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Jihad, ritorno al passato: la propaganda del terrore in stile Bin Laden

Islamisti cambiano la forma di comunicazione

Dopo le minacciose ondate di propaganda web dei mesi scorsi, sembra che i network islamisti abbiano adottato una strategia di immagine basata su una forma di comunicazione di minor impatto immediato ma con un target assai più esteso.  Appurato che l’adesione al “progetto jihad” attraverso inviti espliciti a colpire in Occidente non ha attecchito come preventivato dagli ideatori, la scelta è caduta su discorsi, pubblicazioni e messaggi conditi da esegesi coraniche nonchè da distorte rappresentazioni storiche fornite al pubblico in ragione della giustificazione del cammino verso la jihad. 

La strategia appare come un ritorno al passato, quando il defunto Oussama bin Laden e il suo vice al Zawahiri dissertavano amabilmente sulle ragioni storiche della loro personale battaglia contro l’Occidente, in lunghi discorsi che venivano riprodotti in videocassette e distribuiti ai quattro angoli del globo a uso e consumo delle varie comunità arabe.

Così, mentre in Danimarca la magistratura indaga sull’imam della moschea Masjid al Faruq di Copenhagen, Mundhir Abdallah, sulla scorta di un discorso del 2017 nel quale affermava che “la soluzione finale al problema del levante, dopo la costituzione del califfato e l’eliminazione dell’entità ebraica, avverrà attraverso la conquista dell’Europa”, sul canale Telegram viene riproposto, in questi giorni, un e-book dal titolo “La jihad senza frontiere”, curato da Abdullah Ash-Shaybani, traslitterato in Al-Shaybani, imam radicale che invita apertamente i musulmani residenti in occidente ad entrare in azione. La pubblicazione fornisce una demistificazione dei concetti della jihad che vengono riproposti ogni qualvolta si verifica un attacco al fine di discolpare il vero islam dai terroristi. Al-Shaybani chiarisce apertamente che la jihad è insita nell’Islam e l’obiettivo da perseguire è un dovere per tutti i credenti. Nel libro di 68 pagine viene sviluppata una contorta esegesi coranica che, secondo l’autore, dovrebbe servire ai credenti a smarcarsi dalle visioni moderate dell’Islam, quelle “compatibili con gli ideali, i principi e gli interessi occidentali”. 

E una sorta di trait d’union tra i due episodi indicati viene fornita dalla comunità virtuale “Restoring Holiness in Al-Andalus” (ripristinare la santità in Al-Andalus), con riferimento alle terre iberiche dominate dal 711 al 1249 dalle dinastie musulmane succedutesi nei secoli. Da alcune piattaforme mediatiche utilizzate dalla comunità islamista sono partiti appelli alla riconquista di al Andalus, ma in questo caso in modo non cruento, semplicemente usufruendo delle politiche di accoglienza fornite, in modo indiscriminato, dalle autorità spagnole e, in particolare da quelle catalane. I proclami assicurano, inoltre, che Barcellona promuove l’integrazione nella città della comunità islamica, permettendo di portare l’hijab, di avere menu halal e fornisce informazioni sulle richieste di visto e permessi di lavoro in Spagna, sottolineando come questo sia un “diritto storico” acquisito dai musulmani, come quello della cittadinanza e del diritto di voto, parlando di un “ritorno nella loro terra”. Il riferimento al sindaco di Barcellona Ada Colau vene sottolineato in più di un passaggio dei comunicati della comunità, che nel dettaglio riferisce la possibile assegnazione a immigrati di credo islamico di 31.000 abitazioni che verranno messe a disposizione dal comune della città costiera spagnola. In definitiva, l’intento della comunità “Restoring Holiness in Al-Andalus” non fa altro che ricalcare una forma di pensiero ben nota nel circuito islamista che così recita: “Grazie alle vostre leggi democratiche vi invaderemo; grazie alle nostre leggi religiose vi domineremo”.

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