La Percezione Della Sicurezza

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Difesa e Sicurezza Nazionale

Difesa e sicurezza nazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale.

ESCLUSIVA. Terrorismo, l’esperto: “Attacco in Italia è possibile”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da
Al Qaeda

“Nella lotta al terrorismo l’analisi strategica è uno strumento fondamentale. Ciò significa che per essere in grado di prevenire gli attacchi o di mitigarli, se già accaduti, la migliore prevenzione avviene solo attraverso un’analisi accurata. Questo tipo di analisi è realizzata dall’intelligence, ma l’efficacia è nelle mani dei decision makers, cioè dei politici”. Abbiamo condiviso alcuni aspetti dell’intelligence, della  lotta al terrorismo e delle sfide che attendono l’Europa con il Tenente Colonello della Riserva delle forze armate israelianeUri Ben Yaakov.  Esperto senior analista e ricercatore, è specializzato nelle questioni della lotta al terrorismo, il cyber-terrorismo, le fonti di finanziamento di esso e le minacce alla sicurezza sull’esempio della Siria. Attualmente, inoltre, è un esperto dell’Istituto internazionale per la lotta al terrorismo di Herzliya, nel Parlamento israeliano. Ha contribuito alla preparazione del disegno di legge contro il terrorismo.

 

Qual è la  sua versione della  definizione di terrorismo? E come devono essere raccolte le informazioni per essere effettivamente utili alla lotta?

“Stabilire un’efficiente cooperazione internazionale, una corretta e comune definizione di terrorismo è uno dei passaggi fondamentali. Diverse sono le definizioni proposte, molte delle quali utilizzate da diversi stati e organismi internazionali.  Possiamo riscontrare alcune tipologie comuni nelle diverse definizioni, ove taluni temi ed elementi si ripetono, molte definizioni includono le attività violente aventi per obiettivo quello politico. Secondo il prof. Boaz Ganor, dovremmo distinguere tra la violenza contro i civili e quella contro le forze armate. Nel primo caso, ci troviamo di fronte al terrorismo (militanti che cercano di influenzare i governi attraverso l’uccisione di civili), mentre nel secondo non lo è (può essere considerato in alcuni casi come rivolta). Pertanto, la giusta definizione del terrorismo secondo professor Ganor è “l’uso deliberato della violenza contro i civili, al fine di conseguire finalità politiche”. Un’altra distinzione deve essere fatta per le organizzazioni terroristiche. Prendiamo ad esempio organizzazioni come Hamas o Isis. Queste organizzazioni hanno ovviamente i principali militanti che commettono atti terroristici, chiamiamo tali organizzazioni come principali cui si aggiungono altre entità che sostengono le organizzazioni terroristiche principali. Parliamo in questo caso di un organo che fornisce all’organizzazione terroristica “principale”  armi, intelligence, supporto finanziario o religioso. In tal caso, sarà ancora più difficile decidere quale entità dovrebbe essere considerata un’organizzazione terroristica (secondo il tipo di supporto e del suo legame). Inoltre, anche se concordiamo su tutto questo, ci si chiede se le attività di questi organi di supporto dovrebbero essere combattute alla stessa maniera che il terrorismo. Tutto ciò riflette l’importanza di una definizione unica per gli Stati e le agenzie d’intelligence: cosa è il terrorismo, l’organizzazione terroristica, e quando parliamo di un attacco terroristico.
Per quanto riguarda la sua seconda domanda, penso che lei faccia riferimento al “Dilemma Democratico” del Terrorismo. Ovviamente, non esiste una risposta “black or white” a questa domanda.  Da un lato, vorremmo mantenere i nostri valori democratici liberali, dall’altro lato dovremmo anche fornire alle nostre agenzie d’intelligence strumenti efficaci per contrastare il terrorismo. Ogni Stato dovrebbe trovare un giusto equilibrio nel modo più efficace di raccogliere informazioni, con un “ danno “ davvero minimo alla nostra privacy, mantenendo nello stesso tempo intatta la nostra sicurezza. Il mio punto di vista personale è che già la nostra privacy, in un certo qual modo, è nelle mani di entità aziendali che operano nel mondo informatico, cito ad esempio le piattaforme di social media che raccolgono informazioni private su di noi per fini commerciali, ecco queste informazioni dovrebbero essere utilizzate anche dalle agenzie d’intelligence. Questo potrebbe essere il modo più efficace per raccogliere utili informazioni per combattere il terrorismo”.

Quanto è importante la cooperazione tra le forze armate e le agenzie di sicurezza nell’efficacia del controterrorismo?

“Come ho già detto e in tutta umiltà, il più importante modello di lotta al terrorismo è la cooperazione internazionale tra i vari stati. Ad esempio in passato, gli eserciti proteggevano il nostro paese dai nemici e solitamente lo facevano lungo i confini della nazione. Ora che i nemici operano all’interno delle nostre città, i nostri eserciti dovrebbero essere pronti a combatterli in questi luoghi. Ecco perché la cooperazione tra le forze di polizia, l’esercito, le altre  agenzie d’intelligence, assume un significato più importante oggi. Il problema è che in alcuni casi “l’ego organizzativo” prevale rispetto alle effettive esigenze di sicurezza. La condivisione delle informazioni tra gli organi di sicurezza interessati è un elemento importante e necessario per analizzare le informazioni e per una migliore comprensione del quadro nazionale e internazionale.  Certo, le forze investigative continueranno a occuparsi delle loro attività e le forze armate delle loro, ma per quanto riguarda le attività concernerti la lotta al terrorismo, ripeto la cooperazione tra tutti gli organi di sicurezza è fondamentale”.

L’analisi strategica è utile alla prevenzione del terrorismo?

“Nella lotta al terrorismo l’analisi strategica è uno strumento fondamentale. Ciò significa che per essere in grado di prevenire gli attacchi o di mitigarli, se già accaduti, la migliore prevenzione avviene solo attraverso un’analisi accurata. Questo tipo di analisi è realizzata  dall’intelligence, ma l’efficacia è nelle mani dei “decision makers”, cioè dei politici. Nei vari Stati, dunque, nel momento in cui  viene pianificato il budget  per le diverse aree della lotta al terrorismo è necessario  prendere in seria considerazione  l’importanza dell’analisi strategica, qualcosa che non sempre viene fatto.  Ad esempio, i  cittadini ed elettori  possono incontrare fisicamente gli uomini delle forze armate ed essere rassicurati,  ma non gli analisti che siedono dietro le loro scrivanie  negli  uffici. Per essere chiari, non sto cercando di sminuire l’importanza della valutazione tattica delle minacce, una minaccia specifica, in un luogo specifico, in un determinato giorno, risultato di un’analisi tattica. Ma dobbiamo anche ricordare che questo tipo di analisi non può essere fatta a meno che l’analisi strategica non sia già in atto”.

L’Europa deve affrontare nuove sfide nella lotta al terrorismo,  nuove regole e competenze, già da qualche settimana, è stato annunciato che  a partire dal 2020 verrà lanciato  il fondo europeo per la  difesa che  coordinerà e amplificherà lo sviluppo dell’ industria nel settore  della difesa, totale investimento circa 1, 5 miliardi l’anno.  Gli attacchi terroristici in Europa sono stati prevalentemente effettuati nella forma di  “terrorismo urbano”, senza particolari tecnologie o sistemi tecnologici, ora assieme alla ricerca industriale,  quali investimenti debbono essere fatti nelle città per proteggerle da futuri ed eventuali attacchi?

“Sono d’accordo sul fatto che gli attacchi terroristici in Europa, non hanno beneficiato di importanti sistemi tecnologici avanzati. Tuttavia, gli investimenti nel settore industriale e tecnologico della difesa costituiscono  una parte importante dei vari processi di studio e pianificazione alla lotta del terrorismo. Considerato che la maggior parte di questi attacchi in Europa non sono stati messi a segno dall’organizzazione terroristica in quanto tale, almeno non l’aspetto operativo di esso e che l’alta tecnologia non faceva parte dell’operativo  quotidiano dei militanti terroristi, come  ad esempio in Siria, non è detto che nel futuro non affronteremo attacchi terroristici avanzati, in particolar modo da organizzazioni che sono sostenute da altri paesi (un esempio Hezbollah o altre). Attualmente, ci troviamo di fronte a una guerra asimmetrica, in cui i terroristi stanno approfittando dei nostri valori liberali democratici. L’ alta tecnologia nelle nostre mani resta un modo per contrastare il terrorismo (impedendo loro di utilizzare il web per scopi operativi , ad esempio)”.

L’ultimo importante attacco terroristico in Italia è avvenuto durante gli anni ’80,  pensa che l’Italia possa essere a rischio?

“Dovremmo considerare  il terrorismo ed il suo contrasto come una specie di equazione: la motivazione e le capacità (una parte dell’ equazione) determineranno l’attacco terroristico (l’altro parte dell’equazione). Una motivazione generica per il  terrorista sarebbe considerare  l’Italia un luogo simbolico. Ad esempio sulla propria rivista Isis mostrò la propria bandiera in Vaticano. Non credo che il fatto che l’Italia, essendo un ponte tra l’ Africa e l’Europa, riduca questa motivazione. Rispondo alla sua domanda, dunque, pur non essendoci di recente nessun attentato sul suolo italiano, sappiamo che la motivazione è lì,  pertanto bisognerebbe essere comunque pronti al fatto che un attacco futuro potrebbe essere possibile, seguendo appunto gli standard motivazionali. Tuttavia l’intelligence italiana ha gestito abbastanza bene sia le organizzazioni terroristiche che i lupi solitari”.

Sicurezza informatica: quali sono le sfide più importanti  in Europa?

“Nei nostri giorni, le organizzazioni terroristiche sono attive in paesi come Siria, Iraq, Yemen, Libia, Sinai e paesi africani. Inoltre,  talune organizzazioni terroristiche stanno ricevendo un importante supporto da paesi come l’Iran e la Corea del Nord, questa realtà  dovrebbe essere presa in considerazione sulla base delle relazioni multilaterali della comunità internazionale.  Il mondo dell’informatica è un altro di questi luoghi in cui i terroristi operano. Poiché il terrorismo è un fenomeno globale e poiché il web è un modo per entrare nelle nostre “stanze” senza cancelli o porte, ritengo che il principale obiettivo della lotta al terrorismo dovrebbe essere quello di prevenire l’uso della rete da parte delle organizzazioni terroristiche. Attualmente, il dibattito in corso sulla libertà nel mondo informatico è se la rete debba essere regolata o meno. È interessante notare che nessun paese cosiddetto democratico è a favore della regolamentazione di Internet . I manuali di Tallinn suggeriscono alcune di queste regolamentazioni ma non sono obbligatorie. Come tale, la sfida globale più importante  dal mio punto di vista è quella di regolare le attività nel mondo cyber. Ciò ovviamente amplificherà il dilemma democratico (limitare alcune libertà per una migliore sicurezza), nonché il problema della definizione concordata del terrorismo”.

 

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Lt. Col. (Res.) Uri Ben Yaakov is an experienced analyst and researcher. He specializes in the issues of combating terrorism, cyber-terrorism, sources of financing of terrorism and the issues of security threats on the example of Syria. He is an expert in on behalf of the ICT, among others, in the Israeli Parliament; he contributed to preparation of Counter-Terrorism Bill.

Mr  Ben Yaakov how would you define terrorism? How the information must be collected to be useful to the counterterrorism? 

The definition of terrorism is one of the most important toll of  counter terrorism, in order to be able to establish an efficient international cooperation.

There are hundreds of proposed definitions, many of which were used by different states and international entities. We can find some common typologies in the different definitions – repeating themes and elements. As such, many definition includes “violent activity”, aiming “to achieve political goals”. The problem is that most definitions don’t refer to the identity that this such violent activity is targeting. According to Professor Ganor, we should differentiate between violence aimed against civilians, to violence that aimed against Governmental officials, like police \ army. The first one is terrorism (activists that are trying to influence governments through civilians), while the second one isn’t (can be consider in some cases as insurgency). Therefore, the right definition of terrorism according to Professor Ganor is “the deliberate use of violence aimed at civilians, in order to achieve political ends.

Furthermore, from this definition we should also derive the definition of terror organization. Let’s take for example organizations like Hamas or ISIS. Those organizations have obviously the core activists which are committing terror acts and there is no doubt therefore that they should be consider as terror organizations (let’s call those organizations as the “main” ones). But there are also other entities which are not “shooting” on one side but supporting the main terror organizations on the other side. This can be an entity that provides arms to the “main” terror organization, financial support or even religious justification. In such case, it will be even more difficult to agree which entity should be consider as a terror organization (depending on the kind of support? Its, depth?). Furthermore, even if we will agree on this, should we counter those entities activity with the same means we are countering regular terrorism? Is targeting killing should be accepted tool under such terms?

This reflects the importance of a unified definition for states as well as security agencies: what is terrorism, terror organization, terrorist and terror act.

As for your second question,I think that it points out the Democratic Dilemma in Counter Terrorism.  Obviously, there is no a black or white answer to this question. On one side, we would like to keep our liberal democratic values, while on the other side we should also provide our security agencies with efficient tools to counter terrorism. Each state need to find the right balance between those 2 sides, the most efficient way to collect information, with minimum harm to our human rights, in order to keep our security. My personal point of view is that nowadays, when we are giving upour privacy to business entities that are operating in the cyber world (like social media platforms that are collecting private  information on us for business purposes), the balance should tend a bit to our security needs. As such, I would like to argue that this kind of information which is used for business purposes should be used by security agencies as well. This could be the most efficient way to collect useful information for counter-terrorism purposes.

How important is the cooperation between the  armed forces and the intelligence  in the effectiveness of the counterterrorism?

As I mentioned before, in my humbled opinion, the most important field in counter-terrorism is the cooperation among states, international one, but also among different security agencies in the same country. In the past, armies used to be the entity protecting our country from enemies, usually along the country’s borders. Now days, when the enemies are operating inside our countries, our armies should to be ready to fight them there. This is also why the cooperation between those entities becomes so important. The problem is that in some cases the “organizational ego” is dictating the level of cooperation, rather than the actual security needs. Sharing the information among the involved security entities is a major element needed in order to analyze the information and for better understanding of the  picture. Police units will continue dealing with crime and army unties will do their part in fighting others but as for counter-terrorism activities, the cooperation between all security entities is vital.

How could a strategic analysis be useful to prevent future hypothetical attacks?

The strategic analysis is a fundamental tool in counter terrorism, important part preparedness aspects. That means that in order to be able to prevent terror attacks, or to mitigate such attacks if happened or even to be able to have better recovery later on, best practices that can be learned only from strategic analysis.

This kind of analysis is done by the intelligence bodies but the outcome policies are in the hands of decision makers, i.e. politicians.

While allocating the budget between different fields of counter terrorism, countries need to consider the importance of strategic analysis, something that not always is being done, especially in places where politicians need to show their voters investment in security. Voters can see those that are wearing uniforms or holding weapons but not the intelligence analysis officers that are seating behind tables in their offices.

Just to be clear, I am not trying to undermine the importance of tactical threat assessment, a specific threat, on a specific place, on a specific day, result of a tactical analysis. But we should also remember that this kind of analysis can’t be done unless strategic analysis is in place already.

Europe is facing new challenges about organizing  counterterrorism new rules and skills, earlier this month it has been announced that starting from 2020 a Defense Fund will coordinate, supplement and amplify national investments in defense research, in the development of prototypes and in the acquisition of defense equipment and technology. My question is: in Europe we have had  only urban terrorist attacks,  no particular high technology or systems have been used. What is in your opinion is the best strategic planning we could afford to protect our cities from these events coupled to the above mentioned Industrial research growth?

I agree with you that terror attacks at the moment are not so advanced. Moreover, most attacks  faced recently in Europe were not organized by terror organization, at least not the operational aspect of it. I may even accept that experienced terrorist inflating Europe with the wave immigration won’t change this situation, as high technology wasn’t part of their daily operation in place where they were fighting, like Syria.

Saying that, I am not suggesting that we won’t face in the future advanced terror attacks, especially by organizations that are being supported by countries (i.e. Hezbollah and others) and definitely can’t suggest that high technology isn’t important tool in the hands of our security agencies. In fact, we are facing asymmetric warfare, in which terrorist are taking advantage of our liberal democratic values. High technology in our hands is a way in which we can reduce terrorism from doing it (preventing them of using internet for their operational purposes for example). I can definitely say that investments in technology is an essential part of counter terrorism.

May I ask you what is your opinion about the fact Italy has not witnessed a major terrorist attack since 1980’s? What do you think about this important topic we have at the moment concerning the huge arrivals of immigrants we are facing in my country?

We should look at terrorism and counter terrorism as a kind of equation: motivation plus capabilities(one side of the equation), will determine if terror attack will occur (the other side of the equation).

We can assume the existence of general terrorist motivation to commit terror attack in Italy. Italy is a very symbolic place to terrorist, as we can see in ISIS magazine for example where their flag is being show on the Vatican. I don’t think that Italy being a bridge from Africa to Europe is reducing the motivation of all terrorist organization, as well as loan wolfs, to attack the country, although I heard such a claim. But I do believe that the Italian security agencies are handling quite well the terrorism capabilities, both terror organizations or lone wolfs.

So to your question. There hasn’t been any major terrorist attack on the Italian soil recently. We know that the motivation is there and that capabilities, at least low ones, are there as well. The fact that we didn’t encounter major attack should alarm us, suggesting that we might face such attack in the future.

Cyber security: which are the highest challenges we must face in EU?

Terror organization are operating mainly in what we call nongovernmental places. In fact, all places where major terrorist organizations are operating now days are nongovernmental places, like Syria, Iraq, Yemen, Libya, Sinai and African countries. The cyber world is another none governance arena in which the terrorist are operating, mainly operational use but also low scale cyber-attacks. As terrorism is a global phenomenon and since the internet is a way to penetrate our bedrooms with no gates or doors, I believe that the main counter terrorism focus should be on preventing terrorism use of internet.

Actually, the main obstacle in this concern is the ongoing debate regarding the freedom in the cyber world, whether the internet should be regulated or not. Interestingly, none democratic countries preferred the internet to be regulated, we can only assume that for better control, rather than counter terrorism. Tallinn manuals are suggesting some regulations but are not mandatory. As such, the highest global challenge in my point of view is regulating the activities in the cyber world. This will obviously rise the democratic dilemma in counter terrorism (limiting some liberties for better security) as well as the problem of agreed definition of terrorism.

A “sub” challenge the world is facing in my opinion is the support that terror organizations are getting from countries like Iran and North Korea. Although the present abilities of terror organizations in the cyber world are limited to operational use and low attacks level, high level abilities can be obtained easily and with no time from countries sponsored terrorism. This should be considered on multilateral relations of the international community.

Diritti d’autore, Soundreef: “La Siae gode di protezioni molto importanti”/VIDEO

in Beni Culturali/Difesa e Sicurezza Nazionale/Video Report da

La guerra dei diritti d’autore. Da quando Soundreef è entrata sul mercato lo scontro con Siae è aperto. Molti autori, tra cui Fedez, hanno scelto di passare al gestore indipendente. La vera battaglia, dunque, si combatte su un monopolio di fatto che negli anni ha visto la Siae come unico attore in scena. Da qualche tempo, però, il competitor è una startup tutta italiana, nata in Gran Bretagna e rientrata nel nostro Paese. Ofcs.report ha intervistato Davide d’Atri, Ceo di Soundreef, che ha spiegato come funziona la gestione dei diritti d’autore e le regole (assenti) di un mercato milionario.

Abbiamo provato più volte a contattare la Siae, ma al momento non abbiamo ricevuto alcuna risposta. 

Esercito, Generale Leverano: “La scherma insegna il rispetto per gli altri”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

“La scherma insegna il rispetto per gli altri, conoscenza dell’avversario, capire quali sono i propri limiti e condizionamenti, il rispetto delle regole”. La descrizione ci viene fornita dal Generale di Corpo d’Armata Luigi Francesco De Leverano, Comandante delle Forze Operative Sud, con il quale abbiamo approfondito le peculiarità del progetto “Una stoccata per la vita” il 21 giugno scorso a Bari, presso la Caserma Domenico Picca, sede del Comando Militare Esercito Puglia. L’attività è stata organizzata dal Comando forze Operative Sud in collaborazione con la Conferenza Episcopale Pugliese, l’Università Aldo Moro di Bari, l’ Ufficio Regionale Scolastico Regione Puglia e la Federazione italiana Scherma Puglia. Si è dato così impulso all’attuazione del protocollo di intesa stipulato tra ministero della Difesa ed il Pontificio Consiglio della Cultura, promuovendo lo sport come veicolo di convivenza civile, come già indicato il 17 maggio scorso quando Ofcsreport ha pubblicato un breve resoconto del progetto.

Generale De Leverano, come nasce l’idea di siglare un protocollo di intesa tra il ministero della Difesa e il Vaticano?

“Nasce nel 2014, quando in occasione del centenario del Coni, il Cardinale Ravasi, presidente del Pontificio Consiglio della Cultura, incontrando il ministro della Difesa, la senatrice Roberta Pinotti, espresse l’ idea di far si che i nostri uomini e le nostre donne in divisa che partecipano ai gruppi sportivi a carattere internazionale dando lustro al tricolore e conseguendo una serie di successi, con medaglie d’oro, di argento e di bronzo, fungessero da testimonial facendo sì che lo sport non fosse solo un valore sportivo in sé ma avesse quella valenza di carattere educativo e formativo che consente di abbattere le barriere sociali, di promuovere la disciplina, il rispetto delle regole e la legalità. Inoltre, data la caratteristica ecumenica e umanitaria del progetto, di essere un mezzo di attenzione verso i giovani, specie coloro che hanno dei disagi, ovvero vivono situazioni a rischio o come pure verso i diversamente abili, per renderli alla stessa stregua degli altri. Così nasce l’intesa che il 29 ottobre 2014 fu suggellata nell’ ambito della Ambasciata Italiana presso la Santa sede in Roma”.

Qual è lo scopo principale a cui ambisce il progetto?

“Più dreniamo giovani tirandoli via dalle strade, dalle eventuali influenze di carattere delinquenziale o dall’uso di un determinato tipo di sostanze poco inclini ad un rispetto sociale e democratico e civile dell’umanità, più li portiamo verso quei valori positivi di cui lo sport è un portatore sano: questo è il successo. Si misurerà sulla base di quanta gente toglieremo dalle strade, la manderemo a scuola abbattendo la dispersione scolastica e miglioreremo il rendimento scolastico. Ho detto già che a Napoli abbiamo registrato in questi ultimi tre mesi dell’anno scolastico, da marzo fino a giugno, un aumento del rendimento scolastico del 20% . C’è stata una partecipazione massiva nei giorni del martedì e giovedì in cui partecipavano tre istituti scolastici napoletani, di cui due dei quartieri a rischio, un aumento delle presenze giornaliere e in parallelo registrando un miglioramento delle attività didattiche degli stessi partecipanti. Queste sono le unità di misura sulle quali stiamo misurando la validità di questo protocollo”.

Con il progetto “Una stoccata per la vita” la scherma diventa un mezzo “nobile” di integrazione e inclusione sociale. Che ne pensa a riguardo?

“La scherma è stata sempre una disciplina affine a noi altri, ricordiamo tutti che nell’ambito delle forze armate parecchi anni fa esisteva la scuola militare di scherma che era ubicata a Roma, dove è attualmente l’aula bunker dei tribunali, in corrispondenza del foro italico. Qui veniva formato non solo il personale istruttore ma anche il personale schermitore. Allora non vi erano le schermitrici per svolgere l’ attività della disciplina sportiva. Qual è il valore della scherma? La scherma insegna il rispetto per gli altri conoscenza dell’ avversario, capire quali sono i propri limiti e condizionamenti, il rispetto delle regole. Lei può immaginare, già il fatto stesso di mettere questi giovani ad arbitrare se stessi ha una grande importanza. L’arbitro è un’assunzione di responsabilità, colui che ad esempio gestisce una partita di calcio, cito un’altra pratica sportiva, ha una responsabilità importante. Il fatto di abituarli dunque ad avere il rispetto delle regole, della legalità (in questo hanno visto le nostre divise come qualcosa di inclusivo, non di barriera attraverso la quale non passare ma interloquire con le nostre istruttrici e istruttori) ha fatto sì che si abbattessero, anche da questo punto di vista, le barriere di cui citavo prima”.

HashtagdellaSettimana. Dopo i ballottaggi il web infierisce sul Pd: “Renzi non twitta. Ha finito i giga”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Gli hashtag in voga nella settimana alle nostre spalle non potevano che essere quelli relativi al secondo turno delle elezioni amministrative, seguiti dal probabile rinvio a giudizio del sindaco di Roma Virginia Raggi e dalle chat nelle quali l’ex capo del Personale del Campidoglio Raffaele Marra, in carcere per corruzione, esprime pareri poco lusinghieri sul Primo cittadino. Successo su Twitter anche per il salvataggio delle banche venete, quindi per l’indagine a carico del pm napoletano Henry John Woodcock, il nuovo contratto di Fabio Fazio e la sospensione, da parte dell’Ordine dei giornalisti, di Filippo Facci.

Cercasi Pd

#Elezioni, dunque, che hanno fatto segnare, nei #ballottaggi di domenica, la netta sconfitta del Pd, dunque di Matteo #Renzi e il trionfo del centrodestra che ha vinto a Genova, Verona, Catanzaro, Pistoia e Sesto San Giovanni, mentre a Trapani, dove correva solo il candidato democrat per la rinuncia dello sfidante (alle prese con serie grane giudiziarie), il quorum non è stato raggiunto e arriverà il commissario.  @Kotiomkin la vede così: “La situazione del Pd la riassume il risultato di Trapani, non hanno vinto manco dove correvano da soli”.@GianniCuperIoPD, fake del vero Cuperlo, aggiunge: “Renzi non twitta. Ha finito i giga”. Anche @GrouchoMac infierisce sul segretario Pd: “Tre anni e mezzo per radere al suolo un partito. Non male questo nuovo che avanza”. Così pure @ArsenaleKappa che contesta la conta fatta da Renzi sui Comuni amministrati: “Renzi: “Siamo 67 a 59 per noi”. Va oltre gli aforismi, lui vede pieno il bicchiere vuoto”. E visto che l’ex premier dice che il risultato elettorale è a macchia di leopardo, @Soppressatira twitta: “Bersani voleva smacchiare il giaguaro, Renzi parla di macchie di leopardo. Invece ha vinto quello che punta sugli agnellini”, e cioè Silvio Berlusconi, immortalato, durante la Santa Pasqua, mentre dà il latte proprio a un agnellino. La chiosa è ancora di @Kotiomkin, che prima di conoscere i risultati ha scritto: “Stasera sapremo a quale partito appartengono i sindaci che saranno arrestati l’anno prossimo”.

Marra – Meo

Il rinvio a giudizio, quasi certo, del sindaco #Raggi per abuso d’ufficio e falso nell’ambito dell’inchiesta della procura di Roma sulle nomine di Renato #Marra, fratello di Raffaele, alla testa del dipartimento Turismo del Campidoglio, e di Salvatore Romeo a capo segreteria del Primo cittadino, hanno stimolato gli internauti, che si sono dedicati anche alle chat di Raffaele Marra sul sindaco. In un messaggio, ad esempio, Marra dice che la Raggi “ha paura e scappa” perché “quando lei parla con me è in soggezione”. In una seconda chat, già celebre, lo stesso ex capo del Personale parla così del sindaco: “Non c’ha le palle? E allora che cazzo lo fai a fa’ il sindaco, scusami?”. E ancora: “Sta facendo la principessa che… l’hanno fregata”. Ce n’è abbastanza per provocare i cinguettanti. @illustrartura punzecchia il sindaco: “Del resto, aveva anche detto “Marra è il migliore, garantisco io”. È sempre stata di manica larga”, mentre @claudiocerasa, direttore del Foglio, mette alla berlina Alessandro Di Battista: “Quando hanno arrestato Marra fui contento perché in qualche modo c’eravamo tolti un peso” dice Di Battista, a proposito di spremute d’umanità”. @danielecina segue a ruota: “Quando arrestarono Marra, io fui contento”. Prima li nominano e poi sono contenti che li arrestano. Grande Di Battista! @alinomilan, giornalista di Radio24, cita un sms imperdibile che Marra ha inviato a un’amica a proposito del M5S: “Han fatto il pensatoio. Per fare il pensatoio devi porta’ gente pensante, se porti cerebrolesi…”

Banche o sanguisughe?

Il governo ha salvato due #banchevenete ormai fallite, Popolare di Vicenza e Veneto Banca, spendendo subito 5,5 miliardi di euro e offrendo garanzie per altri 12 miliardi. Un mucchio di soldi. Chi paga? Ovviamente i cittadini-contribuenti. @udogumpel, giornalista tedesco, afferma: “Delle banche venete fallite che scavano un buco di 31 miliardi di euro, mi piace un aspetto: che siano venete, del mitico Nord-Est, terra dei leghisti”. L’ex direttore del Corriere della Sera, @DeBortoliF, ironizza: “I contribuenti italiani erano tutti azionisti senza saperlo”. Infine, @ArsenaleKappa incalza: “Bruciata la ricchezza di un anno dell’Italia per salvare le banche venete. Se questi non li mandiamo a casa tutti è sindrome di Stoccolma”.

Paperon-Fazio

Ha infastidito non poco gli internauti anche la decisione del Cda Rai di approvare la proposta di contratto per Fabio #Fazio che, dopo aver minacciato più volte l’abbandono di viale Mazzini, passerà su Rai1 per condurre 32 prime serate e 32 seconde serate l’anno prendendo circa 11,2 milioni di euro per 4 anni, cioè 2,8 milioni l’anno, uno in più di prima.@ValentinaMeis insinua: “Fazio lavorerà 64 giorni l’anno per 2,8 milioni. Lezione del giorno: l’organo più importante non è il cuore, ma la lingua”. @Soppressatira tira in ballo il presidente della Commissione parlamentare di Vigilanza Rai e demolisce il Pd: “Roberto Fico attacca Fazio: “Un comunista con il portafoglio a destra”. Non faceva prima a dargli del Piddino?”. Incavolato, anche per via della cancellazione dell’Arena di Massimo Giletti, è pure @PChiambretti: “Povera Rai, non ne azzecca più una. Cancella Giletti, premia Fazio che un giorno sì e un giorno no se ne vuole andare. Perche?”. Vallo a capire”! Infine, un promemoria da parte di @AugustoMinzolin: “Santoro se ne andò dalla Rai per i soldi, Fazio è rimasto per i soldi. Dove sono i principi a sinistra? Follow the money…”.

“Facci” di bronzo

Il Consiglio di disciplina dell’Ordine lombardo dei Giornalisti ha deciso di sospendere Filippo Facci, giornalista di Libero, dalla professione e dallo stipendio. Per due mesi, se la sentenza non sarà ribaltata in appello, Facci non potrà né scrivere né prendere lo stipendio. Motivo? Un articolo pubblicato il 28 luglio 2016 con un titolo cristallino: “Perché l’Islam mi sta sul gozzo”. Nel corpo del pezzo, Facci ne diceva di ogni sugli islamici, il Corano e simili. Insomma, odio puro, non celato. Ma opinioni, solo opinioni. Sul caso twitta @antonio_bordin: “Facci sospeso dall’Ordine dei Giornalisti per aver attaccato l’Islam. Perché puoi bestemmiare tutto, ma non la nuova religione di Stato”. Così pare stiano le cose. Infine @fazzogb: “L’articolo di Facci è un capolavoro. Grazie all’Ordine dei Giornalisti per la nuova pubblicità”. Chiamasi boomerang.

Woodcock indagato

Per concludere, l’indagine della procura di Roma a carico del pm napoletano Henry John Woodcock nell’ambito dell’inchiesta Consip, non poteva lasciare indifferenti i “twittaroli”, soprattutto perché c’è chi, da molto tempo, aveva previsto che prima o poi, fra toghe, se le sarebbero date di santa ragione. E infatti @christianrocca scrive: “Era chiaro che sarebbe finita che si sarebbero arrestati da soli”, mentre @ArsenaleKappa pronostica: “Woodcock indagato dai colleghi della procura di Roma per violazione di segreto d’ufficio. Ora lui indagherà loro per depistaggio”. Sembra quasi una barzelletta.

Pesticidi, allarme Federconsumatori: “Contaminano il 63% delle nostre acque”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Salute da

Le acque superficiali del nostro Paese risultano contaminate da pesticidi nel 63,9% dei punti controllati, con punte del 95%, ad esempio in Umbria”. A lanciare l’allarme è la Federconsumatori, che riporta i dati recenti del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’Ispra. Il trend di crescita della concentrazione di pesticidi dal 2012 al 2016 si aggira su un +20% per le acque superficiali e su un +10% per quelle sotterranee, con gli erbicidi che la fanno da padrone. In alcune zone l’acqua è così inquinata da non poter essere utilizzata per irrigare l’orto e neanche per lavare i piatti, spiegano da Federconsumatori. Dati alla mano e vista la crisi idrica che sta colpendo il nostro Paese a causa della siccità di questi mesi, è evidente che ci troviamo di fronte a “un’emergenza ambientale a livello nazionale” a cui bisogna trovare urgenti risposte.

Il tema del razionamento dell’acqua pubblica avviato da vari sindaci in queste ore, non ultima Virginia Raggi che ha emesso un’ordinanza contro gli sprechi nella Capitale, tocca anche la questione dell’acqua in bottiglia: “prima di fermare l’uso potabile e rischiare di bloccare la filiera agroalimentare forse sarà il caso di affrontare il problema dell’imbottigliamento e il controllo sulle concessioni, che spetta alle Regioni”, dicono i consumatori. “Non è ammissibile che i cittadini restino senza acqua potabile e che le concessioni arricchiscano le aziende private”. Il fatturato del settore delle acque minerali in Italia è di 2,7 miliardi all’anno.

Quanto all’inquinamento nella maggior parte del territorio italiano è causato dall’utilizzo intensivo in alcune zone di prodotti per l’agricoltura come diserbanti, pesticidi e concimi, unitamente ai materiali di scarto prodotti dalle industrie, soprattutto le lavanderie a secco, le industrie del tessile e le industrie metalmeccaniche, dove in molti casi gli stessi imprenditori ignorano la pericolosità delle loro azioni. Altrettanto pericolose le discariche, costruite o gestite male: in questi casi, sostiene Federconsumatori, è urgente intensificare il controllo sulle autocertificazioni delle imprese per il rilascio a valle da parte delle discariche e sugli effetti dell’interramento dei rifiuti industriali.

Inquinamento ma anche dispersione di acqua in una rete nazionale che definire “colabrodo” è un eufemismo. Ogni anno, secondo i dati Istat, il 38,2% di quanto immesso nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia viene disperso. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone.

Nonostante le falle del sistema, attacca Federconsumatori, “i cittadini pagano in ogni bolletta una quota per gli investimenti, cioè una percentuale per l’ammodernamento della rete. Si tratta però di un servizio mai erogato: come stabilito da recenti sentenze, il cittadino non è tenuto a ripagare gli interventi straordinari e tantomeno l’eventuale approvvigionamento straordinario di acqua tramite autocisterne. A ciò si aggiunga che se la rete è colabrodo, in realtà raccoglie anche forme inquinanti. Perché l’acqua non solo si disperde, ma durante il percorso raccoglie prodotti inquinanti che poi finiscono nell’acquedotto: tutto questo è gravissimo, anche perché il cittadino paga in bolletta per il costo della fognatura e della depurazione”.

Da qui l’appello alle Istituzioni per la difesa della biodiversità e dell’ambiente affinché “realizzino il monitoraggio ferreo dei minimi vitali (il minimo della portata che dà la possibilità di sopravvivenza alla flora e alla fauna propria di un bacino, ndr) di fiumi, torrenti e sorgenti previsti dalla normativa vigente. Serve inoltre un controllo più severo delle concessioni e che si inizi a pensare ad una riconversione delle produzioni agricole, passando per l’ammodernamento degli impianti di rete, ad esempio, durante la ricostruzione delle zone terremotate, dividendo finalmente le acque piovane dalle acque reflue, perché la depurazione delle acque piovane è un costo inutile”.

“E’ urgente – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori – realizzare un piano nazionale di investimento sull’ammodernamento degli acquedotti, che potrebbero avere tre effetti positivi: si evitano dispersione e inquinamento, si crea occupazione, perché si realizzano investimenti di cui tra l’altro si recupera il costo dalla mancata dispersione, utilizzando tecniche innovative e si introduce legalità, perché in molte zone l’acqua, tramite le cisterne, viene controllata da organizzazioni illegali”.

@PiccininDaniele

Tortura, oltre 30 anni di dibattiti in attesa di una legge

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Per un italiano su due nel nostro Paese la tortura non esiste. Allo stesso tempo, una percentuale che sfiora l’80% crede che i diritti umani siano potenzialmente violati in tutto il pianeta, mondo occidentale compreso. I numeri della ricerca di Amnesty International (pubblicati in occasione della Giornata internazionale per le vittime di tortura, il 26 giugno) ci dicono come intorno al dibattito sul reato di tortura nel nostro Paese ci sia ancora molta confusione. I casi di violazione più noti (secondo le procure italiane, anche se non sempre confermati dai rispettivi tribunali) sono quelli del G8 di Genova (scuola Diaz e caserma di Bolzaneto), la morte di Stefano Cucchi e l’omicidio di Giulio Regeni, avvenuto però in Egitto. Tre eventi distanti e diversi che hanno in comune una sola cosa: le vittime e i loro parenti continuano a chiedere giustizia.
Proprio per le torture della scuola Diaz, l’Italia ha ricevuto pochi giorni fa l’ennesima multa dall’Unione Europea per non aver ancora regolamentato il reato di tortura. Il disegno di legge passato in Parlamento è infatti risultato inadatto all’esame della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Il testo, già contestato dalle Ong, tra cui Amnesty International e Antigone in prima fila, e dai favorevoli all’introduzione del reato di tortura, contiene una definizione del reato considerata inadeguata agli standard internazionali. Secondo il Ddl, può essere accusato di tortura chi ha compiuto atti di grave violenza e crudeltà, o ha perpetrato trattamenti inumani e degradanti. La tortura psicologica sussiste solo nel caso, accertato, in cui la vittima abbia subito un trauma psicologico. Ma a preoccupare il commissario per i diritti umani Nils Muisnieks, firmatario della lettera indirizzata a Roma, è il fatto che per essere processati bisogna aver commesso il fatto più di una volta. Una postilla che a qualcuno suona come una scappatoia.

Ma perché è così difficile il dibattito intorno al reato di tortura nel nostro Paese?

Come dimostra la ricerca di Amnesty, dobbiamo confrontarci con un’ignoranza di base che, associata alle posizioni di alcuni partiti politici, crea un corto circuito. La discussione del ddl, in Parlamento da mesi, è stata caratterizzata da numerose fasi animate, incentrate soprattutto sul termine sicurezza. Tra i ferventi contrari all’approvazione, l’ex ministro Giovanardi, che l’ha sempre definita una “micidiale arma contro le forze dell’ordine”. Proprio Giovanardi è stato autore di un acceso intervento nello scorso luglio contro l’avvocato Fabio Anselmo (legale di numerose famiglie, tra cui quella Cucchi, Aldrovandi e Magherini), accusato di voler inventare un reato che non esiste e di una “criminalizzazione preventiva delle forze dell’ordine”. Ad essere punite dalla Corte di Strasburgo, però, sono proprio le pene per i colpevoli dei fatti del G8, ritenute essere inadeguate.
D’altra parte, sarebbe ingenuo far finta che la tortura non sia un affare di Stato. Nel discusso decreto, se il reato è commesso da un pubblico ufficiale in servizio, la pena minima sale da 5 a 12 anni (invece che da 4 a 10). Lo sottolinea anche la Camera penale di Firenze sull’ultima ipotesi di riforma: “E inaccettabile, poiché non abbandona il concetto individualistico del rapporto tra autore del reato e persona offesa, ignorando che la tortura non è un fatto tra due soggetti, ma tra Stato e cittadino”.
Lo scorso aprile l’Italia aveva patteggiato, proprio alla Corte di Strasburgo per i fatti del G8, ammettendo i maltrattamenti e versando 45mila euro a sei cittadini coinvolti nelle vicende di Bolzaneto. Un tentativo di mediazione a sostegno di un vuoto normativo che a fatica si cerca di riempire. In Senato, in occasione dell’approvazione del ddl, era presente anche la madre di Federico Aldrovandi , dimenticato, come altri, dagli intervistati di Amnesty International. Ma la maggioranza del Paese sembra essere cosciente del problema. Ben sei intervistati su 10 chiedono all’Italia di dotarsi, dopo 30 anni di dibattiti, di una legge che punisca il reato di tortura. E 25 milioni di italiani vorrebbero che il Governo si impegnasse nella condanna delle violazioni dei diritti umani in tutto il mondo.

Seggiolini allarmati: tre anni di chiacchiere e ancora non c’è una legge

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Forse la morte di Tamara, la bambina deceduta il 7 giugno ad Arezzo, lascerà un segno: sembra, infatti, che abbia dato un nuovo impulso all’iter legislativo che dovrebbe rendere obbligatoria l’istallazione in auto di un seggiolino allarmato.

Una proposta di legge, a firma dell’onorevole Gianni Melilla, volta a modificare l’articolo 172 del codice della strada (quello che riguarda l’uso dei seggiolini, introducendo la dicitura “e dotato di un dispositivo di allarme anti-abbandono”), era stata depositata alla Camera il 10 ottobre 2014. Il testo, discusso in commissione Trasporti a partire dal primo aprile 2015, è approdato in Aula nel giugno dello stesso anno e rinviato alla stessa commissione, in attesa dell’approvazione di una più ampia legge quadro di modifica del codice della strada. Da novembre 2016 l’esame della legge è ripartito in commissione.

Esiste anche una petizione online, rivolta al ministero delle Infrastrutture e dei Trasporti, affinché favorisca una modifica del codice della strada volta all’introduzione del seggiolino allarmato che, ad oggi, ha raggiunto oltre  64.000 firme (su 75.000 richieste).

Come dicevamo, però, il decesso di Tamara ha rimesso in moto la macchina legislativa.

L’onorevole Donatella Mattesini, membro della Commissione Parlamentare per l’infanzia e l’adolescenza e della 12° commissione Sanità, ha presentato lo scorso 13 giugno un’interrogazione parlamentare al Ministro competente, a seguito della quale ha incontrato il viceministro con delega ai Trasporti, Riccardo Nencini.

L’onorevole ha dichiarato che il Viceministro le “ha assicurato il suo impegno su questa tema”. In queste settimane è in discussione nelle Commissioni competenti del Senato il testo del nuovo codice della strada e, ha affermato Nencini, “ci sono margini per l’inserimento di una norma specifica all’interno del disegno di legge. La discussione sulla riforma è già in fase avanzata e nelle prossime settimane il testo dovrebbe arrivare nell’Aula del Senato. Se questo non fosse possibile, non è esclusa la possibilità d’inserimento di un’apposita norma all’interno di un altro provvedimento”.

 

@SimonaRivelli

Disabili, dossier Fish: l’Italia abbandona 273mila persone in strutture non accoglienti

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

In Italia la disabilità è ancora sinonimo di emarginazione, abbandono, addirittura maltrattamenti. Una condizione di vita spesso ben oltre i limiti del sostenibile che riguarda tante persone, specialmente gli anziani. A lanciare l’allarme è la recente “Conferenza di Consenso sulla segregazione delle persone con disabilità”, promossa dalla Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (Fish), con l’intento di restituire centralità a un tema drammatico, troppo spesso considerato marginale o eccezionale: la segregazione delle persone con disabilità. È la prima volta che il movimento delle persone con disabilità lancia una sfida politica, culturale, scientifica e organizzativa sulla segregazione.

Secondo i dati presentati alla convention sono 273.316 le persone con disabilità che vengono ospitate dai presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. Oltre l’83% sono anziani non autosufficienti, che nella quasi totalità dei casi vivono in strutture che non riproducono le condizioni di vita familiari. Nel 2016, tra le violazioni penali più frequenti, l’Arma dei Carabinieri rileva 114 casi di maltrattamenti, 68 di abbandono d’incapace, 16 di lesioni personali e 16 di sequestro di persona.

Accanto a questa segregazione, brutale e conclamata, si rilevano altre modalità più subdole e ugualmente inumane. Anche se queste spesso non manifestano condizioni di vita degradanti, maltrattamenti e violenze. Sono gli ambiti in cui si ripropone la separazione, l’isolamento, la contrazione delle elementari libertà individuali. Servizi in cui prevale una concezione sanitaria e ospedaliera che trasforma chi ne è ospite in “paziente”, “malato” e non più persona con il diritto di vivere normalmente la sua vita e le sue relazioni interpersonali. Come riconosciuto dall’articolo 19 della Convenzione Onu, infatti, “la persona con disabilità ha diritto di scegliere dove, come e con chi vivere, senza essere costretta a una determinata soluzione abitativa o a vivere in isolamento e segregata”. Un diritto “impossibile”, almeno in Italia, “dove necessitano maggiori o più intense politiche e servizi di sostegno”.

I DATI

Attualmente, ricorda la ricerca presentata dalla Fish, in Italia sono 13.203 i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari attivi al 31 dicembre 2014 (ultimo dato disponibile), per un totale di 399.626 posti letto. Dati in crescita rispetto a quelli registrati nel 2013 (pari 12.261 presidi, per un totale di 384.450 posti letto), ma in calo nel confronto con il 2009 (quando i presidi erano 13.207 per un totale di 429.220 posti disponibili). Gli ospiti dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari sono 386.072 (+5,1% rispetto all’anno precedente, ma in calo del 4,5% nel confronto con il 2009). In particolare, quasi 290 mila sono anziani con almeno 65 anni di età (il 75,1% degli ospiti complessivi). Oltre 76mila sono adulti con un’età compresa tra i 18 e i 64 anni (il 19,7% del totale). Quasi 20mila sono minori (il 5,2% degli ospiti complessivi).

Al 31 dicembre 2014, le persone con disabilità e non autosufficienza presenti nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari sono 273.316, pari al 70,8% del numero complessivo di ospiti. Anche in questo caso si manifesta un andamento simile a quello riscontrato per i precedenti indicatori, ossia un aumento del numero degli ospiti con disabilità e non autosufficienza nel confronto con il 2013 (+3,9%) e una riduzione rispetto al 2009 (-4,0%), ma in entrambi i casi l’entità di tali scostamenti risulta meno consistente rispetto a ciò che accade per il totale degli ospiti. Delle 273.316 persone con disabilità e non autosufficienza 3.147 sono minori con disabilità e disturbi mentali dell’età evolutiva. Quasi 51.600 sono adulti con disabilità e patologia psichiatrica. E poi ci sono 218.576 anziani non autosufficienti. Dunque, oltre l’83% degli ospiti con disabilità e non autosufficienza sono anziani, appunto, non autosufficienti.

I MALTRATTAMENTI

I dati più recenti a disposizione li rivela un rapporto dei Nas presentato il 3 agosto 2016. Secondo i carabinieri, nel periodo 2014-2016 sono stati effettuati 6.187 controlli in strutture sanitarie, socio-assistenziali e in centri di riabilitazione neuro-psicomotoria. Da tali controlli sono state rilevate 1.877 non conformità (pari al 28% dei controlli eseguiti). Così 1.622 persone sono state segnalate all’Autorità Amministrativa. Sono stati effettuati 68 arresti. E ancora 1.397 persone sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria. Sono state comminate 3.177 sanzioni penali e 2.167 sanzioni amministrative per 1,2 milioni di euro. Centosettantasei strutture sono state sottoposte a sequestro o chiusura.

Soffermandoci sui dati relativi al 2016, tra le violazioni penali più frequenti si registrano 114 casi di maltrattamenti, 68 di abbandono d’incapaci, 16 di lesioni personali e 16 di sequestro di persona. In 260 occasioni sono state registrate inadeguatezze strutturali, assistenziali e autorizzative. In 109 i militari hanno segnalato casi di esercizio abusivo della professione sanitaria. E ben 124 locali destinati alla manipolazione e allo stoccaggio degli alimenti presentavano carenze igienico-strutturali. In 27 casi sono state scritte denunce per omessa notifica delle persone alloggiate alle autorità di pubblica sicurezza. E ancora: 21 autorizzazioni “assenti” e 15 strutture che detenevano farmaci scaduti.

Numeri che, attacca la Fish nel documento lanciato dalla Conferenza, dimostrano come nel nostro Paese “persistono servizi e strutture residenziali dove le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti vivono in condizioni segreganti e subiscono trattamenti inumani e degradanti”. L’appello alle Istituzioni comprende tre impegni: “liberare prima possibile le persone con disabilità che vivono in situazioni inumane e degradanti. Individuare con certezza le strutture da ritenere segreganti e quindi da chiudere o convertire, ma anche delineare nuovi modelli inclusivi di servizi e sostegni per l’abitare”.

@PiccininDaniele

Libro Bianco della droga, è boom tra i minori

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

L’attore Domenico Diele che investe e uccide una donna mentre guida, con la patente sospesa, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. La venticinquenne che, a Genova, ha perso la vita dopo aver assunto un cocktail di droghe insieme a un’amica. E ancora la ragazza che tra vetri rotti, porte sfondate e rifiuti, è morta con una siringa appesa al braccio, nel degrado di quello che doveva essere il fiore all’occhiello della sanità romana, il complesso ospedaliero Forlanini. Esempi estremi che affollano il dibattito sulle sostanze stupefacenti. Secondo il Rapporto Mondiale sulle droghe delle Nazioni unite (World Drug Report), nel 2016 oltre 250 milioni di persone, in tutto mondo, hanno usato sostanze stupefacenti. Di questi appena 29,5 milioni, lo 0,6% della popolazione adulta mondiale, ha avuto un problema di salute, compresa la dipendenza, con le sostanze scadenti controllate dal mercato illegale. Un ragionamento che, secondo i promotori della campagna “Legalizziamo.it”, porta alla tesi: “La repressione e il proibizionismo hanno dunque fallito”. È questo, in sintesi, il monito che emerge dal “Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi – Dati, politiche e commenti sui danni collaterali del Testo Unico sulle droghe”, promosso dal Cartello di Genova e presentato questa mattina insieme all’associazione Luca Coscioni alla Camera dei deputati, in occasione della giornata internazionale contro il narco-traffico.

“Il sistema di repressione penale e amministrativo continua ad essere al centro dell’applicazione della normativa italiana sulle droghe”, affermano in una nota i redattori del documento. “Il Libro offre dati che confermano l’urgente necessità di rilanciare una riforma complessiva della legislazione in materia di sostanze stupefacenti e di ripensamento generale delle politiche che ne derivano – ha spiegato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni – in quanto restano enormi le implicazioni penali e di salute pubblica”. “A fronte di una riforma chiaramente a favore della legalizzazione della cannabis da parte di stati Usa, in Italia il progetto di riforma della legge sugli stupefacenti si è bloccato”, ha aggiunto Marco Perduca, coordinatore della campagna Legalizziamo.it della Luca Coscioni.

I dati

“Dalla semina americana al deserto italiano” è il titolo scelto per la presentazione del volume che riporta numeri e dati molto interessanti. Nel 2016 tornano ad aumentare la percentuale di detenuti per violazione della legislazione sulle droghe. Il 43,26% dei carcerati, in Italia, è stato accusato di aver violato la legge sulle droghe. Al 31 dicembre 2016 sono 17.733 i detenuti presenti in carcere a causa dell’articolo 73 del Testo unico, quello che punisce la produzione, il traffico e la detenzione di droghe illecite. Si tratta del 32,52% del totale: un detenuto su tre. A questi si aggiungono 5.868 ristretti per articolo 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), il 10,74% del totale, in calo rispetto al 2015. Ma mentre i “pesci piccoli” tornano ad aumentare, i consorzi criminali continuano a restare fuori dai radar della repressione penale. Su 54.653 detenuti (al 31 dicembre 2016), 14.157 sono tossicodipendenti. Il 25,9% del totale, un dato in costante aumento da alcuni anni.

Le segnalazioni e le sanzioni amministrative del consumo di droghe illegali

Dopo il vistoso calo del 2015 tornano ad aumentare le persone segnalate al Prefetto per consumo di sostanze illecite: da 27.718 a 32.687 (+17,92%) con una impennata delle segnalazioni dei minori (+237,15%). La repressione colpisce per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi (78,98%), seguono a distanza cocaina (13,68%) e eroina (5,35%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze. Dal 1990 oltre 1,1 milioni di cittadini sono stati segnalati per possesso di sostanze stupefacenti ad uso personale, di queste il 72,57% per derivati della cannabis.

Le violazioni dell’articolo 187 del codice della strada

I dati interamente disponibili della Polizia Stradale (2015) fanno cadere un luogo comune molto diffuso, ovvero che l’assunzione di droghe sia la causa degli incidenti. In base al rapporto della stradale, infatti, solo lo 0,39% dei conducenti coinvolti in incidenti stradali risulta positivo ai test antidroga. Nel 2016 solo lo 0,83% delle persone controllate a seguito di incidente stradale risultava positivo ai test, non si conoscono i dati relativi al totale degli incidenti: così è impossibile comparare la percentuale con il 2015.

Rispetto al nuovo protocollo operativo della polizia stradale, attivo dal 2015 e che prevede l’effettuazione di test di screening sulla saliva direttamente su strada, si è rilevato come nel 2016, su 17.565 controlli l’1,22% dei conducenti fermati è risultato positivo ad almeno una sostanza stupefacente, in calo rispetto all’1,42% della campagna 2015 (su 14.767 conducenti fermati). Da notare come nel 2016 oltre il 30% dei conducenti risultato positivo al test salivare sia poi stato “scagionato” dalle ulteriori analisi di laboratorio (nel 2015 i falsi positivi furono il 21%).

Effetti economici della legalizzazione della cannabis. Il Libro bianco contiene anche un saggio dell’economista Marco Rossi, docente del Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali della Sapienza, secondo il quale le implicazioni economiche della regolamentazione della cannabis, adottate attraverso una regolamentazione e tassazione simile a quella del tabacco, consumi costanti e assenza di esportazioni o turismo da cannabis, avrebbe un impatto sui conti pubblici pari a circa 4 miliardi di euro. Una cifra monstre suddivisa in 3 miliardi da imposte sulla vendita, 300 milioni dalle imposte sul reddito e 600 milioni da risparmi nella spesa pubblica in materia di sicurezza.

A questi si aggiungerebbe, spiega l’economista, una probabile riduzione, non stimabile, dei costi sanitari e un miglioramento dei conti economici nazionali derivante dalla sostituzione delle importazioni illegali con coltivazione nazionale per circa 500 milioni di euro.

@PiccininDaniele

Amministratori locali sotto tiro: una minaccia ogni 19 ore

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Oltre 454 atti intimidatori che ogni anno vengono rivolti nei confronti di sindaci, assessori, consiglieri comunali e municipali, amministratori regionali, dipendenti della Pubblica amministrazione o funzionari. È il Belpaese degli “Amministratori sotto tiro”, quello narrato tra le pagine del rapporto snocciolato da Avviso pubblico. La sesta edizione dell’analisi terziaria, basata sulle notizie emerse sugli organi di stampa, rappresenta la punta dell’iceberg di un fenomeno dalle proporzioni allarmanti. Dalla Sicilia all’Emilia Romagna, dai funzionari integerrimi ai politici che non mantengono “i patti con il diavolo” fatti in campagna elettorale. È un mondo grande e variegato quello fotografato dall’Associazione nata nel 1996 con l’intento di collegare e organizzare gli Amministratori locali che concretamente si impegnano a promuovere la cultura della legalità democratica nella politica, nella Pubblica Amministrazione e sui territori da essi governati. Gatti sgozzati lasciati sull’uscio delle abitazioni, cani impiccati agli alberi delle ville, auto incendiate, lettere contenenti minacce e proiettili, spari alle abitazioni ed esplosivi lasciati in bella vista. E ancora aggressioni verbali, fisiche e tentati omicidi. Da nord a Sud sono numerose le tipologie di minacce subite dagli amministratori italiani.

Le regioni più colpite

In testa alla classifica, come di consueto, c’è il Sud Italia e le immancabili Isole. Si tratta di 345 casi censiti, il 4% in più rispetto al 2015. “Il Mezzogiorno, quindi, come per gli anni scorsi, si conferma la parte d’Italia dove è più rischioso svolgere l’attività di amministratore pubblico”. Con 87 atti intimidatori è la Calabria la regione che nel 2016 ha fatto registrare il maggior numero dei casi: il 19% del totale delle minacce censite. Al secondo gradino dell’amaro podio c’è la Sicilia (86 casi), già ai vertici della classifica negli scorsi due anni. A differenza della Calabria, dove Reggio e Cosenza si impongono sulle altre città, in Sicilia la distribuzione delle minacce risulta essere maggiormente diluita tra le 9 provincie. Terzo e quarto posto: Campania (64 atti intimidatori) e Puglia (51 casi, la “Società Foggiana” fa sentire la sua voce). E ancora la Sardegna (42): “Una terra rischiosa per gli amministratori locali”. E mentre il Lazio vede affievolirsi il dato, l’Emilia Romagna passa da 9 a 19 casi, balzando alla settima posizione della classifica nazionale.

Identikit degli amministratori minacciati

“L’analisi dei dati sui 454 atti di intimidazione consente di tracciare una sorta di identikit dell’amministratore sotto tiro e del tipo di minaccia che subisce” si legge nel rapporto. Sono soprattutto i sindaci dei comuni medio-piccoli a entrare nelle mire degli aggressori. Specialmente nel sud Italia, nei paesi con meno di 50 mila abitanti. “Il sindaco intimidito governa generalmente un territorio a elevata densità criminale – spiegano da Avviso Pubblico – perlopiù in regioni in cui sono nate le mafie. Territori in cui organizzazioni malavitose, più o meno strutturate, possono contare sia sul consenso di certi strati della popolazione, soprattutto in zone dove il lavoro scarseggia e le condizioni socio – economiche sono sfavorevoli, sia su sponde politiche”. Del resto i 45 Comuni che, negli anni, sono stati sciolti a causa di infiltrazioni mafiose hanno raccontato già la storia di quanti, tra gli amministratori pubblici, hanno subito atti di intimidazione. Non esiste discriminazione di genere nel mondo delle aggressioni. I metodi utilizzati per minacciare le donne sono esattamente gli stessi con cui vengono messi “sotto tiro” gli uomini. “Circa il 10% delle intimidazioni censite da Avviso Pubblico nel 2016 è stato rivolto nei confronti di donne che rivestono il ruolo sia di amministratrici locali che di dipendenti della Pubblica amministrazione”.

L’attentato a Giuseppe Antoci: la “Mafia dei pascoli”

Il caso forse più estremo è rappresentato dall’attentato alla vita di Giuseppe Antoci, Presidente del Parco dei Nebrodi. Il 18 maggio 2016, mentre tornava da un incontro pubblico, alcune grosse pietre posizionate al centro della strafa avevano costretto l’auto blindata a fermarsi: “Il veicolo è stato preso a fucilate. Gli agenti di scorta, supportati da un’altra pattuglia di colleghi della Polizia di Stato, hanno risposto al fuoco. I killer sono fuggiti. Vicino all’auto sono state trovate tre molotov inesplose. Il Presidente del Parco dei Nebrodi è stato portato in salvo”. Una fotografia perfetta della “Mafia dei pascoli”.

Non solo mafia: le ragioni del fenomeno

Il disagio sociale e la crisi economica intervengono con prepotenza incrementando il fenomeno. “Sono 145 i casi di minaccia o aggressione rivolte ad amministratori locali, funzionari pubblici, agenti della Polizia Municipale che si possono ragionevolmente ritenere come non riconducibili alla criminalità, organizzata e non”.
In un caso su quattro, le intimidazioni e le minacce sono state messe in atto da semplici cittadini che hanno sfogato la propria rabbia per la situazione economica in cui versano. “Persone che individuano negli amministratori locali e nei dipendenti pubblici l’obiettivo da colpire, il più facilmente raggiungibile, per esprimere un disagio che è spesso rivolto alla politica nel suo insieme”. Contributi economici, un lavoro o semplicemente una casa in cui vivere: la precarietà esistenziale arma mani pronte a premere il grilletto sotto la sede di un municipio, di un comune o di altre istituzioni. “Un argomento molto delicato quello dell’abusivismo, che vede contrapporsi il concetto di legalità alla necessità di centinaia di famiglie di avere un tetto sulla testa”.

La mafia (non) minaccia solo d’estate

Tralasciando il periodo elettorale, per definizione il più “a rischio” per gli amministratori locali e per i candidati, è il mese di maggio quello in cui il fenomeno assume maggior vigore: “Nella distribuzione temporale del numero delle spicca il mese di maggio: sono state 60, praticamente due al giorno”, continua il rapporto. Proprio come nel 2015. Anche a gennaio vi è un’impennata: 51 casi. Poi febbraio e ancora ottobre. Minimo storico ad agosto: il caldo, specialmente nel sud Italia, scoraggia anche i criminali che, a quanto pare, godono di una sorta di “ferie da minacce”.

Le comunità che reagiscono

“La prima vera forma di protezione per gli “Amministratori sotto tiro” è quella della comunità di cittadini che si amministra”, si legge nel rapporto. Manifestazioni ed esposti raccontano l’altra faccia del Belpaese: persone comuni, lavoratori onesti che garantiscono l’altro lato della medaglia. Vi è un esercito di piccoli eroi che aumenta le proprie truppe permettendo al nostro paese di tenere la testa alta. Come a Polverara, in provincia di Padova, “dopo che una lettera minatoria su carta intestata dell’ASL locale è stata inviata al Sindaco, Alice Bulgarello, che aveva deciso di costituirsi parte civile nel processo a carico di due ex Sindaci del Comune”.  E ancora a Norbello (Or), “dopo l’intimidazione rivolta al Vicesindaco, Giacomo Angioni, a cui è stato decapitato un cavallo”. Una minaccia che ha portato 300 persone a partecipare al consiglio comunale straordinario convocato a seguito dell’atto intimidatorio. A volte le reazioni provocano una controreazione. Il paradosso si è visto a  Reggio Calabria, poche ore dopo un consiglio comunale aperto e organizzato per coinvolgere i cittadini nella discussione sui numerosi atti intimidatori che hanno perseguitato la città. Mentre i cittadini dibattevano le fiamme avvolgevano l’automobile di un agente della Polizia municipale.

Una legge per tutelare e monitorare

Mentre Avviso Pubblico stilava il rapporto, la Camera dei Deputati metteva in agenda una discussione relativa a una legge sulle intimidazioni ai danni degli amministratori locali, una legge già approvata dal Senato della Repubblica l’8 giugno 2016.
E oggi, nel giorno della presentazione del rapporto, il provvedimento è stato approvato: “Prevede di fornire maggiori strumenti investigativi agli inquirenti e sanziona in modo più pesante coloro che sono ritenuti responsabili di aver minacciato e intimidito un rappresentante delle nostre istituzioni”, affermano dall’associazione. “Il disegno di legge prevede la modica dell’articolo 338 del codice penale (Violenza o minaccia ad un Corpo politico, amministrativo o giudiziario), estendendo l’applicazione della norma, che prevede una pena da 1 a 7 anni, agli atti di intimidazione nei confronti dell’organo – politico, amministrativo, giudiziario – o dei “suoi singoli componenti” e ai casi in cui essi sono finalizzati ad “ottenere, ostacolare o impedire il rilascio o l’adozione di un qualsiasi provvedimento, anche legislativo” oppure “a causa dell’avvenuto rilascio o adozione dello stesso”. Inoltre l’articolato prevede una forma di tutela anche nei confronti degli aspiranti amministratori locali: “si estendono infatti le sanzioni previste per la turbativa del diritto di voto (reclusione da 2 a 5 anni) anche a coloro che, con minacce o con atti di violenza, ostacolano la libera partecipazione di altri alle competizioni elettorali amministrative”. Dulcis in fundo: “la composizione e le modalità di funzionamento dell’Osservatorio sul fenomeno degli atti intimidatori nei confronti degli amministratori locali, già istituito con un apposito decreto nel luglio del 2015, con il compito di effettuare il monitoraggio degli atti di intimidazione anche mediante utilizzo di una banca dati, di effettuare studi e analisi su iniziative di supporto agli amministratori locali vittime di intimidazioni e di promuovere iniziative di formazione degli amministratori locali e di promozione della legalità”. Insomma, se le minacce non cessano di esistere, la parte sana del Paese reagisce. Del resto, come diceva Giovanni Falcone: “La mafia è un fenomeno umano e come tutti i fenomeni umani ha un principio, una sua evoluzione e avrà quindi anche una fine”.

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