Ocse e paradisi fiscali: la caccia all’ordine internazionale

Multinazionali e Stati canaglia nel mirino

A cura di Roberto Tieghi e Francesco Nanetti – 

Da tempo la comunità internazionale si riunisce in sede Ocse o a vari altri livelli, riservati solitamente agli Stati più ricchi, per capire come trovare un modello condiviso di “governance” dell’economia mondiale idoneo, tra le altre cose, a fare fronte alle crisi economiche che colpiscono il mondo a intervalli sempre più brevi. Nel 1997, a seguito della crescente liberalizzazione dei fattori della produzione, gli Stati Ocse decisero di seguire la strada della lotta ai paradisi fiscali e alle c.d. “non-cooperative jurisdiction”, responsabili di erodere le basi imponibili degli altri Stati attraverso regimi fiscali di favore. In altre parole, i responsabili della riduzione del benessere mondiale vennero individuati negli Stati c.d. “canaglia” e, contro di essi, gli altri Stati reagirono mettendoli al bando attraverso contro-misure legislative nonché ventilando il ricorso a contro-misure internazionali.

Sebbene tale contrasto alla competizione fiscale dannosa abbia ricondotto numerosi Stati lungo i binari della trasparenza e della cooperazione fiscale, i suoi effetti pratici in termini di “ripresa a tassazione” del reddito si sono rivelati ininfluenti ai fini del buon andamento dell’economia globale. Tanto che da lì a pochi anni sarebbe esplosa la più grande crisi economica dopo quella che colpì il mondo alla fine degli anni 20 del secolo scorso.

Le politiche fiscali elusive delle multinazionali

Oggi appare dunque chiaro che il collegamento causale tra la decrescita economica globale e la traslazione dei profitti fosse più “mediatico” che reale. Ciò spinge ad una forte cautela allorché gli Stati annuncino, come è avvenuto di recente, un’altra crociata. Soprattutto quando il “target” non risiede nel paese dei tropici ma lo si può vedere sotto casa, lo si può toccare con le mani. Parliamo delle multinazionali, presenti tra noi coi loro prodotti. Secondo l’analisi dell’Ocse, le politiche fiscali elusive di tali gruppi sottrarrebbero ingenti risorse che potrebbero essere impiegate nel “welfare” o nel sostenere la crescita economica. In questa prospettiva, nel 2013 è stato lanciato il progetto congiunto OCSE-G20 su “Base Erosion and Profit Shifting”(c.d. “progetto BEPS”) che prevede un piano d’intervento in 15 specifiche aree per combattere l’erosione della base imponibile e l’allocazione dei profitti in paesi a bassa fiscalità da parte delle multinazionali. In sostanza sono state predisposte variegate aree d’intervento con l’obiettivo dichiarato di realizzare un nuovo ordine fiscale internazionale.

Ordine fiscale internazionale

Tutto questo rumore di sciabole al di là di un generico plauso di facciata lascia interdetti e sembra destinato più a fare fumo che altro. Innanzitutto perché il rapporto tra la recente crisi economica e le multinazionali, così come supposto, ricorda nell’immaginario quella propaganda che metteva in relazione i banchieri ebrei con la crisi del ’29. Inoltre, è banale dirlo ma le crisi economiche sono crisi del sistema produttivo rispetto al quale il fisco non può essere la principale causa né la primaria soluzione. L’idea di creare un nuovo ordine fiscale internazionale per controllare l’entropia erosiva delle multinazionali dunque non convince. Se sfruttamento di regimi fiscali di favore da parte di queste ultime c’è stato esso è stato reso possibile dalla complicità degli stessi Stati promotori dei BEPS. Se, infatti, la lotta agli Stati “canaglia”, iniziata nel 1997, può dirsi, secondo gli stessi dati Ocse, vittoriosamente conclusa, allora delle due l’una: o l’Ocse mente o i nuovi Stati “canaglia” sono gli stessi paesi, diciamo, “occidentali”. Su tale contraddizione naufraga la filosofia sottesa ai BEPS. Il contrasto al trasferimento dei profitti delle multinazionali appare allora solo una copertura al tentativo di creare un nuovo baricentro rappresentato non più dallo scambio internazionale di merci e servizi ma dal controllo sulle aziende spinto fino al punto di poterne dettare i modelli organizzativi sulla base di paradigmi fiscali monocolori.

Tre possono essere le spiegazioni di ciò. La prima è quella che vede una lotta tra gli Stati “territoriali” e le multinazionali, percepite come entità “trasversali”, quasi ubique, ad essi antagoniste per natura (tra queste alcune hanno bilanci di dimensioni statali ed uno spirito di appartenenza del personale all’azienda che ricorda la cittadinanza). La seconda individua nei BEPS il risultato dello sforzo prodotto dalle “lobby” burocratiche per giustificare la propria esistenza in un mondo che sfugge loro di mano. L’ultima spiegazione consiste nel ritenere che attraverso i vari piani di azione i governi si siano riservati la possibilità di legiferare al loro interno sotto l’egida dell’Ocse (riducendo con ciò i controlli dei parlamenti) al fine di incrementare il gettito erariale con l’allargamento delle basi imponibili delle imprese commerciali. Che sia l’una o l’altra o tutte e tre le motivazioni poco importa. Se questo deve essere il nuovo assetto sia chiaro però che ad una simile prospettiva gli “animal spirits” si ribelleranno sempre.

 

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