La Percezione Della Sicurezza

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Difesa e Sicurezza Nazionale

Difesa e sicurezza nazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale.

Scenarieconomici: “Fascismi per cambiare e fascismi per mantenere lo status quo”

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Il titolo è eloquente, si spiega da solo. Infatti i fascismi, quelli storici, volevano inizialmente cambiare le cose a vantaggio di nobili ideali e per il bene comune, cosa che in una certa misura, almeno inizialmente, è davvero accaduta. Oggi vediamo invece una nuova forma di fascismo, quello finalizzato a mantenere lo status quo a vantaggio di soliti noti, magari con interessi sovranazionali. E, aggiungo – non è una novità – degli stranieri, la famosa plutocrazia da sempre combattuta da Mussolini. Tale percorso è tipico dei paesi sottomessi: fascismo – meglio, dittatura – per tenere le cose come sono, per evitare che il popolo voglia cambiare, per evitare di fare il bene della propria popolazione. Ed allo stesso tempo per avvantaggiare qualcun altro (…). E’ la stessa storia che abbiamo visto spessissimo nelle repubbliche centro africane dove i francesi hanno grande esperienza, quelle in cui il dittatore di turno si è messo d’accordo con gli stranieri che vogliono le risorse e dunque fa leggi assurde, contro gli interessi della propria popolazione e del proprio paese, mentre dietro a tale solo apparente follia governativa ci sono le tangenti e le residenze future del dittatore e/o dei politici cooptati nello stesso paese interessato ad accaparrarsi le risorse del paese colonizzato. L’Africa è davvero piena di esempi di questo tipo: Niger, Mali, Ciad, Burkina Faso… I governi di tali paesi sono stati appunto “governi fantoccio”. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Immigrati, Unhcr: “14.500 rifugiati individuati solo nella zona di Sabratha”

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Oltre 20mila persone individuate solo nella zona di Sabratha. Migliaia in tutta la Libia e altrettante in movimento dall’Africa centrale per arrivare in Europa. La rotta dell’immigrazione clandestina che dal Nordafrica arriva nel nostro paese non accenna a diminuire. Dalla Libia arriva l’allarme lanciato dall’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati che, in una sola settimana, ha individuato e fornito assistenza a 14.500 persone.

A Sabratha 20.500 migranti detenuti

Il problema dei migranti in Africa,, dunque, è sempre più ampio. Secondo l’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati, sono 20.500 i migranti detenuti a Sabratha, in Libia. In questo conto sono compresi quelli che vivono in centri di detenzione ufficiali e clandestini. Rifugiati tenuti in varie strutture sotto ricatto dei contrabbandieri in condizioni terribili e ad alto rischio. Fattorie, case e magazzini come luoghi di torture.

L’Unchr ha affermato che in una settimana ha lavorato giorno e notte per aiutare circa 14.500 migranti, poi trasferiti dalle autorità nei centri di detenzioni ufficiali dove le agenzie umanitarie forniscono assistenza e provvedono al riconoscimento. Sempre secondo l’organizzazione, le autorità libiche stimano che ci sarebbero altri 6000 migranti e rifugiati ancora detenuti dai contrabbandieri.

“Dall’inizio di questa crisi umanitaria gli agenti dell’Unhcr sono stati in loco a fornire assistenza di emergenza in tutti i luoghi dove sono stati trasferiti rifugiati e migranti e stanno conducendo valutazioni per determinare le necessità e le vulnerabilità. L’Unhcr ha consegnato più di 15 camion con provviste, tra cui materassini, materassi, coperte, kit di igiene e giacche invernali”, spiega in una nota l?alto commissariato delle Nazioni Unite.

Unhcr aiuta migranti abusati dai contrabbandieri

Tra i rifugiati e i migranti che hanno subito abusi dai contrabbandieri, ci sono donne in gravidanza e neonati. Quasi tutti bisogno di urgenti cure mediche, alcuni per ferite da arma fuoco e altri con segni visibili di abuso. Inoltre, “molti rifugiati e migranti affermano di essere stati picchiati e costretti a lavorare per lunghe ore senza cibo e acqua e sono stati tenuti in condizioni critiche, spesso senza servizi igienici o ventilazione”. Nella relazione, inoltre, si parla di un numero preoccupante di bambini non accompagnati che hanno perso i genitori durante il viaggio in Libia . “I centri di detenzione e i punti di assemblaggio sono ora in piena capacità e non dispongono di servizi di base come serbatoi d’acqua e strutture sanitarie. Molte persone – conclude Unhcr – tra cui i bambini, devono dormire all’esterno”.

Scandalo traffico esseri umani in Niger

Nel frattempo in Nigeria è scoppiato lo scandalo sul traffico di esseri umani che ha coinvolto l’ex primo ministro del Niger, Hama Amodou, e sua moglie Hazida Hama. La conferma è arrivata da Julie Okah-Donli, direttore generale dell’Agenzia nazionale per il divieto di traffico di persone (Naptip).

Dalle indagini è emerso che la coppia ha adottato due bambini che sono stati fermati in Nigeria, e arrestati a Sokoto pochi giorni fa dal Servizio Immigrazione della NigeriaDonli ha spiegato che il Naptip era a conoscenza dell’arresto e della detenzione dei due figli adottati da Amodou. Il direttore generale ha poi affermato: “Naptip è consapevole della questione, ma non parlerò più perché c’è un’ inchiesta e il responsabile dell’immigrazione in Nigeria sta investigando sulla questione. Al momento opportuno, parleremo. Per noi la prevenire è meglio che curare. Noi intendiamo impedire che accada. Andremo nelle comunità – ha spiegato Donli – stiamo coinvolgendo tutta la società e tutti i governi. Non è solo una lotta del governo federale, che include i media e per questo siamo qui oggi. Abbiamo intenzione di collaborare con tutti per continuare a educare la gente. A volte, il traffico di esseri umani avviene a causa della mancanza di conoscenza, di ignoranza e di povertà. È un pacchetto completo che coinvolge tutti i cittadini, i governi locali, le donne leader, i governatori e tutti gli altri “, ha sottolineato.

Secondo l’Independent il Governo era stato avvisato

Una fonte avrebbe dichiarato che il contrabbando dei bambini in Nigeria è stato oggetto di indagini, ma non c’era volontà di fermarlo. Secondo l’Independent il ministro dell’Interno, il generale Abdulrahman Dambazau, aveva presentato formalmente il problema al presidente Muhammadu Buhari per una soluzione diplomatica, ma né il ministro dell’Interno né Babandede hanno indetto nuove indagini. Il capo del Naptip è convinto che il traffico di esseri umani “non è solo un disastro nazionale, ma è anche un’epidemia internazionale”.

New York Times agli italiani del nord: volete più autonomia da Roma?

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Prima la Scozia, poi la Catalogna e adesso tocca anche a Milano e Venezia? A chiederselo è il New York Times che in un articolo pubblicato ieri racconta la strana (per loro) tranquillità e rilassatezza che contraddistingue il pre-referendum.

“Se non fosse per qualche cartellone e qualche taxi con la pubblicità un visitatore non si accorgerebbe nemmeno che si celebrerà un voto”, rileva il quotidiano della grande mela. In America, questa recente ondata di spinte autonomiste, ha creato un certo interesse. Vista come la terra dell’immutabilità e della storia millenaria, l’Europa, negli ultimi anni, ha ricominciato a suscitare curiosità  per il particolare e frammentato quadro politico, completamente differente dal rigidissimo bipolarismo che connota il sistema degli Stati Uniti.

Nell’articolo ci si interroga, poi, sull’effettiva concretezza di un referendum, quello sulla maggiore autonomia di Lombardia e Veneto da negoziare con Roma che essendo di tipo consultivo rischia, secondo gli osservatori, di non sortire gli effetti sperati, sia per la sua natura meramente consultiva e sia per il pericolo di una bassa affluenza alle urne che potrebbe inficiare il valore politico generale dello stesso referendum. Un po’ quanto in tutta Italia ci si domanda da tempo, anche a fronte dei costi esorbitanti, circa 64 milioni di euro per una tornata elettorale che, anche a detta del New York Times, somiglia più ad un sondaggio privo di risvolti concreti. Sul risultato plebiscitario, in termini di Sì, dubbi non ce ne sono. Come per ora non sembra che le intenzioni dei governatori Maroni e Zaia siano quelle di accelerare una qualche sorta di autonomia politica sulla falsariga di quanto messo in atto dalla Catalogna. Ma c’è chi ricorda che anche a Barcellona, anni fa, si era cominciato così…

Al Arabiya: “Queste sono le foto dei miliziani Isis costretti a lasciare Raqqa”

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Avevano percorso le strade di Raqqa mascherati, pesantemente armati, ebbri di vittorie, a bordo dei pick up adornati con le bandiere nere. Sembra lontano per loro il ricordo del gennaio 2014, quando i miliziani di Abu Bakr al-Baghdadi erano entrati nella città a nord della Siria dopo aspri combattimenti con le forze regolari di Assad.

L’Isis aveva instaurato il proprio quartier generale in questa città, rivestendola del titolo di capitale del Califfato, così come avvenne durante il periodo, dal 796 all’809, quando Harun al Rashid, quinto califfo della dinastia abbaside, volle ergere la città a baluardo contro i bizantini e farne una base di partenza dalla quale condurre gli attacchi contro l’esercito cristiano. Ma la storia si ripete e, così come l’esercito del califfo al-Rashid, anche quello di al-Baghdadi si è liquefatto sotto i colpi dell’alleanza anti-Daesh a guida occidentale.

Alle loro spalle lasciano una città completamente devastata e poche centinaia di foreign fighters con le loro famiglie, che non hanno potuto lasciare le barricate poiché non concesso dal comitato delle forze siriane democratiche.

Foto Al Arabiya –

Feriti, affamati, sporchi, gli ex occupanti di al-Raqqa, i dispensatori di fatawas, gli sgozzatori di infedeli si presentano così. Un insieme di derelitti spauriti con gli sguardi di chi teme di vedere scoperti i propri crimini, i propri delitti, i propri abusi.

Al Arabiya ha pubblicato le foto di alcuni di loro: “Questi sono i miliziani Isis costretti a lasciare la città di Raqqa in Siria”. Secondo il sito dell’emittente televisiva degli Emirati Arabi Uniti, domenica sono emersi filmati e immagini che mostrano alcuni militanti dell’Isis mentre si consegnano alle forze democratiche siriane sostenute dagli Stati Uniti.

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Scenarieconomici: il Fiscal compact è illegittimo

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Ritorniamo alla carica con il Fiscal Compact nella speranza che “qualcuno” in Italia prenda finalmente come riferimento questa analisi per scongiurare definitivamente la sua pratica attuazione. Pertanto iniziamo nel rifare il punto sul cosiddetto Fiscal Compact perché rappresenta un corposo irrigidimento, con effetti altamente perversi, necessario alla realizzazione del modello economico adottato dalla governance europea a supporto della sopravvivenza dell’euro. Infatti i criteri previsti da questo modello economico prevedono, in omaggio alla tanto cara ortodossia tedesca, la stabilità dei prezzi, cioè dell’inflazione, e la disciplina dei conti pubblici per mezzo essenzialmente del raggiungimento del pareggio di bilancio e la diminuzione pianificata, con precise regole codificate, del debito pubblico, come unici strumenti in grado di garantire i presupposti per la crescita. PER LEGGERE L’ARTICOLO INTEGRALE CLICCA QUI 

Scenarieconomici: In Italia viviamo in un sistema fiscale del tutto opprimente

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In Italia viviamo in un sistema fiscale del tutto opprimente. A farne le spese sono soprattutto i possessori di partite iva e piccole imprese, che oltre a dover fare i conti con un infinità di tasse e balzelli, a fine anno si ritrovano a dover anticipare iva, irpef e inps per l’anno successivo! Lo stato ci chiede di pagare le tasse su delle “ipotesi di guadagno” non ancora avvenute. Follia pura!!

Il sistema attuale soffoca e deprime l’economia, rendendo impossibile lo sviluppo del lavoro autonomo . Negli ultimi anni è stata applicata una metodologia di base che prevedeva lo smantellamento del lavoro autonomo . Per metodo, per esempio si intende anche il sistema iniquo degli acconti, che obbligano un imprenditore a pagare le tasse sulla base di una prospettiva, di una previsione, non di un reale incasso. Siamo alla futurologia applicata alle imposte, alla vessazione fiscale preventiva: “Io intanto ti stango, poi vediamo se riesci a incassare tanto quanto mi hai pagato”.

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Terrorismo: le cellule dell’Isis in Europa pronte alla riscossa

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La caduta di Raqqa, città simbolo  e capitale dello Stato islamico dal 2015, può effettivamente segnare la fine di un progetto dell’islamismo di stampo salafita per porre le basi di un futuro califfato universale, ma di fatto non deve fare abbassare la guardia di fronte ai rischi legati ad un rigurgito di violenza sugli scenari europei, più in generale in Occidente.

Durante i primi sedici mesi di egemonia sui territori conquistati, il Daesh aveva più volte emanato proclami rivolti ai musulmani di tutto il mondo invitandoli a emigrare nel neonato Califfato e, come i numeri hanno dimostrato, molti accoliti avevano risposto all’invito unendosi alle forze di Al Baghdadi e trovando ospitalità anche per le proprie famiglie.

Ma la chiusura del confine turco, nell’ottobre 2016, disposta da Erdogan sotto una crescente pressione internazionale, segnò un’inversione di tendenza nella strategia dei vertici dell’Isis, contringendoli a rivedere le scelte in favore di un invito ai mujahed oltre confine a rimanere nei Paesi ospitanti e a colpirli dall’interno.

La scia di sangue che ne è seguita in Europa, con gli attentati di Manchester, Londra e Barcellona, solo per citarne alcuni, è un esempio lampante dell’obbedienza cieca o, se vogliamo, di una sorta di bieco protagonismo, che i seguaci di Al Baghdadi hanno voluto mostrare, sia quale atto di forza nei confronti dell’Occidente miscredente, sia quale segnale di una vitale continuità nonostante le sconfitte militari subite.

Proprio per una questione legata alla sopravvivenza dell’organizzazione, i miliziani stranieri che hanno aderito ai folli progetti del Daesh, avranno il compito di sopravvivere alla caduta del Califfato e, attraverso l’opera di propaganda nei Paesi di origine, formare nuove cellule di reclutati disposti a votarsi alla jihad che andranno ad aggiungersi a quelle già presenti e ramificate nel Continente.

La gemmazione di nuclei operativamente autonomi e indipendenti dalla catena di comando dell’Isis, interrottasi con la caduta di Raqqa, è il vero pericolo da tenere in debita considerazione in relazione all’evoluzione della minaccia in Europa, anche in considerazione del supporto logistico che le formazioni jihadiste occidentali hanno preventivamente sviluppato durante questi anni con l’appoggio dei convertiti e degli islamisti locali.

 

Finanziano moschee all’estero: in Bangladesh arrestati i vertici del partito islamista

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E’ passata sotto silenzio la notizia che in Bangladesh i vertici del partito Jamaat e Islami sono stati arrestati dalle forze di sicurezza del Paese asiatico, tra questi il numero uno di Jamaat-e-Islami, Maqbul Ahmed, il vice leader Shafiqur Rahman e l’ex membro del parlamento Golam Parwar. L’operazione si colloca nell’ambito della politica di repressione contro i principali oppositori del governo in carica ma anche, e soprattutto, nell’ottica di un controllo dell’espansione dell’Islam radicale tra la popolazione.

Il Jamaat e Islami è un partito islamista nato nel 1941 per opera del predicatore Abu A’la Mawdudi, impegnato a diffondere una visione sociale e politica dell’Islam seppur con una forte connotazione integralista essendo strettamente legato alla Fratellanza Musulmana egiziana.

I sospetti sull’operato del Jamat e Islami in favore delle organizzazioni terroristiche, prima fra tutte al Qaeda sono sempre rimasti latenti. Le elargizioni di lauti finanziamenti alle comunità bengalesi stanziate all’estero affinchè creassero strutture di preghiera e di predicazione, sono sempre state viste come una spinta all’espansionismo islamista in Occidente dove, soprattutto in Italia, il Bangladesh rappresenta una delle più nutrite comunità stanziali e le moschee semi-clandestine gestite da bengalesi crescono in modo esponenziale, in special modo nei grossi agglomerati urbani.

Anche se sul conto della comunità bengalese residente in Italia non sono finora emersi fattori che indichino fenomeni di radicalizzazione, le preoccupazioni dei cittadini riguardano invece l’apertura di sempre più luoghi di preghiera, scuole coraniche ed attività commerciali con il fiorire di interi rioni pressocchè monopolizzati da bengalesi che, continuando a mantenere intatta la loro connotazione etnica, non paiono disposti a integrarsi con i locali, con i rischi legati a una loro ghettizzazione e a una sensazione di assedio vissuta dai residenti autoctoni.

E’ il caso, a titolo di esempio, del quartiere Torpignattara di Roma, dove la presenza di ben cinque sale di preghiera in un area di 1 chilometro quadrato ha creato una situazione di estrema tensione tra gli italiani residenti e gli immigrati dell’area indo-pakistana. Anche in questo caso il flusso continuo di finanziamenti derivanti sia dalla raccolta della zakat, l’elemosina islamica, sia soprattutto dalle organizzazioni come la Jamaat e Islami, ha contribuito alla nascita di moschee semi-clandestine dalla chiara connotazione etnica, che pur svolgendo prevalentemente attività  di culto, non disdegnano di offrire ospitalità a clandestini bengalesi in cerca di rifugio o di sistemazione.

Tutto ciò potrebbe validamente esemplificare la stretta connessione tra i circuiti di finanziamento dell’Islam e le problematiche connesse all’immigrazione, essendo i due fattori strettamente legati a fattori etnici indissolubili.

E proprio in relazione alle politiche intraprese nei confronti del Bangladesh il ministro degli interni Marco Minniti, durante l’audizione al comitato Schengen del 10 ottobre scorso, ha inteso ribadire che “al vertice di Bruxelles del 14 settembre abbiamo assunto una decisione molto importante. Si é deciso che l’Unione europea si impegni a svolgere una politica comune europea per i rimpatri, questione delicata e più volte richiesta dall’Italia, e soprattutto di legare questa politica di rimpatri al rilascio di visti d’ingresso nell’Unione europea”.

Il principio di base è di intraprendere una politica di restrizione dei visti per l’Unione europea nei confronti di Paesi che non accettano il rimpatrio di migranti irregolari e, su questo principio “si è deciso di far partire un esperimento campione che viene fatto in Bangladesh”, Paese dal quale provengono migliaia di migranti irregolari.

Dossier Acs: in aumento i cristiani perseguitati nel mondo

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I cristiani soffrono, forse come mai nella storia, anche a causa della quasi totale indifferenza dell’Occidente. È quanto afferma il rapporto sulla persecuzione anticristiana di ‘Aiuto alla Chiesa che Soffre’ dal titolo ‘Perseguitati e dimenticati. Rapporto sui Cristiani oppressi in ragione della loro fede tra il 2015 e il 2017′.

Nel periodo in esame, infatti, i cristiani sono stati vittime del fondamentalismo, del nazionalismo religioso, di regimi totalitari, ma anche di violenze indirettamente finanziate dall’Occidente, nonché dell’incapacità dei governi occidentali di porre un tempestivo freno al genocidio in atto in Medio Oriente e non solo.

Lo studio prende in esame tredici Paesi in cui le negazioni alla libertà di fede dei cristiani sono più efferate. In undici di questi, tra la metà del 2015 e la metà del 2017, la situazione è degenerata rispetto al biennio precedente che già aveva registrato un netto peggioramento. Negli altri due, Arabia Saudita e Corea del Nord, era tanto drammatica da non poter aggravarsi. “Tra il 2015 e il 2017, i cristiani hanno subito crimini contro l’umanità: alcuni sono stati impiccati o crocifissi, altri violentati, alcuni rapiti e mai più ritrovati”, si legge nel rapporto che si serve delle ricerche effettuate sul campo da ACS nelle aree maggiormente interessate dalla persecuzione.

I cristiani soffrono a causa dell’estremismo islamico in Paesi quali Iraq e Siria

Lo studio riporta storie di atrocità commesse dallo Stato Islamico ai danni dei cristiani. Come quella del siriano Elias, legato per oltre un mese mani e piedi ad una croce. Il genocidio compiuto dall’Isi ha avuto effetti devastanti sulle locali minoranze religiose. Le prove raccolte da questo rapporto mostrano come lo sradicamento dei cristiani e delle altre minoranze sia stato – e sia – lo specifico e dichiarato obiettivo dei gruppi estremisti che agiscono in Iraq, in Siria e in altre aree della regione, incluso l’Egitto dove si ricordano i tre tragici attentati avvenuti quest’anno: le stragi perpetrate nel corso delle celebrazioni della Domenica della Palme a Tanta e ad Alessandria e l’attacco in un autobus di pellegrini a Minya. Vi sono inoltre continui casi di copti uccisi da estremisti.

“I cristiani sono dei maiali. Non meritate di vivere”

Queste sono state le parole di un militante estremista rivolte al cristiano Elia Gargous, rapito da milizie islamiste appartenenti al Fronte al Nusra, nei dintorni di Rableh nella Siria occidentale. In un’intervista rilasciata ad ‘Aiuto alla Chiesa che Soffre’ nel febbraio 2016, Gargous ha descritto come lui e suo nipote, anch’egli di nome Elia, sono stati rapiti assieme ad altre 213 persone. L’uomo ha riferito che entrambi sono stati legati e imbavagliati prima di essere condotti in quello che poi hanno scoperto essere il convento di Sant’Elia, a due miglia da Rableh. Lì, gli estremisti hanno rimosso le bende dai loro occhi e li hanno costretti ad assistere impotenti mentre delle icone sacre venivano frantumate contro il suolo. “Ci hanno intimato di convertirci – ha raccontato Gargous – ma ci siamo rifiutati. Poi hanno ucciso delle persone di fronte ai nostri occhi”. Per il loro rilascio è stato chiesto e pagato un ingente riscatto. Trovato rifugio in Libano, dove si è riunito con la sua famiglia, Elia Gargous ha immediatamente espresso la propria gratitudine ad amici e familiari che hanno dato fondo alle loro risorse per finanziare il suo rilascio. Ma se il tempo trascorso in cattività è stato misericordiosamente breve, il cristiano afferma che la crudeltà assoluta e la barbarie di quegli individui rimarranno con lui per sempre.

Un genocidio in atto

Nella primavera del 2016, la campagna politica mirata al riconoscimento ufficiale del genocidio portata avanti da Paesi quali Stati Uniti e Gran Bretagna ha alimentato le speranze dei cristiani, in seguito tuttavia disilluse a causa dell’incapacità dei governi occidentali di intraprendere le azioni necessarie a fermare il genocidio e assicurarne i perpetratori alla giustizia, così come indicato dalla Convenzione sul genocidio.

Un genocidio è anche quello in atto contro i cristiani in Nigeria, dove all’azione della setta islamista Boko Haram si uniscono le violenze commesse da pastori estremisti di etnia fulani, che hanno devastato villaggi cristiani e ucciso molti fedeli.

Al fondamentalismo islamico si unisce il nazionalismo indù, la cui ascesa India è favorita dal Bharatiya Janata Party (BJP), il partito del Primo Ministro Narendra Modi. Le conseguenze sono drammatiche per i cristiani che hanno subito 365 atti di violenza nel 2016 e ben 316 nei soli primi cinque mesi del 2017.

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Rotte clandestine: anche foreign fighters tra i migranti

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Le recenti dichiarazioni del ministro degli Interni, Marco Minniti, durante la sua audizione al comitato Schengen, hanno tracciato un panorama abbastanza nitido della situazione relativa all’utilizzo dell’immigrazione illegale dal nord Africa per mascherare fughe individuali di foreign fighters verso le coste occidentali.

I numeri riferiti agli sbarchi di migranti, forniti dal Ministro, parlano di 92,5% degli arrivi dalla Libia, l’1,7% dalla Tunisia, l’1,3% dalla Turchia, lo 0,8% dall’Algeria. Ma a preoccupare gli apparati di intelligence sono i numeri che stimano in 25/30mila i seguaci del Califfo che, considerando le cocenti sconfitte subite dall’Isis sul piano militare, cercherebbero vie di fuga in qualunque direzione e con qualunque mezzo e che potrebbero costituire una seria minaccia per l’Occidente, qualora riuscissero ad approdare sulle nostre coste avvalendosi proprio delle rotte utilizzate per i traffici di migranti.

E se di recente i provvedimenti testati in Libia hanno di fatto provocato un calo esponenziale delle partenze da quelle coste, nella vicina Tunisia pare, invece, essersi riaperta una nuova rotta che da Sfax farebbe giungere i migranti alle isole Kerkennah, da dove vengono imbarcati verso l’Italia. E’ di poche ore fa un nuovo sbarco a Sciacca (AG), il sesto in tre settimane, dove hanno preso terra una ventina di tunisini che, rintracciati dalle forze dell’ordine, sono stati condotti alla Questura di Agrigento per le procedure di rimpatrio.

Sempre secondo il ministro degli Interni, “gli arrivi di migranti dalla Tunisia hanno visto una crescita impetuosa, si sono quasi triplicati rispetto allo scorso anno, ma sono comunque numeri non paragonabili a quelli che provengono dalla Libia e che non consentono di parlare di rotte alternative”. Ma di fronte all’apertura delle rotte tunisine è ovvio che le preoccupazioni crescano, anche perché strettamente connesse al sospetto che i jihadisti di ritorno, utilizzando false identità, possano facilmente sfuggire alle maglie dei controlli e ricongiungersi con complici già presenti ed operanti sul territorio.

Senza dimenticare che le cellule già integrate in Italia hanno da tempo instaurato legami con la criminalità comune ed organizzata, per mezzo delle quali fruiscono di agevolazioni soprattutto nel campo della fornitura di documenti falsi e di alloggi di fortuna. Un mercato fiorente è anche quello dei matrimoni, combinati da elementi criminali locali che forniscono donne compiacenti, quasi sempre con un passato di microcriminali, alcool o droga, a immigrati interessati all’ottenimento della cittadinanza. Il matrimonio, anche se non consumato, si risolve in una convivenza limitata agli accertamenti di legge, per poi concludersi, quasi sempre, con la separazione.

L’ipotesi più accreditata è che i migranti tunisini, ma più in generale quelli provenienti dall’area del Maghreb, concordino anticipatamente le modalità di regolarizzazione o di soggiorno con connazionali già radicati sul territorio nazionale e che, all’atto dello sbarco, debbano unicamente seguire le indicazioni fornite per far perdere le proprie tracce o munirsi di falsa documentazione idonea a validare la permanenza in Italia.

L’allarme di Bankitalia

I combattenti di ritorno, però, rappresentano un pericolo anche per il possibile finanziamento al terrorismo. Proprio oggi da Bankitalia è arrivato un documento contenente raccomandazioni rivolte a tutti gli istituti di credito in tema di prevenzione.

“I rischi connessi al flusso di ritorno verso i paesi occidentali di foreign fighters hanno indotto – scrive banca centrale – la Uif (Unità di informazione finanziaria per l’Italia) a diffondere una Comunicazione sulla prevenzione del finanziamento del terrorismo internazionale, che integra quella del 18 aprile 2016. L’obiettivo è sensibilizzare gli operatori sulle anomalie che possono essere indice di finanziamento del terrorismo, nella consapevolezza che la loro individuazione è diventata più complessa, per le diverse modalità delle azioni terroristiche, e richiede un crescente impegno e una elevata attenzione. Gli elementi oggettivi riportati nella Comunicazione – aggiunge la Banca d’Italia – tengono conto delle analisi degli organismi internazionali e vanno valutati alla luce delle informazioni disponibili sul profilo soggettivo del cliente. Le indicazioni fornite devono essere intese come un ulteriore fattore di orientamento e supporto per gli operatori, in particolare per quelli finanziari che risultano maggiormente esposti e che, nel complesso, stanno rispondendo positivamente alle richieste di una maggiore collaborazione per la prevenzione dei rischi collegati al terrorismo”.

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