La Percezione Della Sicurezza

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Salute : Leggi e approfondisci le analisi fatte dalla redazione di OFCS.Report sulla sanità.

Diabete, nuove frontiere: un farmaco consente di controllare gli zuccheri

in Salute da
diabete

Per il diabete esiste una cura, ma gli effetti collaterali sono ancora troppo evidenti. Lo sanno bene gli animali su cui è stato testato. Da recenti studi effettuati su di essi, infatti, è stato scoperto che è possibile invertire la patologia diabete grazie all’utilizzo di un nuovo farmaco. Si tratta di un medicinale che permette ai malati di mantenere il livello di zuccheri nel sangue entro limiti di sicurezza previsti.

Il diabete tipo 2

Molte persone sviluppano, con l’avanzare dell’età, il diabete di tipo 2. In pratica  il loro corpo non è più in grado di controllare l’ormone l’insulina, ovvero l’ormone che controlla lo zucchero nel nostro sangue. Alcuni riescono a gestirlo attraverso una dieta molto restrittiva o grazie all’uso di farmaci che rimuovono o riducono lo zucchero nel sangue, ma spesso vengono registrati effetti collaterali, come ad esempio un ulteriore aumento di peso. Ad oggi i farmaci “gestiscono” la malattia, ma non la rendono reversibile. Il problema è rappresentato dal fatto che non esistono medicinali in grado di superare la “barriera insulino-resistenza”.

La ricerca dell’università di San Diego

Dalla ricerca effettuata dalla università californiana si apprende che la scoperta di un nuovo farmaco orale, sperimentato su animali diabetici, può essere in grado di riattivare la capacità del corpo che consente di controllare il livello di zucchero nel sangue. Questa scoperta permetterebbe non solo di ottenere una nuova terapia contro il diabete di tipo 2, ma anche di evitare casi, sempre più in aumento, di pazienti dipendenti da insulina. Nello specifico, il farmaco oggetto di studio lavora inibendo l’enzima chiamato Low Molecular Weight Protein Tyrosine Phophatase (LMPTP- proteina a basso peso molecolare tirosin fosfatasi), che parrebbe contribuire alla perdita di sensibilità all’insulina da parte delle cellule del corpo. Colpendo LMPTP, il farmaco attiverebbe i recettori dell’insulina presenti sulla superficie cellulare (in particolar modo quelle del fegato), facendo assorbire l’eccesso di zucchero quando essa viene rilevata. Secondo il Lunenfeld-Tanenbaum Research Institute di Toronto, in Canada, lo studio necessita di ulteriori indagini per consolidarne la sicurezza prima di essere sottoposto a studi clinici sull’uomo. Infatti è stato notato che agendo su un altro tipo di enzima (tirosin fosfatasi), pur ottenendo ottimi risultati, gli effetti collaterali sono evidenti. La scienza continua il suo cammino verso nuovi traguardi, e si attendono nuovi farmaci capaci di dare l’effetto desiderato per migliorare la vita dei diabetici di tipo 2.

Le persone ammalate di diabete in Italia

Nel 2015 in Italia il diabete è stato diagnosticato a circa 3 milioni di persone. Come se non bastasse si stima che un altro milione soffre della patologia anche in assenza di una diagnosi certificata. Nel 2016 il Regno Unito registrava oltre 4 milioni di persone affette da diabete. Tra queste, a 3,5 milioni sarebbe stato diagnosticato, mentre 500 mila persona avrebbero un diabete di tipo 2 non diagnosticato (spesso legato al sovrappeso e alla tarda età).

Tumore al seno, una realtà che colpisce il 15% degli uomini

in Salute da

“Negli uomini portatori di mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2 c’è la predisposizione del 15% ai tumori mammari”. Lo ha detto a Ofcs Report la professoressa dell’università La Sapienza, Laura Ottini, che insieme a un gruppo di ricerca ha scoperto che il tumore al seno non è una realtà solo femminile.

Nello studio che ha portato avanti ha dimostrato che il tumore al seno non è un problema che colpisce solo le donne ma anche gli uomini. Quali sono le statistiche? 

“Il tumore alla mammella è comunemente considerato una malattia femminile. In realtà anche gli uomini possono esserne colpiti, seppure in misura minore. Infatti, tra tutti i tumori maschili, quello alla mammella ha un’incidenza dell’1% contro il 25% del tumore alla prostata. Queste percentuali tuttavia si invertono negli uomini portatori di mutazioni nei geni BRCA1 e BRCA2. Mutazioni in questi geni predispongono a sviluppare circa il 15% dei tumori mammari maschili e il 2% dei tumori della prostata. In Italia si stima che il tumore mammario interessi un uomo ogni 520 circa. L’incidenza sta lievemente aumentando, come per la donna, e si estende alla fascia di età sotto i 50 anni, anche se l’età più a rischio è tra i 60 e i 70 anni”.

Il tipo di prevenzione che finora si è fatto sulle donne e anche il tipo di assistenza possono valere anche per gli uomini?

“Al momento non esistono linee guida specifiche per la gestione del tumore mammario maschile e in generale si segue quanto viene fatto per il tumore mammario femminile. Per gli uomini non esistono programmi di screening (ad esempio mammografia) perché il tumore mammario è molto raro e sottoporre a questo tipo di esami tutta la popolazione maschile non avrebbe senso. In questo contesto è quindi importante identificare gli uomini che hanno un rischio maggiore della popolazione generale di sviluppare un tumore al seno. E’ quindi importante che i maschi, figli o fratelli di donne portatrici di mutazioni in BRCA1 e BRCA2, facciano anch’essi il test genetico e se risultano portatori del gene mutato proporre loro screening specifici”.

Per un uomo questo potrebbe sembrare un cancro atipico e forse per questo non c’è stata la dovuta attenzione ai campanelli di allarme. Lei cosa consiglierebbe?

“È importante anche per gli uomini, soprattutto se hanno storia familiare per tumore mammario o se sono portatori di mutazione nei geni BRCA, non sottovalutare eventuali noduli o cambiamenti nella forma del seno o del capezzolo e riportare al medico ogni variazione osservata senza imbarazzo o paura. Il medico valuterà se saranno necessari eventuali esami di approfondimento come ecografia, mammografia, biopsia”.

Che margine di guarigione c’è?

“Generalmente il cancro al seno nell’uomo viene scoperto in uno stadio e a un’età più avanzata che nella donna, e questo può risultare nel complesso un fattore prognostico sfavorevole. In generale, la guarigione dipende dallo stadio del tumore: più basso è lo stadio, maggiori sono le possibilità di curare la malattia”.

La ricerca continua, che obiettivo si è prefissata da qui a dieci anni?

“Quando la ricerca è iniziata, circa 10 anni fa, era una ricerca pionieristica basata su una casistica di poche decine di pazienti. Nel corso degli anni la ricerca si è estesa a livello nazionale ed internazionale, e i pazienti attualmente in studio sono diverse centinaia. Questo ci consente di poter impostare oggi la nostra ricerca verso la caratterizzazione sempre più precisa delle basi biologiche e molecolari del tumore mammario maschile, con l’obiettivo di identificare uguaglianze e differenze rispetto al tumore mammario femminile, per poter quindi gestire il tumore mammario nell’uomo in maniera specifica e personalizzata”.

Esistono altri tipo di tumori “tipici” di un genere sessuale che possono colpire l’altro sesso?

“I tumori che colpiscono gli organi riproduttori, ad esempio ovaio, utero, prostata e testicoli, sono chiaramente legati al genere sessuale, mentre i tumori che colpiscono gli altri organi del nostro corpo non sono legati al genere sessuale, anche se alcuni di essi si possono manifestare con frequenze diverse nei due sessi. Se per tumori “tipici” intendiamo tumori che colpiscono organi presenti sia nell’uomo che nella donna, con una frequenza talmente diversa tra i due generi sessuali tanto che comunemente vengono associati ad un solo genere sessuale, il tumore mammario in questo senso è un unicum”.

 

 

Consumi, latte e carne fanno male? Ecco la top ten delle fakenews a tavola

in Alimentazione/Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
Coldiretti

Ogni anno almeno un italiano su due si rivolge al web per ricercare notizie e verità nascoste sul cibo. E il 25%  partecipa a community, blog e chat su internet dedicate all’alimentazione. Ma si tratta di spazi che influenzano le scelte di acquisto in modo non sempre corretto e veritiero. A rivelarlo è un un’indagine condotta da Coldiretti e Ixè presentata venerdì 5 maggio nel corso della presentazione della campagna #stopfakeatavola.

Il ricorso al web per quanto concerne le scelte a tavola non convince il 66% degli italiani, anche per effetto delle fake news sulle caratteristiche dei cibi che si moltiplicano in rete e spingono a comportamenti insensati e anche pericolosi.

“La scorretta informazione nel campo alimentare ha un peso più rilevante che negli altri settori, perché va a influenzare direttamente la salute. Per questo dobbiamo prestare particolare attenzione ed essere grati a quanti sono impegnati nello smascherare gli inganni”, ha affermato il presidente della Coldiretti Roberto Moncalvo.

Internet però non va criminalizzato perché può svolgere un ruolo di controllo importante in un sistema in cui – ha precisato Moncalvo – l’informazione alimentare purtroppo rischia di essere influenzata soprattutto dalle grandi multinazionali grazie alla disponibilità di risorse pubblicitarie investite. Per noi le fake news sono anche le pubblicità delle aranciate che contengono appena il 12% di succo o quelle dell’olio di oliva di grandi marchi che fanno immaginare paesaggi toscani mentre si riferiscono a prodotti importati dalla Tunisia. O ancora il prosciutto nostrano, che è fatto con maiali tedeschi senza alcuna informazione in etichetta per i consumatori”, ha continuato Moncalvo.

Dall’ananas dimagrante allo zucchero di canna che non fa ingrassare, dalla favola che le banane sono le più ricche di potassio al kamut spacciato per un varietà antica di cereali con proprietà esclusive, ma anche che mangiare carne o latte fa sempre male o che chi è intollerante al lattosio non deve mangiare formaggi, l’elenco stilato dalla Coldiretti contiene alcune delle bufale alimentari virali divenute ormai un cult per la rete. Scopriamo la top ten delle bufale alimentari.

Il latte fa male

In cima alla top ten delle fake news a tavola spicca la teoria che il latte fa male “perché è un alimento destinato all’accrescimento di cui solo l’uomo, tra gli animali, si ciba per tutta la vita. In realtà il latte di mucca, capra o pecora rientra da migliaia di anni nella dieta umana, al punto che il genoma si è modificato per consentire anche in età adulta la produzione dell’enzima deputato a scindere il lattosio, lo zucchero del latte”

L’ananas brucia i grassi

Al secondo posto troviamo il falso luogo comune che l’ananas brucia i grassi. Un effetto dovuto alla bromelina, contenuta però nel gambo dell’ananas, che nessuno mangia, che comunque favorirebbe la digestione delle proteine e non la neutralizzazione delle calorie e dei grassi. Complici anche alcune ricerche di tanti anni fa, successivamente smentite da studi sviluppati dalla ricerca scientifica.

Il Kamut ha proprietà esclusive 

Sul podio anche la bufala relativa alle presunte qualità alimentari del kamut che, spiega la Coldiretti, “non è altro che un marchio commerciale privato, registrato negli Usa, con cui viene venduto il grano della varietà Khorasan”. Una varietà, precisa la Coldiretti, che è coltivata anche in Italia e ha caratteristiche particolari che possono essere ritrovate anche nel farro o in alcuni tipi di grano duro italiano.

Mangiare carne fa male

“Mangiare carne fa male e se ne può fare a meno”, è l’altra fake news di moda sulla rete. “Non esiste nessuno studio che provi che mangiare carne anche a piccole quantità sia dannoso per la salute”, secondo la Coldiretti. Al contrario, i vantaggi di una dieta completa che la includa sono scientificamente indiscussi. Se ne può fare a meno solo integrando la sua mancanza con altri prodotti animali, come uova in primis, latte e derivati, e in alcuni casi assumendo integratori di vitamine e minerali.

Le banane sono più ricche di potassio

Al vertice della graduatoria dei prodotti ortofrutticoli freschi e ricchi di potassio ci sono gli spinaci crudi, seguiti dalla rucola e dai cavolini crudi. Le banane, considerate la fonte di potassio per eccellenza, nel confronto con i prodotti ortofrutticoli freschi nazionali, non si piazzano che al nono posto, rimanendo giù dal podio. E tra la frutta fresca spicca la leadership del kiwi.

Via i grassi dalla dieta

I grassi sono nutrienti indispensabili per il nostro corpo ed eliminarli dalla dieta può mettere a rischio la salute. “L’importante – afferma la Coldiretti – è non abusarne e selezionare quelli più buoni e di qualità, come l’olio extravergine d’oliva”.

Chi è intollerante al lattosio non deve mangiare latticini 

La stagionatura prolungata di molti formaggi porta una scomparsa del lattosio, o un radicale calo. Inoltre, anche gli intolleranti al lattosio in base ai dati di Efsa, sono generalmente in grado di tollerare, senza problemi e disagi, dosi fino a circa 125 ml di latte al giorno.

Lo zucchero di canna non fa ingrassare

Altro mito da sfatare è l’idea che lo zucchero di canna sia più salutare di quello bianco e contenga meno calorie, tanto da essere più indicato per chi è a dieta. In realtà, secondo la Coldiretti, lo zucchero di canna ha le stesse caratteristiche nutrizionali e caloriche di quello bianco raffinato.

I prodotti alimentari realizzati in Ue rispettano le stesse regole

“In Italia ci sono le regole produttive più rigorose nelle caratteristiche dei prodotti alimentari: dal divieto di produrre pasta con grano tenero a quello di utilizzare la polvere di latte nei formaggi, fino al divieto di aggiungere zucchero nel vino che – precisa la Coldiretti – non valgono in altri Paesi dell’Unione Europea”.

I prodotti venduti dal contadino sono meno controllati

“I produttori agricoli aderenti alla rete di Campagna Amica si sottopongono a tre ulteriori livelli di controllo verificati da un Ente terzo. Inoltre l’acquisto diretto dal produttore garantisce maggiore freschezza e l’origine del prodotto del 100% in Italia dove opera il sistema di controlli più capillare”.

@PiccininDaniele

 

Farmacovigilanza, le segnalazioni di effetti collaterali partono dai social network

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da
farmacovigilanza

Grazie a Facebook e Twitter vengono segnalate reazioni avverse che avvengono dopo l’assunzione di farmaci. Questi elementi potrebbero indicare una nuova frontiera: la segnalazione digitale di farmacovigilanza. A segnalarlo uno studio effettuato tra Stati Uniti e Inghilterra.

 I social network possano essere veramente utili ai fini di farmacovigilanza?

La piattaforma virtuale dei social network, in cui sempre più persone condividono informazioni relative a problemi di salute, è un importante strumento per il controllo dei farmaci e dei possibili eventi avversi. Le aziende farmaceutiche e le autorità di regolamentazione, si sono trovate spesso al centro di dispute legali (ed etiche) cercando di comprendere quanto i social network possano essere veramente utili ai fini di farmacovigilanza. La ricerca ha raccolto e messo a confronto una serie di segnalazioni partite principalmente da Facebook e Twitter. Si tratta di dati che successivamente sono stati trasmessi a due reparti di farmacovigilanza della società Fast Moving Consumer Goods (FMCG) nel biennio 2013-2015. In particolare, sotto i riflettori vi sarebbero cinque marchi di farmaci da banco. I dati sono stati rapportati con quelli ricevuti da fonti media tradizionali determinandone le tendenze di tassi di segnalazione.
In particolare sono stati ricevuti 9 posts con 35 eventi avversi in nel Regno Unito e 105 posts con 155 segnalazioni di eventi avversi negli Usa. Per dimostrare la “veridicità” dell’evento avverso conosciuto per quel dato farmaco è stato utilizzato il cosiddetto Proportional Reporting Ratio (PPR), il cui risultato ha raggiunto il livello cinque (PPR ≥ 2): ciò significa che sui cinque prodotti analizzati, il prodotto A è stato citato cinque volte di più rispetto agli altri, causando un evento avverso in entrambi i paesi, con una percentuale di relazione pari al 68% per il Regno Unito e il 57% per gli Stati Uniti.

I siti “social” possono essere una buona fonte di dati relativi a eventi avversi rilevanti

Il volume di segnalazioni ricevute dai tradizionali mezzi di comunicazione continua ad essere significativamente maggiore. Nello studio sono stati individuati 14 casi con 347 eventi avversi in Gran Bretagna e 1622 casi con 3224 eventi avversi negli Stati Uniti. I risultati della ricerca hanno mostrato che solo il 6% dei casi segnalati in entrambi i paesi è stato identificato dalle piattaforme dei social network. Tale percentuale risulta essere relativamente bassa se consideriamo tutti quei criteri che dovrebbero confermare la veridicità di una segnalazione, cioè l’identificazione di un paziente o di un giornalista, il nome esatto di un farmaco o di un prodotto biologico sospetto e la descrizione corretta di un particolare evento avverso. Nonostante nelle piattaforme social gli eventi avversi segnalati siano resi pubblici, è ancora difficile distinguere tra dati che costituiscono una valida relazione di sicurezza individuale e dati che dovrebbero essere utilizzati come input per generare un segnale di sicurezza che richiede ulteriori indagini. Spesso c’è incertezza sulla vera identità di un reporter (fonte anonima / indirizzo e-mail inesistente), nome del paziente inventato e nome del farmaco alterato.
Inoltre i pazienti che indicano eventi avversi sui social spesso esaltano le loro esperienze negative verso il farmaco, causando distorte interpretazioni dell’evento avverso avvenuto. Tutti questi nebulosi fattori vanno a sommarsi al numero di rapporti che non sono identificati attraverso la sorveglianza continua.
Ulteriori lavori sono necessari per migliorare il processo di acquisizione e di automazione dei dati, necessario a garantire che i messaggi “social network” inerenti rapporti sugli eventi avversi non vengano persi. Essi restano una fonte utile per individuare segnali di allarme precoci (ad esempio un aumento dei difetti di qualità, per un particolare prodotto da parte dei social potrebbe permettere la rimozione rapida di quel dato lotto in quella data zona).
Ad oggi, alcune aziende non hanno controlli legati alle segnalazione  provenienti dai social network, spesso infatti è la legge stessa a imporre dei limiti in virtù di una maggiore cautela nel monitoraggio, specialmente quando si parla di un argomento così delicato. I tempi moderni in cui viviamo esigono un maggior controllo per tutte le “reti-social” possibili e le aziende dovrebbero essere incoraggiate ad avere un sistema di controllo efficace per la supervisione verso i media.

Uranio, scontro commissione inchiesta e comitato ministeriale

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

“In estrema sintesi, in entrambi i disegni di legge la sottoscritta non reputa, come illustrato, adeguata o corretta l’attribuzione all’Inail della diagnosi, della valutazione del danno e del riconoscimento del nesso causale tra l’evento e la lesione”. Le dichiarazioni del Presidente del Comitato di verifica delle cause di servizio del ministero dell’Economia e delle Finanze, Fausta Di Grazia, arrivano durante l’audizione informale del 3 maggio scorso davanti alla Commissione parlamentare di inchiesta sugli effetti dell’utilizzo dell’uranio impoverito.

Oggetto del contendere: il disegno di legge formulato dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sull’uranio impoverito, di cui è primo firmatario il presidente Gian Piero Scanu. “La proposta Scanu – spiega la Di Grazia – attualmente si porrebbe in contrapposizione con la ratio della predetta norma, che nella sostanza reintroduce l’istituto della dipendenza da causa di servizio per la Polizia Locale (…)  Se l’Inail fosse realmente la panacea di tutti i mali viene da pensare che le Associazioni di categoria della Polizia Locale e gli operatori stessi siano autolesionisti”.

Parole che hanno generato malcontento fra i componenti della commissione perché sarebbero risultate quantomeno poco adeguate, considerando l’operato svolto fino a questo momento dai consulenti. Insomma, le esternazioni della Di Grazia sembrerebbero andare contro la proposta di legge.

Gian Piero Scanu, presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta uranio impoverito

Ma andiamo con ordine. In discussione c’è un disegno di legge formulato dalla commissione d’inchiesta parlamentare. L’obiettivo è quello di riuscire ad affidare a un organo terzo, e autonomo dal ministero della Difesa, la valutazione dei rischi cui sono sottoposti i militari, insieme alla tutela previdenziale contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali delle forze armate. Gli occhi dunque sono puntati sull’Inail, che per sua natura si occupa di infortuni sul lavoro.

Più di duemila militari hanno fatto domanda di risarcimento per patologie correlate all’esposizione all’uranio impoverito, amianto, radon e multifattorialità. In molti sono ancora in attesa di un verdetto o si sono visti negare il risarcimento. Quello che sta tentando di fare la commissione è superare la separazione della giurisdizione della Difesa, portando anche le forze armate nell’ambito della gestione dell’Inail. Ma la dottoressa Fausta di Grazia non concorda.

Fausta Di Grazia, Presidente del Comitato di verifica per le cause di servizio, dottoressa Fausta Di Grazia

Introducendo il regime esclusivo degli infortuni sul lavoro anche per i personale delle forze armate impegnato in mansioni e attività specifiche si legge nella relazione, i militari verrebbero posti “sullo stesso piano di tutti gli altri dipendenti pubblici nonché addirittura di quelli del settore privato, snaturando il concetto di privilegio su cui si basa l’intera costruzione del sistema indennitario riservato ai militari, in quanto più favorevole”.

E ancora: “Alla proposta in esame non risulta essere stata allegata alcuna tabella che confronti la speciale elargizione o la percentuale dell’invalidità permanente prevista per le vittime del dovere con l’indennizzo del danno biologico che potrebbe concedere l’Inail, o la rendita vitalizia Inail con la pensione privilegiata”.

 

 

 

 

Dichiarazioni del Presidente del Comitato di verifica per le cause di servizio, dottoressa Fausta Di Grazia – Audizione informale del 3 maggio 2017 – Commissioni Parlamentari Riunite Affari Sociali e Lavoro

 

Dichiarazioni del Presidente del Comitato di verifica per le cause di servizio, dottoressa Fausta Di Grazia

 

Dichiarazioni del Presidente del Comitato di verifica per le cause di servizio, dottoressa Fausta Di Grazia

“Dopo queste  dichiarazioni – commenta Domenico Leggiero, responsabile del Comparto Difesa dell’Osservatorio militare e del lavoro della IV Commissione d’inchiesta, per l’utilizzo dell’uranio impoverito – è inquietante quanto sta accadendo. Da una parte, finalmente c’è un disegno di legge che tende a risolvere il problema della valutazione domestica, e quindi quello di portare alla luce e verso la verità il problema. Dall’altra troviamo  un organismo che sta generando costi altissimi in termini di procedimenti giudiziari accesi. In quanto c’è la negazione assoluta di dare ciò che spetta a questi militari ammalati. Parliamo di indennizzi più volte invece confermati in sede giudiziaria”.

@MaryTagliazucch

 

 

 

 

 

 

 

Vaccino anti-Papillomavirus: tutto quello che c’è da sapere

in Salute/Wellness da

L’American association for cancer research ha riconosciuto il Papillomavirus umano (HPV) come il secondo agente patogeno responsabile di cancro. Causa il carcinoma della cervice uterina, il secondo tipo di tumore più diffuso nelle donne sotto i 45 anni, ma non solo. L’HPV provoca anche il 70% dei tumori della vagina e il 40% di quelli della vulva.

Un virus che non fa distinzione di sesso

Fin qui si potrebbe pensare che sia un problema tutto femminile. E questo, infatti, è ciò che accade. Secondo una ricerca, effettuata quest’anno dal Censis su un campione di 1200 genitori (volta  comprendere il loro atteggiamento nei confronti della vaccinazione anti-HPV), se la quasi totalità degli intervistati associa il virus al tumore al collo dell’utero, solo la metà circa è consapevole che lo stesso è responsabile anche di una serie di patologie, che riguardano solo i maschi o entrambi i sessi: al 90% del tumore all’ano, al 50% dei tumori al pene e al 26% dei tumori al cavo oro-faringeo, più una serie di patologie meno gravi, quali condilomi genitali.

Il nuovo piano vaccinale

Probabilmente, a contribuire all’erronea convinzione che si tratti solo di un problema femminile, è stato il fatto che fino al 2016 sul territorio nazionale il vaccino venisse somministrato gratuitamente alle sole dodicenni, a meno che non fosse diversamente previsto dalle singole regioni. Il nuovo Piano nazionale di prevenzione vaccinale 2017-2019 estende anche ai maschi adolescenti la copertura gratuita sul territorio nazionale.

Una conquista senza precedenti

Quello contro l’HPV è, come sottolinea Nicoletta Luppi, presidente e amministratore delegato di MSD Italia, il primo vaccino contro il tumore. È attualmente in commercio una versione 9-valente che innalza la protezione verso i diversi tipi di cancro dal 75% del quadrivalente utilizzato finora al 90% e dal 50 all’80% verso le lesioni precancerose HPV-correlate. Non è possibile indicare con precisione la data in cui sarà disponibile nelle singole Asl, perché il piano di acquisti dei vaccini è regionale, ma esistono comunque delle direttive del Ministero della salute che sanzionano i ritardatari. Per coloro che hanno effettuato il quadrivalente, secondo fonti sanitarie, sarà possibile integrare la vaccinazione.

La prevenzione 

Lo strumento di prevenzione più importante è la vaccinazione. Esistono anche strumenti di prevenzione secondaria, come il pap-test per il cancro al collo dell’utero e l’HPV-test, che permettono una diagnosi precoce. Va detto, però, che attualmente non esistono farmaci in grado di contrastare un’infezione da Papillomavirus.

La ricerca del Censis

Nonostante la diffusione della vaccinazione comporti la possibilità di debellare in un prossimo futuro l’HPV, è in calo il numero degli adolescenti vaccinati. Parallelamente la ricerca ha evidenziato in generale una carenza di informazione nei genitori, in taluni ambiti persino peggiorata rispetto a un’analoga ricerca effettuata solo su un campione di madri nel 2011 (migliora però la consapevolezza che l’HPV si trasmette anche con rapporti sessuali non completi, così come che il preservativo non costituisce una barriera sicura).

“Arrivano informazioni contrastanti e confuse” , lamenta il 32,5% dei genitori intervistati, mentre per il 48,9% sono poche e non sempre chiare. Il ruolo di internet come fonte di informazione è cresciuto in maniera esponenziale: da un 7,5% nel 2011 a un 29,9% nel 2017, ma rimangono fondamentali per l’acquisizione di informazioni anche i professionisti della sanità, i media tradizionali, il servizio vaccinale e il gruppo dei pari (amici, parenti e chiacchiericcio fuori le scuole). E sono proprio i medici, talora, a sconsigliare la vaccinazione. Se il 28,3% degli intervistati  ha dichiarato che il vaccino gli è stato espressamente sconsigliato da qualcuno, il 15,7% ha affermato che sono stati proprio professionisti della sanità (ginecologi, pediatri, medico di famiglia o amici medici) a farlo.

Perché non si vaccina?

Tra i genitori che non hanno vaccinato i figli contro il Papillomavirus, il 21% ha addotto come motivazione il fatto che la vaccinazione non elimina la necessità di ricorrere al Pap test. Il 19,7% pensa che non sia il caso di vaccinare una ragazza o un ragazzo per una malattia sessualmente trasmissibile perché ancora troppo giovani. Il 17,8% non si fida del vaccino perché ha sentito che può provocare effetti collaterali gravi, mentre per il 16,2% costituisce elemento di disinteresse il fatto che la vaccinazione non sia obbligatoria e gratuita per i ragazzi di tutte le età. Il rimanente 14% non ha fiducia nelle vaccinazioni come strategia di prevenzione.

Come contrastare il fenomeno

Secondo Ranieri Guerra, direttore generale della Prevenzione Sanitaria del ministero della Salute, è necessario richiamare i medici del Servizio sanitario nazionale alle loro responsabilità contrattuali, affinché non solo non remino contro, ma promuovano una cultura della prevenzione a mezzo vaccino. Inoltre occorrerebbe lavorare in sinergia con le scuole.

Un esempio virtuoso

E’ proprio lavorando con le scuole che a Taranto, ha spiegato Michele Conversano, direttore del Servizio di igiene e sanità pubblica della Asl della provincia pugliese, si sono raggiunte tra le più alte coperture vaccinali. Un modello che si è consolidato a partire dalla vaccinazione per l’epatite B. E’ iniziata una collaborazione con le scuole, fatta di incontri informativi con dietisti, infermieri, personale del consultorio. Riguardo ai vaccini, sono stati coinvolti ragazzi, professori e genitori e, alla fine, le adesioni sono sempre altissime. Aver demedicalizzato la vaccinazione, secondo la sua esperienza, ha aumentato la fiducia della gente nei vaccini. Naturalmente, vengono portati nelle scuole anche i kit di emergenza, ma la possibilità di una reazione allergica è infinitesimamente inferiore a quella cui si va incontro passeggiando nel bosco, per una puntura di insetto.

Il ruolo dei papà

Inoltre, ha aggiunto Alice Pignatti, presidente dell’associazione Io Vaccino, bisognerebbe coinvolgere i padri. La ricerca ha evidenziato che, se da una parte ripongono più fiducia nei vaccini delle madri, dall’altra sono generalmente meno informati. Secondo la sua esperienza, nel web sono in crescita il numero dei padri che si interessano delle questioni inerenti la salute dei figli. Considerato poi che è più probabile che siano loro a parlare con i figli maschi su tematiche legate alla sessualità, sarebbe opportuno che vengano coinvolti nelle campagne informative per la diffusione del vaccino anti-HPV, che finora sono state tarate su un pubblico femminile.

@SimonaRivelli

 

@SimonaRivelli

Droga, ritorna l’allarme overdose: ad aprile aumento del 170%

in Difesa e Sicurezza Nazionale/Salute da

Nel mese di aprile si è riscontrato un aumento del 170% delle soggetti che affrontano un’overdose. E’ il dato diffuso dalla Fondazione Villa Maraini, il centro di cura a Roma che si occupa di tossicodipendenze anche attraverso i servizi dell’Unità di strada e dell’Unità di emergenza. 

 

 

“Continuiamo a salvare vite, grazie al Naloxone nel mese di marzo abbiamo salvato 8 persone dall’overdose – spiega il dottor Massimo Barra, fondatore di Villa Maraini – Noi siamo l’unico centro di cura per le tossicodipendenze a Roma operativo 24h su 24h, 365 giorni all’anno”.

Il centro fornisce la necessaria assistenza e collabora con la Croce rossa italiana e con le forze dell’ordine affinché detenuti tossicodipendenti o persone con grave dipendenza da sostanze stupefacenti possano salvare la loro vita e riuscire a disintossicarsi.

Purtroppo però, come dimostrano le statistiche, l’overdose è in aumento. Importante analizzare i possibili fattori che portano a questa escalation.

 

“Soprattutto nei periodi di festa – continua Barra- c’è un aumento di overdose e anche di suicidi. Questo accade perché il malato sviluppa una crescente sensazione di “abbandono”, lo spacciatore che va in vacanza può creare scompiglio o ancora può avvenire una vendita di sostanze più potenti e quindi più “pure” e di conseguenza maggiormente dannose per il fisico, oppure un senso di angoscia e solitudini che porterà a un conseguente maggior consumo delle sostanze e quindi ad un aumento del rischio di overdose”.

La struttura di Villa Maraini ha impostato il suo lavoro fin dall’inizio per riuscire a ridurre al minimo la morte per overdose. Esiste infatti in commercio il farmaco antagonista all’eroina, il Naloxone.

“Il Naloxone si può acquistare in farmacia senza ricetta medica. E’ importante la prevenzione, è importante che, chi utilizza questa sostanza conosca l’esistenza di questo farmaco che può salvare molte vite, Villa Maraini lo distribuisce gratuitamente a chi ne fa richiesta. Un farmaco salvavita – conclude il dottor Barra- a cui ogni famiglia afflitta da problemi di dipendenza e gli stessi tossicodipendenti dovrebbe averne sempre una fiala, per poter intervenire in caso di necessità”.

Come noto la Fondazione Villa Maraini Onlus offre da oltre quarant’anni servizi per la cura e la riabilitazione dalle tossicodipendenze sia nella sua sede romana che con il camper medico itinerante che staziona normalmente a Tor Bella Monaca e alla Stazione Termini, per svolgere quell’azione umanitaria rivolta a quella fascia di soggetti tossicodipendenti attivi, che ancora non sono disponibili e pronti a smettere di drogarsi. Tanti gli incontri promossi dalla Fondazione come quello che avrà luogo venerdì 5 maggio alle 10,30 con la giornata di riqualificazione delle aree verdi di Tor Bella Monaca con i volontari, gli utenti, gli operatori della Fondazione e della Cooperativa sociale Villa Maraini, con i volontari della Croce rossa italiana in collaborazione con i ragazzi dell’associazione di promozione sociale “Solidarietà Romana sul Territorio – So.r.te.”: tutti insieme per lottare contro il degrado.

@greta902

 

 

Medicina tradizionale: milioni di persone nel mondo si affidano a cure complementari

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La medicina tradizionale costituisce una risorsa. E’ innegabile un crescente ricorso nei Paesi occidentali a terapie alternative e complementari. Per dare un’idea di quale sia la loro diffusione al di fuori dei paesi di origine, basti pensare che su 129 stati presi in esame dall’Oms, l’80% riconosce l’impiego dell’agopuntura. Ma non è tutto oro ciò che luccica. Nel 2013, proprio l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) ha pubblicato un documento strategico per il periodo 2014-2023, volto a regolamentare e a promuovere l’integrazione delle medicine tradizionali e complementari (MT&C) all’interno dei sistemi sanitari nazionali. In molti Paesi, infatti, i sistemi di medicina tradizionale rappresentano l’unica fonte di cura a cui ha accesso la maggior parte della popolazione.

Fonte: Oms

Come ha dichiarato il direttore generale dell’’Oms, Margaret Chan, “le medicine tradizionali, di cui siano comprovate qualità, sicurezza ed efficacia, contribuiscono all’obiettivo di garantire a tutte le popolazioni l’accesso alle cure. Per molti milioni di persone le piante medicinali, i trattamenti tradizionali e i professionisti tradizionali sono la principale, e a volte l’unica, fonte di assistenza sanitaria. Questa assistenza è in loco, disponibile ed economicamente accessibile oltre a essere culturalmente accettata e a raccogliere la fiducia di un gran numero di persone”. Inoltre, le medicine tradizionali e complementari, incentrandosi sulla persona nella sua globalità, sembrano suggerire una possibile risposta alle costose cure dovute “all’aumento inarrestabile delle malattie croniche e non trasmissibili”.

I pericoli della MT&C

L’Oms ha individuato i seguenti pericoli in cui si può incorrere nel ricorrere alle terapie alternative:

  • l’uso di prodotti di scarsa qualità, adulterati o contraffatti
  • Professionisti non qualificati.
  • Diagnosi errata, diagnosi ritardata, o mancato utilizzo di trattamenti convenzionali efficaci.
  • Divulgazione di informazioni ingannevoli o inaffidabili.
  • Eventi avversi diretti, effetti collaterali o trattamenti con interazioni indesiderate.

Le proposte dell’Oms

La realizzazione degli obiettivi proposti dall’Oms, pertanto, passano attraverso il sostegno agli Stati membri affinché promuovano “la regolamentazione, la ricerca e l’integrazione delle pratiche e dei professionisti all’interno dei sistemi sanitari nazionali, laddove appropriato”. Al contempo è necessario individuare criteri per la formazione di personale qualificato e creare un sistema efficace per il controllo di qualità sulle medicine impiegate.

La medicina tradizionale indiana

La medicina Ayurvedica e il Siddha Veda sono tra i sistemi di medicina più antichi al mondo. Entrambi affondano le proprie radici nella mitologia indiana e preesistono ai primi testi di cui si ha conoscenza, per cui è impossibile datarne con certezza la nascita. Sono riconosciute dalla Oms come medicine tradizionali e si basano sulla necessità, per poter vivere in salute, di mantenere in equilibrio i tre Dosha, Vata, Pitta e Kapha, in cui qualcuno ravvisa una corrispondenza con sistema nervoso, endocrino e immunologico.

@SimonaRivelli

 

 

 

 

 

 

 

Trapianto di testa, l’esperto: “Non dimenticate gli aspetti etici”

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Dna

“Qualsiasi tipologia di ricerca scientifica deve sempre tener conto di aspetti etici e non solo di quelli conoscitivi”. A dirlo a Ofcs Report il neurochirurgo Paolo Mazzone, riferendosi al primo trapianto di testa, programmato a fine dicembre di quest’anno.

Professore, in questi ultimi giorni si è parlato molto del trapianto di testa che verrà effettuato da un medico italiano a fine di dicembre, lei cosa ne pensa?

“Qualsiasi tipologia di ricerca scientifica deve sempre tener conto di aspetti etici e non solo di quelli conoscitivi. Una applicazione tecnologica o una procedura tecnico-chirurgica applicata all’uomo deve sempre possedere un elevato coefficiente etico di retroguardia e solidi presupposti scientifici”

Dal punto di vista tecnico ritiene sia una procedura che abbia possibilità di riuscita?

“La realtà è che questo è un trapianto di “corpo” e non di testa. Anche se tecnicamente è possibile farlo, è estremamente difficile la sua realizzazione: esistono limiti intrinseci, dovuti alle caratteristiche del sistema nervoso centrale. Con questo tipo di procedura si devono collegare due sistemi nervosi differenti appartenenti a due corpi diversi. Il sistema nervoso non è un organo che si riproduce. Esiste inoltre la necessità di collegare le arterie e le vene che lo compenetrano e forniscono al tessuto nervoso il nutrimento e l’ossigenazione. Rimane comunque un tipo di intervento tecnicamente difficile, già effettuato in passato come procedura sperimentale sui primati non umani dal neurochirurgo americano White“.

Certo c’è molta curiosità intorno a questo intervento, direi quasi aspettativa.

“Diffido sempre delle notizie scientifiche divulgate attraverso i media e diffuse in sedi non scientifiche. Si creano aspettative non realistiche e imprudenti e spesso servono solo a pubblicità individuali. In effetti non si deve tener conto solo degli aspetti tecnico-chirurgici o della tecnologia correlata. Bisogna capire il motivo per cui si fa questo tipo di operazione: non deve e non può essere fine a se stessa. Lo si fa per dare una speranza? Per dimostrare la propria bravura? Per conoscenza? Per incrementare le possibilità terapeutiche: in quale ambito di patologia? Tutto è possibile, nel futuro anche viaggiare alla velocità della luce, ma alla base devono esserci un obiettivo e una motivazione molto precisa”.

È possibile che questo tipo di intervento venga fatto in Italia?

“E’ una sperimentazione: al momento non credo siano permesse questo tipo di procedure. In Italia meno che mai”.

Dal punto di vista del paziente, cosa può spingere una persona a sottoporsi a un intervento di tali tipo? Ma soprattutto la scelta che prende può bastare a procedere?

“Il paziente deve essere in grado di sapere e conoscere tutto quello che lo aspetta: limiti, vantaggi, rischi collegati a qualsiasi procedura chirurgica. Questo non solo in casi estremi o per uso compassionevole, ma sempre prima anche di un intervento di routine. Il consenso informato ha questa precisa motivazione. Si hanno problemi a fare sperimentazioni sugli animali, eseguire una procedura sperimentale su un essere umano è assai più difficile e problematico. Questo tipo di sperimentazioni dovrebbero essere sottoposte a un comitato etico prima di tutto. Per procedere con tale procedura chirurgica non dovrebbe poter bastare solo il consenso del paziente, ma quello di un insieme di esperti”.

Dopo tanti anni di esperienza lei vede nel futuro della neurochirurgia qualcosa di grandioso con buone probabilità di successo?

“Certamente: la scienza va avanti e con essa si rendono necessarie nuove procedure e sperimentazioni. Io vedo nel futuro della neurochirurgia una sempre maggiore applicazione delle biotecnologie. Negli Stati Uniti ma anche in Europa già è in uso, ad esempio, la “Brain Machine Interface” ossia la possibilità di collegare direttamente le strutture cerebrali ad arti artificiali cibernetici. Un vero e proprio rapporto diretto tra sistema nervoso, robotica e computers. È questa la strada del futuro”.

@spadaro_spadar1

 

Vaccini, tra inchieste e polemiche: ecco come viene garantita la sicurezza

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Un’inchiesta di Report capace di suscitare un clamore mediatico non da poco e il fascicolo aperto dalla procura di Roma. E al centro sempre loro: i vaccini, o meglio il sistema di controllo a essi relativi.  Allarmismi pericolosi o indagini a tutela del cittadino? È questa la domanda che viene formulata da quando la trasmissione di Sigfrido Ranucci ha messo in dubbio la sicurezza legata ai vaccini contro l’Hpv, utilizzati da oltre 10 anni nella riduzione delle infezioni causate dal papilloma virus. E mentre si dibatte sull’inchiesta giornalistica e sulla trasparenza del sistema di vigilanza dei vaccini, arriva l’indagine del procuratore aggiunto di Roma, Nunzia D’Elia. Si tratta di un fascicolo che mira ad accertare il meccanismo di controllo. Ad essere messa in discussione non è la sicurezza del vaccino ma le dovute cautele adottate prima della distribuzione e commercializzazione del farmaco. Per questo i pm della Capitale hanno acquisito gli atti a disposizione del ministero della Salute e dell’Aifa, l’Agenzia italiana del farmaco. In attesa che le indagini facciano il loro corso è però possibile capire di cosa si parla: per comprendere un vaccino è necessario chiedersi da che cosa è costituito.

Che cosa è un vaccino?

Un vaccino contiene una serie di elementi: primo fra tutti il principio attivo, “l’antigene immunizzante”, necessario per attivare la difesa della patologia in questione. Esso è accompagnato da “stabilizzanti” per l’antigene, tra cui gelatina e albumina. Poi ci sono i “conservanti”, il più utilizzato è il thimerosal o mercuriotiolato. E ancora troviamo la soluzione fisiologica o l’acqua distillata sterile (funge da “liquido di sospensione”) e gli “antibiotici”, necessari a basso dosaggio per prevenire la crescita batterica. Infine si registra la presenza di “adiuvanti”, alluminio o sali di alluminio, i quali aumentano l’immunogenicità prolungando il suo effetto stimolante. Gli adiuvanti sono essenziali in particolare per quei vaccini costituiti da anatossine o da antigeni proteici semplici (i peptidi). L’insorgere di effetti collaterali e reazioni avverse vengono chiamati “reattogenicita’ “di un vaccino e sono legati a tutti i suoi componenti, a errori di somministrazione o al modo in cui il medicinale è conservato, alle caratteristiche cliniche di ogni paziente. Per prevenire errori occorre dunque un importante sistema di controllo.

La Vaccinovigilanza

La vaccinovigilanza valuta e previene le reazioni avverse e gli effetti indesiderati che possono accadere durante il processo di immunizzazione quantificandone la frequenza e l’impatto. Essa ha il compito di valutare la tollerabilità dei vaccini cercando di far prevalere, attraverso una fitta e correlata rete di informazioni, tutti i benefici associati al loro uso rispetto al rischio del loro inutilizzo.

La vaccinovigilanza opera attraverso una sorveglianza post-marketing continua, monitorando le Adverse Drug Reactions (ADRs) già note, identificando tutti i possibili fattori di rischi,  le eventuali condizioni concomitanti o pre-esistenti che possono causare la loro insorgenza (ad esempio l’identificazione di particolari lotti responsabili delle Adr, magari perché scaduti o mal conservati).

Essa valuta l’efficacia e la tollerabilità dei vaccini nel tempo stabilendo una possibile relazione causale tra un vaccino e un evento avverso.

Sono diverse le domande alle quali la vigilanza cerca di dare risposte: E’ biologicamente possibile un tale evento? Ci sono dati di laboratorio che evidenziano il coinvolgimento del vaccino? Esiste una evidenza circa l’aumento di un dato rischio dopo la vaccinazione? Vi sono studi che sostengono tale evidenza? La vaccinovigilanza risponde a queste domande ed il suo scopo principale è quello di garantire un elevato grado di sicurezza durante le strategie vaccinali, a cui partecipano oltre 62 Nazioni.

Secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità, la vaccinovigilanza è considerata una parte essenziale di tutti i programmi di vaccinazione. In particolare, in Italia, tutti i medici vaccinatori ( e non solo), hanno il compito di segnalare alla Azienda Sanitaria di territorio qualsiasi evento inatteso sospetto.

Come avvengono i controlli?

Il principale obiettivo nella valutazione pre-marketing è quello di documentare la natura e la frequenza dei più comuni eventi avversi e di assicurare che qualsiasi serio o inusuale evento manifestatosi durante gli studi clinici venga registrato. Ogni vaccino subisce un accurato follow-up circa il manifestarsi di seri eventi avversi, ovvero in caso di decessi, malattie invalidanti, ospedalizzazione. La dimensione degli studi preclinici su vaccini, limita la possibilità del verificarsi di tali eventi o se si presentano, di avere una robusta comparazione statistica tra il gruppo vaccinati ed il gruppo placebo.

La sorveglianza post marketing attiva cerca di accertare tutti gli eventi avversi, attraverso un processo pre-organizzato continuo utilizzando siti sentinella, registri e monitoraggi intensivi.

I metodi di sorveglianza post-marketing “passivo” sono rappresentati dalla raccolta di segnalazioni spontanee, da parte di pazienti e da personale sanitario, e dai “case series” cioè una serie di casi che spiegano la dinamica, la patologia, la gestione o l’esito di una determinata malattia.

Quando un nuovo vaccino è introdotto nel post-marketing, la sorveglianza passiva è essenziale per identificare eventuali rari eventi avversi che non si sono generati durante la fase pre-clinica.

Tutti gli eventi più o meno importanti raccolti dopo l’introduzione di un vaccino vengono analizzati per determinare il rapporto rischio-beneficio del vaccino stesso. Essendo difficile mettere in prospettiva l’eventuale comparsa di un sospetto evento avverso, una stima su il numero di casi che dovrebbe essere previsto in assenza di immunizzazione può aiutare a capire la necessità di ulteriori studi di ipotesi epidemiologica.

Questo metodo è stato utilizzato, ad esempio, per l’introduzione del vaccino contro il “papilloma virus” (Hpv) in cui la prevalenza di potenziali eventi avversi è stata stimata nei gruppi di età destinati all’immunizzazione determinando cosi l’equilibrato nel rapporto rischio-beneficio del vaccino quando in questo caso il rischio è l’insorgenza di un tumore. Tale approccio può essere eseguito rapidamente e le preoccupazioni riguardanti un vaccino possono essere esaminate completamente evitando il crearsi di una prolungata situazione di incertezza che causerebbe solo perdita di fiducia nel vaccino stesso.

Le reti di Farmacovigilanza

Sono diverse le principali reti di farmacovigilanza globali: Agenzia Europea del Farmaco, Vaccine Adverse Event Reporting System (Vaers), Fedeal Drug Administration, Healthcare Producy Regulatory Agency, World Health Organization, Global Advisory Committee on Vaccine Safety (GACVS) e non da ultima la nostra Aifa. I rapporti tra queste reti permettono costanti monitoraggi e scambi di informazioni su tutte le campagne vaccinali eseguite e anche su quelle programmate in futuro. Molte cose sono state dette e scritte sulle vaccinazioni e sul loro “Uso”, a volte trasformando quest’ultimo in “Abuso” confondendo grandemente l’opinione pubblica e distogliendo l’attenzione sulla loro utilità nel salvaguardarci da gravi patologie che mieterebbero milioni di persone se non fossero applicati. E tra vaccini, malattie, eventi avversi, sistemi di controllo, indagini giornalistiche e inchieste della magistratura è possibile, forse, strappare anche un sorriso. Del resto il vignettista statunitense Charles Monroe Schulz scriveva:

“Ho fatto il vaccino per la polio e gli orecchioni… E poi… vediamo… cos’ho fatto dopo? Ah, sì, poi ho fatto quello per la scarlattina, la pertosse e il morbillo… Poi sono caduto dalle scale!”.

 

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