Insegnanti violenti, l’esperto: “Colpa dello stress”

Docenti a rischio. L’80% degli inidonei soffre patologie psichiatriche

“La categoria degli insegnanti è soggetta a una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori manuali”. Il dottor Vittorio Lodolo D’Oria, medico esperto di sindrome di Bornout, patologia stressogena che interessa diversi lavoratori impegnati in attività che implicano intensi rapporti interpersonali, da anni si occupa delle difficoltà psicofisiche dei docenti italiani, è stato rappresentante Inpdap del Collegio medico per l’inabilità al lavoro della ASl di Milano e autore di diversi studi scientifici e pubblicazioni sul tema.  Secondo il medico, ci sarebbe una correlazione tra lo stress da lavoro e i comportamenti violenti.

Dottor D’Oria, in un suo recente post su Facebook lei ha affermato che “all’origine delle vessazioni che i bambini subiscono vi è l’usura da Stress Lavoro Correlato”, come a dire che il mestiere del docente è talmente usurante da un punto di vista psico-fisico che può in qualche caso scatenare comportamenti violenti. Ci può spiegare meglio in cosa consiste lo Stress da Lavoro Correlato (SLC) e cosa comporta negli insegnanti che ne soffrono?

“Alcune categorie di lavoratori, a causa di particolari fattori stressogeni legati all’attività professionale, sono soggetti a rischio di sindrome del “burnout”. Tale condizione è caratterizzata da affaticamento fisico ed emotivo, atteggiamento distaccato e apatico nei rapporti interpersonali e sentimento di frustrazione. Autorevoli studi hanno accertato che tale affezione rappresenta un fenomeno di portata internazionale, che ricorre frequentemente tra i docenti. Queste ricerche mostrano che la categoria degli insegnanti è soggetta a una frequenza di patologie psichiatriche pari a due volte quella della categoria degli impiegati, due volte e mezzo quella del personale sanitario e tre volte quella degli operatori manuali. Si evidenzia, ad esempio, come gli insegnanti presentino il rischio di sviluppare una neoplasia, superiore di 1,5-2 volte rispetto a operatori manuali e impiegati. La categoria professionale dei docenti, poiché maggiormente esposta a usura psicofisica, rientra notoriamente tra le cosiddette helping profession. Nonostante ciò l’opinione pubblica ritiene che gli insegnanti fruiscano di una condizione privilegiata e la classe medica è praticamente all’oscuro delle patologie psichiatriche conseguenti al Disagio Mentale Professionale nei docenti (DMP)”.

Ma quali sono le “patologie professionali” degli insegnanti? Si tratta unicamente delle “disfonie” causate dalle laringiti croniche riconosciute anche nelle cause di servizio, oppure vi sono forse altre malattie, magari più frequenti ma sconosciute?
L’inidoneità degli insegnanti è causata da patologie psichiatriche nel 70-80% dei casi (il 90% delle quali appartiene all’area ansioso-depressiva), mentre le “disfonie” sono appena il 13% (5 volte di meno). Ne consegue che debbono essere ritenute patologie professionali dei docenti anche e soprattutto le patologie psichiatriche, per poi muoversi di conseguenza con piani di prevenzione e cura nel rispetto del dettato normativo sulla tutela della salute dei lavoratori (art.27 D.L. 81/08). Il particolare lo stress cui è sottoposta la categoria degli insegnanti può essere ricondotto a diversi fattori, fra cui una peculiarità assoluta: “la tipologia del rapporto con l’utenza”. Non esiste infatti altra professione in cui il rapporto con gli utenti, e per giunta sempre gli stessi, avvenga in maniera così insistita, reiterata e protratta per tutti i giorni, più ore al giorno, 5 giorni alla settimana, 9 mesi all’anno, per cicli di 3/5 anni. In altre parole è come se il docente si sottoponesse quotidianamente a una Risonanza Magnetica Nucleare operata da tante paia di occhi quanti sono i suoi stessi studenti: un solo capello fuori posto e i ragazzi lo mettono in croce. In questa particolarissima tipologia di rapporto per di più l’insegnante diviene nel tempo anagraficamente più vecchio, mentre lo studente (col rinnovarsi dei cicli di studio) si mantiene giovane: un “effetto Dorian Gray” capovolto. Si consideri poi il rapporto numerico (1:25), la permanente asimmetria del rapporto medesimo che è per giunta intergenerazionale e condizionerà l’insegnante rendendolo spesso incapace di sviluppare una relazione tra pari per condividere il disagio mentale coi colleghi. Alla suddetta peculiarità fa seguito tutto quello che già conosciamo: precariato, scarso riconoscimento sociale, bassa retribuzione, stereotipi sulla professione, continuo susseguirsi di riforme, allontanamento del periodo previdenziale (senza la benché minima valutazione della salute dei lavoratori), maleducazione degli studenti, classi numerose, sindacalizzazione e arroganza delle famiglie, globalizzazione dell’utenza e inserimento di alunni disabili nelle classi”.

Perché questa realtà non viene affrontata con decisione dalle Istituzioni?
“I casi di maltrattamenti di piccoli alunni continuano a crescere in numero e frequenza (68 negli ultimi 7 anni, ndr) senza che alcuno alzi la testa e cerchi di comprendere la vera natura del problema: non si vogliono riconoscere le diagnosi psichiatriche come malattie professionali degli insegnanti; non si effettuano studi scientifici pur disponendo di dati nazionali all’Ufficio III del Ministero Economie e Finanze; non si attua la prevenzione delle malattie professionali stesse e non la si finanzia nonostante il dettato dell’articolo 28 del decreto legislativo 81/08; non si formano i dirigenti circa le loro incombenze medico-legali; non si informano i docenti sui rischi professionali per la loro salute e soprattutto si riforma la previdenza al buio, senza valutare la salute della categoria professionale in base a età anagrafica e anzianità di servizio. Per legge sono previsti il monitoraggio e la prevenzione dello Stress Lavoro Correlato (SLC) dei docenti nelle scuole, proprio per impedire fatti incresciosi. Ambedue le attività, se ben eseguite, servono a intercettare docenti a rischio, le cui manifestazioni potrebbero ricadere anche sull’utenza. Un magistrato accorto dovrebbe pertanto chiedersi in primis se il dirigente scolastico abbia adempiuto ai suoi doveri in materia di tutela della salute dei lavoratori per poi comportarsi di conseguenza. Asserire di non sapere niente ed essere totalmente ignari dell’accaduto, come fanno a volte dirigenti e colleghi dei docenti indagati, fa insorgere il sospetto di atteggiamenti omertosi”.

Ci sta dicendo che sarebbe necessario un’altra legge?
“Tutt’altro. La legge esiste ed è buona ma ha il grave limite di non essere stata né finanziata, né tantomeno applicata. La prevenzione ha un costo e non si possono caricare i dirigenti scolastici di incombenze senza dare loro i mezzi per affrontare importanti questioni medico-legali. Se la politica non trova fondi ad hoc, gli Uffici Scolastici Regionali non formeranno i dirigenti che a loro volta non metteranno in guardia i loro docenti sulle malattie professionali, sugli strumenti per affrontarle, nonché sulle modalità per prevenirle. Anche questo passaggio è bene che sia noto all’opinione pubblica per non far ricadere tutte le colpe sull’ultimo e più fragile anello della catena, rappresentato appunto dal docente”.

Il Parlamento da anni discute di introdurre sistemi di prevenzione per tutelare i minori nelle scuole, non ultima l’idea di installare telecamere negli asili nido. È sufficiente mettere il corpo docente sotto la lente di un “grande fratello” per creare un deterrente rispetto a questi episodi o sarebbe auspicabile sottoporre a test psico-attitudinali frequenti chi lavora nelle scuole ed è a contatto coi minori?
La telecamera non è la panacea di tutti i mali e possiede numerosi limiti. Innanzitutto può esserne fatto un uso distorto e manipolatorio anche semplicemente interpretando i fatti videoregistrati. Attraverso la proiezione di un breve trailer si ha la pretesa di etichettare un lavoratore, assolutizzando in negativo e senza appello i tratti della sua personalità, per poi sottoporlo alla gogna mediatica addirittura prima di aver subito regolare processo. Circa l’uso della videosorveglianza è poi necessario evidenziare la pericolosità di tale strumento quando un soggetto è filmato a sua insaputa. La sbobinatura avviene ad opera di un non addetto ai lavori, un carabiniere anziché un educatore; la ricostruzione della personalità di un individuo è affidata a un “trailer” di pochi secondi recante le immagini più crude di mesi e mesi di registrazioni; le immagini “normali” non sono minimamente considerate; l’abitualità di un gesto è considerazione lasciata alla discrezionalità di un giudice”.

Il muro alzato dai sindacati e dal corpo scolastico in genere sulle telecamere per alcuni è invece un segnale di chiusura del mondo della scuola che sembra non voler riconoscere la grave realtà dei maltrattamenti a danno di minori.
“Le telecamere mortificherebbero ulteriormente la professionalità della categoria: le maestre le vivrebbero come un controllo da parte dei genitori, determinando una contrapposizione tra le parti anziché un’alleanza. Il sistema di sorveglianza in una scuola esiste già senza alcuna necessità di introdurre telecamere, ma va reso efficiente. È rappresentato da tutti gli insegnanti e dai collaboratori che possono immediatamente allertare il dirigente scolastico. Questi ha tutti gli strumenti per intervenire nel caso si tratti di esaurimento per SLC, con l’accertamento medico d’ufficio e con eventuale sospensione cautelare, o, nel caso di maltrattamenti, abuso dei mezzi di correzione o altro con richiami, sanzioni, esposti. Per questo dico che i soldi che oggi si pensa di investire nell’acquisto di telecamere dovrebbero essere piuttosto allocati per informare i docenti sulle malattie professionali cui sono esposti e per formare i dirigenti sulle loro incombenze medicolegali, a cominciare dalle azioni di prevenzione dello SLC negli insegnanti e dalla tutela della piccola utenza”.

Docenti stressati e Istituzioni che non affrontano il problema. Dalle sue parole emerge uno scenario devastante, che conferma anche alcuni dubbi e paure delle famiglie che chiedono sicurezza per i propri figli a scuola. Le telecamere non sono una panacea, ma da qualche parte si dovrà pur cominciare per tutelare i nostri figli.
“Partiamo col dire che la migliore garanzia per l’incolumità dei nostri figli passa attraverso la salute del corpo docente. Non riusciremo a garantire la sicurezza dei nostri figli con l’installazione di telecamere, mentre saremo vincenti solo contribuendo a tutelare la salute degli insegnanti e restituendo loro piena fiducia e dignità. È proprio la cronaca nera, impietosa, a raccontarci che asili e scuole sono luoghi certamente più sicuri delle mura domestiche (vedi il recente caso di Ferrara), dove gli episodi incresciosi a danno dei più piccoli trascendono di gran lunga i reati di maltrattamento e/o abuso dei mezzi di correzione. Ciò che deve indurre ad una riflessione generale è il fatto che il 90% dei casi di maltrattamenti accaduti ai bimbi nelle scuole pubbliche ha visto coinvolte donne con età superiore ai 50/60 anni. Il governo, con la proposta di riduzione dell’età pensionabile a 63 anni, oggi riconosce che la riforma Fornero deve essere ritoccata e che l’usura psicofisica delle maestre della scuola dell’infanzia è alta. L’aver attuato riforme previdenziali, senza prima valutare la salute e le malattie professionali della categoria, ha portato a risultati in cui i soggetti deboli e indifesi pagano per primi l’errore commesso. Pensare di poter porre rimedio alla suddetta mancanza con l’uso di telecamere è quantomeno stravagante. Inoltre questa proposta di legge genera confusione fin dal suo inizio accomunando le strutture pubbliche con quelle private. Le problematiche delle prime sono essenzialmente di esaurimento del lavoratore per Stress Lavoro Correlato (SLC), mentre quelle delle seconde sono per lo più legate alla selezione, formazione e carenza del personale, nonché a budget ridotti. Prova di ciò sono l’età e i curriculum delle maestre inquisite”.

Come spesso avviene in questi casi di cronaca anche il ruolo dell’informazione finisce nel mirino della critica. La scelta di privilegiare le notizie ad affetto impedisce una corretta analisi delle cause. Quali sono le responsabilità dei mass media?
“L’80% delle diagnosi che conducono alla inidoneità permanente all’insegnamento è di tipo psichiatrico: bisogna prenderne atto e attivare la prevenzione finanziandola realmente. La situazione è analoga in Paesi quali la Francia, il Regno Unito e la Germania, dove il rischio suicidario nei docenti è di gran lunga superiore alle altre categorie professionali e alla popolazione generale. È chiaro quindi che ci troviamo di fronte a un problema mondiale legato al logoramento psicofisico della professione e non alla peculiarità di un singolo sistema scolastico. I maltrattamenti nella scuola dell’infanzia e alla primaria sono solo la punta dell’iceberg di un disagio che è presente in ugual misura in tutti i livelli di scuola (superiori di I e II grado) e rappresenta una polveriera in procinto di esplodere. Sarebbe indubbiamente di grande aiuto una riflessione generale sul ruolo della prevenzione delle malattie psichiatriche nei docenti. Da evitare assolutamente l’approccio che mira esclusivamente allo scoop giornalistico: finisce per danneggiare non solo le famiglie e la categoria dei docenti, ma l’intera struttura della seconda agenzia educativa della società”. Per evitare un approccio superficiale al problema e approfondire insieme l’argomento, ho aperto una pagina dedicata a insegnanti e giornalisti: www.facebook.com/vittoriolodolo che sembrano rispondere in grande numero”.

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