La Percezione Della Sicurezza

Category archive

Salute

Salute : Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sulla sanità.

Arriva PharmaPrime, la prima App tutta italiana per medicine a domicilio

in Salute/Wellness da

Si chiama PharmaPrime e si tratta del primo market online che permette di ordinare e ricevere a casa farmaci, parafarmaci e dermocosmesi. Basta un click e, al costo di 2,99, l’applicazione fa arrivare un ‘pharmamen’ dovunque il cliente si trovi. L’idea è di un team di ragazzi italiani, under 30, che dopo un anno e mezzo di lavoro hanno visto realizzarsi il loro progetto, già attivo nelle città di Roma e Milano.
“L’idea è nata da un’esperienza personale. Non esistevano applicazioni di questo tipo un anno e mezzo fa né in Italia nè in Europa. Così abbiamo deciso di intraprendere questa strada. Abbiamo investito i nostri soldi e ora dopo mesi la nostra app è attiva”, ha detto a Ofcs Report Luca Buscioni, Ceo dell’azienda. “Insieme a Lisa Cristianini Cmo e a Matteo Amendola Coo stiamo portando avanti l’app e dal 2018 il servizio sarà disponibile anche a Torino, Bologna, Parigi, Berlino e Barcellona”, ha continuato.

Una notizia rassicurante se si pensa che secondo il rapporto Migrantes sono circa 5 milioni i giovani che sono andati a vivere all’estero. Si è stimato che nel 2016 siano stati 15,4% ragazzi in più rispetto dell’anno precedente.  PharmaPrime rimane un progetto italiano che oltre ad essersi sviluppato in Italia vede come protagonisti giovani imprenditori del bel Paese, anche se non è stato facile anche perché, a differenza delle App dedicate al delivery food, la vendita dei farmaci è cosa ben più delicata. “Per legge le ricette date dal medico al paziente che servono per comprare il farmaco devono essere consegnate in formato originale alla farmacia. Per questo con un pagamento di 4,50 euro il ‘driver’ fa anche questo servizio. Al momento è così, ma è già preventivato che prossimamente ci sarà la possibilità di scannerizzare la ricetta direttamente dal sito e aiutare maggiormente il cliente”, ha spiegato Amendola.

Un lavoro certosino quello del team di Pharma Prime che ha iniziato l’affiliazione delle farmacie andando fisicamente in ognuna di queste a presentare l’applicazione. “Abbiamo iniziato così ma poi il passa parola ha fatto il resto”, ha detto Buscioni.

Nel sito sono disponibili circa 2 milioni di farmaci contro i 5 mila che si trovano nelle farmacie. Il servizio è attivo 365 giorni all’anno dalle 8 del mattino fino alla mezzanotte. Il cliente in tempo reale può conoscere la giacenza del singolo prodotto, avere l’accesso diretto alle schede dei prodotti con le relative immagini, le descrizioni, la sintomatologia e la posologia. L’utente può ordinare i prodotti che gli interessano al prezzo più conveniente e riceverli entro 40 minuti tracciando in tempo reale la consegna. Inoltre, PharmaPrime ha messo a disposizione del cliente una chat in tempo reale con il farmacista di fiducia e un call center dedicato alle loro esigenze. “Abbiamo ricevuto più offerte da parte di case farmaceutiche e le stiamo valutando. A noi interessa migliorare il servizio e renderlo fruibile a tutti”, ha concluso Buscioni.

 

Sognare ad occhi aperti? Migliora la nostra produttività

in Benessere/Salute da

a cura di Sara Novello

Capita di viaggiare con la mente mentre si è intenti a far altro, magari rilassandoci sulla sedia con la testa tra le mani, la scrivania affolata di fogli, matite, computer e telefonino che lampeggia a ogni messaggio. Pregio o difetto della personalita’? “Una mente distratta” può essere una eccellente arma nel nostro arsenale cognitivo. Basta solo saperla usare!

In psicologia, infatti, l’attenzione viene identificata come un processo mentale che attira la mente stimolandola istintivamente magari verso un suono, un oggetto. La concentrazione, invece, é un processo volontario rivolto verso una predeterminata azione elaborata precedentemente dalla mente.  La psicologa americana Caroline Williams ha condotto svariati test e studi arrivando a conclusioni innovative. Per la studiosa, sognare ad occhi aperti aiuta a migliorare la concentrazione e l’attenzione indipendentemente da una maggiore o minore pulsione del subconscio. Di recente la Williams ha anche pubblicato il libro “My plastic brain”.

L’accezione dominante secondo cui l’attività di concentrazione si incrementa eliminando i rumori esterni tipici della distrazione andrebbe rivista in quanto, secondo vari studi, il distrarsi deliberatamente, per intervalli brevi durante un incarico, permetterebbe alla mente di rigenerarsi e di ottenere nuova concentrazione sull’attività che si sta svolgendo: studio, lavoro, sport o altro. La soglia di concentrazione che il cervello può raggiungere é limitata e sforzarsi di andare oltre la normale capacità cognitiva non permette di raggiungere l’obiettivo portando spesso a infastidirsi e allo scoramento. Da qui la considerazione che il famoso detto “sognare ad occhi aperti” porta benefici mentali ed umorali.

Chi non ha mai sognato ad occhi aperti magari pianificandolo anche nei minimi dettagli?

Questo “sciocco” esercizio allevia paradossalmente la fatica e permette di focalizzare meglio l’attenzione sul da farsi. Un gesto apparentemente semplice, come scarabocchiare qualcosa in un foglio, permette non solo di distrarsi volontariamente ma anche di focalizzare visivamente quello che si sta cercando fornendo indicazioni su come ottenerlo. L’abitudine di pensare che una massiccia dose di caffeina possa aiutare a migliorare la concentrazione non è scientificamente provabile, se non come momentaneo stimolo per il sistema nervoso centrale agendo sul recettore della adenosina. Lo stress libera svariati ormoni, tra cui le noradrenaline che vanno a legarsi ai recettori del “circuito del controllo cognitivo”. Tutte queste sostanze aumentano l’ “ansia da prestazione” non permettendo alla mente di staccare la spina neppure per un momento dallo studio o dal lavoro da svolgere. Risultato? La mente sarà completamente bloccata.

Dormire prima di un esame fa bene

La ricerca ha dimostrato che una sana dormita prima di un esame aiuta a memorizzare le informazioni acquisite organizzandole molto meglio nel cervello. Ripetere centinaia di volte la stessa lezione, ponendosi sempre il solito quesito per dare la giusta risposta, comporta uno stress cognitivo enorme in quanto se venisse posta la stessa domanda sullo stesso argomento ma parafrasandolo, si andrebbe in shock mnemonico nonostante la conoscenza della risposta. Non affaticare la mente con tour de force per conseguire un auspicato risultato, così come spingere oltre i limiti naturali le proprie facoltà mentali, sono accorgimenti utili in aggiunta a ponderati ma necessari svaghi.

Tutte queste indicazioni che appaiono scontate, in realtà non lo sono affatto e migliorare la concentrazione significa migliorare le funzioni cognitive associate all’incremento del cosidetto problem solving, all’intuizione e alla creatività personale.

Rifugiarsi in un sogno, anche solo per un momento, dunque non è una perdita di tempo e non mina l’efficacia e l’efficienza del proprio essere e neppure la produttività risentirebbe di questo break, anzi esso permette di sfruttare al meglio tutte le nostre energie e capacità mentali.

A dimostrazione di questa ricerca, pubblicata sulla rivista scientifica New Sciense, ulteriori studi scientifici debbono essere effettuati ma non costa nulla provare a distrarsi consapevolmente testando questa teoria!

Ringiovanire grazie alle trasfusioni di sangue: in Usa è boom di start-up

in Salute/Wellness da

a cura di Sara Novello

Negli Stati Uniti, terra pioniera di start-up ultra tecnologiche, stanno prendendo sempre più piede quelle concentrate nel business dell’eterna giovinezza. Di recente la Alkahest, società diretta da Tony Wyss-Coray, neuroscienziato presso la famosa Stanford University in California, ha rilasciato studi clinici su alcuni test compiuti su animali sin dal 2014, indicati come “young blood treatment”, dimostrando che in sole tre settimane di trattamento, mediante infusioni di plasma da topo giovane verso quello anziano, vi era un indiscusso miglioramento cognitivo. Da questa evidenza scientifica, la società ha iniziato studi e test inerenti la trasfusione di plasma umano giovane verso persone anziane, per lo più affette da Alzheimer, con l’ambizione di ottenere soddisfacenti risultati già entro quest’anno.

Un’altra start-up rimbalzata agli onori della cronaca é la Ambrosia di Washinghton DC gestita da J.Karmazin. La sua equipe ha sperimentato questo trattamento inizialmente su un numero non specificato di pazienti da tutto il mondo. Il 70% di essi, dopo un mese di trattamento con plasma da persone comprese tra i 16 e i 25 anni, ha ottenuto significativi benefici riducendo i biomarcatori del sangue associati al rischio di cancro, Alzheimer ed attacco di cuore. Il livello di colesterolo e’ notevolmente diminuito al pari di una terapia con somministrazione di statine. J. Karmazin ha evidenziato, altresi, gli effetti positivi su una paziente affetta dalla sindrome da fatica cronica che ha potuto riprendere le normali attività ritornando. Sebbene ad oggi la comunità scientifica non riconosca totalmente gli studi di Ambrosia, in particolar modo verso il rigore scientifico richiesto per gli studi clinici promossi mettendo in guardia potenziali clienti come possibile illusione, J. Karmazin si appresta ad aprire la sua sesta clinica “blood spa” in America pubblicizzando un trattamento di soli 30 minuti al costo di 500 dollari.

Può apparire come un film futurista, ma tornando indietro nel tempo già a metà del diciannovesimo secolo, grazie ad una tecnica chiamata parabiosi (tecnica chirurgica che prevede l’unione di due organismi animali attraverso tessuti o organi effettuata a soli scopi sperimentali), si confidava che il cosidetto “young blood” avesse il potere del ringiovanimento. L’unione capillare di due ratti, uno giovane e uno anziano, dimostrava il netto miglioramento fisico di quest’ultimo. Nel 2000, ricercatori della Stantford University, ripresero tale tecnica e nuove evidenze scientifiche riaffermarono l’incredibile ringiovanimento di quest’ultimo.

Il segreto dell’eterna giovinezza

Il segreto dell’eterna giovinezza sembra essere racchiuso nel plasma, parte liquida del sangue, ricca di proteine, sali minerali, immunoglobuline. Questi elementi variano con l’età della persona con effetti differenti: negli anziani comporta elevati livelli di componenti infiammatori danneggiando i tessuti, al contrario nei giovani vi e’ un’alta concentrazione di fattori stimolanti e ricostituenti.

Irina Conboy, ricercatrice presso l’universita’ Berkeley, critica verso questo business, ha evidenziato l’alto rischio di contrarre l’HIV o di sviluppare reazioni autoimmuni nonché contrarre malattie spesso mortali. Con ulteriori studi effettuati, ha evidenziato come in realtà nel sangue del topo giovane aumentassero i marcatori, indici di infiammazione, danneggiando quindi se stesso nonostante migliorie nel sangue del topo piu’ anziano. La ricercatrice, inoltre, ha sviluppato una tecnica chiamata “anti-ageing” creata dalla Unity Biotechnology che consiste nel filtrare il sangue del paziente rimuovendo dal plasma possibili componenti dannosi per poi ,una volta rinnovato, rinnietarlo al suo legittimo proprietario evitando cosi possibili serie complicazioni.

Ci stiamo dunque addentrando in un mondo grottesco dove la strega cattiva o il vampiro di turno strappa la giovinezza alle fanciulle?

E’ indubbio che qualsiasi business attiri invidie e competizioni. Grossi capitali spesso vengono impiegati e spesi in costose ricerche e certamente buchi nell’acqua non sono graditi. Irina Conboy, ad esempio, viene sostenuta dalla società di investimento di Jeff Bezoz, fondatore di Amazon, mentre altri ricercatori ottengono risorse dal mondo finanziario generando il sospetto che la ricerca scientifica sia in realtà ricerca di profitti mediante la vendita di chimere. Nuove iniziative sull’argomento saranno effettuate da varie Università, in collaborazione con aziende farmaceutiche che aggiungeranno tesi scientifiche. Ma l’unica certezza resta, al momento, che un uomo di 75 anni non potrà mai tornare ad essere un uomo di 35.

Botulino serial killer: piu’ potente del cianuro e del veleno di cobra

in Salute da

Presentato come il segreto dell’eterna giovinezza in realtà è un potenziale serial killer. Il botulino, negli ultimi anni, si è prepotentemente imposto come vero e proprio stile di vita per apparire più belli, più giovani, più sicuri di noi stessi. Ma qual è la vera storia di questa tossina il cui scopo cosmetico, e non più terapeutico, ha decisamente preso una piega inaspettata incrementando disastrosi risultati piuttosto che positivi rimedi estetici?

Per la farmacovigilanza internazionale le tossine botuliniche sono considerate veleni tossici per gli esseri umani. In particolare la tossina botulinica A è il sierotipo più potente con una tossicità pari a un milione di volte superiore la tossina presente nei cobra e nelle fiale di cianuro.

Le indicazioni della tossina botulinica sono in continua espansione

L’uso terapeutico della tossina botulinica risale a circa due secoli fa, quando ne fu  riconosciuto l’effetto nei muscoli scheletrici e sulle funzione  del sistema parasimpatico.

Nel 1979, è stata approvata per il trattamento dello strabismo, nel 1990 fu considerata come terapia sicura e efficace per il trattamento della distonia oromandibolare e della distonia cervicale.

Nel 2002, la Us Food and Drug Administration (Fda), approvò l’uso della tossina botulinica di tipo A nel trattamento delle rughe di espressione, le iniezioni della stessa sono diventate la procedura cosmetica più comune anche se il trattamento delle linee del viso diverse da quelle di espressione è considerato un vero trattamento off-label cioè al di fuori delle sue reali funzioni terapeutiche.

Nel 2005 la farmacovigilanza americana puntò il dito contro l’uso della tossina botulinica pubblicando uno studio compiuto tra il 1989-2003 in cui furono analizzati 407 casi di eventi avversi di cui 217 gravi e 36 rapporti relativi all’uso cosmetico di cui trenta caratterizzati da possibili complicanze della tossina botulinica. Gli eventi avversi gravi correlati all’uso cosmetico di tale sostanza comprendevano ipertiroidismo, granuloma sarcoidale, pseudoaneurisma e grave insufficienza respiratoria. In alcuni pazienti venne notato come 5 anni dopo l’uso continuo della tossina botulinica vi fosse una costante debolezza generalizzata del fisico.

Nel periodo 2008 – 2009 la Fda pubblicò dati di farmacovigilanza a dir poco sconcertanti inerenti le tossine botuliniche di tipo A e B. Tali dati indicavano nuovamente serie reazioni avverse in particolare a carico dell’apparato respiratorio.

Le neurotossine botuliniche rappresentano alcune delle sostanze più tossiche in natura. Il loro meccanismo d’azione si basa sull’inibizione del rilascio di acetilcolina alla giunzione neuromuscolare dei muscoli striati, causando paralisi muscolare.

La vigilanza

Vigilare su tale sostanza non è cosi semplice in quanto gli eventi avversi più gravi provengono da sistemi di segnalazione spontanea (cioè da parte di pazienti) che non possono essere utilizzate statisticamente per determinare l’incidenza degli stessi in quanto non sono state prese in considerazione né l’esposizione del paziente né la quantità di tempo del farmaco sul mercato. Inoltre, una valutazione della causalità risulta difficile nel contesto di sistemi di segnalazione spontanea.

Non ci sono studi circa l’abuso della tossina botulinica nonostante i dati statistici della società americana per la chirurgia estetica e plastica indicano che nel 2009 sono state eseguite 2.557.068 procedure .
I dati di farmacovigilanza e le segnalazioni di casi implicano che la tossina botulinica possa essere associata a gravi eventi avversi come la paralisi generalizzata, la disfagia, la depressione respiratoria e persino la morte. Gli eventi avversi gravi possono essere dipendenti dalla dose e attribuiti alla diffusione locale della tossina botulinica in aree adiacenti. Molti studi  hanno dimostrato come la tossina botulinica possa diffondersi ad una distanza di 30-45 mm dal sito di iniezione. Tuttavia, la diffusione generalizzata della tossina è possibile dopo un uso terapeutico o cosmetico a lungo termine. Sfortunatamente non esistono dati sufficienti sulla sicurezza a lungo termine di questa sostanza, soprattutto se utilizzata per motivi estetici.

Nonostante essa sia considerata sicura, la sua incontrollata diffusione e le indicazioni costantemente al di fuori del solo uso terapeutico causano eventi avversi gravi e a lungo termine su cui la farmacovigilanza ha il dovere di vigilare cercando nuovi dati utili alla sicurezza della salute pubblica.

Sesso e privacy, quando il controllo ossessivo nella coppia diventa violenza

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

“Controllare il partner, violare la sua privacy è un campanello d’allarme che qualcosa non va nella coppia”. Lo dice a Ofcs Report il dottore Marco Rossi, psichiatra e sessuologo, in merito a un ultimo studio condotto dalla Federazione Italiana di sessuologia secondo cui il 60% delle persone non ha problemi se il partner gli controlla il telefonino. Nonostante questi numeri, non sono pochi i casi di violenza estrema dovuti spesso all’eccessiva gelosia finiti tra le pagine di cronaca.
Secondo i dati Istat del 2014, infatti, il 13,6% delle donne ha subito o subisce violenza sessuale e fisica dall’attuale partner o ex. Nell’epoca digitale, dove tutto è racchiuso nei propri cellulari, tablet e pc, sembrerebbe verosimile che molti dei motivi di litigio portano a violenza, siano provocati da un continuo controllo della privacy dell’altro.

Dottor Rossi, secondo un ultimo studio  “Intimità e sessualità”, condotta dalla Federazione italiana di sessuologia scientifica, il 60% delle persone non ha problemi se il partner controlla il telefonino. Nonostante questo sono molti i casi di cronaca che ci raccontano di donne uccise dai mariti e fidanzati troppo gelosi, o viceversa. Lei cosa pensa in merito alla privacy all’interno di una coppia?

“Partiamo dal presupposto che la privacy è fondamentale all’interno di una coppia. Trovo che sia sbagliatissimo controllare il telefono o i social del partner. Qualunque tipo di relazione deve basarsi sulla fiducia e dal momento che si va a controllare qualcosa viene a mancare automaticamente la fiducia e quindi il rapporto si incrina. Prima di tutto bisogna capire perché lo si fa. Chiedersi il rapporto come va e capire le motivazioni di tale gesto. Proprio perché l’amore si deve basare sulla fiducia, il controllo è una violazione di una privacy e di una segretezza che è invece parte del gioco seduttivo. All’interno della coppia una persona deve avere una propria indipendenza, una vita che deve gestire al di fuori di una coppia. Il volere una copia totalmente trasparente dell’altro rende poi poco interessante un rapporto”.

Esistono nei rapporti sessuali dei campanelli d’allarme per riconoscere atteggiamenti violenti che covano dentro qualcosa di pericoloso per la sicurezza del partner? 

“Sì, per esempio un’eccesso di violenza verbale, un costante atteggiamento svalutativo e molto forte verso l’altro. Dall’atto verbale poi si può sfociare agli atti di violenza come uno schiaffo, un pizzicotto, il tenere per le braccia, per i polsi, le minacce, tutti gesti che non vanno sottovalutati. Per quanto riguarda gli uomini vittime delle donne c’è da dire che la donna, per istinto, se usa violenza lo fa in maniera segreta. Le donne usano violenze nascoste o manifestazioni esagerate di gelosie. Spesso con ricatti. Ma difficilmente, tranne casi limite, hanno manifestazioni di violenza fisica. Le persone che fanno una violenza, sono spesso le stesse che non hanno un controllo delle proprie azioni. Hanno un’idea di possesso, di potere sull’altro. E’ sbagliato credere che il partner sia una propria proprietà. Chi uccide l’altro non riesce ad accettare che questo si allontani e che abbia altre storie. Chi usa la violenza non ha nessun freno inibitorio. A questo proposito voglio sottolineare che a mancare è un’idea educativa. Da subito bisogna imparare che chi sta con noi in un rapporto amoroso non lo deve fare per obbligo ma per scelta”.

Crede che il controllo ossessivo dei social, dei messaggi, delle mail e delle chiamate del partner abbiano a che fare con una seguente violenza fisica? 

“Può essere un campanello di allarme che qualcosa non va nella coppia. La questione della violenza è qualche gradino oltre”.

Il sesso che ruolo ha nell’equilibrio di una coppia? 

“Quando parliamo di coppie  dove c’è violenza parliamo di rapporti dove il sesso non è giocoso, non è divertente. Sono coppie che vivono il sesso come cosa obbligata volendo di continuo dare dimostrazione di potere sull’altro”.

Le vittime, uomini o donne, hanno dai 14 ai 70 anni. L’ultimo caso di cronaca ci parla della giovane Noemi di solo 16 anni. In che modo un amore adolescenziale può creare disturbi così gravi da portare a commettere un omicidio? 

“Prima di tutto c’è una questione culturale. I ragazzi hanno acquisito modelli da parte di qualcuno, che possono essere genitori, compagni o gruppi sociali. Bisogna dire che in italia esiste ancora una forte connotazione di cultura maschilista. E quindi, persone che hanno avuto questo tipo di educazione, questi esempi di violenza, sono persone che vivono le relazioni con altri volendo cercare una continua affermazione violenta di se stessi, e con gli adolescenti questo è più facile che avvenga”.

Lei cosa consiglia alle persone preoccupate da alcuni atteggiamenti del partner (seppur  non ancora ben definiti) per riconoscere atteggiamenti che vanno oltre la normale gelosia? 

“Consiglio di parlarne con le persone vicine e metterle al corrente. Bisogna stare allerta e non appena il partner o la partner va oltre e diventa violenza in qualche modo, allontanarsene velocemente e non tornare più indietro. A tal proposito è giusto chiarire che i sistemi di protezione funzionano. I tristi casi di cronaca che sentiamo dove ci sono state molte denunce che non sono servite a nulla, sono purtroppo dei fatti che non possono condizionare un intero sistema”.

 

 

 

 

 

 

Biotestamento game over: Il Pd si rimangia le promesse e passa la palla alla prossima legislatura

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

La legge sul testamento biologico torna al capolinea e ora toccherà ripercorrere tutta la strada, passando dal via di una nuova legislatura appesa alle promesse elettorali disattese da almeno 8 anni e più precisamente dal 9 febbraio 2009, giorno in cui Beppino Englaro, tra mille polemiche, staccò la spina alla figlia Eluana Englaro, accendendo i riflettori di un dibattito che fino ad oggi ha alimentato solo polemiche e mai un testo di legge approvato.

Che il biotestamento “non s’avesse da fare” del resto noi lo scrivevamo già sei mesi fa per questo la fumata nera di ieri al Senato non è una novità ma, piuttosto, la conferma che in Italia sui temi etici siamo alle prese con la sindrome di Peter Pan.

testamento biologico

Ma andiamo con ordine. Nella giornata di ieri in commissione Sanità del Senato l’esame del ddl sul biotestamento, nonostante l’impegno di portare le Dat in Aula annunciate dalla presidente dem e relatrice del testo, Emilia De Biasi, è rimasto affossato da circa tremila emendamenti. La De Biasi ha chiesto tempo per tentare l’ultima mediazione possibile anche se sa benissimo che la maggioranza di governo non può contare sull’appoggio di tutte le sue componenti, a cominciare da quella di Ap che ha firmato gran parte delle proposte di modifica, alle quali si aggiungono numerosissime anche quelle a firma Lega Nord e Forza Italia.

Un blocco politico ancor prima che temporale che, con la fine della legislatura ormai alle porte, spinge il Partito Democratico a fare spallucce e a rimpallare ai prossimi colleghi di Montecitorio l’onere di partorire in Italia una legge sul Fine Vita. Certo ora qualcuno dovrà assumersi la responsabilità di spiegarlo ai 250mila pazienti in Italia per i quali ogni anno le cure e i protocolli medici non hanno più un’utilità clinica. Molti di questi casi si sono rivolti all’Associazione Luca Coscioni, da sempre in prima fila per l’eutanasia, come dimostrano le drammatiche richieste giornaliere raccolte in quello che abbiamo definito “Il Libro del Fine Vita“.

Secondo un recente rapporto dell’Istat sui suicidi tra il 2011 e il 2013 circa un caso su cinque è associato alla presenza di una o più malattie gravi, dunque di condizioni fisiche o psichiche talmente debilitate che potrebbero aver influenzato la scelta di morire. Si tratta di 2.401 casi su un totale di 12.877 suicidi. Il pollice verso per l’approvazione della legge sul Biotestamento ha scosso e non poco le associazioni pro eutanasia e pro vita. Mina Welby, Presidente dell’Associazione Luca Coscioni si dice “dispiaciuta, ma non sorpresa, dalla notizia della fumata nera arrivata dal Senato. Nonostante la Presidente De Biasi, con la quale pure condividiamo il sostegno alla legge, avesse promesso che entro questa settimana avrebbe mandato il testo in Aula senza relatore, la riunione di oggi della Commissione Sanità ha invece tergiversato e deciso di proseguire un inutile esame in Commissione Sanità, dove 3.000 emendamenti sono stati presentati con il solo scopo di bloccare tutto”, ha detto amareggiata la Welby. “E’ un vero peccato – prosegue il presidente della Luca Coscioni – che l’impegno assunto da De Biasi sia stato per il momento disatteso. Certamente né io né Marco Cappato, con il quale prosegue l’azione di disobbedienza civile, né l’Associazione Luca Coscioni ci rassegniamo alla distruzione di anni di lavoro e di lotte. Continueremo il nostro percorso verso la libertà di decidere fino alla fine”.

Soddisfatto, invece, Toni Brandi, presidente di Pro Vita Onlus. “Sono molto felice che il buonsenso ha trionfato”, spiega ad Ofcs Report. “Questo ddl è sbagliato perché è sbagliato il suo presupposto fondamentale. Nessuno ha la sfera di cristallo per sapere in anticipo come reagirebbe di fronte a una malattia grave o a una disabilità. In queste situazioni si manifesta un forte, naturale desiderio di vivere e non è vero che si può decidere anticipatamente, si potrebbe solo ipotizzare e decidere della morte sulla base di un’ipotesi astratta, il che equivale ad una follia”, attacca Brandi.

testamento biologico

Per lo storico leader dell’associazione Pro Vita “Firmando le Dat si rischia di commettere un errore irreversibile, scontandone le conseguenze solo nel momento in cui sarà impossibile fare un passo indietro“.

@PiccininDaniele

Chikungunya, l’allarme si fa sempre più alto: sintomi e diffusione

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Con poco meno di 50 casi diagnosticati, per lo più nel Lazio, l’allarme Chikungunya nelle aree investite dall’ondata si fa sempre più alto nonostante gli esperti tendano a ridimensionare il fenomeno. La conferma dell’esistenza di una vera e propria epidemia è arrivata direttamente dal Centro europeo per il controllo delle malattie e, mentre il Comune di Roma, colpito nella sua area sud-est, ha avviato un piano emergenziale di disinfestazione, prosegue la raccolta di sangue per le trasfusioni di sangue messe a disposizione da dieci regioni italiane. Intanto, sempre il Centro Europeo di Controllo delle Malattie (Ecdc), in un documento, tiene a sottolineare la probabilità di un aumento dei casi, anche in relazione alla minima variazione di temperatura prevista da qui alle prossime settimane. Infine, la Croce Rossa, ha attivato un canale diretto al numero 065510 con la propria sala operativa per tutti i tipi di informazioni e segnalazioni di presunti nuovi focolai.

Da dove viene la Chikungunya?

A scanso di equivoci chiariamo che la Chikungunya non è un tipo di zanzara bensì un malattia virale trasmessa dalle zanzare. Questo virus appartiene alla famiglia delle Togaviridae, mentre il la tipologia è quello dell Alphavirus, responsabile di varie epidemie tropicali. La Chikungunya viene infatti trasmessa dalla cosiddetta Aedes albopictus meglio nota alle cronache come zanzara tigre, ormai praticamente diffusa su tutto il terriorio nazionale sin dal 1990 a causa di un focolaio presente all’interno di alcuni pneumatici provenienti dagli Stati Uniti ed ha, via via, soppiantato le specie di zanzare autoctone tanto da essere inserita all’interno della lista delle cento specie più invasive al mondo. Il nome Chikungunya deriva dal makonde, un idioma diffuso in Monzambico e significa “ciò che contorce” o “ciò che piega”.

I sintomi e la diffusione

La sintomatologia principale comprende febbre molto alta, dolori alle articolazioni e, più raramente fastidiose irritazioni cutanee. La malattia anche se originaria delle zone tropicali e subtropicali dell’Africa e dei Caraibi, grazie al turismo e ai flussi migratori si è, progressivamente, diffusa anche al di fuori di queste zone. L’Italia, nel 2007, è stato il primo paese europeo a diagnosticare un caso di Chikungunya. I casi si presentarono in due piccole località italiane: Castiglione di Romagna e Castiglione di Cervia.

Chikungunya, l’esperto: non bisogna fare allarmismi

in Salute da

“Non bisogna sottovalutare nulla, ma non c’è bisogno di fare allarmismi”. Così Roberto Cauda, direttore del reparto malattie infettive dell’Università Cattolica Gemelli di Roma, in un’intervista a Ofcs.report in merito ai recenti casi di Chikungunya in Italia.

Professore Cauda, può spiegare cos’è la Chikungunya?

“La Chikungunya è una malattia virale che si trasmette nella stragrande maggioranza dei casi attraverso un vettore: la zanzara. Non è una malattia nuova. Ne conosciamo l’esistenza dal 1952, quando è stata descritta per la prima volta in Tanzania. Infatti il nome della patologia significa ‘contorcersi’ in lingua locale africana. Il significato della parola fa riferimento a una delle manifestazioni più importanti della malattia, rappresentata da forti dolori alle articolazioni. Negli ultimi 65 anni ci sono state più segnalazioni e sembra che il virus si sia mosso verso il sud est asiatico dove ci sono state epidemie, poi prontamente contrastate attraverso un’accurata disinfestazione”.

 

Dottor Roberto Cauda direttore reparto malattie infettive Università Gemelli Roma

In Italia è la prima volta che si verificano casi della malattia?

“Per quanto riguarda il nostro Paese, la prima volta che ne abbiamo sentito parlare a livello di grande pubblico è stato nel 2007, quando in due cittadine dell’Emilia Romagna si sono verificati oltre 100 casi di malattia. Il virus è stato prontamente riconosciuto quella volta come oggi e sono state messe in atto le misure tese a eliminare il vettore, la zanzara”.

Che tipo di zanzara può trasmettere il virus?

“Prima la zanzara, che funzionava da vettore per il virus, era della specie Aedes aegypti ma si pensa, con ogni probabilità, che ci sia intervenuta una mutazione genetica del virus così da consentire la possibile traduzione anche da parte di una zanzara diversa, quella tigre, chiamata Albopitcus: da noi, in Italia, è interessata solo la zanzara tigre. E’ fondamentale ricordare, poi, che non tutte le zanzare tigre sono portatrici di Chikungunya, ma solo e soltanto quelle che hanno punto un soggetto malato. Non è giusto pensare, nemmeno dire, che tutte le zanzare tigre che pungono possano trasmettere il virus”.

Crede che in qualche modo il problema dell’immigrazione abbia contribuito alla diffusione della malattia?

“No, non credo. Non è un problema d’immigrazione ma di globalizzazione. E’ evidente che viviamo in un mondo globalizzato e non rendercene conto sarebbe come negare il nostro tempo. Chiunque la può portare, anche chi va in vacanza e viene punto”.

La trasmissione avviene solamente da zanzara a uomo?

“No. Anche attraverso le trasfusioni. E’ importante sottolineare la presenza di soggetti che possono non aver manifestato la malattia perché in fase di incubazione, il cosiddetto periodo ‘finestra’. In questo caso il soggetto può non essere identificato e fare delle donazioni di sangue infettando involontariamente qualcun altro.
Detto questo, la Chikungunya è una malattia benigna che non è grave. E’ molto simile a un’influenza. I sintomi sono spossatezza, malessere generale, dolori muscolari, dolori articolari soprattutto. Non ha una sua cura specifica perché virale ma ha il suo corso che dura circa 7 giorni. Le complicazioni non sono frequenti e in genere si osservano nei bambini o nelle persone anziane”.

C’è una profilassi che si può fare?

“Se si decide di partire per luoghi dove il virus è diffuso ci sono delle accortezze. Non esiste una vaccinazione. Detto questo consiglio di recarvi in questi luoghi con maniche e pantaloni lunghi, vestiti chiari, munirsi di repellenti per tenere lontano zanzare e dormire con la zanzariera”.

Ci dobbiamo preoccupare?

“No, perché bisogna guardare i numeri che non sono tanti. E’ vero che non bisogna sottovalutare nulla ma neanche cadere nell’allarmismo di massa. Sono state messe in atto tre misure importanti: la misura ambientale con una disinfestazione massiccia, una misura precauzionale bloccando le donazioni di sangue e la misura dell’informazione tra medici che, grazie alla costante attenzione, ha permesso di riconoscere da subito un virus per niente frequente nel nostro Paese. Questo denota una classe medica vigile”.

Farmacovigilanza, ecco chi garantisce la sicurezza dei medicinali

in Salute da

“L’uso di farmaci comporta dei benefici…solo quando funzionano!”. Spesso tale affermazione diventa certezza nella comune percezione. Del resto in tanti ignorano le procedure dei controlli qualitativi e quantitativi che contribuiscono a elevare l’efficacia del prodotto. Un esempio delle verifiche messe in campo dalla farmacovigilanza emerge proprio in questi giorni: un diffuso sciroppo per la tosse è stato ritirato dalle farmacie a scopo precauzionale in quanto conterrebbe della sostanza in sovrasaturazione.

L’azienda farmaceutica, ha provveduto al ritiro di alcuni lotti, ma non del medicinale che resta valido nelle affezioni di tosse e catarro. Il richiamo precauzionale è dovuto alla possibile presenza di “precipitato”, confermato dall’analisi effettuata presso un sito di produzione su campioni dei suddetti lotti. Le confezioni dei lotti in questione, presenti in farmacia, saranno immagazzinate in un’apposita area sicura e quindi predisposte per essere inviate a Assinde. Si tratta di una società partecipata da Farmindustria, Federfarma, Assofarma, e specializzata nello smaltimento rifiuti speciali.

Sempre più rilevante dunque è la necessità di garantire una corretta e sicura produzione e distribuzione di farmaci, evidenziandone gli standard generali della sicurezza. I principali criteri riguardano l’appropriatezza del packing (confezionamento), la consegna, la conservazione e ovviamente la qualità chimica del farmaco stesso.

L’azione di vigilanza e le direttive

L’azione di vigilanza dell’Agenzia Italiana del Farmaco (Aifa) interviene sul ritiro del farmaco dal mercato, qualora tali standard non venissero rispettati. Ne consegue che non solo l’azienda farmaceutica produttrice esegue un’attenta e rigorosa verifica degli stessi , sebbene spesso lo scetticismo regna sovrano nella pubblica percezione della materia.

Numerose sono le direttive e i decreti emessi inerenti la vigilanza. E non solo per le reazioni avverse da farmaci verificatesi in normali quadri clinici. Spesso infatti sono determinanti gli errori terapeutici, gli abusi, i misusi (overdose), l’uso di medicinale in modo inappropriato, o ancora i difetti di qualità.

Con un provvedimento amministrativo della Agenzia Italiana Farmaco, a effetto immediato, si può imporre la vendita o il ritiro del medicinale qualora esso sia nocivo per le normali condizioni di impiego, per la mancanza di effetto terapeutico, per un non soddisfacente rapporto rischio/beneficio, per una composizione qualitativa e quantitativa insufficiente. La sospensione all’immissione in commercio ha validità temporanea, in attesa che siano disponibili ulteriori accertamenti sulle caratteristiche del farmaco.

La Good Manufactoring Practice (Gmp) è la norma da soddisfare nel processo produttivo dei farmaci

L’industria farmaceutica dell’Unione Europea ha elevati standard qualitativi nello sviluppo, nella produzione e nel controllo dei medicinali. Essi necessitano di un’autorizzazione di fabbricazione (Manufacturers Lincences, Ml) indicante la conformità del prodotto sulla sicurezza, la qualità e l’efficacia. Il produttore farmaceutico deve predisporre un file costantemente aggiornato descrivente le politiche aziendali adottate in termini di attività e controlli di qualità, tra cui la valutazione di tutte le strutture produttive necessarie (locali adeguati, spazio, attrezzature e servizi). Non è previsto un limite temporaneo per le segnalazioni e esse non sono considerate tali se non contengono il nome e il ruolo del segnalatore, l’identificabilità del paziente, la descrizione della reazione avversa, il sospetto inerente il farmaco utilizzato, la data d’insorgenza della reazione, la gravità e il tipo di terapia. Successivamente la scheda di segnalazione verrà controllata dal responsabile di farmacovigilanza per la congruità e appropriatezza dei dati inseriti per le successive fasi di accertamento. Qualora vengano riscontrate e accertate criticità la scheda di segnalazione, verrà inserita nelle rete nazionale di farmacovigilanza, informando il responsabile del centro regionale di farmacovigilanza e all’azienda farmaceutica. Il centro regionale valuterà poi il nesso di causalità nel rapporto farmaco-reazione avversa segnalata. Tale causalità potrà essere valutata come “critica o importante”.

Per  “Difetti di prodotto critico” si intendono tutti quelli che possono essere pericolosi per la vita e causare lesioni gravi  (prodotto etichettato con un nome errato, prodotto contraffatto o manomesso deliberatamente, contaminazione microbica di un prodotto sterile).

Per  “Principali difetti del prodotto” si intendono tutti quelli che possono mettere il paziente a rischio significativo, ma non in pericolo di vita (disinformazione o mancanza di informazione di un’etichetta o di un foglietto illustrativo, contaminazione microbica di prodotti non sterili, inadempimento circa il dosaggio del principio attivo).

Una copia del rapporto verrà, inoltre, inserita nel database Eudravigilance (network internazionale istituito dalla Agenzia Europea del Farmaco, contenente i reports delle reazioni avverse ai farmaci autorizzati nell’Unione Europea, inoltrati dalle agenzie regolatorie e delle aziende farmaceutiche dell’Unione).

La qualità e la sicurezza del farmaco sono il frutto di ricerche nel campo della produzione e nella somministrazione. Ogni nuovo medicinale deve superare con successo vari test e non di meno essere costantemente monitorato dalle agenzie regolatorie nazionali e internazionali. Insomma, la politica farmaceutica deve prevedere misure oculate e sostenibili in tema di spesa, ma non a discapito della sicurezza.

Pesticidi, allarme Federconsumatori: “Contaminano il 63% delle nostre acque”

in Ambiente/Difesa e Sicurezza Nazionale/Infrastrutture/Salute da

Le acque superficiali del nostro Paese risultano contaminate da pesticidi nel 63,9% dei punti controllati, con punte del 95%, ad esempio in Umbria”. A lanciare l’allarme è la Federconsumatori, che riporta i dati recenti del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque dell’Ispra. Il trend di crescita della concentrazione di pesticidi dal 2012 al 2016 si aggira su un +20% per le acque superficiali e su un +10% per quelle sotterranee, con gli erbicidi che la fanno da padrone. In alcune zone l’acqua è così inquinata da non poter essere utilizzata per irrigare l’orto e neanche per lavare i piatti, spiegano da Federconsumatori. Dati alla mano e vista la crisi idrica che sta colpendo il nostro Paese a causa della siccità di questi mesi, è evidente che ci troviamo di fronte a “un’emergenza ambientale a livello nazionale” a cui bisogna trovare urgenti risposte.

Il tema del razionamento dell’acqua pubblica avviato da vari sindaci in queste ore, non ultima Virginia Raggi che ha emesso un’ordinanza contro gli sprechi nella Capitale, tocca anche la questione dell’acqua in bottiglia: “prima di fermare l’uso potabile e rischiare di bloccare la filiera agroalimentare forse sarà il caso di affrontare il problema dell’imbottigliamento e il controllo sulle concessioni, che spetta alle Regioni”, dicono i consumatori. “Non è ammissibile che i cittadini restino senza acqua potabile e che le concessioni arricchiscano le aziende private”. Il fatturato del settore delle acque minerali in Italia è di 2,7 miliardi all’anno.

Quanto all’inquinamento nella maggior parte del territorio italiano è causato dall’utilizzo intensivo in alcune zone di prodotti per l’agricoltura come diserbanti, pesticidi e concimi, unitamente ai materiali di scarto prodotti dalle industrie, soprattutto le lavanderie a secco, le industrie del tessile e le industrie metalmeccaniche, dove in molti casi gli stessi imprenditori ignorano la pericolosità delle loro azioni. Altrettanto pericolose le discariche, costruite o gestite male: in questi casi, sostiene Federconsumatori, è urgente intensificare il controllo sulle autocertificazioni delle imprese per il rilascio a valle da parte delle discariche e sugli effetti dell’interramento dei rifiuti industriali.

Inquinamento ma anche dispersione di acqua in una rete nazionale che definire “colabrodo” è un eufemismo. Ogni anno, secondo i dati Istat, il 38,2% di quanto immesso nelle reti di distribuzione dell’acqua potabile dei comuni capoluogo di provincia viene disperso. Una perdita giornaliera enorme il cui volume, stimando un consumo medio di 89 metri cubi annui per abitante, soddisferebbe le esigenze idriche di un anno di 10,4 milioni di persone.

Nonostante le falle del sistema, attacca Federconsumatori, “i cittadini pagano in ogni bolletta una quota per gli investimenti, cioè una percentuale per l’ammodernamento della rete. Si tratta però di un servizio mai erogato: come stabilito da recenti sentenze, il cittadino non è tenuto a ripagare gli interventi straordinari e tantomeno l’eventuale approvvigionamento straordinario di acqua tramite autocisterne. A ciò si aggiunga che se la rete è colabrodo, in realtà raccoglie anche forme inquinanti. Perché l’acqua non solo si disperde, ma durante il percorso raccoglie prodotti inquinanti che poi finiscono nell’acquedotto: tutto questo è gravissimo, anche perché il cittadino paga in bolletta per il costo della fognatura e della depurazione”.

Da qui l’appello alle Istituzioni per la difesa della biodiversità e dell’ambiente affinché “realizzino il monitoraggio ferreo dei minimi vitali (il minimo della portata che dà la possibilità di sopravvivenza alla flora e alla fauna propria di un bacino, ndr) di fiumi, torrenti e sorgenti previsti dalla normativa vigente. Serve inoltre un controllo più severo delle concessioni e che si inizi a pensare ad una riconversione delle produzioni agricole, passando per l’ammodernamento degli impianti di rete, ad esempio, durante la ricostruzione delle zone terremotate, dividendo finalmente le acque piovane dalle acque reflue, perché la depurazione delle acque piovane è un costo inutile”.

“E’ urgente – afferma Emilio Viafora, Presidente di Federconsumatori – realizzare un piano nazionale di investimento sull’ammodernamento degli acquedotti, che potrebbero avere tre effetti positivi: si evitano dispersione e inquinamento, si crea occupazione, perché si realizzano investimenti di cui tra l’altro si recupera il costo dalla mancata dispersione, utilizzando tecniche innovative e si introduce legalità, perché in molte zone l’acqua, tramite le cisterne, viene controllata da organizzazioni illegali”.

@PiccininDaniele

1 2 3 18
Vai a Top