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Antifascismo, a chi fa comodo rispolverare il “pericolo”?

Nella giurisprudenza repubblicana non esistono tracce di veri rischi di ricostituzione

a cura di ‘Eques’ 

Ha senso oggi, nel 2018, parlare ancora di “antifascismo”, come se fosse un qualcosa di esistente, attuale e presente, anzi, addirittura di talmente pericoloso da porre a rischio le “libere istituzioni democratiche”?
A chi fa comodo riesumare un pericolo fascista oggi, dopo anni e anni di assoluto silenzio, e soprattutto di assenza di alcun indizio che potesse farne almeno supporre l’esistenza?
Certo non ai veri, pochissimi, sopravvissuti, fascisti ancora in vita, che certamente, se non altro per un banalissimo dato anagrafico, non sembrerebbero in grado di intimorire chicchessia, esclusa, forse, la badante. E neppure agli anti-fascisti, categoria questa che meriterebbe però un attimo di attenzione, dato che è indiscutibile, e più che documentato, come tanti dei postumi “antifascisti”, del fascismo fecero parte, talvolta anche assai attiva, salvo poi abiurarlo, curando poi bene, anche se neanche tanto, di far scomparire ogni traccia del loro passato in camicia nera.

Rifacciamoci però ai dati, quelli incontestabili (anche se non mi stupirei affatto se qualche autoproclamatosi depositario della verità, contestasse anche questi), Il P.N.F. è stato sciolto il 28 luglio 1943. Sono passati 75 anni e oggi febbraio 2018 siamo costretti a sentir pontificare, e da quali pulpiti poi, di imminenti “pericoli fascisti”!
Ma questi pericoli, da decenni a questa parte, dove erano finiti, non c’erano più, erano in vacanza?
Siamo sotto elezioni, è vero. “Belzebù” è morto (mi vien da sorridere solo pensando che moltissimi giovani neppure riusciranno a capire a chi io mi riferisca con quell’espressione, perché non è poi così difficile scomparire nell’oblio con il passar del tempo, anche se, in questo caso almeno, non ne è passato neppure tanto).

L’ultimo nemico di tutti (stando alla descrizione degli autoproclamatisi depositari del verbo), è tornato si, ma un pò claudicante, perché, in ossequio a un certo modo di intendere la democrazia, non può scendere in campo in prima persona, grazie a un’interpretazione molto personale dei principi di applicazione della legge nel tempo, e chi comandava decise di farlo fuori dalla lizza. Del resto questa nuova reincarnazione del male è quello delle leggi ad personam.
Leggi ad personam? Mi ricorda qualcosa …
Ah si, ci fu una legge addirittura con il nome del “protetto” di chi, pur non governando, pesava però molto politicamente a quell’epoca. Si chiamava “Legge Valpreda” … alla faccia delle leggi ad personam.

E chi è rimasto allora come spauracchio?

Ma è semplice, il vestito per tutte le stagioni … il “fascismo”!
Penoso, non vedo altro termine per descrivere quel che sta accadendo in questi giorni.
E così, eccolo il nemico da combattere, l’obbiettivo cui rivolgere l’attenzione del popolo, anzi dei democratici (e chi non rientra nella categoria, passa automaticamente in quella dei fascisti).
Ma di questo imminente, anzi presente, pericolo fascista, i giudici e cioè coloro che sono deputati all’interpretazione delle condotte alla luce delle Leggi, e a irrogare, in caso di violazione ovviamente, le relative sanzioni, che hanno detto?

Nella giurisprudenza repubblicana non esistono tracce di veri pericoli di ricostituzione, eccettuati strascichi nell’immediatezza dell’epoca, come è però logico, perché non è che con una legge si obnubila un qualcosa che fino a un momento prima esisteva. Certamente gli organi di informazione, e specialmente quelli di riferimento partitico hanno sempre offerto una loro personalissima, quanto assai discutibile, interpretazione, ma quel che hanno statuito i giudici è però ben diverso.

In particolare una sentenza, assai recente, della Suprema Corte di Cassazione (7 giugno 2017), ha chiarito definitivamente, almeno si spera, quali siano i requisiti necessari per la configurazione del reato di ricostituzione del disciolto PNF, con una interpretazione di quelle norme peraltro di amplissima portata (questa si comprensibile, perchè vicina all’epoca fascista, anche se, a mio personalissimo avviso, da rivedere, alla luce dei tempi che, forse qualcuno non se ne è avveduto …. ma sono cambiati).

Secondo la Suprema Corte

“… le manifestazioni del pensiero e dell’ideologia fascisti non (sono) vietate in sè, attese la libertà di espressione e di libera manifestazione del pensiero costituzionalmente garantite, ma solo se possono determinare il pericolo di ricostituzione di organizzazioni fasciste, in relazione al momento e all’ambiente in cui sono compiute, e quindi se attentano alla tenuta dell’ordine democratico e dei valori allo stesso sottesi”.
Il legislatore “ha inteso vietare e punire non già una qualunque manifestazione del pensiero, tutelata dall’art. 21 Cost., bensì quelle manifestazioni usuali del disciolto partito che (…) possono determinare il pericolo che si è voluto evitare”.

Già molti anni fa però la Corte aveva espresso un orientamento altrettanto chiaro

Con la sentenza n. 1 del 1957, riferendosi all’art. 4 della legge che vieta la ricostituzione del disciolto PNF, si affermò infatti che “l’apologia del fascismo per assumere carattere di reato, deve consistere non in una difesa elogiativa, ma in una esaltazione tale da poter condurre alla riorganizzazione del partito fascista”, e che “legittima l’incriminazione di condotte che risultino possibili e concreti antecedenti causali di ciò che resta costituzionalmente inibito, ossia la riorganizzazione del disciolto partito fascista, e ciò in relazione alle modalità di realizzazione delle stesse, posto che (…) il fatto deve trovare nel momento e nell’ambiente in cui è compiuto circostanze tali da renderlo idoneo a provocare adesioni e consensi ed a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste”.
Ora, alla luce dell’interpretazione della Cassazione, e soprattutto dei fatti, rispetto ai quali solo una strumentale e finalisticamente pianificata evenienza di un “pericolo di ricostituzione”, può affermarsi come vera, torna ancor più rilevante la domanda iniziale.
Ha senso parlare oggi di antifascismo, quando il fascismo è scomparso da decenni, e non esistono minimi indizi che possano far pensare a un desiderio di una sua ricostituzione, da parte di chicchessia?

E allora, a chi fa comodo rispolverare il “pericolo fascista”?

Ai pochi sopravvissuti che lo furono veramente? E però, così, tanto per esser un pochino pignoli … chi erano i veri antifascisti? Quelli che hanno osteggiato il fascismo durante la sua esistenza, o meglio nel periodo in cui era al potere (tradotto: quelli che hanno davvero rischiato), o i tanti, troppi direi, eroi postumi, emersi da non si sa dove, apparsi d’incanto, dopo la morte del fascismo? Bella domanda eh!
Da ragazzino ho creduto anche io che si doveva essere antifascisti, e però ripensandoci anni dopo, non molti, ho riflettuto su un fatto, io sono nato nel 1955, quando il fascismo, o meglio il PNF era stato disciolto da dodici anni, e mi sono domandato, ma come faccio ad essere “anti” di qualcosa che non c’è più?
Nel 1969, e cioè l’anno dopo l’avvio di quella stagione che doveva passare alla storia – assai effimera , come è sempre stato e sempre sarà, sin dalla notte dei tempi, perché in futuro scomparirà nell’oblio come altri, ben più imponenti fenomeni – con il nome del “sessantotto”, ho vissuto in un contesto in cui, eccettuati pochissimi, il pensiero unico verso il quale tutti venivano indottrinati, si richiamava ad alcuni “padri” (che poi, rivisti alla luce di quel che effettivamente fecero, ricordano più l’immagine che ci è stata tramandata da Dante del Conte Ugolino, e pure lì sarebbe da vedere un po’ meglio, che non a dei veri padri).
Ebbene, piano piano, negli anni, ho scoperto che molti di questi antifascisti non dell’ultimora, ma dell’ora dopo (hai visto mai), erano riusciti a sopravvivere al fascismo (nel quale però molti di loro avevano proficuamente sguazzato), ammantandosi di una veste di “antifascismo” che non si sono più tolti di dosso, anche se certamente non gli competeva.

E quali erano i miti dell’epoca?

Marx innanzitutto, Mao Tse Tung a seguire, Che Guevara, Fidel Castro, ma anche un certo Stalin (che, in una ipotetica, quanto teorica, corsa con Hitler, usando un gergo ippico, verrebbe da dire, arriverebbe “in fotografia”). Qualcuno, e non solo tra i giovani, ma anche dei più impegnati dell’epoca, è in grado di raccontarci qualcosa, di storicamente dimostrato, di questi personaggi?
Ne dubito seriamente, anche perché a quell’epoca si seguivano le, chiamiamole “indicazioni”, senza neppure pensare di vagliare quel che era il pensiero dominante, il contrario diciamo di quel che accade oggi, in cui si mette in discussione la veridicità di tutto (ovviamente quando non piace), e di “verità” ne esistono talmente tante, da aver creato una situazione di caos mentale tale da cui è difficilissimo, se non impossibile districarsi.
È l’epoca delle fake news.
Di queste ne parleremo però un’altra volta, perché altrimenti usciamo di tema, anche se forse sarebbe bene iniziare a rendersi conto che anche temi apparentemente diversi, sono invece assai più imparentati tra loro di quanto si possa pensare.

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