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Direttiva sgomberi palazzi occupati: ecco i dubbi interpretativi che alimentano il caos

Rispecchia il movimento ondivago che l’apparato statale ha da sempre mantenuto sul tema

Le operazioni di sgombero hanno da sempre rappresentato una questione annosa per un insanabile conflitto fra due interessi: da un lato l’esigenza di recupero della legalità con la restituzione ai proprietari degli edifici occupati, dall’altro l’assistenza alloggiativa e il diritto all’accoglienza.

Giustamente si afferma che qualsiasi soluzione sugli sgomberi deve essere preceduta da un “piano casa” per le categorie più fragili ma l’equivoco di fondo è che, qualora si decida per un’azione di sgombero, è di fatto impossibile evitare l’ausilio della forza pubblica.

Allora qual è il punto: ammettere o meno gli sgomberi di alloggi occupati o l’impiego della forza pubblica?

Procediamo con ordine. Già il decreto sicurezza urbana della primavera scorsa dispone che il Prefetto, sentito il Comitato provinciale per l’ordine e la sicurezza pubblica (alla presenza dei vertici locali delle Forze di polizia), impartisce disposizioni per prevenire il pericolo di possibili turbative e per assicurare il concorso della Forza pubblica all’esecuzione di provvedimenti dell’Autorità giudiziaria concernenti gli immobili da sgomberare, secondo un criterio di priorità in relazione a possibili rischi per l’ordine pubblico, l’incolumità e la salute pubblica, i diritti dei proprietari degli immobili, nonché i livelli assistenziali che possono essere assicurati dai Comuni.

La direttiva del ministro dell’Interno del 18 luglio scorso ha chiarito che la disposizione non si riferisce all’esecuzione di sfratti per termine locazione, quanto alle situazioni che concretizzano il reato di invasione di edifici, sottolineando la necessità di un rapido intervento nel caso di nuovi tentativi di occupazione, al fine di evitare il consolidarsi delle situazioni di illegalità. Nella scala di priorità degli interventi, il Prefetto deve tener conto della tutela delle famiglie in situazioni di disagio economico-sociale. La direttiva, infine, prevede che il Prefetto, acquisiti gli elementi conoscitivi relativamente alle capacità di intervento assistenziale da parte di Regioni e Comuni in sede di Comitato metropolitano (co-presieduto da Prefetto e Sindaco), definisce un’analisi complessiva della situazione esistente e dei possibili risvolti in sede di Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica, individuando gli interventi da adottare per avviare un graduale ma costante processo di superamento del fenomeno delle occupazioni.

Dopo i fatti di piazza Indipendenza, è stata avvertita la necessità di una nuova direttiva ministeriale. Fa riflettere che, alla fine, il dibattito sugli sgomberi non si sia concentrato sulla questione di fondo, quanto, piuttosto, sulle modalità di un blitz ritenuto muscolare e sul presunto mancato coordinamento fra Prefettura e Comune di Roma.

La direttiva del 1° settembre sembra cambiare impostazione rispetto alla precedente e le linee guida appaiono più politiche che tecniche. Viene evocato il contemperamento di molteplici interessi: infatti, a fianco dell’ordine e sicurezza pubblica, si pongono i diritti dei proprietari, ma anche le condizioni degli occupanti, per i quali occorre intervenire con prestazioni assistenziali.

La funzione del Prefetto è stata in parte avocata dal Ministro dell’Interno, presso cui è istituita una cabina di regia con i rappresentanti dell’Anci e della Conferenza dei presidenti di Regioni e dell’Agenzia per la destinazione dei beni confiscati alla criminalità organizzata.

A livello territoriale, in sede di Comitato metropolitano, sono acquisite le esigenze delle varie istituzioni locali, degli enti e associazioni che svolgono un ruolo nel sociale (ad esempio la Caritas) e di soggetti pubblici e privati (come le fondazioni bancarie), nonché le capacità assistenziali di Comuni e Regioni.

Il Comitato metropolitano diventa così un centro nevralgico delle reciproche istanze, nonché strumento per verificare la praticabilità di iniziative volte all’utilizzo di beni immobili potenzialmente idonei a fronteggiare la carenza abitativa.

Al Comitato per l’ordine e la sicurezza pubblica è riservato un ruolo marginale, nel quale il Prefetto illustra gli elementi emersi in sede di Comitato metropolitano, pianificando le attività necessarie per eseguire gli interventi.

Nella scala di priorità di interessi che il Prefetto deve considerare, in cima, figurano ora i cittadini portatori di conclamate fragilità; la tutela dei nuclei familiari in situazione di disagio economico e sociale è condizione prioritaria nell’ambito dell’esecuzione delle operazioni di sgombero, coinvolgendo enti locali e Regioni per una condivisa individuazione delle misure da adottare.

C’erano molte aspettative sulla direttiva: in realtà, nulla chiarisce, da un punto di vista tecnico, su quando e come effettuare gli sgomberi, nonché sulle varie misure eventualmente da adottare da parte dei dirigenti preposti ai servizi d’ordine.

Ma del resto ciò rispecchia il movimento ondivago che l’apparato statale ha da sempre mantenuto sul tema: accanto a guizzi estemporanei di operazioni di sgombero per ripristinare la legalità, attuate in ambito territoriale, si assiste alle misure del Parlamento volte a concedere proroghe agli sfratti, così come si registrano sentenze della Magistratura che tendono a escludere esecuzioni forzose.

In definitiva, a prescindere da strumentalizzazioni politiche, occorre riflettere se una tacita tolleranza del fenomeno di occupazione di immobili per motivi di necessità non possa innescare una reazione a catena da parte di coloro (tantissimi) che si trovano in situazione di incolpevole indigenza e che fino ad oggi hanno rinunciato a violare la legge per ottenere un alloggio.

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