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Calcio, quel confine tra tifo e violenza

Il fenomeno ultras nasce negli anni ’70 quando, sulla scorta di quanto già avveniva negli stadi britannici, l’unione di gruppi dediti a una forma di tifo organizzato si diffuse anche in Italia con la creazione di una miriade di club che presero posizione nelle curve dei maggiori stadi della Penisola. Da Torino a Milano, passando per Genova, Roma per arrivare a Napoli, dapprima decine e poi centinaia di giovani iniziarono a riunirsi sotto l’egida del credo sportivo a una squadra, sfoggiandone gli emblemi, i colori e le bandiere, in un crescendo di progettualità finalizzate a superare i rivali quanto a grandezza di striscioni, numero di tamburi, spettacolarità delle coreografie. Ma con la crescita del fenomeno, in parallelo, si svilupparono le prime rivalità. Dapprima in seno a squadre della stessa città (storiche quelle di Torino, Milano, Genova, Roma) e successivamente (sulla scorta delle tensioni politiche tra opposti estremismi, un’eredità degli anni ’60, e su campanilismi per lo più dovuti a motivazioni pseudo razziali), tra nord e sud o tra province rivali.

A frapporsi tra le frange di esagitati, le forze dell’ordine, impiegate in numero sempre maggiore per evitare contatti tra gli ultras che sempre più spesso tentavano di “violare” le città o i “territori” (le curve) occupate dai rivali. Un target comune a entrambi gli schieramenti impegnati a scontrarsi ma, improvvisamente, uniti contro il comune nemico: i rappresentanti dello Stato. Questo “disvalore aggiunto”, nel corso degli anni ha richiesto, in seno ai gruppi di ultras, l’arruolamento temporaneo di delinquenti comuni che, in occasione di scontri programmati, si cominciarono ad unire alle bande legate ai club calcistici. Lo scopo era di fornire manodopera e materiali per gli scontri in cambio della “mano libera” ai traffici di stupefacenti, al bagarinaggio, alla ricettazione, fenomeni che trovano ampio spazio anche al di fuori degli stadi.

Dalla fine degli anni ’90 anche la criminalità organizzata ha focalizzato l’attenzione sui gruppi di stadio traendo profitto dal finanziamento della creazione di punti vendita di merchandising da utilizzare per il riciclaggio di denaro sporco e coinvolgendo i capi-popolo nelle attività criminali del traffico di stupefacenti e in reati legati ai vari clan malavitosi. Si è così passati da gruppi para-militari schierati a difesa dei valori, veri o presunti, dei propri club e della bandiera, a branchi incontrollati di teppisti e criminali comuni, completamente estranei a ogni credo sportivo o politico, ma dediti unicamente a creare il caos.

Estranei al fenomeno, i “vecchi ultras” che continuano, ancora oggi, a proporre lo scontro leale con i nemici, quello previsto dal “codice ultras”. Quel codice non scritto che prevede uno scontro feroce ma ad armi e numeri pari. Insomma, l’antica scazzottata che non coinvolga estranei al mondo ultras e, soprattutto, non portata a conseguenze estreme.

Da parte sua, lo Stato ha risposto con interventi sconclusionati, assurdamente repressivi e fuori luogo. La creazione di vuoti nei settori, l’impiego di steward, le gabbie per i tifosi ospiti, i Daspo, i tornelli agli ingressi, sono tutti provvedimenti che non evitano i contatti violenti tra i rivali, semplicemente li delocalizzano in luoghi ben distanti dagli stadi e individuati preventivamente tra le fazioni in guerra.

È appena un’ovvietà rilevare che i luoghi prescelti per lo “scontro” coinvolgano, più o meno volontariamente, i centri città, i grossi parcheggi, gli autogrill o località dalle quali è facile far perdere le proprie tracce dopo la “battaglia”, rendendo improbabile un pronto intervento delle forze dell’ordine e determinando scene da guerriglia urbana indiscriminata.

Da anni, inoltre, si persegue la strada del buonismo da stadio, quello che vuole trasformare gli stadi in basiliche, nelle quali è vietato lo sfottò, il fischio, il coro di scherno, lo striscione volgare, il tamburo, fino alle ultime “geniali” proposte di vietare anche il fumo…

L’assurda morte dell’ultrà varesotto durante gli scontri con i napoletani a Milano, non è avvenuta all’interno dello stadio, non è stato anticipato da cori di scherno né dall’esibizione di striscioni “volgari”. Lo scontro era premeditato, l’agguato era parte di un piano preparato con largo anticipo dalle frange estreme di interisti, ultras del Nizza e del Varese ed era stato anticipato da minacce scandite sui social network e frutto di precedenti scontri avvenuti in passato tra le tifoserie coinvolte.

In tutto ciò, il centinaio di violenti, ha affrontato lo scontro in maniera cosciente, insensata, folle, assurda, ma tant’è. Non si cerchino capri espiatori, non è logico additare di incompetenza alcuno dei delegati alla sicurezza e all’ordine pubblico. Semplicemente, non si poteva evitare.

L’indole violenta che muove i soggetti coinvolti negli scontri “da stadio”, è la stessa che porta agli scontri di piazza di stampo politico o pseudo rivoluzionario. La medesima che porta alle guerre di quartiere per il controllo del territorio o più semplicemente quelle tra gang rivali. L’ultrà allontanato dallo stadio, troverà comunque il modo di riunirsi alla “banda” e sfogare i propri istinti in luoghi alternativi, ma pur sempre in maniera violenta.

Negli ultimi anni, se è vero che raramente si è assistito a disordini all’interno degli impianti sportivi, è pur vero che le violenze si sono semplicemente spostate a poche centinaia di metri dagli stessi, provocando il coinvolgimento di cittadini completamente estranei alla guerriglia e ingenti danni al patrimonio pubblico e privato.

E se ad alcuni queste riflessioni possono apparire come una difesa a oltranza del “mondo ultras”, rispondiamo chiarendo di essere assolutamente contrari alla violenza indiscriminata posta in essere da alcune frange estreme del tifo organizzato. Ma qualsiasi problematica sociale va affrontata con la necessaria lucidità, senza lanciare accuse infondate e gratuite che accomunino “buoni e cattivi” e, soprattutto, senza ritenersi esperti nel settore quando non si è mai calcato il gradino di una curva.

Le soluzioni adeguate dovrebbero, perciò, riferirsi a un consistente inasprimento delle pene e la relativa, certa, applicazione per i reati di violenza contro le persone o danneggiamento a beni pubblici o privati, perpetrati in concomitanza con eventi sportivi o manifestazioni di piazza. Fattispecie di reato già previste nel Codice penale vigente, ma necessarie di un adeguamento specifico in relazione al fenomeno oggetto di trattazione.

Ma l’idiozia e l’incompetenza sembrano regnare sovrane in seno a gente, politici in primis, seguiti a ruota dai sedicenti “tuttologi”, che pare abbiano focalizzato la propria non richiesta attenzione su un fenomeno,  quello del tifo organizzato, che comunque nei fatti non provoca certo lo stesso numero di vittime rispetto ad altre tristi realtà quotidiane come gli incidenti stradali, la violenza in famiglia, la droga.

Certo, costa meno un inutile Daspo a un ultrà che il bitume per coprire una buca stradale…

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