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11 settembre 2001, un ricordo…

da Raja

Papà ha fatto la notte. Torna a casa appena finisce di lavorare e va a riposarsi in camera da letto mentre io guardo i cartoni. Passa solo qualche minuto e so che avrà appena preso sonno, ma devo svegliarlo. Subito. Ho 8 anni e non so, non capisco ancora abbastanza. Sono solo una bambina. E non mi sento dire così spesso che non devo accettare caramelle dagli sconosciuti, piuttosto mi viene detto che devo sempre saper dire dove mi trovo e cosa c’è intorno a me. Se i cartoni animati che guardo vengono interrotti da un’edizione straordinaria del telegiornale, so già cosa devo fare.

Il mio papà fa un lavoro “particolare”, so che dà la caccia ai cattivi, forse alcuni dei più cattivi. Io infatti non posso dirlo a nessuno. Preferisco passare per una bugiarda e invento qualche mestiere. Spesso rientra a casa dal lavoro poggiando i suoi vestiti da una parte, con addirittura un cartello sopra: di solito c’è scritto “non toccare”. Lo so che non posso papà, lo so.

Corro a chiamarlo. So che in questo momento avrà risposte più di tutti gli altri. “Papà!!! In tv si vede su ogni canale che stanno bruciando delle torri molto alte, sono state colpite da aerei! Ci sono persone che si lanciano giù dalle finestre!”.  Lui, corre in salotto con ancora la faccia da sonno, stanco, molto. Capisce in pochissimo tempo di cosa sto parlando. 

E’ dispiaciuto, ma non sembra troppo sorpreso. Mi spiega cos’è successo, in modo abbastanza semplice, per farmi capire. Un po’ come quando mi aiuta con i compiti, cerca di rendere facile quello che per me è difficile, dandomi anche un motivo, come quando facciamo storia, mi dice che è importante studiarla bene perché “le cose che sono successe nel tempo, tenderanno a ripetersi”.

Gli chiedo se immagina già chi è stato e appena capisco di sì. Ho solo un pensiero in testa: papà partirà. Non so dove, non so tra quando ma partirà di sicuro con i suoi simpatici colleghi. E ho paura. 

Mi viene spiegata la teoria del numero quattro. Detta così sembra magia. Ma quello che significa in poche parole è: “Loro purtroppo pensano di dover fare quattro volte la stessa cosa, se pensano che sia una cosa giusta, piccola”.

Continuiamo a vedere il telegiornale insieme, vedo che purtroppo sta succedendo quello che mi aveva appena finito di spiegare: Uno, torre Nord. Due, torre Sud. Tre, Pentagono. Quattro, Pennsylvania. E’ il quarto aereo che si schianta.  E’ un registro che si ripete anche nell’occasione di Madrid nel 2004, quando vengono fatti esplodere 4 treni in contemporanea. Da qui la ‘lezione successiva’, cioè “il salto di qualità ottenuto con azioni simultanee allo scopo di provocare il panico”.

Di che parlava? Che significava?

Un anno dopo vengo svegliata una mattina proprio da lui. Mi dice di sbrigarmi a fare colazione. “Mi aiuti a tradurre le notizie?”. Era il 7 luglio 2005, e io so per certo che non aveva bisogno del mio aiuto. Mi insegna l’inglese da quando ho iniziato a parlare.  A Londra c’erano state 3 esplosioni nella metro e, a seguire, una quarta in un autobus, chiesi: “Non ha fatto in tempo a scendere le scale della metropolitana, vero?”.

Ormai so che queste persone vogliono fare più male possibile. A tutti i costi.

Papà non vuole la mia compagnia per istigarmi a vedere le cose più brutte, lo fa perchè conosce la mia voglia di sapere, capire e, magari, imparare.

A distanza di 17 anni dagli attentati dell’11 settembre, posso riflettere, paragonando le strategie messe in campo. Ad oggi la “teoria del numero quattro” non c’è più.  La fazione terroristica che colpisce, minaccia e semina terrore non è più solo Al Qaeda. Abbiamo tutti, chi più chi meno, qualcosa e/o qualcuno da cui guardarci, da temere.  O forse neanche, perchè lo scopo di queste azioni terroristiche, nonostante alcune differenze, è sempre finalizzato a istillare paura, terrore, panico indiscriminato e indurre la popolazione a cambiare le proprie abitudini, abbassare la testa e mettere in dubbio i propri usi e costumi, in favore di uno stile di vita arcaico e fuori tempo massimo. Possiamo scegliere fino a che punto farci condizionare, manipolare. Stare al gioco o no.

Papà, io so di aver mantenuto un segreto importante. Io lo so. Credendoci sempre. E io lo so che hai contribuito per far sì che quel numero quattro non diventasse la storia di ognuno di noi. Nessuno escluso.

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