Economia: guida alla Flat tax, equità fiscale e finanza

a cura di Dino Crivellari e Roberto Tieghi

 

Secondo quanto è dato sapere, l’introduzione della Flat tax  prevederebbe la sostituzione dell’attuale sistema di tassazione dei redditi personali (Irpef  e relative addizionali) strutturato a scaglioni con aliquote crescenti in base al principio costituzionale della progressività, con una o due aliquote uniche (nell’ipotesi di cui si sta parlando in questi giorni: due aliquote, senza scaglioni, 15%  fino a € 79.999, 20% per i redditi da € 80.000) in modo da ridurre la pressione fiscale e rispettare impegni elettorali assunti.

Gli scopi annunciati sono due:

A-ridurre la propensione all’evasione accompagnando la riforma con l’introduzione di pene più severe per gli evasori.

B – favorire la domanda interna di consumi e beni con beneficio per tutti i cittadini e le imprese. Ne deriverebbe, sperabilmente , un incremento del Pil e quindi il miglioramento del rapporto debito/PIL che, come ormai abbiamo imparato, è il nostro vero problema nazionale.
Non esprimiamo opinioni sul punto A: l’obiettivo è nobile e si basa sull’assunto di equità sociale che se tutti pagassero le tasse , tutti pagherebbero meno tasse. Facciamo voti perché accada.

Il vero punto critico, a nostro avviso, è il B.

Oggi le aliquote progressive Irpef a scaglioni e le addizionali comportano (esemplificando: reddito di lavoro dipendente con bonus irpef “80 Euro”, regione Lazio), che:

A-redditi fino a € 8.000 , Irpef e addizionali: zero, reddito spendibile: tutto

B – redditi € 15.000, carico fiscale 8,8 %, reddito spendibile:  € 13.679 

C- redditi € 28.000,  carico fiscale 24 % %, reddito spendibile € 21.282

D- redditi € 55.000, carico fiscale 34,8 %, reddito spendibile € 35.879

E- redditi € 75.000, carico fiscale 37,5 %, reddito spendibile € 46.853

F- redditi € 100.000, carico fiscale 40 % (arrotondato), reddito spendibile: € 60.046

Ne consegue che, chi ricade nel caso A , spende tutto il suo reddito in consumi; la qual cosa significa che tutto il suo reddito va a finire nel Pil, produce gettito Iva positivo e produce indirettamente il gettito Irpef o Ires a carico di chi gli vende beni e servizi purché questi abbia un reddito superiore ad A. Rispetto al sano obiettivo di cui parlavamo, va tutto bene.

Questo ragionamento vale , mutati mutandis, per tutti i casi descritti; in tutte le classi di reddito, la tassazione, per quanto elevata, lascia nelle mani del contribuente un reddito spendibile che produce Pil, produce gettito Iva e produce indirettamente gettito Irpef/Ires.

Bisogna però tener presente che questo fenomeno non  è né automatico, né indiscriminato né quindi illimitato. Il limite è dato dalla propensione al consumo di ogni contribuente che fa da complemento alla sua propensione al risparmio.

Il reddito spendibile che non viene utilizzato acquistando beni e servizi o per essere investito in aziende che producono beni o servizi , costituisce risparmio che finisce nei depositi bancari o postali, o viene utilizzato per investimenti finanziari.

La propensione al consumo e la correlata propensione al risparmio sono frutto di specifiche situazioni personali dei contribuenti e, salvo il dato statistico, sono la conseguenza di atteggiamenti personali.

È certo però che ,per redditi sufficientemente bassi ,la propensione al consumo prevale fino a produrre un risparmio pari a zero o addirittura negativo se il contribuente deve o preferisce indebitarsi per necessità oppure ha una propensione al consumo particolarmente elevata.

Per i redditi sufficientemente alti, per quanto elevata  possa essere la propensione al consumo, la propensione al risparmio sarà sempre un numero positivo in quanto è improbabile che chi  ha redditi molto elevati o elevatissimi riesca a spenderli tutti in beni o servizi.

Non si è in grado di stabilire ,se non per aggregati statistici , il limite di reddito oltre il quale la quota di risparmio sia superiore alla quota spesa in beni e servizi nell’unità di tempo (anno fiscale) che ci serve per ragionare in termini di gettito fiscale. Anche perché i comportamenti individuali sono i più diversi per cui abbiamo persone che con redditi medi spendono poco e risparmiano  comunque qualcosa e persone con redditi elevati che riescono a spendere moltissimo risparmiando molto poco.

Di sicuro però la propensione al consumo non può mai  essere pari a zero o  negativa per motivi di sopravvenienza , ma non potrà mai essere totale per i redditi  talmente elevati da rendere impossibile spendere tutto in consumi e beni.

Mettiamo a confronto questa constatazione con l’ipotesi della flat tax.

Se si applicasse una aliquota Irpef unica ,diciamo il 20% , per tutti i contribuenti che oggi, con il sistema di aliquote progressive a scaglioni, hanno un’aliquota fiscale media superiore al 20% ( cioè quelli dei casi C, D, E ed F della tabella sopra riportata ) il  reddito spendibile aumenterebbe in modo progressivamente sempre più significativo.

Nonostante la diversificata propensione al risparmio dei vari individui, è molto probabile che i consumi effettivamente aumentino e producano gli attesi benefici per PIl e gettito di cui abbiamo detto.

Un provvedimento di questo genere sarebbe però iniquo se non estendesse l’area tax free (redditi non tassati ) in modo significativo. Ma ancor prima che iniquo, sarebbe controintuitivo perché , se vogliamo favorire i consumi , bisogna favorire i redditi dei cittadini che hanno la maggiore propensione al consumo, cioè i redditi più bassi che sono anche la popolazione più numerosa.

Infatti , perché i consumi crescano con i benefici attesi per Pil e gettito fiscale non basta che il reddito spendibile di ciascuno aumenti, ma è anche indispensabile che ci sia un numero molto elevato di cittadini il cui reddito spendibile sia aumentato. Ed è indispensabile che questi cittadini appartengano  alla categoria di quelli che hanno una propensione al consumo più alta di quella al risparmio e  che sono certamente il numero maggiore. Infatti, se  il reddito spendibile aumenta molto per chi ha una propensione alta al risparmio , è poco probabile che l’effetto atteso sul Pil e gettito si avveri. Anche perché il numero di questi contribuenti e ‘ molto esiguo e  sono sempre meno man mano che il reddito sale.

Il limite della flat tax e i suoi rischi, sono qui ( e non solo).

Qualche esempio:

1- contribuente con reddito di € 55.000: oggi ha un reddito spendibile di 35.879 euro. Con la Flat tax (15 % + attuali addizionali) il suo reddito spendibile aumenterà a 44.849 euro. Lo spenderà tutto in beni e servizi.

2- contribuente con reddito di € 100.000: oggi ha un reddito spendibile di 60.046 euro. Con la Flat tax (20 % + attuali addizionali) il suo reddito spendibile aumenterà a 76.216 euro. Lo spenderà tutto in beni e servizi.

3- contribuente  con reddito di € 500.000: oggi ha un reddito spendibile di 271.126 euro. Con la Flat tax (20 % + attuali addizionali) il suo reddito spendibile aumenterà a 379.296 euro. Non lo spenderà tutto in beni e servizi.

4- contribuente con reddito pari a 1 milione di euro. Oggi ha un reddito spendibile di 534.976 euro. Con la Flat tax il suo reddito spendibile salirebbe a 758.146 euro. Specie se ha un’età non giovane, è probabile che abbia già a disposizione beni e servizi in quantità per lui soddisfacente È quindi improbabile che la sua propensione aggiuntiva al consumo ,indotta dalla crescita del reddito spendibile , sia superiore alla sua accresciuta propensione al risparmio.

Questo  fenomeno cresce in progressione geometrica, per cui , per redditi estremamente elevati, la propensione aggiuntiva al risparmio cresce  sempre di più , mentre la propensione aggiuntiva al consumo ben presto si azzera.

La conseguenza è che più la Flat tax favorisce i redditi più elevati, minore sarà il beneficio sul Pil e sul gettito aggiuntivo atteso.

Ma c’è un’altra conseguenza.

Il maggior reddito spendibile frutto della flat tax che  per i ricchi,  si trasforma in maggiore propensione al risparmio, fa sì che aumentino gli investimenti finanziari ( depositi bancari e postali , sottoscrizioni di titoli e quote di fondi di investimento ) che hanno una tassazione del 26 % (12,5 % per i titoli di Stato), quindi più bassa della aliquota marginale applicata ai redditi più alti che abbiamo detto essere oggi del 43 % (47,18 % con le addizionali).

Questo si trasforma in un danno aggiuntivo per l’ Erario  e quindi, indirettamente ,per il rapporto Debito/Pil.

Tralasciamo per necessità di semplificazione tutta una serie di altri fenomeni economici che pure vengono evocati per contrastare la Flat tax a cominciare dai dubbi sulla copertura finanziaria attuale del provvedimento.

Ci interessa invece capire se l’obiettivo  perseguito ( aumentare i consumi a beneficio del Pil e del gettito aggiuntivo che ne consegue ) possa ottenersi in altro modo evitando le distorsioni  qui rappresentate.

La soluzione potrebbe ricercarsi in una significativa, ancorche oculata, rimodulazione degli scaglioni di progressività delle aliquote, ad aliquote immutate, per esempio.

In sostanza si tratterebbe ” semplicemente ” di aumentare gli importi degli scaglioni rappresentati all’inizio di questo articolo.

Se la free zone venisse portata fino ad un reddito massimo di € 15.000 , il numero di contribuenti (su un totale di 40,7 milioni) che beneficerebbe della detassazione, passerebbe da 10,6 milioni a 18,5 milioni. Se il limite massimo di cui all‘attuale secondo scaglione IRPEF (reddito da € 15.000 a € 28.000)  fosse portato a € 55.000, il numero di contribuenti che beneficerebbe, per via dell’aumento dello scaglione, di un maggiore reddito spendibile, sarebbe di 7 milioni di unità (ad esempio: per un reddito di € 55.000, il reddito disponibile aumenterebbe da € 35.879 ad € 38.849). E così via.

L’aliquota massima, oggi prevista per i redditi oltre 75.000 euro,  potrebbe essere applicata per i redditi oltre il milione di euro .

Sono tutti i numeri esemplificativi, quindi non proposte concrete, ma quello che qui interessa e’ delineare  l ipotesi di un provvedimento di alleggerimento fiscale, favorendo la propensione al consumo piuttosto che quella al risparmio , la quale , per i redditi più bassi e per le imprese , corrisponde invece alla propensione all’indebitamento ( non sempre positiva; ce lo ha insegnato la crisi).

Questa impostazione ha il merito di superare il dibattito circa il rispetto o meno del criterio costituzionale di progressività, aumenta senz’altro il numero dei contribuenti a basso reddito per i quali cresce il reddito spendibile , e quindi la propensione al consumo, e evita che i contribuenti ad alto o altissimo reddito (non in grado di aumentare i consumi ) beneficino di un reddito spendibile aggiuntivo da utilizzare per investimenti finanziari le cui rendite sono tassate meno del loro reddito derivante dalla produzione di beni servizi o lavoro/ pensioni.

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