La Percezione Della Sicurezza

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Difesa e Sicurezza Nazionale

Difesa e sicurezza nazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale.

Gasdotto, sindaco di Melendugno: “Non ci fermiamo qui”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale da

“Non abbiamo nessuna intenzione di fermarci, non finirà qui”. Lo ha dichiarato a Ofcs Report il sindaco di Melendugno Marco Potì.

All’indomani della protesta dei NoTap a Melendugno,in provincia di Lecce, la situazione non sembra migliorare. La tensione è ancora alta tra le forze dell’ordine e i cittadini del Salento che manifestano
il proprio dissenso per la costruzione del gasdotto che porterà la fornitura di gas azero in Europa. Davanti ai cancelli, insieme al sindaco Marco Potì, anche altri 10 colleghi dei paesi vicini che sin dalla mattina presto
hanno protestato insieme ai manifestanti. I 10 sindaci sono stati portati via di peso dalla polizia insieme agli altri dimostranti. Ingente la presenza delle forze dell’ordine, circa un agente ogni due manifestanti , che hanno presidiato la zona per tutelare i lavori in corso di espianto degli ulivi.
Il presidio del comitato No Tap è presente sul posto da circa quattro giorni.  Intanto i camion che trasportano le piante continuano a uscire dai cancelli. Non si sa ancora quante persone rimarranno fuori a manifestare ma sembrerebbe certa la permanenza dei primi cittadini.

Congresso Pd nel Salento, denuncia irregolarità e viene attaccata

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Copertino

Nel grande dibattito attorno al Congresso del Pd e proprio durante i primi pronunciamenti delle assemblee locali ha destato un notevole scalpore il caso “Copertino”. Copertino è un piccolo comune del leccese dove, per motivi ancora non chiariti a livello ufficiale, i delegati sono stati decisi nientemeno che a tavolino col manuale Cencelli alla mano. A denunciare l’accaduto a Ofcs.report è Anna Inguscio, consigliera comunale del comune salentino che al nostro settimanale racconta l’episodio.

Consigliera Inguscio, questa sua denuncia ha destato l’attenzione di molti osservatori del mondo dei media. Cosa è successo? Si può parlare di congresso-farsa?
“Fino ad un certo punto il congresso si è svolto regolarmente, le mozioni sono state presentate secondo le procedure statutarie fino a mezzogiorno del 26 marzo. Poi, ad un certo punto, uscendo dalla stanza in cui si erano riuniti, due responsabili locali dichiarano all’assemblea che, essendo stato raggiunto un consenso unanime, si sarebbe deciso di dividere i voti nel seguente modo: 100 alla mozione di Renzi, 85 a quella di Emiliano e 65 a quella di Orlando. Il tutto per “non spaccare il partito” L’assemblea ha poi preso atto, con un solo voto contrario”.

E la reazione della platea?
“Molti militanti se ne sono andati, molti arrabbiati”.

All’indomani della sua denuncia a vari organi di informazione come hanno reagito i suoi colleghi di partito?
“In molti mi hanno attaccata. Ho solo ricevuto attacchi, come poi è facilmente riscontrabile su Facebook. Dicono che con queste mie dichiarazioni avrei diviso il partito”.

A livello istituzionale qualcuno si è espresso?
“Semplicemente per fatti concludenti, visto che il congresso si ripeterà sabato prossimo. La commissione di garanzia ha giustamente annullato i risultati. C’è da dire che mi aspettavo una reazione differente, almeno da parte degli organismi regionali”.

Possibile che tutta la platea fosse d’accordo?
“Affatto. Questa “spartizione” non è stata nemmeno votata”.

Medio Oriente, forze anti-Isis vicine a vittoria ma al Baghdadi non molla

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali da

Sono lontani i giorni gloriosi del Califfato. Le truppe di Al Baghdadi potrebbero anche, difficilmente, convertire le sorti del conflitto, ma ora giocano una partita decisamente difensiva. Ma la gestione di queste fasi del conflitto ora vanno ben ponderate, infatti due interventi dal cielo, presumibilmente dalla mano occidentale, rischiano di minare l’appoggio all’avanzata della coalizione anti-Isis.

Su entrambi i fronti, quello iracheno a Mosul e quello siriano a Raqqa, gli jihadisti sono costretti a subire un martellamento da parte delle forze lealiste, appoggiate dalla coalizione.

Sul fronte siriano si avvicina il giorno del giudizio: le forze democratiche sono arrivate a meno di 60 chilometri dalla roccaforte dello Stato Islamico. Il luogo della linea d’avanzamento si sarebbe stabilito sulla diga di Tabqua, costruita nel 1973 e ora danneggiata da un raid alleato. Un bombardamento dal target poco preciso o una trovata della propaganda islamista? Non è dato saperlo, ma lo Stato Islamico non avrebbe tardato a sfruttare la situazione a proprio vantaggio, nascondendosi all’interno dell’invaso. Secondo alcune fonti locali, è in quelle gallerie e in quei cunicoli che il Califfato starebbe organizzando la difesa della città siriana. Lì ci sarebbe anche il leader degli estremisti islamici: Al Baghdadi.

Le forze che starebbero circondando la città sanno che la struttura di Tabqua non va ulteriormente danneggiata. Si tratta di un invaso troppo importante strategicamente per l’area e un incidente con il coinvolgimento della diga minerebbe l’incolumità di migliaia di civili della zona. Un rischio già paventato dagli jihadisti che hanno avvertito la popolazione invitandola ad evacuare la zona per il pericolo inondazione e accusando gli Usa di aver messo in pericolo la popolazione.

In realtà la diga di Tabqa è stata alterata nel suo funzionamento già dal 2014, quando l’Isis ne prese possesso. Gli jihadisti infatti, non sapendo regolare l’impianto e non facendo alcuna opera di manutenzione, avrebbero manomesso il meccanismo di depurazione. Le conseguenze dell’incuria sarebbero state già provate dalla popolazione civile, colpita da malattie ed epidemie.

Una sorte diversa è toccata invece alla diga di Mosul, la cui manutenzione è affidata all’impresa italiana “Trevi”, ma si parla di un bacino dall’importanza e dalla capienza di gran lunga più grande.

Ed è proprio nella città irachena che lo scontro fra le forze lealiste e gli uomini neri del Califfato deciderà le sorti della guerra. La battaglia per Mosul va avanti da tempo e la vittoria sembra stia lentamente, ma con pochi dubbi ormai, transitando dalle parti delle forze controllate da Baghdad. Si combatte a ranghi serrati nella zona occidentale della città, nella parte storica di Mosul, città dalla quale partì il sogno scellerato di Al Baghdadi nel 2014, diventato una realtà da incubo per l’Occidente.

Sebbene la vittoria militare sia decisamente nelle mani delle forze irachene, anche a Mosul l’arma della propaganda resta quella più velenosa per colpire il nemico aiutato dall’occidente. Il 17 marzo scorso un bombardamento dell’aviazione alleata sulla zona ovest della città avrebbe prodotto 61 morti civili, stando al resoconto dell’esercito iracheno. Alcuni testimoni parlerebbero invece di 200 vittime.

Il Pentagono avrebbe confermato di aver seguito obiettivi jihadisti, presumibilmente mescolatisi con la popolazione civile, e di aver bombardato in quel punto. Intanto a Washington è stata aperta un’inchiesta. Se dovesse essere confermata la versione che circola a Mosul, il numero di caduti rappresenterebbe la quota più alta di morti tra la popolazione civile dal 2003.

Non sarebbe tra l’altro la prima volta che a fare le spese del conflitto fossero gli iracheni, già più volte lamentatisi per l’approccio troppo disinvolto nei bombardamenti aerei. Sebbene gli iracheni stessi pensino a una trappola esplosiva del Califfato che avrebbe colpito i civili, la versione dell’errore umano a Washington sarebbe quella più accreditata. Intanto per estrarre quei corpi innocenti si sono fermati gli scontri armati.

I numeri dell’offensiva di Mosul, in atto ormai da gennaio scorso, sono spaventosi. Basti pensare che sono 180mila gli sfollati e oltre 700 i caduti civili durante le ostilità. Una guerra lunga e logorante, quella contro lo Stato Islamica, che sebbene veda il successo dietro l’angolo sta mettendo a dura prova gli eserciti lealisti. Anche se le armate nere sembrerebbero ormai al collasso, continuano a reggere con le armi della propaganda. Il vero asso nella manica di Al Baghdadi.

Allerta Vesuvio: nell’ultimo anno sono stati registrati 731 eventi sismici

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Vesuvio

L’inizio della Primavera è stata salutata dal Vesuvio con uno sciame sismico iniziato alle 9.16 è terminato alle 20.53. Le scosse dello scorso 21 marzo, per fortuna di entità bassissima e percepibili solo a livello strumentale, sono state in tutto 16, distribuite tutte intorno al cratere. Una sorta di brivido “a fior di pelle” del vulcano partenopeo. Infatti, la profondità dello sciame sismico è variata tra 0,03 e 3,17 chilometri. Solo l’ultimo fenomeno, quello delle 20.53, è stato registrato a poco più di 16 chilometri di profondità.
I dati sono dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia che, in base alle rilevazioni dell’Osservatorio vesuviano, da marzo del 2016 a oggi ha rilevato un totale di 731 eventi sul Vesuvio. Si tratta della normale attività vulcanica del gigante che sovrasta Napoli e il suo incantevole golfo, le rigogliose campagne e i profumati giardini. Ma la vitalità del Vesuvio tiene sempre gli studiosi in allerta e dovrebbe far riflettere costantemente gli amministratori e le popolazioni abitanti alle pendici del vulcano. Sterminator è più che mai attivo e fremente. Guai a ragionare come fecero gli antichi abitanti di Pompei, Ercolano, Stabia e Oplonti che furono sterminati dalla drammatica eruzione del ’79 dopo Cristo. Un’esplosione di gas, cenere, lapilli e bombe dalla quale nessuno si salvò. Certo, a quei tempi non si poteva contare sugli attuali sistemi di preavviso e non si disponeva di mezzi di evacuazione. Ma la fitta è disordinata urbanizzazione del territorio vesuviano oggi rende difficoltoso ogni “piano di fuga”. E nonostante i frequenti convegni e tavoli di studiosi, su questo problema si continua a vivere serenamente, con lo stesso fatalismo dei pompeiani del ’79 dopo Cristo. Gli stessi abitanti di Pompei di cui sono esposti i calchi in gesso dei loro corpi contorti, così come li hanno riportati alla luce gli archeologi e che oggi dovrebbero rappresentare un monito per tutti, non solo un’attrazione turistica.

Scuole, governo festeggia la rimozione delle barriere architettoniche da 5mila istituti

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
scuole

“In Italia il patrimonio immobiliare scolastico conta oltre 42 mila edifici costruiti in larga parte prima del 1970, che in questi decenni sono stati oggetto di scarsa manutenzione o dei cosiddetti interventi tampone”. Ad offrire una fotografia dello stato di salute delle scuole italiane è l’architetto Laura Galimberti, coordinatrice della Struttura di missione per l’edilizia scolastica della Presidenza del Consiglio dei Ministri, parlando a Ofcs Report.

“Possiamo dire senz’altro che dal 2014 abbiamo invertito la tendenza, avviando oltre 7.000 cantieri, di cui quasi 5.000 sono già conclusi. Nel corso del 2016 solo con i fondi governativi sono stati costruiti oltre 100 nuovi complessi scolastici. Queste 5.000 scuole oggi rispettano finalmente i criteri di accessibilità e nel 10% dei casi sono nuove costruzioni. Edifici che, oltre a rispettare gli standard sulla sicurezza, non presentano barriere architettoniche e in alcuni casi si propongono come veri e propri esempi di architettura d’avanguardia”, spiega la responsabile della struttura di missione per l’edilizia scolastica di Palazzo Chigi.

 

Le parole  di Laura Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità

Numeri alla mano, in tema di abbattimento di barriere architettoniche le parole della Galimberti confermano il grave ritardo italiano in tema di accessibilità. Occorre ricordare, spiegano dalla Struttura di missione, che gli Enti locali (Comuni e Province) che richiedono i finanziamenti statali per la rimozione delle barriere architettoniche nelle scuole solitamente inseriscono questo intervento tra i lavori di ampliamento, messa in sicurezza, ristrutturazione, adeguamento sismico. Ecco perché, sostengono i tecnici, “non esiste una mappatura dedicata ai soli interventi di abbattimento delle barriere architettoniche, ma è ovvio che gli oltre 7.000 interventi avviati dal 2014 che vedono la messa in sicurezza, l’adeguamento o la costruzione di nuove scuole, includono necessariamente l’abbattimento delle barriere”.

Negli ultimi anni comunque qualcosa si sta muovendo. A ricordarlo è stato proprio il ministro dell’Istruzione, Valeria Fedeli, intervenendo venerdì scorso al Cnr, in occasione del primo premio nazionale del Fondo “Vito Scafidi”, il fondo di “Benvenuti in Italia” per la sicurezza a scuola, conferito a tre tesi di laurea magistrale sul tema della sicurezza strutturale degli edifici scolastici: “per la sicurezza, l’innovazione, il controllo dei nostri edifici scolastici abbiamo investito, per il periodo 2014-2017, oltre 7 miliardi di euro. Cifre che non si erano mai sentite prima, soprattutto dopo decenni di tagli e sforbiciate miopi e irragionevoli”.

Il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative

Sul portale #ItaliaSicura il Governo ricorda che per la prima volta l’Italia si è dotata, a maggio 2015, di una programmazione nazionale triennale degli interventi di edilizia scolastica per il periodo 2015/2017. Oltre 6.000 gli interventi richiesti dalle Regioni, sentiti gli Enti Locali, per un fabbisogno totale di 3,7 miliardi di euro. I primi 1.300 interventi sono stati finanziati grazie a 905 milioni dei cosiddetti mutui Bei (Banca europea per gli Investimenti), mutui agevolati con oneri di ammortamento a carico dello Stato che potranno essere accesi dalle Regioni. Gli interventi riguardano la ristrutturazione, messa in sicurezza, adeguamento antisismico, efficientamento energetico di scuole, immobili all’Alta formazione artistica, musicale e coreutica o adibiti ad alloggi e residenze per studenti universitari. Prevista la costruzione di nuovi edifici e realizzare palestre.

Nell’ambito delle politiche di edilizia scolastica il Miur ha lanciato il concorso per la realizzazione di 51 nuove scuole innovative che saranno costruite in ogni regione, da Nord a Sud, grazie ad uno stanziamento complessivo di 350 milioni di euro previsto dalla “Legge Buona Scuola”. L’obiettivo del Governo è la sostituzione del patrimonio immobiliare scolastico più che la riqualificazione di quello esistente, non solo perché spesso è più conveniente nel rapporto “qualità prezzo”, ma perché le nuove costruzioni rispettano i criteri di accessibilità senza dover ricorrere ad adeguamenti su edifici esistenti, che spesso sono meno funzionali e anti estetici.
E sempre sulle infrastrutture il governo ha sbloccato lo scorso 15 marzo, con un decreto, 700 milioni di euro per investimenti dei Comuni finanziati con gli avanzi di amministrazione dell’anno scorso oppure con il ricorso al debito. Di questi oltre 400 milioni di euro serviranno all’edilizia scolastica, mentre il resto andrà ad altri interventi edilizi o alle opere contro il dissesto idrogeologico.

Numeri contestati dal Movimento 5 Stelle che in un’interrogazione al ministro Fedeli, presentata in aula venerdì 24 marzo, hanno definito “virtuali” gli oltre 3 miliardi di euro di investimenti che compaiono sul sito della “Buona scuola”. “In Italia servirebbero almeno 13 miliardi di euro per mettere a norma i nostri edifici scolastici. Per il 2017 non solo il governo ha stanziato una miseria, 20 milioni, ma questa cifra è stata ulteriormente tagliata e ridotta a 6 milioni”, ha detto la deputata grillina, Chiara Di Benedetto. “I dati sull’insicurezza delle scuole italiane fanno rabbrividire, ma il governo gioca con i numeri sull’edilizia scolastica, cercando di camuffarli. In Italia il 60% delle scuole non ha il certificato di agibilità, eppure il governo ignora il problema e trucca gli importi sugli stanziamenti. Il governo – ha spiegato Di Benedetto – bara sui numeri, nasconde operazioni finanziarie e carica sulle Regioni i costi degli interventi. Occorrono ingenti risorse, ma vere”.

@PiccininDaniele

Uranio impoverito, vedova militare Liguori: “Lo Stato non ci abbandoni”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
uranio impoverito

Enzo Liguori, sergente maggiore capo dell’esercito italiano, è morto a soli 42 anni per un adenocarcinoma polmonare. Era il 4 novembre del 2015 e quel giorno, tragico scherzo del destino, si festeggiava la festa delle forze armate. Sì, perché anche Enzo sembrerebbe essere un’altra delle numerose persone decedute a causa dell’esposizione all’uranio impoverito. Vittima inconsapevole di un nemico subdolo e all’apparenza innocuo.

Enzo Liguori, sergente maggiore capo dell’esercito italiano

A raccontarci la sua storia, molto simile a quella delle altre vittime, è la moglie

Mercedes Pacileo vive a Napoli insieme ai suoi tre figli di 13, 9 e 7 anniSola e senza un lavoro (quello da insegnante l’ha dovuto lasciare per accudire il marito durante la malattia) vive in una costante precarietà esistenziale. Sono infatti tante le spese a cui far fronte. La voglia di giustizia e il desiderio di tutelare i figli rimasti ingiustamente orfani del padre: ecco come Mercedes riesce a trovare la forza di andare avanti con soli 1000 euro al mese. Ma la pensione ereditata dal marito viene mutilata dalle 400 euro che occorrono ogni mese per pagare l’affitto di casa. Con ciò che resta è dura arrivare alla fine del mese.

Specializzato in missilistica, Liguori  ha fatto parte della fanteria, dei paracadutisti e dei bersaglieri.  Un uomo che aveva fatto del suo lavoro una vera e propria passione, come Mercedes stessa racconta: “Era il 1992, quando Enzo ha iniziato a lavorare nei paracadutisti. Poi nel 1993 la sua prima missione di pace all’estero, in Somalia, dove restò la prima volta due mesi, e  la seconda sei.  Due anni dopo, nel 1995, fu rimosso per esubero. Ma nel 1997 è rientrato ufficialmente in carica, questa volta nella fanteria, vincendo un concorso. Subito dopo partecipò ad altre due missioni, la prima sempre in  Somalia e nel 1998 in Bosnia. E ancora il sergente maggiore andò in Polonia per addestrarsi e, nel 2004, ripartì per quattro mesi in Iraq. Il militare è stato anche per due mesi nel poligono di Capo Teulada, in Sardegna. Poligono che, insieme a quelli di Salto di Quirra, Capo Frasca, Capo San Lorenzo sono ora sotto l’attenta osservazione da parte della commissione d’inchiestaAnche qui, infatti, si sta cercando di far luce sulle vicende che avvolgono non solo i militari ammalatisi nelle missioni all’estero, ma anche quelli che avevano prestato servizio all’interno delle basi militari sarde,  o nelle immediate vicinanze. Anche loro erano stati esposti all’uranio impoverito.

La carriera di Enzo e l’inizio della malattia

“La carriera di Enzo proseguiva come ogni militare si auspica – prosegue Mercedes –  e,  dopo la fatica delle missioni all’estero, nel 2007 fu trasferito nella caserma dei bersaglieri di Bologna, con l’incarico di fuciliere specializzato in missilistica. Poi dal capoluogo emiliano è stato trasferito a Forlì, sempre nei bersaglieri, dopodiché è passato alla scuola di addestramento di Cassino, e subito dopo a quella di Caserta, nella brigata Garibaldi”. Nel 2014 partecipò ad altri addestramenti, questa volta in Val d’Aosta e nuovamente in Sardegna. Dopodichè il militare è ripartito nel mese di luglio per una nuova missione all’estero, questa volta in Afghanistan. Rientrando in Italia dopo cinque mesi, i sintomi della malattia iniziavano a manifestarsi. “Quando tornò dall’ultima missione si sentiva sempre stanco, debilitato. Era il dicembre del 2014. Ad aprile 2015, dopo quattro mesi di tosse incessante, nonostante lui mi dicesse di non preoccuparmi, decisi di fargli fare degli accertamenti. Dai raggi x risultò una massa, ma la dottoressa ci disse che era solo un focolaio di polmonite da curare con una semplice terapia antibiotica. Non mi fermai a quella diagnosi e lo portai da un altro medico che, appena lo visitò, gli prescrisse d’urgenza una tac dal risultato inequivocabile e che lasciava davvero poco spazio alle speranze: adenocarcinoma polmonare con metastasi ai linfonodi del mediastino”. Subito dopo il militare fu ricoverato a Napoli, all’ospedale Monaldi, nel reparto oncologico di pneumologia. Venne eseguita una biopsia, dalla quale purtroppo risultò che l’adenocarcinoma polmonare era già del 4° stadio, in stato avanzato.

Il decorso della malattia e il calvario della famiglia

“Mio marito iniziò con una chemioterapia classica, per poi effettuarne un’altra, definita biologica.  Ma dopo due mesi le condizioni di Enzo, anziché migliorare peggiorarono. Si erano infatti create altre masse al fegato, ai linfonodi, alle ossa e più di 21 metastasi cerebrali. Enzo era a conoscenza solo del tumore al polmone e alle costole, non volevo che cadesse ancora di più in depressione ”. Non furono mesi facili.

“La malattia  progredì velocemente – continua Mercedes – A settembre dello stesso anno, era il 2015, abbiamo scoperto che mio marito aveva avuto anche un’embolia polmonare che peggiorò di netto la situazione. Dopo neanche due mesi Enzo è morto fra molteplici sofferenze. Non camminava più, aveva perso anche la voce e non riusciva più a mangiare, deglutire. L’uomo pieno di vita e forza che ho amato aveva perso la battaglia più importante, quella per la vita, ma non il coraggio mostrato fino alla fine”.

Il triste epilogo e l’invasività dei tumori che Mercedes ha documentato, ricalca in maniera quasi identica quella attestata negli altri militari, malati o deceduti. Anche loro, proprio come Enzo e la moglie, non pensavano minimamente al nesso causale da esposizione all’uranio impoverito, a cui il militare era stato esposto. Una vicenda sulla quale la vedova tenta ora di far luce attraverso gli esami nano diagnostici.

“Assolutamente non abbiamo pensato al nesso causale dell’esposizione all’uranio – racconta Mercedes – Anche se io gli chiedevo di fare la causa di servizio, perché insospettita da questo tumore ai polmoni in un uomo che non aveva mai fumato o fatto una vita irregolare, anzi tutt’altro. Mio marito correva tutte le mattine, era un amante della vita sana, per questo insistevo perché lui chiedesse qualche tutela in più. Ma lui niente, voleva tornare al lavoro. Lavoro che dopo 91 giorni di aspettativa non ha mai più ripreso, date le sue condizioni. Ho capito di avere ragione dopo aver letto un libro inchiesta che riportava non solo gli effetti dell’uranio impoverito, ma più di una testimonianza su vicende uguali a ciò che è accaduto a Enzo.  Da quel momento – continua – ho capito che era mio diritto richiedere ciò che mi spetta. Così nel 2016 mi sono messa in contatto con Domenico Leggiero, il responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio Militare, che ha preso in mano il mio caso insieme all’avvocato Tartaglia”.

E, anche se Mercedes non lo dice, la sua situazione da sola, con neanche 600 euro mensili, è veramente precaria. Nonostante l’aiuto delle sorelle e di un’associazione che sostiene gli orfani dei militari deceduti, la quotidianità per lei e i suoi figli è davvero dura. Mercedes non può lavorare perché deve occuparsi dei suoi figli. Per questo, tempo fa, gli stessi militari e i colleghi del marito avevano fatto una colletta per sostenere la famiglia del militare deceduto.

Anche Ofcs.report raccoglie l’appello divulgando la storia di Mercedes: “Ogni giorno è una battaglia per sopravvivere. Per me e miei figli non voglio una vita agiata, ma una vita normale, serena. Abbiamo già perso tanto e sofferto abbastanza”.

Per tutti coloro che vorranno sostenere Mercedes e i suoi ragazzi ecco di seguito il suo IBAN della postpay: IT81A0760105138229132329140

Tutto il ricavato andrà direttamente sul conto della vedova Liguori .

@MaryTagliazucch

 

 

 

Sicurezza idrogeologica, 754 centrali idrovore per salvare l’Italia

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
sicurezza idrogeologica

In Italia 1.200.000 ettari di suolo sono sotto il livello del mare e necessitano dell’azione di 754 centrali idrovore, le cui pompe tengono asciutto il territorio, aspirando le acque in eccesso e convogliandole verso il mare. Questa attività di salvaguardia idrogeologica di una parte importante del nostro Paese viene svolta con la sovrintendenza dei Consorzi di bonifica. Lo ha ricordato, in occasione della Giornata nazionale del Paesaggio – che si è svolta il 14 marzo scorso con manifestazioni in tutta Italia – Francesco Vincenzi, presidente dell’Associazione nazionale dei Consorzi di gestione e tutela del territorio e delle acque irrigue (Anbi).

Secondo i dati diffusi dall’Anbi, dunque, le idrovore disseminate sul nostro territorio hanno una capacità di “sollevamento” pari a circa 4 milioni e 103 mila litri al secondo.
“E’ incredibile la visualizzazione di tale potenzialità  – spiega Vincenzi – è come se, in un attimo, le pompe spostassero 4 milioni di bottiglie d’acqua”. Oltre la metà degli impianti idrovori è ubicato nel Nord Italia, dove il record spetta al Veneto con circa 300 centrali. A ciò va aggiunta la sorveglianza e la manutenzione, svolte dai Consorzi di bonifica, su oltre 9.233 chilometri di argini fluviali e marini. Senza l’azione di questa rete di difesa dalle acque, molti territori italiani tornerebbero in breve tempo acquitrinosi. Se il ricordo corre facilmente a Maremma, Agro Pontino e vaste aree della Sardegna, meno percepibile è l’azione svolta a tutela di un terzo della Pianura Padana e della “perla turistica” del litorale nord-adriatico (dalla Romagna al Friuli Venezia Giulia): entrambi sarebbero destinati a scomparire.

“La conservazione del paesaggio italiano è strettamente correlato, quindi, all’azione dei Consorzi di bonifica e un significativo riconoscimento arriva dalla Regione Lombardia – afferma il presidente dell’Anbi – promotrice della candidatura del paesaggio delle risaie a patrimonio Unesco”. Ma anche in Puglia,  ricorda Vincenzi,  “va ricordata la recente azione che ha impegnato il locale Consorzio di bonifica nell’abbattimento, di concerto con le autorità competenti, di alcune costruzioni abusive nella zona umida della Riservetta di Manfredonia. Il paesaggio – conclude Vincenzi – non va infatti solo conservato, ma anche difeso concretamente. Per questo torniamo a richiedere, con forza, l’accelerazione dell’iter parlamentare per l’approvazione della legge contro il consumo del suolo”.

Brexit e Farmacovigilanza: le multinazionali guardano all’Europa

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
farmacovigilanza

Non solo tasse universitarie, ingressi, riconoscimenti dei titoli di studio e i dazi doganali. L’effetto Brexit riguarderà il rapporto tra Europa e Inghilterra sotto diversi aspetti. Anche quello della farmacovigilanza e della protezione dei dati. Un aspetto questo, che potrebbe indurre le multinazionali farmaceutiche a emigrare verso i Paesi dell’Unione Europea. Al momento infatti, la Direttiva Europea 95/46/EC influenza notevolmente la legislazione britannica in materia di protezione di dati riguardanti la farmacovigilanza. Il prossimo 25 Maggio 2018 però tale legislazione verrà sostituita da una nuova regolamentazione per la protezione dei dati. La “Eu General Data Protection Regulation” (Gdpr) interesserà i 28 Paesi dell’Unione Europea. Prima della sua entrata in vigore, tutte le organizzazioni avranno due anni di tempo per adeguarsi a tale cambiamento. Ma le prospettive, per gli inglesi, sono differenti. Nel caso in cui il Regno Unito lasciasse l’Unione Europea ma rimanesse un membro della Area Economica Europea (European Economic Area-Eea) e del libero mercato in Europa (European Free Trade Association Efta) la nuova regolamentazione sulla protezione di dati verrebbe applicata anche all’Inghilterra e a tutte le organizzazioni coinvolte senza danni particolari.

Di contro, se la Gran Bretagna dovesse lasciare il libero mercato (Efta) ma non l’Area Economica Europea (Eea), la futura regolamentazione GDPR dovrebbe essere applicata alle organizzazioni inglesi che trattano dati personali di individui residenti nell’Unione, mentre se dovesse lasciare il libero mercato (Efta) e l’area economica (Eea) i tribunali britannici sarebbero completamente svincolati da quelli europei. La soluzione auspicata vedrebbe l’adozione della nuova regolamentazione da parte delle case farmaceutiche con sede in Inghilterra, principalmente per evitare il “rischio di inadeguatezza” con conseguente non inserimento nella lista dei cosiddetti “Paesi Bianchi”della Commissione Europea (Paesi i cui dati, tra cui quelli relativi alla farmacovigilanza, sono altamente protetti) con obbligo di dimostrare il possesso di un alto livello di protezione dati, creando, di fatto, un nuovo meccanismo di scambio tra la Gran Bretagna e l’Unione Europea.

Per 32 anni Il Regno Unito ha protetto i dati personali. Se lasciasse completamente l’Unione, i governi dei Paesi europei sarebbero costretti a rivedere tali protezioni verso la Gran Bretagna, lasciando la sicurezza in balia degli accordi bilaterali e generando quindi eventuali disparità di regolamenti.
Le case farmaceutiche considerano la legislazione Europea per la protezione dei dati come la più efficace. Essendoci inoltre multinazionali con sedi in Inghilterra e in Europa, queste saranno chiamate ad adattarsi alla nuova regolamentazione indipendentemente dalla scelta del Regno Unito, creando non poche confusioni con aggravi di costi. E’ ragionevole attendersi, in un siffatto scenario, epocali esodi verso i Paesi membri dell’Unione Europea. Le case farmaceutiche sono attualmente impegnate verso possibili scenari futuri cercando di comprendere come gestire i dati cliente/paziente, monitorando eventuali variazioni legislative all’interno del mercato britannico.

Generazione Voucher, la storia: “10 anni di lavoro nei musei e mai un contratto”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Sono invisibili, sospesi e senza futuro. Ecco i giovani o non più giovanissimi che fanno parte della generazione voucher. Hanno tra i 25 e i 39 anni e sono quelli che hanno lavorato nell’ultima decade con ritenuta d’acconto, voucher o come volontari. Un popolo sommerso che non conosce diritti né coltiva grosse speranze per il futuro: visto che non hanno maturato contributi pensionistici o quanto meno raggiunto una stabilità economica.

Alessandro Pollice, 39enne romano, ha lavorato in maniera frammentaria negli ultimi 10 anni in diversi musei capitolini. Il copione è sempre lo stesso: lavoro con ritenuta d’acconto dai tre ai sei mesi (tetto di guadagno annuo massimo per legge sotto i 5.000 euro) zero diritti (ferie e malattie) o ammortizzatori sociali e della pensione nemmeno un vago miraggio.

“Ho sempre lavorato in archi di tempo che dovevano essere coperti come minimo da un contratto a tempo determinato, invece non me l’hanno mai fatto – racconta Alessandro a Ofcs Report – negavano che si trattasse di un rapporto lavorativo di tipo subordinato ma nei fatti lo era: svolgevo delle mansioni ed ero sottoposto a un capo”.

La storia di Alessandro rappresenta lo spaccato di molti operatori museali italiani, che nonostante abbiano costruito una professionalità in tanti anni di accoglienza e di guida all’interno dei poli culturali del nostro Paese, non sono riusciti ad ottenere un contratto stabile che gli permettesse anche solo di immaginare un futuro o metter su famiglia.

Il meccanismo che alimenta la voragine della precarietà

Il meccanismo che alimenta questa voragine di precarietà è il seguente: i musei esternalizzano a singole agenzie private la gestione del personale, creando un sistema per cui il lavoratore viene chiamato e pagato da queste società, ma nei fatti lavora presso strutture pubbliche. Il risultato è che più dipendenti, che lavorano nello stesso plesso museale, hanno contratti o tipologie di pagamento diverse a seconda dell’agenzia che li ha impiegati.

“È uno scarica barile, non esisti per loro, sei invisibile – spiega Alessandro – è una cosa tipica italiana: ormai la mia generazione è andata in fumo”. L’ex operatore museale romano, alle soglie dei 40 anni, si sente come un Don Chisciotte che porta avanti una battaglia, molto più grande di lui, contro logiche e interessi di fronte ai quali gli stessi colleghi hanno paura a schierarsi, non riuscendo così a creare un fronte comune per intentare un’azione sindacale.

Alessandro ha lavorato nell’ultimo anno presso il Museo del Vittoriano a Roma. Dallo scorso aprile sino a novembre è stato pagato con ritenuta d’acconto, l’ultimo trimestre con i voucher: 7 euro e 50 l’ora. La speranza era sempre la stessa: la possibilità di un’assunzione o quanto meno di un contratto a tempo. Ma terminata la mostra o l’evento culturale è scaduto ancora una volta il rapporto di lavoro. “Non abituatevi, non è il lavoro della vita, ci dicevano – ricorda il 39enne romano – ma alcuni di noi hanno continuato con un contratto a tempo determinato, mentre altri, come me, sono stati lasciati a casa”.

Un esercito di fantasmi fa muovere ogni giorno le nostre città, svolgendo dei veri e propri lavori di tipo subordinato, senza che ciò gli venga riconosciuto. Una giungla anche legislativa, viste le tante tipologie contrattuali o di pagamento, nate in Italia nel tentativo di gestire un mercato del lavoro sempre più flessibile. “Neanche posso appellarmi alla ingiusta causa di licenziamento perché non era posto in essere alcun contratto di tipo stabile – è lo sfogo di Alessandro – non mi rimane altro che fare pubblicità culturale contro chi ci vuole abituare a un orizzonte lavorativo, dove non sai mai per chi lavori: un gioco a scatole cinesi, per cui non vedi mai chi c’è dietro”.

@GargaDani

Maestre violente, torna l’incubo: in manette insegnante di Fiumicino

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture da
maestre violente

Torna l’incubo dei maltrattamenti sui minori negli asili nido. “La maestra è cattiva, non voglio più andare a scuola”, avrebbe raccontato ai genitori il piccolo di quattro anni, vittima di schiaffi, urla e spinte ad opera di una maestra di una scuola materna di Fiumicino, che per questi motivi è finita agli arresti domiciliari. La donna, 63 anni, lavora nella scuola dell’infanzia “Lo Scarabocchio”. Secondo le prime ricostruzioni a far scattare l’allarme sarebbero state le denunce di alcuni genitori. Un allarme raccolto dalle forze dell’ordine che avevano posizionato delle telecamere nascoste nella classe dove lavorava la maestra. Il Comune di Fiumicino, in una nota diffusa in serata, ha dichiarato di seguire “con grande attenzione questa vicenda e le delicate implicazioni che comporta. Verranno assunte tutte le decisioni utili, in primo luogo, per la tutela e la salvaguardia dei nostri bambini”.

L’episodio, se confermato dagli inquirenti, riaccende l’allarme violenze sui minori e i mancati controlli nelle scuole. Nell’inchiesta di Ofcs Report, realizzata lo scorso gennaio, a destare maggiore preoccupazione erano appunto i dati “sommersi”, ovvero le mancate denunce di famiglie o di personale scolastico che per paura di ritorsioni preferisce non sporgere denuncia. Un caso al mese finisce sulle pagine delle cronache, ma decine di altri episodi rimangono nel silenzio, colpa anche del mancato censimento da parte degli Enti preposti (Miur e Garante infanzia in primis), che quando si tratta di violenza sui minori sembrerebbero non voler prendere in considerazione i tanti e gravi fatti commessi da docenti a danno di alunni, in particolar modo verso i più piccoli.

Il caso di Fiumicino, dunque, è solo l’ultimo in ordine cronologico, ma il 2017 ha già raccontato un episodio di maestre violente. Una storia di minacce e botte in classe, con due maestre di 49 anni di una scuola elementare di Oppido Mamertina, in provincia di Reggio Calabria, sospese dall’attività in quanto avrebbero più volte insultato e malmenato alcuni studenti. L’inchiesta, anche qui, è stata avviata dopo le denunce di alcuni genitori che avevano notato segni sul volto dei figli. I carabinieri avevano poi installato varie telecamere di videosorveglianza nella scuola. Immagini che, secondo le ricostruzioni degli inquirenti, avrebbero evidenziato atteggiamenti non educativi e violenti messi in atto dalle docenti nei confronti dei bambini. In base ai filmati il gip del Tribunale di Palmi ha subito emesso un’ordinanza di sospensione dall’attività nei confronti delle maestre calabresi.

Secondo una ricerca condotta dall’Osservatorio Nazionale Adolescenza su un campione nazionale di 8.000 adolescenti dai 14 ai 19 anni, 2 adolescenti su 10 dichiarano di essere stati trattati male, denigrati o insultati da una maestra o da un professore. Il 7% è stato strattonato o picchiato da una maestra o da un professore e il 10% di loro è stato costretto durante la carriera scolastica, a dover cambiare scuola per colpa della violenza subita da parte delle maestre. A destare preoccupazione, come spiega Maura Manca, psicoterapeuta e direttrice dell’Osservatorio, sono le conseguenze di queste violenze. “I ragazzi che hanno subito nel corso della loro vita aggressioni e violenze sono anche quelli che dichiarano di essere stati in cura da uno psicologo o di aver ricorso a farmaci per contenere vissuti ansiosi ed emotivi in maniera significativa rispetto a coloro che non hanno subito questo tipo di violenze. Anche la loro autostima è stata intaccata e dall’identikit dell’adolescente vittima delle maestre violente troviamo anche sentimenti di tristezza e vissuti depressivi e frequenti crisi di pianto. Sul versante opposto – spiega la dottoressa Manca – capita spesso che i bambini presi di mira siano coloro che hanno problemi nella sfera del comportamento, sono più oppositivi e provocatori o hanno dei deficit di attenzione e iperattività. Questi bambini a casa diventano più nervosi, ancora più disattenti e incrementano le loro reazioni e comportamenti esternalizzanti. Si portano dentro una profonda rabbia e la devono scaricare verso l’esterno, a volte con delle vere e proprie crisi di rabbia o addirittura attaccando il proprio corpo e facendosi del male, per esempio dandosi pugni o sbattendo contro il muro”.

@PiccininDaniele

 

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