze attratte dall’opportunità di lavorare nell’industria dell’intrattenimento che nel paese comprende anche il sesso, poiché il meretrecio non è ostacolato dalla legge locale. Un buisness redditizio, dunque, ma non privo di rischi: è lo stesso Dipartimento, infatti, a segnalare gravi casi di abuso, di sequestro di persona e di confisca del passaporto che interessano giovani raggirate con una finta proposta di lavoro e con la scusa che le spese di viaggio saranno coperte dal sedicente datore. E a destinazione ecco l’amara sorpresa: il trasferimento in Libano va pagato, è un debito da estinguere prostituendosi. Una formula ricattatoria alla quale le organizzazioni criminali ricorrono spesso, ma non l’unica: a Dubai, dove la sharia proibisce attività legate al sesso, gli annunci online di escort attirano nella capitale emiratina europei e americani in cerca di sensazioni forti. Nonostante il governo locale oscuri i siti internet con inserzioni di carattere sessuale, fioccano profili Instagram e Facebook registrati in altri paesi con foto e numeri di telefono per scegliere e contattare direttamente la donna con la quale passare la notte. Profili come blonde girls, russian girls, eastern girls: concordato il prezzo, ci si dà appuntamento in un albergo lontani dagli occhi, indiscreti, della gente e delle autorità, queste ultime propense a non indagare su ciò che gli stranieri fanno nelle strutture alberghiere. Occhio non vede… legge non duole: se fra le quattro mura di una camera di hotel si può avere del sesso mercenario, in strada è però assolutamente proibita qualsiasi infrazione legata al buon costume, anche in caso di violenza: lo scorso novembre una turista inglese è stata arrestata dalla polizia di Dubai dopo aver denunciato uno stupro. L’atteggiamento delle autorità emiratine, quindi, tende a scoraggiare fughe o richieste di aiuto di schiave che, anziché soccorso, rischierebbero di incappare in un arresto per prostituzione.

Altro elemento che in Medio Oriente favorisce il “commercio” di carne umana è la guerra civile siriana. Dal 2011 sono milioni i profughi che hanno trovato rifugio nei paesi limitrofi (Turchia, Libano e Giordania) o a che hanno tentato di raggiungere Germania, Svezia e Canada. A oggi, circa un 1,5 milioni di civili siriani vivono in territorio libanese 300 mila dei quali, si stima, come clandestini. La fame, il bisogno di sicurezza e di denaro sono fattori sufficienti a spingere la persona ad accettare qualunque compromesso pur di mantenere se stessa e la propria famiglia: lavoro nero e sottopagato, prostituzione o mettere all’ “asta” una figlia minorenne. In Libano i matrimoni forzati sono diventati una piaga che, stando ai dati UNHCR, affligge il 6% delle rifugiate fra i 12 e i 17 anni vendute dai parenti ad aspiranti mariti per somme che si aggirano attorno ai 2000 dollari.

Ma essere clandestino vuol dire, soprattutto, non esistere per le autorità. Nell’aprile 2016, con un blitz la polizia libanese ha sgominato a Jounieh una banda che costringeva 30 profughe siriane a prostituirsi anche 10 volte al giorno. Il locale usato per adescare i clienti, lo Chez Maurice, aveva funzione di dormitorio e di prigione per le giovani, ammassate in uno spazio in precarie condizioni igienico-sanitarie.

La testimonianza

“Per lungo tempo non ho avuto fede dopo ciò che ho subìto perché, quando eravamo picchiate, ho detto – Dio ti prego salvaci!- e uno dei miei carcerieri ha risposto: – Pensi che Dio possa aiutarti, p*****a? Non potevamo pronunciare il nome di Allah neanche nei nostri cuori” racconta, all’indomani della liberazione, una delle siriane segregate. Alcune immagini, trasmesse dalla tv libanese Aljadeed, impressionano per la crudeltà degli aguzzini. Ma come erano arrivate allo Chez? Dietro la prospettiva di una buona paga, lavorando come inserviente nel locale di Jounieh. Ma una volta caduti nella trappola, uscirne è difficile:

“Dissi loro che non mi sarei mai prostituita. Mi hanno detto che l’avrei fatto, lo volessi o no. Poi, hanno cominciato a picchiarmi, finché mi sono arresa e ho detto: ‘Sì, lo faccio’”. Oltre alle 30 del Maurice, in quella stessa operazione altre 35 schiave sono state liberate dalla polizia. L’età conta molto nel mercato del sesso perché, va da sé, più la “merce” è giovane più il prezzo aumenta. In Turchia, altro paese che ospita un elevato numero di siriani meretrecio, lavoro nero e vendita di esseri umani sono fenomeni diffusi specie fra chi non è registrato nelle liste dei profughi. A pagare il prezzo più alto sovente sono i minori che arrivano oltre confine soli o senza passaporto: un uomo può acquistare e mettersi in casa due o più ragazzine, aggirando senza problemi le disposizioni turche in materia matrimoniale (il Codice civile del ’26 vieta la poligamia) proprio perché le sventurate non sono iscritte ad alcuna anagrafe dei rifugiati.

Il lavoro nero

La clandestinità alimenta anche un’altra piaga, quella del lavoro nero che affligge sia gli adulti sia i bambini. Secondo l’Unicef “con oltre 1,2 milioni di minorenni profughi sul suo territorio, la Turchia è lo Stato che ospita il più alto numero di bambini rifugiati al mondo […] Circa mezzo milione di bambini rifugiati in Turchia sono iscritti a scuola. Tuttavia, nonostante da giugno a oggi le iscrizioni scolastiche siano cresciute di oltre il 50%, più del 40% dei bambini siriani rifugiati in età scolare – circa 380.000 – restano esclusi dal sistema educativo” (nota del gennaio 2017).

Esclusione che non vuol dire solo non andare in classe, ma anche finire nei campi e nelle fabbriche con salari da fame ed esposti ai rischi di maltrattamento, di pedofilia e di infortuni.
In fondo, il limite fra clandestino e schiavo può essere molto sottile: persone invisibili alla società che, per sopravvivere, sono costrette ad accettare prepotenze e sopraffazione. Un’invisibilità che, secondo fonti diverse, condividono nel mondo fra i 20 e i 45 milioni di individui: i bambini dei postriboli thailandesi, le ragazze del Bangladesh avviate alla strada in Medio Oriente e in Europa, il sottobosco di lavoratori clandestini tagiki e uzbeki che vivono in Russia. O ancora le vittime del traffico che attraverso le rotte sahariane giungono fino alle coste del Mediterraneo e, nel sud Sahara, gli Harratini di Mauritania, una comunità di discendenti di schiavi che ancora oggi subisce isolamento e segregazione, solo per citare alcuni dei molti casi di tratta e di riduzione in schiavitù che continuano a proliferare anche grazie alla insufficiente conoscenza che l’opinione pubblica ha del fenomeno.

La Cina in crescita lancia la nuova via della seta

in Internazionale da
Pechino

La Cina prova a stupire il mondo. In una Pechino blindata, 29 tra capi di Stato e di governo hanno partecipato al primo forum internazionale OneBeltOne Road. Una due giorni di incontri volta a promuovere il progetto, ideato dal presidente XiJinping, di una nuova via della seta che connetta la Cina al resto del mondo. All’incontro di Yanqi Lake, località a un’ora e mezzo dalla capitale, hanno preso parte alcuni tra i leader più importanti del mondo tra cui il presidente russo Vladimir Putin, quello turco Recep Tayyip Erdogan e il premier italiano Paolo Gentiloni. Ben 77 i miliardi stanziati dal governo cinese per promuovere la connettività tra Pechino e il resto del mondo. La nuova via della seta punta a coinvolgere più del 65% della popolazione mondiale distribuita su una superficie geografica di circa il 35% del globo.

La nuova via della seta

Il progetto si compone di due direttive principali: una terrestre, che prevede la costruzione di infrastrutture stradali e ferroviarie per la circolazione delle merci e una marittima che punta dritta al mediterraneo. Tra gli obiettivi dei cinesi i porti italiani di Trieste e Genova. Come ricordato dal premier Gentiloni durante la conferenza stampa conclusiva del vertice, la Cina è pronta ad investire nello sviluppo di due tra i principali porti italiani per trasformarli in hub commerciali per la circolazione delle merci in Europa. Il Mediterraneo è uno dei punti cardine della nuova via della seta. Nel 2016, il governo greco ha ceduto il 67% del porto del Pireo alla Cosco shipping, società cinese leader nel settore per una cifra intorno ai 370 milioni di euro, con risultati straordinari di crescita nel trasporto merci. L’Italia è pronta a fare la sua parte. Italia e Cina, legate a doppio filo da importanti accordi commerciali e di collaborazione culturale, stanno progettando nuove partnership anche in paesi, come quelli africani, dove la presenza cinese è ormai stabile.

Una crescita non solo economica

La Cina è in continua crescita e il lancio della nuova via della seta è un’opportunità che non ci si può far sfuggire. Non solo economia, OneBeltOne Road ha anche un grande significato politico. Pechino è pronta a giocare un ruolo da leader mondiale non solo nel campo economico-finanziario, ma anche in quello politico. Obor rappresenta il pivot to west dell’amministrazione cinese, la volontà di provare a costituire un blocco alternativo a quello americano in un mondo sempre più multipolare. Cina e Unione Europea sembrano sempre più vicine. Nonostante le difficoltà nell’accordo tra Pechino e Bruxelles, dovute al riconoscimento alla Cina dello status di economia di mercato, la nuova via della seta potrebbe avvicinare i due giganti commerciali, anche alla luce delle difficoltà e della diffidenza reciproca tra Ue e la nuova amministrazione americana. La Cina, tra i principali sponsor della globalizzazione, prova a contrapporsi al protezionismo annunciato dal presidente americano Donald Trump e chissà che in questa lotta non possa trovare alleati inaspettati.

#HashtagDellaSettimana. Da Renzi a Boschi: su twitter la festa è pure del Babbo

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Fino a due giorni fa l’hashtag di maggiore tendenza su Twitter nella settimana alle nostre spalle era #Boschi. Il motivo, ovviamente, sta nella rivelazione fatta nel suo ultimo libro (“Poteri forti. O quasi”) dall’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio #DeBortoli (altro hashtag in cima alla classifica), secondo il quale l’ex ministro e attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio si sarebbe “interessata” al salvataggio di Banca Etruria (quella dove il papà era vicepresidente), chiedendo all’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, di acquistarla (è seguita la smentita della Boschi e l’annuncio di querele, la conferma di De Bortoli e l’assicurazione di non temere le querele, avendone già una sfilza. E poi la seconda smentita di Unicredit e il quasi-silenzio di Ghizzoni. E ancora l’accusa di Renzi a De Bortoli di essere “ossessionato” da lui). Martedì, però, a scavalcare #Boschi ci ha pensato lo scoop di Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, e cioè la pubblicazione dell’intercettazione dell’ex premier Matteo Renzi che al telefono col papà Tiziano gli chiede di dire la verità sull’inchiesta Consip, invitandolo, però, a non rivelare che, in occasione di un ricevimento con degli imprenditori, c’era anche la mamma, altrimenti i pm l’avrebbero interrogata. Politica a parte, il maggior numero di “cinguettii” ha riguardato un paio di pronunce dalla Cassazione, un’infelice frase della governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ma anche molto molto altro.

Renzi e papà Tiziano

Del caso #Consip e della chiacchierata telefonica fra Renzi padre e Renzi figlio, si occupa @nmonesi, che mette a fuoco un più che legittimo dubbio: “Perdonatemi, ma il sensazionale scoop del Fatto Quotidiano sarebbe che Renzi ha detto a suo padre di dire la verità ai magistrati?”. Non a caso @AlessiaLautone, direttrice responsabile dell’AdnKronos, twitta: “Secondo me Lillo a Matteo Renzi ha fatto un favore”. Sulla stella scia @oiramdivito (“Ma solo a me pare che Renzi abbia fatto un figurone al telefono?”), che poi insinua un dubbio comune: “Poi magari sapeva di essere intercettato, eh”. Se così fosse, però, perché chiedere al padre di mentire sulla presenza della mamma a quel ricevimento? Una furbata per far apparire di non sapere di essere intercettato? Gira la testa. Il tweet definitivo, comunque, è quello di @mauroarcobaleno: “Renzi al telefono al padre: ‘Non ti credo, devi dire la verità’. Eh, se non gli credi tu, non pretenderai che lo si faccia noi”.

De Bortoli versus Boschi

Quanto al caso #Boschi-#DeBortoli, uno dei primi a commentare su Twitter, subito dopo la smentita di Unicredit (“Mai ricevuto pressioni politiche”), è il senatore Pd @stefanoesposito, che così si rivolge ai leader del M5S: “Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, Unicredit ha smentito pressioni della Boschi. Anche questa volta sciacalli a bocca asciutta”. @vanabeau, nel momento in cui i fuoriusciti dal Pd, Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, hanno chiesto alla Boschi di fare chiarezza, si pone la domanda giusta: “Oltre che smentire categoricamente e mobilitare i suoi legali, che tipo di “chiarezza” vogliono ancora Bersani e Speranza?”. In effetti, come potrebbe smentire un’accusa non basata certo su documenti? Un ulteriore dubbio lo pone @francotaratufo2: “Rispetto De Bortoli, però non capisco perché non ne abbia parlato prima”, mentre @ArsenaleKappa ci scherza su da par suo: “De Bortoli alla Boschi: “Vuoi salire su da me a vedere la mia collezione di querele?”…”. Imperdibile, infine, @giovannigostoli: “De Bortoli scrive un libro sui “poteri forti”. Tutto ’sto casino per un’autobiografia?”

“Valori” in Cassazione

Discussione infinita anche su una sentenza della #Cassazione, che si è espressa sul caso di un indiano sikh che, in nome della cultura del suo Paese di provenienza, voleva circolare con un coltello sacro. Secondo gli Ermellini, però, gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi”, in quanto “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”. Ed ecco ciò che ne pensa (in romanesco) @IngCorsini: “E ce voleva ’a Cassazione?”. @keeplacalma, invece, legge la sentenza in chiave più politica: “La Cassazione dimette la Boldrini”.

 

Serracchiani “Salviniana”?

Ha fatto molto discutere, inoltre, ciò che ha scritto la #Serracchiani, secondo la quale “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. In sostanza, secondo l’esponente del Pd, lo stupro sarebbe peggiore se commesso da un immigrato. In men che non si dica, “Forza Nuova” l’ha arruolata, a sua insaputa, come testimonial per una sua campagna, mentre Roberto Saviano ha invitato il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, a candidarla. @CapsicumSatira liquida la faccenda così: “Debora, ma che è? Salvini ti ha rubato la password?”. Il solito @ArsenaleKappa usa i suoi parametri: “Serracchiani travolta dalle polemiche. Che sarebbero più odiose se fatte da profughi”.

Divorzio all’italiana

Ma torniamo in #Cassazione, perché la Suprema Corte ha anche stabilito che l’assegno di mantenimento dopo il divorzio non dovrà più avere come parametro il “tenore di vita” goduto durante il matrimonio ma l’indipendenza e l’autosufficienza economica dell’ex coniuge. @PamelaFerrara giunge a una sua personale conclusione: “Qualcosa mi dice che il matrimonio della Gregoraci (moglie di Flavio Briatore, ndr) durerà a lungo”, mentre @ArsenaleKappa punta il dito su una innegabile verità: “Storica sentenza della Cassazione: sarà più difficile innamorarsi degli uomini brutti e ricchi”. Ma c’è chi, come @pazzorikka, si ricorda del lauto assegno di Silvio Berlusconi all’ex moglie Veronica Lario (2 milioni di euro al mese): “L’assegno di divorzio sarà calcolato sull’autosufficienza e non più sul tenore di vita matrimoniale. Rip Veronica Lario”. In realtà, proprio ieri i giudici hanno respinto il ricorso del Cav confermando la cifra precedente, tanto che @gaddons commenta lo scampato pericolo: “Veronica Lario fa sapere alla Caritas che era un falso allarme”.

Il naufragio di Schettino

Fra gli hashtag di successo anche #Schettino, per via della condanna definitiva a 16 anni inflitta all’ex comandante della Costa Concordia, che 5 anni fa urtò gli scogli naufragando di fronte l’Isola del Giglio e provocando la morte di 32 persone. C’è chi vorrebbe la vendetta di Stato, ma non tutti la pensano allo stesso modo. @eugbev, ad esempio, twitta: “Schettino sarà stato anche un codardo, ma non è un criminale”. Qualcuno ci scherza su. È il caso di @msKittyLiv: “Ciao Schettino, per i prossimi 16 anni divertiti a fare inchini nelle docce del carcere”, mentre @Kotiomkin azzecca la battuta: “Cassazione conferma 16 anni a Schettino. Concordio!”.

Hashtag e chicche

Infine, ecco una sfilza di commenti sugli altri hashtag più in voga. Su #djFabo e la decisione del giudice di approfondire il caso prima di archiviare la posizione del radicale Marco Cappato (che accompagnò Fabo in una clinica Svizzera, dove si diede la morte), @lercionotizie si inventa la notizia dell’anno: “Cappato prenota un weekend in Svizzera con la moglie, ma lei non si fida”. Quanto alle due esplosioni davanti alle Poste di via Marmorata a Roma, attribuite agli #anarchici, difficile dar torto a @bardome (“La notizia è che esistono ancora gli anarchici”), che si abbina perfettamente con il pensiero di @IlCaroLeader: “Ok la pista anarchica, ma anche i Marsigliesi non me la raccontano giusta”. Di tendenza anche Federico #Moccia, condannato per evasione fiscale. @CapsicumSatira lo disintegra così: “Due anni a Moccia per evasione fiscale. Stesso destino di Al Capone, incastrato per un reato minore”. Il reato maggiore, si intuisce, è l’aver scritto dei libri. Il Pd che scende in strada a pulire le vie della Capitale con le #magliettegialle colpisce gli internauti per la presenza di Matteo #Orfini intento a spazzare. @lefrasidiosho non perdonano: “Pensate…oggi scopa pure Orfini”, mentre @Kotiomkin rammenta le colpe del passato: “Renzi in piazza con il Pd romano per ripulire la Capitale. L’ultima volta ci avevano pensato i Lanzichenecchi nel 1527”. A quasi un anno dall’insediamento della giunta grillina a Roma, assolutamente geniale è @lucasoldini_93: “L’Isis rivendica il primo anno della giunta Raggi”. Le #primarielega, che hanno visto la partecipazione di ottomila votanti, inducono @mauriziosia a infierire: “Il numero di votanti alle primarie della Lega è uguale ai voti che ha preso Renzi al bar Mono di Locarno”. Quanto all’incendio del camper nel quartiere Centocelle a Roma, che ha provocato la morte di tre sorelle rom, arse vive, dal profilo @Quirinale è partito il commento del Capo dello Stato Sergio Mattarella: “Crimine orrendo. Quando si arriva a uccidere i bambini si è veramente al di sotto del genere umano”. Infine, la morte del giornalista #OlivieroBeha. Tutti lo hanno salutato elogiandolo, ed è ciò che meritava, ma qualcuno ha avuto il coraggio di sottolineare, con rispetto, anche un’altra verità. È il caso di @lauracesaretti1: “Sul calcio non saprei, ma si può sommessamente dire che sulla politica Oliviero Beha scriveva un fracco di scemenze?”.

Cisgiordania, elezioni amministrative: Fatah in calo nelle principali città

in Internazionale da

E alla fine, dopo dopo undici anni di rinvii, elezioni amministrative furono. Anche in Cisgiordania. Nella giornata di sabato 13 maggio i palestinesi sono stati chiamati alle urne per rinnovare le assemblee locali di 145 città. In corsa vi era un unico partito, quello di Fatah, guidato dal presidente dell’Autorità nazionale palestinese Mahmoud Abbas. Tuttavia, nonostante l’assenza del gruppo fondamentalista islamico di Hamas e di altre forze politiche (la Jihad islamica e il partito di ispirazione marxista, Fronte popolare per la liberazione della Palestina) che hanno deciso di boicottare il voto, il partito laico di Abbas ha ottenuto risultati modesti soprattutto nelle principali città della Cisgiordania.

Secondo i risultati ufficiali diffusi nella serata di lunedì dalla Commissione centrale per le elezioni, ad Hebron, Fatah ha ottenuto solo 7 dei 15 seggi in palio, mentre a Nablus 11 su 15 grazie, però, all’alleanza con dei candidati vicino ai movimenti islamici. Il partito ha vinto nettamente solo a Jenin e Gerico, perdendo molti seggi nei consigli comunali a vantaggio delle liste indipendenti e delle formazioni politiche minori. Altro dato importante, l’affluenza. Al di sotto delle aspettative. Ai seggi elettorali si è recato solo il 53 per cento dei circa 800 mila aventi diritto. E la partecipazione è stata più alta nei centri rurali e nei villaggi.

Le elezioni di sabato si sono svolte solo in Cisgiordania perché Hamas, che controlla la Striscia di Gaza dal 2006, le ha boicottate per protesta contro le modalità con cui sono state pianificate dal governo palestinese. Inizialmente erano previste per l’8 ottobre 2016. A settembre, però, la Corte Suprema le ha sospese in seguito alla decisione di alcuni tribunali della Striscia di escludere parte delle liste elettorali di Fatah, pur non avendo l’autorità di farlo. L’esecutivo palestinese, infatti, non riconosce la sovranità dei tribunali di Hamas nell’enclave palestinese. La Commissione elettorale di Ramallah, poi, accogliendo la sentenza della Corte, aveva raccomandato al governo controllato da Fatah di organizzarle nuovamente solo dopo essersi accordato con Hamas.

L’obiettivo era quello di tenere elezioni congiunte in Cisgiordania e nella Striscia, nella speranza che l’iniziativa potesse contribuire a riavvicinare le due fazioni palestinesi. Tuttavia, dopo mesi di negoziati senza intesa, Fatah e il governo palestinese hanno deciso comunque di indire il voto, solamente in Cisgiordania. Il deludente risultato di Fatah nelle votazioni di sabato rispecchia il malcontento dei palestinesi nei confronti del partito di Abbas legato principalmente all’economia in crisi e al mancato raggiungimento di uno Stato indipendente dopo 23 anni di trattative con Israele, con cui in questi giorni, è di nuovo scontro.

Hebron, infatti, la più grande città palestinese in Cisgiordania, ha eletto come nuovo sindaco Tayseer Abu Sneineh, condannato all’ergastolo in Israele per un attentato in cui morirono sei studenti israeliani di yeshiva e liberato in uno scambio di prigionieri nel 1983. Il console generale di Tel Aviv negli Stati Uniti, Dani Dayan, ha espresso pubblicamente il suo disappunto contro l’elezione di Abu Sneineh. “I traguardi raggiunti nella carriera politica prima di essere eletto sindaco? L’assassinio di sei studenti ebrei”, ha scritto su Twitter. Mentre un rappresentante delle comunità ebraiche nei territori, Davidi Ben Sion – si legge sul quotidiano locale Jerusalem Post – ha chiesto al Presidente Usa, Donald Trump, di cancellare il suo colloquio con Abbas in occasione del suo atteso viaggio in Israele previsto la settimana prossima.

Dal gibbone alle tartarughe: ecco gli ospiti “esotici” nel parco dell’Abatino

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Un panda salvato da un circo. Una scimmia rinchiusa in una gabbia. O una tigre sequestrata mentre era nel giardino di gente senza scrupoli che desiderava farne semplicemente sfoggio. Centinaia di animali, quotidianamente, vengono salvati dalle forze dell’ordine in tutta Italia. E spesso, fortunatamente, finiscono al parco dell’Abatino. Questa è la storia di Laura e Antonio, i fondatori della struttura che sorge alle porte di Rieti. Un’avventura iniziata più di vent’anni fa, con la passione per la cura degli animali.

Parco dell’Abatino- Lama

Sin dal 1980 il Parco Faunistico Piano dell’Abatino offre rifugio e cure ad animali provenienti da situazioni più disparate: sequestri giudiziari, ritrovamenti di animali feriti, salvataggi dalla vivisezione. Questo e molto di più nel rifugio per animali, ma purtroppo in Italia non esiste ancora una legge nazionale che regoli questi centri e che tuteli gli animali.

“All’inizio facevamo esclusivamente attività di recupero di animali selvatici della fauna autoctona – ci racconta il signor Antonio – poi, con il tempo, si è aggiunta l’ospitalità ad animali esotici, vittime non solo del commercio legale e illegale di esseri viventi, ma anche di circhi, zoo e di altre forme di sfruttamento. Il nostro parco è anche rifugio permanente per individui salvati dai laboratori di vivisezione, per gli animali feriti dai cacciatori o da altre attività umane e non più adatti a essere reintrodotti in natura e per quegli animali considerati abitualmente come carne da macello”.

Attualmente la casa ospita 450 animali, ognuno con una storia da raccontare

Tra i primati troviamo macachi di Tonkeana, macachi di Java, macachi berberi, macachi rhesus, cebi, cercopitechi, una gibbona, una babbuina e poi le piccole uistitì e le saimiri.

In aree riscaldate molte specie di pappagalli e uccelli abituati a climi molto caldi trovano un ambiente ideale, mentre in ampie voliere fornite di specchi d’acqua, trovano rifugio tartarughe, pellicani, emù, anatre, oche e galline condividono senza problemi cibo e spazi.

Tra rupi scoscese e alberi della flora mediterranea come ulivi e mandorli, cinghiali, asini e capre girgentane contemplano il bosco sottostante dove altri asini e capre dividono il fieno e la verdura con un gruppo di alpaca.

Ci sono poi le eleganti linci, gli elusivi gufi reali, gli orsetti lavatori e i furetti.
Questo stupendo rifugio faunistico si estende su dieci ettari nei boschi reatini, diviso in due macroaree: il centro di recupero (animali in quarantena o di transito, lì si decide se l’animale è recuperabile o meno) e un santuario (ci sono animali non recuperabili e quindi permangono a vita).
Rifugio, riparo, riscaldamento, interventi clinici, cura e attenzione per questi animali particolari.

Parco dell’Abatino

“Le cliniche ci mettono a disposizione gratuitamente le loro strutture – racconta Laura – facciamo anche attività di pronto soccorso e riabilitazione. Gli animali arrivano in condizioni disperate, facciamo del tutto per rimetterli in sesto ma in questo momento manca un tavolo in cui si ci sieda attorno, istituzioni, Regione e strutture di rifugio per trovare una soluzione di comune accordo”.

In Italia non c’è una legge nazionale che regoli questi centri

“Gli animali esotici non si sa chi li debba recuperare – continua la fondatrice del rifugio –  il Ministero è convenzionato con due strutture, ma a che titolo? C’è stato un bando di concorso? E le altre?
I centri di recupero hanno difficoltà a dialogare tra loro e sono in difficoltà perché regolamentati da normative diverse al livello locale. Con l’abolizione delle Province la competenza è passata alle Regioni, ma la documentazione è stata cancellata. Quindi, dopo vent’anni, dobbiamo ricominciare tutto da capo.  Al livello politico non vengono dati strumenti che permettano a queste strutture di operare in maniera decente”.

Tutti questi centri vengono regolamentati da normative diverse al livello locale, e questo rende più difficile un lavoro in quanto ognuno fa riferimento a enti diversi.

“Noi collaboriamo anche con Asl, forze dell’ordine, cliniche che non sanno a chi rivolgersi. Non c’è chiarezza da parte delle istituzioni – continua il signor Antonio – Se a questa difficoltà oggettiva, derivante dal fatto che abbiamo a che fare con una fauna esotica e selvatica che di per sé è già difficile gestire, aggiungiamo le difficoltà burocratiche per cui non si riesce a capire chi deve intervenire nel recupero e chi poi deve tenere l’animale, la situazione diventa disastrosa”.

L’ideale sarebbe che ci fosse un riferimento territoriale con un bacino non talmente grande da non permettere un recupero in tempi brevi.

“Il ministero dell’Ambiente ci ha detto che i Crase (Centri di recupero della fauna esotica), non esistono – concludono i proprietari della struttura- In realtà non c’è una legge europea, a differenza degli zoo, per cui queste strutture di recupero sono regolamentate. Gli animali esotici non si sa chi li debba recuperare”.

C’è bisogno di un intervento al livello istituzionale che detti delle normative ad hoc per tutelare i rifugi faunistici che recuperano e curano ogni giorni animali di ogni tipo, dall’esotico al selvatico.

L’appello dei fondatori del Parco dell’Abatino, Antonio e Laura: “Mettiamoci attorno a un tavolo, istituzioni Regioni e strutture, e troviamo una soluzione cercando di risolvere il problema”.

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