La Percezione Della Sicurezza

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Salute

Salute : Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sulla sanità.

Farmacovigilanza, ecco chi garantisce la sicurezza dei medicinali

in Salute da

“L’uso di farmaci comporta dei benefici…solo quando funzionano!”. Spesso tale affermazione diventa certezza nella comune percezione. Del resto in tanti ignorano le procedure dei controlli qualitativi e quantitativi che contribuiscono a elevare l’efficacia del prodotto. Un esempio delle verifiche messe in campo dalla farmacovigilanza emerge proprio in questi giorni: un diffuso sciroppo per la tosse è stato ritirato dalle farmacie a scopo precauzionale in quanto conterrebbe della sostanza in sovrasaturazione.

L’azienda farmaceutica, ha provveduto al ritiro di alcuni lotti, ma non del medicinale che resta valido nelle affezioni di tosse e catarro. Il richiamo precauzionale è dovuto alla possibile presenza di “precipitato”, confermato dall’analisi effettuata presso un sito di produzione su campioni dei suddetti lotti. Le confezioni dei lotti in questione, presenti in farmacia, saranno immagazzinate in un’apposita area sicura e quindi predisposte per essere inviate a Assinde. Si tratta di una società partecipata da Farmindustria, Federfarma, Assofarma, e specializzata nello smaltimento rifiuti speciali.

Sempre più rilevante dunque è la necessità di garantire una corretta e sicura produzione e distribuzione di farmaci, evidenziandone gli standard generali della sicurezza. I principali criteri riguardano l’appropriatezza del packing (confezionamento), la consegna, la conservazione e ovviamente la qualità chimica del farmaco stesso.

L’azione di vigilanza e le direttive

L’azione di vigilanza dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) interviene sul ritiro del farmaco dal mercato, qualora tali standard non venissero rispettati. Ne consegue che non solo l’azienda farmaceutica produttrice esegue un’attenta e rigorosa verifica degli stessi , sebbene spesso lo scetticismo regna sovrano nella pubblica percezione della materia.

Numerose sono le direttive e i decreti emessi inerenti la vigilanza. E non solo per le reazioni avverse da farmaci verificatesi in normali quadri clinici. Spesso infatti sono determinanti gli errori terapeutici, gli abusi, i misusi (overdose), l’uso di medicinale in modo inappropriato, o ancora i difetti di qualità.

Con un provvedimento amministrativo della Agenzia Italiana Farmaco, a effetto immediato, si può imporre la vendita o il ritiro del medicinale qualora esso sia nocivo per le normali condizioni di impiego, per la mancanza di effetto terapeutico, per un non soddisfacente rapporto rischio/beneficio, per una composizione qualitativa e quantitativa insufficiente. La sospensione all’immissione in commercio ha validità temporanea, in attesa che siano disponibili ulteriori accertamenti sulle caratteristiche del farmaco.

La Good Manufactoring Practice (Gmp) è la norma da soddisfare nel processo produttivo dei farmaci

L’industria farmaceutica dell’Unione Europea ha elevati standard qualitativi nello sviluppo, nella produzione e nel controllo dei medicinali. Essi necessitano di un’autorizzazione di fabbricazione (Manufacturers Lincences, Ml) indicante la conformità del prodotto sulla sicurezza, la qualità e l’efficacia. Il produttore farmaceutico deve predisporre un file costantemente aggiornato descrivente le politiche aziendali adottate in termini di attività e controlli di qualità, tra cui la valutazione di tutte le strutture produttive necessarie (locali adeguati, spazio, attrezzature e servizi). Non è previsto un limite temporaneo per le segnalazioni e esse non sono considerate tali se non contengono il nome e il ruolo del segnalatore, l’identificabilità del paziente, la descrizione della reazione avversa, il sospetto inerente il farmaco utilizzato, la data d’insorgenza della reazione, la gravità e il tipo di terapia. Successivamente la scheda di segnalazione verrà controllata dal responsabile di farmacovigilanza per la congruità e appropriatezza dei dati inseriti per le successive fasi di accertamento. Qualora vengano riscontrate e accertate criticità la scheda di segnalazione, verrà inserita nelle rete nazionale di farmacovigilanza, informando il responsabile del centro regionale di farmacovigilanza e all’azienda farmaceutica. Il centro regionale valuterà poi il nesso di causalità nel rapporto farmaco-reazione avversa segnalata. Tale causalità potrà essere valutata come “critica o importante”.

Per  “Difetti di prodotto critico” si intendono tutti quelli che possono essere pericolosi per la vita e causare lesioni gravi  (prodotto etichettato con un nome errato, prodotto contraffatto o manomesso deliberatamente, contaminazione microbica di un prodotto sterile).

Per  “Principali difetti del prodotto” si intendono tutti quelli che possono mettere il paziente a rischio significativo, ma non in pericolo di vita (disinformazione o mancanza di informazione di un’etichetta o di un foglietto illustrativo, contaminazione microbica di prodotti non sterili, inadempimento circa il dosaggio del principio attivo).

Una copia del rapporto verrà, inoltre, inserita nel database Eudravigilance (network internazionale istituito dalla Agenzia Europea del Farmaco, contenente i reports delle reazioni avverse ai farmaci autorizzati nell’Unione Europea, inoltrati dalle agenzie regolatorie e delle aziende farmaceutiche dell’Unione).

La qualità e la sicurezza del farmaco sono il frutto di ricerche nel campo della produzione e nella somministrazione. Ogni nuovo medicinale deve superare con successo vari test e non di meno essere costantemente monitorato dalle agenzie regolatorie nazionali e internazionali. Insomma, la politica farmaceutica deve prevedere misure oculate e sostenibili in tema di spesa, ma non a discapito della sicurezza.

Pesticidi, allarme Federconsumatori: “Contaminano il 63% delle nostre acque”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Salute da

Le acque superficiali del nostro Paese risultano contaminate da pesticidi nel 63,9% dei punti controllati, con punte del 95%, ad esempio in Umbria”. A lanciare l’allarme è la Federconsumatori, che riporta i dati recenti del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’Ispra. Il trend di crescita della concentrazione di pesticidi dal 2012 al 2016 si aggira su un +20% per le acque superficiali e su un +10% per quelle sotterranee, con gli erbicidi che la fanno da padrone. In alcune zone l’acqua è così inquinata da non poter essere utilizzata per irrigare l’orto e neanche per lavare i piatti, spiegano da Federconsumatori. Dati alla mano e vista la crisi idrica che sta colpendo il nostro Paese a causa della siccità di questi mesi, è evidente che ci troviamo di fronte a “un’emergenza ambientale a livello nazionale” a cui bisogna trovare urgenti risposte.

Il tema del razionamento dell’acqua pubblica avviato da vari sindaci in queste ore, non ultima Virginia Raggi che ha emesso un’ordinanza contro gli sprechi nella Capitale, tocca anche la questione dell’acqua in bottiglia: “prima di fermare l’uso potabile e rischiare di bloccare la filiera agroalimentare forse sarà il caso di affrontare il problema dell’imbottigliamento e il controllo sulle concessioni, che spetta alle Regioni”, dicono i consumatori. “Non è ammissibile che i cittadini restino senza acqua potabile e che le concessioni arricchiscano le aziende private”. Il fatturato del settore delle acque minerali in Italia è di 2,7 miliardi all’anno.

Quanto all’inquinamento nella maggior parte del territorio italiano è causato dall’utilizzo intensivo in alcune zone di prodotti per l’agricoltura come diserbanti, pesticidi e concimi, unitamente ai materiali di scarto prodotti dalle industrie, soprattutto le lavanderie a secco, le industrie del tessile e le industrie metalmeccaniche, dove in molti casi gli stessi imprenditori ignorano la pericolosità delle loro azioni. Altrettanto pericolose le discariche, costruite o gestite male: in questi casi, sostiene Federconsumatori, è urgente intensificare il controllo sulle autocertificazioni delle imprese per il rilascio a valle da parte delle discariche e sugli effetti dell’interramento dei rifiuti industriali.

Inquinamento ma anche dispersione di acqua in una rete nazionale che definire “colabrodo” è un eufemismo. Ogni anno, secondo i dati Istat, il 38,2% di quanto immesso nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia viene disperso. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone.

Nonostante le falle del sistema, attacca Federconsumatori, “i cittadini pagano in ogni bolletta una quota per gli investimenti, cioè una percentuale per l’ammodernamento della rete. Si tratta però di un servizio mai erogato: come stabilito da recenti sentenze, il cittadino non è tenuto a ripagare gli interventi straordinari e tantomeno l’eventuale approvvigionamento straordinario di acqua tramite autocisterne. A ciò si aggiunga che se la rete è colabrodo, in realtà raccoglie anche forme inquinanti. Perché l’acqua non solo si disperde, ma durante il percorso raccoglie prodotti inquinanti che poi finiscono nell’acquedotto: tutto questo è gravissimo, anche perché il cittadino paga in bolletta per il costo della fognatura e della depurazione”.

Da qui l’appello alle Istituzioni per la difesa della biodiversità e dell’ambiente affinché “realizzino il monitoraggio ferreo dei minimi vitali (il minimo della portata che dà la possibilità di sopravvivenza alla flora e alla fauna propria di un bacino, ndr) di fiumi, torrenti e sorgenti previsti dalla normativa vigente. Serve inoltre un controllo più severo delle concessioni e che si inizi a pensare ad una riconversione delle produzioni agricole, passando per l’ammodernamento degli impianti di rete, ad esempio, durante la ricostruzione delle zone terremotate, dividendo finalmente le acque piovane dalle acque reflue, perché la depurazione delle acque piovane è un costo inutile”.

“E’ urgente – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori – realizzare un piano nazionale di investimento sull’ammodernamento degli acquedotti, che potrebbero avere tre effetti positivi: si evitano dispersione e inquinamento, si crea occupazione, perché si realizzano investimenti di cui tra l’altro si recupera il costo dalla mancata dispersione, utilizzando tecniche innovative e si introduce legalità, perché in molte zone l’acqua, tramite le cisterne, viene controllata da organizzazioni illegali”.

@PiccininDaniele

Disabili, dossier Fish: l’Italia abbandona 273mila persone in strutture non accoglienti

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

In Italia la disabilità è ancora sinonimo di emarginazione, abbandono, addirittura maltrattamenti. Una condizione di vita spesso ben oltre i limiti del sostenibile che riguarda tante persone, specialmente gli anziani. A lanciare l’allarme è la recente “Conferenza di Consenso sulla segregazione delle persone con disabilità”, promossa dalla Federazione Italiana per il Superamento dell’Handicap (Fish), con l’intento di restituire centralità a un tema drammatico, troppo spesso considerato marginale o eccezionale: la segregazione delle persone con disabilità. È la prima volta che il movimento delle persone con disabilità lancia una sfida politica, culturale, scientifica e organizzativa sulla segregazione.

Secondo i dati presentati alla convention sono 273.316 le persone con disabilità che vengono ospitate dai presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari. Oltre l’83% sono anziani non autosufficienti, che nella quasi totalità dei casi vivono in strutture che non riproducono le condizioni di vita familiari. Nel 2016, tra le violazioni penali più frequenti, l’Arma dei Carabinieri rileva 114 casi di maltrattamenti, 68 di abbandono d’incapace, 16 di lesioni personali e 16 di sequestro di persona.

Accanto a questa segregazione, brutale e conclamata, si rilevano altre modalità più subdole e ugualmente inumane. Anche se queste spesso non manifestano condizioni di vita degradanti, maltrattamenti e violenze. Sono gli ambiti in cui si ripropone la separazione, l’isolamento, la contrazione delle elementari libertà individuali. Servizi in cui prevale una concezione sanitaria e ospedaliera che trasforma chi ne è ospite in “paziente”, “malato” e non più persona con il diritto di vivere normalmente la sua vita e le sue relazioni interpersonali. Come riconosciuto dall’articolo 19 della Convenzione Onu, infatti, “la persona con disabilità ha diritto di scegliere dove, come e con chi vivere, senza essere costretta a una determinata soluzione abitativa o a vivere in isolamento e segregata”. Un diritto “impossibile”, almeno in Italia, “dove necessitano maggiori o più intense politiche e servizi di sostegno”.

I DATI

Attualmente, ricorda la ricerca presentata dalla Fish, in Italia sono 13.203 i presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari attivi al 31 dicembre 2014 (ultimo dato disponibile), per un totale di 399.626 posti letto. Dati in crescita rispetto a quelli registrati nel 2013 (pari 12.261 presidi, per un totale di 384.450 posti letto), ma in calo nel confronto con il 2009 (quando i presidi erano 13.207 per un totale di 429.220 posti disponibili). Gli ospiti dei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari sono 386.072 (+5,1% rispetto all’anno precedente, ma in calo del 4,5% nel confronto con il 2009). In particolare, quasi 290 mila sono anziani con almeno 65 anni di età (il 75,1% degli ospiti complessivi). Oltre 76mila sono adulti con un’età compresa tra i 18 e i 64 anni (il 19,7% del totale). Quasi 20mila sono minori (il 5,2% degli ospiti complessivi).

Al 31 dicembre 2014, le persone con disabilità e non autosufficienza presenti nei presidi residenziali socio-assistenziali e socio-sanitari sono 273.316, pari al 70,8% del numero complessivo di ospiti. Anche in questo caso si manifesta un andamento simile a quello riscontrato per i precedenti indicatori, ossia un aumento del numero degli ospiti con disabilità e non autosufficienza nel confronto con il 2013 (+3,9%) e una riduzione rispetto al 2009 (-4,0%), ma in entrambi i casi l’entità di tali scostamenti risulta meno consistente rispetto a ciò che accade per il totale degli ospiti. Delle 273.316 persone con disabilità e non autosufficienza 3.147 sono minori con disabilità e disturbi mentali dell’età evolutiva. Quasi 51.600 sono adulti con disabilità e patologia psichiatrica. E poi ci sono 218.576 anziani non autosufficienti. Dunque, oltre l’83% degli ospiti con disabilità e non autosufficienza sono anziani, appunto, non autosufficienti.

I MALTRATTAMENTI

I dati più recenti a disposizione li rivela un rapporto dei Nas presentato il 3 agosto 2016. Secondo i carabinieri, nel periodo 2014-2016 sono stati effettuati 6.187 controlli in strutture sanitarie, socio-assistenziali e in centri di riabilitazione neuro-psicomotoria. Da tali controlli sono state rilevate 1.877 non conformità (pari al 28% dei controlli eseguiti). Così 1.622 persone sono state segnalate all’Autorità Amministrativa. Sono stati effettuati 68 arresti. E ancora 1.397 persone sono state segnalate all’Autorità Giudiziaria. Sono state comminate 3.177 sanzioni penali e 2.167 sanzioni amministrative per 1,2 milioni di euro. Centosettantasei strutture sono state sottoposte a sequestro o chiusura.

Soffermandoci sui dati relativi al 2016, tra le violazioni penali più frequenti si registrano 114 casi di maltrattamenti, 68 di abbandono d’incapaci, 16 di lesioni personali e 16 di sequestro di persona. In 260 occasioni sono state registrate inadeguatezze strutturali, assistenziali e autorizzative. In 109 i militari hanno segnalato casi di esercizio abusivo della professione sanitaria. E ben 124 locali destinati alla manipolazione e allo stoccaggio degli alimenti presentavano carenze igienico-strutturali. In 27 casi sono state scritte denunce per omessa notifica delle persone alloggiate alle autorità di pubblica sicurezza. E ancora: 21 autorizzazioni “assenti” e 15 strutture che detenevano farmaci scaduti.

Numeri che, attacca la Fish nel documento lanciato dalla Conferenza, dimostrano come nel nostro Paese “persistono servizi e strutture residenziali dove le persone con disabilità e gli anziani non autosufficienti vivono in condizioni segreganti e subiscono trattamenti inumani e degradanti”. L’appello alle Istituzioni comprende tre impegni: “liberare prima possibile le persone con disabilità che vivono in situazioni inumane e degradanti. Individuare con certezza le strutture da ritenere segreganti e quindi da chiudere o convertire, ma anche delineare nuovi modelli inclusivi di servizi e sostegni per l’abitare”.

@PiccininDaniele

Libro Bianco della droga, è boom tra i minori

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

L’attore Domenico Diele che investe e uccide una donna mentre guida, con la patente sospesa, sotto l’effetto di sostanze stupefacenti. La venticinquenne che, a Genova, ha perso la vita dopo aver assunto un cocktail di droghe insieme a un’amica. E ancora la ragazza che tra vetri rotti, porte sfondate e rifiuti, è morta con una siringa appesa al braccio, nel degrado di quello che doveva essere il fiore all’occhiello della sanità romana, il complesso ospedaliero Forlanini. Esempi estremi che affollano il dibattito sulle sostanze stupefacenti. Secondo il Rapporto Mondiale sulle droghe delle Nazioni unite (World Drug Report), nel 2016 oltre 250 milioni di persone, in tutto mondo, hanno usato sostanze stupefacenti. Di questi appena 29,5 milioni, lo 0,6% della popolazione adulta mondiale, ha avuto un problema di salute, compresa la dipendenza, con le sostanze scadenti controllate dal mercato illegale. Un ragionamento che, secondo i promotori della campagna “Legalizziamo.it”, porta alla tesi: “La repressione e il proibizionismo hanno dunque fallito”. È questo, in sintesi, il monito che emerge dal “Libro Bianco sulla Fini-Giovanardi – Dati, politiche e commenti sui danni collaterali del Testo Unico sulle droghe”, promosso dal Cartello di Genova e presentato questa mattina insieme all’associazione Luca Coscioni alla Camera dei deputati, in occasione della giornata internazionale contro il narco-traffico.

“Il sistema di repressione penale e amministrativo continua ad essere al centro dell’applicazione della normativa italiana sulle droghe”, affermano in una nota i redattori del documento. “Il Libro offre dati che confermano l’urgente necessità di rilanciare una riforma complessiva della legislazione in materia di sostanze stupefacenti e di ripensamento generale delle politiche che ne derivano – ha spiegato Filomena Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni – in quanto restano enormi le implicazioni penali e di salute pubblica”. “A fronte di una riforma chiaramente a favore della legalizzazione della cannabis da parte di stati Usa, in Italia il progetto di riforma della legge sugli stupefacenti si è bloccato”, ha aggiunto Marco Perduca, coordinatore della campagna Legalizziamo.it della Luca Coscioni.

I dati

“Dalla semina americana al deserto italiano” è il titolo scelto per la presentazione del volume che riporta numeri e dati molto interessanti. Nel 2016 tornano ad aumentare la percentuale di detenuti per violazione della legislazione sulle droghe. Il 43,26% dei carcerati, in Italia, è stato accusato di aver violato la legge sulle droghe. Al 31 dicembre 2016 sono 17.733 i detenuti presenti in carcere a causa dell’articolo 73 del Testo unico, quello che punisce la produzione, il traffico e la detenzione di droghe illecite. Si tratta del 32,52% del totale: un detenuto su tre. A questi si aggiungono 5.868 ristretti per articolo 74 (associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope), il 10,74% del totale, in calo rispetto al 2015. Ma mentre i “pesci piccoli” tornano ad aumentare, i consorzi criminali continuano a restare fuori dai radar della repressione penale. Su 54.653 detenuti (al 31 dicembre 2016), 14.157 sono tossicodipendenti. Il 25,9% del totale, un dato in costante aumento da alcuni anni.

Le segnalazioni e le sanzioni amministrative del consumo di droghe illegali

Dopo il vistoso calo del 2015 tornano ad aumentare le persone segnalate al Prefetto per consumo di sostanze illecite: da 27.718 a 32.687 (+17,92%) con una impennata delle segnalazioni dei minori (+237,15%). La repressione colpisce per quasi l’80% i consumatori di cannabinoidi (78,98%), seguono a distanza cocaina (13,68%) e eroina (5,35%) e, in maniera irrilevante, le altre sostanze. Dal 1990 oltre 1,1 milioni di cittadini sono stati segnalati per possesso di sostanze stupefacenti ad uso personale, di queste il 72,57% per derivati della cannabis.

Le violazioni dell’articolo 187 del codice della strada

I dati interamente disponibili della Polizia Stradale (2015) fanno cadere un luogo comune molto diffuso, ovvero che l’assunzione di droghe sia la causa degli incidenti. In base al rapporto della stradale, infatti, solo lo 0,39% dei conducenti coinvolti in incidenti stradali risulta positivo ai test antidroga. Nel 2016 solo lo 0,83% delle persone controllate a seguito di incidente stradale risultava positivo ai test, non si conoscono i dati relativi al totale degli incidenti: così è impossibile comparare la percentuale con il 2015.

Rispetto al nuovo protocollo operativo della polizia stradale, attivo dal 2015 e che prevede l’effettuazione di test di screening sulla saliva direttamente su strada, si è rilevato come nel 2016, su 17.565 controlli l’1,22% dei conducenti fermati è risultato positivo ad almeno una sostanza stupefacente, in calo rispetto all’1,42% della campagna 2015 (su 14.767 conducenti fermati). Da notare come nel 2016 oltre il 30% dei conducenti risultato positivo al test salivare sia poi stato “scagionato” dalle ulteriori analisi di laboratorio (nel 2015 i falsi positivi furono il 21%).

Effetti economici della legalizzazione della cannabis. Il Libro bianco contiene anche un saggio dell’economista Marco Rossi, docente del Dipartimento di Scienze Economiche e Sociali della Sapienza, secondo il quale le implicazioni economiche della regolamentazione della cannabis, adottate attraverso una regolamentazione e tassazione simile a quella del tabacco, consumi costanti e assenza di esportazioni o turismo da cannabis, avrebbe un impatto sui conti pubblici pari a circa 4 miliardi di euro. Una cifra monstre suddivisa in 3 miliardi da imposte sulla vendita, 300 milioni dalle imposte sul reddito e 600 milioni da risparmi nella spesa pubblica in materia di sicurezza.

A questi si aggiungerebbe, spiega l’economista, una probabile riduzione, non stimabile, dei costi sanitari e un miglioramento dei conti economici nazionali derivante dalla sostituzione delle importazioni illegali con coltivazione nazionale per circa 500 milioni di euro.

@PiccininDaniele

Malattie rare: oltre 3mila pazienti dedicano l’80% della giornata alle cure

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Le malattie rare hanno un impatto molto forte sulla vita quotidiana per oltre l’80% dei pazienti e delle famiglie. E il tempo dedicato alla gestione quotidiana dell’assistenza e al coordinamento delle cure per i malati rari rappresenta un fattore fondamentale. A sostenerlo è la prima indagine europea sull’impatto sociale delle malattie rare, “Destreggiarsi tra assistenza sanitaria e vita quotidiana: un atto di costante bilanciamento per la comunità dei malati rari”.

La ricerca è stata condotta tramite Rare Barometer Voices, una comunità di oltre 5mila malati rari che partecipano regolarmente alle indagini di Eurordis. Tradotta in 23 lingue e pubblicata in 42 paesi, la ricerca è stata realizzata nell’ambito di INNOVCare, il primo progetto europeo nel campo delle malattie rare, cofinanziato dal Programma europeo per l’occupazione e l’innovazione sociale (EaSI), guidato dal Ministero spagnolo della sanità e dei servizi sociali di cui Eurordis è partner. Oltre 3mila malati rari di tutta Europa hanno risposto all’indagine, fornendo per la prima volta dati concreti, a livello europeo, sull’impatto delle malattie rare sulla vita quotidiana.

I risultati

L’indagine ha affrontato anche altre questioni riguardanti l’impatto delle malattie rare sulla vita quotidiana, tra cui il coordinamento delle cure, la salute mentale, l’occupazione e l’impatto economico. Il 60% degli oltre 3mila intervistati è rappresentato da persone affette da malattie rare e la restante parte da membri della famiglia dei malati.

Il 42% del campione dedica più di due ore al giorno alla cura della propria malattia, il 62% di chi presta assistenza ai malati ha dichiarato di dedicare oltre due ore al giorno alla cura o all’assistenza di persone affette da una malattia rara, mentre circa un terzo degli intervistati dedica oltre sei ore della propria giornata alla cura di un malato. Ad accudire i propri cari sono principalmente le donne, il 64%, mentre 4 persone su 10 affermano di essersi dovuti assentare dal lavoro per oltre 30 giorni negli ultimi 12 mesi per problemi legati alla salute. Il 41% dei malati e degli assistenti ha risposto di aver richiesto un congedo speciale dal lavoro, ma di non averlo potuto ottenere.

Per Dorica Dan, membro del consiglio direttivo di Eurordis e presidente dell’Associazione romena Prader Willi, “come madre di una figlia colpita da una malattia rara, conosco fin troppo bene il peso che queste patologie hanno sulla vita quotidiana. Questo sondaggio conferma quanto già sapevamo, ovvero che l’onere delle cure è enorme, così come gli effetti di una malattia rara sulla vita sociale, lavorativa e scolastica. Le malattie rare rappresentano sfide reali non solo per la persona che ne è affetta, ma anche per la sua famiglia o per coloro che si assumono la responsabilità di prestare cure e assistenza. I malati e le famiglie hanno bisogno di un piano di cure centrate sulla persona e di integrazione tra i servizi sanitari e socio-assistenziali”.

La pubblicazione dei risultati di questa indagine arriva l’indomani della presentazione da parte della Commissione Europea di alcune proposte per un “Pilastro europeo dei diritti sociali”. Un progetto fortemente voluto da Eurordis, come spiega Raquel Castro, responsabile delle politiche sociali dell’associazione: “I risultati di questo sondaggio mostrano chiaramente il grave peso in termini di tempo e di cure per le persone che vivono con una malattia rara e per chi presta loro assistenza. Purtroppo queste sfide non sono sempre considerate nell’ambito del sistema socio-assistenziale. Abbiamo bisogno di un pilastro europeo dei diritti sociali che promuova l’assistenza sanitaria e sociale integrata, nonché adeguate politiche di occupazione per rispondere alle esigenze delle persone affette da una malattia rara o da altre malattie croniche complesse”.

@PiccininDaniele

Testamento Biologico, la storia di Roberto: “Vivo perché mia madre non ha staccato la spina”

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

C’è un elemento che stupisce particolarmente, quando si parla di fine vita: spesso tutto il dibattito si esaurisce in un conflitto politico che va anche al di là dei principi etici. Principi che comunque possono e devono essere il substrato di ogni confronto che riguardi un tema così importante come quello della vita. Capita quindi che, così come per le tantissime storie raccontate in esclusiva da Ofcs Report di malati che chiedono di poter morire, vi siano altrettante invisibili persone che hanno visto in faccia la morte, hanno lottato e ce l’hanno fatta.

È successo a Sylvie Menard, ricercatrice oncologica, allieva di Umberto Veronesi, una vita ad assistere i malati terminali e poi improvvisamente alle prese con un male incurabile che ha combattuto, nonostante la voglia di mollare. È successo recentemente ad un giovane romano, 28 anni di nome Roberto. La sua storia è di quelle “invisibili” che tuttavia contengono un gran significato, perché hanno il merito di arricchire il dibattito sul testamento biologico con fatti di vita vissuta e sofferta che spesso superano i pur importanti studi scientifici.

La vita di Roberto, raccolta grazie a Pro Vita Onlus, è la testimonianza di un figlio che non si sarebbe mai dovuto risvegliare dal coma e di una madre che non si è rassegnata a lasciarlo morire. “Nel 2007 – ci racconta Roberto – ho avuto un grave incidente con il motorino. Stavo scendendo da Frascati con la mia ex ragazza e una macchina ha fatto un’inversione a “U” a doppia striscia, investendomi. Sono caduto violentemente a terra sbattendo la testa. La mia ragazza mi ha chiamato e io inconsciamente sono riuscito ad alzarmi ma mi è mancato l’ossigeno al cervello, sono caduto a terra e sono finito subito in coma”. Un racconto lucido, fatto con la voce di chi ancora porta e porterà i segni di quel tragico incidente, ma che comunque lascia intendere quanta tenacia abbia accompagnato il viaggio terribile di Roberto, appeso molti giorni tra la vita e la morte.

“Con quello che mi è accaduto la vita adesso l’apprezzo di più, anche con tutte le difficoltà. È vero, la vita mi ha fatto questo brutto tiro mancino ma gli ho risposto a tono grazie a mia madre che mi è sempre stata vicino e non mi ha mai tradito, non ha mai dato retta ai dottori che gli dicevano di staccare la spina quando io ero in terapia intensiva. La ringrazierò per tutta la vita. È grazie a lei che io sono vivo”.

È proprio la mamma, la signora Manola, 48 anni, a spiegarci passo passo come è stata dura vivere quei momenti. “La ragazza di Roberto riportò solo dei punti di sutura sulla fronte, mio figlio invece fu controllato meglio e portato d’urgenza al San Giovanni di Roma. Rimase in coma per 20 giorni naturali e per un mese in coma farmacologico e il mio medico di base mi disse di fargli ascoltare la musica che comunque aiuta”.

Un gesto, quello della musica consigliato da tanti esperti, un modo come un altro per tenere vivo il contatto con il proprio caro assistito. Ma al San Giovanni, afferma con grande amarezza Manola, “non tutti capivano il mio tentativo disperato di parlare e mantenere vivo un contatto con Roberto. Un giorno un’infermiera mi disse: cosa gliela fai ascoltare a fare, tanto è morto e non ti sente. Mi ha fatto malissimo ma io ho continuato”. Ma l’infermiera non era l’unica a tentare di convincere Manola a lasciar andare il suo Roberto. “Prima di un intervento i medici vennero da me insistendo per farmi firmare la donazione degli organi di mio figlio. Io, che ero in stato confusionale, ebbi la forza di dire no, perché Roberto era ancora vivo ed ero certa che ce l’avrebbe fatta”.

Così fu. Quella ferita inferta sopra un dolore già così profondo non scalfì in alcun modo la forza e il coraggio della mamma. “Un giorno, mentre facevo con mio figlio un gioco con le dita, pollice e indice, lui mi ha risposto e mi ha stretto forte il pollice e da lì abbiamo continuato fino a che non ha aperto gli occhi”, racconta commossa Manola. “È stata la gioia più grande della mia vita. C’è sempre una speranza, bisogna crederci e non bisogna lasciarsi andare”.

Oggi Roberto non si sente un eroe, né un esempio per i tanti malati che lottano con la vita, “purtroppo non posso fare niente per loro, posso solo dirgli di non mollare e di sperare sempre”, afferma. Naviga su internet come i suoi coetanei e si è iscritto ai vari trova lavoro, ma, conclude con grande amarezza Manola, “la società non ti permette di rientrare, nessuno ti trova un lavoro, ogni giorno ci sono barriere enormi per farlo reinserire nella società, addirittura non riesco a trovargli una scuola per fargli completare il ciclo scolastico”.

La storia di Roberto dimostra che ragionare sul Testamento Biologico significa anche saper guardare oltre il fine vita delle persone e impegnare le Istituzioni a garantire diritti e assistenza a tutti quelli che sono meno fortunati e lottano ogni giorno con la malattia o con i gravi segni che questa può lasciare su loro e su chi li assiste ogni giorno.

@PiccininDaniele

Migranti, 4 su 10 contraggono il virus dell’Hiv in Europa

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Internazionale/Relazioni Internazionali/Salute da
immigrazione

Il fenomeno delle migrazioni non è di per sé causa dell’aumento delle infezioni da Hiv, ma costituisce una componente che aggrava il problema dei contagi. A lanciare l’allarme è Julia Del Amo, professoressa in scienze biomediche presso l’Istituto Sanitario Carlo III di Madrid, intervenendo alla nona edizione di Italian Conference on Aids and Antiviral Research (Icar), evento promosso dalla Società Italiana di Malattie Infettive e Tropicali (Simit) che si è tenuto la scorsa settimana a Siena.

Nel 2015 i migranti hanno rappresentato il 39% dei nuovi casi diagnosticati di HIV in Europa. In alcuni paesi, in Svezia ad esempio, raggiungono il 75%, delle nuove diagnosi. In Italia sono il 28%”, afferma l’esperta dell’istituto sanitario Carlo III di Madrid. “È importante tuttavia sottolineare che solo una parte dei migranti arrivano in Europa affetti dalla malattia: in relazione per esempio all’Africa Sub Sahariana, una delle aree del mondo più colpite, solo la metà di coloro che giungono nel nostro continente hanno già l’Hiv. È necessario dunque fare maggiore prevenzione. Per alcuni gruppi specifici, come i migranti omosessuali (Msm), la probabilità di contrarre il virus dopo la migrazione è assai elevata, arrivando al 72%. Non meno preoccupante il fenomeno che scaturisce dai contatti eterosessuali, che provocano il contagio tra gli immigrati provenienti dall’Africa Sub Sahariana in oltre il 50% dei casi”.

Meno rilevante il fenomeno legato all’uso di droghe, comunque non trascurabile quando il discorso si sposta su immigrati provenienti da altri Paesi (Russia, Ucraina, Estonia). Complessivamente, non c’è abbastanza consapevolezza di ciò che accade: troppo spesso infatti si pensa che i migranti portino l’Hiv dall’Africa nei nostri paesi. In realtà, in alcuni casi, come in Grecia, il 95,3% delle infezioni tra migranti avviene proprio nelle aree di accoglienza.

Il messaggio lanciato durante la convention è che “serve una campagna di sensibilizzazione e di informazione, che deve essere accompagnata da un’adeguata campagna di prevenzione”. Oggi persiste una disparità nei trattamenti a danno dei migranti, spiegano i relatori, che a causa di un ridotto accesso non possono usare strumenti di prevenzione e non riescono ad eseguire test per valutare lo stato dell’infezione. “Il messaggio deve essere di lotta alla discriminazione, al razzismo e alla xenofobia” continua la professoressa Del Amo.

Il rischio di trasmissione diretta di Hiv dai migranti alla popolazione europea non esiste, ma resta il problema della trascuratezza nei rapporti sessuali non protetti. Ma questa è una responsabilità che deve essere condivisa: bisogna ricordare che i migranti che provengono da determinate aree geografiche come l’Africa Sub sahariana o l’America latina sono originari di regioni dove la diffusione di Hiv è più elevata che in Europa, quindi c’è un maggiore rischio di contrarre il virus se si fa sesso non protetto”.

La Un Aids (Joint United Nations Programme on Hiv/Aids) ha varato norme riguardanti i diritti umani nei principi di tutela della salute pubblica per migliorare il controllo dell’Hiv. “Se l’Europa riconoscesse questi diritti e migliorasse i sistemi di prevenzione si potrebbe raggiungere un obiettivo molto ambizioso, la fine dell’Aids. Questo è il progetto che è stato proposto nei maggiori istituti sanitari del mondo. Non possiamo lasciare i migranti fuori dalla risoluzione del problema della lotta all’Aids” conclude ancora la Del Amo.

Sul fronte nazionale dal convegno Simit sono emerse due importanti novità. In primo luogo il sempre più probabile varo del Piano Nazionale Aids (PNAIDS) e l’altro imminente traguardo relativo al finanziamento della “ricerca d’interesse nazionale per lo sviluppo del sistema economico del Paese, nonché azioni destinate all’ingresso dei giovani nel mondo della ricerca”.

Il Piano è stato approntato dal Comitato Tecnico Scientifico Nazionale del Ministero della Salute con il coordinamento del professor Massimo Galli, vicepresidente della Simit. Il documento ha visto la partecipazione di numerosi specialisti e diverse personalità scientifiche e delle associazioni di volontariato impegnate su Hiv-Aids.

I rappresentanti del Simit hanno infine lanciato un appello al Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni e al Consiglio dei Ministri. “Il nostro Paese è stato lungamente all’avanguardia nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e possiamo con orgoglio sostenere che le persone infettate trovano in Italia i migliori centri di ricovero e cura al mondo. Tuttavia, sarebbe miope pensare che ciò sia frutto esclusivamente dell’alta professionalità dei nostri esperti di Malattie Infettive e, più in generale, del Sistema Sanitario Nazionale. Per contro, quest’alta qualità è stata raggiunta perché negli stessi Centri di Malattie Infettive e nei laboratori di virologia e di immunologia ad essi collegati abbiamo contemporaneamente svolto Ricerca parimenti di alta qualità a livello internazionale, qualità da alcuni anni messa fortemente in crisi dalla mancanza di un finanziamento dedicato”.

Per questo motivo, conclude l’appello “riteniamo che questo momento forse unico dovrebbe essere colto per riportare il nostro Paese al ruolo che gli compete nello scenario internazionale nella lotta all’infezione da Hiv-Aids e alle patologie ad esso collegate, quali la coinfezione da virus dell’epatite C, tumori e malattie cardiovascolari significativamente più frequenti nei pazienti che ricevono la terapia antiretrovirale”.

@PiccininDaniele

Farmacovigilanza nell’era del web: l’informazione farmaceutica in un click

in Salute da

I consigli del ginecologo sulle gravidanze degli adolescenti. Quelli dello psicologo per contrastare l’ansia. E anche qualche suggerimento per i problemi sotto le lenzuola. Su internet vi sono migliaia di siti web che offrono assistenza e informazioni farmaceutiche/sanitarie. Le domande però sorgono spontanee: sono affidabili? Sono verificabili le informazioni? E i controlli? Vari stati Europei disciplinano le vendite dei farmaci online. Le aziende farmaceutiche provano ad adeguarsi all’era digitale sviluppando siti di informazione medica nei quali si possono consultare varie informazioni per i farmaci prodotti. L’informazione medica è disponibile 24 ore su 24. L’approccio digitale di conoscenza scientifica potrebbe o non potrebbe essere migliore rispetto alla tradizionale figura dell’informatore medico?

La situazione in Italia

In Italia, con il decreto legislativo 219/2006 nessun medicinale può essere immesso in commercio sul territorio senza aver ottenuto autorizzazione dall’Agenzia Italiana del Farmaco o da un’altra autorità comunitaria. Pertanto se vi è una legislazione attenta e attiva verso i farmaci, come ci si pone verso l’informazione scientifica?

Il caso Regno Unito

In Gran Bretagna esiste un apposito albo per la vendita online previa ricetta medica telematica. Ma fin dove è utile tale servizio? Numerosi siti propongono soluzioni farmacologiche su patologie anche serie. E così il proliferarsi di “medicina fai da te”, unità alla possibilità di comprare farmaci on line, impongono una seria e approfondita attività di monitoraggio e controllo.

Agli inizi dell’ultimo decennio, in Inghilterra, le prime aziende farmaceutiche svilupparono piattaforme “self-service” di Health Care Professional, definite “siti web Medical information”. L’idea iniziale era quella di fornire un percorso multi-canale veloce e chiaro per l’accesso alle informazioni. Fornire informazioni medico-scientifiche 24 ore al giorno, 7 giorni su 7, con un semplice clic del mouse, avrebbe permesso ai tanti operatori sanitari di velocizzare l’attività evitando le visite dell’informatore farmaceutico.
I portali permettevano “al cliente”, mediante la pagina di ricerca, la consultazione su determinati aspetti del farmaco. Gli utenti erano tenuti a registrare e confermare il loro ruolo nel settore sanitario prima di accedere al sito, così da evitare accessi inappropriati ai contenuti e caratteristiche del prodotto.

Inizialmente i siti funzionavano efficacemente e realmente nel fornire assistenza, ma nel tempo le statistiche d’accesso dimostrarono che avvenivano circa 30 ricerche al mese con solo un download.
Le ragioni? Probabilmente le nuove tecnologie non aiutarono il sito web da cui si poteva accedere solo attraverso il desktop e non, ad esempio, attraverso una piattaforma mobile come smartphone o i-pad. Inoltre, a domande molto dettagliate corrispondeva un’elevata percentuale di “ricerche fallite”.
Le esigenze sono complesse e spesso necessitano di risposte molto specifiche. Si richiedono spiegazioni “personalizzate” e un “documento standard” non è sufficiente. Gran parte del lavoro dell’informatore medico consistente nel gestire le aspettative di professionisti sanitari e fornire informazioni utili per un caso specifico, non potrà essere sostituito da “risponditori standardizzati e automatici”. Un documento con molti dati ma senza spiegazione è di scarso aiuto per tutti. Risulta quasi ovvio che sia più semplice per un operatore del settore o un potenziale cliente, alzare la cornetta o inviare una e-mail alla casa farmaceutica produttrice di quel dato farmaco per avere risposte adeguate.
I siti di informazione medica sembrano trovare poco appeal e gli utenti preferiscono un approccio fisico rispetto a quello digitale. Ma una tecnologia più aggiornata (ad esempio un sito web di informazione medica con dati provenienti da varie aziende) potrebbe essere la nuova frontiera.

Farmacovigilanza, protesi e dispositivi medici: arriva la nuova giurisdizione europea

in Salute/Wellness da

Lo scandalo delle protesi mammarie al silicone a basso costo in Francia. Quello delle articolazioni artificiali e pacemaker di dubbia qualità in Germania. E ancora il recentissimo caso avvenuto a Parma. Storie quotidiane che ripropongono con forza la querelle relativa alla fiducia nei dispositivi medici.

L’Europa si aggiorna attraverso una maggiore trasparenza e comprensione per il loro utilizzo e con precisi controlli di sicurezza. Tale regolamentazione contribuirà a garantire che i dispositivi medici siano sicuri e che funzionino bene rafforzando la trasparenza delle informazioni, come ad esempio la consegna obbligatoria della scheda contenente le notizie essenziali dello stesso apparecchio e l’identificatore univoco.

Nel settore sanitario non esiste solo il mondo conosciuto ai più, quello dei farmaci, ma anche quello dei cosiddetti dispositivi medici. Chi non ha mai utilizzato un semplice aerosol chiedendosi: e adesso come funzionerà? Questo è un esempio assai banale perché i dispositivi medici sono tanti e molte volte complessi. La loro ambizione è quella di trasformare il paziente impaurito in un operatore sanitario esperto.
E’ ovvio che questo è impossibile, ma il progetto di regolamentazione su dispositivi medici europei appena pubblicato (febbraio 2017), integrando precedenti direttive, enfatizza la sicurezza, la gestione e la valutazione di qualità, sino ad arrivare ai controlli del mercato relativo, alla tracciabilità del dispositivo, alle indagini cliniche e alla documentazione medica cercando di infondere fiducia e credibilità.
Nell’ambito della direttiva 93/42/Cee, il “Medical Device viene definito come strumento, apparecchio, software, impianto, reagente o altro prodotto usato da solo o in combinazione per scopi medici quali: diagnosi, monitoraggio, previsione, prognosi, trattamento della malattia, diagnosi, monitoraggio, trattamento, riduzione di un infortunio o di una disabilità, indagine, modifica dell’anatomia, di un processo fisiologico o patologico, esame in vitro di campioni di organi, sangue e tessuti necessarie a fornire informazioni.
Il Medical Device non deve esercitare azione farmacologica o immunologica nel o sul corpo umano né tantomeno processi metabolici.
Vengono definiti in Classi e le più significative sono la classe I e III. Per classe I si intendono i dispositivi meno invasivi (esempio quelli che implicano il solo contatto cutaneo) e per Classe III quelli a maggior impatto e rischio clinico (come i prodotti che entrano in contatto con il sistema nervoso centrale).
La direttiva 93/42 / CEE e il nuovo regolamento, evidenziano che un dispositivo utilizzato per somministrare farmaci deve essere pertinente alla componente medicinale.
La marcatura CE è resa necessaria per la commercializzazione in Europa e comporta una dichiarazione di conformità alla direttiva. Ogni etichetta ha informazioni specifiche per l’uso sicuro e appropriato.
Ad oggi, sebbene tutti i medicinali autorizzati dispongono di un “Riepilogo delle Caratteristiche Produttive”. i dispositivi medici non sono tenuti ad avere “Istruzioni d’uso” essenziali per pazienti e medici. La confusione nel settore sanitario evidenzia spesso come operatori del settore considerino un dispositivo medico, un medicinale, ad esempio le iniezioni intravenose, pre-filled di farmaco. Il regolamento del 2017 nasce da queste esigenze.
Le indagini di sicurezza e qualità di dispositivi medici dovrebbero considerare gli eccipienti e gli specifici componenti del dispositivo (esempio lattice, plastificanti), prove di convalida e verifica del software medico marcato CE, dati clinici a sostegno dello “scopo previsto” e controindicazioni nel metodo di montaggio e utilizzo. Inoltre occorre verificare la compatibilità farmaceutica ed eventuali problemi di prestazioni del dispositivo.
La vigilanza post-marketing (inclusa nella guida della Commissione Europea), riguarda il ​​“Sistema di Vigilanza Dispositivi Medici” e il nuovo regolamento incentiva le segnalazioni in caso di incidenti. Le linee guida di conformità promozionali, includendo i dispositivi medici, rimarcano la necessita’ di rigore scientifico con prove cliniche e funzionali.
Poiché il regolamento globale del 2017 viene adottato e attuato in Europa, è ragionevole prevedere maggiori richieste, da parte degli operatori sanitari, alle società di produzione e distribuzione, di proposte atte a migliore il supporto professionale per il loro utilizzo, la sicurezza post- marketing e la qualità.
Le informazioni sulla sicurezza e sull’uso delle apparecchiature mediche dovrebbero essere effettuate attraverso procedure standard, simili a quelle inerenti i medicinali. La loro classificazione però non deve essere fatta in base a una necessità clinica ma giuridica.

Artrite reumatoide: ecco come si contrasta la malattia

in Salute da
artrite reumatoide

L’esercizio fisico può essere parte integrante del trattamento dell’artrite: passeggiate, nuotate e finanche il giardinaggio possono contribuire a mantenere le articolazioni agili.  La malattia, che colpisce prevalentemente gli over 40 con un rapporto di circa 1 a 200 persone, troppo spesso scompare dai riflettori dei media. Eppure rappresenta un problema per moltissime persone. Non si riscontrano cause definite, ma predisposizione genetica. Uno dei problemi è certamente il ritardo nella diagnosi: statisticamente i sintomi sono sottovalutati e confusi con dolori reumatici. A cosa ci riferiamo quando si parla di artrite? Può l’esercizio fisico quotidiano migliorare le condizioni di vita di chi è affetto da tale patologia? Quali i trattamenti farmacologici maggiormente considerati?

La scomparsa di Anna Marchesini, stroncata dalla malattia

Recentemente Anna Marchesini, uno dei volti più noti della tv italiana, è scomparsa stroncata dall’artrite reumatoide. Una vita trascorsa sopra i palchi e una battaglia condotta con dignità fino all’ultimo dei suoi giorni. Il merito, l’ennesimo, dell’attrice, è stato anche quello di diventare un testimonial, di dare risalto alla problematica. Così le sue apparizioni in televisione sono divenute un simbolo della lotta alla patologia.

Cos’è l’artrite reumatoide

Per definizione, l’artrite reumatoide (AR) è una malattia infiammatoria a decorso cronico e progressivo che interessa le articolazioni diartroidali soprattutto mani, polsi, piedi, ginocchia e caviglie, mentre non è interessata quasi mai la colonna vertebrale. E’ una malattia autoimmune in cui tessuti sani vengono attaccati dal sistema immunitario dello stesso organismo. Il dolore generato dall’infiammazione e dalla distruzione articolare può solo essere limitato da diversi trattamenti, in quanto non vi è una cura definitiva.
Trattamenti farmacologici e non, sono indicati per ridurre o contenere il dolore, l’infiammazione e il danno articolare. Essi sono in grado di rallentare la distruzione articolare e sono indicati al fine di permettere lo svolgimento delle normali attività quotidiane mantenendo una buona qualità di vita con minimi effetti collaterali.
La diagnosi deve essere effettuata con immediatezza alla comparsa dei primi sintomi e bisogna rivolgersi a un centro di reumatologia sottoponendosi a ecografia articolare, valutando anche il flusso di sangue nelle parti infiammate: a tutto vantaggio anche della prevenzione cardiovascolare. Il trattamento farmacologico dovrà adattarsi alla salute generale del paziente valutando la gravità dell’artrite, il tempo da cui perdura e tutti i rischi/ benefici che comporterebbe l’assunzione di un medicinale.
Il medico potrebbe iniziare la terapia prescrivendo uno o più farmaci anti-reumatici modificanti la malattia chiamati “Disease Modifying Antirheumatic Drugs “(DMARDs) riducendo l’infiammazione e il dolore.
Tali farmaci possono essere biologici o meno e la loro efficacia può richiedere da uno a tre mesi: riducono il danno articolare e aiutano a mantenere la funzionalità delle articolazioni ma certamente non potranno eliminarla.

I farmaci per curarla

Il Metotrexato (MTX) è un farmaco “non biologico”, anti-reumatico modificante la malattia spesso utilizzato, in prima battuta, in combinazione con un farmaco anti-infiammatorio, come l’ibuprofene o il naprossene.
Esso ha effetti collaterali che possono generare dolori di stomaco, visione offuscata, mal di testa, sensazione di stanchezza, diarrea e test epatici anormali ed inoltre, può ridurre la produzione di alcune cellule del sangue con eventuale aumento di rischio di sanguinamento o lividi.
Regolari esami del sangue accompagnati dall’assunzione di acido folico possono essere prescritti per ridurre il rischio di alcuni effetti collaterali.
Altri DMARD non biologici orali includono idrossiclorochina, leflunomide e sulfasalazina.

Farmaci biologici

In fase diagnostica, trattamenti mediante farmaci “biologici” anti-reumatici modificanti la malattia, possono essere aggiunti alla terapia con i “non-biologici” per pazienti che non rispondono al trattamento o che hanno un livello di patologia elevata. Pazienti con artrite reumatoide precoce che hanno raggiunto un grave stadio della malattia o che non ottengono risultati con DMARD non biologici, viene raccomandato l’uso di antagonisti del “Fattore di Necrosi Tumorali” (TNF).

Tali farmaci sopprimono il sistema immunitario e possono aumentare il rischio di contrarre un’infezione. Segnalare al proprio medico curante eventuali eventi avversi come febbre, sudorazione notturna o perdita di peso durante il trattamento è molto importante affinché il quadro clinico sia sempre monitorato.

I Dmard sono spesso accompagnati da farmaci anti-infiammatori non steroidei (fans) o glucocorticoidi (steroidi). Tuttavia, questi ultimi sono solitamente farmaci in “prima battuta” cioè prescritti all’inizio della terapia per ridurre l’infiammazione e il dolore anticipando farmaci ad azione più lenta.
Il farmaco biologico Xeljanz (tofacitinib), usato per il trattamento di pazienti con artrite reumatoide affetti da moderata a grave con risposta inadeguata al Metotrexate, è il primo farmaco biologico orale posto in una nuova classe di farmaci chiamati “Janus Kinase (JAK)” inibitori. Esso può essere usato singolarmente o associato ad un Dmard non biologico.
Come altri farmaci biologici, Xeljanz può essere associato a gravi effetti collaterali come infezioni e danni intestinali. Il continuo monitoraggio della malattia e della terapia con il proprio medico è un primo passo verso la cura di questa patologia che colpisce molti di noi.
La terapia non farmacologica è un elemento importante unitamente alla cura farmacologica affinché la terapia anti-artrite reumatoide abbia successo. Nei casi più gravi, può essere utilizzata la chirurgia ricostruttiva articolare.

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