La Percezione Della Sicurezza

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Difesa e Sicurezza Nazionale

Difesa e sicurezza nazionale: Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sui maggiori fatti di cronaca a livello nazionale.

#HashtagDellaSettimana. Da Renzi a Boschi: su twitter la festa è pure del Babbo

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Fino a due giorni fa l’hashtag di maggiore tendenza su Twitter nella settimana alle nostre spalle era #Boschi. Il motivo, ovviamente, sta nella rivelazione fatta nel suo ultimo libro (“Poteri forti. O quasi”) dall’ex direttore del Corriere della Sera, Ferruccio #DeBortoli (altro hashtag in cima alla classifica), secondo il quale l’ex ministro e attuale sottosegretario alla presidenza del Consiglio si sarebbe “interessata” al salvataggio di Banca Etruria (quella dove il papà era vicepresidente), chiedendo all’ex ad di Unicredit, Federico Ghizzoni, di acquistarla (è seguita la smentita della Boschi e l’annuncio di querele, la conferma di De Bortoli e l’assicurazione di non temere le querele, avendone già una sfilza. E poi la seconda smentita di Unicredit e il quasi-silenzio di Ghizzoni. E ancora l’accusa di Renzi a De Bortoli di essere “ossessionato” da lui). Martedì, però, a scavalcare #Boschi ci ha pensato lo scoop di Marco Lillo sul Fatto Quotidiano, e cioè la pubblicazione dell’intercettazione dell’ex premier Matteo Renzi che al telefono col papà Tiziano gli chiede di dire la verità sull’inchiesta Consip, invitandolo, però, a non rivelare che, in occasione di un ricevimento con degli imprenditori, c’era anche la mamma, altrimenti i pm l’avrebbero interrogata. Politica a parte, il maggior numero di “cinguettii” ha riguardato un paio di pronunce dalla Cassazione, un’infelice frase della governatrice del Friuli Venezia Giulia, Debora Serracchiani, ma anche molto molto altro.

Renzi e papà Tiziano

Del caso #Consip e della chiacchierata telefonica fra Renzi padre e Renzi figlio, si occupa @nmonesi, che mette a fuoco un più che legittimo dubbio: “Perdonatemi, ma il sensazionale scoop del Fatto Quotidiano sarebbe che Renzi ha detto a suo padre di dire la verità ai magistrati?”. Non a caso @AlessiaLautone, direttrice responsabile dell’AdnKronos, twitta: “Secondo me Lillo a Matteo Renzi ha fatto un favore”. Sulla stella scia @oiramdivito (“Ma solo a me pare che Renzi abbia fatto un figurone al telefono?”), che poi insinua un dubbio comune: “Poi magari sapeva di essere intercettato, eh”. Se così fosse, però, perché chiedere al padre di mentire sulla presenza della mamma a quel ricevimento? Una furbata per far apparire di non sapere di essere intercettato? Gira la testa. Il tweet definitivo, comunque, è quello di @mauroarcobaleno: “Renzi al telefono al padre: ‘Non ti credo, devi dire la verità’. Eh, se non gli credi tu, non pretenderai che lo si faccia noi”.

De Bortoli versus Boschi

Quanto al caso #Boschi-#DeBortoli, uno dei primi a commentare su Twitter, subito dopo la smentita di Unicredit (“Mai ricevuto pressioni politiche”), è il senatore Pd @stefanoesposito, che così si rivolge ai leader del M5S: “Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista, Unicredit ha smentito pressioni della Boschi. Anche questa volta sciacalli a bocca asciutta”. @vanabeau, nel momento in cui i fuoriusciti dal Pd, Pier Luigi Bersani e Roberto Speranza, hanno chiesto alla Boschi di fare chiarezza, si pone la domanda giusta: “Oltre che smentire categoricamente e mobilitare i suoi legali, che tipo di “chiarezza” vogliono ancora Bersani e Speranza?”. In effetti, come potrebbe smentire un’accusa non basata certo su documenti? Un ulteriore dubbio lo pone @francotaratufo2: “Rispetto De Bortoli, però non capisco perché non ne abbia parlato prima”, mentre @ArsenaleKappa ci scherza su da par suo: “De Bortoli alla Boschi: “Vuoi salire su da me a vedere la mia collezione di querele?”…”. Imperdibile, infine, @giovannigostoli: “De Bortoli scrive un libro sui “poteri forti”. Tutto ’sto casino per un’autobiografia?”

“Valori” in Cassazione

Discussione infinita anche su una sentenza della #Cassazione, che si è espressa sul caso di un indiano sikh che, in nome della cultura del suo Paese di provenienza, voleva circolare con un coltello sacro. Secondo gli Ermellini, però, gli immigrati che hanno scelto di vivere nel mondo occidentale hanno “l’obbligo” di conformarsi ai valori della società nella quale hanno deciso “di stabilirsi”, in quanto “non è tollerabile che l’attaccamento ai propri valori, seppure leciti secondo le leggi vigenti nel paese di provenienza, porti alla violazione cosciente di quelli della società ospitante”. Ed ecco ciò che ne pensa (in romanesco) @IngCorsini: “E ce voleva ’a Cassazione?”. @keeplacalma, invece, legge la sentenza in chiave più politica: “La Cassazione dimette la Boldrini”.

 

Serracchiani “Salviniana”?

Ha fatto molto discutere, inoltre, ciò che ha scritto la #Serracchiani, secondo la quale “la violenza sessuale è un atto odioso e schifoso sempre, ma risulta socialmente e moralmente ancor più inaccettabile quando è compiuto da chi chiede e ottiene accoglienza nel nostro Paese”. In sostanza, secondo l’esponente del Pd, lo stupro sarebbe peggiore se commesso da un immigrato. In men che non si dica, “Forza Nuova” l’ha arruolata, a sua insaputa, come testimonial per una sua campagna, mentre Roberto Saviano ha invitato il leader della Lega Nord, Matteo Salvini, a candidarla. @CapsicumSatira liquida la faccenda così: “Debora, ma che è? Salvini ti ha rubato la password?”. Il solito @ArsenaleKappa usa i suoi parametri: “Serracchiani travolta dalle polemiche. Che sarebbero più odiose se fatte da profughi”.

Divorzio all’italiana

Ma torniamo in #Cassazione, perché la Suprema Corte ha anche stabilito che l’assegno di mantenimento dopo il divorzio non dovrà più avere come parametro il “tenore di vita” goduto durante il matrimonio ma l’indipendenza e l’autosufficienza economica dell’ex coniuge. @PamelaFerrara giunge a una sua personale conclusione: “Qualcosa mi dice che il matrimonio della Gregoraci (moglie di Flavio Briatore, ndr) durerà a lungo”, mentre @ArsenaleKappa punta il dito su una innegabile verità: “Storica sentenza della Cassazione: sarà più difficile innamorarsi degli uomini brutti e ricchi”. Ma c’è chi, come @pazzorikka, si ricorda del lauto assegno di Silvio Berlusconi all’ex moglie Veronica Lario (2 milioni di euro al mese): “L’assegno di divorzio sarà calcolato sull’autosufficienza e non più sul tenore di vita matrimoniale. Rip Veronica Lario”. In realtà, proprio ieri i giudici hanno respinto il ricorso del Cav confermando la cifra precedente, tanto che @gaddons commenta lo scampato pericolo: “Veronica Lario fa sapere alla Caritas che era un falso allarme”.

Il naufragio di Schettino

Fra gli hashtag di successo anche #Schettino, per via della condanna definitiva a 16 anni inflitta all’ex comandante della Costa Concordia, che 5 anni fa urtò gli scogli naufragando di fronte l’Isola del Giglio e provocando la morte di 32 persone. C’è chi vorrebbe la vendetta di Stato, ma non tutti la pensano allo stesso modo. @eugbev, ad esempio, twitta: “Schettino sarà stato anche un codardo, ma non è un criminale”. Qualcuno ci scherza su. È il caso di @msKittyLiv: “Ciao Schettino, per i prossimi 16 anni divertiti a fare inchini nelle docce del carcere”, mentre @Kotiomkin azzecca la battuta: “Cassazione conferma 16 anni a Schettino. Concordio!”.

Hashtag e chicche

Infine, ecco una sfilza di commenti sugli altri hashtag più in voga. Su #djFabo e la decisione del giudice di approfondire il caso prima di archiviare la posizione del radicale Marco Cappato (che accompagnò Fabo in una clinica Svizzera, dove si diede la morte), @lercionotizie si inventa la notizia dell’anno: “Cappato prenota un weekend in Svizzera con la moglie, ma lei non si fida”. Quanto alle due esplosioni davanti alle Poste di via Marmorata a Roma, attribuite agli #anarchici, difficile dar torto a @bardome (“La notizia è che esistono ancora gli anarchici”), che si abbina perfettamente con il pensiero di @IlCaroLeader: “Ok la pista anarchica, ma anche i Marsigliesi non me la raccontano giusta”. Di tendenza anche Federico #Moccia, condannato per evasione fiscale. @CapsicumSatira lo disintegra così: “Due anni a Moccia per evasione fiscale. Stesso destino di Al Capone, incastrato per un reato minore”. Il reato maggiore, si intuisce, è l’aver scritto dei libri. Il Pd che scende in strada a pulire le vie della Capitale con le #magliettegialle colpisce gli internauti per la presenza di Matteo #Orfini intento a spazzare. @lefrasidiosho non perdonano: “Pensate…oggi scopa pure Orfini”, mentre @Kotiomkin rammenta le colpe del passato: “Renzi in piazza con il Pd romano per ripulire la Capitale. L’ultima volta ci avevano pensato i Lanzichenecchi nel 1527”. A quasi un anno dall’insediamento della giunta grillina a Roma, assolutamente geniale è @lucasoldini_93: “L’Isis rivendica il primo anno della giunta Raggi”. Le #primarielega, che hanno visto la partecipazione di ottomila votanti, inducono @mauriziosia a infierire: “Il numero di votanti alle primarie della Lega è uguale ai voti che ha preso Renzi al bar Mono di Locarno”. Quanto all’incendio del camper nel quartiere Centocelle a Roma, che ha provocato la morte di tre sorelle rom, arse vive, dal profilo @Quirinale è partito il commento del Capo dello Stato Sergio Mattarella: “Crimine orrendo. Quando si arriva a uccidere i bambini si è veramente al di sotto del genere umano”. Infine, la morte del giornalista #OlivieroBeha. Tutti lo hanno salutato elogiandolo, ed è ciò che meritava, ma qualcuno ha avuto il coraggio di sottolineare, con rispetto, anche un’altra verità. È il caso di @lauracesaretti1: “Sul calcio non saprei, ma si può sommessamente dire che sulla politica Oliviero Beha scriveva un fracco di scemenze?”.

Dal gibbone alle tartarughe: ecco gli ospiti “esotici” nel parco dell’Abatino

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Un panda salvato da un circo. Una scimmia rinchiusa in una gabbia. O una tigre sequestrata mentre era nel giardino di gente senza scrupoli che desiderava farne semplicemente sfoggio. Centinaia di animali, quotidianamente, vengono salvati dalle forze dell’ordine in tutta Italia. E spesso, fortunatamente, finiscono al parco dell’Abatino. Questa è la storia di Laura e Antonio, i fondatori della struttura che sorge alle porte di Rieti. Un’avventura iniziata più di vent’anni fa, con la passione per la cura degli animali.

Parco dell’Abatino- Lama

Sin dal 1980 il Parco Faunistico Piano dell’Abatino offre rifugio e cure ad animali provenienti da situazioni più disparate: sequestri giudiziari, ritrovamenti di animali feriti, salvataggi dalla vivisezione. Questo e molto di più nel rifugio per animali, ma purtroppo in Italia non esiste ancora una legge nazionale che regoli questi centri e che tuteli gli animali.

“All’inizio facevamo esclusivamente attività di recupero di animali selvatici della fauna autoctona – ci racconta il signor Antonio – poi, con il tempo, si è aggiunta l’ospitalità ad animali esotici, vittime non solo del commercio legale e illegale di esseri viventi, ma anche di circhi, zoo e di altre forme di sfruttamento. Il nostro parco è anche rifugio permanente per individui salvati dai laboratori di vivisezione, per gli animali feriti dai cacciatori o da altre attività umane e non più adatti a essere reintrodotti in natura e per quegli animali considerati abitualmente come carne da macello”.

Attualmente la casa ospita 450 animali, ognuno con una storia da raccontare

Tra i primati troviamo macachi di Tonkeana, macachi di Java, macachi berberi, macachi rhesus, cebi, cercopitechi, una gibbona, una babbuina e poi le piccole uistitì e le saimiri.

In aree riscaldate molte specie di pappagalli e uccelli abituati a climi molto caldi trovano un ambiente ideale, mentre in ampie voliere fornite di specchi d’acqua, trovano rifugio tartarughe, pellicani, emù, anatre, oche e galline condividono senza problemi cibo e spazi.

Tra rupi scoscese e alberi della flora mediterranea come ulivi e mandorli, cinghiali, asini e capre girgentane contemplano il bosco sottostante dove altri asini e capre dividono il fieno e la verdura con un gruppo di alpaca.

Ci sono poi le eleganti linci, gli elusivi gufi reali, gli orsetti lavatori e i furetti.
Questo stupendo rifugio faunistico si estende su dieci ettari nei boschi reatini, diviso in due macroaree: il centro di recupero (animali in quarantena o di transito, lì si decide se l’animale è recuperabile o meno) e un santuario (ci sono animali non recuperabili e quindi permangono a vita).
Rifugio, riparo, riscaldamento, interventi clinici, cura e attenzione per questi animali particolari.

Parco dell’Abatino

“Le cliniche ci mettono a disposizione gratuitamente le loro strutture – racconta Laura – facciamo anche attività di pronto soccorso e riabilitazione. Gli animali arrivano in condizioni disperate, facciamo del tutto per rimetterli in sesto ma in questo momento manca un tavolo in cui si ci sieda attorno, istituzioni, Regione e strutture di rifugio per trovare una soluzione di comune accordo”.

In Italia non c’è una legge nazionale che regoli questi centri

“Gli animali esotici non si sa chi li debba recuperare – continua la fondatrice del rifugio –  il Ministero è convenzionato con due strutture, ma a che titolo? C’è stato un bando di concorso? E le altre?
I centri di recupero hanno difficoltà a dialogare tra loro e sono in difficoltà perché regolamentati da normative diverse al livello locale. Con l’abolizione delle Province la competenza è passata alle Regioni, ma la documentazione è stata cancellata. Quindi, dopo vent’anni, dobbiamo ricominciare tutto da capo.  Al livello politico non vengono dati strumenti che permettano a queste strutture di operare in maniera decente”.

Tutti questi centri vengono regolamentati da normative diverse al livello locale, e questo rende più difficile un lavoro in quanto ognuno fa riferimento a enti diversi.

“Noi collaboriamo anche con Asl, forze dell’ordine, cliniche che non sanno a chi rivolgersi. Non c’è chiarezza da parte delle istituzioni – continua il signor Antonio – Se a questa difficoltà oggettiva, derivante dal fatto che abbiamo a che fare con una fauna esotica e selvatica che di per sé è già difficile gestire, aggiungiamo le difficoltà burocratiche per cui non si riesce a capire chi deve intervenire nel recupero e chi poi deve tenere l’animale, la situazione diventa disastrosa”.

L’ideale sarebbe che ci fosse un riferimento territoriale con un bacino non talmente grande da non permettere un recupero in tempi brevi.

“Il ministero dell’Ambiente ci ha detto che i Crase (Centri di recupero della fauna esotica), non esistono – concludono i proprietari della struttura- In realtà non c’è una legge europea, a differenza degli zoo, per cui queste strutture di recupero sono regolamentate. Gli animali esotici non si sa chi li debba recuperare”.

C’è bisogno di un intervento al livello istituzionale che detti delle normative ad hoc per tutelare i rifugi faunistici che recuperano e curano ogni giorni animali di ogni tipo, dall’esotico al selvatico.

L’appello dei fondatori del Parco dell’Abatino, Antonio e Laura: “Mettiamoci attorno a un tavolo, istituzioni Regioni e strutture, e troviamo una soluzione cercando di risolvere il problema”.

Wannacry, Cyber Intuition: “Dobbiamo aspettarci ancora attacchi simili”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Internazionale da
Cyber

Un’offensiva “ransomware” a livello globale. Niente bombe e niente sangue, ma milioni di dollari di danni, milioni di giga di dati rubati e una sensazione diffusa di impotenza. Era già noto, ma il nemico che in questi giorni ha bucherellato i server di metà Occidente, facendo a quanto pare uno sconto per gli Usa, si chiama ransomware. E ha colpito duramente.

Fra i paesi “bucati” anche l’Italia, che però ha al suo interno gli anticorpi

Sono in agenzie che lavorano per la sicurezza online. RaPToR, acronimo di “Ransomware Prevention Toolkit & Rescu”, è il nome della cura al male e viene prodotto in Italia dalla Cyber Intuition. A capo del cda della software house c’è Stefania Ranzato, che con Ofcs ha parlato di cyber-security e di un, nuovo, ma devastante evento. Per il vertice dell’azienda con sede a Roma “l’attacco è stato violentissimo”. E non sarà il solo.

Il software “Wannacry”

“Dobbiamo aspettarci altri attacchi simili”. Non ha dubbi l’amministratore delegato di Cyber Intuition nell’analizzare un problema che diventerà, pare, molto più conosciuto di quanto lo sia attualmente.

Wannacry” è il nome del software utilizzato per colpire i server e le banche dati di gran parte del mondo occidentale. “Ci troviamo davanti al primo attacco ransomware globale” spiega l’amministratore delegato dell’azienda che si prodiga per creare le contromisure ad attacchi come questi. Il virus che ha infettato i computer è un ransomware. “La particolarità di questo tipo di offensive online – spiega il capo di Cyber Intuition – è che viene chiesto un riscatto per ottenere i dati sensibili”.

Stefania Ranzato, ad di Cyber Intuition

 

 

Il ransomware infatti può entrare nei nostri computer molto facilmente, basta aprire la posta sbagliata, che può arrivare da chiunque. Nessuno è al sicuro e le infrastrutture critiche come trasporti, energia e istruzione sono le più vulnerabili.

“Ad oggi i più colpiti sono in ambito sanitario e anche sul lato istruzione, ma in generale abbiamo registrato che – aggiunge la Ranzato – i ransomware hanno attaccato i siti governativi che anche industrie e le piccole-medie imprese”.

Ad aver subito la maggior parte dei danni dopo questo attacco è stata la terra di Sua Maestà. Come spiega l’esperta “è stato colpito molto il comparto sanitario Uk ed è stata fatta un’azione dichiaratamente mirata”. In realtà si tratta di un fenomeno già molto diffuso, come spiega l’amministratore della software house.

“Sono attacchi che stanno aumentando del 300% – secondo le stime dei laboratori dell’azienda – e il fenomeno si sta diffondendo in maniera abbastanza capillare”. Ma allora possibile che non sia stato possibile monitorarne, e quindi prevenirne, l’eventualità? “Nell’ambito del cybercrime, perché questo è crackeraggio – spiega la Ranzato – attacchi di questa portata non sono predicibili”.

Una nuova frontiera della criminalità

Siamo di fronte a una nuova, per quanto episodi isolati siano verificabili già da anni, frontiera della criminalità. “Sono organizzazioni che attaccano in maniera mirata e pianificano l’attacco stesso – sottolinea l’esperta – verificano la vulnerabilità dei sistemi e attaccano bloccando la completa operatività di un’azienda”.

Una minaccia dalla quale non sono immuni neanche i privati cittadini, i quali “sono anche potenzialmente a rischio perché un attacco ransomware avviene tramite mail-phishing”. Per il vertice dell’azienda romana “incorrere in questo rischio è molto semplice. Possono essere mail che arrivano da indirizzi conosciuti”. Da lì viene chiesto un riscatto, in una valuta digitale dall’entità modesta, per poter riavere indietro i propri dati.

 

Resta da chiedersi: come fare a difendersi? “Le somme in Bitcoin sono basse e spesso il cittadino cede al riscatto” racconta la Ranzato. “Il nostro consiglio – chiude l’ad della Cyber Intuition – è quello di non pagare il riscatto e contrastare la minaccia dotandosi di un sistema che previene e protegge”.

Disabili, niente trasporti e istruzione per chi ha un cane guida

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
Unione Ciechi

In Italia il 30% di scuole, mezzi di trasporto e uffici pubblici vieta ai ciechi di accedere se accompagnati dal cane guida. Un atto contro la legge, come spiega Gianluca Rapisarda, Direttore scientifico dell’istituto per la formazione, ricerca e riabilitazione per la disabilita visiva (I.Ri.Fo.R.) in un’intervista a Ofcs Report. Ad accendere i riflettori sulla questione del cane di accompagno per i disabili visivi, è la recente decisione della Corte Suprema degli Stati Uniti che ha votato all’unanimità a favore di Ehlena Fry, una tredicenne del Michigan affetta da una forma di paralisi cerebrale che ne limita fortemente la mobilità. Una disabilità che costringe Ehlena ad avere bisogno del suo cane guida Wonder, che le facilita gli spostamenti, aprendole le porte e prendendole gli oggetti. La scuola che frequentava la ragazza aveva proibito la presenza dell’animale al proprio interno e quindi la famiglia aveva avviato nel 2012 una causa legale, citando la violazione dell’ADA (Americans with Disabilities Act), legge che autorizza l’assistenza da parte di animali in qualsiasi Istituzione.

Qual è la sua opinione in merito alla storia di Ehlena e del suo cane guida Wonder?

“Il lieto fine della triste storia di Helena Fry e del suo cane guida Wonder fa ben sperare che anche nella civilissima Italia venga reso concretamente esigibile il diritto di accesso con il cane guida nelle scuole, nei luoghi e mezzi pubblici da parte delle persone con disabilità visiva, riconosciuto per legge”.

Vuole dire che in Italia esistono norme che tutelano il diritto alla mobilità delle persone con disabilità visiva con il cane guida nei luoghi pubblici, ma che non vengono rispettate?

“Esattamente. Non è ancora abbastanza noto che in tema di autonomia e mobilità delle persone con minorazione della vista, possiamo contare nel nostro Paese su leggi tra le migliori a livello europeo. Peccato che, proprio perché non le si conosce bene, troppo spesso non si riesca poi ad applicarle in maniera davvero compiuta nei luoghi e mezzi di trasporto pubblici. E questo fa sì che in realtà non ci sia una vera integrazione, con conseguenti difficoltà da parte dei non vedenti e degli ipovedenti a raggiungere apprezzabili livelli di autonomia e di inclusione”.

Eppure la normativa non lascia adito a dubbi. Non è vero?

“Proprio così. La materia, infatti, è regolamentata dalla Legge 37/74, poi integrata e modificata dalla Legge 376/88 e infine dalla Legge 60/06. Esse prevedono che i responsabili della gestione dei trasporti e i titolari degli esercizi aperti al pubblico che impediscano od ostacolino, direttamente o indirettamente, l’accesso alle persone con disabilità visiva accompagnate dal proprio cane guida sono soggetti ad una sanzione amministrativa pecuniaria consistente nel pagamento di una somma da euro 500 a euro 2.500”.

buona scuola

Malgrado questa legislazione “esemplare” a livello europeo in tema di mobilità e di autonomia nei luoghi pubblici dei disabili visivi, nel nostro Paese, esistono ancora tanti problemi?

“Decisamente si. Infatti, nonostante le avanzate norme sopra citate, in Italia, siamo ancora costretti a leggere ogni tanto sulle testate giornalistiche e sui siti web di dirigenti scolastici, proprietari di alberghi e conducenti di autobus e taxi che rifiutano l’accesso alle persone con disabilità visiva, se accompagnati dal proprio cane guida”.

Vi sono esempi di “buone prassi”, che vanno in controtendenza a tale diffuso trand negativo?

“Certamente. Per fortuna più del 70% dei presidi, gestori di esercizi pubblici e conducenti di mezzi di trasporto sono tanto sensibili e disponibili a perorare la nostra causa di libertà. Per questo, noi li ringraziamo davvero, ma mi piacerebbe che ciò avvenisse non solo per gentile concessione, ma per una piena consapevolezza che l’accesso dei minorati della vista nelle scuole, nei luoghi e mezzi pubblici con il cane guida è un loro sacrosanto diritto da tutelare, senza se e senza ma”.

Ciò è possibile solo attraverso un’adeguata e capillare opera di sensibilizzazione e di educazione a partire dalle Istituzioni scolastiche?

“È giunto finalmente il momento che proprio dagli Istituti scolastici italiani parta sul tema una seria e capillare campagna di formazione e sensibilizzazione, per far comprendere soprattutto ai giovani che il cane guida non è solo il simbolo della cecità, ma che, al contrario, costituisce per le persone con disabilità visiva un concreto e insostituibile ausilio di mobilità e un preziosissimo compagno di inclusione e pari opportunità”.

@PiccininDaniele

Esercito, parte a luglio ‘Una stoccata per la vita’: siglato accordo Vaticano-Difesa

in Difesa e Sicurezza Nazionale da
“Educare attraverso lo sport  bambini e ragazzi che si trovano in una condizione di rischio sociale, coinvolgere giovani diversamente abili che attraverso la pratica di una disciplina sportiva possano migliorare il senso di autosufficienza nonché le abilità cognitive e potenziarne le competenze espressive, comunicative, relazionali e motorie “. Recita così lo slogan dell’iniziativa ‘Una stoccata per la vita’, un progetto che partirà a luglio, organizzato dal comando Forze operative sud, insieme alla Conferenza episcopale pugliese, all’Università ‘Aldo Moro’ di Bari, all’ufficio scolastico della Regione Puglia e alla federazione italiana scherma Puglia. 
 L’ iniziativa prevede lo svolgimento di corsi di scherma da parte di personale qualificato della Federazione italiana scherma presso alcune scuole primarie e secondarie di primo grado. Lo scopo principale sarà quello di guidare tutti i ragazzi, attraverso lo sport, verso una crescita personale orientata ai valori fondamentali del ‘vivere civile’.

La presentazione dell’iniziativa si è tenuta a Bari, il 16 maggio, presso la Caserma ‘Domenico Picca’, sede del Comando Militare Esercito “Puglia”. All’evento sono intervenuti il Generale di Brigata, Mauro Prezioso, Comandante Militare Esercito ‘Puglia’, il professore Antonio Felice Uricchio, Magnifico Rettore dell’Università ‘Aldo Moro’ di Bari, Don Luigi Romanazzi, delegato allo sport della Conferenza Episcopale pugliese, l’avvocato Matteo Starace, presidente regionale della federazione italiana scherma –Puglia, il direttore generale vicario dell’ufficio scolastico regionale dottore Mario Trifiletti e il dottore Angelo Giliberto, presidente regionale del Coni Puglia.
Il tavolo tecnico ha dato impulso all’attuazione del protocollo d’intesa, stipulato fra il ministero della Difesa e il Vaticano, per promuovere, attraverso la pratica sportiva, un percorso educativo che sia veicolo di convivenza civile ed elemento di integrazione e inclusione sociale.

Persone scomparse, in Italia sono 43.665: di questi 28mila sono minori stranieri

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

In Italia sono 43.665  le persone scomparse e di cui si è persa completamente traccia. Di queste, circa 28mila risultano essere minori stranieri. Arrivano da soli sulle nostre coste e dopo brevi permanenze in  case famiglia o centri d’ accoglienza si allontanano volontariamente.

Un dato allarmante perché si parla di categorie a rischio e ancora più fragili, come appunto i bambini. E, come spiegato dal prefetto Vittorio Piscitelli, durante la relazione presentata al Viminale nei scorsi giorni, il fenomeno è in continua e costante crescita.

Non solo, fra le autorità competenti e le forze dell’ordine, si va a sempre più a confermare l’ipotesi che questi minori vengano impiegati nella criminalità organizzata nazionale e internazionale.

Secondo i dati rilasciati dal Sistema informativo interforze, nel corso del 2016 sono 22.483 le denunce di scomparsa presentate: 7.755 sono italiani. L’84% di solito viene ritrovato dopo qualche giorno, dopo una denuncia da parte dei familiari. Del tutto diversa invece la situazione per gli stranieri: solo 1 su 3 viene ritrovato.

La Sicilia detiene il numero più significativo: 10.000 persone scomparse

Per via della stretta relazione con gli sbarchi che avvengono nel nostro paese, in Sicilia risultano anche 1.704 cadaveri non riconosciuti e di cui non si riesce a risalire né all’identità e tantomeno al luogo di provenienza.

Ed è stata proprio l’Italia, lo scorso febbraio, a lanciare l’allarme davanti al Parlamento europeo di Bruxelles per far sì che il fenomeno venga fermato.  Un dramma che diventa di fatto anche un problema di ordine pubblico.

Parlamento europeo Bruxelles

Come aveva allora affermato l’avvocato Maria Scala, presidente di “Penelope”, l’organizzazione attiva sul territorio nazionale e che aiuta le  famiglie delle persone scomparse, “sono migliaia in Europa e finiscono in gran parte per alimentare le fila della criminalità. Una volta sbarcati sulle nostre coste fanno perdere le loro tracce con molta facilità e ciò rappresenta un vero e proprio dramma”.

Un fenomeno questo che va arginato al più presto, come sta cercando di fare attivamente Unicef  Italia, l’organizzazione non governativa che da sempre tutela e promuove i diritti dei minori in tutto il mondo, al fine di contribuire al miglioramento delle loro condizioni di vita.  Ed è proprio Paolo Rozera, direttore generale del consiglio direttivo dell’Unicef Italia, a spiegare: “L’obiettivo che ci siamo posti è prima di tutto quello di ‘fare sistema’ insieme a tutte le istituzioni competenti. Da quando questi minori stranieri sbarcano sulle nostre coste le prime 72 ore sono importantissime. Infatti, se il minore capisce che c’è un programma mirato su di lui di accoglienza e orientamento,  non scappa dalle strutture in cui viene accolto”.

Paolo Rozera, Direttore generale del Consiglio Direttivo dell’UNICEF Italia

“Al contrario, se non sente queste attenzioni scapperà per due motivi. Il primo è quello di  riuscire a raggiungere le capitali nordeuropee. Il secondo – prosegue il direttore generale Unicef Italia –   è  quello di riuscire a  guadagnare qualche soldo per inviarlo alle famiglie. Questo fa sì che vengano sfruttati nel lavoro minorile, come accade nel sud Italia, o ‘arruolati’ nello spaccio di droga e peggio ancora nella prostituzione minorile”.

Prostituzione minorile, che è diventata ormai un fatto consolidato e visibile a tutte le ore del giorno in molte città italiane. Sopratutto quella maschile, come conferma lo stesso Rozera: “Da tempo stiamo lavorando insieme ad un’associazione di salesiani che ogni giorno opera sulla strada per cercare di arginare questo fenomeno. Il modo migliore per aiutarli è  cercare di intercettare le loro esigenze, offrendogli un percorso scolastico, professionale e vocazionale. Questo per capire al meglio quali tipi di competenze, a seconda dell’età,  abbiano o potrebbero avere. Operare in questo modo ci ha fatto capire che se dai un percorso da seguire a questi minori riesci, di fatto, a dargli una reale possibilità di costruirsi una vita e un’identità propria nel pieno della legalità”.

Baby squillo fermate alla stazione Termini di Roma

“Recuperare questi minori è possibile. Non a caso stiamo lavorando a 360 gradi con il Dipartimento di giustizia minorile, il prefetto Franco Gabrielli (attuale capo della Polizia ndr) e a breve ci incontreremo con il questore di Roma Guido Marino – aggiunge – Perché per lavorare bene e combattere questo fenomeno dilagante c’è bisogno di tutti. Non scordiamoci che oltre ai minori stranieri ci sono, sopratutto al sud, circa 150 minorenni scomparsi dalle case famiglia o dai centri d’accoglienza. Ragazzi che hanno perso i genitori o vivono in condizioni estremamente indigenti.  Molte volte vengono definiti irrecuperabili, noi li chiamiamo gli invisibili perché sono sotto gli occhi di tutti, ma nessuno se ne cura. Ma la cosa bella e che ci sprona sempre a far meglio-  conclude il direttore generale di Unicef Italia – è la possibilità di restituire loro una vita degna e decorosa”.

 

@MaryTagliazucch

 

 

 

 

 

Giustizia, efficienza e costo zero: la ricetta del processo amministrativo telematico

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Giustizia veloce, efficiente e a costo zero. Non un miraggio, ma un obiettivo raggiungibile anche grazie al processo di rinnovamento e digitalizzazione del sistema giudiziario introdotto con il Processo amministrativo telematico (Pat). Questo in sintesi il messaggio emerso dal convegno “Il processo amministrativo telematico. Magistratura amministrativa e avvocatura per l’efficienza del sistema giustizia”, organizzato venerdì 12 maggio da Unaep (Unione nazionale avvocati enti pubblici), in collaborazione con il segretariato generale della giustizia amministrativa, presso la sede del Consiglio di Stato.

Un incontro promosso per testare, a cinque mesi dalla sua introduzione, il Pat, ma anche per discutere dei recenti dati sulla giustizia italiana, pubblicati nella quinta edizione del Justice Scoreboard 2017 della Commissione Europea. Numeri sconfortanti che bocciano l’Italia quanto a tempi e costi della giustizia. Mille giorni per arrivare a un giudizio amministrativo di primo grado, peggio di noi soltanto Cipro, Portogallo e Malta. Ma soprattutto il 57% degli italiani insoddisfatto dal sistema giudiziario. A passo di lumaca anche la giustizia civile. L’Italia è quarta nell’Ue per durata dei procedimenti civili, commerciali e amministrativi con 393 giorni in media nel 2015, contro i 395 giorni registrati in cause del 2010. Fanno peggio, anche qui, solo Cipro, Portogallo e Malta. È il Lussemburgo a conquistare il gradino più alto del podio, con 86 giorni per arrivare a una sentenza di primo grado, mentre in Germania sono necessari 190 giorni. In Francia, poi, ne occorrono 346.

I numeri elaborati, invece, dal Consiglio di Stato, scorporato il dato storico, danno una realtà differente: la durata media dei giudizi nel quinquennio 2010-2015 è passata da 535 a 168 giorni nei giudizi presso i Tar e da 355 a 107 giorni presso il Consiglio di Stato. Nel solo 2016 risultano proposti 10.100 ricorsi in Consiglio di Stato e ne sono stati definiti 9.858. Le cause pendenti al 31 dicembre 2015 erano 26.381, mentre al 31 dicembre 2016 erano 26.634, malgrado gli oltre 10 mila nuovi proposti. Nel medesimo periodo, in tutti i Tar italiani risultavano pervenuti 54.565 ricorsi, mentre ne sono stati definiti 83.736, cioè un numero molto maggiore, andando così ad assottigliare l’arretrato.

Dati su cui si è discusso a Palazzo Spada, con un focus relativo proprio al Pat, la procedura nata il 1 gennaio 2017, per eliminare gli atti cartacei nel processo amministrativo e sostituirli con la digitalizzazione. Uno strumento “rivoluzionario”, introdotto per ridurre i tempi di definizione delle cause ed ottimizzare l’intero sistema di giustizia amministrativa, che s’inserisce nel più ampio disegno di digitalizzazione di tutta la pubblica amminsitrazione.

Per Alessandro Pajno, presidente del Consiglio di Stato, l’introduzione del Pat “è un risultato storico della giustizia amministrativa che ci pone all’avanguardia rispetto ad altri ordinamenti giuridici in Italia e all’estero“. Quella del processo amministrativo telematico “è una sfida che presenta incognite e difficoltà”, ha detto Pajno, ma il vero problema “non è applicare una tecnologia quanto costruire una cultura e un modo nuovo di essere fra di noi. C’è un rapporto profondo tra le iniziative assunte per modernizzare la struttura dei processi e la nuova cultura della Pubblica Amministrazione”.

A fornire alcuni dati parziali del Pat è l’avvocato generale dello Stato, Massimo Massella Ducci Teri: “Non possiamo che esprimere un giudizio positivo di questi primi mesi. Sono stati depositati 12mila atti con un tasso di errore del 3% – ha detto e questo significa che tutti abbiamo saputo interpretare in positivo i nodi della riforma, nonostante all’inizio ci sia stato un forte formalismo che ha creato problemi nel sistema”. Per Antonella Trentini, avvocato del Comune di Bologna e Presidente Unaep, quella del Pat è una vera e propria “rivoluzione a costo zero” del sistema giudiziario italiano. “Nell’ottica dell’innovazione, il principio di preferenza del documento informatico favorisce la velocizzazione e l’efficienza del processo insieme ad un notevole risparmio di tempi e di costi. Con il Pat si contribuisce inoltre a liberare risorse per un più efficiente impiego del personale amministrativo e un miglioramento della qualità del lavoro di magistrati e avvocati”.

Ad intervenire sul tema anche Mario Luigi Torsello, segretario generale della Giustizia Amministrativa: “I processi di gestione cartacea sono costosi, hanno un forte impatto ambientale e sono poco trasparenti – ha spiegato – La gestione digitale permette di lavorare più velocemente aumentando la produttività complessiva di tutto il sistema”.

@PiccininDaniele

Caregiver, la battaglia degli ‘assistenti familiari’ continua: “Vogliamo una legge che ci tuteli”

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

La battaglia per il riconoscimento del caregiver familiare non si arresta. Mercoledì 10 maggio i cosiddetti “assistenti familiari” sono scesi in piazza a Roma per manifestare, per chiedere a gran voce l’approvazione di una legge nazionale che riconosca il proprio lavoro di curaDa ogni regione d’Italia sono arrivati a Roma reclamando diritti. Quello alla salute innanzitutto. Ma non solo. Contributi previdenziali, flessibilità al lavoro e supporto nell’attività assistenziale quotidiana.

Contemporaneamente alla manifestazione, si è svolta la conferenza stampa al Senato, su iniziativa dei senatori Laura Bignami e Aldo Di Biagio, dal titolo: “Il ruolo del caregiver familiare, tra diritti negati e silenzio dello stato”. Durante l’incontro sono intervenuti anche Maria Simona Bellini, presidente del Coordinamento nazionale famiglie disabili, Maurizio Sacconi, presidente della Commissione Lavoro in Senato e il senatore Ignazio Angioni.

Caregiver, invisibili per lo Stato

Un esercito di circa 3 milioni e 300 mila persone, solo in Italia che assiste in veste non professionale un familiare, un parente o un amico bisognoso di cure. Sono i Caregiver e, ad oggi, non hanno ottenuto alcun riconoscimento giuridico.
In altri Stati europei come Inghilterra, Francia, Grecia una legge che tuteli il “family assistant” è già realtà . In Italia ciò ancora non è avvenuto. Attualmente in Commissione Lavoro al Senato sono in discussione tre disegni di legge (De Pietro, Angioni e Bignami), che in modo diverso puntano a garantire un riconoscimento e una tutela per il “colui che si prende cura” di un proprio congiunto. Proprio in merito a questo è intervenuto il senatore Angioni in conferenza stampa, ribadendo la necessità “di una legge che riconosca formalmente la figura del caregiver che faccia da apripista, come è successo in Inghilterra, a tutti gli altri provvedimenti”. Angioni ha quindi sottolineato che il nostro Paese è obbligato a riconcepire il proprio sistema sociale perchè “abbiamo sedimentato una serie di norme in questi decenni che rendono la nostra una società discriminatoria, la cui ulteriore discriminazione è rappresentata da un sistema che è composto a sua volta da 20 sistemi sanitari e di assistenza, alcuni dei quali prevedono dei diritti e altri che quei diritti non li prevedono”. Il disegno di legge 2266, a prima firma Ignazio Angioni, “Legge quadro nazionale per il riconoscimento e la valorizzazione del caregiver familiare“, prevede che ogni Regione abbia un ruolo chiave nel destinare le proprie risorse all’assistenza. Questo perché “la nostra Costituzione prevede che lo Stato in sé non ha una completa gestione del proprio sistema sanitario e del proprio sistema di assistenza che deve concordare necessariamente con le Regioni”. L’ipotesi è quella di partire da una legge quadro, cominciando con il riconoscimento a chiunque presti assistenza per poi rimodulare i fondi a seconda dell’intensità, lavorando insieme con un confronto con il ministero dell’Economia e delle Finanze.

L’urgenza di un provvedimento

L’intervento in conferenza stampa del senatore Di Biagio ha evidenziato invece la querelle da un punto di vista differente: il tema delle tutele del caregiver, oggetto di un iter legislativo in Commissione Lavoro in Senato “non può e non deve essere argomento per divisioni tra categorie”, poiché si tratta di “un tema complesso e delicato per troppo tempo lasciato ai margini dell’attenzione sociale, politica e istituzionale”. Secondo il politico occorre un provvedimento che affronti la situazione dei caregiver ad alta intensità assistenziale e che la differenzi dal concetto più generico di “prestatore di cura” a parenti e affini disabili. Il Presidente della Commissione Lavoro, Sacconi, ha ribadito l’urgenza di “raggiungere un provvedimento di sostegno“, che parta dalla identificazione chiara della categoria dei caregiver anche per evitare che qualcuno si possa appropriare indebitamente dei riconoscimenti, e che rappresenti la premessa per interventi di sostegno da prevedere nella legge di stabilità con relativi oneri, valutando anche qualche disposizione da inserire già da subito, come gli interventi sulla rimodulazione degli orari di lavoro e sui contributi figurativi dei familiari assistenti. E’ proprio sul tema della tutela previdenziale e del prepensionamento, in particolare, che si inserisce il ddl Bignami. La senatrice da cui trae il nome il disegno di legge, nel corso della conferenza stampa è intervenuta ribadendo il principio inderogabile della tutela del diritto alla salute e l’accesso al prepensionamento dei caregiver, come priorità da inserire subito nella legge base, che non si limiti a mere definizioni ma comporti anche interventi di sostanza. Il ddl Bignami è fortemente sostenuto dal Coordinamento nazionale famiglie disabili la cui presidente, Maria Simona Bellini, ha partecipato all’incontro del 10 maggio in Senato. La Bellini, nel corso del suo intervento, si è soffermata sull’importanza di distinguere le due figure: i disabili e i caregiver: “Non è possibile continuare a sovrapporre il disabile con il suo caregiver, sebbene si tratti di pari con esigenze diverse”. La presidente ha poi ha invitato il governo a trovare fondi da dirottare ai familiari assistenti senza intaccare quelli previsti per i disabili. Ultima nota del suo intervento: la possibilità di una rimodulazione degli orari di lavoro per i familiari assistenti, incentivando il telelavoro e obbligando il datore di lavoro a concederlo.

L’Onu condanna l’Italia per il mancato riconoscimento dei diritti umani dei caregiver familiari italiani

A causa di questo vuoto legislativo sull’argomento, sono già state avviate procedure internazionali in Commissione Europea, che hanno concesso la procedura d’urgenza ad un una specifica petizione firmata da oltre 40.000 persone e all’Onu, attraverso un ricordo che condanna l’Italia per il mancato riconoscimento dei diritti umani per la categoria dei Caregiver familiari italiani.

@VeronicaPoto

 

 

 

 

Cyber, sopravvivere a Wannacry si può: ecco come fare

in Difesa e Sicurezza Nazionale da

Mezzo mondo è ostaggio di un manipolo di cyber criminali (per cortesia non usiamo il termine hacker) che, sfruttando uno dei tanti codici fuoriusciti nei leak della Cia e della Nsa americane, ha messo a punto una variante di Ransomware chiamata “WannaCry”.

Si direbbe “nomen omen”, perché “WannaCry” significa proprio “voglio piangere” e questo stanno probabilmente facendo molti amministratori di sistema di ospedali ed enti pubblici che sono i più esposti a questo tipo di attacchi, per la gestione centralizzata del patching, che tipicamente è sempre più lenta che in un semplice pc Windows connesso a Internet con attivati gli aggiornamenti automatici. Il colpo è grosso, ma è importante non pagare, come insegna la storia dei rapimenti, perché se si paga il fenomeno si moltiplica.

Come si può sopravvivere al flagello informatico che in queste ore sta imperversando su tutti i continenti?

Come funziona il codice malevolo

Questo ransomware, che ricordiamo è un codice malevolo che cripta in modo silente i file presenti nei computer, probabilmente utilizza come vettore di attacco la solita mail di phishing ma poi, ed è qui la differenza sostanziale, si diffonde all’interno della rete aziendale come un worm.

I worm sono dei virus che sfruttando delle vulnerabilità in servizi di rete esposti dai PC, riescono ad infettare il malcapitato senza che questi debba fare alcuna azione. La vulnerabilità dei sistemi Windows che sfrutta “wannacry” è stata già “patchata” da Microsoft che, da un paio di mesi, mette a disposizione tale aggiornamento per i pc, ma evidentemente sia gli amministratori di sistema aziendali che le persone “normali” sono ancora troppo poco reattive rispetto a patch così importanti, lasciando di fatto i loro pc ed i loro dati esposti ad attacchi di questo tipo. Quindi massima diffusione, massimo impatto, massimo danno, massimo guadagno.

Come difendersi

Una volta infettati purtroppo l’unico vero rimedio, se non si vuole pagare, è quello di ripristinare il pc mediante una copia di backup. Ammesso che se ne abbiano a disposizione.

Se ancora, fortunatamente, non siete stati infettati, corrette sul sito Microsoft ed installate la patch: Microsoft Security Bulletin MS17-010 – Critical – Security Update for Microsoft Windows SMB Server (4013389). Se non sapete come districarvi nelle patch sul sito, basta fare un “Windows Update” digitando appunto queste due parole nella barra in basso a sinistra nel desktop di Windows e ricercando e installando gli aggiornamenti di sicurezza a disposizione.

Per gli amministratori di sistema, invece, non serve il nostro piccolo vademecum, se non un consiglio: aumentate la frequenza nel patching e nel backup aziendale e cominciate seriamente a valutare un prodotto antiransomware. Tutti i grossi vendor di antivirus si stanno attrezzando ma ci sono anche ottime soluzione free.

Ci si può difendere dai ransomware in modo preventivo

Esistono dei prodotti che compiono la cosiddetta “analisi comportamentale” (behavioral analysis) analizzando il comportamento dei software in esecuzione sul pc, cercando di capire se tali software utilizzando tecniche, algoritmi e API di criptazione, ovvero con molta probabilità dei ransomware.

Vi consigliamo “RansomFree” di CybearReason che è gratuito e blocca WannaCry (qui il link della loro dimostrazione). Qualche file potrebbe essere criptato, ma dopo poco l’analizzatore comportamentale individuerà il ransomware bloccandolo. Altrimenti anche Kaspersky mette a diposizione un prodotto antiransomware.

Dal punto di vista dei Governi questo attacco rappresenta un grosso problema. Prima di tutto perché i Leak di software di intercettazione delle varie Agenzie o di Contractor, consente ai Cyber criminali di integrare questi software nei loro ransomware e di farci vere e proprie “palate” di soldi. In secondo ordine, i governi devono decidersi nell’affrontare il problema dei ransomware cominciando una massiccia campagna di indagine per scovare i centri criminali che conducono campagne di attacco come questa e sanzionare i criminali con pene esemplari.

Comunque, tornando a noi: fate subito Windows Update sul vostro PC e installare un prodotto anti-ransomware, magari free.

Cyber, maxi attacco hacker mondiale: tra i paesi colpiti anche l’Italia

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale da

Un attacco hacker mondiale. In queste ore in molti Paesi i pirati informatici hanno colpito aziende e privati. La Polizia postale ha fatto sapere che “un maxi attacco hacker mondiale, in corso già dalla giornata di oggi, denominato “WANNACRY”, sta infettando numerose organizzazioni e aziende in diversi Paesi del mondo. Un attacco informatico di vaste proporzioni”. Si tratterebbe, infatti, “di decine di migliaia di attacchi contemporanei che utilizzano un ransomware che blocca le macchine richiedendo per sbloccarle, un vero e proprio riscatto elettronico. Sugli schermi dei computer presi di mira, un messaggio che chiede una somma in bitcoin. Tra i Paesi più colpiti Spagna, Gran Bretagna, Usa, Cina, Italia, Portogallo, Vietnam, Russia e Ucraina, con particolare riferimento ai sistemi informatici degli ospedali britannici e delle telecomunicazioni spagnole”. La Polizia Postale e delle Comunicazioni sta costantemente monitorando il fenomeno e consiglia per difendersi, “l’installazione della Patch MS 17-010, rilasciato da Microsoft il 17 marzo e quella del 9 maggio 2017”. La polizia ha aperto una pagina Facebook dedicata. Il virus sarebbe stato rubato alle agenzie di spionaggio degli Stati Uniti.

In Italia colpite le università, tra queste Bicocca di Milano. 

‘Bucato’ anche  il colosso spagnolo delle telecomunicazioni Telefonica e altre aziende. Non diversa la situazione in Gran Bretagna dove però a essere colpiti sono stati gli ospedali a Londra e strutture sanitarie in altre parti dell’Inghilterra. Sono sempre di più le segnalazioni da parte delle strutture interessate, sembrerebbe essere impossibile accedere al pc e utilizzarli. Stando ad alcune indiscrezioni sembra che gli ospedali stiano avvisando i loro pazienti di non andare presso di loro se non in casi di emergenza. El Mundo e The Guardian fanno sapere che nei pc è comparso un messaggio pop-up in cui veniva chiesto agli utenti di pagare un riscatto di 300 dollari in bitcoin per riavere l’accesso al computer.
La famosa testata giornalistica inglese ha poi detto che fra gli ospedali coinvolti c’è anche il Barts Health di Londra. In Russia, invece, sono finiti nel mirino dei pirati informatici oltre 1000 computer del ministero dell’Interno. E proprio secondo i ricercatori russi della Kaspersky Lab, sono stati più di 45.000 gli attacchi informatici messi a segno in oltre 70 Paesi.

Tra i rischi di questo vasto attacco, la possibilità che vengano colpiti i trasporti aerei.

L’11 maggio su Telegram è apparso un comunicato a firma “esercito terrorista del Cyber Califfato” spiegando che avrebbero sferrato un attacco mondiale: “Aspettate che i coltelli si avvicinino al vostro collo, siamo nelle vostre case”. Al momento non è chiaro se l’hackeraggio sia opera dell’Isis.

In attesa di individuare il gruppo che ha organizzato l’attacco, dagli hacker arrivano i consigli su come difendersi.  

 

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