La Percezione Della Sicurezza

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Difesa e Sicurezza Nazionale

Difesa e sicurezza nazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale.

EDITORIALE. L’amianto fa male anche ai giornalisti che ne scrivono

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Amianto

L’amianto fa male, anche ai giornalisti che ne scrivono. Dopo settimane di articoli e inchieste sul tema scottante della fibra tossica ancora presente in numerose strutture pubbliche e private, la redazione di Ofcs.Report è stata invitata a cambiare argomento. Come sempre, questo tipo di avvertimenti arrivano sotto forma di consigli da parte di insospettabili che si prendono la briga di consegnare messaggi da parte di altre “entità”. Non si tratta di minacce, sia chiaro. Chi fa questo mestiere, però, conosce benissimo il meccanismo delle “pressioni“. Proprio per questo motivo abbiamo scelto di consegnare ai nostri lettori anche questa verità, con la promessa che Ofcs.report non smetterà di occuparsi dell’amianto.

Evidentemente abbiamo ficcato il naso laddove non dovevamo. Questo ci rende fieri e orgogliosi e quindi continueremo a indagare e raccontare, anche con l’aiuto delle numerose segnalazioni che ogni giorno arrivano al nostro indirizzo.

A chi si ritiene colpito, offeso, turbato, preoccupato dai nostri articoli diciamo: siamo disponibili al confronto, sempre. Siamo pronti a rettificare ciò che abbiamo scritto sulla base di contestazioni reali e documentate. Non accettiamo, invece, il confronto con chi non ha il coraggio di metterci la faccia.

 

 

 

 

 

 

Renzi come la fenice: si dimette convinto di rinascere con le primarie

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Il destino del Paese sembra essere nelle mani del Partito Democratico. Matteo Renzi si è dimesso da segretario e ora si aspettano le prossime mosse. Il Congresso, velocizzato proprio dalle sue dimissioni, si farà presto e non più tra 6 mesi.  La strategia di Renzi, quindi, pare si sia compiuta. Secondo alcune indiscrezioni, anche questo passo indietro dell’ex presidente del Consiglio farebbe parte di un piano: avere la strada spianata per vincere le primarie contro gli altri candidati, scontrandosi con un altro grande del Pd, Michele Emiliano. Insomma, una sorta di rinascita dalle sue stesse ceneri come la fenice. “Ho dato più dimissioni io in pochi mesi che tutti i politici in questi anni”, ha commentato l’ormai ex segretario del Pd alla trasmissione Striscia la Notizia. Ironia a parte, ancora riecheggiano le parole del suo ultimo discorso fatto da presidente del Consiglio nel giorno in cui il risultato sfavorevole del referendum costituzionale lo ha di fatto costretto a fare un passo indietro. L’Italia non era dalla sua parte e le foto di Matteo e Agnese che abbracciati escono dalle stanze di Palazzo Chigi sono l’immagine perfetta di ciò che è accaduto. Ora, però, Renzi si lancia nell’ennesima (spericolata?) impresa.

Formalmente il Pd ancora è un partito unico, ma non unito. Roberto Speranza ed Enrico Rossi sono alla porta pronti a uscire. In molti, interni al partito, non vogliono questa separazione, in primis il ministro della Giustizia Andrea Orlando che ha dichiarato di candidarsi come leader solo se questo evitasse la scissione. D’altronde sono diversi i “piddini” che sostengono la figura di Orlando, da Monica Cirinnà che ha dichiarato: “Con la candidatura di Orlando probabilmente quella falla che si apre con l’uscita di D’Alema, Bersani e Speranza può tranquillamente chiudersi. Con la sua candidatura possono tenersi all’interno dei gruppi parlamentari alcune persone che si sentivano un pò strette nella maggioranza di Renzi”, a Gianni Cuperlo, che non nasconde la sua stima nei confronti del ministro della Giustizia, definendolo un amico. Fino all’ultimo, anche il governatore della Puglia, Michele Emiliano, pensava di andare via dal partito, facendo poi retromarcia.

La tensione è alta, il Partito Democratico che negli ultimi anni ha fatto da capostipite nella politica italiana, in questi giorni rischia di divorziare.  Romano Prodi ha parlato di scissione come di un suicidio, Rosy Bindi non vuole nemmeno pensare a questa ipotesi. Un momento di crisi che sembrerebbe mettere a repentaglio la stabilità di un Paese che in autunno ha deciso il No al referendum e che voleva la legge elettorale per l’elezione di un nuovo Governo in brevissimo tempo.

Dall’altro lato c’è l’opposizione che spinge al voto in fretta entro e non oltre questa estate. Da Matteo Salvini a Giorgia Meloni la richiesta è di risolvere al più presto questi problemi interni e di affrettarsi a eleggere un leader e andare così a votare . “Dipendiamo drammaticamente dalle menate del Pd. Speriamo che non durino fino a Ferragosto. E quando sappiamo o supponiamo quando si vota, noi ci muoviamo”, ha detto il leader della Lega Matteo Salvini. Inoltre, in questi giorni è anche nato un nuovo partito, il Movimento Nazionale per la Sovranità, fondato da Francesco Storace e Gianni Alemanno. Quest’ultimo ha dichiarato che “il processo autodistruttivo che sta caratterizzando il Pd è l’indice di caos che regna nel partito. Non è solo un conflitto tra personalismi e ambizioni elettorali, ma tra le due fazioni in lotta c’è un’abissale differenza culturale e politica”.

Con Roberto Speranza e Enrico Rossi fuori sembrerebbe proprio che l’ex premier Matteo Renzi sia sicuro di vincere e di fare il Congresso al più presto, perché prima si fa e prima si vota. D’altronde, i grandi sostenitori del voto sono proprio lui, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Loro, gli unici a non ritenere “irresponsabile”, come invece crede Silvio Berlusconi, il voto in estate. La paura di molti del Partito Democratico, da Enrico Letta a Romano Prodi, è che queste tensioni deludano i cittadini e i loro elettori, aprendo così a una vera e propria “autostrada”  alla Lega e al  Movimento 5Stelle.

 

 

Sicurezza urbana, nuovo decreto legge: stop ai sindaci sceriffi e obbligo di riparare per chi deturpa

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sicurezza urbana

Sta riscuotendo successo il nuovo decreto legge riguardante le disposizioni urgenti a tutela della sicurezza delle città.
In realtà, non si tratta (almeno in parte) di una novità nel panorama legislativo: la stagione 2008/2010 è stata caratterizzata da un’ampia produzione normativa. La sicurezza urbana non veniva considerata solo una questione d’ordine, ma come una prestazione pubblica alla quale corrisponde il diritto del cittadino al godimento della città. La sicurezza urbana era definita “bene pubblico da tutelare attraverso attività poste a difesa, nell’ambito delle comunità locali, del rispetto delle norme che regolano la vita civile, per migliorare le condizioni di vivibilità dei centri urbani, la convivenza civile e la coesione sociale”. In sostanza, la sicurezza urbana era legata alla qualità della vita. Sul fronte della tutela del decoro urbano veniva fissata una soglia minima delle sanzioni amministrative (€ 500) per chi sporca le pubbliche vie.

Se portiamo le lancette del tempo indietro di nove anni, si ricorderà poi che il sindaco è stato autorizzato ad adottare ordinanze anche “contingibili e urgenti” per contribuire a prevenire e contrastare la minaccia alla sicurezza urbana. Solo che i provvedimenti del tempo erano fortemente strumentalizzati per l’introduzione delle cosiddette ronde e il riconoscimento di maggiori poteri alle guardie particolari giurate, rubando la scena ad altre scelte innovative.
Anche la sottoscrizione di accordi tra Stato e Regioni non è una novità visto che nel lontano biennio 1998/1999 era iniziata la fase della negoziazione tra Prefetture e Comuni, mediante protocolli d’intesa per la sicurezza urbana. Nei primi anni 2000 venne introdotto il concetto di polizia di prossimità. Il triennio 2006/2009 fu definito come fase dell’emergenza, con la stipula dei patti per la sicurezza tra Ministero dell’Interno e grandi città dal variegato contenuto: attività delle forze di polizia, interventi di contrasto all’illegalità diffusa e di riqualificazione dell’ambiente urbano e politiche di intervento sociale.

Allora l’attuale decreto va considerato una copia attualizzata a distanza di tempo? In realtà, l’attenzione rivolta alla sicurezza urbana ha un andamento ciclico: a episodi di cronaca a impatto mediatico seguono interventi urgenti del legislatore, quindi il ripristino di una normale situazione di sicurezza urbana, la ricomparsa del problema a distanza di tempo e nuovi provvedimenti di legge.
Occorre quindi fornire un giudizio equilibrato: come sarebbe esagerata un’eccessiva esaltazione del decreto, è pur vero che sono presenti interessanti elementi di novità.
Intanto niente sindaci sceriffi: la competenza sulle questioni di ordine pubblico rimane alle forze di polizia. Tuttavia, si valorizzerà il contributo dei primi cittadini, conoscitori delle peculiari esigenze del territorio, anche attraverso le ordinanze “contingibili e urgenti”.
Un aspetto innovativo sta nella possibilità per il Questore di disporre il divieto di accesso ai luoghi dove sono state reiteratamente poste condotte illecite e, per contrastare lo spaccio di stupefacenti, il divieto di stazionamento nelle vicinanze di locali pubblici.

Sul fronte del decoro urbano, il giudice dispone l’obbligo di ripulire e riparare o di rimborsare le spese per chi imbratta o deturpa. Qualche dubbio rimane sull’efficacia del Comitato metropolitano (organismo co-presieduto da Prefetto e Sindaco rivolto all’analisi delle questioni di sicurezza urbana). Esiste già un Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica, presieduto dal Prefetto, cui partecipano i vertici locali delle forze dell’ordine, il Sindaco e altri soggetti istituzionali, invitati in ragione della tematica affrontata. Il rischio è di creare troppi “tavoli”, che rallentano le decisioni e potrebbero accendere conflitti di competenze tra i vari organismi.

Infine, il provvedimento prevede misure per prevenire l’occupazione arbitrarie di immobili. Sarà interessante verificare come i Prefetti impartiranno prescrizioni per prevenire il pericolo di turbative per l’ordine e la sicurezza pubblica e per assicurare il concorso della forza pubblica all’esecuzione di provvedimenti dei giudici. Ma una discrezionalità così ampia riconosciuta al Prefetto scopre il fianco a possibili differenziazioni degli interventi in tema di sicurezza locale e disparità di tutele a seconda dei vari territori, con prescrizioni più rigide in alcune realtà e meno incisive in altre, dove risulta più difficile il concorso della forza pubblica, impegnata in altre priorità come antiterrorismo o immigrazione.

Hacker di Stato e spioni improvvisati: la terza guerra mondiale è silenziosa

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da
hacker di stato

C’è una guerra silente che si sta conducendo ormai da qualche anno. Una nuova frontiera dello spionaggio internazionale che rischia di tramutarsi in una sorta di terza guerra mondiale, dove non ci saranno morti o feriti sul campo provocati da armi da fuoco, ma destini di intere nazioni forgiate a tavolino da gruppi di hacker al soldo di entità statuali.
Il gruppo “Fancy Bear” o APT28 è proprio uno dei gruppi di hacker di Stato più famosi e temibili. Gli analisti di sicurezza non hanno più dubbi: sono russi e svolgono attività di cyberspionaggio per la madre patria Russia. Spicca quindi l’abilità strategica dello “Zar” Putin che rimette la Russia su un piano di primazia mondiale, con degli armamenti non convenzionali: hacker di Stato altamente preparati. E il tutto senza che vi possa essere la certezza matematica, come nel caso dei soldati in divisa, dell’appartenenza statuale degli hacker.
Basta una semplice ricerca su Google per avere tonnellate di report tecnici, articoli e infografiche sugli APT (Advanced Persistent Threat) e in particolare sul gruppo “Fancy Bear”, ma poco si trova sul vero obiettivo di questi hacker: le informazioni classificate.

Apriamo una piccola parentesi su questo argomento. Le informazioni classificate sono quelle informazioni a cui viene assegnata una etichetta di segretezza, in Italia chiamata “classifica di segretezza”. Per ogni classifica vengono definiti processi e attori autorizzati ad accedere e a condividere tali informazioni. Ogni Nazione ha le proprie classifiche di segretezza.

In Italia le classifiche sono quattro, dal più basso al più alto livello di segretezza: “Riservato” (R), “Riservatissimo” (RR), “Segreto” (S), “Segretissimo” (SS). In USA, invece, le classifiche di sicurezza sono “Confidential”, “Secret” e “Top Secret”.
Quando le informazioni classificate sono trasferite su supporto cartaceo o digitale, la classifica di segretezza deve essere apposta in modo chiaro e visibile su ogni pagina del documento che diviene quindi classificato. L’esplicitazione della classifica fa sì che chiunque venga in possesso del documento sappia che la lettura o la divulgazione di informazioni classificate, ove non autorizzate, potrà avere ripercussioni sulla sicurezza nazionale.
Il Nulla Osta Sicurezza (NOS) è l’autorizzazione per accedere alle informazioni classificate rilasciata dal Dipartimento delle informazioni per la sicurezza (DIS) e indica che una determinata persona può accedere alle informazioni classificate in relazione alle attività che lo richiedano. Ma anche se una persona in possesso di NOS è autorizzata ad accedere a delle informazioni classificate, non è detto che debba necessariamente visionarle o condividerle. Vale infatti il principio della “necessità di conoscere”, ovvero “il principio in base al quale l’accesso alle informazioni classificate è consentito esclusivamente alle persone che ne hanno necessità per lo svolgimento del proprio incarico”, e il principio della “necessità di condividere”, ovvero “il principio in base al quale l’informazione classificata può esser diffusa nel limitato e controllato circuito di coloro che ne hanno necessità per lo svolgimento del proprio incarico”.

Proprio di recente la normativa sul trattamento delle informazioni classificate è stata aggiornata nel DPCM 6 novembre 2015 – “Disposizioni per la tutela amministrativa del segreto di Stato e delle informazioni classificate e a diffusione esclusiva”.
Dopo questa doverosa e lunga parentesi, è ancora più chiaro che gli hacker di Stato hanno come obiettivo principale le informazioni classificate di ogni paese. È assai nota la vicenda del Segretario di Stato americano Hillary Clinton che, al tempo in cui era in carica, veicolava materiale classificato tramite server di posta elettronica “privati”, senza alcuna misura di sicurezza o segretezza. Ancora più nota è la vicenda di “Snowden”, che ha divulgato diversi documenti classificati “Top Secret” distruggendo di fatto gran parte del cyber arsenale americano e ponendo gli USA in secondo piano rispetto alla Russia per le attività di Cyber Warfare.

Anche in Italia nei più recenti attacchi al Ministero degli Esteri è plausibile che l’obiettivo di APT28 fossero le informazioni classificate che il Ministero detiene e veicola con le ambasciate in tutto il mondo. Che siano riusciti a esfiltrarle però non è dato sapere. Purtroppo la vicenda “Eye Pyramid” non ci fa ben sperare, perché se è vero che i due hacker nostrani “Occhionero” sono quello che si temeva, ovvero due hacker improvvisati che se la sono cavata fortunosamente per diversi anni, questo indica però anche una certa permeabilità della cyber security del nostro paese. E se lo è stata ai due Occhionero figuriamoci per degli hacker di Stato russi!
È di qualche giorno fa la notizia di un DPCM (decreto ministeriale) che aggiorna la normativa per la cyber security italiana e che di fatto rimette nelle mani del DIS (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza) e quindi del Governo gran parte del controllo sulla cyber security nazionale. Speriamo che queste nuove misure di snellimento siano efficaci nel contrastare attività di spionaggio e di cyber warfare. Del resto i nostri Servizi Segreti già da tempo monitorano costantemente situazioni di cyber spionaggio, intervenendo quando serve con le forze di polizia più specializzate.

Errori terapeutici: le istruzioni per l’uso

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
errori terapeutici

Una prescrizione errata, una diagnosi scorretta o un’inesatta valutazione del medico. Cause diverse e una sola conseguenza: un danno per la salute del paziente che si era fidato del suo dottore o del suo Sistema Sanitario Nazionale. Per evitare errori che potrebbero avvenire durante la prescrizione dei medicinali, le società farmaceutiche raccolgono tutte le informazioni. La “good industry practice” aiuta a ottenere dati significativi attraverso un attento e costante monitoraggio di tutti i “medication errors” segnalati dai medici di base e specialisti, limitando il più possibile i fattori di rischio che potrebbero essere causati da un evento avverso.

In Europa il 23% dei cittadini sostiene di essere stato colpito da “errore medico”, il 18% dice di aver subito “un grave errore medico” durante la degenza in ospedale e l’11% dice di averlo subito a causa di una prescrizione errata. Queste percentuali potrebbero essere ridotte attraverso una serie di strategie, come la costante reportistica da parte delle case farmaceutiche e degli healthcare professional. Essa ridurrebbe il tasso di eventi avversi permettendo la prevenzione di oltre 750 mila “medication errors gravi” inflitti all’anno con una riduzione di oltre 3,2 milioni di giornate di ricovero, di 260 mila incidenti di invalidità permanente e 95 mila decessi in meno.

Ma cosa comporta questa raccolta informazioni?  Verificare dove si è manifestato l’errore (in sede ambulatoriale o ospedaliera), procedere controllando le fasi riguardanti il processo di un farmaco (preparazione, conservazione, prescrizione, somministrazione ed amministrazione). Indicare il tipo di “medication error”. Confermare la presenza di un sospetto evento avverso e le sue conseguenze o ancora i potenziali errori. Identificare i fattori umani (come la fatica, la distrazione, l’incomprensione), di lavoro (un ambiente stressante) ed esterni (ad esempio un farmaco non disponibile) che possono aver influenzato o causato la comparsa di tale errore, infine indicare il batch number o numero di lotto.

E’ doveroso da parte della casa farmaceutica individuare la cause principali che hanno portato ad un “medication errors” valutando se questo avviene con una frequenza “stranamente” costante o se arreca danni ai pazienti. In questi casi la società dovrà limitare le conseguenze di tali errori attraverso una serie di misure preventive e risolutive.

Il documento guida dell’European Medicine Agency (EMA) indica alle case farmaceutiche come il report riguardante i” medication errors” debbano riportare informazioni concrete sul caso e classificarlo in una delle seguenti categorie:
1) Medication Errors associati a reazioni avverse
2) Medication Errors senza danno (quindi privi di eventi avversi)
3) Medication errors intercettato
4) Medication Errors potenziale
Il report può essere urgente o non urgente. Il sospetto di una seria o non seria reazione avversa va riportata all’Eudravigilance (network internazionale contenente tutti i report delle reazioni avverse di tutti i farmaci autorizzati nell’Unione Europea).

L’appropiato codice MedDra (Medical Dictionary for Regulatory Activities) garantisce che vi sia distinzione tra un “medication errors” e un altro evento avverso, come ad esempio un intenzionale overdose, off-label use (utilizzo di un dato medicinale al di fuori delle indicazioni d’uso autorizzate), misuse and abuse.
I concetti di off-label use, misuse, abuse si avvicinano al concetto di medication errors, ma sono molto differenti da esso. Per esempio se un paziente interrompe la sua terapia perché si sente meglio, quello non sarà un “medication errors”, ma potrebbe essere considerato come un “misuse “ cioè un uso errato del farmaco. Un medication errors che risulta in una “adverse event” dovrà essere indicato da MedDRA con i termini appropriati sia per l’ errore sia per l’ evento avverso. E ancora se il medication errors non presenta un evento avverso basterà utilizzare il termine che maggiormente descrive il tipo di errore o la dizione “No adverse effect”.

Secondo la linea guida di Good pharmacovigilance Practice i Marketing Authorization Holders dovranno rivedere e discutere tutti i dati individuati riguardo possibili medication errors attraverso l’ uso di rapporti periodici di aggiornamento di sicurezza (Periodic Safety Update Reports) o attraverso il piano di gestione del rischio (Risk Management Plans) proprio di ogni farmaco autorizzato, valutando come questi errori possano influenzare il” risk-benefits balance” di un farmaco con potenziali conseguenze cliniche.
La parola chiave per indicare un medication errors e’ “unintended” cioe’ non voluto volontariamente,non pianificato. Di consequenza tutti gli eventi che indicano l’intenzione di prescrivere, usare, preparare un medicamento in un dato modo richiedono una attenta valutazione di codici.
I medication errors sono “sbagli” che ultimamente incidono sulla società non solo in termini economici ma soprattutto in termini di vite umane. Negli Stati Uniti sono considerati come la terza causa di decesso e questo triste record riguarda anche Regno Unito e Canada.

 

 

Fake news, ecco cosa prevede il disegno di legge che regolamenta l’informazione

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
fake news

Da Donald Trump a Fedez, dalla politica al gossip. Le fake news sono diventate un problema a tal punto da concentrare l’attenzione di giornalisti, comunicatori, lettori e avvocati. Ciò che è accaduto a livello comunicativo durante le elezioni americane ha aperto un buco nero nella definizione delle capacità comunicative e giornalistiche dell’informazione mainstream, e dunque in quella online: un solco tale da mettere in discussione ogni principio che, fino a pochi mesi fa, veniva considerato valido.

Lo scorso dicembre, la proposta di legge sulla regolamentazione della fake news dell’ex Cinque Stelle Adele Gambaro (http://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/17/DDLPRES/1006504/index.html) è arrivata al Consiglio d’Europa e pochi giorni fa è stata presentata al Senato. Provvedimenti analoghi sono discussi e saranno obbligatori in tutta Europa, per fronteggiare un problema informativo che si diffonde alla velocità di un like.

“Weallhaveourdefinition of fake news”. Parola del senatore del Colorado Ray Scott, che ha accusato di diffamazione il DailySentinel di Grand Junction per una notizia pubblicata sul suo conto. Il problema di cui parla il senatore è essenziale nel dibattito sulla regolamentazione dell’informazione online. Certo fake significa falso, ma esiste una definizione univoca di fake news?

La BBC classifica le fake news in due categorie. Notizie false, diffuse volontariamente e consapevolmente per spingere le persone a visitare il sito web o notizie con un fondo di verità, ma non completamente accurate. Da una parte il caso dei quotidiani fake che si trovano sui social (e la diffusione delle notizie pubblicate nella convinzione che siano veritiere), dall’altra l’accuratezza della notizia. Ciò che la legge Gambaro cerca di fare è equiparare le regole dell’informazione sul web a quelle della carta stampata. Trasparenza, verifica delle fonti, responsabilità. Per chi non le rispetta sono previste pene severe, con ammende fino ai 5.000 euro, per “la pubblicazione e la diffusione di notizie false, esagerate o tendenziose”. Entra anche in gioco, come per i quotidiani, l’obbligo di rettifica, qualora richiesta dai “soggetti di cui siano pubblicate immagini o ai quali siano stati attribuiti atti o pensieri o affermazioni da essi ritenuti lesivi della loro dignità o contrari a verità”. Un provvedimento necessario, anche per la velocissima amplificazione delle notizie sul web che, se false, verranno eliminate entro due giorni dalla richiesta. È evidente che spesso, quando parliamo di quotidiani online, ci troviamo di fronte a operatori non necessariamente professionisti. Uno dei punti cruciali del ddl S2688, prevede quindi che l’amministratore della pagina o sito web comunichi le proprie informazioni personali al Tribunale territoriale competente.

Ma la definizione di fake news è talmente instabile da rischiare di essere completamente ribaltata, come dimostra ciò che sta accadendo negli Stati Uniti. L’elezione del presidente Donald Trump ha aperto un dibattito sul ruolo dei media, accusati da più parti e onesti nell’ammettere come la battaglia contro il futuro presidente e i suoi metodi comunicativi abbia fatto mettere da parte l’attenzione verso ciò che accadeva nel Paese che si avvicinava al voto. Scambio di ruoli perfettamente realizzato nelle dichiarazioni del magnate di pochi giorni fa, quando ha accusato la più autorevole stampa a stelle e strisce di diffondere notizie false solo per screditare la sua persona. Una mossa che, a parere di alcuni addetti ai lavori, mostra la rischiosità della materia. Stringere il cappio intorno alle fake news senza prima stabilire dei criteri oggettivi, rischia secondo alcuni di essere il metodo più comodo per governi autarchici e dittatoriali di eliminare una certa informazione. Timore espresso sulle pagine di Repubblica dagli avvocati Francesco Paolo Micozzi e Giovanni Battista Gallus. La Gambaro difende la legge assicurando che “non c’è nessun intento di censura”.

Il dibattito intorno all’informazione e alla comunicazione online è un punto centrale dello sviluppo democratico. Non a caso l’ultimo report dell’Ethical Journalism Network dedica un capitolo alle fake news e all’era della post-verità (http://ethicaljournalismnetwork.org/wp-content/uploads/2017/01/ejn-ethics-in-the-news.pdf).

Velocità esagerata di scrittura e diffusione, imprecisione nella verifica delle fonti e propaganda sono solo la punta dell’iceberg della mala informazione. E Facebook non è l’unico colpevole. Secondo il direttore del EJN, Aidan White, c’è però una novità essenziale nella presenza di attori come il social network di Mark Zuckenberg nel mondo dell’informazione. I social, Facebook specialmente, sono essi stessi editori. Censurano, eliminano o decidono di permettere la diffusione di notizie e immagini. Ma, a differenza di una redazione, nella quale persone formate e responsabili prendono queste decisioni, lo fanno sulla base di un algoritmo. Quello che l’EJN chiede a gran voce, è una responsabilizzazione di Google e Facebook, ma anche dei lettori. Fornisce così una piccola guida per proteggersi dalle notizie false: controllare le date, verificare il nome del sito, assicurarsi che ci sia una firma all’articolo, cercare la notizia su fonti più autorevoli e, infine, ricordarsi che esiste la satira. L’EyeWitness News, in Sud Africa, spiega come disinnescare una notizia falsa con una serie di precetti (http://ewn.co.za/2017/01/27/important-notice-how-to-spot-a-fake-news-story).

Semplici regole che possono evitare la diffusione di notizie false e imbarazzanti. Ma sia la legge Gambaro che il report dell’EJN, sottolineano come sia fondamentale costruire un percorso educativo verso l’informazione online, per creare operatori più responsabili e lettori più capaci. Le iniziative che propongono un contatto differente verso la comunicazione sul web non mancano, e si avvalgono di approcci che comprendono lentezza, educazione e coscienza del lavoro e del guadagno. Esempi come Slow News o l’iniziativa di Parole O’Stili, provano a costruire una relazione comunicativa diversa, fuori dalle logiche proprio del web (velocità, aggressività, superficialità) per offrire un metodo informativo e comunicativo totalmente diverso.

È essenziale poi fare ordine all’interno della materia. Distinguere satira e informazione, scindere guerriglia marketing e notizie false (esemplare il caso di “A cure for wellness”, il film della 20th Century Fox pubblicizzato attraverso siti fake che contengono fake news sul Presidente Trump), sono alcuni passi da compiere nel percorso di consapevolezza informativa che devono permettere di trattare la materia in ognuno dei suoi singoli aspetti. Insomma, la rivoluzione normativa dovrà essere accompagnata da una formativa, che, in alcuni Paesi è già in atto. ThinkBeforeYou Click (www.thinkB4Uclick.ie) è la campagna lanciata dall’agenzia governativa irlandese, il National Centre for Technology in Education, per educare i più giovani al confronto con l’informazione online, difendendosi dalle frodi e accrescendo la consapevolezza del web.

 

Testamento Biologico, al via la discussione in Aula: il testo arriverà il 27 febbraio

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Via libera dalla commissione Affari Sociali della camera al disegno di legge sulle Disposizioni Anticipate di Trattamento (Dat). Il testo arriverà in Aula il prossimo 27 febbraio, dopo una revisione formale alla Comissione Giustizia della Camera. Ad attenderlo nell’emiciclo di Montecitorio ci sarà una pattuglia di deputati pro vita pronti a dare battaglia.

testamento biologico

Nonostante l’impegno profuso dal presidente della commissione Mario Marazziti, secondo cui “non c’è stata alcuna forzatura, colpo di mano o emendamento-canguro, ma sono stati invece garantiti tutti gli spazi di approfondimento”, il clima si è infuocato nella seduta notturna di giovedì scorso quando, secondo l’accusa dell’opposizione, un maxi emendamento del Pd ha di fatto impedito il dibattito, facendo decadere 93 emendamenti su 102 presentati. Un atteggiamento che rende il clima infuocato, riportando le lancette indietro di otto anni, quando la morte di Eluana Englaro divise il Paese, spingendo nel pantano il dibattito sul Biotestamento.

Come allora anche oggi si discute principalmente su due punti chiave contenuti nei cinque articoli del dispositivo. A dividere è la prevista possibilità per il soggetto di decidere lo stop per i trattamenti di nutrizione e idratazione artificiali. L’altro punto su cui si è discusso a lungo è poi la vincolatività per il medico, che “è tenuto a rispettare la volontà del paziente di rifiutare il trattamento sanitario”, a meno che “non sussistano terapie non prevedibili all’atto della sottoscrizione delle Dat capaci di assicurare possibilità di miglioramento delle condizioni di vita”.

Per i deputati cattolici il ddl, così formulato, apre la strada alla “eutanasia per omissione”. L’entusiasmo per i diritti civili, affermano, “non può mettere in discussione il primo dei diritti umani, il diritto alla vita”. Per Eugenia Roccella, deputato di Idea e capofila dei deputati pro vita, afferma che “meraviglia che ci siano pochissime voci di dissenso all’interno del Pd su una legge molto aperta a scivolamenti eutanasici, inapplicabile sul piano tecnico e che non garantisce né la libertà del paziente né quella del medico”.

Per i Medici Cattolici, come spiega il presidente nazionale dell’associazione, il professor Filippo Maria Boscia, “l’autonomia decisionale del paziente deve incontrare la competenza professionale e non scontrarsi con l’autonomia e la responsabilità del medico. Viceversa l’autodeterminazione del paziente e l’attività medica esercitata in scienza e coscienza devono sempre poter trovare assoluta simmetria”.

Sulla stessa linea Massimo Gandolfini, presidente del Comitato promotore del Family day che dichiara “profonda delusione per il mancato accoglimento degli emendamenti ragionevoli come quelli che avevamo presentato, tramite il supporto di alcuni parlamentari. Ed amarezza perché si inaugura nel mondo sanitario una legislazione pericolosamente contraria alla difesa della vita”. La legge, sostiene Gandolfini, “introduce nella fattispecie una sorta di legittimazione del suicidio assistito, che avrà deleterie conseguenze sul rapporto medico-paziente. Si incrina quindi quella virtuosa alleanza che garantisce il fatto che il medico si pone sempre dalla parte della difesa della vita e della salute del paziente”.

In particolare, “l’indeterminatezza temporale riguardo alla possibilità di sospensione dell’alimentazione e all’idratazione del paziente che la legge prevede – continua il presidente – fa in modo che questa richiesta possa diventare un atto meramente eutanasico portato a termine in qualsiasi momento della vita di un malato e non necessariamente in quello terminale. Non c’è medico che non possa dare testimonianza che la vera paura del paziente è quella di essere abbandonato, non già quella di essere costretto a terapie futili. Infine – conclude Gandolfini – confusione e contrasti possono nascere anche dalla possibilità di rifiutare anche solo parte dei trattamenti. Per questo motivo torneremo a chiedere la modifica del testo durante la discussione in aula che partirà il prossimo 27 febbraio”.

Plausi al Testo arrivano dal Consiglio nazionale della Fnomceo, l’ordine dei medici, riunito questa mattina insieme alla Consulta deontologica, per un approfondimento sul testo della proposta di legge sul testamento biologico, approvato dalla Commissione Affari Sociali della Camera. “Sì a una legge in grado di normare una materia tanto complessa e delicata come le Dichiarazioni anticipate di trattamento, ma a due condizioni: che si vada nella stessa direzione del Codice deontologico e che si rispetti l’autonomia del medico, quale garante dell’autodeterminazione della persona assistita”.

A esultare anche l’associazione Luca Coscioni, che attraverso il tesoriere Marco Cappato esprime soddisfazione per il fatto che “lo schieramento trasversale di parlamentari favorevoli a Disposizione Anticipate di Trattamento vincolanti per il medico e inclusive di nutrizione e idratazione siano riusciti, dopo due rinvii, a superare l’ostruzionismo di un fronte proibizionista e clericale che da subito si è dimostrato indisponibile al dialogo”.

Come Associazione Luca Coscioni “chiediamo ora che la scadenza del 27 febbraio per il voto in aula sia rispettata senza cedere a un terzo rinvio. Ai Parlamentari chiediamo anche che il testo sia ora migliorato in particolare in tre punti essenziali: sia eliminato il passaggio che viola la gerarchia delle fonti del diritto e la Costituzione, laddove prevede che il paziente non possa esigere trattamenti “contrari alla deontologia professionale”; sia esplicitamente inserita la possibilità della sedazione continua profonda, cioè la stessa praticata nel recente caso della persona malata di sla a Montebelluna, e sia chiarito che la pianificazione “condivisa” delle cure non deve ledere l’autonomia del paziente”.

@PiccininDaniele

Amianto, a Roma 100 Carabinieri rischiano malattie correlate all’asbesto

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

“Ancora una volta i vertici militari mostrano la loro inadeguatezza in fatto di protezione sanitaria del loro personale”. A dichiararlo in un post sui social network,  l’onorevole Gianluca Rizzo del M5S. Questo subito  dopo essere venuto a conoscenza di una circolare inviata lo scorso 6 febbraio, a firma del generale Ricciardi. Nel documento si  avvertiva il personale di stanza (circa 100 unità) presso una caserma dell’Arma dei Carabinieri del comando unità tutela forestale, ambientale e agroalimentare di Roma, di viale Ciamarra, di prestare massima attenzione affinché non si venisse in contatto diretto con potenziali fibre di amianto, di cui l’intero edificio sembra a tutt’oggi  essere inquinato. Amianto ovunque: nei pavimenti, negli intonaci e nei cavedi delle tubazioni dell’impianto di climatizzazione.

 

La circolare inviata dal Comando dei Carabinieri credits: Tiscali News

Il fatto è emerso, come si legge nel post,  grazie a un articolo apparso su tiscali.news, dove è stata pubblicata per intero la circolare. Circolare in cui si prescrive di evitare qualsiasi contatto con elementi in grado di  creare pericoli da esposizione ad asbesto-derivati, ma che al momento non prevede nessun, immediato, trasferimento in altro immobile.

Un altro grave caso di cronaca che evidenzia come le nostre forze armate, di qualsiasi reparto facciano parte, non siano assolutamente tutelate a livello sanitario. Perché come più volte detto, la respirazione delle fibre d’amianto può provocare principalmente due patologie: il mesotelioma (cancro alla pleura), e l’asbestosi (cicatrizzazione dei tessuti dei polmoni)

Da tempo anche Luca Comellini, segretario del Partito per la tutela dei Militari denuncia  “il modo approssimativo e superficiale con cui viene gestito il gravissimo problema dell’amianto sui mezzi militari, navi ed elicotteri”. Ma soprattutto come questi militari siano considerati, da sempre,  lavoratori di serie b, senza nessuna rigorosa tutela sanitaria.

E nell’interrogazione a risposta scritta (numero 4-15607) presentata dallo stesso onorevole Rizzo, Luigi Di Maio, Luca Frusone, Giulia Grillo (M5S)  durante la seduta numero 742 dello scorso 15 febbraio 2017, non a caso si riporta la dichiarazione  dello stesso ministero della Difesa del 10 agosto 2015 (interrogazione n. 4-08875),  dove vengono evidenziati i 405  casi di “malattia asbeto correlati” con 211 decessi nello stesso periodo.

Nello specifico le morti “sospette” interessavano: l’Esercito (39), l’Aereonautica (45), l’Arma dei Carabinieri (50) e la Marina militare (77).

Interrogazione a risposta scritta 4-15607

Per questo si è voluto nuovamente interrogare il ministero della Difesa per sapere se è in grado di fornire ulteriori chiarimenti su quest’ultima vicenda e sullo stato di censimento degli immobili che ospitano le caserme dell’Arma dei Carabinieri in tutto il territorio nazionale.

Ma, nella capitale, questo non è l’unico caso di negligenza. Come Ofcs.report aveva già documentato,  anche la situazione dell’ex caserma “Donato”, nella zona del Trullo, XI Municipio è drammatica. Anche lì, infatti è stata accertata la presenza di 600 metri quadri di amianto sul tetto dell’edificio militare. Nonostante le numerose segnalazioni da parte dei residenti e l’esposto al Ministero della Difesa, da parte anche del consigliere regionale del Lazio, Fabrizio Santori, che ha chiesto di provvedere in via prioritaria alla rimozione dei materiali in amianto (la maggior parte tettoie) presenti nella struttura, la stessa nonostante l’evidente pericolo ai danni della salute dei cittadini, non è stata ancora bonificata.  Anche se, come si legge in una nota del comunicato stampa del consigliere  Santori, Figliomeni e Catalano qualcosa sembra finalmente muoversi:  “Dopo segnalazioni, interrogazioni, petizioni ed infine dopo la recente approvazione di una mozione in Municipio XI, possiamo finalmente comunicare a tutti i cittadini del Trullo che, dopo decenni di attesa, a marzo il ministero della Difesa e l’Agenzia del demanio dovrebbero cominciare la fase di smantellamento e smaltimento dell’eternit e di tutti i materiali dannosi per la salute dei cittadini presenti nell’ex caserma Donato di proprietà del Demanio dello Stato”.

E, come riportato anche su forzearmate.org,  il problema del rischio d’esposizione all’amianto per le nostre forze dell’ordine, non riguarda solo le caserme, tutt’altro. Nel nostro Paese muoiono più soldati che hanno presentato servizio su navi, sommergibili, carri armati ed elicotteri che, per uno strano paradosso, nei territori di guerra. Questo nonostante le commissioni d’inchiesta parlamentari e sanitarie evidenzino, giorno dopo giorno, come a seguito di patologie asbesto-correlate nelle Forze armate italiane vi sia  una vera e propria strage di innocenti.

 

@MaryTagliazucch

 

 

 

 

 

 

 

 

Uranio impoverito, il Pentagono ammette uso di oltre 5mila proiettili PGU-14

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Proiettili ad uranio impoverito in almeno due raid contro lo Stato islamico in Siria. Le nuove rivelazioni sull’uranio impoverito, il cecchino silenzioso che ha fatto oltre 340 morti fra i militari italiani, arrivano direttamente dal Pentagono che ha ammesso l’uso di proiettili ad uranio impoverito in due operazioni contro l’Isis.

Oltre 5mila proiettili da 30 millimetri, chiamati PGU-14, sono stati usati in raid aerei il 16 e il 22 novembre 2015 contro i convogli di camion degli jihadisti che trasportavano petrolio nel deserto siriano. Lo ha confermato noto Josh Jacques, portavoce del Comando centrale, dopo che l’uso dei PGU-14 era stato rivelato da Foreign Policy. 

Nel febbraio 2015 il Pentagono aveva dichiarato pubblicamente che non avrebbe impiegato uranio impoverito nella guerra contro il Califfato. Ma a novembre dello stesso anno la Difesa americana aveva cambiato idea. Secondo Jacques, si è ritenuto che i PGU-14 fossero l’arma migliore per impedire ogni ulteriore uso dei camion colpiti, anche se questi proiettili vengono in genere usati contro carri armati e veicoli blindati.

E, vuole il caso, che  mentre dalle gerarchie militari americane arrivano i primi “mea culpa”, anche quì in Italia nuove verità vengono alla luce.  Come riportato dall’Osservatorio Militare, dove ancora una volta Domenico Leggero, coordinatore dell’Osservatorio militare, ex pilota militare, ispettore agli armamenti C.F.E e attualmente  consulente dell’attuale Commissione Parlamentare, denuncia come l’Osservatorio Epidemiologico della Difesa abbia finalmente gettato la  la maschera sul proprio lavoro scientifico.

Nel comunicato stampa dell’Osservatorio militare si legge: “Che qualcosa non andava era chiaro da tempo, ma che l’Osservatorio epidemiologico del ministero della Difesa dopo aver divulgato informazioni del tipo ‘il numero di casi di militari malati al rientro delle missioni è inferiore alle aspettative’ oppure ‘i casi di mesotelioma tra i militari esposti all’amianto non sono rilevanti’ si rivela una scatola vuota senza sistema senza criteri e, soprattutto, senza supporto scientifico, questa no, davvero raggiunge il massimo dell’affronto del ministero della Difesa agli stessi militari, ai cittadini, al Governo. Il tutto viene fuori durante i lavori della quarta Commissione d’inchiesta sugli effetti dell’uranio impoverito. In un primo momento l’Osservatorio Epidemiologico aveva escluso ogni evidenza scientifica sulla relazione uranio e malattie tra i militari ma poi, dopo un lavoro di indagine che questa volta ha saputo “evitare” le interferenze dei vertici militari, si scopre che le così dette indagini epidemiologiche fatte dal ministero della Difesa non hanno presupposto scientifico, ignorano ogni più elementare regola dello studio epidemiologico e si limitano ad una osservazione breve, parziale e priva di ogni informazione. Insomma, una struttura vuota creata ad arte per fornire notizie ‘falsate’ che risultassero però tranquillizzanti sia per l’opinione pubblica che per il personale interessato”.

E ancora la nota prosegue: “In effetti il ministero della Difesa già ci aveva abituati a fornire notizie ‘parzialmente vere’ a personalità scientifiche chiamate a valutare, lo fece sin dal primo momento fornendo al professor Mandelli non i dati dei militari effettivamente impiegati nelle missioni, ma il numero dei pasti forniti in un periodo. Questa volta, però, il giochino sporco è stato scoperto ed è agli atti della commissione. L’Italia non merita un sistema difesa che mente al popolo ed al Parlamento, i militari italiani non meritano questo trattamento. Se è vero che, non importa l’appartenenza, ma nessun Ministro è in grado di “governare” il ministero della Difesa, con il ministro Pinotti ci aspettavamo qualcosa di più”.

Ora ci si chiede quando e chi deciderà d’intervenire per riportare lealtà e trasparenza in un mondo ormai inquinato da falsità e bugie che danneggiano i militari, il Governo e tutti i cittadini che vogliono continuare a credere nelle Forze Armate Italiane.

@MaryTagliazucch

 

 

Libia, accordo con Italia su blocco migranti è scritto sulla sabbia

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Libia

La Libia sembrava ad un passo da una svolta storica. Poi, invece, come ormai consuetudine, si è arrivati ad un nulla di fatto. Lo scorso 14 febbraio era programmato un atteso incontro tra il premier libico designato Fayez al Sarraj e l’uomo forte della Cirenaica, il generale Khalifa Haftar. Il vertice avrebbe dovuto tenersi al Cairo, ma ogni tentativo di mediazione è fallito quando il generalissimo avrebbe chiesto, come prerequisito per sedersi al tavolo delle trattative, il controllo totale del futuro governo libico. C’è però chi sostiene che un incontro tra i due leader potrebbe svolgersi nei prossimi giorni. Le cronache di questi ultimi due anni insegnano che, quando si parla di Libia, ogni annuncio e ogni accordo può essere disatteso nel giro di pochi minuti. Quindi bisogna trattare ogni indiscrezione e ogni notizia con la massima cautela.

Quella dello scorso martedì è stata comunque una giornata surreale. C’era Sarraj in un hotel del Cairo ad attendere di essere chiamato per incontrare Haftar. Mentre intanto il generale, pur pressato dagli uomini dell’intelligence egiziana inviati da al Sisi, non avrebbe concesso l’incontro. Al Cairo era volato anche il presidente della Camera di Tobruk, Saleh, ma anche il titolare del consesso della Cirenaica è rimasto nel suo hotel senza che Haftar gli concedesse l’autorizzazione ad incontrare Sarraj. Ogni trattativa è corsa sui fili del telefono e con l’intermediazione dei funzionari di al Sisi che, come piccioni viaggiatori, facevano la spola da un hotel all’altro. Ma l’impegno da parte del governo egiziano non si sarebbe completamente concluso con un nulla di fatto. Secondo il quotidiano Libya Herald, al termine dei colloqui incrociati, entrambe le parti hanno convenuto sulla costituzione di una Commissione di 15 membri ciascuno della Camera dei Rappresentanti e del Consiglio di Stato per emendare l’Accordo politico sottoscritto a Skhirat, in Marocco, nel dicembre del 2015. E sarebbe in itinere un’intesa per convocare le elezioni politiche e presidenziali entro il 2018. Tutto da valutare, tutto da prendere con le molle, come ogni cosa che riguarda gli intrighi del Paese libico.

Della questione ne ha parlato lo stesso Sarraj rilasciando un’intervista al quotidiano panarabo Asharq al-Awsat. “Il generale Khalifa Haftar e il presidente della Camera dei rappresentanti di Tobruk Aqilah Saleh – ha detto il presidente in pectore – si sono rifiutati di tenere l’incontro”. Sarraj ha rimarcato come l’ostinazione delle parti stia ostacolando i colloqui, aggravando le sofferenze dei libici, e ha rivelato la sua intenzione di annunciare a breve una nuova roadmap per risolvere la crisi libica, senza però precisarne i dettagli. “La questione principale – ha spiegato Sarraj – è una revisione della Costituzione che ancora paralizza il parlamento. Le parti dovrebbero riunirsi per concordare una roadmap che salvi la Libia”.

Intanto, mentre prosegue lo stallo nelle trattative politiche di iniziativa egiziana, la Nato ha annunciato nuovi sforzi per l’area del Mediterraneo e del Medio Oriente che coinvolgerà da vicino l’Italia. La base Nato di Lago Patria, in provincia di Napoli, diventerà un Hub per il controllo del Sud Europa. Un risultato importante, soprattutto per l’Italia, che da tempo chiedeva un impegno delle forze del Patto Atlantico in questo senso. Nella base di Napoli saranno inviati circa 90 uomini, soprattutto con skills all’interno del comparto intelligence, per analizzare più da vicino i fenomeni connessi ai rischi del terrorismo e ai movimenti dei gruppi jihadisti tra la Siria, l’Iraq e la stessa Libia. La struttura di Lago Patria è dotata delle più potenti apparecchiature di ricezione e trasmissione satellitare e di radio-sorveglianza dell’intera Europa. Oltre agli uomini dell’intelligence, il segretario generale della Nato, Jens Stoltenberg ha spiegato che in caso di necessità si potrebbe ricorrere alle forze della Spearhead Force, le punte di lancia della Nato, un’unità di pronto-intervento pronta ad entrare in azione nel caso di pericoli imminenti. Questo eventuale dispiegamento però, a differenza di quanto sembrava emergere inizialmente – viene spiegato da fonti interne alla Nato –  non scoprirà sul fianco Est la capacità militare delle forze del Patto Atlantico. Insomma, verrà ancora rimandata la distensione nei rapporti tra Nato e Russia nonostante le iniziali intenzioni del neo presidente Usa, Donald Trump. Gli atti ostili della Russia nei confronti della Crimea continueranno ad essere costantemente monitorati e le truppe Nato, composte di circa 5mila unità dispiegate in quella zona, resteranno comunque operative.

Per l’Italia, la creazione dell’hub partenopeo, è un successo militare e diplomatico di non secondaria importanza. Una garanzia ulteriore sul fronte dell’anti-terrorismo. Tornando alla Libia, il direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, ha lanciato l’allarme secondo il quale si attende per il 2017 un afflusso di circa 180mila migranti verso le coste italiane. In pratica l’accordo italo-libico con Sarraj in tema di migranti sembra scritto sulla sabbia. Come consuetudine ormai, non essendo presente in Libia un unico interlocutore.

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